di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 10 marzo 2020
La situazione esplosiva nelle carceri esiste da molto tempo, ma il ministro non ha fatto nulla. Ora si tratta di agire presto: il contagio potrebbe trasformare gli istituti di pena in un grande lazzaretto.
Fate presto! Le carceri italiane bruciano e continueranno a bruciare se il governo e la magistratura non daranno un segnale immediato che spenga un fuoco che non si chiama solo Coronavirus, ma che viene da lontano. Viene da luoghi dove 60.439 persone sono stipate al posto di 50.511.
Luoghi dove il metro di distanza l'uno dall'altro, regola che tutti noi dobbiamo osservare per evitare il contagio, è letteralmente impossibile, ed è già un miracolo che gli istituti di pena non si siano ancora trasformati in enormi lazzaretti.
Ma non sono soltanto i problemi sanitari ad aver acceso i fuochi, ad aver portato gli animi all'esasperazione fino a provocare incendi di materassi, distruzione di intere celle, fino ai sei morti di Modena e l'evasione di massa dal carcere di Foggia. Il vero problema sono i diritti. Il problema è "l'esigua tenda azzurra che i carcerati chiamano cielo" (Oscar Wilde, La ballata dal carcere di Reading).
E il "cielo" è il rapporto tra chi sta rinchiuso e chi è fuori e vorrebbe continuare a tendere la mano. A determinate condizioni, l'infezione da Coronavirus non dovrebbe spaventare il popolo delle carceri. Le comunità chiuse, e la prigione in primis, sono infatti maggiormente tutelate dal pericolo del contagio.
Purché siano però limitati i rapporti con l'esterno, purché non ci siano persone che entrando e uscendo, non rischino proprio di andare a infettare i reclusi. Sono molti i soggetti che quotidianamente varcano cancelli e portoni delle prigioni: nuovi detenuti, operatori giudiziari, personale amministrativo, volontari, parenti dei detenuti per i colloqui settimanali.
È la famosa "socialità" introdotta da due importanti riforme, quella del 1975 e la Gozzini del 1986, che hanno avuto la forza di spezzare un po' quelle catene che rendevano la detenzione un solo profondo buco nero in cui precipitare senza vedere nessuna luce in fondo alla propria vita. Ma se togli al carcerato i colloqui con i parenti, se rinchiudi coloro che avevano il permesso di lavoro esterno o vivevano ormai in regime di semilibertà, la protesta può essere dietro l'angolo.
Proprio per questo avevamo, una settimana fa, intervistato il direttore del carcere di Opera, la grande prigione alle porte di Milano con 1.300 detenuti e anche un reparto speciale per chi è stato condannato per i reati più gravi.
Il dottor Di Gregorio ci aveva spiegato di aver lavorato sulla prevenzione, e di aver trovato grande collaborazione sia da parte dei detenuti che dei loro familiari, quando il decreto governativo del 3 marzo aveva sospeso per qualche settimana i colloqui.
All'interno dell'istituto però non era cessata nessuna forma di socialità, ci aveva spiegato, ed erano state moltiplicate in numero e durata le telefonate con le famiglie. Pur disponendo il carcere di pochi strumenti elettronici, erano stati messi a disposizione dei detenuti a turno per qualche incontro-video con i parenti tramite Skype e qualche uso di cellulare.
Piccole cose, e non è detto che saranno sufficienti. Evidentemente non ovunque e non sempre queste alternative infatti sono state accettate. Soprattutto nelle case circondariali come San Vittore, dove la presenza di tanti detenuti in attesa di giudizio, rende la situazione meno governabile, nonostante la presenza di personale molto qualificato.
Difficile rinunciare ai propri diritti, quando se ne hanno già pochi. Da anni il Partito radicale e associazioni come Antigone, oltre ai Garanti territoriali dei diritti dei detenuti, lanciano l'allarme. È vero che fino a pochi giorni fa era lontano il ricordo delle rivolte carcerarie degli anni Settanta, a partire dalle due più famose del 1969 alle Nuove di Torino e San Vittore di Milano.
