di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2020
Una strategia a due fasi, la prima con un rinvio delle udienze in tutta Italia, la seconda con una decisione affidata ai capi degli uffici. È quella messa in campo dal ministero della Giustizia con il decreto legge n. 11 del 2019 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 60 dell'8marzo) per disciplinare lo svolgimento dell'attività giudiziaria nelle prossime settimane. Situazione di emergenza che però, anche alla luce delle soluzioni individuate, già presta il fianco a dubbi interpretativi, segnalati, tra gli altri, dalle organizzazioni forensi.
Il decreto, infatti, prevede innanzitutto lo slittamento di tutte le udienze civili e penali pendenti (con una serie di eccezioni) a data successiva il 22 marzo. Rinvio che è accompagnato dalla sospensione dei termini; quando l'inizio del decorso dei termini è previsto durante il periodo di sospensione, allora è destinato a slittare al 22 marzo stesso.
Su questo punto ieri sono arrivare le richieste di chiarimento da parte dell'Organismo congressuale forense. In dettaglio l'incertezza riguarda il perimetro della sospensione: se cioè la sospensione dei termini si applica a tutti i giudizi pendenti, compresi quelli per proporre impugnazioni o opposizioni, o se la sospensione riguarda soltanto i giudizi le cui udienze sono fissate nel periodo dal 9 al 22 marzo e soggette al rinvio di ufficio. E, accedendo alla prima ipotesi della sospensione di tutti i giudizi pendenti, come andrebbero calcolati termini a ritroso la cui scadenza interviene nel periodo di sospensione dei termini. Da valutare poi se si sospendono anche i termini per la mediazione delegata.
A partire dal 23 marzo poi e fino al 31 maggio, i capi degli uffici avranno a disposizione una pluralità di misure per evitare assembramenti nelle strutture giudiziarie e contatti ravvicinati; gli interventi dovranno essere calibrati dopo avere sentito le autorità sanitarie e il consiglio locale dell'ordine forense.
Tra le misure organizzative, oltre a un nuovo e più ampio rinvio delle udienze a data successiva il 31 maggio, potranno essere adottate: la limitazione all'accesso e dell'orario di apertura al pubblico, la celebrazione a porte chiuse delle udienze civili e penali pubbliche, lo svolgimento delle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi dai difensori attraverso collegamenti da remoto.
Nel penale, tra l'altro, fino al 31 maggio la partecipazione alle udienze da parte delle persone detenute dovrà essere assicurata attraverso videoconferenza o con collegamenti dall'esterno. Nelle carceri, sino al 22 marzo, i colloqui dei detenuti con familiari a altri soggetti autorizzati dovranno essere svolti a distanza, anche attraverso telefono. Il magistrato di sorveglianza, poi, potrà sospendere sino al 31 maggio permessi premio e regime di semilibertà.
di Valerio Vallefuoco
Il Sole 24 Ore, 10 marzo 2020
Da lunedì 9 marzo a domenica 22 marzo 2020 sono sospese tutte le udienze civili e penali in tutta Italia le medesime disposizioni sono altresì estese anche ai processi, ai procedimenti della magistratura militare e ai processi amministrativi e contabili.
Il contenuto del decreto - Il Dl 11/2020 ("Misure straordinarie ed urgenti per contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell'attività giudiziaria") è stato pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" dell'8 marzo. Il decreto secondo il comunicato del ministero della Giustizia che ne anticipava i contenuti risponde "risponde alla straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni per contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 e contenerne gli effetti negativi sullo svolgimento dell'attività giudiziaria e dell'attività connessa". Gli avvocati ma anche i commercialisti, consulenti del lavoro e tutti i soggetti abilitati alla difesa presso la magistratura tributaria non potranno effettuare quindi alcuna udienza sino al 22 marzo prossimo. Già dal 9 marzo tutti quei professionisti che si sono recati in udienza hanno trovato gli avvisi dei magistrati di turno che in applicazione del decreto pubblicato ieri sera hanno rinviato d'ufficio in molti casi "a data da destinarsi" i procedimenti in corso.
