La Repubblica, 11 marzo 2020
Sono 6.000 i detenuti coinvolti nei disordini. Il ministro della Giustizia al Senato nella sua relazione sulle violente proteste nei penitenziari: "Tamponi ai detenuti". "Fuori dalla legalità, e addirittura, nella violenza non si può parlare di protesta: si deve parlare semplicemente di atti criminali". Lo ha detto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, in aula al Senato nella sua relazione sulle rivolte di questi giorni in diverse carceri italiane dopo la sospensione dei colloqui per l'emergenza coronavirus e la paura del contagio. "Lo dico anche per sottolineare che le immagini dei disordini e gli episodi più gravi sono ascrivibili ad una ristretta parte dei detenuti- ha spiegato - la maggior parte di essi, infatti, ha manifestato la propria sofferenza e le proprie paure con responsabilità e senza ricorrere alla violenza".
"Sono 12 i morti" durante i disordini, ha proseguito il Guardasigilli. Nelle carceri, decessi "per lo più ricondubili dai primi rilievi ad abuso di sostanze farmaceutiche". E aggiunge: "Mi piace sottolineare che in tutti casi più gravi le istituzioni si sono dimostrate compatte: magistrati, prefetti, questori e tutte le forze dell'ordine sono intervenuta e senza esitare rendendo ancora più determinato il volto dello Stato di fronte agli atti delinquenziali che si stavano consumando". Quanto al caos verificatosi nel carcere di Foggia, "allo stato, risultano latitanti 16 detenuti che erano soggetti al regime di media sicurezza".
"Sono 40 gli agenti della Polizia penitenziaria feriti" durante i disordini, prosegue Bonafede che augura loro "una pronta guarigione". E aggiunge: "Le rivolte sono state portate avanti da 6mila detenuti. Mi piace sottolineare che in tutti casi più gravi le istituzioni si sono dimostrate compatte: magistrati, prefetti, questori e tutte le forze dell'ordine sono intervenuta e senza esitare rendendo ancora più determinato il volto dello Stato di fronte agli atti delinquenziali che si stavano consumando".
Il ministro ha poi elencati altri dati: "Attualmente sono 83 le tensostrutture ed è stata richiesta la fornitura - per le regioni Emilia-Romagna, Lazio e Abruzzo - di ulteriori 14 tende, per il servizio pretriage in carcere data l'emergenza sanitaria".
E continua: "Proprio ieri è arrivata la prima fornitura di circa 100.000 mascherine che sono in fase di distribuzione, prioritariamente agli operatori che accedono dall'esterno. Da oggi, d'intesa con la protezione civile, anche in conseguenza dell'estensione della cosiddetta 'zona protetta' a tutto il territorio nazionale, verranno effettuati i tamponi ai detenuti trasferiti a vario titolo, che si sommano alle operazioni di triage".
L'Osservatore Romano, 11 marzo 2020
Le rivolte in carcere di questi giorni a causa del Coronavirus sono da condannare, ma il sovraffollamento è causa anche del giustizialismo che è ricorso in questi anni all'abuso della carcerazione preventiva portando al 119% il tasso di sovraffollamento.
È scoppiata la rivolta nelle carceri italiane. Sono stati coinvolti ventidue istituti penitenziari in tutta Italia, dal carcere di Foggia sono riusciti a evadere in 75, 41 sono stati ripresi e 34 erano ancora latitanti questo pomeriggio, a Modena sono morti sette detenuti, si dice per un eccesso di metadone assunto dopo l'assalto alla farmacia, ma un'indagine è ancora aperta, a San Vittore i carcerati hanno dato fuoco alle suppellettili in diversi reparti e si sono asserragliati sul tetto da dove sono discesi dopo una trattativa coi magistrati, ecc. ecc.
Erano anni che non succedevano atti di una tale gravità, per di più in contemporanea. Come mai? Premesso che tutto ciò che è successo è da condannare e sarà oggetto di giuste sanzioni, premessa la dovuta solidarietà agli agenti di polizia penitenziaria che si sono trovati in situazioni di difficoltà, premesso anche che le azioni hanno visto come protagonisti una parte sola dei detenuti, quella dei più arrabbiati, cerchiamo di scavare più a fondo.
La causa scatenante è stata indicata in un primo momento nella sospensione dei colloqui con la famiglia, non sostituiti, come invece era stato promesso, da un maggior minutaggio nelle telefonate mensili e dall'introduzione delle comunicazioni via Skype. Ma si è capito che questa è stata semmai la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La realtà è che da tempo le carceri italiane vivono in una situazione al di là di ogni norma legislativa e molte di esse anche al di là di ogni misura di umanità. Il problema più esplosivo è quello del sovraffollamento, denunciato più volte, tra gli altri, da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani nelle carceri.
Al 30 giugno 2019 i detenuti ristretti nelle 190 carceri italiane erano 60.522, con un tasso di sovraffollamento del 119%, il più alto tra tutti i paesi d'Europa compresi quelli extra-UE. Infatti i posti disponibili, secondo il Ministero della Giustizia sono 50.496. ma questo numero non tiene conto delle sezioni chiuse e delle non poche inagibili. E il numero di detenuti è ancora cresciuto da giugno a oggi. Bisogna anche sottolineare che per posto disponibile si intende un letto ogni 4/6 metri quadrati, ma spesso questo spazio è ulteriormente ridotto.
Si tratta di una situazione esplosiva, tanto più in queste settimane di epidemia di Coronavirus, con i telegiornali, seguiti dai detenuti, che predicano incessantemente di evitare i luoghi affollati e di tenere distanze minime tra le persone: i detenuti non sono forse persone con tutti i diritti alla salute costituzionalmente garantiti?
