di Giulia Merlo
Il Dubbio, 11 marzo 2020
Dal ministero della giustizia nuove misure attuative del "decreto tribunali". Disagi, incertezza e paure, pur nella consapevolezza che rispettare le norme approvate dal governo sia l'unico comportamento possibile. Così gli avvocati italiani stanno provando, giorno per giorno, a gestire la loro attività professionale: il decreto legge 11/2020 che ha disposto il rinvio d'ufficio delle udienze e la sospensione dei termini ha fornito le prime indicazioni omogenee su tutto il territorio nazionale e il Consiglio Nazionale Forense è in contatto costante col Ministero della Giustizia.
Intanto, il Dipartimento dell'Organizzazione Giudiziaria presso il Ministero della Giustizia ha emanato un provvedimento che individua "collegamenti da remoto per lo svolgimento delle udienze civili e delle udienze penali".
Nel settore civile, stabilisce che "le udienze civili possono svolgersi mediante collegamenti da remoto organizzati dal giudice utilizzando i seguenti programmi attualmente a disposizione dell'Amministrazione: Skype for Business e Teams". Collegamenti che dovranno avvenire su dispositivi dell'ufficio oppure su quelli personali dei giudici.
Nel settore penale, invece, le udienze "si svolgono, ove possibile, usando strumenti di videoconferenza già a disposizione degli uffici giudiziari e degli istituti penitenziari". In alternativa, possono venire usate le stesse piattaforme online previste per il civile, "laddove non sia necessario garantire la fonia riservata tra la persona detenuta, internata o in stato di custodia cautelare ed il suo difensore e qualora il numero degli imputati consenta la reciproca visibilità".
Sul fronte dell'avvocatura, "Il Cnf stesso assumerà tutti i provvedimenti utili e necessari di propria competenza idonei a evitare che le misure di prevenzione assunte dal Governo possano incidere negativamente su alcune situazioni soggettive, quali: la compiuta pratica, la formazione continua, l'iscrizione/permanenza in albi, elenchi e registri, e comunque su tutte le altre situazioni assimilabili e che renderanno opportuno un intervento", ha scritto agli Ordini e alle Unioni forensi il presidente Andrea Mascherin. Il Cnf ha anticipato come ci saranno presto nuovi sviluppi normativi, perché la situazione richiede "continui interventi di aggiornamento da parte del Governo e del Parlamento, anche in materia di giustizia". In particolare, Mascherin ha sottolineato come continuerà, in stretta collaborazione con le altre rappresentanze dell'avvocatura, a sollecitare interventi a tutti i ministeri competenti "in particolare di natura economica".
Anche l'Organismo Congressuale Forense continua a monitorare la situazione e ieri ha inviato al Guardasigilli Alfonso Bonafede una richiesta urgente di emissione di norme interpretative e di coordinamento del dl 11/ 20 con il dpcm che ha introdotto le nuove misure urgenti di contenimento del contagio sull'intero territorio nazionale. "Di particolare rilievo è l'assunzione di un provvedimento normativo d'urgenza con il quale differire al 3 aprile 2020 o altra data successiva il termine temporale di sospensione delle udienze e dei termini".
Inoltre, scrive il coordinatore Giovanni Malinconico richiamando la principale questione interpretativa sollevata dal decreto legge 11/ 20, "sarebbe di fondamentale importanza chiarire che la sospensione dei termini è misura che riguarda tutti i procedimenti, sia quelli da instaurare sia quelli pendenti davanti agli uffici giudiziari".
Proprio questo dubbio interpretativo, infatti, "è potenziale fonte di pregiudizio alla tutela dei diritti". A quanto si apprende, Via Arenula sarebbe al lavoro per un nuovo decreto che fughi ogni dubbio e coordini le misure nel settore giustizia con quelle prese a livello nazionale, che impongono a tutti i cittadini di ridurre gli spostamenti all'essenziale.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 11 marzo 2020
La caccia agli evasi, e i tre più pericolosi si sono riconsegnati. Manca Aghilar, che uccise la suocera. Almeno un fiancheggiatore, fuori, con l'auto accesa. A conferma che dal carcere - usando uno dei micro-telefonini che ormai sono ovunque nelle prigioni italiane - aveva avvisato di quello che stava per accadere. Un elenco dei fuggitivi che, almeno in un primo momento, aveva fatto saltare sulla sedia gli investigatori: erano scappati i Notarangelo, i Quitadamo. E questo poteva significare una cosa soltanto: che la mafia del Gargano aveva organizzato la grande fuga dal carcere di Foggia.
All'alba, però, deve essere accaduto qualcosa. Lo Stato ha risposto in maniera aggressiva: le forze di polizia erano ovunque con il prefetto Raffaele Grassi che seguiva tutte le operazioni. Non c'era grande spazio di trattativa e soprattutto le conseguenze che quell'azione avrebbe potuto avere sono state subito chiare a tutti. Per questo i tre fuggitivi più pericolosi si sono consegnati a San Giovanni Rotondo: due Notarangelo e un Quitadamo. La loro fuga è finita. Ma soltanto la loro.
