di Antonella Rampino
Il Dubbio, 31 gennaio 2020
Che si debba riportare l'Italia nell'alveo del rispetto delle normative internazionali e del diritto umanitario lo ripetono tutti gli esponenti del Pd, mentre i Cinque Stelle tacciono. Dall'8 agosto 2019 i rilievi di Sergio Mattarella ai decreti voluti da Matteo Salvini in nome della "sicurezza" sono rimasti lettera morta.
Tutte le forze di governo, Cinque Stelle compresi per ripetute dichiarazioni di Luigi Di Maio, hanno asserito di voler dare pronto seguito, ma quasi 6 mesi a quanto pare non son bastati per passare dalle parole ai fatti. Cosa aveva messo per iscritto il presidente della Repubblica promulgando quella legge? Che andava perlomeno corretta, e perlomeno in due punti.
Là dove innalza in maniera abnorme le "multe" per le ong che salvino migranti in mare (e la ministra dell'Interno Lamorgese si trova in questi giorni con la grana di un comandante tedesco che si è visto recapitare una cartella da 300mila euro per aver tratto in salvo 104 persone). E là dove lede anche i diritti degli italiani, estendendo oltre misura attraverso la cancellazione delle attenuanti il reato di resistenza a pubblico ufficiale, categoria che comprende pure chi controlla i biglietti sugli autobus ma non - assurdamente- i magistrati. E diciamo "perlomeno" perché Mattarella ha messo per iscritto di non poter entrare "nel merito della valutazione della norma", ma anche che per l'Italia resta l'ovvio obbligo (di legge) di salvare vite umane.
Sei mesi dopo, quei richiami che arrivarono solo pochi giorni prima del ferragostano precipizio aperto da Salvini e nel quale precipitò il Conte 1, son rimasti lettera morta.
Si sarebbero invece dovuti e potuti attuare subito, non limitandosi a proclamare - come ha fatto pure Conte diventato 2 - di volerlo fare. Adesso siamo alla verifica di maggioranza, dalla quale nelle intenzioni dovrebbe partire una nuova fase propulsiva dell'azione di governo: pare durerà alcune settimane, e naturalmente già di per sé questo non è un buon segno. Né può esser preso come un viatico l'idea, lanciata mercoledì scorso in Parlamento dalla componente renziana, di congelare per un annetto (o due) il confronto sulla prescrizione.
Non vorremmo che il metodo, spingere la polvere sotto il bordo del tappeto sperando che poi col tempo non tracimi, finisse per riguardare anche un tema, cruciale dal punto di vista del profilo politico e in particolare della riserva valoriale che deve connotare la politica di governo quanto quello della prescrizione, quale è appunto quello che riguarda i decreti sicurezza.
I decreti che sull'autobus come in tv non a caso li si chiama decreti-Salvini: sono il simbolo della discontinuità tra il Conte 1 e il Conte 2, perché erano provvedimenti insensati ma imposti al Paese da chi li ha usati per affermare il proprio profilo come preminente nell'azione di governo, l'ex ministro dell'Interno e vicepremier Matteo Salvini.
Che si debba riportare l'Italia nell'alveo del rispetto delle normative internazionali e del diritto umanitario (che è legge pure quello), dopo i richiami di Mattarella lo ripetono tutti gli esponenti del Pd, a partire da Nicola Zingaretti che ha pure notato come il tema sia già nel programma di governo, mentre i Cinque Stelle tacciono.
Il generico pensiero in materia del "reggente politico" Crimi purtroppo lo si conosce, mentre di Di Maio son ben noti gli atti: da responsabile della Farnesina ha fatto scadere i termini entro i quali l'Italia avrebbe potuto disdettare il patto con la Libia in base al quale la Guardia costiera di Tripoli - infiltrata di trafficanti di uomini - riporta i migranti in quelli che oggi sappiamo essere - grazie alla certificazione Onu, sulla scia di inchieste giornalistiche e denunce delle organizzazioni umanitarie veri e propri lager.
Disdettare quell'accordo, che ha rivelato i propri vergognosi effetti, e non modificarlo come proponeva la ministra Lamorgese, affidando i centri di detenzione libici all'Onu. Una proposta che se attuata avrebbe permesso al governo - e a Di Maio - di salvarsi l'anima. E all'Italia di rientrare nell'alveo dei paesi civili.
E mentre la magistratura applica le leggi con l'autonomia che le è propria, facendo valere le norme di rango superiore (è recente la sentenza della Cassazione per la quale la comandante Carola Rackete non avrebbe dovuto essere arrestata, in base ai recenti decreti, perché salvare vite umane è interesse prioritario, e un obbligo per chi va per mare), resta nel cassetto anche un altro piano della ministra dell'Interno Lamorgese, quello per un pieno superamento proprio di quei decreti- Salvini. È vero che intanto si è aperta la discussione, nel governo, per regolarizzare i migranti che sono già in Italia, che magari hanno già un lavoro e pagano pure le tasse, ma che ai sensi della legge Bossi- Fini sono "immigrati clandestini".
Ma il tempo per il cambiamento di passo si è ormai fatto breve, anzi brevissimo. Sicuri che a Conte, gran mediatore della non- coalizione, e soprattutto a Zingaretti la cui leadership s'è appena rafforzata con il risultato in Emilia e Romagna, convenga assecondare le paturnie e l'agonia politica che si fatto affligge i 5S? E se per mettere a punto un superamento radicale dei decreti- Salvini, cancellandone anche l'impronta feroce, son proprio necessarie quelle annunciate tre settimane di "verifica", non sarebbe il caso di accogliere intanto quei rilievi del Capo dello Stato, e farlo al più presto, nel più vicino consiglio dei Ministri?
