di Giansandro Merli
Il Manifesto, 30 gennaio 2020
7Il medico di Lampedusa eletto all'europarlamento nelle liste del Partito democratico contro l'accordo con Tripoli. "Sui corpi delle persone fuggite da quel paese ho visto i segni di sofferenze immani". Tra 72 ore il memorandum tra Roma e Tripoli sul contenimento dei flussi migratori sarà prorogato per altri tre anni. Finora senza alcuna modifica, nonostante le promesse dei mesi precedenti.
"Tutto questo è inaccettabile e disumano", dice Pietro Bartolo, medico di Lampedusa dal 1992 al 2019, eletto all'europarlamento nelle liste del Pd come candidato più votato nella circoscrizione insulare. Il memorandum d'intesa fu siglato a febbraio 2017 dall'allora premier Paolo Gentiloni e dal primo ministro del governo di riconciliazione nazionale libico al-Serraj. Ministro dell'Interno era Marco Minniti. Gli accordi garantiscono sostegno economico, tecnologico, formativo e di mezzi alla cosiddetta Guardia costiera libica, al centro di inchieste giornalistiche e segnalazioni da parte di istituzioni internazionali per le collusioni con i trafficanti. Per chiederne la sospensione, i Radicali Italiani saranno in piazza Montecitorio domenica.
La ministra Lamorgese e il Pd avevano assicurato modifiche per tutelare i diritti umani. Ora si parla di difficoltà a interloquire con Tripoli. L'accordo comunque andrà avanti. Che ne pensa?
A maggior ragione perché non si può interloquire con un paese in guerra questo memorandum non si deve rinnovare. È sbagliato fin dall'inizio e lo è ancora di più oggi, con la situazione di conflitto militare e l'accertamento da parte dell'Onu che anche nei centri governativi ci sono violenze e torture. Qualcuno sostiene che grazie a esso i flussi migratori siano diminuiti, ma non è così. A causa di questo accordo ci sono stati più morti nel Mediterraneo. Per non parlare di tutti quelli che vengono fermati e riportati nei lager. Tutto questo è inaccettabile e disumano. Bisogna strappare i decreti sicurezza e fare un passo indietro rispetto ad accordi che servono solo a finanziare la guardia costiera libica e i campi di concentramento.
Secondo lei è migliorabile un accordo con le attuali autorità libiche?
Non credo ci siano le condizioni. In Libia non c'è un governo con cui fare accordi accettabili, che rispettino i diritti umani. Né da una parte, né dall'altra. L'Italia e l'Europa devono fare in modo che le persone prigioniere nei campi arrivino attraverso i canali legali dei corridoi umanitari, evitando il mare. Possiamo mettere tutte le navi di questo mondo, ma il mare appena sbagli ti punisce. In questi anni il mare nostrum è diventato una fossa comune. Non è accettabile. Oggi al parlamento europeo si è parlato di Shoah, Liliana Segre ha fatto commuovere i deputati dicendo cose straordinarie. E poi noi ci comportiamo in questo modo, ci giriamo dall'altra parte e non riusciamo a trovare una soluzione affinché queste persone non perdano la vita, non vengano sfruttate o stuprate. Affinché siano considerate esseri umani.
Il Pd accusa le destre di razzismo, violazione dei diritti dei migranti, mancanza di rispetto del Giorno della memoria, ma poi continua a finanziare i centri libici. È un atteggiamento credibile questo?
Io non sono d'accordo né con i finanziamenti ai libici, né con il memorandum. Bisogna che partito e governo prendano la posizione giusta, anche se questi accordi sono stati fatti precedentemente e ora è più difficoltoso cancellarli. La posizione giusta è non fare accordi con la Libia. Anche perché al momento la Libia non esiste. Ma con chi parliamo? Con chi tortura e rinchiude le persone? Non possiamo fare lo stesso lavoro di chi ci ha preceduto. Dobbiamo dare un senso di discontinuità ma soprattutto di umanità, che appartiene al mondo della sinistra. Non è quello che stiamo facendo.
In questi anni lei ha curato migliaia di persone che arrivavano dal paese nordafricano. Quali segni dei centri di detenzione portavano addosso?
Ho visitato circa 350mila persone. Dai centri di detenzione ho visto arrivare sofferenze immani. Persone denutrite. Adulti di 30 kg. Bambini violentati. Donne stuprate. Ragazzi scuoiati vivi. Ferite inferte da torture inenarrabili. Non parlo per sentito dire, ma perché ho visto queste persone, le ho curate, le ho ascoltate. E ovviamente queste cose non le dico solo io, ma anche chi ha visitato i campi. In alcuni non può entrare nessuno, ma anche in quelli governativi, che dovrebbero essere i migliori, ci sono violenze e torture. Chi ha fatto gli accordi sa bene quali sono le condizioni là dentro.