Il sovraffollamento si spiega anche con il continuo aumento della durata delle pene in corso in questi anni, e con la crescita abnorme del fenomeno delle carcerazioni preventive, cioè di persone recluse senza condanna, in attesa di processo. Quest'ultimo è un fenomeno quasi esclusivamente italiano, e pressoché la metà dei carcerati in attesa di processo verrà poi riconosciuta innocente. Un'ingiustizia nell'ingiustizia, perché la legge prescrive la carcerazione preventiva in un numero limitato di casi ma Procure, pubblici ministeri e Gup ignorano bellamente questi vincoli, e nessuno li chiama poi a rispondere dei loro abusi ed errori.
Le condizioni di vita all'interno delle carceri stanno peggiorando: nel 30% degli istituti non esistono spazi verdi, nell'81,3% non è mai possibile collegarsi a internet e, ancor peggio, solo nell'1,8% dei casi esistono possibilità di lavoro per i carcerati alle dipendenze di privati. Eppure è dimostrato che chi ha possibilità di lavorare o di imparare un lavoro in carcere ha un indice di recrudescenza (cioè di ritorno a delinquere dopo la scarcerazione) del 17%, mentre per gli altri è attorno all'80%.
Un capitolo a parte è dato dalla qualità e quantità del cibo fornito ai detenuti, che spesso è scadente o insufficiente. I detenuti debbono quindi, se ne hanno la possibilità economica, ricorrere al cosiddetto sopravvitto, cioè a generi alimentari messi in vendita in uno spazio interno, spesso a prezzi che sono il doppio di quelli praticati dai supermercati della zona, il che è espressamente vietato dall'ordinamento penitenziario, ma è spesso la regola. E ci sono stati numerosi casi di cibo messo in vendita benché scaduto o addirittura avariato.
Bene, numerose associazioni denunciano da anni queste e altre analoghe situazioni, i cappellani hanno più volte fatto sentire la loro voce, anche l'Europa è intervenuta. Ma questo è il tempo di un brutale giustizialismo, diffuso tanto nelle istituzioni che nella maggioranza dei cittadini. Però il giustizialismo è la negazione stessa della giustizia. Qualcuno ne vorrà prendere atto?
di Luciano Capone
Il Foglio Quotidiano, 11 marzo 2020
Se i detenuti sono in rivolta è anche per il negazionismo del capo del Dap. Il bollettino al momento è di 12 vittime. In questi giorni in cui il paese è giustamente concentrato sul coronavirus c'è solo un luogo, esclusi gli ospedali delle zone più colpite dall'epidemia, dove si registra un picco anomalo di decessi: le carceri.
La sospensione dei colloqui e di altri benefici dei detenuti, proprio per prevenire i contagi del coronavirus, ha innescato una rivolta nelle carceri italiane che ci ricordano scene viste solo nei film americani o nelle prigioni sudamericane. Sommosse, violenze, incendi, scontri, evasioni, detenuti sui tetti, assalti alle farmacie e, purtroppo, morti.
Napoli, Frosinone, Vercelli, Alessandria, Milano, Palermo... il contagio si è esteso in tutto il paese con una velocità superiore a quella di qualsiasi virus. Dopo la rivolta al carcere di Modena sono morti nove detenuti, secondo i primi riscontri di overdose da psicofarmaci dopo aver assaltato la farmacia del penitenziario. A Rieti, per le stesse motivazioni, le vittime sono state tre. A Melfi i rivoltosi hanno tenuto in ostaggio per una decina di ore nove persone (quattro agenti di polizia penitenziaria e cinque tra medici e infermieri).
A Foggia l'insurrezione ha portato a un'evasione di massa da parte di decine di detenuti, una ventina ancora non rintracciati. L'elenco potrebbe continuare a lungo e somiglia a un bollettino di guerra. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha invitato i detenuti alla calma e ha espresso solidarietà agli agenti di polizia penitenziaria.
Del lavoro del Guardasigilli, quando sarà passata l'emergenza coronavirus, anche la maggioranza dovrà fare un bilancio politico, ma di fronte a una situazione completamente fuori controllo non si comprende come sia possibile che il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), Francesco Basentini, sia ancora al suo posto.
Basentini, ex procuratore aggiunto a Potenza dove è divenuto celebre per l'inchiesta sulla Rimborsopoli lucana e quella sul petrolio in Basilicata che portò alle dimissioni dell'allora ministro Federica Guidi (estranea alla vicenda), non è tanto responsabile per ciò che è accaduto. Ma per aver sottovalutato, e addirittura negato, le cause. La stretta sui permessi a causa del coronavirus è stata solo la scintilla di una situazione esplosiva delle carceri italiane, che hanno una capienza di 50.931 e ospitano 61.230 detenuti, oltre 10 mila in più.
La cosa grave è che per Basentini il sovraffollamento delle carceri semplicemente non esiste, a differenza di quanto sostengono associazioni come Antigone, L'altro diritto, i Radicali e il Garante dei detenuti. La tesi di Basentini è più o meno quella più volte espressa da Piercamillo Davigo, secondo cui il "sovraffollamento delle carceri è una balla", perché il problema non sarebbe che ci sono troppi detenuti, ma che lo stato ha stabilito che hanno diritto a troppo spazio. Basterebbe ridurre, per legge, da 9 a 3 metri quadri lo spazio per ogni detenuto e il problema è risolto. "Siamo in grado di ospitare non solo 60 mila persone, ma molte di più", aveva dichiarato non molto tempo fa Basentini in audizione.
Altro che strapiene, le carceri secondo lo standard di Basentini sarebbero semivuote. Un'affermazione a cui, in questi termini, non era arrivato neppure Davigo che pure è l'autore dell'affermazione paradossale secondo cui "le carceri sono affollate perché ci sono pochi posti non perché ci sono troppi detenuti".