Ma è altrettanto vero che ripetute sono state le condanne all'Italia da parte della Corte Europea dei diritti dell'Uomo, tra l'altro proprio anche per la ristrettezza degli spazi nelle celle. Niente riforme (che fine ha fatto quella del ministro Orlando, modesta ma comunque utile?) e continui tagli ai bilanci e al personale hanno sicuramente contribuito a far covare qualche scintilla sotto la cenere.
Se a questo si aggiungono un bel po' di controriforme che hanno riempito le carceri anche di persone che dovrebbero stare altrove (come i malati psichici e i tossicodipendenti, oltre agli anziani), fino a renderne l'aria irrespirabile per la ressa, si capisce subito perché diciamo: "Fate presto!".
L'amnistia e l'indulto, che oggi vengono richiesti, oltre che dai radicali, anche dalla giunta delle Camere penali e che Il Riformista ha proposto da tempo, possono essere messi in calendario anche da subito, anche se necessitano poi di tempi lunghi. Ma ci sono provvedimenti che possono essere adottati immediatamente. Prima di tutto applicare misure alternative a tutti coloro che stanno scontando gli ultimi due anni o che devono ancora scontarli in esecuzione pena.
Poi mandare a casa gli anziani e i malati. Poi usare di più le misure alternative, soprattutto per la custodia cautelare. Insomma, cominciamo a sfollare, cominciamo a far uscire da cancelli e portoni quei diecimila che sono oltre la capienza naturale. E allora non ci sarà più la tentazione di incendiare, di sfasciare e di scappare. Ma facciamo presto, la casa brucia. Fate presto!
di Lugi Manconi
La Repubblica, 10 marzo 2020
Le norme di sicurezza per arginare il coronavirus vengono annullate dagli spazi ristretti delle carceri, che somigliano a lazzaretti. Detenuti sui tetti del carcere milanese di San Vittore e incendi in alcuni bracci, mentre in altri istituti continuano le proteste.
di Rita Bernardini*
Il Dubbio, 10 marzo 2020
Non ho letto con più di tanto stupore l'ennesima affermazione di Marco Travaglio: "I soliti Radicali, che a furia di invocare amnistie e indulti, soffiano sul fuoco delle rivolte in carcere". Non mi stupisco perché è ormai nota la sua antipatia nei confronti delle battaglie di Marco Pannella e del Partito Radicale per portare la legalità nelle carceri italiane.
Per Travaglio non esiste il sovraffollamento, per Travaglio se entri in carcere a far visite ai detenuti sei colluso con la mafia, adesso addirittura saremmo noi ad alimentare le rivolte. Noi diciamo invece il contrario.
Primo: chi fomenta rivolte e tiene in ostaggio agenti della penitenziaria sta commettendo un reato e va punito.
Secondo: i detenuti sono vittime di sé stessi con queste condotte di ribellione; qualora potessero accedere, in via emergenziale, a misure alternative sarebbero i primi ad essere esclusi. Terzo: sono giorni che, tramite i social, la radio e la stampa sto dicendo ai parenti dei reclusi di porre fine alle manifestazioni dinanzi alle carceri perché da un lato aumentano lo stato di agitazione e dall'altro mettono in pericolo la loro stessa salute. Per quanto riguarda la nostra richiesta di amnistia e indulto, tali provvedimenti rappresentano la conseguenza e non la causa di quanto sta accadendo nelle carceri: oggi, più che mai, li riteniamo necessari per porre rimedio a una emergenza nell'emergenza. Nelle nostre carceri adesso ci sono oltre 61.200 detenuti, con un sovraffollamento che sfiora in alcuni istituti di pena anche il 200%.
A ciò oggi si aggiunge il pericolo della diffusione di un virus sconosciuto alla scienza; se esso si propagasse in carcere sarebbe davvero una situazione molto preoccupante, come ha detto ai microfoni di Radio Radicale anche il capo del Dap Francesco Basentini.
Se oggi la priorità in questo Paese è la tutela massima del diritto alla salute, anche con modificazioni e limitazioni della nostra quotidianità, perché il rispetto di tale diritto dovrebbe venire meno in celle dove ci sono anche nove detenuti?
Purtroppo il problema delle carceri è trascurato da anni e ancora di più in questo momento di fragilità dell'Italia. Come non essere consapevoli che in tale situazione le carceri rappresentano la parte più fragile e debole nel nostro Paese? Il governo deve assumersi la responsabilità che fino ad ora non ha voluto prendersi: il carcere non si amministra solo con decreti e circolari, ma soprattutto con il dialogo.