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 30 gennaio 2020
Bisogna ribaltare la logica dei Decreti Sicurezza e cancellare subito il Memorandum con la Libia, che altrimenti il prossimo 2 febbraio verrà automaticamente rinnovato senza modifiche. In Libia la guerra continua e tutti abbiamo potuto vedere in questi anni gli orrori che lì vengono perpetrati contro i migranti, con il vergognoso sostegno, i mezzi e le risorse dell'Italia e dell'Ue. Se Salvini avesse vinto anche in Emilia Romagna la cultura xenofoba e razzista ne sarebbe uscita indubbiamente rafforzata.
Lo scampato pericolo può rappresentare un'opportunità reale di cambiamento, per rilanciare le ragioni della sinistra e della democrazia.
La forte partecipazione al voto, il movimento delle sardine, la mobilitazione straordinaria delle piazze, la reazione delle grandi città (Bologna in testa) hanno giocato un ruolo determinante, motivando decine di migliaia di persone ad andare a votare per contrastare il rancore, la paura e l'odio. Inseguire la destra sul suo terreno, con ricette simili, senza proposte alternative, la rafforza, allontanando tante donne e uomini di sinistra dalla politica, perché le differenze non si percepiscono più.
È il momento di cambiare decisamente passo, sfruttando questa indubbia battuta d'arresto sia nei consensi che sul piano simbolico. E quale terreno migliore della questione immigrazione su cui l'ex ministro della propaganda ha costruito le sue fortune? Bisogna ribaltare la logica dei Decreti Sicurezza, passando dalla sottrazione dei diritti all'allargamento degli spazi di cittadinanza. Va reintrodotta una forma di protezione umanitaria che consenta di tenere conto della condizione personale di ciascun richiedente, come previsto dalla nostra Costituzione e come lo stesso Presidente Mattarella aveva raccomandato.
Va ripristinato il sistema pubblico e unitario d'accoglienza in capo ai comuni, lo Sprar, chiudendo definitivamente la stagione dell'emergenza e dei grandi centri, che rischiano di finire in mano a multinazionali e privati che li gestiscono senza alcuna competenza e senza scrupoli, come campi di contenimento. Va approvata la legge d'iniziativa popolare della campagna Ero Straniero, consentendo finalmente alle persone di rivolgersi allo Stato per attraversare le frontiere e di poter accedere a un titolo di soggiorno in qualsiasi momento, se le condizioni sul territorio italiano lo consentono.
Bisogna modificare finalmente la legge sulla cittadinanza, consentendo a chi nasce o cresce in Italia di diventare italiano prima della maggiore età, per poter vivere la propria infanzia e adolescenza con serenità, senza la spada di Damocle dell'irregolarità. Una riforma che deve sottrarre all'arbitrio della pubblica amministrazione l'accesso alla cittadinanza: la precarietà, nella quale crescono centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze di origine straniera, scava un fossato, che va al più presto colmato, tra un pezzo importante di questo Paese e lo Stato.
Sul piano internazionale, poi, l'Italia svolga un ruolo positivo all'interno dell'Ue per cambiare rotta e imboccare una strada diversa: chiudere la stagione dell'esternalizzazione delle frontiere, slegare i fondi per la cooperazione dal ricatto dei rimpatri e dalla militarizzazione delle frontiere, riformare il regolamento Dublino, introdurre vie d'accesso sicure e legali sia per ricerca di lavoro che per richiesta di protezione, cancellare subito il Memorandum con la Libia, che altrimenti il prossimo 2 febbraio verrà automaticamente rinnovato senza modifiche. In Libia la guerra continua e tutti abbiamo potuto vedere in questi anni gli orrori che lì vengono perpetrati contro i migranti, con il vergognoso sostegno, i mezzi e le risorse dell'Italia e dell'Ue.