Che è come dire che gli ospedali non sono sovraffollati perché ci sono troppi malati di Covid-19, ma perché ci sono pochi posti letto. Ma questo non cambia il fatto che bisogna bloccare l'epidemia e mandarne di meno in ospedale. Secondo la logica di Basentini, invece, i posti ci sarebbero: basta stringersi un po'. Se ora le carceri sono in rivolta è anche per questo atteggiamento cieco rispetto al sovraffollamento carcerario e ai diritti dei detenuti. E la responsabilità è di chi, come Basentini, non ha voluto vedere.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 11 marzo 2020
Con un indulto molto leggero, di soli due anni (l'ultimo, quello del 2003, fu di tre anni) uscirebbero di prigione poco meno di 17mila detenuti. Con un indulto di tre anni ne uscirebbero più di 24 mila. A questi potrebbero aggiungersi (semplicemente con un decreto governativo che ripristini la legalità violata: tra qualche riga spieghiamo perché) più o meno altri 10mila detenuti, e cioè circa la metà di quelli che sono stati messi dietro le sbarre prima della condanna definitiva, e che quindi, a norma di legge, sono non colpevoli, in larghissima parte non sono affatto pericolosi, né possono inquinare le prove di delitti commessi vari anni fa, e vengono tenuti al fresco per una sola ragione: indurli a confessare. È un metodo che si usava spesso prima della rivoluzione francese, e all'epoca veniva chiamato con una parola facile: tortura. È illegale, viola tutti i principi della civiltà, ma una parte significativa della magistratura lo adotta e nessuno, di solito, ha niente da obiettare.
Con l'indulto potrebbero uscire dalla prigione tra i 15mila e i 35mila detenuti, e si risolverebbe, almeno per alcuni anni, il problema del sovraffollamento. Non uscirebbero dalla prigione i serial killer e i grandi trafficanti di droga, gli stupratori e gli stragisti. Uscirebbero persone con piccole condanne o persone che già hanno scontato quasi interamente la loro pena. Chiaro? Ieri il conto dei morti per le rivolte che sono esplose in una trentina di prigioni italiane è arrivato a 12. Sembra che l'opinione pubblica non sia molto scossa. Anche perché i giornali non danno peso, le Tv nemmeno, i social, sempre attenti e indignati, dormono. Ci si indigna per i vitalizi, cosa volete che sia, di fronte allo scandalo dei vitalizi, una dozzina di detenuti crepati? Se erano detenuti qualcosa l'avranno fatta, no? Muoiano senza ammorbare noi. Dodici morti in poche ore. pensate cosa sarebbe successo se quei morti non avessero avuto le divise a strisce.
Nelle pagine seguenti pubblichiamo un articolo molto bello di monsignor Paglia, che spiega la dottrina cristiana e la necessità di amare i prigionieri come fratelli. Il Vangelo dice così. E papa Bergoglio lo ha ripetuto tante volte, e di nuovo lo ha ripetuto ieri. Noi siamo laici: nessuno è obbligato a seguire il vangelo, né Bergoglio, però c'è un problema di civiltà e di diritto. Un giorno sì e l'altro pure ci dicono che siamo italiani. A me non importa moltissimo di essere italiano o francese o della Tailandia, ma visto che pare che l'italianità sia diventato un punto d'onore, mi chiedo: anche la nostra Costituzione è un punto d'onore?
Del resto non c'è bisogno neppure di ricorrere alla Costituzione, c'è la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo che ha più di 70 anni, è chiara e bella come la Costituzione. I prigionieri sono cittadini - dice - non possono essere sottoposti a pene crudeli, il senso della prigione non è la vendetta ma la rieducazione. E allora? Cosa ci stanno a fare in cella 61mila persone con 50mila (o più probabilmente 40mila) posti letto? E cosa ci stanno a fare, per un anno, o per due anni, a rovinarsi la vita e a imparare a delinquere, 20mila ragazzi che hanno commesso reati minimi per sbarcare il lunario o per procurarsi uno spinello o una piccola quantità di droga?
È chiaro che il problema delle carceri è una questione molto grande, che richiede un complesso di interventi legislativi. Non basta l'indulto. Va modificato il codice penale, anche il codice di procedura, i regolamenti carcerari, un insieme di disposizioni amministrative, le linee guida per la magistratura di sorveglianza, i controlli su come viene applicato il carcere preventivo. Bisogna procedere a una robusta depenalizzazione e a una riduzione delle pene, che da anni crescono, crescono, raddoppiano quelle previste dal regime fascista. I dati ci dicono da tempo che esistono delle incongruenze evidentissime nella situazione delle nostre prigioni.
Basta osservare che negli ultimi vent'anni abbiamo assistito a un continuo declinare del numero e soprattutto della gravità dei reati, e contemporaneamente a un continuo aumento del numero dei prigionieri. Negli anni 80, quando l'Italia era un Paese violento, con un numero altissimo di delitti - mafia, lotta armata, violenza politica, malavita spietata nelle grandi città - i prigionieri erano poco più di 30mila. Nel 2006, quando per l'ultima volta è stato applicato un provvedimento di clemenza, erano saliti quasi a 60mila, e con l'indulto scesero a meno di 40mila. Poi son tornati a salire, nonostante alcuni leggi tampone per ridurre le carcerazioni brevi.
Alla fine sono arrivati i Cinque stelle, tutti con Travaglio nella bandiera, ed è tornato il forcaiolismo a tutto campo. Leggi costruite per aumentare l'uso del carcere come strumento di governo sociale, e leggi per ridurre i benefici, i premi, le scarcerazioni anticipate, mano libera alla magistratura, specialmente ai Pm.
Un anno fa il ministero della Giustizia spiegò al Parlamento che le carceri non erano affollate. Cinismo, cecità, tutti e due? Recentemente il capo dell'ala reazionaria della magistratura, Piercamillo Davigo, che è anche membro autorevolissimo del Csm, ha detto che il sovraffollamento nelle prigioni non esiste, è solo propaganda.
Il problema - dice Davigo - è che è eccessivamente gentile la norma che prevede che ogni prigioniero abbia diritto a tre metri quadrati di spazio. Lui dice che ne bastano due, o forse uno e mezzo. Lo spazio di una branda. Chissà se il papà e la mamma di Davigo, quando era piccolo, lo hanno mai chiuso nello stanzino delle scope!