Perché in giro, liberi, restano ancora in 19. C'è Francesco Scirpoli, detto "Il lungo". Le indagini lo raccontano come un esperto delle rapine ai porta valori. Le fotografie - distinto, in camicia celeste a collo alto e maglione azzurro, anche nelle foto segnaletiche - come un pesce in grado di nuotare anche bene nel mare di mezzo, quello dei contatti con l'imprenditoria e la politica (non a caso il suo nome è più volte citato nella relazione del ministero dell'Interno che ha portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del comune di Mattinata). Scirpoli è sempre stato molto vicino ai Quitadamo e, prima ancora, a Mario Luciano Romito, il boss ammazzato nell'agosto del 2017 nella strage di San Marco in Lamis.
Al momento irreperibile è anche Cristoforo Aghilar, che non è un uomo dei clan. Ma è forse quello di cui oggi gli investigatori hanno più paura. Non a caso sono state immediatamente mette sotto sorveglianza sia l'ex fidanzata sia il magistrato che si è occupato delle indagini che lo hanno portato in galera. Aghilar ha ucciso nell'ottobre scorso la sua ex suocera, Filomena Bruno. La donna non voleva che avesse una relazione con sua figlia di 21 anni. Aghilar era un violento, aveva più volte picchiato la ragazza e minacciato anche la signora Filomena prima di ucciderla. Ora è in fuga, come un lupo solitario. A ottobre era stato arrestato in un Comune della provincia, dove si era rifugiato a casa di alcuni parenti. Erano stati però proprio loro a denunciarlo ai Carabinieri e farlo arrestare.
Tra gli evasi c'è anche Ivan Caldarola, il ragazzo terribile della mafia barese. Caldarola è figlio di Lorenzo, boss del quartiere Libertà di Bari, uno dei centri della criminalità organizzata del capoluogo. È vicino al clan degli Strisciuglio che in queste ore hanno provato a organizzare una rivolta nel carcere di Bari, bloccata - dopo però la devastazione di un pezzo della struttura - soltanto grazie a un intervento velocissimo della direzione del carcere e della Penitenziaria.
Caldarola è considerato dalla Dda uno degli elementi più pericolosi delle nuove leve della criminalità barese: sua madre è imputata per aver aggredito la giornalista del Tg1, Maria Grazia Mazzola. Suo fratello, Francesco, è in carcere con l'accusa di aver ucciso un ragazzo albanese innocente, Florian Mesuti, nella piazza del quartiere. Mesuti ha pagato con la vita l'aver "violato", inconsapevolmente, il codice del clan. Dimostrando soltanto educazione civica. Era intervenuto per sedare una rissa, in piazza, tra due ragazzini di 15 anni. Uno era Ivan Caldarola. Il detenuto in fuga.
di Antonio Lamorte
Il Riformista , 11 marzo 2020
"Alcune carceri, adesso, è come se fossero sotto sedativo, stanno metabolizzando la misura che interrompe per due settimane i colloqui". Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, commenta così i giorni di disordini e rivolte nelle carceri. E in particolare in quello di Poggioreale a Napoli. All'esterno della quale, ieri, un gruppo di familiari hanno protestato, mettendo in atto un blocco stradale. Chiedevano l'indulto per i detenuti nelle carceri per evitare il contagio del Coronavirus al loro interno. "Quello - replica Ciambriello - è un tema sul quale deve svegliarsi la politica, perché di indulto e amnistia non se ne può parlare con un garante o con il direttore di un carcere, ma con il Parlamento".
A Poggioreale i disordini erano cominciati domenica pomeriggio; contro la sospensione dei colloqui con i familiari per fronteggiare il virus Covid-19. Alle 15:00 circa. Una rivolta partita quasi in contemporanea con i penitenziari di Modena, Frosinone; il giorno prima a Salerno. A Poggioreale un migliaio di detenuti hanno fatto a pezzi mobili, brande e suppellettili nei padiglioni Napoli, Milano, Salerno e Livorno. Alcuni hanno raggiunto il tetto. La protesta è stata sedata grazie all'intervento anche di agenti fuori servizio.
"La violenza - esordisce Ciambriello - non è assolutamente accettabile o giustificabile. Ma bisogna distinguere, perché in Italia c'è stato chi ha protestato pacificamente e chi lo ha fatto in maniera sbagliata". Ieri, proteste si sono verificate anche a Santa Maria Capua Vetere, poi rientrate. Oggi i detenuti riceveranno una delegazione di giudici per far sentire le loro ragioni.
"C'è stato, in Italia, chi ha protestato pacificamente per la non puntualità e correttezza di informazione, e altri che per la tutela della salute non vuole vedersi ledere certi diritti. Ma il punto è che ci sono carceri in condizioni pessime, che violano la Convenzione Europea. Poggioreale resta il carcere più sovraffollato. Come si possono rispettare le norme igienico-sanitarie, la distanza di un metro prevista dal decreto, se in una stanza ci sono otto o dieci persone?".
Dello stesso avviso L'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Nazionali che in un comunicato ("se fosse stato sconfitto il sovraffollamento e fossero state impegnate le risorse necessarie per rendere vivibili gli istituti di pena - ed occasioni ci sono state, anche recentemente, con la Riforma dell'Ordinamento Penitenziario - oggi la situazione sarebbe diversa e avrebbe garantito una gestione certamente emergenziale, ma rispettosa dei diritti delle persone detenute") hanno chiesto, per l'emergenza, il rafforzamento dei Tribunali di Sorveglianza, la concessione dei domiciliari, l'avvio in Parlamento delle ipotesi di indulto e amnistia, la riduzione dei nuovi ingressi.
