ansa.it , 28 gennaio 2020
La sorella di Filippo Griner, il boss della malavita pugliese detenuto nel carcere di Bancali a Sassari in regime 41bis, accusa la Polizia penitenziaria di avere pestato il fratello in cella. Le accuse sono contenute in una denuncia presentata nei giorni scorsi ai carabinieri di Andria. Secondo quanto pubblicato dalla donna sul profilo Facebook del garante per i detenuti del carcere di Bancali, Antonello Unida, il pestaggio sarebbe una ritorsione.
Griner qualche giorno fa aveva colpito un poliziotto penitenziario con una penna, ferendolo al viso. La famiglia del detenuto denuncia che è stato poi pestato in cella da una ventina di agenti, durante la notte. Per verificare quanto successo e costatare la difficile situazione che si è creata a Bancali dopo numerose aggressioni ai danni degli agenti, domani il provveditore regionale delle carceri Maurizio Veneziano farà un sopralluogo nell'istituto di pena, dove, la settimana prossima, arriverà anche il nuovo direttore, Graziano Pujia, appena nominato.
"Non è un carcere, è un lager! - scrive la sorella di Griner su Facebook - Hanno scritto che il detenuto ha aggredito un poliziotto, ma non hanno scritto che 20 guardie hanno massacrato il ragazzo! Il detenuto è mio fratello, ieri abbiamo avuto un colloquio telefonico con lui e la sua voce era flebile rotta dal pianto per i dolori, ha fatto appena in tempo a dire di avere il petto insanguinato, prima che interrompessero la chiamata". Il provveditore regionale Veneziano precisa: "Domani sarò a Sassari per verificare le condizioni all'interno del carcere e acquisirò informazioni anche su quanto realmente accaduto. Per il momento posso dire che a Bancali arriverà entro massimo una decina di giorni il nuovo direttore, e che nei prossimi giorni nominerò un funzionario che opererà come comandante della Polizia penitenziaria".
primonumero.it , 28 gennaio 2020
È stata una giornata ad alta tensione nella casa circondariale del capoluogo dove due reclusi hanno compiuto atti di autolesionismo, uno ha avvertito un malore e infine una persona è stata trasportata in ospedale. Tutto sarebbe dovuto alla carente assistenza sanitaria: nel penitenziario non ci sono più infermieri e "i detenuti non hanno nemmeno accesso ai farmaci salvavita", spiega il sindacalista Aldo Di Giacomo. "Ho allertato il presidente Toma e le forze dell'ordine".
Il momento clou intorno alle 14, quando anche chi passava in via Cavour e perfino chi era al lavoro negli uffici dei palazzi vicini ha potuto udire distintamente quelle grida disperate provenire dall'interno della casa circondariale di Campobasso. "Aiuto, aiutateci". Qualcuno, dalle celle, probabilmente aveva anche afferrato degli oggetti che sbatteva contro le grate.
È stata una giornata ad alta tensione all'interno del carcere, dove poco dopo l'ora di pranzo è stato richiesto l'intervento del personale sanitario arrivato con un'ambulanza inviata dal 118 successivamente scortata all'ospedale Cardarelli da un mezzo della Polizia penitenziaria.
In quelle stesse ore in carcere è stato richiamato tutto il personale proprio per tenere sotto controllo una situazione che ha rischiato di degenerare. Quattro reclusi si sarebbero feriti: due in particolare avrebbero commesso atti di autolesionismo, uno avrebbe avuto un malore. Infine un altro è stato trasferito al Cardarelli.
Nemmeno in serata la protesta che ha tenuto in apprensione i dipendenti del penitenziario è rientrata: si sono ancora sentiti grida di aiuto e il rumore degli oggetti sbattuti contro le grate delle celle. Per questo, è stato ritenuto opportuno allertare la Digos di Campobasso.
Tutto sarebbe riconducibile al problema dell'assistenza sanitaria: ci sono difficoltà a reperire assistenti sociali e di infermieri. E senza questi ultimi "i detenuti non possono nemmeno avere a disposizione i farmaci salvavita", ha riferito a Primonumero Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, che proprio tre giorni fa in una conferenza stampa ha denunciato la carenza di personale medico e infermieristico esistente all'interno del penitenziario alla Procura della Repubblica ed al Magistrato di Sorveglianza. Una situazione iniziata dal 31 dicembre scorso, quando sono scaduti i contratti di due infermieri che erano in servizio.
Per garantire dunque la tutela della salute dei reclusi e per lanciare l'allarme sulla protesta che non si concluderà nelle prossime ore, Di Giacomo ha contatto il governatore Donato Toma e allertato le forze dell'ordine. "La situazione è da tenere sotto controllo", ha aggiunto.
Mentre della questione è stata interessata anche la dottoressa Virginia Scafarto, commissario dell'Asrem, la Garante regionale dei Diritti della Persona, Leontina Lanciano, ha chiesto di "monitorare la situazione e verificare le condizioni dei detenuti, allo scopo di risolvere il problema per il bene di tutti".