Se noi liberi siamo rimasti spiazzati dai vari decreti, perché non ne abbiamo compreso l'applicabilità in molte parti, cosa hanno pensato i detenuti quando gli sono stati negati i colloqui senza avere spiegazioni e senza conoscere veramente le alternative?
Caro Travaglio, ti invito per l'ennesima volta ad unirti al Partito Radicale nella lotta per il diritto alla conoscenza: vieni con noi a visitare le carceri, tocca con mano il degrado che si vive in quel cono d'ombra, abbandona il pregiudizio!
*Presidente di Nessuno Tocchi Caino, membro del consiglio generale del Partito Radicale
di Liana Milella
La Repubblica, 10 marzo 2020
"Per affrontare il coronavirus nelle carceri è necessario ridurre il numero dei detenuti". In questa affermazione secca si riconosce Stefano Anastasia, il garante dei detenuti per il Lazio e l'Umbria, nonché portavoce di tutti i garanti italiani, che lunedì nel carcere di Frosinone è stato protagonista di una mediazione riuscita tra i detenuti in rivolta e la direzione del penitenziario.
Le rivolte in tutta Italia: se le aspettava o sono una sorpresa?
"Certamente, in queste dimensioni, sono una sorpresa. Che covasse malcontento era evidente per molte ragioni. Che potesse assumere queste forme e questa diffusione non era prevedibile".
Neppure dopo l'annuncio della stretta sui permessi per via del Coronavirus?
"Proprio quello è stato il detonatore. Non tanto i permessi, quanto la sospensione dei colloqui con i familiari che non era né prevista né immaginabile su tutto il territorio nazionale così da un momento all'altro".
Forse non è stata spiegata a sufficienza, è stata buttata sul tavolo come un'imposizione.
"Sì, certo, è andata proprio così, e per di più le prime notizie parlavano della sospensione dei colloqui fino al 31 di maggio. Notizia che avrebbe dovuto essere argomentata e spiegata in modo che fosse chiaro che si trattava di una decisione presa innanzitutto nell'interesse della salute dei detenuti".
Senta, tutti gli italiani stanno affrontando pesanti sacrifici per via del Covit-19. Possibile che rinunciare ai colloqui, peraltro sostituiti da più telefonate e contatti via Skype, possa portare a una rivolta così pesante?
"La sospensione dei colloqui è solo uno dei motivi della rivolta, che si affianca a una preoccupazione reale sulla possibile diffusione del virus in carcere. Laddove quelle misure precauzionali che noi abbiano imparato a rispettare fuori non si capisce come possano essere seguite dietro le sbarre".
E sarebbe?
"Mi riferisco all'igiene personale e degli ambienti, alle necessarie distanze tra le persone, fino ai casi che pure potranno essere necessarie di quarantena. Come potranno isolarsi le decine di detenuti che fossero entrati in contatto con uno di loro positivo dentro le nostre carceri sovraffollate?".
È un problema reale, ma da qui a provocare incendi, impossessarsi dei medicinali, utilizzarli, e parliamo di droghe, ce ne corre...
"Nessuna giustificazione per atti di violenza contro le cose e in modo particolare contro le persone, ma dobbiamo saper cogliere le preoccupazioni che sottostanno a questa protesta".
Chi ha sbagliato? Il capo del Dap oppure il ministro Bonafede?
"La responsabilità politica delle decisioni prese è ovviamente del ministro; quella della loro attuazione concreta è evidentemente del Dap".
E adesso come se ne esce? Indulto e amnistia come chiedono le Camere penali?
"Certamente un provvedimento di clemenza generalizzata avrebbe un'efficacia immediata di riduzione dei detenuti, ma la sua praticabilità politica sappiamo essere molto difficile. Si potrebbero però riprendere altre misure già sperimentate dopo la condanna di Strasburgo sul sovraffollamento (il noto caso Torreggiani) per ridurre in maniera rapida la popolazione detenuta".
Ce ne dica almeno due...
"La liberazione anticipata speciale, che darebbe due mesi di sconto di pena in più all'anno e che quindi consentirebbe di far uscire i detenuti con meno di 8 mesi di pena. Ovviamente va considerato anche la possibilità di ampliare la detenzione domiciliare".