Un gruppo dei detenuti che hanno scatenato i disordini sono stati trasferiti in altre strutture della Regione, "da dove - dice Ciambriello - mi giungono notizie di trattamenti contrastanti sul potenziamento dei medicinali e sui regimi di semilibertà". Per i colloqui, a Poggioreale, verranno utilizzate le telefonate. "Quasi nessuna struttura è dotata di Skype, se non piccole carceri", spiega Ciambriello, preoccupato soprattutto di un altro aspetto: "Mi auguro che in Campania non si trovino casi, come al Nord, di agenti di polizia penitenziaria positivi".
Quella degli arresti domiciliari, dunque, può essere una soluzione? "È una misura già in vigore, per quello che riguarda lo sfollamento, per chi è condannato a meno di tre anni. Quelle che vanno controllate invece sono le discrepanze con altri casi. Per condanne gravi sono stati dati i domiciliari anche per via del virus. E questo non va bene.
Se è una questione di età, bisogna adottarli per tutti i detenuti di una certa fascia. Può essere una soluzione per quelli che devono scontare gli ultimi 2 anni". Il segretario della Lega Matteo Salvini. per le rivolte, ha chiesto un commissario straordinario: "È una forzatura, è compito del ministro della Giustizia e del Capo del Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria".
di Massimo Pisa
Corriere della Sera, 11 marzo 2020
Il direttore Siciliano. "Siamo riusciti a gestire la situazione così difficile solo con la mediazione". Sovraffollamento, il procuratore Nobili e il pm. Ruta scriveranno una lettera a Roma. Che faccia parte di un sentimento trasversale alle carceri italiane, è fin troppo ovvio.
Che ci sia, invece, un disegno unico che accomuna la rivolta di San Vittore di lunedì alle decine che hanno travolto e sconvolto le case circondariali e gli istituti di reclusione dell'intera penisola - è opinione diffusa all'interno del Dipartimento affari penali - è ipotesi tutta da dimostrare. Difficilmente ci riuscirà l'inchiesta aperta dal procuratore aggiunto Alberto Nobili e dal pubblico ministero Gaetano Ruta, che dopo aver sedato i disordini tra i bracci di via Filangieri, hanno aperto un fascicolo contro ignoti per devastazione e saccheggio (il reato più pesante, punibile dagli otto ai quindici anni) e per resistenza.
È un'indagine delicata, che si baserà quasi interamente sugli accertamenti e le informative degli agenti penitenziari - guidati dal dirigente Manuela Federico - di San Vittore, tre dei quali sarebbero stati sequestrati all'inizio della rivolta. L'impianto interno di videosorveglianza è tra le strutture più danneggiate. Sarà complicato trovare immagini utili alla ricostruzione dei fatti e identificare con certezza i più accesi, i più decisi nell'assalto all'ambulatorio, alla "Nave" (il reparto modello per il recupero dei tossici) interamente distrutta, ad alcune celle.
Nobili e Ruta, insieme al presidente del Tribunale di sorveglianza Giovanna Di Rosa, sono tornati ieri mattina in piazza Filangieri per la seconda ripresa della "trattativa" intavolata lunedì. Come promesso. I venti rappresentanti dei quattro bracci, selezionati tra i più responsabili tra i detenuti, sono tornati a esporre le loro doglianze. Sul sovraffollamento reso ancora più invivibile dalla fatiscenza di San Vittore, innanzitutto.
Se ne sono fatti carico i magistrati stessi, che scriveranno una lettera al ministero di Giustizia e al Dap, "perché si prendano sulle spalle - spiega Nobili - la responsabilità del sovraffollamento e prevedano modifiche normative in modo da alleviare la permanenza in carcere". Tra queste, i colloqui telefonici e le istanze individuali, che hanno tempi lunghissimi, insopportabili per chi sta dentro e rappresenta esigenze cui spesso viene risposto dopo mesi. Anche in questo caso, il direttore Siciliano e Nobili si sono proposti come collettori delle richieste e facilitatori delle tempistiche. In cambio, come già lunedì pomeriggio, è stata rinnovata la promessa a non riattizzare i focolai di rivolta.
Non lo hanno fatto nemmeno i militanti anarchici, che hanno concluso il loro corteo di sostegno lunedì notte in via Ripamonti dopo aver manifestato sotto le mura di Opera. "In tanti hanno capito - spiega Siciliano - e ci hanno chiesto anche scusa per quello che è successo, dandoci una mano per ripristinare la normalità, ove possibile. Capiamo che il momento che stiamo vivendo non aiuta, ma quando si esagera, si esagera". Per il momento, i tanto auspicati spostamenti (anche dal carcere è auspicato il trasferimento di un centinaio tra i detenuti più caldi) non ci saranno.