"Visito con frequenza la struttura di via Cavour, dove ci sono, come in tante altre case circondariali, dei problemi da risolvere. Quello che sta succedendo in queste ore va affrontato con grande attenzione -le parole di Leontina Lanciano - I detenuti lamentano forti disagi sul piano sanitario, in particolare la carenza di personale infermieristico. Non è una questione di poco conto. La Comandante del carcere ha informato della vicenda il Presidente della Regione Donato Toma. Le istituzioni sono pronte a risolvere la vertenza di natura sanitaria e infermieristica. Bisognerà evitare che il clima si inasprisca ulteriormente e che il personale di Polizia Penitenziaria possa operare senza il timore che da un momento all'altro possano esserci problemi".
Non è la prima volta che nella struttura, dove spesso vengono intercettati droga e microtelefonini, si registrano episodi simili, molti dei quali denunciati dal sindacalista Aldo Di Giacomo. Tra celle sovraffollate e una serie di carenze, la vita dei reclusi è durissima: c'è malcontento, qualcuno avrebbe persino provato a togliersi la vita.
Le proteste, poi, hanno dato vita anche a fatti più gravi: lo ricorderete, qualche mese fa da uno dei blocchi della casa circondariale venne acceso un incendio e bruciati materassi e rotte le finestre di alcune sezioni. I detenuti protestavano per le restrizioni introdotte per le telefonate con i familiari e vennero colpiti da pesanti provvedimenti.
nordest24.it , 28 gennaio 2020
Manifestazione di fronte all'ingresso dell'ASS n. 4 Medio Friuli, dalle ore 7.00 alle 13.00 in via San Valentino. Presidio in solidarietà con i prigionieri del carcere di via Spalato, che negli scorsi mesi hanno denunciato le gravissime carenze dell'area sanitaria, educativa e psicologica.
Martedì 28 gennaio 2020, per consentire lo svolgimento in sicurezza della manifestazione di fronte all'ingresso dell'ASS n. 4 Medio Friuli, dalle ore 7.00 alle 13.00 in via San Valentino, nell'area di parcheggio a pagamento (civico 18) sarà istituito il "Divieto di sosta temporaneo 0-24 - Zona rimozione coatta" per ogni categoria di veicoli (compresi quelli al servizio di persone invalide). Qualora venissero rilevate condizioni di criticità in merito al transito veicolare, è prevista anche l'istituzione del "Divieto di transito" (eccetto autorizzati), con conseguente deviazione dei veicoli lungo via Pracchiuso.
"Si è scelto di manifestare in quel luogo perché è al direttore sanitario che spetta la responsabilità delle funzioni di tutela dei/delle pazienti e di vigilanza sull'opera del personale sanitario operante nel carcere " - fanno sapere gli organizzatori.
"In particolare i detenuti ci informano - proseguono - che, da parte del personale sanitario interno alla prigione, ci sono gravi e immotivati ritardi nell'intervenire tempestivamente, quando cioè ci si sente male, e che l'infermeria non è presidiata sulle 24 ore né sui 7 giorni, e questo significa che chi si sente male fuori dall'orario di apertura deve essere ogni volta accompagnato dalle guardie in ospedale (e di conseguenza, attendere che le guardie siano disponibili)". "Ci sono detenuti con stomia - concludono - che devono aspettare il ritiro della sacca dalla mattina alla sera. Infine vengono somministrati psicofarmaci senza consenso".
di Giusi Fasano
Corriere della Sera , 28 gennaio 2020
Angelo Aparo dal 1977 segue migliaia di carcerati con il suo Gruppo della Trasgressione. "Il mio debito con Sergio Cusani. E dopo 40 anni dico: date fiducia e lavoro a queste persone, ne guadagnerà tutta la società".
Questa è la storia di un uomo che ha passato quarant'anni della sua vita in carcere senza essere né detenuto, né agente penitenziario. Uno che in carcere, 22 anni fa, ha cominciato una strana rivoluzione ancora oggi in corso: arruola soldati che fanno la guerra a sé stessi e al loro passato. Il campo di battaglia, diciamo così, si chiama "Gruppo della Trasgressione".
Che quei soldati siano assassini, rapinatori, corrotti, ladri, poco importa. Quel che conta è la regola di ingaggio nel Gruppo, per tutti uguale: per avere diritto di parlare, devi recitare il teorema di Pitagora o una poesia; devi insomma dimostrare che ti sei impegnato a imparare qualcosa. L'uomo dei 40 anni dentro si chiama Angelo Aparo, 68 anni, per tutti Juri, nome preso in prestito da vecchi pensieri su Juri del Dottor Zivago.