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 10 marzo 2020
Il presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze sulle rivolte che stanno infiammando i penitenziari italiani: "Sono momenti drammatici, la questione carceraria sta esplodendo. Necessari provvedimenti straordinari". "Sono momenti drammatici, la questione carceraria sta esplodendo. Alle rivolte non si dovrebbe mai arrivare, quando ci si arriva vuol dire che la situazione è già quasi fuori controllo. Ovviamente sono atti da condannare fermamente perché tra l'altro che cosa si ottiene? La distruzione di tutto e basta. Come è stato nel carcere di Modena".
Marcello Bortolato, presidente del tribunale di Sorveglianza di Firenze, commenta per Redattore Sociale la situazione estremamente complessa che stanno vivendo in queste ore molti istituti di pena italiani.
Il magistrato è nel suo ufficio "ma non so ancora se riuscirò a stare qui perché provengo da Venezia e c'è un'ordinanza della Regione Toscana che mi imporrebbe di stare in isolamento volontario per 14 giorni, anche se svolgo un servizio essenziale e sono autorizzato, in base al decreto del presidente del Consiglio dei ministri, a esercitare le mie funzioni anche fuori dalle zone rosse". Mentre parliamo via whatsapp, nel suo distretto è in corso una delle tante rivolte che stanno infiammando i penitenziari, quella nel carcere di Prato.
Presidente cosa sta succedendo agli istituti di tutto il Paese?
"Il virus ha scoperchiato una pentola che era già in ebollizione. Perché il carcere era già a un punto di saturazione, anche in seguito al fallimento della riforma penitenziaria, con un disagio crescente. La paura del contagio e la sospensione seppure temporanea del regime trattamentale ordinario per tutti i detenuti, permessi premio e colloqui visivi, ha fatto da detonatore".
Cosa si può fare nell'immediato per arginare la situazione e scongiurare problemi maggiori?
"Una situazione di tale emergenza impone l'adozione di provvedimenti straordinari anche in materia di esecuzione penale".
Da più parti si chiede un'amnistia...
"No, una amnistia o un indulto sono impensabili anche perché non ci sarebbero i tempi tecnici per attuarli durante il periodo di emergenza del virus. Però si potrebbe adottare un provvedimento straordinario e temporaneo, limitato all'emergenza, con cui, per esempio, concedere una detenzione domiciliare a tutti i detenuti che abbiano un alloggio la cui idoneità dovrebbe essere accertata per le vie brevi da parte delle forze dell'ordine: vuol dire che semplicemente si accerta se il domicilio è effettivo e idoneo, senza valutazioni di merito sulla pericolosità.
Quindi una detenzione domiciliare data per legge e d'ufficio, ovviamente dalla magistratura di sorveglianza, in deroga ai limiti e preclusioni ordinarie, a tutti coloro che abbiano un residuo di pena inferiore a due o tre anni, naturalmente escludendo i reati più gravi, quelli previsti ad es. dal primo comma dell'articolo 4 bis, e che abbia una durata temporanea di tipo sei mesi. Ecco, un provvedimento del genere potrebbe allentare la tensione carceraria perché avrebbe un effetto immediatamente deflativo, obbligando un certo numero di persone a stare a casa loro, a dormire nel proprio letto. Una soluzione che anche dal punto di vista sanitario in questo momento è la cosa più indicata: è indicata per tutti i cittadini liberi, tanto più per i detenuti".
Oppure?
"Un'altra soluzione che potrebbe essere utilizzata riguarda l'introduzione di un'ipotesi speciale di differimento della pena: quindi agire sull'articolo 147 del codice penale dove si prevede la sospensione della pena e prevedere un'ipotesi straordinaria e collegata all'emergenza sanitaria di differimento della pena o di sospensione dell'esecuzione della pena carceraria in corso, sempre nelle forme della detenzione domiciliare. Semplicemente si tratta di sospendere l'esecuzione della pena, mandare a casa il detenuto che ha un domicilio, ovviamente idoneo, per il tempo strettamente necessario al superamento dell'emergenza. Dopodiché il detenuto rientra in carcere".