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 11 marzo 2020
Sale a 12 il numero dei detenuti deceduti in seguito ai disordini. Ieri le proteste in altri istituti. Oggi Bonafede riferisce in Parlamento. Altri cinque detenuti morti nella giornata di ieri, per un totale di dodici vittime a seguito delle rivolte scoppiate domenica in 27 carceri italiane; altre proteste negli istituti di Caltanissetta, Enna, Larino, Pescara, Avellino, Bologna, Rieti, Palermo Pagliarelli, Genova, Campobasso, Trapani, Siracusa, Caserta, Aversa, quasi tutte poi sedate in serata. E la prima notizia confermata (ma dalla Ausl, non dal Dap) di un recluso trovato positivo al Coronavirus, proprio nel carcere di Modena e prima che scoppiassero i disordini. Bisogna tornare indietro di mezzo secolo e oltre per ricordare qualcosa di simile, negli istituti penitenziari italiani. Eppure il capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, che ancora non ha fatto sentire la propria voce, né ai detenuti né ai liberi cittadini italiani, è ancora al suo posto. E nessuno, tra le forze politiche, ne chiede la rimozione.
Ieri però Basentini ha partecipato alla riunione della task force istituita ad hoc con il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma e il ministro di Giustizia Alfonso Bonafede per fare il punto della situazione. Il Guardasigilli ne parlerà oggi alle 14,30 alla Camera dove, in diretta tv, riferirà al Parlamento. In particolare si spera che faccia chiarezza su queste incredibili morti: ieri altre due persone sono state trovate prive di vita all'interno del carcere di Modena (nel nuovo Padiglione), dove, come riferisce al manifesto il Garante regionale dei detenuti dell'Emilia Romagna Marcello Marighelli, durante la notte tra lunedì e martedì si sono fermate le operazioni di trasferimento dei detenuti iniziate dopo la rivolta, e nella struttura ormai semi distrutta dalla furia dei violenti sono rimasti ancora in 200 circa. In condizioni assai precarie, senza servizi e senza infermeria. I due morti, di cui uno è un giovane tunisino di 41 anni, vanno ad aggiungersi ai sette del giorno precedente e le cause sarebbero le stesse: overdose di farmaci rubati durante i disordini dall'infermeria.
Naturalmente si attendono le indagini della procura che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Quello che non è chiaro è perché quei detenuti non sono stati soccorsi subito, come non è chiaro il numero di persone che ha rubato e assunto "farmaci", e se ce ne sono altre a rischio. Si sa solo - la notizia, che era subito circolata sui giornali locali, è stata confermata ieri dall'Ausl di Modena ma senza poter avere né smentite né convalide dalle autorità, compresi i Garanti dei detenuti - che prima della rivolta nell'istituto modenese erano stati isolati alcuni carcerati, uno risultato positivo al Coronavirus e gli altri che con lui erano entrati in contatto.
Poi ci sono altri tre reclusi morti nella casa circondariale di Rieti, apparentemente sempre per gli stessi motivi, e altri 8 che versano in condizioni critiche in ospedale. Uno, come riferisce il Garante del Lazio Stefano Anastasia, è stato trasferito a Roma in elicottero perché a Rieti non c'erano più posti in terapia intensiva.
Nel bollettino delle 19 di ieri, il ministero di Giustizia fa sapere che nel carcere della città dell'alto Lazio "permangono solo proteste verbali e battitura delle inferriate". Anche al Dozza di Bologna, che ha subito "ingenti danni", sembrerebbe rientrata la rivolta; il bilancio è di 20 detenuti e due agenti di polizia penitenziaria feriti, alcuni portati in ospedale. A Foggia le persone si rifiutano di rientrare nelle sezioni e "sono 50 gli evasi che sono stati ricatturati e 22 i ricercati", tra i quali tre uomini ritenuti affiliati alla mafia del Gargano e un omicida.
A Velletri sono stati trasferiti di forza circa 40 detenuti, mentre sarebbe tornata la calma nelle celle del Santa Maria Maggiore di Venezia, di Palermo Pagliarelli, di Caltanissetta, Chieti e Larino. "L'unica situazione tutt'ora aperta - comunicano da via Arenula - è quella in corso a Trapani, dove un numeroso gruppo di detenuti ha raggiunto il tetto dell'istituto chiedendo, fra l'altro, che siano svolti subito i test per il controllo del Coronavirus". A Melfi lunedì notte sono stati liberati i quattro agenti e i cinque sanitario sequestrati dai detenuti. Bilancio provvisorio delle devastazioni, secondo il Dap: "600 posti letto distrutti, 35 milioni di euro di danni, 150 mila euro di psicofarmaci sottratti e, oltre ai detenuti anche 41 poliziotti feriti".
Diverse Procure, tra cui Milano, Bologna e Trani, stanno indagando per capire se ci sia stata una sorta di "regia occulta" dietro i disordini, se e da chi sarebbe arrivato "l'ordine" di far scattare le violenze quasi contemporaneamente. Ma chi conosce il mondo del carcere spiega che, pur senza escludere strumentalizzazioni "esterne" innescatesi in un secondo momento, le rivolte sarebbero dilagate spontaneamente, come un fuoco che avvolge l'erba secca. Perché a questo è ridotto il carcere italiano, come hanno spiegato ieri Alberto Nobili, responsabile dell'Antiterrorismo, e il presidente del Tribunale di Sorveglianza Giovanna Di Rosa hanno spiegato al termine dell'incontro con una rappresentanza dei detenuti di San Vittore: "Faremo - hanno detto - una segnalazione, noi come Procura di Milano e il Tribunale di Sorveglianza di Milano, al Ministero e al Dap perché si prendano sulle spalle la responsabilità del sovraffollamento e prevedano modifiche normative in modo da alleviare la permanenza in carcere".
di Liana Milella
La Repubblica, 11 marzo 2020
Le rivolte nelle prigioni rientrano, rimangono solo dei focolai, ma resta il bilancio pesante di 12 morti per overdose, 19 detenuti foggiani in fuga, e il sospetto, su cui già indaga la magistratura, che ci sia stata una regia criminale nell'improvvisa bufera che ha travolto 27 penitenziari.