Infine una nota di metodo: se si vuole valorizzare davvero la società civile che si mobilita, i partiti, le istituzioni comincino ad ascoltare davvero le organizzazioni sociali, il terzo settore, i movimenti. Si promuova subito un tavolo di confronto che tenga conto delle proposte concrete e praticabili avanzate in questi mesi, tra cui ad esempio quelle della campagna Io Accolgo che riunisce oltre 50 sigle nazionali. Il tempo è una variabile decisiva: il momento per riconquistare uno spazio è adesso. Tra poche settimane ripartirà il dibattito sulle regionali, sui candidati, sulle liste e ci si troverà di nuovo di fronte al muro di chi non vuol capire che quello dei diritti è un tema sul quale andare all'attacco e non restare fermi a subire l'iniziativa della destra. Noi ci siamo.
agi.it, 29 gennaio 2020
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5S) ha sostenuto (min. 25.00) il 23 gennaio, intervistato su La7 a Otto e mezzo, che "gli innocenti non finiscono in carcere". Questo però, come vedremo, non è vero e, dopo la polemica che è nata dalle sue parole, lo stesso Bonafede è tornato sulla questione il 24 gennaio per specificare che lui si riferiva solo a "coloro che vengono assolti (la cui innocenza è, per l'appunto, "confermata" dallo Stato)". Vediamo allora in primo luogo perché non è vero che gli innocenti non vanno in carcere e quali sono i numeri del fenomeno negli ultimi due decenni.
Il Riformista, 29 gennaio 2020
"Diminuiscono i reati, ma le galere scoppiano. In un Paese normale in carcere non marcisce
nessuno". L'intervento della senatrice di +Europa dopo la relazione del Guardasigilli sullo stato della giustizia in Italia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 gennaio 2020
Bonafede nella relazione al Parlamento ha ricordato che, al 30 giugno 2019, sono 16.850. Ma l'esponente Radicale Rita Bernardini ha verificato sul sito del ministero della giustizia che dal 2017 sono diminuiti di 1.554 posti. "Il ministero della Giustizia ha investito la maggior parte delle proprie energie puntando sul lavoro dei detenuti, come forma privilegiata di rieducazione". Lo ha ricordato il Guardasigilli Alfonso Bonafede nella sua relazione al Parlamento ricordando che, alla data del 30 giugno scorso risultano 16.850 detenuti lavoranti, "frutto anche dei circa 70 protocolli con Enti per lavori di pubblica utilità".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 29 gennaio 2020
Nuovo rinvio sulla giustizia. Anche Italia viva vota lo stop alla proposta di legge che avrebbe fermato la contestata riforma del ministro Bonafede. Ma dà dieci giorni al governo: "Poi voteremo il nostro emendamento al decreto milleproroghe". Il guardasigilli costretto a sorvolare sull'argomento nella sua relazione sull'anno giudiziario.
di Michele Passione*
Il Manifesto, 29 gennaio 2020
Alla fine dell'anno appena trascorso è stato presentato un prezioso volume, Il muro dell'imputabilità. Dopo la chiusura dell'Opg, una scelta radicale, curato da Franco Corleone con il fondamentale contributo di Giulia Melani. Il volume è stato preceduto da una importante ricerca condotta nella Casa lavoro di Vasto e nella Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems) di Volterra, pubblicata nel volume Archeologia criminale. Le misure di scurezza psichiatriche e non psichiatriche (scritto da Evelin Tavormina e Katia Poneti, oltre alla stessa Giulia Melani). Entrambe le opere rappresentano un contributo alla discussione offerto dal Gruppo di lavoro costruito dall'Ufficio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Regione Toscana. Nei due volumi si afferma un principio, elementare ma rivoluzionario: "La responsabilità è terapeutica".
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 gennaio 2020
La maggioranza vota il ritorno in Commissione della riforma. I renziani escono dall'Aula e lanciano un ultimatum al governo. L'aula della Camera ha votato a favore del rinvio in commissione del pdl Costa sulla prescrizione. La Camera ha approvato con 72 voti di differenza. La novità è il lasciapassare dei renziani che hanno lasciato l'Aula dando otto giorni di tempo al governo per presentare una nuova ruforma. Lucia Annibali ha spiegato che la scelta è derivata dalla "nostra disponibilità al confronto" e "all'apertura mostrata dal ministro della Giustizia Bonafede".
Sembra un indizio marginale. E invece Matteo Renzi spiega tutto molte ore prima che la maggioranza decida di rinviare la legge Costa in commissione, con l'apparente "connivenza" di Italia viva che non partecipa al voto. "C'è il lodo Annibali", spiega un po' sibillino l'ex premier in un'intervista a Radio Capital, "che rinvia di un anno la norma Bonafede: evita che possa dispiegare ora i suoi effetti. È un'altra possibilità che offriamo alla maggioranza...".