"Io credo - conclude il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze - che però dal punto di vista politico sia importante tenere presente che il carcere è uno degli incubatori principali di disagio e di accrescimento del malessere anche sanitario. Un'emergenza sanitaria come quella che sta vivendo l'Italia, come si è visto, sta provocando conseguenze devastanti sotto il profilo carcerario ma il problema va risolto alla radice, ripensando l'intero sistema esecutivo perché ci sono troppi detenuti in spazi ristretti. In queste ore è urgente intanto allentare la tensione, servono molto sangue freddo e senso di responsabilità. Prima si devono sedare e reprimere le rivolte, ma poi occorre fare una grande opera di mediazione e di informazione sui detenuti spiegando loro che la sospensione del trattamento è solo temporanea, fatta anche nel loro interesse perché se i colloqui sono svolti via Skype o per telefono si evitano contatti e quindi contagi. Che si tratta comunque di una sospensione a tempo, dopodiché il regime ordinario riprenderà vigore. Spiegando anche che la magistratura di Sorveglianza farà il suo dovere e cercherà di dar corso a tutte le richieste con il massimo impegno. È un sacrificio che in queste settimane viene richiesto a tutti. Può e deve essere richiesto anche ai detenuti".
di Francesco De Palo Palazzi
formiche.net, 10 marzo 2020
"Nel 2016 da sottosegretario alla giustizia con delega al comparto carcerario, proposi colloqui via skype per i detenuti ordinari e non sottoposti a misure restrittive. Per questo fui pesantemente attaccato, ma se avessimo applicato ieri quello strumento, forse oggi non avremmo questo livello di difficoltà". Conversazione con Gennaro Migliore, già sottosegretario alla Giustizia.
Gestione inadeguata e paura delle riforme: così il Covid-19 fa precipitare nel caos anche le carceri italiane. Lo dice a Formiche.net l'ex sottosegretario alla giustizia Gennaro Migliore (Italia Viva) che punta il dito contro i vertici del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e ricorda la sua proposta (avanzata quando era al governo) di colloqui su Skype per i detenuti ordinari e non sottoposti a misure restrittive, che però gli valse pesanti attacchi.
Per il coronavirus vietate le visite dei parenti. Proteste nelle carceri di Salerno, Napoli, Frosinone, Vercelli, Alessandria, Bari e Foggia. Come affrontare l'emergenza?
Partirei dal fallimento totale dei vertici del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che si sono rivelati inadeguati. Prima sono rimasti in silenzio rispetto alla vicenda di Salerno e poi hanno lasciato che il giorno dopo scoppiassero decine di rivolte che hanno portato a minacce concrete alla sicurezza dei lavoratori, alcuni dei quali sono stati persino temporaneamente sequestrati, oltre ai tragici eventi che hanno portato alla morte di tre detenuti a Modena. Al primo posto quindi l'irresponsabilità di aver fatto una comunicazione senza nessun tipo di mediazione e di spiegazione, in una realtà come quella del carcere che è delicatissima.
E oltre?
È del tutto evidente che il combinato disposto tra una inibizione che andava oltre quanto previsto dal decreto del presidente del Consiglio, chiusura totale dei colloqui con avvocati e familiari, e l'impossibilità di avere notizie e tamponi per la possibile propagazione del virus in ambienti difficilmente controllabili come le celle, abbia rappresentato una responsabilità gravissima. Le reazioni che ha portato agli incidenti di ieri non si vedevano dagli anni '70. Siamo ad una svolta, relativamente anche alla totale insipienza dei vertici politici, nell'aver abbandonato qualsiasi progetto di riforma carceraria. Non dimentico che l'attuale Guardasigilli come primo atto nel suo insediamento ha cancellato il lavoro fatto dai governi Renzi e Gentiloni.
Per quale motivo?
Ideologicamente si è lavorato sull'idea secondo la quale bisognava "buttare la chiave", con un'azione che peraltro ha portato ad un drammatico sovraffollamento. In meno di due anni la popolazione carceraria è lievitata oltre le 60mila unità, di cui quasi 10mila hanno pene residue da scontare inferiori ad un anno. Riscontro anche una totale incapacità di gestione del fenomeno. Credo occorra una informativa urgente da parte del ministro della Giustizia, perché le notizie sono state finanche nascoste durante questa crisi, ma le abbiamo apprese solo dagli operatori della polizia penitenziaria o dai cittadini.