Non immediatamente, almeno: vanno trovati posti e condizioni minime e ogni ridistribuzione va soppesata con le condizioni al collasso dell'intero sistema. "Siamo comunque riusciti a gestire la situazione così difficile - sottolinea Siciliano - con professionalità, senza che si facesse male qualcuno, solo con la mediazione. E non mi preoccupa il dopo: ci vorrà tempo per aggiustare ma la vita a San Vittore andrà avanti e noi ci comporteremo alla stessa maniera".
lunedì 9 marzo (labottegadelbarbieri.org)
Sono appena uscita dalle Vallette dove ho incontrato alcuni detenuti, e tra questi ovviamente Nicoletta. Mi pare opportuno, visto quanto sta avvenendo nelle carceri italiane, relazionarvi su quanto ho visto e sentito.
Quando sono arrivata davanti all'ingresso principale del carcere c'erano alcuni mezzi della Polizia di Stato e dei Carabinieri ed un'ambulanza. Deserto l'ingresso riservato i parenti.
Mi hanno misurato la febbre, fatto sottoscrivere un modulo con il quale attestavo di non essere entrata o uscita dalla Cina o dalle zone rosse nei 15 giorni precedenti e di non avere sintomi febbrili. Alla seconda porta ho visto personale della Polizia penitenziaria che preparava e puliva una serie di scudi appoggiati al muro ed in prossimità delle sale colloqui distribuivano mascherine ai pochi avvocati presenti. Ho notato, firmando il registro, che alcuni colleghi avevano annullato le prenotazioni dei colloqui con gli assistiti.
Durante il primo colloquio con un detenuto mi è stato riferito di un clima estremamente teso, della consapevolezza di misure del tutto inadeguate: il personale di Polizia penitenziaria, pur entrando ed uscendo dal carcere, continua ad essere privo di qualsivoglia presidio atto a prevenire il contagio, i detenuti continuano ad essere stipati in celle e locali in cui è impossibile rispettare le distanze interpersonali o i minimi presidi sanitari prescritti.
Giunta alla sezione femminile ho visto detenute nel corridoio a distanze estremamente ravvicinate e prive, come il personale penitenziario, di mascherine.
Ho poi visto Nicoletta. Sta bene anche se, come le sue compagne, è preoccupata. Prova a distrarsi leggendo la posta che riceve ma quanto sente alla televisione non la conforta. Hanno tutti avuto notizia delle rivolte delle ultime ore e dei morti e già nella notte scorsa molti detenuti hanno iniziato la battitura e si sono levate ripetutamente urla corali.
Io stessa, mentre parlavo con Nicoletta, ho sentito a ripetizione battere sulle sbarre delle sovrastanti sezioni e cori di cui non sono riuscita a cogliere il significato letterale, ma che erano evidentemente proteste e richieste di attenzione ed aiuto.
Nicoletta mi ha confermato che sono stati sospesi i colloqui con i familiari e molti detenuti temono così di non poter più neppure ricevere i pacchi che, spesso, sono il loro unico mezzo di sostentamento, vista la qualità e la quantità del vitto fornito dal carcere. Da alcuni giorni, poi, pare siano aumentati significativamente i prezzi di quanto i detenuti possono acquistare in carcere.
Tutto ciò, unitamente alla paura per le condizioni sanitarie dei parenti che sono fuori getta i detenuti in uno stato di prostrazione, impotenza e preoccupazione importanti. I colloqui sono stati sostituiti dall'autorizzazione a telefonate straordinarie nella misura di 10 minuti per ogni colloquio saltato e, pare, che per effettuare le chiamate si formino delle code in condizioni di inevitabile promiscuità.
Nicoletta mi ha inoltre confermato che gli ultimi arrestati vengono collocati, in una sorta di quarantena, ai nuovi giunti con delle mascherine ma, ancora, in condizioni igienico-sanitarie del tutto inadeguate a prevenire l'epidemia in corso. Pare che sia stato anche limitato l'uso delle docce e nelle celle non c'è l'acqua calda.
Da questa mattina è stata sospesa anche l'ora d'aria, mentre la socialità all'interno della sezione prosegue inalterata.
Ho chiesto - per scrupolo e, lo confesso, anche per egoistica preoccupazione - a Nicoletta se non riteneva opportuno che predisponessi un'istanza per chiedere, in ragione dell'età e del residuo pena, una detenzione domiciliare. Ha rifiutato condividendo quanto, da fuori, si sta cominciando ad invocare: almeno un indulto che consenta di alleggerire il sovrappopolamento delle carceri e ripristinare sicurezza sanitaria e condizioni di vita minimamente dignitose.
Da San Vittore a Milano scrive Ervis Doku (oblodelanave.blogspot.com)
È la prima volta che mi capita di assistere ad una cosa del genere, un'epidemia. Sono preoccupato per i miei familiari, e loro sono molto preoccupati per me. Vedo negli altri lo sguardo della paura, all'improvviso sembra che un invasore straniero, chiamato Coronavirus abbia invaso l'Italia e c'è molta paura e diffidenza per l'altro. Anche se viviamo in un luogo di sofferenza la paura si vede e si percepisce, non sono molto bravo a descrivere con le parole le mie sensazioni ed emozioni, ciò che provo in questo momento. Una cosa però la capisco bene: siamo diventati molto fragili e delicati, quando succedono questi eventi inaspettati che non riusciamo ad affrontare. Ho visto la disponibilità ed il coraggio delle dottoresse che si presentano tutti i giorni e cercano di andare avanti, specialmente la capitana Bertelli. Il mio pensiero è che basta non dare troppo peso e continuare a vivere la propria vita, bisogna affrontare e non arrendersi di fronte alle difficoltà, come mi ha sempre insegnato anche mio padre, essere forte e coraggioso, agire e andare avanti.