Perché di buoni propositi è lastricata la via del mai, genere ius soli. E perché lasciare a Di Maio, al tavolo della "verifica", l'argomento "accogliere i rilievi di Mattarella sí, cancellare i decreti Salvini no", proprio non sembrerebbe una buona tattica. Né per il Pd, né per l'Italia alla quale il salvinismo ha cercato di cambiare i connotati. "L'Italia vera - ha scandito Mattarella nel discorso agli italiani per la fine dell'anno - è una sola: quella del civismo, della solidarietà, del dovere, dell'altruismo". E il futuro, ha ripetuto nel discorso alle Alte Cariche, non è domani: è oggi.
di Giovanni Russo Spena
Left, 31 gennaio 2020
Creati con la legge Turco-Napolitano, i centri di detenzione per stranieri sono prigioni etniche usate dallo Stato contro esseri umani che non hanno compiuto alcun reato. Persone che i governi di qualsiasi colore vedono solo come manodopera o nemici da contenere.
È una vergogna per il nostro ordinamento: nelle "galere etniche" si continua a morire. E ad essere uccisi. Quando sei nelle mani degli apparati dello Stato, che hanno la responsabilità assoluta della tua vita, non puoi, non devi morire. Il principio dell'habeas corpus, che già conosceva il pretore romano, è al centro del nostro Stato di diritto.
Eppure, dal Serraino Vulpitta a Trapani, a Gradisca d'Isonzo, si continua a morire nelle carceri per migranti. Non accoglienza è ma detenzione, dura detenzione senza controlli né sociali né giurisdizionali. Queste strutture sono assolutamente in contrasto con quanto prescrive la Costituzione, all'articolo 10. Eppure sono sostanzialmente dimenticate, anche da larga parte della coscienza democratica. Allora bisogna forse ripartire da alcune domande fondamentali. Perché la legge Turco-Napolitano istituì questi luoghi di detenzione per migranti che nessun reato avevano commesso?
Prigioni peggiorate, per tempi e condizioni di detenzione, dai successivi ministri dell'Interno leghisti e di centro sinistra. Perché, da un lato, nei confronti di un fenomeno migratorio globale, l'unica politica che i governi hanno saputo concepire è quella del contenimento e dello sfruttamento schiavistico; dall'altro lato, connesso, è stato costruito, legge dopo legge, ordinanza sindacale dopo ordinanza, un perfido e complesso corpo normativo, un vero e proprio "diritto del nemico", ove il nemico offerto al ludibrio di un'opinione pubblica spaesata ed impaurita dal fenomeno migratorio è, per l'appunto, il migrante, il più ovvio dei capri espiatori.
Nasce così il "diritto penale del nemico", con una torsione del concetto stesso di penalità. I migranti diventano cinico oggetto di vergognose contese elettorali. Ma anche metafora di una incapacità di governo. Non a caso siamo giunti alle leggi Minniti-Orlando e, poi, alla perfidia giuridica dei pacchetti securitari di Salvini. Sono incostituzionali. Sono certo che la Corte costituzionale accoglierà, per lo meno parzialmente, i ricorsi che come Giuristi democratici e Associazione per gli Studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) abbiamo presentato. Eppure l'attuale governo non ha il coraggio di assumere un provvedimento abrogativo.
Eppure la mobilitazione democratica, pur osteggiata dai partiti più grossi, qualche risultato, nel corso degli anni, ha raggiunto. Cito solo due temi. Il primo concerne i diritti spettanti ai detenuti in base agli stessi regolamenti carcerari. Ebbene, quando entrammo per la prima volta nei Centri di permanenza temporanea (Cpt), appena varati dalla Turco-Napolitano, dovemmo mettere in atto azioni di disobbedienza civile per ottenere un provvedimento ministeriale che fissasse un minimo di regole non aleatorie.
Il secondo tema, altrettanto importante, riguarda la battaglia culturale e giuridica per far chiudere alcune strutture, lautamente convenzionate con i governi, in diversi casi gestite da associazioni della galassia cattolica, che attuavano permanentemente illeciti amministrativi e azioni perfide azioni di aggressione e punizione nei confronti dei migranti detenuti (ipocritamente venivano chiamati "migranti ospitati").
Non lo abbiamo fatto per buonismo, stupida ed insulsa accusa che i razzisti vorrebbero rovesciarci addosso. Noi abbiamo una concezione altra sull'immigrazione: siamo per il diritto a migrare (riconosciuto dal diritto internazionale) e per il diritto ad arrivare (riconosciuto dalle convenzioni internazionali). Occorre predisporre, quindi, accoglienza, non strutture carcerarie. Il discrimina verte sulla concezione della società.
Mi permetto di citare il Marx del libro primo del Capitale: "Il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi in un Paese in cui viene marchiato a fuoco quand'è in pelle nera". I soggetti migranti diventano, per i governi europei, troppo spesso merci inerti, mera funzione dei processi di accumulazione e di valorizzazione del capitale. Sono individui viventi che subiscono un processo di reificazione. Sono l'architrave del lavoro servile contemporaneo, i "meteci" contemporanei. Braccia di lavoro, non soggetti titolari di diritti.
I quali non devono ribellarsi. Le galere etniche questo sono: un luogo di educazione repressiva (in cui è sottinteso il motto: "Sappiate che se vi ribellate e pretendete diritti sarete repressi"). A Rosarno, quando i migratiti si ribellarono precisamente dieci anni fa al caporalato padronale-mafioso, scattò la caccia all'uomo, da parte dei mafiosi ma anche delle forze militari e di polizia. Si interseca qui, con il tema della repressione, l'altro grande tema, connesso, del consenso popolare al razzismo istituzionale.
Qui emerge il ruolo che dobbiamo saper svolgere, nelle riviste, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e di studio. Lo ha sintetizzato molto bene il filosofo francese Etienne Balibar: "La distruzione del sistema razzista non presuppone solo la rivolta delle sue vittime, ma la trasformazione dei razzisti e della comunità istituita dal razzismo".
Proprio perché questa inciviltà è dentro la pancia della cosiddetta modernità liberista. Il sovranismo nazionalista fonda umori xenofobi nei confronti dell'"altro da noi". Vi è, insomma, la costruzione simbolica del nemico. La società pretende che il migrante si trasformi in nemico, per rassicurare se stessa.