Con un bilancio economico pesantissimo, 35 milioni di euro di danni, 600 posti letto distrutti, 150mila euro di psicofarmaci rubati. Proprio quelli poi che hanno causato le morti, 9 a Modena e 3 a Rieti. Paura da Coronavirus, reazione ai colloqui con i familiari negati fino al 22 marzo, esasperazione da sovraffollamento, oppure un tam tam criminale che ha infiammato le carceri? Per ora le procure di Milano e Trani indagano, ma altre se ne aggiungeranno perché le polizie stanno raccogliendo le prove di un'eventuale direzione esterna.
A cui non crede il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma: "E un'ipotesi che non mi convince affatto. Esiste un sovraffollamento inaccettabile da cui si è partiti. Che poi, nelle singole carceri, ci possa essere stata un'infiltrazione, può anche essere, ma non ignoriamo i problemi veri". Un altro dato è importante: i nomi delle tre mafie che contano si sarebbero tenuti lontano dalle rivolte (come a Rebibbia, Viterbo, Frosinone).
Tant'è: ora restano i 500 detenuti trasferiti dal penitenziario di Modena, tutti quelli reclusi lì. E ancora 700 sui 2mila di Poggioreale destinati altrove. Mentre gli ultimi focolai di rivolta ieri sono andati spegnendosi, a Venezia, a Bologna, a Caltanissetta, Chieti e Larino, e al Pagliarelli di Palermo. Sono solo le prime cifre pesanti che oggi, alle 9.30 al Senato e alle 14.30 alla Camera, illustrerà il Guardasigilli Alfonso Bonafede.
Che ieri ha riunito la task force anti-rivolte. Nonostante il tam tam del centrodestra, che chiede la testa del direttore del Dap Francesco Basentini e pretende, con Salvini, un super commissario, in via Arenula non si raccolgono conferme. "Ora è il momento di gestire il dopo rivolta" è la replica secca dei vertici del ministero. Bonafede ripeterà che "la violenza non porta a nessun risultato", garantirà misure per assicurare la salute di chi vive dentro carceri. Non prometterà misure svuota carceri. Ma una strategia della maggioranza già esiste.
Si chiama "liberazione anticipata speciale", potrebbe garantire l'uscita di 4-5mila detenuti, sui 6lmila attuali, la metà dei 10mila in eccesso rispetto alla capienza standard. Calcoli già fatti in via Arenula. Niente a che vedere con le chimere di un indulto o di un'amnistia buttati lì - "irresponsabilmente" dicono fonti del governo - dalle associazioni degli avvocati.
Questa, fortemente voluta dal Pd, sarebbe la stessa strada seguita dall'allora Guardasigilli Andrea Orlando per affrontare la maxi multa da cento milioni di euro comminata dalla Cedu di Strasburgo dopo la sentenza Torreggiani per via dei soli 3 metri a detenuto. Due misure, l'uscita anticipata dal carcere per chi deve scontare gli ultimi tre mesi, previo via libera del giudice di sorveglianza. Poi i domiciliari per chi è già in semilibertà, sempre con l'ok del giudice.
Con un emendamento parlamentare potrebbero già entrare nella conversione del decreto sulle carceri che ha scatenato la protesta. In questa direzione vanno i desiderata dei magistrati, tant'è che ieri Giovanna Di Rosa, la presidente del tribunale di sorveglianza di Milano - dopo un incontro con Alberto Nobili, il pm che è salito sul tetto di San Vittore per incontrare i detenuti, che li ha rivisti ieri e ha aperto l'indagine sulla rivolta - ha dichiarato che l'obiettivo è "potenziare le misure".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 11 marzo 2020
Le rivolte stanno rientrando, ma la tensione resta. Sulle carceri italiane continuano a premere la paura del coronavirus e le conseguenze delle misure per evitare che il contagio entri negli istituti; aggravate dal sovraffollamento che già impone condizioni di vita difficili da sopportare.
Il numero dei morti provocati dai disordini è salito a dodici: a quelli di Modena, diventati nove, se ne sono aggiunti tre a Rieti. A Foggia si cercano ancora quindici evasi. Ieri le proteste sono andate in scena a Bologna, Campobasso, Caltanissetta, Enna, Larino, Pescara, Palermo e Genova. I decessi sembrano tutti causati da dosi eccessive di metadone o altri farmaci.
Come se l'assalto alle infermerie avesse dato libero sfogo a ingestioni smisurate di sostanze sostitutive degli stupefacenti, a cui il fisico dei detenuti non ha retto. A questo proposito, c'è chi sospetta che l'interruzione delle visite avrebbe interrotto uno dei canali clandestini per far entrare la droga in carcere; di qui le crisi d'astinenza di alcuni detenuti che avrebbero cercato di superarle con ciò che hanno trovato nelle infermerie.
Si tratta di un'ipotesi, considerata però plausibile dagli stessi operatori carcerari, che offrirebbe comunque un ulteriore, drammatico spaccato della situazione in cui versano i penitenziari italiani. Nella quale la sospensione dei colloqui "a vista" con i familiari, seppure temporanea e disposta a tutela delle persone recluse, rischia di rompere equilibri molto fragili.
Facendo esplodere altre contraddizioni. In questi giorni i direttori degli istituti, Garanti dei diritti, polizia penitenziaria e volontari hanno concentrato i loro sforzi per convincere i detenuti che si tratta di misure contingenti, compensate da un maggior numero di telefonate e collegamenti via skype. Gli altri rimedi puntano ad alleggerire il peso del sovraffollamento, ma si tratta di soluzioni "volontarie" ricercate dai magistrati di sorveglianza.