Secondo il Sap, il sindacato della polizia penitenziaria, i carcerati "chiedono provvedimenti contro il rischio dei contagi". In che modo vista la grandezza delle celle?
Nel 2016 da sottosegretario alla giustizia con delega al comparto carcerario, proposi di prevedere colloqui via Skype per i detenuti ordinari e non sottoposti a misure restrittive. Per questo fui pesantemente attaccato da certa stampa giustizialista. Ma se avessimo applicato ieri quello strumento, forse oggi non avremmo questo livello di difficoltà. Il sistema carcerario è particolarmente delicato ed è il cuore della democrazia, perché presiede alla sicurezza e alla garanzia dei diritti costituzionalmente garantiti. Ricordo le parole sagge del garante dei detenuti, Mauro Palma, secondo cui oggi oltre 8000 detenuti potrebbero scontare in maniera alternativa il residuo di fine pena, magari facendolo valere per coloro che non hanno partecipato alle rivolte così da trovare differenziazioni all'interno del carcere. Ciò libererebbe dei posti per consentire di allestire aree da adibire a luogo di intervento terapeutico per coloro che dovessero essere positivi.
"L'emergenza Coronavirus non dev'essere la scusa per spalancare le porte delle case circondariali", ha detto il leader della Lega Matteo Salvini. Che ne pensa?
C'è chi fa propaganda su temi drammatici. Si può fare un contenimento dei numeri anche grazie ad una differenziazione dell'esecuzione penale, come un maggiore utilizzo delle detenzioni domiciliari o delle pene alternative. Vorrei, senza polemiche, sottolineare che mentre l'indice di criminalità è diminuito la presenza nelle carceri è aumentata. Significa che si sta facendo una cattiva politica carceraria.
veratv.it, 10 marzo 2020
È morto ieri pomeriggio nel carcere di Marino del Tronto uno dei 41 detenuti trasferiti la scorsa notte da quello di Modena dopo i tumulti e il saccheggio dell'infermeria. Causare del decesso dell'uomo, un 40enne, sarebbe stata un'overdose. Già all'arrivo nel carcere ascolano le sue condizioni di salute erano apparse gravi. A quanto trapela un altro dei detenuti giunti da Modena, sarebbe in condizioni gravissime sempre per l'assunzione di oppiacei avvenuta prima dell'arrivo nel carcere ascolano.
La struttura carceraria di Marino del Tronto fino a due anni fa ospitava i detenuti soggetti al 41 bis, il cosiddetto carcere duro. Dopo che questo reparto è stato smantellato, si sono creati spazi. Per questo cui il penitenziario è stato scelto per accogliere i detenuti provenienti da Modena. Al momento la situazione nel carcere di Ascoli è tranquilla e non si registrano tensioni particolari.
emmelle.it, 10 marzo 2020
Già da venerdì i detenuti si erano rifiutati di rientrare nelle celle. Ieri sera nella sezione femminile cartoni e un materasso sono stati dati alle fiamme. Anche nel carcere di Castrogno, come accaduto altrove nelle case di detenzione, i detenuti hanno fatto sentire la loro protesta, lamentandosi per le limitazioni imposte ai colloqui con i famigliari, nell'ambito dell'applicazione del decreto sicurezza rispetto al rischio Coronavirus.
Non si è trattato di una rivolta vera e propria, ma di uno stato di agitazione, le cui prime avvisaglie sono state registrate venerdì, dalla sezione detenuti comuni è partita la protesta, con il rifiuto di rientrare nelle celle. Una protesta ripetuta anche ieri sera, quando l'iniziativa dei reclusi (che sono 430 contro i 250 previsti) è stata sentita anche a notevole distanza dalla casa circondariale teramana, con le suppellettili battute contro le inferriate delle celle.
Nello stesso tempo nel reparto di detenzione femminile sono stati dati alle fiamme alcuni cartoni e un materasso. La protesta dei detenuti è stata contenuta non senza sforzo dal personale di polizia penitenziaria che, dopo una lunga trattativa, è riuscito a convincere i reclusi - soprattutto quelli della sezione Alto rischio - a rientrare nelle rispettive stanze.