Era un ragazzo dalle belle speranze quando a settembre del 1977 si presentò al portone del carcere di San Vittore. "Sono lo psicologo". E varcò per la prima volta la soglia della prigione più nota del Paese. "A quel tempo ero uno dei primissimi psicologi del carcere" ricorda lui. "C'ero io soltanto per San Vittore e per Varese, 2.000 detenuti in tutto. Oggi ce ne sono 8-10 in ogni sede. Nel tempo è molto cambiato quel che faccio rispetto a 40 anni fa. Per una ventina d'anni ho incontrato e parlato con detenuti che non avevano nessun interesse a farsi conoscere e a raccontarsi, come invece fanno i miei pazienti fuori dal carcere. Succedeva che quando il tempo trascorso in cella era diventato compatibile con una possibile misura alternativa intervenivo io: chiamavo il detenuto, chiedevo, valutavo, scrivevo la relazione. Era raro che qualcuno si rivolgesse a me spontaneamente per chiedere aiuto, a meno che non fosse un aiuto per uscire in fretta dal carcere".
Una ventina d'anni così. Poi la svolta, cioè il "Gruppo della Trasgressione". Per chiarire: il Gruppo - la rivoluzione di Juri - è lo strumento di cui in 22 anni si sono serviti un migliaio di detenuti per viaggiare (come direbbe De André) "in direzione ostinata e contraria" al loro passato criminale.
Il "Gruppo è discussione", autoanalisi, analisi di gruppo, incontri con le vittime di reato, teatro, insegnamento per giovani bulli nelle scuole o confronto con altri detenuti che vogliono capire, partecipare. È l'incontro con le istituzioni, con magistrati e direttori illuminati, con il mondo del lavoro, con la vita reale oltre le sbarre. È la via maestra che porta alla consapevolezza e alla creazione di una coscienza civile. In un solo concetto: il Gruppo trasforma i detenuti nei cittadini che non sono mai stati o che hanno dimenticato di essere. Dottor Aparo, torniamo indietro.
Ci spiega come è nato tutto questo?
"C'entra un viaggio e una passeggiata con la mia compagna a Bologna. Parlavamo di trasgressione e facemmo un discorso su quel concetto che mi rimase in mente. E poi c'entra Sergio Cusani. In quegli anni stava scontando la sua condanna ed era un mio paziente. Un detenuto che mi parlava per relazione, non per dovere. Una rarità. Stava male, si interrogava. Parlammo del fatto che io fossi molto interessato a persone come lui, a ottenere che i detenuti avessero voglia di capire la loro storia, di cercarla. E ci chiedemmo: come facciamo a trovare la via giusta perché questo accada? La risposta arrivò spontanea. Ci siamo detti che serviva un gruppo di riflessione svincolato dalle relazioni che lo Sato chiedeva per valutare i detenuti".
Da qui la creazione del Gruppo.
"Cusani diventò mio alleato. Passarono alcune settimane dopodiché mi presentai dai detenuti della sezione penale, cioè quelli che erano stabili a San Vittore, e dissi: vorrei creare questo Gruppo. Ci state? Le adesioni arrivarono rapide e a pioggia, partimmo in quarta, con riunioni due volte alla settimana. A quel punto ne parlai con il direttore di allora, Luigi Pagano. E il progetto partì davvero".
Da dove avete cominciato?
"Dalla ricerca delle trasgressioni di ciascuno, dagli ingredienti stessi di ogni trasgressione. Un tema che ricordo bene, all'inizio, fu la sfida. Cercavamo risposte al perché delinquere significa sfidare. Negli anni abbiamo battezzato l'adrenalina, la sfida, il bisogno di eccitazione, con l'espressione "virus delle gioie corte". Accanto alle riunioni settimanali e agli scritti dei detenuti, avevamo molto spesso ospiti prestigiosi dai quali imparare e con cui confrontarci: Enzo Biagi, Enzo Jannacci, Roberto Vecchioni, Fabio Fazio. Il 24 dicembre del '97, a casa di Dori Ghezzi e Fabrizio De André avevamo concordato che il nostro primo ospite sarebbe stato lui, ma poco dopo si ammalò e quell'incontro in carcere non ci fu mai: un dolore dal quale nacquero qualche anno dopo i concerti della Trsg.band con le canzoni di De André e le riflessioni dei detenuti sulle loro storie sbagliate".
Quanti detenuti si sono legati al Gruppo finora?
"Un migliaio in 22 anni. In questo periodo abbiamo 55-60 detenuti divisi in più gruppi, nei quali io sono sempre presente, nelle carceri di Opera, Bollate, San Vittore. E poi c'è il gruppo esterno, cioè detenuti che possono essere liberi di giorno o che sono in libertà condizionale con i quali ci ritroviamo una volta a settimana in una sede messa a disposizione dall'"Associazione Libera, lotta contro le mafie"".
Per quanto tempo un detenuto resta nel gruppo?