Tra le misure varate dal governo, non ci sono provvedimenti specifici, se non la generica raccomandazione di evitare che i detenuti facciano avanti e indietro con le celle "valutando la possibilità di misure alternative al carcere". Così i giudici di Napoli, Roma, Firenze e altre città hanno deciso di concedere (come suggerito anche dall'associazione Antigone) ai detenuti semiliberi che normalmente escono al mattino e rientrano la sera, di pernottare fuori. O di accordare loro permessi speciali di due settimane.
Al tempo stesso, però, in alcuni istituti sono stati sospesi i normali permessi-premio (sempre per evitare il viavai possibile veicolo di contagio), sollevando ulteriori problemi. H ministro della Giustizia Alfonso Bonafede oggi dirà la sua in Senato, ma ieri ha dovuto incassare la diserzione dei sindacati della polizia penitenziaria di un incontro già fissato: "Le uniche garanzie di intervento, in questo momento, possono giungere solo dal presidente del Consiglio". Il suo ex collega di governo Matteo Salvini chiede "pugno di ferro" e "un commissario straordinario che gestisca l'emergenza".
di Federica Bosco
sanitainformazione.it, 11 marzo 2020
"Il rischio è che il virus entri da fuori. Per questo è attivo un triage in entrata che prevede la misurazione della temperatura a chiunque varchi la porta del carcere. Per ora stiamo facendo bene, chi è a rischio va in isolamento". "Le carceri sono un micro-mondo ovattato che viaggia con regole proprie, dove tutto è amplificato. Immaginate cosa significa in questo momento di crisi tenere a freno la pressione all'interno, quando già all'esterno è ai massimi livelli".
Le parole di Marco (nome di fantasia), medico penitenziario che vive quotidianamente la difficile realtà delle carceri, all'indomani delle sommosse che hanno interessato molti istituti penitenziari da nord a sud, ci introduce in una giornata di lavoro quotidiano dietro le sbarre ai tempi del Coronavirus.
Marco, ogni giorno lei varca quella porta per prendersi cura dei detenuti. Che cosa è cambiato con l'emergenza Covid-19?
"Alle problematiche già preesistenti come il monte ore elevato, si è aggiunta questa emergenza che significa utilizzo di mascherine, protezioni, distanze da rispettare e isolamento maggiore. Tutti fattori che hanno alzato inevitabilmente la temperatura all'interno delle strutture. In generale è molto più complicata la situazione dove la popolazione carceraria è multietnica. Gli italiani sono più comprensivi, capiscono la necessità di adottare delle restrizioni, come la sospensione delle visite che di fatto è già in vigore da oltre un mese. In altri casi, invece, il dialogo è inutile come abbiamo potuto constatare ieri dalle tante azioni di forza che sono state fatte all'interno di diverse strutture. Di fatto l'emergenza Coronavirus è stata strumentalizzata ed alcuni carcerati hanno creato disordini per tentare la fuga. L'emergenza è presente da un paio di mesi, forse si doveva prevenire la tensione in ambito carcerario con una maggiore informazione e un'assistenza psicologica in grado di allentare la tensione".
A livello di protezione, avete adottato misure maggiori?
"L'unico rischio concreto è che il virus entri da fuori. Per questo motivo è attivo un triage in entrata che prevede alcune precauzioni da adottare. Chi varca la porta del carcere, sia che si tratti di un detenuto, di un operatore sanitario, di un medico o di un agente di polizia penitenziaria, deve misurare la temperatura e alla luce dell'esito della stessa si fa una visura anamnestica. All'interno delle carceri le visite dei parenti sono state sospese da un mese e questo ovviamente alimenta il malumore dei carcerati che, come abbiamo visto, è esploso ieri".
Si poteva fare qualcosa per evitare le sommosse?
"Il vero problema è la carenza cronica di personale che in circostanze come questa si fa sentire ancora di più. Ad esempio, non si è mai parlato di incrementare il numero dei medici in servizio, invece sarebbe opportuno. Già in una situazione di normalità siamo in emergenza, oggi con questa urgenza in alcune strutture siamo al collasso. E poi si sarebbe potuto fare qualcosa mettendo in atto delle strategie di comunicazione digitale che avrebbero tenuto basso il livello di tensione garantendo maggiore sicurezza. Mi riferisco a collegamenti via Skype in luoghi controllati".
Anche le sale audizioni con vetri e telefono stile Stati Uniti potrebbero risolvere in parte il problema dei colloqui.
"Certo, in quel caso non ci sarebbe il contatto fisico, ma sarebbe un'occasione per vedersi. Purtroppo, oggi le strutture carcerarie non sono attrezzate per questa soluzione. Piuttosto un'idea potrebbe essere quella di incrementare il numero delle telefonate tra i detenuti e i familiari. A seconda dei casi potrebbe essere utile sul piano psicologico per i detenuti".
Il rischio che qualcuno sia già infettato esiste?
"In questo momento tutto sembra essere sotto controllo. Stiamo facendo bene. Chi manifesta uno stato febbrile viene messo in isolamento precauzionale. Viene fatto il tampone a chi è sintomatico, dopodiché si aspetta l'esito e se negativo viene rimandato in sezione. Chi invece mostra febbre e tampone positivo, ma è asintomatico, viene messo in isolamento e, dopo 14 giorni, se ancora non è sintomatico viene rimandato in sezione".
Vengono rispettati i protocolli di protezione per medici penitenziari?
"Le linee guida del ministero della Salute dicono che occorre usare la mascherina chirurgica. Per la verità ora la polizia penitenziaria non usa nulla, a meno di casi conclamati. Noi medici, quando dobbiamo visitare pazienti con ipotetica condizione da Coronavirus, siamo forniti di tutti i dispositivi previsti dal protocollo come guanti e mascherina con filtro".
Oggi vi sentite protetti adeguatamente?