La portata limitata della sospensione - In questo "periodo cuscinetto" così come definito dal ministero - salve le eccezioni previste dal decreto - le udienze dei procedimenti giudiziari civili e penali pendenti presso tutti gli uffici giudiziari d'Italia sono rinviate d'ufficio a data successiva al 22 marzo 2020 e dunque non saranno tenute. In questo stesso periodo verrà applicata la disciplina della sospensione dei termini processuali pertanto sono sospesi tutti i termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti rinviati, ferme le eccezioni di seguito richiamate.
Il ministero della Giustizia ha precisato che quindi qualora il decorso dei termini processuali abbia inizio durante il periodo di sospensione, l'inizio stesso è differito automaticamente alla fine del periodo di sospensione. Ma attenzione, il tenore letterale della norma sembra riservare la sospensione dei termini ai soli procedimenti in corso da rinviare. In pratica, il richiamo espresso dell'articolo 1, comma 2, al precedente comma 1, ossia alle sole udienze rinviate d'ufficio, senza alcun chiarimento interpretativo o intervento chiarificatore (ad esempio un'interpretazione autentica) rischia di limitare fortemente la portata della sospensione. Di conseguenza, rimarrebbero da effettuare tutti gli adempimenti e le scadenze relativi a tutte le altre udienze che non sono rinviate nel periodo dal 9 al 22 marzo. Non tutte le udienze potranno essere rinviate. Ci sono, infatti, alcune eccezioni alla regola generale del rinvio d'ufficio per alcune udienze che dovranno essere normalmente tenute.
La richiesta di chiarimenti dell'Ocf - Come rilevato anche dall'Organismo congressuale forense (Ocf) in una lettera indirizzata al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, rimangono quattro punti:
● l'applicazione della sospensione a tutti i giudizi pendenti, comprendendo anche quelli per impugnare od opporsi ad atti o accertamenti amministrativi;
● la problematica dei termini a ritroso, la cui scadenza andrebbe a cadere nel periodo di sospensione previsto;
● l'estensione della sospensione anche alla mediazione delegata;
● meglio esplicitare nel settore penale per i procedimenti con imputati in custodia cautelare o comunque detenuti se si possano celebrare su richiesta dell'avvocato dell'imputato oppure se siano soggetti a rinvio d'ufficio.
I processi civili - Per quanto riguarda i processi civili si terranno normalmente le udienze nelle cause di competenza del tribunale per i minorenni relative alle dichiarazioni di adottabilità, ai minori stranieri non accompagnati, ai minori allontanati dalla famiglia e alle situazioni di grave pregiudizio; nelle cause relative ad alimenti o ad obbligazioni alimentari derivanti da rapporti di famiglia, di parentela, di matrimonio o di affinità; nei procedimenti cautelari aventi ad oggetto la tutela di diritti fondamentali della persona; nei procedimenti per l'adozione di provvedimenti in materia di tutela, di amministrazione di sostegno, di interdizione, di inabilitazione nei soli casi in cui viene dedotta una motivata situazione di indifferibilità incompatibile anche con l'adozione di provvedimenti provvisori, e sempre che l'esame diretto della persona del beneficiario, dell'interdicendo e dell'inabilitando non risulti incompatibile con le sue condizioni di età e salute.
Sono altresì esclusi dalla sospensione i procedimenti relativi agli accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori in condizioni di degenza ospedaliera per malattia mentale (Tso) e i procedimenti riguardanti la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza. I procedimenti per l'adozione di ordini di protezione contro gli abusi familiari; i procedimenti di convalida dell'espulsione, allontanamento e trattenimento di cittadini di paesi terzi e dell'Unione europea; nei procedimenti di sospensione dell'efficacia esecutiva delle sentenze di primo e secondo grado dei processi civili per motivi gravi.