"Molto. Alcuni sono con me da nove-dieci anni e hanno assorbito una tale quantità di concetti e di principi che ormai non è più riconoscibile il confine fra il loro vissuto e il vissuto del gruppo, fra quello che hanno imparato da me e quello che pensano. Ci sono situazioni nelle quali questo è lampante, ad esempio a San Vittore, dove tre detenuti con 9 anni a testa di esperienza nel gruppo escono dal carcere di Opera ed entrano con me in quello di San Vittore per aiutare i detenuti del reparto "giovani adulti" a emanciparsi dalle maschere dei duri con cui sono finiti in carcere. Magari sbagliano qualche congiuntivo però sanno dire e sentire cose profonde, sanno riconoscere le loro fragilità e sanno che questo li rende liberi, con la mente ancor prima che con il corpo. A un certo punto uno dei valori aggiunti del Gruppo è stata la partecipazione ai nostri incontri di alcuni parenti di vittime di reato. Ci sono detenuti per i quali il gruppo è diventato famiglia. Alcuni tornano da me in studio, come pazienti, quando sono magari liberi da anni".
Il Gruppo è legato a una cooperativa, giusto?
"Giusto. Abbiamo aperto una cooperativa sociale nel 2012 che si chiama Trasgressione.net e che mi ha permesso di fare un grandissimo passo avanti sulla conoscenza del detenuto. Attraverso il lavoro della coop vedo com'è la sua interazione con gli altri, lo vedo vivere la vita vera. Perché ovviamente una cosa è parlare, un'altra è masticare le difficoltà della vita".
Di cosa si occupa questa cooperativa?
"Vende frutta e verdura. Al mercato, a ristoranti, bar, gelaterie, mense, gruppi di acquisto solidale, a chiunque ne abbia bisogno. Occasionalmente facciamo piccoli lavori di manutenzione, traslochi, tinteggiatura, lavori di pulizia. Ma in questo momento quello che la cooperativa riesce a mettere assieme non è sufficiente a dare lavoro alla "Squadra anti-degrado" che servirebbe per l'attività sociale e di prevenzione che facciamo. La cooperativa ha lo scopo di dare un lavoro e quindi uno stipendio ai detenuti che poi sono gli stessi che fanno azione sociale attraverso il Gruppo. Faccio appello alla sensibilità sociale e civile di chi pensa che un detenuto recuperato, cittadino e lavoratore è un bene per tutti".
Che cosa chiede esattamente?
"Il principale obiettivo della nostra cooperativa è fare in modo che chi si comportava da predatore sentendosi del tutto estraneo alle sue vittime, possa sentirsi, nella sua seconda vita, parte significativa della collettività. Questo diventa più facile se i detenuti in misura alternativa e gli ex detenuti hanno un lavoro e partecipano a progetti a sfondo sociale. Col Gruppo della Trasgressione i detenuti imparano a a far diventare le loro storie sbagliate e i loro percorsi evolutivi strumenti per comunicare in modo efficace e con i giovani. È quello che facciamo da oltre quindici anni nelle scuole e sul territorio per contrastare bullismo e dipendenze da droga, alcol e gioco d'azzardo; inoltre, con i nostri convegni cerchiamo tutti gli anni di documentare pubblicamente i risultati raggiunti e di condividerli con autorità istituzionali, studenti universitari e comuni cittadini.
Quindi?
"Quindi affinché la nostra cooperativa possa avere dei testimonial capaci di svolgere questo ruolo è indispensabile che i detenuti, dopo anni di training col gruppo e una volta ottenuta la misura alternativa, abbiano un lavoro e uno stipendio. Abbiamo bisogno di lavorare di più, di un maggior numero di clienti - cioè di bar, ristoranti, mense, gelaterie - ai quali portare frutta e verdura. Tra l'altro, abbiamo qualità del prodotto, velocità nelle consegne e prezzi concorrenziali. In alternativa, possiamo stipulare contratti di lavoro fra la cooperativa e aziende che abbiano bisogno di mano d'opera. Se mi permette vorrei aggiungere un'altra cosa".
Prego...
"Vorrei dire che per ogni ex delinquente che diventa cittadino, la società guadagna anche il futuro dei suoi figli. Quindi il mio appello è: scriveteci, provate a partecipare a questo progetto:
di Fabio Tonacci
La Repubblica , 28 gennaio 2020
L'autopsia esclude che la morte sia stata provocata da percosse. I pm scavano sulle ultime ore della vittima nel centro rimpatri. Il caso non può dirsi chiuso. Seppure i primi riscontri dell'autopsia sul cadavere di Vakhtang Enukidze paiono allontanare l'ipotesi che la morte sia dovuta ai postumi di un pestaggio, i buchi neri di questa storia rimangono. Tutti.
A partire da cosa abbia causato l'edema polmonare (individuato dai medici legali come la causa del decesso), da quali farmaci abbia assunto il 38 enne georgiano detenuto nel Centro di permanenza rimpatri di Gradisca d'Isonzo, da quante ore si siano perse inutilmente prima di chiamare il 118.