Da San Vittore a Milano scrive Feliks Precetaj (oblodelanave.blogspot.com)
Coronavirus è arrivato in un momento delicato e purtroppo a pagarne un poco di più le conseguenze, siamo noi detenuti, ai quali vengono sospesi i percorsi trattamentali terapeutici.
È un cataclisma quello che sta succedendo in questo mondo, gli accordi tra i Paesi sono sospesi, addirittura alcune nazioni vietano l'ingresso delle persone provenienti dai luoghi dove il contagio è maggiore. Speriamo che finisca al più presto, perché le persone sono già nel panico e qui dentro noi veniamo poco informati e ognuno dice la sua, spesso esagerando, ma voglio credere che la situazione possa migliorare presto, anche se il momento è molto delicato e solo il tempo potrà dirci come andrà a finire.
Sono un ottimista e sono convinto che tutto finirà nel miglior modo possibile. L' OMS ci ha spiegato come prendere le precauzioni necessarie: frequente pulizia con acqua calda evitare il contatto con oggetti non disinfettati, non toccarsi gli occhi e la faccia e tenere le distanze fra noi. Purtroppo, come dicevo, questa epidemia sospende l'opportunità che avevamo per curarci. Personalmente l'unica, grande preoccupazione che ho, riguarda i miei famigliari, soprattutto i miei piccolini. Prego il Signore di vegliare su tutti noi.
di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 11 marzo 2020
Un incubo lungo due ore e mezza, nel pomeriggio del terzo martedì dell'era del coronavirus. Un incubo alimentato da voci che all'impazzata raccontavano di venti, di quaranta evasi. Di un carcere, quello di Santa Mara Maggiore a Venezia, messo a ferro e fuoco come tanti altri penitenziari in Italia nell'ottica di un'insurrezione praticamente sincronizzata da Milano a Roma, da Modena a Palermo, Padova, Parma, Matera, Rieti e Foggia, con uno strascico di una ventina di evasioni e dieci morti per overdose.
E che ieri ha toccato anche la città d'acqua: dalle 13.30 alle 16 infatti una cinquantina di detenuti ha trasformato il secondo piano del carcere stretto tra i canali, nell'epicentro della rivolta. Sfondando le vetrate delle celle e lanciando da lì materassi, lenzuola e coperte date alle fiamme in un'area comune del carcere: protestavano per il sovraffollamento (a Santa Maria Maggiore ci sono 268 detenuti per un massimo di 159 posti) ma anche per le misure previste dal nuovo decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri che per evitare l'ingresso di Covid-19 in carcere - dove un contagio si trasformerebbe in breve in un'epidemia - aveva messo fine ai colloqui con gli avvocati e alle visite dei familiari.
Inizia tutto alle 13.30, proprio mentre in un'ala del carcere è in corso un incontro tra la Commissione cultura dei detenuti e la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, Linda Arata. L'incontro era stato programmato e chiesto con una lettera inviata lunedì anche al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e al Guardasigilli, Alfonso Bonafede.
Nella lettera dai toni distensivi, in dissonanza con quanto succedeva sui tetti di ventidue carceri italiane, trasformati nei palcoscenici delle proteste dei detenuti, i reclusi di Santa Maria Maggiore si dicevano preoccupati per l'emergenza sanitaria che stringe il paese, chiedendo uno scivolo verso la concessione di amnistie o indulti per chi ne potesse giovare.
Ieri però, l'accelerata, testimoniata da una colonna di fumo nero che si stagliava verso le 14 nel cielo azzurro di Venezia. Di colpo il clangore dato dallo sbattere sui blindi delle celle di alcuni oggetti, aveva fatto da preludio a quello che di lì a poco sarebbe successo: le fiamme ai materassi e alle coperte, lanciati nel cortile comune.
A spegnere le fiamme ci hanno pensato i vigili del fuoco di Venezia che per decine di minuti hanno puntato gli idranti verso le finestre al secondo piano. Mentre gli agenti di polizia penitenziaria sedavano la rivolta incontrando alcuni rappresentanti dei detenuti e promettendo un incontro con il Garante dal quale i carcerati di Venezia hanno voluto rassicurazioni sulla situazione di sovraffollamento e sulla gestione dell'emergenza coronavirus.
Attorno al carcere, poi, un cordone di polizia di Stato, polizia locale, carabinieri, guardia di finanza ed esercito proteggeva l'intera struttura. Non tanto per evitare evasioni che non ci sono state (nonostante voci all'impazzate sui social poi tranciate da una nota dello stesso questore di Venezia, Maurizio Masciopinto: "Il Questore di Venezia, nel ringraziare tutte le Forze di Polizia intervenute, nonché la Polizia Locale e i Vigili del Fuoco - recitava la nota - smentisce la sussistenza di episodi di evasione, grazie all'immediata sinergia posta in essere tra il direttore del carcere, il suo personale, e il Questore") ma per evitare che il carcere di Venezia venisse preso d'assalto da chi arrivava dalla città. Per questo erano stati rafforzati i controlli all'inizio del Ponte della Libertà e un elicottero ha sorvolato l'area per tutte le due ore e mezza di rivolta.