Pare una variabile confusionaria. E invece no. È il dettaglio che spiega tutto. A giocare a carte scoperte è proprio la "titolare" del lodo, Lucia Annibali, che guida la delegazione di Italia viva in commissione Giustizia. È stata appena annunciata l'intenzione della maggioranza di rispedire il testo dell'azzurro Enrico Costa nell'organismo presieduto da Francesca Businarolo, e lei, Annibali, chiarisce: "Noi abbiamo presentato due emendamenti al milleproroghe che chiedono il rinvio della riforma Bonafede e che saranno votati da qui ai prossimi 10 giorni: è questo il tempo che vogliamo offrire alla maggioranza per vedere se è possibile arrivare a modifiche condivise". Poi ognuna per la sua strada. E quella di M5S e dello stesso Pd non sarebbe in discesa.
Le opposizioni provano a resistere, a contestare una violazione del regolamento perché, secondo Forza Italia e Fratelli d'Italia, "siamo di fronte al caso inedito di un provvedimento pervenuto all'Aula come proposta di minoranza che viene rimandato in commissione dalla maggioranza". E invece per la vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni non c'è alcuna violazione. Così i deputati di Italia viva al momento del voto escono addirittura dall'emiciclo e la partita si chiude con 72 voti di vantaggio per Pd e Movimento 5 Stelle. Partita che sembrerebbe chiusa. Ma non è affatto così, perché dietro quel "vi diamo altri dieci giorni" dei renziani c'è un calcolo molto preciso.
È vero che non sarà facile disincagliare di nuovo la legge Costa (che sopprime la norma Bonafede) dal fondo della liturgia parlamentare, ma è anche vero che quell'emendamento al milleproroghe sarà esaminato anche prima dei dieci giorni dati dai renziani.
La discussione sulle modifiche al decretone di fine anno parte lunedì a Montecitorio, in commissione Affari costituzionali. Lì Italia viva non riuscirebbe a ribaltare gli equilibri, e a far passare la propria richiesta di congelare per un anno la prescrizione targata Bonafede. Ma un emendamento identico sarebbe ripresentato a Palazzo Madama subito dopo, con l'ulteriore complicazione che vede la maggioranza costretta a convertire il prezioso milleproroghe entro il 28 febbraio. Al Senato i renziani hanno eccome i numeri per rovesciare gli equilibri. Ed ecco perché il guardasigilli Bonafede, il suo Movimento e lo stesso Pd sono costretti, a questo punto, a trovare in fretta una vera exit strategy.
Allo stato la soluzione non c'è. Non a caso Andrea Orlando, numero due del Nazareno, nella notte della vittoria in Emilia ha chiesto senza mezzi termini ai pentastellati "una norma sulla prescrizione diversa da quella di Bonafede". Difficile che il guardasigilli accetti di cambiare radicalmente il quadro in vigore dal primo gennaio: termini di estinzione del reato aboliti dopo la sentenza di primo grado. L'unico accordo è al momento nell'altro "lodo", quello proposto da Giuseppe Conte, che limita l'efficacia della norma Bonafede alle sole sentenze di condanna.
Ma sia Renzi che Maria Elena Boschi hanno ripetuto più volte che non si accontenteranno del compromesso, a prescindere dall'opinione del Pd. Ieri un esponente di primo piano di Italia viva, il deputato ed ex sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore, ha "rivendicato" via twitter: "Come Italia viva siamo scesi in piazza al fianco delle Camere Penali per dire no alla riforma della prescrizione targata Bonafede-Salvini.
No al processo infinito, sì al rispetto della Costituzione". Difficile essere più chiari. Il deputato di Leu che ha proposto per primo il lodo, l'omonimo del premier Federico Conte, ammette che "la maggioranza sul tema non ha raggiunto una posizione unanime: il ritorno in commissione potrebbe darci l'occasione di raggiungere una posizione condivisa e se possibile omogenea" Se possibile. Ma se non sarà possibile, la cosa non si risolverà con una semplice alzata di spalle.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 29 gennaio 2020
La manifestazione davanti a Montecitorio. Partecipano anche Italia Viva, Forza Italia e Lega. Dentro l'aula di Montecitorio il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede parlava delle riforme in materia di giustizia, nella piazza antistante i penalisti hanno manifestato tutto il loro dissenso contro il "blocca prescrizione".