Al sovranismo populista si è, molto negativamente, aggiunto il populismo giustizialista del grillismo. Esso si è caratterizzato per quel mostro morale e giuridico che è il "reato di solidarietà", contro le Ong e tutte e tutti coloro che salvano vite e praticano solidarietà. I movimenti migranti sono, per costoro, le nuove "classi pericolose", come descritte, con infame definizione, dalle scienze sociali positiviste ottocentesche.
Le galere etniche sono parte di un contemporaneo sistema coloniale gestito dall'Unione Europea con una forte torsione autoritaria e securitaria. Condivido la recente sentenza del Tribunale permanente dei popoli, riunitosi a Palermo: "La situazione configura corresponsabilità in crimini contro l'umanità". Non rimuoviamo la gravità; è da qui che dobbiamo ripartire.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 31 gennaio 2020
Mentre il ministro degli Esteri Di Maio annuncia il prossimo avvio della negoziazione con Al Serraji per migliorare il Memoramdum con la Libia, lo staff dell'agenzia dell'Onu abbandona la struttura in cui nelle ultime settimane hanno trovato rifugio 1.700 persone.
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio assicura che "nei prossimi giorni l'Italia avvierà il negoziato per Al Serraji per portare avanti la condizione dei migranti in Libia" ma intanto, alla vigilia del rinnovo per tre anni alle vecchie condizioni del Memorandum, l'Unhcr annuncia da Ginevra l'interruzione delle operazioni nel centro di transito di Tripoli nel quale, nelle ultime settimane, hanno trovato rifugio oltre 1700 migranti. Troppo pericoloso.
La decisione, spiega una nota dell'ageniza Onu per i rifugiati, è stata presa a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner, in considerazione anche dell'aggravarsi del conflitto a Tripoli, in Libia. "Purtroppo l'Unhcr non ha avuto altra scelta se non quella di sospendere le operazioni presso la Gdf di Tripoli, dopo aver appreso che le esercitazioni di addestramento, che coinvolgono personale di polizia e militare, si svolgono a pochi metri dalle strutture che ospitano i richiedenti asilo e i rifugiati", ha detto Jean-Paul Cavalieri, capo della missione in Libia. "Temiamo che l'intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di altri civili", ha aggiunto.
L'Unhcr ha iniziato a trasferire decine di rifugiati altamente vulnerabili, che sono già stati identificati per il reinsediamento o l'evacuazione in paesi terzi, dalla struttura in luoghi più sicuri. L'Unhcr faciliterà anche l'evacuazione di centinaia di altre persone verso le aree urbane. Tra questi, circa 400 richiedenti asilo che avevano lasciato il centro di detenzione di Tajoura dopo che questo era stato colpito da un attacco aereo lo scorso luglio, e circa 300 richiedenti asilo del centro di detenzione di Abu Salim che sono entrati nel Gdf lo scorso novembre dopo essere stati rilasciati spontaneamente dalle autorità. Tutti riceveranno assistenza in contanti, beni di prima necessità e assistenza medica presso il Community Day Centre dell'Unhcr a Tripoli.
Di Maio, intanto, prova a rassicurare sui contenuti del Memorandum. "Non è vero che se non lo rinegoziamo entro il 2 febbraio non si può più rinegoziare", dice omettendo però di spiegare che se è vero che le modifiche che l'Italia non ha ancora neanche richiesto potranno subentrare in qualsiasi momento è altrettanto vero che se la trattativa non dovesse avere l'esito sperato, l'Italia non potrà più tirarsi indietro per i prossimi tre anni. E quindi, nella sostanza, il 2 febbraio l'Italia accetterà di confermare l'accordo vigente al buio. Modifiche auspicate o meno.
"Non possiamo più farci condizionare dallo scenario di guerra e le tensioni che anche in queste ore si presentano in Libia, scegliendo il ricatto di Al Sarraji che non accetta condizioni basilari e pretende il rinnovo del Memorandum così com'è - dichiara Silvia Stilli, portavoce dell'Associazione ong italiane - Se il governo italiano accetterà di firmare l'accordo senza alcuna reale discontinuità con il precedente, avendo certezza delle inenarrabili violenze di cui la Libia è protagonista, metterà in discussione la sua stessa adesione alla Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite".
E la campagna "Io accolgo", promossa da 46 organizzazioni sociali, chiede di cancellare il Memorandum, l'evacuazione di tutti i migranti trattenuti nei centri libici, l'apertura di corridoi umanitari europei, il ripristino di un'operazione vera di soccorso in mare, un'Italia e un'Europa impegnate nell'accoglienza, il rispetto dei diritti umani fondamentali, a cominciare dal diritto alla vita. E per domani lancia un'iniziativa di mail bombing a Di Maio e alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese con queste richieste.
di Mario Morcone
Il Riformista, 31 gennaio 2020
Dissolto l'incubo della sconfitta alle elezioni regionali dell'Emilia Romagna, il governo si trova ora, come ha più volte ripetuto il segretario del Pd Nicola Zingaretti, di fronte a una nuova fase che dovrà sciogliere una serie di importanti nodi del programma della maggioranza, evitando ulteriori rinvii che non sarebbero più compresi, per avviare effettivamente una nuova stagione più volte promessa. Non mi avventuro sul dibattito, centrale in questo momento, dei nuovi sistemi elettorali, ferma restando la necessità di una scelta che assicuri effettiva governabilità a questo Paese, anche se non fosse quella auspicata da ciascuno di noi. Punto sulla professionalità e saggezza del presidente Conte perché si trovi una soluzione digeribile e in linea con la nostra civiltà giuridica per quanto riguarda il tema della prescrizione, senza renderci tutti prigionieri di un'ansia giustizialista che non mi pare abbia risolto alcun problema.