Ciò che ora il ministero dell'Interno si trova ad affrontare è una sommossa coordinata dalle cosche che gestiscono anche gli stessi penitenziari: tagliare i contatti con i familiari dei detenuti, vuol dire troncare la catena di comunicazione con chi è fuori e può eseguire gli ordini dei boss.
Per questo una semplice rivolta, mascherata da questioni sanitarie può diventare l'occasione per scardinare il sistema giudiziario e far assaltare il carcere. Ed era proprio questo che anche ieri il Viminale ha voluto evitare, cinturando la casa circondariale di Venezia con uno spiegamento importante di forze dell'ordine. Non per evitare fughe, ma per impedire che qualcuno approfittasse della confusione e trasformasse Venezia, ultima ad accodarsi, nella prima città con il penitenziario preso d'assalto.
di Leopoldo Gargano
Giornale di Sicilia, 11 marzo 2020
Non si placano le proteste nelle carceri. Ieri mattina i detenuti hanno occupato un'ala del carcere di Pagliarelli, salendo anche sul tetto della struttura. Due i motivi della rivolta. La sospensione dei colloqui con i familiari, prevista dalle norme di prevenzione contro il contagio del corona virus e poi la permanenza dentro celle spesso sovraffollate, che proprio un eventuale contagio potrebbero agevolare.
Agitazione anche nella struttura di Termini Imerese, dove sono stati battuti oggetti contro le grate. E subito è scattato il presidio delle forze dell'ordine. Ieri a Pagliarelli tutto è nato quando uno dei reclusi è riuscito a impossessarsi della chiave di accesso ad un corridoio, e poi ha aperto le celle. La situazione ha rischiato seriamente di degenerare, se la direttrice della struttura, Francesca Vazzana, non avesse intrapreso una paziente opera di mediazione che alla fine ha dato i suoi frutti.
Già a fine mattinata la protesta è rientrata e non c'è stato un tentativo di fuga, né si registrano feriti. Quella di ieri era la terza protesta nel giro di un paio di giorni a Palermo, tra Pagliarelli e l'Ucciardone. Sono iniziate domenica sera quando come spesso accade in casi simili, "radio-carcere" ha iniziato a smistare in tutta Italia mugugni e proteste.
I detenuti di Pagliarelli, reclusi nella sezione di media sicurezza, hanno incendiato carta e alcune suppellettili, le fiamme si sono propagate nel giro di pochi secondi e sono state riprese anche da decine di automobilisti che transitavano lungo viale Regione Siciliana. Il giorno dopo la protesta si è estesa all'Ucciardone dove c'è stato anche un tentativo di fuga, subito bloccato dagli agenti della polizia penitenziaria intervenuti in assetto antisommossa, con il supporto pure di polizia e carabinieri.
Poco meno di 24 ore e di nuovo a Pagliarelli è scattata una nuova emergenza. "Grazie alla mediazione anche con il capo reparto della polizia penitenziaria - spiega Vazzana - abbiamo fatto sì che la protesta rientrasse dopo poco meno di un'ora. Il virus della paura ancor più del Covid-19 è dilagante in particolare tra chi popola il penitenziario. Lo vivono con particolare ansia e la distanza e il distacco con i familiari contribuisce a far crescere la tensione".
Al momento la protesta è rientrata, ma al Pagliarelli sono circa 1.400 i detenuti e la vigilanza resta alta. Le autorità hanno smentito con decisione la presenza di un caso positivo di Coronavirus in carcere, voce che si era propagata tra i familiari dei reclusi nel corso della mattina. A Pagliarelli i detenuti hanno preannunciato uno sciopero della fame, "ma non contro l'attuale gestione del carcere - afferma il presidente della camera penale, Fabio Ferrara - bensì riguardo le norme che impediscono i colloqui".
L'avvocato Ferrara, assieme al vice presidente l'avvocato Fabio Bognanni, lunedì ha visitato il carcere alle porte della città, mentre all'Ucciardone si è recato il garante dei detenuti, il professore Giovanni Fiandaca. Entrambi hanno cercato di fare opera di convinzione incontrando i reclusi e anche i loro familiari che al momento delle proteste si presentano sempre davanti alle strutture.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 11 marzo 2020
La fila era lunghissima ma ordinata. A sole quarantott'ore dalla violenta protesta inscenata da più di 600 detenuti nel carcere più sovraffollato d'Italia, ieri mattina le mura perimetrali sono state nuovamente prese d'assalto da una folla composta dai parenti dei reclusi. Ma questa volta non si sono registrati problemi, né internamente né esternamente alla casa circondariale. E non sono mancate polemiche e proteste da non pochi residenti della zona, preoccupati dall'assembramento e, non poco, anche dalla mancanza del rispetto delle basilari norme di sicurezza che impongono una distanza minima di un metro tra persona e persona.