Ed è prematuro anche accantonare le presunte percosse da parte degli agenti di polizia intervenuti a sedare una rissa tra Enukidze e un detenuto egiziano, visto che il procuratore capo di Gorizia Massimo Lia, dopo le indiscrezioni sull'autopsia, ha dichiarato: "Non me la sento di escludere al cento per cento cause di tipo violento, occorre prudenza e bisogna attendere la relazione finale del medico legale per avere un'indicazione precisa e univoca".
Non foss'altro perché il corpo senza vita di Enukidze porta i segni di una permanenza turbolenta all'interno del Cpr, che registra un suo tentativo di evasione (il 12 gennaio), il danneggiamento di strutture interne (il 13 gennaio), il litigio con l'egiziano sfociato nell'arresto per resistenza a pubblico ufficiale (il 14 gennaio). Il georgiano non ha fratture, ma ematomi sparsi sulle braccia e sulle gambe, tagli autoinflitti, un occhio nero, escoriazioni, la pelle delle nocche di entrambe le mani annerita dai lividi.
"Lesioni molto superficiali", le descrive Luciano Cociani, il perito nominato dal Garante dei detenuti che ha affiancato nell'autopsia il professor Carlo Moreschi, scelto dalla procura. "Non si possono considerare causa o concausa della morte avvenuta il 18 gennaio". Sulla schiena di Enukidze non ci sono ematomi evidenti, nonostante alcuni testimoni oculari abbiano dichiarato al deputato di + Europa Riccardo Magi che il 38enne è stato immobilizzato dagli agenti "con una ginocchiata alla schiena e con un colpo di avambraccio alla nuca". Solo dal risultato delle analisi tossicologiche e istologiche si potrà stabilire, nelle prossime settimane, quale sia il motivo che ha provocato l'edema. Qualche ipotesi, però, si avanza già, e conduce a quella "documentazione sanitaria frammentaria e incompleta" trovata all'interno del Cpr.
La procura, che ha aperto un fascicolo contro ignoti per il reato di omicidio volontario, sta raccogliendo materiale utile a ricostruire l'ultima settimana di vita di Vakhtang Enukidze: le proteste violente cui ha partecipato, la rissa con l'altro detenuto, le 48 ore passate nel carcere di Gorizia (anche qui, in teoria, può essere stato aggredito o malcurato) e, soprattutto, la notte tra il 17 e il 18 gennaio in cui si è sentito male.
Perché un fatto è assodato: quando è stato riportato nel Centro, nel tardo pomeriggio del 16 gennaio, non si sentiva bene. Secondo i compagni di cella, a malapena si reggeva in piedi, a malapena riusciva a parlare; si è lamentato con gli operatori della coop Edeco cui è stata affidata la gestione del Cpr; al telefono con la sorella in Georgia ha raccontato di avere avuto una dose superiore al solito di psicofarmaci e antidolorifici. E un mix incontrollato di medicine, prescritte dal personale interno del Centro oppure rimediate di straforo, l'aggiunta di eventuali droghe (pare che ne avesse fatto uso in passato), lo stress di quei giorni, potrebbero aver scatenato la crisi polmonare.
Ma perché i soccorsi sono stati chiamati solo la mattina? Nella stanza dove Enukidze è stato trovato privo di conoscenza c'è un campanello di emergenza, che serve per avvertire il presidio sanitario del Cpr, attivo 24 ore su 24 ma non sempre con un medico di guardia a disposizione. Dalle prime risultanze di indagine, il campanello risulta essere stato suonato.
Alcuni migranti ospiti, che hanno visto il georgiano cadere dal letto, posizionano la sua crisi intorno alle 5 di mattina. L'ambulanza arriva qualche ora dopo, tempistica che ha spinto gli investigatori della Squadra mobile di Gorizia ad acquisire i filmati delle telecamere di sorveglianza, puntante sull'ingresso della cella del georgiano, per vedere chi è entrato e a che ora. Dunque, e ancora: il caso non è chiuso.
di Serena Guzzone
strettoweb.com , 28 gennaio 2020
L'accordo prevede una ancora più stretta collaborazione delle associazioni con l'ufficio giudiziario retto dal Presidente Roberto di Bella. La Camera Minorile di Reggio Calabria garantirà con propri avvocati volontari un servizio di sportello informativo.
Dopo l'esperienza positiva del primo anno di attività è stata rinnovata l'intesa tra Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Save The Children, Unicef, Camere Minorili e Centro Comunitario Agape. L'accordo prevede una ancora più stretta collaborazione delle associazioni con l'ufficio giudiziario retto dal Presidente Roberto Di Bella allo scopo di garantire ad ogni minore in difficoltà ed ai suoi genitori la conoscenza dei propri diritti e fornire loro gli strumenti necessari per poterli tutelare e per facilitare il rapporto con le istituzioni che si occupano di minori, e favorire la risoluzione dei problemi del minore attraverso l'intervento della rete associativa operante sul territorio della Città metropolitana.