Come accaduto in altre carceri italiane - a Milano, Roma e Foggia, dopo Modena si registrano i casi più gravi, con vere e proprie rivolte, accompagnate da evasioni e in alcuni casi purtroppo anche con vittime - la situazione è stata gestita con il trasferimento di alcuni dei rivoltosi più esagitati. Sotto questo aspetto non ha certo giovato alla già precaria situazione organizzativa di Castrogno (quasi al collasso da tempo per il sovraffollamento) l'aver ricevuto ospiti da altre carceri, giunti in nottata soprattutto da Frosinone.
Al momento la situazione è tenuta sotto controllo, dopo l'incontro che si è tenuto stamattina tra il comandante degli agenti di polizia penitenziaria e i detenuti, ma non si esclude una ripetizione della protesta: con una telefonata giunta alla redazione di emmelle.it, è stato reso noto che nella serata di oggi, i detenuti riproporranno la protesta, molto probabilmente rinforzata dalla presenza anche di alcuni parenti nelle zone antistanti il penitenziario teramano.
di Luca Muleo
Corriere di Bologna, 10 marzo 2020
La sanità penitenziaria conferma la presenza di un detenuto malato, sebbene in isolamento. Sette morti e sei persone in gravi condizioni ricoverate in Terapia Intensiva. Questi sono i numeri della maxi rivolta scoppiata nel carcere di Modena domenica poco dopo le 14. Diversi gli agenti della penitenziaria feriti, alcuni hanno riportato fratture. Le ambulanze hanno fatto avanti e indietro dal carcere per tutta la giornata di ieri, così come i blindati della penitenziaria che stanno smistando i detenuti negli istituti penitenziari della regione perché il carcere non è più agibile.
Sono le conseguenze di quanto accaduto domenica, quando un centinaio di detenuti ha messo a ferro e fuoco la struttura per tentare un'evasione di massa che non è riuscita. Alla base della protesta, che ha interessato diversi penitenziari d'Italia, le limitazioni dovute a permessi e colloqui a causa dell'emergenza coronavirus.
Ma c'è di più: la notizia diffusasi in carcere di un detenuto positivo al virus, circostanza confermata ieri dalla sanità penitenziaria di Modena. Sotto la lente di ingrandimento anche il sistema di custodia attenuata (vigilanza dinamica) previsto nell'istituto penitenziario. Molti detenuti al momento dello scoppio della rivolta si trovavano infatti nei corridoi e non nelle loro celle. Prima gli incendi, poi la devastazione. I rivoltosi sono riusciti ad accaparrarsi gli strumenti utilizzati per le attività "agricole".
Mazze, roncole, vanghe e pale da giardino. Quando i primi agenti sono arrivati sul posto la situazione era fuori controllo. Solo grazie alla chiusura dei portoni con dei blindati si è evitato il peggio. Dentro però continuava l'inferno. In una trentina hanno assaltato l'infermeria e diverse persone hanno assunto metadone e altri farmaci. Bottiglie di sedativi e persone in fin di vita per terra: questa è la scena che si sono trovati davanti gli agenti al loro arrivo.
La Procura ha aperto un fascicolo e si indaga per omicidio colposo. Non mancheranno le indagini per resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, violenza privata e tentata evasione. Già disposta l'autopsia sui corpi delle persone decedute. Fonti dell'amministrazione penitenziaria hanno confermato che i decessi sono riconducibili all'uso di stupefacenti, ovvero oppioidi e benzodiazepine. E sempre dal carcere arriva la conferma di un caso di positività al coronavirus, notizia che evidentemente era circolata tra i detenuti e che li aveva gettati nel panico sebbene l'uomo contagiato fosse già stato sottoposto ad isolamento.
"Dentro il carcere ogni cosa viene amplificata, anche in una situazione di normalità, figuriamoci ora, questo non bisogna dimenticarlo", ha commentato Paola Cigarini, volontaria dell'associazione Gruppo Carcere Città. "Già da alcune settimane, con l'avanzare del diffondersi del virus, la tensione stava salendo. Noi abbiamo cercato di informare i detenuti, anche dalle fake news, così come hanno fatto i medici - ha spiegato la volontaria - ma dentro un carcere basta che si diffonda la voce di un recluso che ha una normale influenza per accendere gli animi". Ieri mattina intanto ancora momenti di tensione dopo che alcuni familiari dei detenuti si sono presentati fuori dai cancelli del Sant'Anna a protestare e a chiedere spiegazioni. Intanto prosegue il trasferimento di tutti i detenuti e la conta dei danni. La struttura è ora inaccessibile e quindi tutti i suoi "ospiti" sono stati trasferiti.