"Siamo forniti di tutto, perciò siamo soddisfatti e se anche persistono le problematiche di sempre come turni troppo lunghi, e buste paghe troppo leggere, ora abbiamo altre priorità che sono le misure di sicurezza e in quel senso siamo protetti. Un aumento in busta paga potrebbe essere la base per sopperire alle carenze di personale, a turni lunghi e faticosi che ci accompagnano anche durante le situazioni ordinarie, oggi però siamo davanti allo straordinario e nonostante tutte le difficoltà stiamo facendo bene".
di Simona Zappulla
agi.it, 11 marzo 2020
Uno dei medici del carcere di Spoleto commenta all'Agi le possibili ragioni che stanno alla base delle rivolte all'interno delle carceri in tutta Italia. Disordini, rivolte e devastazioni nelle carceri italiane che hanno causato anche dei morti, com'è possibile?
"Ce lo domandiamo anche noi sinceramente... purtroppo l'infermeria è un luogo che piace sempre molto ad una parte dei detenuti, per gli psicofarmaci o per il metadone che in genere però stanno chiusi in cassaforte. C'è sicuramente una situazione di disagio forte, e uno stress causato dal coronavirus che ha accentuato la situazione già difficile dentro le carceri". Così un medico del carcere di Spoleto, commenta con l'Agi i fatti delle ultime ore.
"L'overdose avviene perché l'organismo non l'ha sopportato, probabilmente perché quei detenuti prendono il metadone in quantità limitate, prescritte dagli specialisti del Sert, e prenderne anche solo una quantità in più può essere letale". L'istituto penitenziario umbro attualmente ospita circa 500 detenuti e, così come su tutto il territorio nazionale, ha sospeso fino a nuove disposizioni i colloqui visivi con i detenuti, ai sensi del D.p.c.m. del 9 marzo 2020.
E anche se sono arrivati da altre strutture alcuni detenuti, il clima è più tranquillo e la situazione, al momento, sotto controllo.
"Da noi - spiega il medico c'è stata un'attenzione nel tutelare l'incolumità di tutti sin dai primi giorni in cui si è parlato di coronavirus. Il rischio siamo tenuti ad abbatterlo. Per i nuovi arrivati c'è un isolamento precauzionale ma non abbiamo nessun sospetto di caso di coronavirus per fortuna. Abbiamo la tendostruttura della protezione civile fuori per il triage, c'è un'ottima collaborazione".
Collaborazione anche da parte dei detenuti, sottolinea: "Noi abbiamo detenuti con pene lunghissime, che si mostrano abbastanza collaboranti anche se il disagio è forte". Perché oltre alla sospensione dei colloqui visivi, "si temono i nuovi che arrivano come portatori di coronavirus. Questa notte ho fatto il mio turno e sono stati trasferiti in quattro da carceri inagibili, e questo naturalmente ci espone sia come dinamica carceraria sia biologica; necessariamente quindi sono stati messi in isolamento".
"I trasferimenti - sottolinea - sono stati interrotti da quando è iniziato il coronavirus, ma alcuni sono stati fatti per necessità. Li abbiamo messi in isolamento - ripete - come precauzione che prendiamo con chiunque, ormai da diversi giorni, anche quando ci sono arresti sul territorio perché tutti sono possibili portatori di coronavirus. Tutto questo accentua un disagio".
E poi, conclude, a proposito delle rivolte: "Nelle sezioni detentive ci sono sempre elementi tendenzialmente con qualche disturbo psichico e c'è anche qualcuno che lo fa in modo strumentale, per altri scopi, per cavalcare un'onda di malcontento, non è così difficile che accada. Non è un caso che questi fatti siano accaduti nei circondariali per reati comuni, noi abbiamo regimi di sicurezza più alti".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 marzo 2020
Intervista a Tullio Padovani, professore di diritto penale, componente dell'Accademia dei lincei. In questo momento di crisi che sta vivendo il nostro sistema penitenziario, e lo Stato stesso, in difficoltà nel prevenire e fronteggiare la protesta, non poteva mancare la lucida analisi di Tullio Padovani, penalista, già professore ordinario di Diritto penale alla Scuola superiore Sant'Anna di Pisa e tra i pochissimi accademici del suo campo ad essere stato invitato a far parte della Accademia Nazionale dei Lincei.
Professore, come si deve interpretare quanto accaduto in questi giorni in oltre 27 carceri italiane, profondamente destabilizzate dalle rivolte dei detenuti?
Non è un fatto nuovo, non è il primo, non sarà l'ultimo. Si tratta di un moto ondulatorio: ne abbiamo avuti in passato, ne avremo in futuro se continuiamo con questa linea politica.
Ma quali sono le cause di tutto questo? Soprattutto, quali sono le cause remote?
Le situazioni scatenanti possono essere diverse, occasionate da circostanze varie; nel nostro caso certamente l'emergenza coronavirus ha funzionato da detonatore, innescando la fiammata della rivolta. Le condizioni che spiegano questi fenomeni sono più o meno sempre le stesse: c'è un incremento vistoso della popolazione carceraria e uno scadimento delle condizioni di vita nel penitenziario. Che diventa sempre più inumano e degradante.
Per una fetta della politica e della società civile invece la causa risiede nell'aumento del tasso di criminalità. Cosa pensa a tal proposito?
Questi fenomeni sono indipendenti dall'andamento della criminalità: l'andamento della popolazione carceraria non segue quello della criminalità. Infatti aumenta la criminalità e scemano i detenuti. Diminuisce la criminalità, e questo è il nostro caso, ma aumentano i detenuti con ritmo incalzante. Ciò dipende dalla funzione reale che il carcere svolge nelle nostre società: non quella di provvedere alle finalità che gli vengono assegnate, come quella di rieducare. Svolge, invece, una funzione altamente simbolica: deve separare il bene dal male, i buoni dai cattivi, deve erigere un muro. L'andamento della popolazione carceraria segue l'andamento della politica: se ci sono quelli che vogliono riaffermarsi come difensori dell'indice del bene, allora si inasprisce il carcere: più detenuti e buttiamo via le chiavi.