Nello specifico la Camera Minorile di Reggio Calabria garantirà con propri avvocati volontari un servizio di sportello informativo una volta la settimana, nel giorno del mercoledì dalle ore 9,30 alle ore 12,30, presso i locali del Tribunale medesimo, inoltre, sarà attivato un servizio telefonico e di ascolto attraverso il quale potranno essere raccolte le richieste di assistenza e di aiuto a cura e presso la sede del Centro Comunitario Agape il quale s' impegna inoltre a reperire famiglie di supporto o singole persone che possano accompagnare i minori, e aiutare i rispettivi genitori, nei compiti educativi e di crescita.
Tutte le associazioni firmatarie dell'accordo collaboreranno all'esecuzione dei provvedimenti adottati dal TM a sostegno dei minori appartenenti a nuclei familiari in difficoltà, secondo le prescrizioni dell'autorità giudiziaria minorile attraverso un volontariato qualificato ed un sistema di rete di sensibilizzazione educativa sui temi dell'infanzia e l'adolescenza. Si prevedono, infine, incontri a cadenza trimestrale con un rappresentante del TM per la verifica delle attività in corso.
Al protocollo potranno aderire anche altre associazioni senza fini di lucro che svolgano la loro attività nel campo della tutela dei minori e condividano metodi ed obiettivi in esso delineati. Soddisfazione per la firma del protocollo è stata espressa da Raffaela Milano, Direttore nazionale di Save The Children che ha dichiarato "siamo particolarmente lieti di contribuire a questo impegno comune, in un territorio che da tempo ci vede concretamente impegnati, attraverso esperienze quali il Punto Luce e lo Spazio Mamme di San Luca. Siamo convinti che per combattere la povertà educativa e promuovere I diritti di tutti i bambini sia indispensabile unire gli sforzi e fare lavoro di squadra; questo protocollo ne è una testimonianza".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera , 28 gennaio 2020
Alla rotonda Fashelom, a Tripoli, il "discount del soldato": qui le milizie reclutano tra i giovani che attendono di partire. "Vuoi un lavoro da muratore? Vai in prima in linea". I ghanesi, no. "Non sanno neanche come si tiene in mano un mitra". I ciadiani, sì. "Quelli si sentono libici e hanno voglia di combattere". Anche gli eritrei vanno bene. "Sono soldati nati". Il meglio però restano i sudanesi: "Molti sono arrivati qui come mercenari e per loro è facile prendere un compaesano e reclutarlo nelle milizie...".
La rotonda Fashelom, alla periferia di Tripoli, è il discount del soldato. L'outlet del mercenario low cost. Il self service del migrante da arruolare. Alle sei del mattino la scena è identica a questa rotonda e in tutte le città della Libia, in Tripolitania e in Cirenaica, al mercato dell'ovest di Sarraj e alla fiera dell'est di Haftar. Si cerca carne da cannone. E l'ufficio di collocamento per la guerra è ovunque, fra i palazzi in costruzione o nel retro dei bar. In Libia, al contrario di quel che si crede, non è più d'un migrante su dieci a stare nei centri di detenzione: gli altri sono per le strade, liberi di sognare l'Italia e poco altro, spesso in condizioni non meno terribili.
La merce umana così s'espone di buon'ora sui marciapiedi sbrecciati - decine d'africani ad aspettare in ciabatte, i piedi impolverati come le vite, neri di pelle e di futuro - e chi passa col pick-up si ferma qualche minuto, scruta i lavoranti in offerta speciale, ordina ciò che serve: uno che oggi gli porti la carriola per cinque euro a giornata, uno che sappia dare la biacca a un palazzo, uno che scarichi i camion. O uno che se ne vada in guerra: a sparare nelle milizie, se è buono; a spalare nelle retrovie, se non sa far altro. C'è chi dice sì perché in fondo pagano, 300 euro al mese più vitto e alloggio. C'è chi dice no, perché non vuol pagare con la vita. C'è chi non dice niente perché il dio dei libici non paga il sabato e nemmeno gli altri giorni, e quindi si va e basta: "Fino a due giorni fa c'era qui un ragazzo ciadiano che si chiama Abu Bakar - raccontano - un tebu delle tribù del sud. Fa il muratore. Se però vuoi il lavoro, gli hanno ordinato, prima devi andare nella zona di Salah-al-Din". Ma là non ci sono cantieri, c'è il fronte... "Lui sa cavarsela".
È il caporalato dei soldati. Le compravendite sono un segreto ben protetto: dopo lo scandalo del mercato degli schiavi, filmato due anni fa dalla Cnn, guai a chi ne fa parola. E appena chiediamo al comandante Nasser Aamar, 50 anni, a capo di una qatiba di 300 uomini che difende Tripoli, la risposta è un'altra domanda: "Perché usiamo i migranti? E allora perché non chiedete a Haftar come mai usa i mercenari del Niger, i ribelli del Mali, gli ufficiali egiziani, giordani, emiratini?...".
