di Franco Pigna
La Notizia, 1 febbraio 2020
Con quasi 6 milioni di processi aperti e una riforma che stenta a decollare per via dei veti incrociati della politica, l'inaugurazione dell'anno giudiziario non è passata inosservata. Anzi è stata l'occasione perfetta per fare il punto della situazione da parte del guardasigilli, Alfonso Bonafede, intervenuto dopo il discorso del presidente Giovanni Mammone, come anche per le opposizioni che, in questo clima di perenne campagna elettorale, non hanno perso tempo per lanciarsi nell'ennesimo attacco a testa bassa contro chi, dopo anni di malgoverno, cerca di far ripartire la macchina della Giustizia. "Considero, personalmente, una conquista di civiltà il nuovo regime della prescrizione entrato in vigore dal 1 gennaio 2020" ha spiegato il guardasigilli togliendosi qualche sassolino dalla scarpa.
Un intervento a tutto tondo in cui Bonafede non si è risparmiato spiegando come il governo stia continuando gli investimenti nell'edilizia penitenziaria e i lavori per far fronte al sovraffollamento carcerario oltre al tentativo di migliorare le condizioni di lavoro del personale civile e di polizia. "Abbiamo continuato ad investire sul lavoro dei detenuti come forma principale di rieducazione, sviluppando circa 70 protocolli con vari enti per i lavori di pubblica utilità, nonché istituendo un ufficio centrale che coordina e promuove tutti i progetti in questo ambito.
Nell'ultima legge di bilancio, tra l'altro, è stato dato un forte e nuovo impulso al settore dell'esecuzione penale esterna e dei minori", ha aggiunto Bonafede che poi, senza tirarsi indietro, ha affrontato anche il tema dello scandalo del pm Luca Palamara precisando che "la crisi che ha investito il Csm nella primavera del 2019 si è scontrata con un assetto istituzionale forte e compatto che, sotto la guida fondamentale del presidente Mattarella, ha saputo reagire. Adesso è il momento di intervenire in maniera tale da evitare che episodi così gravi che minano alla base la credibilità del sistema giustizia possano ripetersi in futuro".
Parole a dir poco condivisibili ma contro cui si sono scagliate le opposizioni. Prime fra tutte sono piovute le critiche di Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, che, noncurante il richiamo del presidente Mammone ad approvare rapidamente la riforma della Giustizia, ha sparato a zero: "Il governo ha il dovere di ascoltare l'allarme sulla prescrizione lanciato stamani dal primo presidente della Cassazione, Mammone, secondo il quale gli effetti della riforma Bonafede porteranno di fatto alla paralisi della Corte suprema a causa di un insostenibile aumento del carico penale". Sulla stessa lunghezza d'onda la senatrice della Lega Giulia Bongiorno, responsabile Giustizia del partito e che seppur contraria alla sospensione della prescrizione si turò il naso e lo votò durante l'esperienza di governo gialloverde.
Secondo lei, infatti: "L'allarme lanciato dalla Cassazione è la conferma che quello voluto da Bonafede è un provvedimento devastante per il nostro sistema penale". Ma critiche non sono state lesinate neanche da Matteo Renzi. Da sempre critico verso il testo di Bonafede, anche ieri è tornato all'attacco: "Noi votiamo la nostra legge" nella speranza che "Fi ci segua e che magari anche il Pd si riscopra riformista".
Parole che devono aver fatto brillare gli occhi di Matteo Salvini, speranzoso che possano condurre ad una caduta del governo, ma che Renzi ha mitigato poco dopo precisando che in ogni caso "questo (voto, ndr) non comporterà alcuna crisi di governo".
di Liana Vita
Il Manifesto, 1 febbraio 2020
Tensione, forze dell'ordine in tenuta antisommossa, gabbie su gabbie e torrette d'avvistamento, psicofarmaci e tracce sui corpi di autolesionismo. Queste le immagini del centro per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo riportate dal deputato Riccardo Magi e dall'avvocato Asgi Gianfranco Schiavone dopo le visite dei giorni scorsi a seguito della morte di un uomo all'interno della struttura, su cui sta indagando la magistratura. Ma a leggere articoli e commenti sulla vicenda sembra che pochi si ricordino che il centro di Gradisca d'Isonzo è già stato nel 2013 al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica e della classe politica a causa dei frequenti episodi di protesta all'interno, tra cui uno segnato dalla tragica morte di un uomo caduto dal tetto per sfuggire ai lacrimogeni usati per sedare la rivolta. Proteste e momenti di tensione che certo non mancavano - e non mancano - negli altri centri di identificazione ed espulsione, come si chiamavano allora, in tutt'Italia, da Torino a Bari e alla Sicilia. La situazione a Gradisca diventò talmente grave che si arrivò alla chiusura del centro così come, nel giro di alcuni mesi, molte strutture chiuse perché danneggiate, non furono più messe in funzione. Grazie anche al lavoro di denuncia di molte associazioni e di Luigi Manconi, che alle criticità di quelle strutture ha dedicato la sua attività alla Commissione diritti umani del Senato.