La clausola di salvaguardia - In relazione al profilo della gravità nel decreto è prevista una clausola di salvaguardia proprio per tutelare il diritto alla tutela giurisdizionale dei cittadini per cui potranno fare eccezione al regime della sospensione tutti quei procedimenti la cui ritardata trattazione potrebbe produrre grave pregiudizio alle parti. In questi particolari casi che dovranno essere evidentemente provati e si presume su istanza della parte interessata la competenza per la dichiarazione di urgenza è riservata al capo dell'ufficio giudiziario o dal suo delegato e verrà apposta in calce alla citazione o al ricorso, con decreto non impugnabile. Invece per le cause ed i procedimenti già iniziati, tale dichiarazione si potrà avere attraverso un provvedimento del giudice istruttore o del presidente del collegio e tale provvedimento non sarà impugnabile.
Le eccezioni nei procedimenti penali - Anche il settore penale avrà delle eccezioni per cui alcuni procedimenti si terranno ugualmente. Si terranno comunque le udienze di convalida dell'arresto o del fermo, udienze dei procedimenti nei quali nel periodo di sospensione scadono i termini di durata massima della custodia cautelare, le udienze nei procedimenti in cui sono state richieste o applicate misure di sicurezza detentive. Anche per la giurisdizione penale è prevista una clausola di salvaguardia per garantire l'accesso alla giustizia degli imputati.
Vi sono pertanto dei casi in cui i detenuti, gli imputati, i proposti o i loro difensori espressamente richiedono che si proceda per udienze nei procedimenti a carico di persone detenute. Sono fatti salvi infatti i casi di sospensione cautelativa delle misure alternative; udienze nei procedimenti in cui sono state applicate misure cautelari o di sicurezza; udienze nei procedimenti per l'applicazione di misure di prevenzione o nei quali sono state disposte misure di prevenzione; udienze nei procedimenti a carico di imputati minorenni.
Potranno altresì fare eccezione le udienze nei procedimenti che presentano carattere di urgenza, per la necessità di assumere prove indifferibili, nei casi di cui ci sono gli estremi per concedere l'incidente probatorio. In questi casi particolari le dichiarazioni di urgenza devono essere emesse dal giudice o dal presidente del collegio, su istanza della parte interessata. I procedimenti di concessione delle urgenze dovranno essere motivati e saranno non impugnabili.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 10 marzo 2020
Sono del 1934, per me è meglio morire abbracciato a qualcuno che vivere senza abbracci. Capisco chi ci tiene alla vita e gli viene facile seguire gli ordini del Governo: niente baci, strette di mano. Solo saluti accennati, un ciao strillato a distanza. Anzi, meglio se non vi incontriate per nulla, che nemmeno usciate. Salutatevi via Iphone, postatevi pensieri sublimi sui social. Lettere no, che magari qualche bacillo può restare incollato alla carta.
Per me è diverso, ho ottant'anni e passa, ho impiegato un tempo infinito per imparare ad amare, per capire che una vita orfana dal contatto umano non è una vita. Per me è facile rischiare, di tempo non me ne resta tanto, virus o no. Il futuro è ogni giorno nuovo, ogni bacio possibile, solo immaginato. Il passato sono le carezze mancate, quelle perse, quelle sbiadite dal tempo.
Che forse davvero tutto è un trucco, passiamo lunghe vite solitarie studiando i bisogni del cuore e quando raggiungiamo la vittoria sui timori che c'ingombrano il cammino dovremmo evitare l'amore.
Per me è facile, da venticinque anni vivo solo, in una cella, i miei li ha stancati definitivamente il vetro del 41bis. Ho fatto tutto da lontano per un quarto di secolo, voglio morire abbracciato, a chiunque, anche se ha la lebbra o la peste. Voglio farmi scoppiare i polmoni, stretto a qualcuno che nemmeno conosco. L'unica cosa che non voglio è morire da solo, in compagnia della paura.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 10 marzo 2020
Un'insurrezione praticamente sincronizzata, da Milano a Roma, da Modena a Palermo, Padova fino a Parma, Foggia e a Matera. Sono state 22 le carceri in rivolta, 7 i morti per overdose di psicofarmaci o soffocamento. I danni sono ingentissimi, tra istituti penitenziari distrutti e decine di detenuti evasi.