E ciò dunque fa esplodere la situazione?
Certo, come quando una estate torrida riduce i reclusi a larve umane e con la poca energia che resta loro si ribellano. Poi però c'è la vulgata diffusa per cui soggiornano in lussuosi hotel a 5 stelle. Oggi è stato il coronavirus: i detenuti si son visti togliere i colloqui e ciò, soprattutto alla popolazione più giovane, ha creato un disagio enorme. Il carcere non funziona nello stesso modo per i giovani e per i vecchi: la percezione del tempo e della condizione è molto diversa. Un giovane patisce di più il fatto di non avere rapporti coi parenti; gli anziani si preoccupano più per la loro salute, consci che il coronavirus colpisce in maniera più grave proprio loro.
Il carcere infatti non è un sistema completamente chiuso, giusto?
Nel carcere entrano ed escono persone: chi ci garantisce che un agente penitenziario non sia infetto? Non dimentichiamo che la popolazione carceraria è composta di molte persone con condizioni di salute molto precarie. Quindi non c'è da meravigliarsi di quel che sta accadendo in questi giorni. Naturalmente non c'è orecchio per sentire queste cose. Ai detenuti andavano fornite informazioni precise sulla tutela della loro salute. La prima tutela della salute passa attraverso la drastica riduzione della popolazione carceraria. L'indice di sovraffollamento arriva oltre il 100 per cento. Occorre mandar fuori quelli che sono alla fine dell'esecuzione della pena, e che invece sono tenuti gelosamente dentro fino all'ultimo giorno. Persino in Iran hanno provveduto a un esodo biblico dei detenuti dalle carceri: la forza delle cose ha piegato anche un regime.
Imputa delle responsabilità alle scelte del governo e in particolare al Dap?
Il problema riguarda la classe politica che governa il carcere: le iniziative che non si prendono nei confronti del carcere stesso.
Il ministro Bonafede era stato invitato da Rita Bernardini a parlare a Radio Radicale per arrivare direttamente ai detenuti ma non ha accettato l'invito. Ha scelto invece una diretta Facebook, non fruibile dai reclusi. Che ne pensa?
Non interessa molto comunicare con i detenuti che sono considerati entità trascurabili, non sono nessuno. E vengono trattati come nessuno. Non dal ministro Bonafede o dal capo del Dap Basentini, ma dalle leggi di questo Paese, che ammette giuridicamente che si possa realizzare un trattamento inumano e degradante, senza che ci sia nessuno che lo faccia cessare. Si stabilisce solo l'obbligo di un risarcimento di 8 euro al giorno oppure uno sconto di pena, ma non che si ponga fine al trattamento. Invece dovrebbe cessare perché è illegale, è un reato di maltrattamenti. Noi siamo uno Stato che autorizza i maltrattamenti.
Sarebbero opportuni in questo momenti provvedimenti come amnistia e indulto?
Amnistia e indulto in una situazione come questa sarebbero un atto dovuto: si tratta di sgomberare rapidamente il carcere. Bene, adottiamo almeno un indulto mirato, calcolato opportunamente ma anche matematicamente in modo da sfrondare la popolazione carceraria di tutto l'eccesso rispetto alla capienza possibile. Ma non si farà perché occorre la maggioranza dei due terzi in Parlamento.
E come risolviamo il problema del sovraffollamento?
Nel nostro sistema si verifica il contrario della massima hegeliana: ciò che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale. Da noi, invece, nell'ambito carcerario ciò che è reale è irrazionale, e ciò che è irrazionale è reale. Le carceri non possono e non debbono accogliere un solo detenuto in più rispetto al numero che assicura un trattamento umano e non degradante. Come previsto dalla normativa europea, un maiale in allevamento deve disporre di almeno 6 metri quadrati. Noi al posto del porco mettiamo il detenuto. Il detenuto per il nostro legislatore è un porco. Nelle nostre carceri più di 30.000 detenuti non entrano. Se io ho 30000 posti mi devo rassegnare a questo numero. E se ne ho da mettere in più scelgo: metto fuori uno che sta alla fine della pena, o uno che ha un reato meno grave e faccio entrare l'altro. Il carcere invece è concepito come un pallone che si gonfia all'infinito, mentre è una struttura metallica nella quale vengono pigiati gli esseri umani. E poi la verifica di ciò che è umano e non degradante non può essere fatta a- posteriori ma è a- priori. Ossia, il giudice di sorveglianza deve avere lo strumento per dire "questa cella non è umana". La verifica deve essere preventiva e coercibile.
Che giudizio dà invece del 41bis?
È un circuito penale speciale che ha come obiettivo dichiarato quello di impedire i contatti con la criminalità organizzata. Sacrosanto! Ma i contenuti reali del 41 bis sono volti semplicemente a realizzare un trattamento ancora più aspro e duro. E la riprova viene da una sentenza della Corte Costituzionale alla quale si è dovuti ricorrere per far dichiarare l'incostituzionalità del divieto di cucinare in cella con il fornelletto. Divieto riconosciuto come inutilmente vessatorio e scollegato dalle finalità del 41bis.
Per porre rimedio a questo stato di illegalità, la soluzione è culturale? È la società civile che deve chiedere un cambiamento alla politica?
Siamo lontani le mille miglia. Negli Stati Generali dell'Esecuzione Penale, nella commissione diretta dal grande studioso e grande uomo Glauco Giostra, era stata elaborata una riforma penitenziaria certosina che aveva i caratteri dell'equilibrio, dell'efficienza, della serietà con lo spazio dedicato alle misure alternative che sono l'ossigeno per far vivere il carcere, strumento di morte dei detenuti. E poi all'ultimo il Partito Democratico non l'ha approvata per paura di perdere le elezioni. E quindi hanno perso la riforma e hanno perso le elezioni: ben gli sta, visto che hanno tradito loro stessi.
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