Quello che tuttavia, per quanto mi riguarda come Direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, attende da tempo una urgente svolta di buon senso è tutto il tema dell'immigrazione e dell'accoglienza. In primo luogo, va contrastata quest'idea del binomio immigrazione-sicurezza che non solo è assolutamente senza fondamento, come dimostrano i dati ufficiali del ministero dell'Interno, ma è esattamente il frutto malato di una manipolazione mediatica portata avanti dalla destra negli ultimi anni. Nessuna fuga in avanti, nessuna avventura umanitaria, ma la consapevolezza di doverci strutturare in maniera coerente ai nostri valori e alle necessità di un Paese, peraltro condannato da dati demografici che descrivono un inesorabile declino.
Ripartiamo allora dai sindaci, da quei progetti dello Sprar (mi ripugna parlare di Siproimi) che hanno costituito e ancora costituiscono una best practice della nostra organizzazione. È quello il riferimento in chiave di servizi, di diritti, di percorsi di integrazione, di coesione sociale e di responsabilità politica che meglio garantisce la governabilità del fenomeno. Superare una discriminazione aprioristica in termini di servizi, tra coloro che sono in attesa della protezione internazionale e coloro che l'hanno già ricevuta è già un primo passo fondamentale per circoscrivere il rischio di un'ulteriore crescita dell'irregolarità, della marginalità sociale e della frustrazione. Il presunto risparmio, esibito dal governo giallo-verde come una bandiera di vittoria, finisce per essere tutti i giorni solo un modo per scaricare costi e problematiche sui territori.
Una norma che, senza ricorrere alle tradizionali procedure di emersione o regolarizzazione, consentisse il rilascio di un permesso di soggiorno provvisorio a chi è nelle condizioni di dimostrare il proprio impegno lavorativo o un positivo percorso di integrazione, ci aiuterebbe ad avviarci verso una normalità auspicata da tutti. Allo stesso modo, se le aziende che rivendicano una necessità di personale fossero disponibili a essere sponsor sulla base di garanzie chiare per le persone che intendono assumere, contrasteremmo forme di sfruttamento lavorativo e potremmo dare una risposta a una richiesta più volte sottolineata dalle associazioni datoriali.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 31 gennaio 2020
La cartina di tornasole della capacità del Partito democratico di riconnettersi con il sentimento degli italiani sarà l'atteggiamento sui decreti Sicurezza. Il Pd, festeggiato come un successo nazionale lo scampato pericolo in Emilia-Romagna, ha davanti alcuni passaggi critici nel rapporto con l'alleato di governo ormai in apnea, i Cinque Stelle: dalla prescrizione al dossier autostrade. Ma la cartina di tornasole della sua capacità di riconnettersi con il sentimento degli italiani, tentando magari di indirizzarlo verso approdi meno intolleranti, sarà la gestione dell'immigrazione.
Lo scorso settembre, alla nascita della coalizione giallorossa, i democratici chiesero per bocca del loro segretario Zingaretti la cancellazione dei due provvedimenti più simbolici della stagione salviniana, i decreti Sicurezza. Di fronte all'aperta ostilità di Luigi Di Maio (che aveva avallato tutte le iniziative di Salvini e coniato di suo l'assai controversa definizione di "taxi del mare" per le navi Ong che salvano i naufraghi), il timore di mandare all'aria il delicato castello di carte del Conte 2 li ha poi indotti ad attestarsi su più modeste "modifiche" che avrebbero al massimo ricalcato i rilievi mossi dal presidente Mattarella al momento di firmare i provvedimenti. Col trascorrere delle settimane e con l'ingarbugliarsi della matassa governativa, anche questa messa a punto è stata dimenticata, almeno fino alle cruciali elezioni emiliano-romagnole: i vertici del Nazareno hanno preferito in sostanza fingere che il problema non ci fosse più, smettendo di parlarne e sostenendo, col conforto di alcuni sondaggi, che il tema più caldo nella stagione di Salvini fosse finito al quarto o quinto posto nelle preoccupazioni nazionali (dopo le questioni economiche). Nulla di più sbagliato.
Non solo perché, come dice saggiamente Anne Applebaum, premio Pulitzer e attenta osservatrice della realtà italiana, l'immigrazione da noi è "un talismano che racchiude tutte le altre paure". Non solo perché Salvini, fresco di sconfitta in Emilia-Romagna, mostra di voler riappropriarsene e tornare a cavalcarla (a febbraio si deciderà sul suo processo per l'ipotesi di sequestro di persona dei migranti sulla nave Gregoretti ma nel frattempo lui annuncia denunce al governo in carica per analogo reato contro i naufraghi della Ocean Viking). Ma soprattutto perché la questione non è eludibile: la base spinge (e la giovane pasionaria del voto di domenica, Elly Schlein, già chiede una "scelta chiara tra Minniti e Bartolo"), gli sbarchi stanno riprendendo (i 403 della Ocean Viking sono finiti a Taranto, altri 237 arrivano sulla Alan Kurdi) ed è plausibile che a breve esplodano per effetto del caos libico.
Ora il Pd ha davanti a sé tre strade. La prima consiste nell'assecondare la linea della ministra Lamorgese: una parziale disapplicazione de facto del decreto Sicurezza bis contro le Ong. Questo approccio, diciamo così, molto pragmatico, porta con sé due problemi: non è risolutivo e soprattutto non può rimediare ai danni del primo decreto Sicurezza, quello che ha messo in ginocchio il sistema Sprar (l'accoglienza comunale, poco diffusa ma unica a funzionare) e cancellato la protezione umanitaria, spedendo nel limbo della clandestinità e nelle braccia della malavita migliaia di migranti. Timidamente Graziano Delrio ha sostenuto sulla Stampa che, pur "senza chiedere abiure o pentimenti" ai grillini, vadano "riattivati gli Sprar" e vada "migliorato il sistema delle espulsioni" (eufemismo: al momento il sistema è fallimentare). Si tratta di pannicelli caldi, inutili perché disorganici. La seconda via, del resto, quella della cancellazione tout court dei provvedimenti, evocata da Zingaretti la scorsa estate ed invocata ora dal movimentismo radicale verso cui il Pd sembra tributario, sarebbe molto pericolosa. Gli italiani non la capirebbero e si tornerebbe a un modello di accoglienza che, prima di essere peggiorato dagli interventi di Salvini, aveva palesato già disfunzioni assai gravi.