L'Arena, 10 marzo 2020
È morto per un malore che l'ha colto mentre era ancora sul pullman del trasferimento, davanti al carcere di Verona, uno dei tre detenuti provenienti dal carcere di Modena, deceduti per overdose da psicofarmaci. La vittima, un cittadino straniero, proveniva da Modena ed era in transito verso la struttura di Trento.
Lo precisa il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria del Triveneto. Il pullman era all'ingresso del carcere di Verona quando l'uomo ha accusato il malore. Sul posto è giunta un'ambulanza del 118, ma i sanitari hanno potuto solo costatare il decesso del detenuto. Nessuna rivolta è al momento registrata al carcere di Montorio, diversamente da come sta accadendo in altre strutture penitenziare italiane.
di Monica Gasparini
ilpiccolo.net, 10 marzo 2020
Da Modena la protesta si è irradiata in molti altri Istituti, tra cui Alessandria e San Michele. I detenuti hanno fatto sentire la loro voce: per avere contezza che qualcosa stava accadendo all'interno delle celle, è bastato sostare accanto al carcere di piazza Don Soria, ad Alessandria.
Per far sentire la loro rabbia hanno iniziato ad urlare e battere oggetti contro le inferiate. E così è stato da domenica pomeriggio. Al momento, la situazione sembra rientrata, soprattutto nel carcere di massima sicurezza.
Ad Alessandria si registra la morte di un detenuto (sembra trasferito da Modena) avvenuta per overdose: decesso causato dall'assunzione di psicofarmaci sottratti dall'infermeria del carcere durante le proteste. La denuncia della grave situazione arriva in redazione con un comunicato inviato dall'organizzazione sindacale delle guardie penitenziarie Osapp.
di Serena De Salvador
Il Gazzettino, 10 marzo 2020
Mobili divelti, incendi, cariche degli agenti penitenziari che contano oltre dieci feriti. Questo lo scenario che si è presentato domenica sera al Due Palazzi dopo che già nel tardo pomeriggio alcuni carcerati del circondariale si erano rifiutati di rientrare nelle celle. Dopo le prime notizie sui disordini registrati a Modena, Salerno e Milano, la tensione era nell'aria. Il pretesto inziale della rivolta, le norme restrittive sui colloqui con i familiari, non più di persona ma per telefono per scongiurare contagi da Coronavirus.
Il pretesto del Coronavirus per scatenare la guerriglia. Così Padova va ad allungare l'elenco dei penitenziari teatro di sommosse segnate da una violenza che pochi precedenti ha avuto in Italia. Detenuti barricati, un intero braccio della casa di reclusione distrutto. Mobili divelti, incendi, cariche degli agenti penitenziari che contano oltre dieci feriti.
Questo lo scenario che si è presentato domenica sera al Due Palazzi dopo che già nel tardo pomeriggio alcuni carcerati del circondariale si erano rifiutati di rientrare nelle celle. Dopo le prime notizie sui disordini registrati a Modena, Salerno e Milano, la tensione era nell'aria. Quel primo episodio, nonostante l'arrivo dei pompieri per illuminare il piazzale a scopo preventivo, si era riassorbito.
Poco più tardi però la ferocia di un'azione evidentemente organizzata da ore se non da giorni è esplosa nella casa di reclusione. In un braccio del quarto piano una quarantina di detenuti stranieri si è barricata distruggendo le telecamere, la sala comune con la televisione e i frigoriferi ma anche la palestra con tutti gli attrezzi e il biliardino. Nel mentre hanno sradicato le brande in ferro dalle celle e divelto i tavoli, ammassandoli a ridosso del cancello del terminale, e piegato verso l'esterno le sbarre di sicurezza creando una barriera acuminata per impedire l'avanzamento della polizia.