"Siamo qui per dare sostegno e supporto alla battaglia parlamentare per abrogare la legge che ha eliminato la prescrizione, una delle più sciagurate della storia della Repubblica", sono state le parole con cui il presidente dell'Unione camere penali italiane ha aperto la giornata. Nella piazza di Montecitorio, centinaia di avvocati, tutti con l'adesivo giallo con scritto "Imputato per sempre? No grazie" appuntato sui cappotti, hanno applaudito e ascoltato gli interventi delle tante delegazioni politiche intervenute a sostegno dell'iniziativa.
Contemporaneamente, in una sala del Capranichetta (lo storico centro congressi adiacente la piazza), professori di diritto penale e membri dell'accademia si sono alternati al microfono per spiegare le ragioni giuridiche del dissenso alla norma.
Al microfono, il presidente Giandomenico Caiazza ha spiegato come "è importante dare questo segno tangibile della presenza dell'avvocatura e il sostegno ad una battaglia parlamentare per l'abrogazione di una legge adottata in nome di un'idea simbolica del diritto penale. Le ragioni della riforma sbandierate non hanno nulla a che fare con la realtà dell'istituto: il diritto penale non è terra di conquista per i demagoghi e i populisti, il diritto penale è una complessa serie di regole delicatissime che governano la libertà".
In rappresentanza dell'avvocatura istituzionale è intervenuto il presidente del Cnf, Andrea Mascherin: "Noi siamo per l'abrogazione della riforma, ma mi accontenterei anche di un rinvio, di una sospensione della riforma della prescrizione, fino a quando non ci sarà la riforma del processo penale".
La piazza dei penalisti è diventata per un giorno il fulcro dell'opposizione al Guardasigilli: a sfilare è stata per prima la delegazione di Forza Italia, composta dalla capogruppo alla Camera, Maria Stella Gelmini e da Enrico Costa, autore della proposta di legge per abrogare il testo Bonafede. "Se sulla prescrizione un governo deve cadere, vuol dire che devono andare così le cose. Ma non si può bloccare l'Italia, bloccare la giustizia e provare a resistere senza che ci sia la difesa dello stato di diritto", ha detto Gelmini, parlando anche dell'iter parlamentare della legge Costa: "Non abbiamo mai fatto così fatica a vedere calendarizzata una nostra proposta. Fico ce l'ha messa tutta per evitare di portarla in aula. Vedremo quali escamotage si inventeranno".
Anche la vicepresidente della Camera, la deputata forzista Mara Carfagna ha preso la parola, rivolgendosi alla maggioranza: "Lancio un appello al pd: lasci ai colleghi libertà di coscienza nel voto sulla legge Costa, è ridicolo che il Parlamento sia schiavo dei diktat di un partito in via di estinzione come sono i 5 Stelle" eha parlato di "riforma pericolosa che demolisce lo stato di diritto e trasforma i cittadini in ostaggi a vita dei pm".
A fare da contraltare di maggioranza erano presenti anche Roberto Giachetti, Gennaro Migliore, Ettore Rosato, Lucia Annibali e Maria Elena Boschi di Italia Viva, che sostengono la legge Costa. "Sulla riforma Bonafede non facciamo passi indietro: la consideravamo sbagliata ed è ancora così, per questo stiamo portando avanti la battaglia dentro la maggioranza", ha detto Boschi, "Per noi il problema non è dire votiamo con la maggioranza o votiamo con i colleghi di Fi. Noi votiamo per le nostre idee e ci sono temi su cui non si può scendere a compromessi", poi ha annunciato la presentazione nel Milleproroghe di "emendamenti che chiedono di sospendere la riforma Bonafede e di prendersi almeno un anno di tempo perché nel frattempo si possa affrontare la riforma del processo penale".
Dal fronte della maggioranza, in piazza sono arrivate anche la parlamentare dem Enza Bruno Bossio, che ha annunciato che voterà a favore del pdl Costa: "Sono una per adesso dentro il Pd, ma in aula ce ne sono tanti altri". Lo stesso ha fatto anche la senatrice di Più Europa Emma Bonino "Siamo qui per fermare questo scempio e per ribadire che ognuno è innocente fino a sentenza definitiva".
La piazza, dove nel frattempo ha iniziato a cadere una pioggia battente, ha accolto anche i parlamentari della Lega che siedono in commissione Giustizia alla Camera. Jacopo Morrone si è espresso contro la riforma "manettara e giustizialista" di Bonafede, che "fu uno dei motivi che misero in crisi l'alleanza di governo tra Lega e M5s. Il punto fermo della Lega era che la riforma diventasse operativa solo contestualmente a una riforma strutturale della giustizia, ma così non è stato".