L'arruolamento funziona così: "Loro non ti dicono d'entrare nelle milizie - racconta M. A. O., 44 anni, un nigeriano che in patria faceva il calciatore -. Si presentano nel cantiere dal padrone libico e comunicano di volere quindici persone da mandare al fronte per un mese. Il libico si fa dare i soldi: se i migranti vogliono tenersi il lavoro, devono obbedire e andare con le milizie. Chi non ci sta, è sostituito da qualcun altro preso alla rotonda di Fashelom". Tre anni fa, M. A. O. è stato rapito e in fondo gli è andata bene: l'hanno picchiato, gli hanno chiesto i soldi per il rilascio, ma almeno ha evitato la guerra. "La maggior parte - spiega - finisce alla logistica delle truppe, a lavare gavette. I ciadiani o gli eritrei, più pratici di armi, vanno in prima linea".
Non tutti sono sicuri che si tratti d'un vero arruolamento forzato: "I tebu e i mahamid, è noto che si sentano tribù libiche e quindi combattano volentieri - dice Donatella Rovera, di Amnesty International -. Gli altri, è possibile che le milizie li sfruttino per lavorare. Ma questo non può essere tecnicamente definito un arruolamento. Nessuno ha mai trovato la prova che i migranti siano mandati a sparare". Diverso il parere dell'Unhcr, l'agenzia Onu per i rifugiati, che per bocca di Vincent Cochetel ha denunciato tempo fa come nel centro di detenzione di Qaser Ben Gashir siano date agli immigrati le divise e un'alternativa: la libertà in cambio del reclutamento. Anche alla Caritas, se cerchiamo conferme, la risposta è tortuosa: "Non sappiamo di migranti assoldati dalle milizie", (prima versione, ufficiale); "in effetti sappiamo qualcosa, ma non possiamo parlarne perché poi ci fanno grane" (seconda versione, ufficiosa).
Il venerdì sulla tangenziale, in mezzo al traffico, la carne da betoniera e da cannone si raduna intorno al campo 11 Giugno, uno sterrato che chiamano pomposamente stadio di calcio. Si gioca a pallone, per 50 centesimi si trova un pezzo di carne alla brace, per un euro la foto tessera da tenere in tasca. Ogni tanto passa un pick-up: "Nessuno m'ha mai chiesto d'arruolarmi - dice Ashraf Oukadou, 22 anni, sudanese - ma perché no? Quelli sono soldi sicuri". L'ultima volta, Ashraf ha fatto il meccanico per tre giorni e per dodici ore al giorno: "Alla fine, il padrone libico mi ha riempito di botte. E non mi ha dato un dinaro. Meglio le milizie".
Corriere della Sera , 28 gennaio 2020
Era la stanza dove Candido Cannavò scrisse "Libertà dietro le sbarre". Poi, con la scomparsa dello storico direttore della Gazzetta dello Sport il 22 febbraio 2009, fu chiusa. Il 31 gennaio questo particolare "ufficio" sarà riaperto. L'evento non ha solo un significato simbolico e affettivo, ma anche un'utilità pratica di solidarietà.
Qui, grazie a Fondazione Cannavò per lo Sport. opereranno due avvocati, Emanuela Romano e Ilaria Commis, per offrire una consulenza pro bono a detenuti e polizia penitenziaria per questioni riguardanti la giustizia civile. "È un nuovo tassello dell'impegno di Fondazione Cannavò all'interno di San Vittore", spiega Sabrina Commis, responsabile del progetto carceri della Fondazione, che poi prosegue: "La riapertura della stanza in cui il direttore Cannavò aveva stabilito il suo "angolo d'ascolto, rimasta com'era e mai dismessa, è un atto dovuto: si è pensato fosse giusto aprirla di nuovo per continuare in minima parte l'opera di Cannavò.
La benevolenza di due professionisti, che a titolo gratuito mettono a disposizione le loro competenze legali, ha permesso di realizzare il progetto". Stanza Cannavò è una delle dieci iniziative portate avanti nel 2019 dalla Fondazione. "Più che di un'intitolazione alla memoria si tratta di un presidio", osserva Franco Aituri, direttore generale della Fondazione Cannavò: "È come se Candido - prosegue - fosse sempre h nella "sua" stanza a testimoniare, raccontare, soccorrere. Nel suo nome le notizie molto spesso diventano buone".