L'intervento - Gli agenti sono stati chiamati in forze in tenuta antisommossa, trovandosi proiettati in un girone infernale dove alle devastazioni sono seguiti gli incendi appiccati a materassi e vestiti. L'ambiente si è saturato di fumo, estintori e pompe idrauliche hanno soffocato le fiamme ma allagato i pavimenti mentre la carica si trasformava in scontro fisico sotto una sassaiola di oggetti. Dopo una lunga trattativa solo alle 22 i detenuti hanno ceduto e sono stati riaccompagnati in quel che restava delle celle. Nel braccio uno scenario irreale. Dieci agenti hanno rimediato contusioni e lievi intossicazioni: in alcuni casi li costringeranno a un periodo di malattia che renderà ancor più instabili e difficoltose le condizioni dei colleghi.
Placati - Nella giornata di ieri non si sono verificati altri disordini importanti, ma a rendere la situazione ancor più esplosiva è l'arrivo di quindici detenuti trasferiti dal penitenziario modenese uscito semi distrutto da due giorni di guerriglia. Sono separati dagli altri, ma avrebbero già protestato creando ulteriori tensioni.
Nel parapiglia di domenica i detenuti hanno protestato contro le nuove norme imposte per contenere il rischio di contagio, che comprendono anche la sostituzione dei colloqui di persona con i familiari con quelli telefonici. Una versione che cozza con la pretesa che gli agenti della penitenziaria non lascino il carcere per evitare di portare all'interno il virus.
Da questo si è passati alla richiesta della libertà per chi sconta pene inferiori a tre anni fino all'indulto e all'amnistia. Provvedimenti per altro inattuabili dalle singole carceri poiché di competenza statale. Il pubblico ministero marco Brusegan aprirà un'indagine per identificare tutti i responsabili, che sarebbero stati fomentati da almeno cinque stranieri. Non avrebbero invece partecipato alla rivolta i pochi detenuti italiani del braccio, chiusisi nelle celle.
Gli altri rischiano invece pesanti aggravi della pena e un regime di detenzione più severo, nonché il trasferimento in altre strutture. La segreteria nazionale del sindacato di polizia Sinappe ha scritto al premier Conte chiedendo il commissariamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e un urgente piano di assunzioni per far fronte alla carenza di personale, oltre a un ritorno al sistema carcerario a celle chiuse, cioè senza che i detenuti siano liberi di circolare nelle sezioni per gran parte del giorno com'è oggi. "Vogliamo risposte. É inaccettabile essere lasciati soli e in numero impari davanti a minacce di questo calibro quando ai detenuti sono concesse attività e libertà smodate" aggiunge la segreteria regionale del sindacato nel ringraziare a augurare la pronta guarigione ai feriti.
di Nedo Lombardi
Il Manifesto, 10 marzo 2020
Molto alto il tasso di sovraffollamento nella regione: il Dozza ha 492 posti per 890 persone presenti. Le carceri italiane scoppiano, quelle emiliano-romagnole non sono da meno, e così succede che l'emergenza Coronavirus si trasforma nella classica miccia che dà fuoco alle polveri. Con risultati drammatici. La protesta di domenica nel carcere di Modena, il Sant'Anna, è finita in tragedia: sette detenuti morti, altri 18 feriti di cui sei ricoverati in condizioni gravi in terapia intensiva, una struttura devastata dalle fiamme e inutilizzabile, sette sanitari con ferite lievi e tre guardie carcerarie medicate al pronto soccorso.
Proteste ieri ci sono state anche a Ferrara, con l'occupazione dell'istituto e una lunga trattativa che ha riportato la calma solo in serata. A Reggio Emilia sono stati in 150 a protestare: una sommossa scoppiata domenica sera con incendi di materassi e lanci di oggetti contro la polizia. Ribellione rientrata dopo l'intervento delle forze dell'ordine. L'ultima in ordine di tempo è stata la protesta di Bologna, scoppiata ieri in tardi mattinata con i detenuti che in breve tempo hanno preso il controllo di metà carcere. Alla fine, ma i dati potrebbero non essere definitivi, si registrano cinque feriti, nessuno dei quali grave: tre carcerati e due agenti della penitenziaria portati in ospedale in condizioni di media entità. In serata anche a Bologna è arrivata la mediazione.