La manifestazione si è chiusa con la richiesta di Caizza al Partito Democratico: "Attendiamo una loro presa di posizione definitiva: il Pd ha presentato un disegno di legge che è sostanzialmente abrogativo della Bonafede. Ci dica con che tempistica e con quali modalità si vorrebbe ottenere una mediazione", "noi siamo arrivati a dire di essere pronti a sostenere la proposta, ma a condizione che entri in vigore subito". Le Camere Penali chiedono tempi certi, dunque, "perché il disegno di legge del Pd non sia un modo per camuffare la resa".
di Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini
Il Riformista, 29 gennaio 2020
Il segretario Iervolino e la tesoriera Crivellini chiedono i dati sulle persone condannate in primo grado, ma innocenti, potenzialmente esposte al rischio del processo infinito.
Signor Ministro, nell'osservare l'avanzamento della riforma della giustizia che vede al centro il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio e le attuali ipotesi di modifica che porterebbero il blocco solo in caso di condanna, condividiamo le preoccupazioni espresse da molti giuristi. Sappiamo che in ambito penale quasi una sentenza su due viene riformata in Corte d'appello. In pratica circa il 45% delle pronunce di primo grado è modificato in secondo, in modo parziale o con un ribaltamento dell'esito iniziale.
Un dato che già di per sé può essere significativo, poiché ci lascia supporre che una parte delle riforme faccia riferimento a giudizi di condanna per i quali non può essere applicata una reformatio in peius, ossia l'aggravio della pena. Una materia così delicata, tuttavia, non lascia spazio alle supposizioni e riteniamo, dunque, essenziale che questo dato aggregato venga sviscerato e reso fruibile, affinché a parlamentari, studiosi e ai cittadini tutti sia fornito uno strumento utile alla valutazione di un provvedimento che ha polarizzatole opinioni.
Tale dato potrebbe raccontarci, per esempio, quante sono le sentenze di condanna che in appello divengono assoluzioni. Quanti, in numeri assoluti, i condannati che in secondo grado sono riconosciuti come innocenti? Cifre che potrebbero indicare quante persone giudicate innocenti, ma che hanno subito in primo grado una condanna, sarebbero potenzialmente esposte al "fine processo mai", se private di uno strumento di garanzia come la prescrizione.
Non siamo i primi a chiederLe di rendere pubblici i dati necessari a una più approfondita analisi degli effetti della riforma. Risale a circa un mese fa la richiesta, rimasta inevasa, dell'Unione delle Camere penali italiane che sollecita la diffusione di percentuali relative alla tipologia dei reati prescritti. Chi meglio del ministero della Giustizia può reperire e diffondere questi dati?
I numeri potrebbero riuscire laddove le parole falliscono: nel dimostrare se si tratti o meno di una legge inutile, dannosa e frutto di demagogia. La pubblicità dei dati in un settore cruciale come quello della giustizia consentirebbe di valutare e bilanciare in modo oggettivo le conseguenze positive e negative di una riforma che ha un impatto rilevante su ogni cittadino e sul diritto ad una giustizia giusta che compia il suo corso in tempi ragionevoli.
Ancor più se le ripercussioni potranno andare a toccare, negativamente, anche il piano economico, a causa dell'enorme carico giudiziario delle Corti d'appello e del boom di risarcimenti per irragionevole durata dei processi che potrebbero verificarsi con il blocco della prescrizione. Il passo successivo alla pubblicazione è quello della loro diffusione.
Già oggi le statistiche sull'amministrazione della giustizia ci dicono molto, ma restano sconosciute ai più. Sulla durata del giudizio di appello, per esempio, buona parte dei quasi due anni e mezzo che esso in media richiede sono imputabili ai cosiddetti "tempi di attraversamento", che nulla hanno a che vedere con la celebrazione del giudizio: attesa degli atti di impugnazione, avvisi alle parti, trasmissione dei fascicoli alle Corti d'appello.
Lo snellimento delle procedure, l'attribuzione di maggiori risorse umane e tecnologiche, unitamente a un migliore utilizzo di esse, potrebbe ridurne drasticamente la durata media. Ciò che domandiamo è la piena trasparenza, una trasparenza dovuta ai cittadini.
Questo consentirebbe di creare le condizioni generali per cui le decisioni vengano prese in un confronto pubblico che mutui dal metodo scientifico la condivisione dei risultati e la loro analisi, con l'obiettivo di arricchire conoscenza e consapevolezza pubblica, ingredienti necessari in una democrazia.
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