Resta una terza via: quella di una vera riforma, che andrebbe intrapresa con equilibrio e illustrata con coraggio. Un nuovo pacchetto sulle migrazioni basato, per dirla ad acronimi, su Sprar e Cie, integrazione vera (e rifinanziata) per chi può stare sul nostro territorio ed espulsioni (effettive) per chi non ha titolo e non va comunque dimenticato sui nostri marciapiedi, nelle nostre stazioni, nei nostri giardinetti. Chi guarda dalla parte della "eroina" antisalviniana Schlein dovrebbe capire che gli italiani non accetteranno mai di tornare a decenti livelli di solidarietà se non vedranno coi loro occhi aumentare la sicurezza e diminuire la pletora di 600 mila disperati che vaga nelle nostre periferie. A quel punto, perché immigrazione non faccia più rima con disperazione, si potranno riaprire i canali di ingresso legali, sciogliendo il binomio micidiale che confonde il rifugiato col migrante in un Paese dove chi voglia lavorare può entrare solo fingendosi profugo e restando poi intrappolato nel sommerso: contraddizione ancor più stridente quando l'Ibrahim Forum Report 2019 ci spiega che all'80% i ragazzi africani tentati dalla partenza non sono profughi, cercano di accrescere la propria qualità della vita delusi dal Paese d'origine.
Per il Pd si tratterebbe insomma di governare i fenomeni recuperando un profilo riformista, in verità assai offuscato, anziché lasciarsi trascinare dal movimentismo di piazza. Ma, tra le due scelte, è purtroppo probabile (e forse consono alla natura di Zingaretti) che si continui invece a non scegliere, barcamenandosi sottovento tra posture estremiste e accordicchi di corridoio. Così disegnando per i migranti e per noi un futuro conforme allo spirito di questa stagione: salvo intese.
di driana Pollice
Il Manifesto, 31 gennaio 2020
Il virus dell'odio. Rapporto Eurispes, per il 15,6% la Shoah non c'è mai stata. Nel 2004 i negazionisti erano 2,7%. Migranti nel mirino. Tra il 2004 e il 2020 gli italiani che negano l'Olocausto sono passati dal 2,7 al 15,6%. Parallelamente, la convinzione che gli stranieri ci tolgano il lavoro, rispetto a dieci anni fa, è cresciuta dal 24,8% al 35,2% mentre la percentuale di chi vede negli immigrati una minaccia all'identità nazionale è aumentata dal 29,9% al 33%. Sono i numeri contenuti nel rapporto "Italia 2020" presentato ieri dall'Eurispes.
Per l'istituto di ricerca siamo "un paese che galleggia" con una popolazione che "si è adattata allo stato di perenne crisi, che brucia ricchezza e risparmi", un paese "incattivito" che guarda con diffidenza gli stranieri e, con più frequenza, giustifica razzismo e antisemitismo. "È nefasto ritenere che si possa riprendere un accettabile assetto di navigazione grazie alla vittoria di una minoranza sull'altra, e 'senza fare prigionieri' - ha spiegato il presidente Gian Maria Fara. La politica bellicista sa distruggere ma non ricostruire".
I pregiudizi antisemiti si stanno diffondendo: il 16,1% degli italiani sminuisce la portata della Shoah, il 15,6% la nega. L'affermazione secondo la quale gli ebrei controllerebbero il potere economico e finanziario trova consenso nel 23,9% della popolazione. Per il 61,7% i recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati e non rappresentano un problema. Il 60,6%, però, ritiene che siano la conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo. Sono soprattutto i più giovani a non considerarli atti isolati mentre dai 35 anni in su vengono derubricati a bravate. Inoltre, il 19,8% ritiene che "Mussolini sia stato un grande leader che ha commesso qualche sbaglio"; il 14,3% ritiene che "gli italiani amano le personalità forti" e che "siamo un popolo di destra".
Capitolo migranti: per il 77,2% vengono sfruttati dai datori di lavoro ma gli italiani sono anche convinti che ci tolgano il lavoro. Il 38,3% pensa che provochino l'aumento delle malattie. Crolla di 17 punti la posizione secondo la quale gli stranieri portano un arricchimento culturale (dal 59,1% al 42%), diminuisce dal 60,4 al 46,9% la convinzione che contribuiscano alla crescita economica. Un decimo trova gli immigrati ostili (10,1%), l'8,1% li trova insopportabili. Secondo il 45,7% un atteggiamento di diffidenza nei confronti degli immigrati è "giustificabile solo in alcuni casi". Per il 17,1% (più 6,7% rispetto al 2010) è condivisibile "guardarli con diffidenza".
Per contrastare l'immigrazione clandestina, il 26,2% ritiene che il governo dovrebbe erogare aiuti ai paesi di provenienza (più 7,7% rispetto a dieci anni fa), il 24% (a fronte del 33,6% del 2010) ritiene che il governo dovrebbe inasprire i controlli alle frontiere; per il 16% la priorità è agevolare la regolarizzazione dei clandestini (nel 2010 era il 25,5%). Rispetto al 2010, sono diminuiti gli italiani favorevoli allo ius soli (dal 60,3% al 50%) e sono aumentati i sostenitori dello ius sanguinis (dal 10,7% al 33,5%). In calo coloro che auspicano lo ius culturae cioè la cittadinanza per chi è nato qui purché educato in scuole italiane (dal 21,3% al 16,5%).
"Gli immigrati regolari in Italia sono circa 5,2 milioni, pari all'8,7% della popolazione, e gli irregolari circa 500mila - ricorda Fara -. Producono il 9% del Pil, circa 139 miliardi di euro annui. Il denaro che spediscono ai loro familiari (6,2 miliardi annui) è molto più importante di quanto l'Italia destina agli aiuti internazionali. Le loro imprese (oltre 700mila) assumono centinaia di migliaia di italiani. Versano 14 miliardi annui di contributi sociali e ne ricevono solo 7: i loro contributi ci permettono di pagare oltre 600mila pensioni".