La Dozza di Bologna è una struttura pesantemente sovraffollata. I dati diffusi dai sindacati nel novembre dell'anno scorso raccontano di una capienza regolamentare di 492 posti, a fronte di 890 presenti. Un sovraffollamento del 70% con reparti diventati "invivibili", parole di un comunicato congiunto firmato dalle sei sigle sindacali più rappresentative.
In condizioni critiche l'infermeria, "con la compresenza di un numero consistente di soggetti difficili da gestire, oltre a un notevole numero di detenuti in attesa di allocazione presso gli altri reparti che non hanno però posti disponibili". Su questa situazione si è innestata l'emergenza Coronavirus, con la sospensione dei colloqui dei detenuti con i familiari, da sostituire - ma quasi mai è avvenuto - con sessioni telefoniche o con chiamate via skype o similari; e con la richiesta del governo agli istituti penitenziari di limitare i permessi e la libertà vigilata.
Provvedimenti presi per limitare la diffusione del contagio ovviamente, tra l'altro inefficaci visto che prima che scoppiasse la rivolta proprio a Modena è stato rilevato un caso di positività al coronavirus. Provvedimenti che però hanno fatto passare ovunque un messaggio chiaro e senza scampo: le carceri sarebbero state sigillate in attesa di tempi migliori. E così l'ondata di proteste ha abbracciato tutta l'Emilia-Romagna, una delle regioni - ricorda Antigone - con il più alto tasso di sovraffollamento carcerario. A intervenire anche il Garante nazionale delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, che ha chiesto "misure straordinarie volte ad alleggerire le situazioni di sovraffollamento".
Sui fatti di Modena è stata aperta un'indagine dalla Procura, mentre ci sono prese di posizioni opposte: la Cgil chiede una riforma immediata delle carceri, la Lega il pugno durissimo. Per intanto c'è la conta di morti e feriti. L'ultimo a perdere la vita è stato un detenuto trasferito ieri, assieme ad altri 40, al carcere di Marino Del Tronto.
A causare il decesso dell'uomo, un 40enne, sarebbe stata un'overdose. Non ci sono ancora certezze ma i sette decessi sarebbero da ricondurre all'abuso di medicinali, dei quali i detenuti sarebbero venuti in possesso dopo avere occupato il penitenziario modenese. "In infermeria hanno messo le mani sul metadone", hanno spiegato gli agenti.
E qui si apre uno squarcio sulla realtà carceraria, fatta spesso di detenuti finiti dietro le sbarre per piccolo spaccio e a loro volta tossicodipendenti. Andrebbero assistiti e curati. Antigone Emilia-Romagna segnala su oltre 500 detenuti a Modena solo 3 educatori in servizio. Poi c'è il problema delle custodie attenuate in carcere per persone con problemi di tossicodipendenza. In Emilia-Romagna si fa, ma ricorda l'associazione "per i diritti e le garanzie nel sistema penale", solo a Rimini e solo con otto posti.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 10 marzo 2020
Il Coronavirus è stato lo spunto per alzare la protesta sul tema del sovraffollamento: una ventina di detenuti è salita sul tetto. Devastazioni all'interno del penitenziario. Il coronavirus accende la miccia, ma sono i problemi atavici di tutte le carceri italiane, primo il sovraffollamento, a far esplodere la rivolta di metà dei detenuti di San Vittore con una ventina di loro che per ore salgono sui tetti della casa circondariale, mentre un gruppo di anarchici e qualche parente fa il tifo da fuori. La protesta termina solo dopo una lunga e delicata trattativa con i carcerati diretta personalmente dai pm Alberto Nobili e Gaetano Ruta.