L'atmosfera - dentro e fuori Poggioreale - resta comunque tesissima. La paura di un possibile paziente zero tra i detenuti, unita alla rabbia per il divieto di comunicazioni imposto ai carcerati sia rispetto ai colloqui con i familiari e sia con gli avvocati continuano ad agitare i ristretti. Ma torniamo a ieri mattina. La lunga fila di uomini e donne in attesa di consegnare i pacchi destinati ai loro parenti in cella ha rallentato le operazioni. Segnali di malumore palpabile, soprattutto tra le donne, le stesse che domenica sera a frotte si erano proiettate in via Poggioreale appena appresa la notizia della rivolta in atto nella casa circondariale.
Ieri mattina erano tantissime le persone che portavano ai parenti reclusi pacchi di mascherine protettive. Nonostante le ripetute rassicurazioni fornite dalle autorità, tra i parenti dei detenuti continua a girare la voce - infondata - che a Poggioreale si sia verificato un caso di sospetto Coronavirus. E tanto basta a rendere sempre incandescente la situazione.
Nelle scorse ore - immediatamente dopo la ribellione che ha causato danni anche ingenti nel carcere napoletano - i vertici dell'amministrazione penitenziaria avevano deciso l'immediato trasferimento di decine di detenuti che avevano organizzato la rivolta.
Tornando alle mascherine, ieri il ministero della Giustizia ha diffuso una nota nella quale si annuncia in giornata l'arrivo di 100mila mascherine per i penitenziari italiani: "per garantire la tutela di tutti - si legge - e di chiunque a vario titolo entra in un istituto sarà munito di adeguati presidi sanitari. Si continua a lavorare affinché le condizioni di tutti, operatori e detenuti, siano salvaguardate. L'approvvigionamento di presidi sanitari sarà utile per la più rapida ripresa dei colloqui dei detenuti con i propri familiari".
Tra i primi a segnalare i rischi derivanti da un assembramento incontrollato di gente all'esterno di Poggioreale è stato il consigliere della IV Municipalità Carmine Meloro: "All'esterno del carcere di Poggioreale si sono radunate decine di persone. È evidente anche dalle immagini del video che non sono rispettati i parametri di prevenzione del contagio indicati dal ministero della Salute. Non sono condizioni idonee per garantire la sicurezza.
Data la folla, molti sono rimasti in attesa anche sulla carreggiata antistante il portone di ingresso del carcere. È stata allertata anche la Polizia Municipale di Napoli, affinché sia riportato l'ordine, a tutela di tutte le persone, anche dei familiari dei detenuti. Va scongiurato ad ogni costo il rischio contagio".
Fortemente critici rispetto a questa ennesima emergenza sfociata - a Napoli come in molte altre realtà carcerarie nel resto d'Italia - restano i sindacati di Polizia penitenziaria. "Le rivolte violente di questi giorni hanno scoperchiato il vaso di pandora. - denuncia il segretario regionale del Si.Na.Ppe Pasquale Gallo - ancora una volta vengono messe a nudo le carenze di organico, le dissennate politiche di gestione dell'esecuzione della pena, il fallimento dei regimi a celle aperte, le scellerate scelte governative di riduzione delle piante organiche, la vetustà delle strutture e la carenza di mezzi e risorse. Intanto, a pagarne le conseguenze sono stati ancora una volta le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria che hanno dovuto gestire, a rischio della vita, le criticità di cui i veri responsabili dovranno rendere conto a tutta la nazione".
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 11 marzo 2020
È durata quasi un giorno e mezzo la rivolta all'interno del carcere della Dozza, scoppiata dopo i fatti di Modena il cui tragico bilancio è di nove morti. Due pomeriggi fa, a Bologna, la situazione sembrava essersi calmata, ma nella notte sono stati appiccati fuochi e sono stati distrutti tanti ambienti, fra i quali quelli dedicati alle attività ricreative. Poi, un gruppo di detenuti si è asserragliato sul tetto fino alla tarda mattinata. La Procura indaga su una quindicina di "fomentatori". Secondo il procuratore capo Amato a fomentare i reclusi è stato un gruppo di una quindicina di "duri", su cui ora indaga il suo ufficio.
"Libertà" grida dal tetto del reparto giudiziario del carcere della Dozza un detenuto, quando sono ormai passate 24 ore dall'inizio della rivolta che ha tenuto in scacco l'istituto penitenziario per un giorno e una notte. L'aria resa acre dai roghi appiccati, la scritta "Indulto" su uno striscione ricavato da un lenzuolo. Con gli animi ormai esasperati e le forze allo stremo, ieri mattina i primi a cedere e a chiedere una resa sono stati una ventina di reclusi, saliti sul tetto decisi ad abbandonare le proteste.
Qualcuno ha tentato addirittura di calarsi con un lenzuolo, qualcun altro chiedeva una scala per scendere dal tetto, visto che le scale interne erano bloccate e gli irriducibili dentro impedivano la resa degli altri. Ma la mediazione è stata lunga, portata avanti in prima persona dalla direttrice Claudia Clementi e dalla presidente del Tribunale di sorveglianza Antonietta Fiorillo, alla quale i detenuti hanno fatto delle richieste relative alla concessione di misure alternative e maggiori servizi educativi. Intorno alle 15, dopo quasi trenta ore, tutti i reclusi si sono arresi e la Penitenziaria ha ripreso possesso del carcere.