Infine, gli sbarchi nel 2019 sono calati del 50,4% rispetto al 2018 ma la copertura mediatica è stata da record, "accreditando la rappresentazione di un'emergenza". Dal 2018 è la politica a presidiare il tema immigrazione: "La viva voce dei suoi esponenti è risultata centrale nel 38% dei servizi del prime time (48% per i tg Rai e 24% su Mediaset)". Il risultato è che il 30,4% giudica la propria città come poco o per niente sicura. Infine, gli italiani si fidano sempre meno della politica, del governo e del parlamento, preferendo le forze armate e le forze dell'ordine. "Il linguaggio di odio e razzismo - sottolinea il ministro del Lavoro, Stefano Patuanelli - non è sconnesso né dai crescenti episodi razzisti né dal crollo della consapevolezza di ciò che avvenne nei lager nazisti". E la collega all'Istruzione, Lucia Azzolina: "Sono dati che spaventano. La scelta di potenziare lo studio della Storia è quanto mai necessaria".
di Chiara Nardinocchi
La Repubblica, 31 gennaio 2020
Più di un miliardo di euro del Trust fund Ue è stato destinato a politiche nazionaliste e di contenimento dei flussi migratori. La denuncia di Oxfam. Aiutarli a casa loro. Con questo fine l'Unione Europea nel 2015 ha istituito il 'Fondo fiduciario di emergenza dell'UE per promuovere la stabilità a lungo termine e contrastare le cause profonde della migrazione irregolare e dei trasferimenti forzati in Africa' (EUTF Africa)', ovvero uno strumento per ridurre i fenomeni alla base dei flussi migratori e implementare lo sviluppo dei paesi di partenza e di transito più esposti.
Meno sostegno, più difesa. Eppure, dopo quattro anni, i risultati stentano ad essere visibili. Uno dei motivi, secondo Oxfam, è da ricercare nella mala gestione del fondo. Il rapporto "Il Trust Fund Ue per l'Africa intrappolato tra difesa delle frontiere e politiche di aiuto" denuncia come negli ultimi 4 anni oltre 1 miliardo di euro, il 26% degli aiuti totali, siano stati deviati dal loro scopo umanitario "per finanziare politiche nazionali di brutale contenimento dei flussi migratori". Un esempio dell'inefficacia del progetto è la percentuale esigua destinata a finanziare canali migratori regolari: 56 milioni di euro (meno dell'1,5% del valore totale del Trust Fund).
Il fondo. Nato alla Valletta nel 2015 in seguito al vertice euro-africano, il Trust fund era destinato a 23 paesi africani. A differenza di quanto accade per altri fondi europei, il Parlamento europeo non ha potere di controllo sul Trust Fund. Le risorse arrivano principalmente dal Fondo europeo per lo sviluppo e altre iniziative volte allo sviluppo.
Scandalo Libia. Come sempre succede quando si parla di iniziative europee sulla migrazione, la Libia gioca un ruolo di primo piano. In negativo. Degli oltre 4,5 miliardi di euro stanziati, le sono stati destinati 328 milioni diventando così primo beneficiario, con precedenza su paesi come Somalia e Niger. Ma non solo. Di questi, 160,13 milioni sono esplicitamente stati usati per la gestione dei flussi migratori e il rafforzamento delle frontiere, ovvero sono stati usati per finanziare la Guardia costiera libica, rea da tempo di una gestione a dir poco piena di ombre dei flussi migratori. Secondo lo ong, quest'ultima negli ultimi tre anni "ha operato in mare per riportare, in tre anni, circa 40 mila uomini, donne e bambini innocenti verso i 'lager libici', dove sono quotidianamente esposti a torture e abusi indicibili".
"La natura flessibile del Trust Fund - spiega Paolo Pezzati, policy advisor per la crisi migratoria di Oxfam Italia - consente infatti ai singoli stati di perseguire le loro priorità di politica interna, chiudendo i confini e accelerando i rimpatri. Il risultato è che finiscono in secondo piano gli obiettivi di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni africane, di sviluppo e crescita economica, che possono alla radice prevenirne la necessità di migrare".
Dietro la maschera. Nato per aiutare i paesi più deboli, il fondo si è rivelato per quello che è: l'ennesimo strumento europeo per contrastare in modo immediato gli arrivi di migranti e richiedenti. E questo a scapito di altre finalità come la salvaguardia degli equilibri del continente africano, il suo sviluppo economico e la facilitazione della mobilità delle persone.
"Molti progetti nell'ambito del Trust Fund - continua Pezzati - fanno più male che bene, ostacolando attivamente la migrazione invece di riconoscerne le cause. Inoltre, questa pressione sta causando notevoli tensioni tra l'Unione Europea e le nazioni africane, limitando il potenziale diplomatico dell'Europa di promuovere la democrazia, il rispetto dei diritti umani e lo spazio di partecipazione civile in paesi estremamente fragili".
E l'Italia? Al centro del Mediterraneo, l'Italia gioca un ruolo di primo piano. Non solo per aver finanziato l'accordo Italia-Libia (dalla firma, sono stati spesi 570 milioni euro per esternalizzare la gestione dei flussi migratori e per finanziare le missioni navali italiane ed europee, ma anche per aver gestito in modo diretto le risorse del Trust Fund. Un enorme flusso di denaro che ad oggi ha contribuito alla destabilizzazione del paese e "spinto i trafficanti di persone - scrive la ong - a convertire l'industria del contrabbando e tratta in industria della detenzione con abusi e violenze oramai note a tutti".
"I migranti - conclude Pezzati - sono usati come scudi umani[...]È urgente un piano di evacuazione dal paese per i migranti detenuti nei centri ufficiali e non ufficiali. Chiediamo che l'Europa trovi subito un accordo per portare fuori dal paese tutte le persone che a vario titolo si trovano lì e mostrino la volontà di richiedere protezione".
di francesco grignetti
La Stampa, 31 gennaio 2020
A gennaio incrementati del 1000%: oltre 1.200 gli arrivi. In bilico gli accordi di redistribuzione in Europa. I crudi numeri dicono che nel mese di gennaio sono ricominciate alla grande le partenze dalla Libia. In un mese sono sbarcate in Italia 1.273 persone; un anno fa, in piena era Salvini, erano stati 155. Un incremento del 1000 per cento che spaventa il ministero dell'Interno. Anche perché non finisce qui.