Gli stranieri sul tetto - La protesta comincia intorno alle 9.30, mentre nelle celle si rincorrono dalla sera prima le notizie sulle rivolte in altri istituti di pena. Un centinaio di detenuti del terzo raggio, quasi tutti stranieri, riescono a raggiungere il quarto piano. Gran parte degli italiani restano in cella, probabilmente perché hanno troppo da perdere in termini di benefici penitenziari se non mantengono una buona condotta.
Gli anarchici a sostegno della protesta - Dal finestrone del quarto piano, quello dove vengono trattate le tossicodipendenze, qualcuno brucia giornali e stracci causando una colonna di fumo, altri battono oggetti contro le sbarre gridando "libertà! libertà!". Non ci sarebbero gli ospiti della "Nave" che, invece, avrebbero aiutato gli operatori ad uscire dal reparto e a mettersi al sicuro. Circa venti detenuti raggiungono il tetto dove continuano ad urlare.
Qualcuno lancia tegole mentre tra viale Papiniano e piazza Aquileia, nonostante i rischi di contagio da Covid-19, si raduna una folla di telecamere, curiosi, parenti dei detenuti e una trentina di anarchici tenuti sotto controllo dalla polizia e dai carabinieri in tenuta anti sommossa, che solo nel pomeriggio dovranno intervenire con una carica di alleggerimento.
Letti e mobili distrutti, caloriferi divelti - Compaiono due lenzuoli con scritto "Libertà" ed "Indulto" appesi alle grate. Che il motivo della protesta non sia solo il virus (i detenuti temono ovviamente il contagio) è subito chiaro al pm di turno Ruta e a Nobili, coordinatore dell'antiterrorismo con una lunga esperienza nelle trattative, come quella che nel '98 portò alla liberazione di Alessandra Sgarella. D'altronde sono passate senza problemi due settimane da quando il Tribunale di sorveglianza di Milano, presieduto da Giovanna di Rosa, la quale ieri era a San Vittore mentre scoppiava la rivolta, per primo ha sospeso i permessi premio per ridurre il rischio coronavirus in carcere, dopo che ai detenuti era stato spiegato che si trattava di provvedimenti a tutela della salute loro e degli operatori.
Nobili e Ruta entrano nel terzo raggio e affrontano subito i rivoltosi. Con loro ci sono il direttore, Giacinto Siciliano, e il comandante degli agenti, Manuela Federico. Il panorama è sconfortante: letti e mobili distrutti, vetri sfondati, caloriferi divelti, bagni in macerie. Alla fine saranno risparmiati solo due reparti su sei (due erano chiusi) oltre al centro clinico e alla sezione femminile. Nessun ferito, tranne due detenuti in ospedale per aver assunto un eccesso di metadone preso in un ambulatorio devastato.
Le richieste sottoposte ai magistrati - Nobili mette in chiaro che ascolterà i rappresentanti (una ventina) dei reclusi solo se torna la calma e che l'unica cosa che farà sarà di annotare le loro richieste: più detenzione domiciliare, lavoro esterno e affidamento in prova; riduzione del sovraffollamento; strutture per i tossicodipendenti; ovviamente, amnistia o indulto.
Alle 15, quando sembra tutto finito, una decina di irriducibili torna su un tetto sfidando i due magistrati. Nobili e Ruta montano su una gru con cestello dei vigili del fuoco e, sospesi in aria, li invitano a smetterla assicurando che il giorno dopo torneranno a San Vittore per un nuovo incontro con i detenuti. Torna la calma mentre un'altra protesta viene subito sedata anche nel carcere di Opera.
di Denis Barea
Il Gazzettino, 10 marzo 2020
Atto dimostrativo degli oltre 200 reclusi anche per il timore di contagio, le forze dell'ordine: "Hanno fatto suonare le celle". L'onda delle proteste dei detenuti è arrivata anche a Treviso. Poco dopo le 20 infatti i carcerati hanno iniziato a far suonare le sbarre delle celle. Due le motivazioni principali: il pericolo di contagio da coronavirus e la sospensione delle visite dei familiari proprio per evitare il diffondersi della malattia.