Un reparto di tre piani devastato, comprese le sezioni dedicate alle attività scolastiche ed educative. Ci vorrà tempo per fare la conta dei danni, con molti spazi ormai inagibili e i trasferimenti complicati visto che tutte le altre carceri del Paese scoppiano e hanno già dovuto farsi carico dei 500 detenuti trasferiti dal carcere Sant'Anna di Modena. Lì ieri il conto dei decessi è salito a 9, dopo il ritrovamento di altri due detenuti morti in uno dei padiglioni ormai sgomberati.
Dalla violenta rivolta di domenica a Modena è partita la scintilla che ha appiccato i disordini di Bologna. La paura per i contagi da coronavirus e l'impossibilità di arginarli in strutture stipate come la Dozza (890 reclusi a fronte di 500 posti) aveva già esasperato gli animi, a ciò si sono aggiunte le restrizioni dovute all'emergenza: stop alle visite dei familiari, possibilità di sospendere permessi premio e semilibertà, stop alle attività educative. Ai detenuti sono stati però concessi i colloqui via Skype. Per tutta la giornata di lunedì si sono succeduti roghi e devastazioni. Qualcuno dentro aveva telefonini con cui molti detenuti si sono fatti riprendere mentre distruggono qualsiasi cosa armati di mazze e bastoni e aizzati da rabbia e disperazione.
"Il fatto che in carcere entri di tutto è un problema che segnaliamo da tempo", commenta un agente sindacalista del Sinappe. La Procura aprirà un'inchiesta, i video sono stati già acquisiti dalla Digos. Anche se non tutti i circa 400 ospitati nell'edificio da dove è partito il focolaio hanno partecipato alle proteste, proseguite poi per tutta la notte con tre macchine di polizia e carabinieri date alle fiamme, lanci di qualsiasi cosa dal tetto, brande, pezzi di metallo, persino le porte in ferro dell'ambulatorio.
Alla fine i feriti sono stati 22, di cui 20 detenuti e 2 agenti della Penitenziaria. Tutti hanno riportato solo lievi intossicazioni e contusioni. Ieri i garanti dei detenuti della regione hanno lanciato un accorato appello "a mettere fine ai disordini, prima che le conseguenze si aggravino". Ieri sera molti detenuti sono stati trasferiti: il padiglione che avevano occupato è inagibile. Secondo la Procura la rivolta è stata innescata da una quindicina di detenuti. Il procuratore Giuseppe Amato attende le informative per capire che reati ipotizzare. "Al momento - osserva - non c'è alcun elemento oggettivo che faccia pensare a una regia tra le varie proteste scoppiate in Italia.
Il Gazzettino, 11 marzo 2020
Il primo cittadino: "Anche i reclusi sono chiamati a fare dei sacrifici come è stato chiesto a tutti i cittadini". "Credo che lo Stato in situazioni come questa debba farsi sentire e dare dei segnali forti, come ad esempio impiegare l'esercito per sedare le sommosse".
Dura la presa di posizione del sindaco di Treviso, Mario Conte, dopo la protesta dei detenuti del carcere di Santa Bona andata in scena lunedì sera. "Una protesta sonora programmata e pacifica" hanno sottolineato fonti di polizia e carabinieri, intervenuti per bloccare la strada di fronte alla casa circondariale. I reclusi infatti, a differenza di altri penitenziari sparsi in tutta Italia, si sono limitati a sbattere contro le sbarre delle loro celle pentole e stoviglie, senza in realtà creare vere e proprie situazioni di pericolo.
Ma il sindaco Conte non ammette sgarri. "Per prima cosa è necessario non dare all'estero una pessima immagine del nostro paese e, nel caso specifico, della nostra città, già abbastanza compromessa dall'emergenza sanitaria - afferma il primo cittadino - Non devono esserci margini per questo tipo di proteste. Quanto accaduto lunedì sera è un qualcosa di pretestuoso".
Alla base della dimostrazione dei detenuti di Santa Bona, oltre alla solidarietà con le altre strutture carcerarie italiane, c'è il pericolo di contagio da coronavirus e la sospensione delle visite dei familiari per evitare il diffondersi della malattia. Per limitare i disagi, la struttura trevigiana ha concesso un'ora di videochat a testa per parlare con i familiari e venti minuti di telefonate, il doppio di quanto precedentemente concesso.
Gli stessi detenuti lo riconoscono: "Ci dissociamo dagli atti vandalici perpetrati nelle carceri - scrivono in una lettera - Soffriamo questa situazione che non ci permette di vivere le nostre famiglie per la soppressione dei colloqui visivi, ma siamo coscienti che è una calamità. Questa epidemia ha una scadenza, mentre resteranno vive e serie le problematiche croniche di tante strutture penitenziarie". Una missiva che parla di sovraffollamento, di celle senza acqua calda, di carenza di personale addetto alla custodia, di edifici obsoleti. Ma in sostanza afferma anche che l'intenzione è quella di fare dei sacrifici, come tutti, per uscire dall'emergenza.
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