C'è in navigazione la "Open Arms" con altri 282 naufraghi a bordo, che finora non ha chiesto all'Italia l'indicazione di un porto sicuro, ma domani chissà. E dopodomani? Al Viminale non si fanno illusioni, ma nemmeno pensano di essere alla vigilia di una nuova catastrofe, ossia di un nuovo 2015, quando arrivarono quasi 200mila migranti.
E comunque il Viminale si sente rassicurato perché sta tenendo l'intesa con Francia e Germania, che sulla base della bozza di Malta si fanno carico realmente di una quota di ricollocamenti: il 21 gennaio, per dire, è partito da Roma un volo diretto a Parigi con a bordo 68 richiedenti asilo accettati dalla Francia. Sono stati 464 i migranti redistribuiti in Europa da settembre in poi. Ma al Viminale sanno anche che l'intesa potrebbe traballare se arrivassero a migliaia.
Certo, la situazione in Libia è malmessa. La tregua regge a malapena e i due schieramenti stanno approfittando della pausa per rafforzarsi. La guerra continua con piccole scaramucce, con il blocco dei pozzi, e forse anche con qualche spregiudicata spintarella alle partenze. La Libia, insomma, è in cima alle preoccupazioni del governo italiano. La ministra Luciana Lamorgese ha raccontato ieri di essere in contatto con il ministero dell'Interno libico e lì "c'è una situazione di instabilità, e questo determina anche un aumento dei flussi".
Dicono fonti del ministero che in effetti la settimana scorsa, subito dopo la Conferenza di Berlino, c'è stata una "falla" nel meccanismo che aveva retto negli ultimi due anni. Un eufemismo per dire che la Guardia costiera libica stavolta non ha fatto il suo dovere. Complice la guerra, ma non solo, i clan che dominano il mercato dei flussi illegali nelle cittadine di Zuara e Zawaya hanno subito approfittato del calo di tensione.
Dalla Libia, però, si allude anche a un ostentato disinteresse del governo Sarraj per il problema migratorio. Una rappresaglia visto che il governo italiano ha cambiato linea e ora ostenta una totale equidistanza tra i due schieramenti? Potrebbe essere.
Il ministro Luigi Di Maio, però, ieri in Parlamento ha spiegato che sono in corso "trattative". A dispetto di quanto vuole la vulgata dei social, infatti, non è vero che il 2 febbraio sarà rinnovato tacitamente il memorandum tra i due governi, stipulato ai tempi di Marco Minniti, che regola la cooperazione con Tripoli su molti piani, contrasto all'immigrazione clandestina compreso. Il nostro governo ha rispettato i tempi per presentare alla controparte le sue richieste. Lo stesso ha fatto Tripoli. E ora si discute. Lo si fa in segreto, perché non è materia da farci sopra i comunicati. Da quel poco che si sa, l'Italia ha chiesto di rivedere il trattamento dei migranti, gli standard dei centri di accoglienza, il controllo in mare. Il governo di Tripoli, a sua volta, chiede aiuti materiali, specialmente per le forze di sicurezza. Ma come è noto, ci si scontra con i termini dell'embargo imposto dall'Onu.
Lunedì sarà a Roma il ministro libico Fathi Bishaga. Nelle more della trattativa, però, si è inserita la variabile turca. È Erdogan ora il gran protettore di Tripoli e di Misurata. Uno che non si fa scrupoli a schierare navi, batterie missilistiche, droni e anche mercenari. Potrebbe avere interesse a far naufragare questo riavvicinamento. A Roma si rendono conto che la situazione si è ulteriormente complicata.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 31 gennaio 2020
Con il governo di al-Sarraj 3mila miliziani islamisti siriani inviati dalla Turchia, con il generale Haftar gruppi di giovani sudanesi mandati dagli Emirati. L'Unhcr sospende le operazioni nel centro di Tripoli e trasferisce decine di rifugiati. Il generale libico Haftar è un "mercenario, un soldato a libro paga dell'Egitto e degli Emirati arabi uniti". Non ha usato mezzi termini l'altro giorno il presidente turco Erdogan per descrivere Haftar, l'autoproclamato capo dell'Esercito nazionale libico (Enl), nemico giurato del Governo di accordo nazionale (Gna) di al-Sarraj riconosciuto internazionalmente.
Per il leader turco, "Haftar va fermato" perché è lui il responsabile delle violazioni del cessate il fuoco raggiunto lo scorso 12 gennaio su mediazione russa e turca. Una posizione condivisa dal Gna, sponsor di Ankara, che due giorni fa ha minacciato di rivedere la sua partecipazione "a qualunque dialogo" qualora l'Enl non dovesse porre fine alla sua offensiva contro al-Sarraj.
Ma il "sultano" non può fare la morale a nessuno per il fallimento della tregua in Libia. A ricordarglielo è stato l'altro giorno il presidente francese Macron (pro-Haftar) che lo ha accusato di "non mantenere la parola sulla non ingerenza straniera" nel paese nordafricano. "Abbiamo visto nei giorni scorsi navi turche che accompagnavano mercenari siriani che arrivavano in Libia", ha detto il capo dell'Eliseo.
Parole confermate dalla tv saudita al-Arabiyya che, citando un rapporto dell'intelligence militare dell'Enl, ha parlato di decine di corpi di miliziani siriani nella camera mortuaria del principale nosocomio di Tripoli. Secondo il portavoce di Haftar, Ahmed al-Mismari, in Libia sarebbero operativi già 3mila combattenti provenienti dalla Siria. Per lo più disertori dell'esercito di al-Asad o jihadisti legati al ramo siriano di al-Qa'eda o a ciò che resta dell'Isis, sarebbero dispiegati tra Ain Zara, Mouz e Ponte Zahra.