L'inizio dell'attività è imminente: la stanza che verrà riaperta fra tre giorni con una cerimonia ufficiale e sarà subito operativa. L'avvocato Romano sarà presente tutti i venerdì, mentre l'avvocato Commis una volta al mese. "L'iniziativa - commenta il direttore di San Vittore Giacinto Siciliano - è in linea con Io spirito di Cannavò, che intuì il bisogno di attenzione alla persona all'interno delle carceri e l'importanza di azioni che possano aiutare durante il periodo di detenzione".
di Andrea Pugno
vigevano24.it , 28 gennaio 2020
Dolce Positivo e Casa di Reclusione di Vigevano insieme al Rotary Club 2050 partono con un doppio progetto sociale. Presentato quest'oggi il progetto che unisce la pasticceria sociale Dolce Positivo di via Vittorio Emanuele e la Casa di Reclusione di Vigevano. L'iniziativa promossa dal Rotary Club 2050 del governatore Maurizio Mantovani racchiude due significati e obbiettivi in un unico prestigioso programma. È infatti prevista l'inclusione lavorativa di 6 ragazzi con disabilità all'interno della Casa di Reclusione. Saranno proprio i giovani pasticceri ad insegnare i primi rudimenti e le basi di pasticceria a detenuti normodotati.
I corsi tenuti all'interno del carcere con il supporto di un pasticcere professionista hanno il duplice lodevole intento di offrire ai ragazzi con disabilità un'opportunità lavorativa diversa e speciale, arricchendone esperienza e interazione, e dall'altro di aiutare i detenuti ad acquisire una competenza professionale che possa aprire in futuro opportunità lavorative scoprendo potenzialità e possibilità per un reinserimento sociale e lavorativo.
Da qualche mese poi una detenuta è stata inserita nell'organico della gelateria sociale vigevanese come tirocinante, dando fin qui un importante contributo e ottenendo ottimi risultati. I programmi patrocinati dal Comune di Vigevano e sostenuti dal Rotary Club 2050 hanno ricevuto il supporto anche della cooperativa sociale Geletica onlus, di Banca Intesa e della Fondazione Caritas di Vigevano.
castedduonline.it , 28 gennaio 2020
Imparare a gestire il proprio disagio, avere riguardo delle esigenze personali e di ciascuna, saper rappresentare i bisogni controllando le emozioni, promuovere una conoscenza di sé che favorisca la comprensione empatica e contenga l'aggressività.
Sono alcune delle finalità di "Laboratori di Rinascita", il nuovo progetto destinato alle detenute, promosso dall'associazione "Socialismo Diritti Riforme" in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale di Cagliari-Uta e dell'Area Educativa. Ideata e strutturata in 6 appuntamenti a cadenza mensile da Maria Cristina Deidda, oncologa palliativista e Cristina Muntoni, docente di Storia della sacralità femminile alla Scuola di Arteterapia assieme a 5 donne tra mediche, operatrici olistiche e infermiere, l'iniziativa, che sarà inaugurata (dopo domani) mercoledì 29 gennaio, intende coinvolgere nelle attività le funzionarie giuridico-pedagogiche e le Agenti della Polizia Penitenziaria. Il programma si avvarrà di tecniche di arteterapia, musicoterappia, passi di afrodanza, meditazione con tecnica Osho, tecniche di scrittura rituale e percorsi di rilassamento anche con l'ausilio di cimbali e oli essenziali.
"Si tratta di un programma - ha spiegato Maria Cristina Deidda - teso a costruire la capacità di vivere il disagio evitando di trasferirlo sulle altre persone. L'esperienza del dolore e della frustrazione ha dei risvolti spesso autolesionistici ma non è raro che la persona si trasformi da vittima in carnefice trasformando l'ansia in rabbia e aggressione verbale e/o fisica. Esistono tecniche che aiutano a esercitare un controllo sulle emozioni e a realizzare una condizione di serenità che favorisce rapporti meno conflittuali e rivendicativi. L'esperienza della nostra équipe, che lavora nel Day Service di Cure palliative e terapia del dolore nell'Ospedale San Giovanni di Dio, può essere utile in un contesto così difficile come quello del carcere".
"Abbiamo accolto con entusiasmo la proposta - ha sottolineato Marco Porcu, direttore della Casa Circondariale di Cagliari-Uta - consapevoli delle problematiche che le donne detenute vivono. Si tratta di un progetto innovativo e ambizioso che inciderà sicuramente in modo positivo in un ambiente dove i conflitti e il disagio psicologico e sociale sono molto marcati".
"La realtà femminile nelle carceri - osserva Maria Grazia Caligaris, presidente di Sdr - è particolarmente problematica per diversi fattori. Nelle donne private della libertà è molto presente il senso di colpa e la preoccupazione per i figli e/o il marito. Anche la scarsa possibilità di avvalersi di corsi di formazione professionale e/o del lavoro esterno aggrava il senso di frustrazione e la tendenza a non accettare lo stato detentivo con atteggiamenti antisociali. Imparare a gestire il disagio è sicuramente uno strumento utile per le detenute, ma anche per chi come le funzionarie giuridico-pedagogiche e le Agenti condividono con loro spazi e tempi".
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