"Una protesta sonora programmata e pacifica" hanno sottolineato fonti di polizia e carabinieri, intervenuti per bloccare la strada di fronte alla casa circondariale di Santa Bona. Nessuno scontro, hanno tenuto a sottolineare le forze dell'ordine, ma il clima di tensione si sta facendo sempre più palpabile. Nella struttura sono accolte oltre 200 persone.
L'allarme coronavirus ha permesso che la popolazione carceraria di cogliere l'occasione per alzare la voce e chiedere benefici: dall'amnistia alla possibilità di scontare i residui di pena agli arresti domiciliari. Situazioni analoghe, ma più violente, hanno interessato le carceri di Padova, dove sono stati dati alle fiamme dei materassi, e di Venezia, dove i carcerati si sono limitati a farsi sentire.
La direzione del carcere di Treviso, proprio per evitare malumori e sommosse, alle disposizioni di sospensione delle visite dei familiari, aveva messo a punto un sistema per rendere meno pesante la detenzione sfruttando la tecnologia. La video-chat tra reclusi e famiglie è stata resa possibile grazie a un'iniziativa autonoma della direzione del carcere trevigiano, che ha deciso di mettere a disposizione una postazione da utilizzare attraverso la piattaforma Skype. Un'ora di tempo a testa, il che considerato il fatto che gli ospiti del Santa Bona sono oltre duecento, farebbe pensare che tanti non riescano in realtà ad avere contatti con i parenti.
Ma tra detenuti è arrivata una prova di maturità: si contingentano i tempi in modo da permettere a tutti quelli che lo desiderano di poter effettuare un collegamento video. Il risultato è che, mentre nelle galere di mezza Italia sono scoppiate le rivolte per la sospensione delle visite, a Treviso ci si è limitati a una dimostrazione. Tanto più che sempre la direzione ha deciso di raddoppiare i tempi della telefonata giornaliera, portandola da dieci a 20 minuti.
Videoconferenza anche per le udienze di convalida per chi è stato arrestato e si trova in custodia cautelare in carcere. L'organizzazione e il coordinamento - tenuto conto che in alcuni casi è anche necessaria la presenza di un interprete linguistico - verrà curato dall'ufficio gip. Nel frattempo i provvedimenti relativi al contingentamento dei servizi in Tribunale, dove sono state sospese tutte le udienze non urgenti, rischia di gettare nel caos gli uffici della Procura.
"In questo momento di emergenza - spiega il procuratore Michele Dalla Costa - il fatto che si stia lavorando sotto organico rende la situazione molto complicata. Da tempo viaggiamo con una pianta organica che funziona al 50% di quelle che sarebbero le necessità di personale.
La riduzione dei servizi di sportello ai cittadini se da un lato riduce la presenza dell'utenza, dall'altro ci impone una riorganizzazione dei servizi che comporta un sovraccarico di attività per il personale". "Dato che il numero di persone che possono accedere agli uffici è stato fortemente contingentato - sottolinea Dalla Costa - bisogna creare delle liste di priorità, basate su scadenze e termini delle varie pratiche.
Questo vuol dire che devono essere presi in mano decine e decine di faldoni, che si deve effettuare una catalogazione e poi creare la lista che servirà per dare i servizi richiesti alla collettività. È un lavoro gigantesco che stiamo iniziando a organizzare e che richiede uno sforzo enorme, rendendo ancora più evidenti le problematicità di un organico che resta sottodimensionato rispetto ai bisogni di questa Procura".
- Udine. La protesta dei detenuti coinvolge anche la Casa circondariale cittadina
- Venezia. Carcere, in otto in una cella. La protesta ora fa rumore
- Prato. Nel carcere scoppia la rivolta per i colloqui vietati
- Foggia. Rivolta con evasione di massa, ricercati ancora in 34
- Venezia. A ruba l'amuchina fai da te delle detenute della Giudecca