Dettagli in più sui 3mila mercenari siriani attivi in Libia li ha offerti qualche giorno fa il quotidiano d'opposizione turco Ahval: finanziati da Ankara dal 2016 per combattere le unità curde-siriane Ypg del Rojava, molti di loro avrebbero accettato di andare a combattere in Libia ingolositi dai ricchi salari promessi dai turchi (2mila dollari al mese a fronte dei 90 dollari percepiti in Siria). Non tutti però: alcuni avrebbero preferito un sostegno di Ankara contro il presidente siriano al-Asad nella battaglia di Idlib, l'ultima roccaforte dell'opposizione islamista in Siria.
Il coinvolgimento militare turco in Libia non si limiterebbe però solo ai mercenari: due giorni fa fonti vicine ad Haftar hanno rivelato al quotidiano al-Hadath l'arrivo nel porto di Tripoli di almeno due navi militari turche con a bordo armamenti e soldati.
Per ora il Gna non commenta, ma accusa gli Emirati di violare i termini della tregua con il trasferimento nel paese nordafricano di gruppi di giovani sudanesi a fianco dell'Enl (soprattutto in difesa dei campi petroliferi). Più armi e più combattenti in circolazione vuol dire solo una cosa: che la guerra - contrariamente a quanto ha affermato il Convegno di Berlino lo scorso 19 gennaio - continuerà ancora per molto. Gli effetti sono nefasti: un razzo lanciato da ignoti è caduto tre giorni fa su una scuola di Tripoli, ha ucciso due bambini e ne ha feriti due.
Il Gna ha poi detto di aver abbattuto un drone "nemico" a Misurata (l'Enl nega e parla al contrario di un drone turco abbattuto) e di aver inviato ieri rinforzi verso la strategica città costiera di Sirte conquistata nelle ultime settimane dall'esercito di Haftar. Nuovi scontri si sono registrati ieri nella zona di Trek al-Matar, a sud della capitale. Continua, inoltre, da 13 giorni il blocco dell'Enl dei giacimenti petroliferi del paese che ha causato finora perdite pari a 502 milioni di dollari.
In questo caos aumentano i rischi per i civili e per i migranti rinchiusi nel lager libici. Ieri l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha annunciato che sospenderà le sue operazioni presso la Struttura di raccolta e partenza di Tripoli "per il timore che possa diventare un obiettivo militare". L'Unhcr ha comunicato di aver già trasferito in luoghi più sicuri decine di rifugiati altamente vulnerabili.
di Francesco Malgaroli
La Repubblica, 31 gennaio 2020
Per la prima volta un tribunale giudica il braccio violento del potere razzista. Dal 1960 al 1990, nella "Security Branch" di Johannesburg sono state torturate e uccise 73 persone. Piazza John Vorster a Johannesburg era la sede della polizia sudafricana e del cosiddetto "Security Banch", una struttura apposita per la sicurezza dello Stato. In città il profilo blu del palazzo era sinonimo di paura. Molti di quelli che hanno combattuto l'apartheid sono passati in manette da lì. Al decimo piano si trovavano le celle e le stanze per gli interrogatori. Neil Aggett, 28 anni, bianco, sindacalista e medico, morì lì in una cella, con una corda al collo. Suicidio, dissero, ma grazie alla cocciutaggine dei genitori, il suo fascicolo è stato riaperto ed è cominciato un processo.
Il 27 novembre 1981 Aggett viene portato via dalla polizia. I suoi sono preoccupati. Un mese dopo, il 31 dicembre, la polizia avverte che da lì a poco verrà liberato. La notte tra il 4 e il 5 febbraio del 1982 viene trovato appeso con una "kikoi", una sciarpa colorata comune in Africa dopo 70 giorni di detenzione.
"Una messa in scena perché sembrasse suicidio. È invece omicidio", dice la sorella di Aggett. Arthur Cronwright, maggiore del Security Branch, aveva trovato una lettera "ai compagni" redatta da Barbara Hogan, detenuta al decimo piano. "Hitler, come era soprannominato da tutti Cronwright, aveva torturato anche Aggett a quel fine. Io stessa avevo cercato di togliermi la vita per le torture subite. Tornare a quei giorni - ha osservato in tribunale Hogan, dieci anni di prigione alle spalle - è stato per me un supplizio, ma è giunto il tempo di farlo".
Cronwright, morto nel 2012, in vita non aveva mai chiesto scusa per i suoi reati di fronte alla Commissione per la Verità e la Riconciliazione. Al banco dovrebbe arrivare un altro esponente del Security Branch, Nicolaas Johannes Deetlefs, che interrogò Hogan e Aggett. Attraverso i suoi avvocati ha però già negato ogni responsabilità.
Al decimo piano il 27 ottobre 1971 morì anche Ahmed Timol, indiano, tren'anni, esponente in esilio del Partito comunista. Al decimo piano il 16 febbraio 1977 morì Matthews Mabelane, nero, 23 anni, studente. Dal 1960 al 1990 sono stati uccisi in prigione 73 detenuti e di tanti neri non si sa dov'è sepolto il cadavere. Non si è mai trovato, per esempio, il corpo di Nokuhula Simelane, 23 anni, arrestata il 23 settembre 1983, torturata per due anni e poi uccisa.
Ora, con il processo per la morte di Timol, il primo a essere intentato contro il potere razzista, e poi di Aggett, il vaso dei serpenti si è dischiuso. Nessuno aveva intenzione di aprire quelle pagine pur sapendo che i morti pesano sulla coscienza del Paese. A 49 anni dall'uccisione di Timol e a 38 da quella di Aggett forse è venuta l'ora di fare un po' di conti con l'apartheid. "I familiari hanno aspettato proprio per sapere la verità", dice l'arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace. Ora il palazzo in Piazza John Vorster si chiama Centrale di Polizia e cerca di scrollarsi di dosso quei tempi.