Ristretti Orizzonti, 10 marzo 2020
Appello del Garante Detenuti della Regione Piemonte ai detenuti, alle Amministrazioni penitenziaria e sanitaria, alla Magistratura. La situazione di emergenza legata alla diffusione del virus Covid-19 pone specifici problemi e questioni urgenti alla comunità penitenziaria.
In Piemonte abbiamo 13 carceri per adulti e un istituto penale per minori: in tutto una popolazione detenuta di circa 4.600 ristretti, ma la comunità penitenziaria è fatta anche di oltre 3.000 agenti di polizia penitenziaria, di circa 500 altri operatori professionali senza contare i volontari.
Oggi l'Unità di Crisi ha raccolto la mia richiesta ed ha effettuato il primo incontro con il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria e con il centro di Giustizia Minorile per una presa in carico diretta e complessiva delle criticità in essere e potenziali.
Il carcere è per ora una situazione "protetta", ma è anche una realtà vulnerabile e quindi "esplosiva": le limitazioni previste dal decreto e dalle circolari delle Amministrazioni competenti non possono non considerare che accanto ai detenuti rinchiusi, ci sono gli ingressi di nuovi giunti, di professionisti e di poliziotti penitenziari che sono cittadini liberi di muoversi e quindi potenzialmente portatori di contagio.
Io mi sento di fare un appello ai detenuti delle carceri piemontesi: occorre mantenere la calma e cercare assieme di conquistare modalità esecutive che contemperino la sicurezza individuale e collettiva con il mantenimento di fondamentali diritti della persona.
A fronte della decisione temporanea (fino al 22 marzo) della sospensione dei colloqui con i familiari, iniziativa deve essere di esigere reali alternative percorribili. Le telefonate aggiuntive hanno un costo che spesso i detenuti non sono in grado di sopportare; le videocomunicazioni devono essere supportate da efficaci strumentazioni sia in carcere che nelle case dei famigliari, e quasi mai le cose sono effettive.
Occorre trasmettere con correttezza le informazioni ai detenuti, ma le Amministrazione devono anche cogliere l'occasione per la sperimentazione di innovativi ed efficaci canali di comunicazione, forme nuove e spesso molto più controllabili e tracciabili di altre. Solo con la calma e la ragionevolezza si può sperare di affrontare in modo positivo la crisi attuale, magari anche percorrendo strade innovative che possono essere utili a svecchia un sistema che si illude di controllare tutto ma che quotidianamente dimostra la sua fallacia.
Nel contempo voglio fare anche un appello pubblico e forte alla Magistratura ed in particolare alla Magistratura di Sorveglianza affinché si colga l'occasione di questa straordinaria emergenza per procedere con la concessione di misure alternative al carcere: l'emergenza Covid-19 si innesca sul un contesto penitenziario caratterizzato dal crescente sovraffollamento. Anche nelle carceri del Piemonte. Per il 4.600 detenuti i posti regolamentari disponibili sono solo 3.700: gestire qualsiasi cosa ma soprattutto una crisi sanitaria in un luogo dove mancano gli spazi è impensabile!
Nel condannare le rivolte violente e disperate e nel ringraziare gli agenti di polizia penitenziaria impegnati a garantire il più possibile regolare vivere della comunità penitenziaria, auspico che l'interlocuzione in corso fra Amministrazione penitenziaria ed Amministrazione regionale possa portare elementi di certezza e di rassicurazione per chi è in carcere in forza di una sentenza e per chi vi lavora. I Garanti comunali piemontesi stanno tutti seguendo direttamente l'evolversi della situazione: il Coordinamento dei Garanti del Piemonte si unisce alle richieste del Garante nazionale e del Portavoce nazionale dei Garanti territoriali perché si mettano in campo misure straordinarie volte ad alleggerire le situazioni di sovraffollamento.