Ma il risultato più rilevante di quella stagione politica è stata la messa in discussione dei Cie come strumento di gestione dell'immigrazione irregolare alla luce dei (pochi) risultati ottenuti dalla loro creazione (nel 1998, con la legge Turco Napolitano). Uno strumento su cui avevano puntato i governi di centro-destra nell'ambito della loro strategia di criminalizzazione verso l'immigrazione "clandestina", introducendo con la Bossi-Fini nel 2002, col "Pacchetto sicurezza" nel 2008 e ancora nel 2011 una serie di restrizioni tra cui il prolungamento del termine massimo di permanenza nei Cie addirittura fino a 18 mesi, una misura pensata come strumento di deterrenza rispetto all'immigrazione irregolare ma che si è poi rivelata portatrice di grandi sofferenze e decisamente inutile. L'aumento dei tempi di detenzione, infatti, non ha migliorato il tasso dei rimpatri effettuati se, allora come oggi, esso si mantiene costante e circa la metà dei trattenuti vengono alla fine rimpatriati, data la nota e difficoltà di stringere accordi di riammissione coi paesi di origine e l'impossibilità di espellere molte delle persone trattenute perché in Italia da tanto tempo con legami familiari consolidati, o perché apolidi o senza alcun legame col paese di origine.
Tuttavia, questi preziosi ragionamenti sulla dubbia efficacia dei centri per il rimpatrio non sono evidentemente bastati a scindere il binomio immigrazione/sicurezza e sono tornati di moda nel 2017 quando il ministro dell'interno Minniti ha voluto rispolverarla prevedendo la creazione di un Cpr in ogni regione rispetto ai cinque allora attivi e annunciando, ancora una volta invano, l'intenzione di intensificare i rimpatri. La ricetta è stata poi ereditata e rilanciata dal suo successore che col decreto sicurezza del 2018 ha subito allungato a 6 mesi il tempo di trattenimento, ha aperto al trattenimento di richiedenti asilo, ha semplificato le procedure per la creazione di nuovi Cpr e ha fortemente tagliato, come per i centri di accoglienza, i fondi disponibili azzerando servizi e garanzie.
E siamo a oggi, con 8 centri aperti - da ultimo l'ex carcere di Macomer - i cui enti gestori hanno vinto bandi al ribasso e non riescono ad assicurare un numero adeguato di operatori e di servizi a circa 500 persone costrette per un tempo molto lungo a vivere reclusi e sospesi. Con il rischio evidente di dar vita a situazioni di tensione altissima difficilmente controllabili senza l'intervento delle forze dell'ordine.
Il punto vero di qualsiasi discorso sui centri per il rimpatrio dovrebbe partire da alcune domande: chi sono le persone che finiscono in queste strutture? Chi tra di loro rappresenta davvero un pericolo per la società e deve essere trattenuto? Ha senso ricorrere a politiche che hanno dimostrato di aver fallito? La privazione della libertà ha contrastato il fenomeno dell'irregolarità o sono altri gli interventi necessari come, per esempio, un provvedimento di emersione per chi ha un lavoro e, finalmente, la riforma dell'impianto della Bossi-Fini?
di Francesco Gesualdi
Avvenire, 1 febbraio 2020
Il procedimento è stato lungo, ma alla fine Ioane Teitiota una vittoria l'ha ottenuta: le Nazioni Unite hanno riconosciuto il diritto di poter presentare domanda di asilo in nome dei rischi climatici. Tutto inizia nel 2007, quando Ioane lascia la sua casa, insieme alla famiglia, per trasferirsi in Nuova Zelanda. La sua patria di origine è la Repubblica di Kiribati, un arcipelago del Pacifico formato da una trentina di isolotti, lembi piatti che a malapena emergono dal mare.
L'isola principale è Tarawa, una delle poche con energia elettrica e l'unica ad avere l'ospedale. Motivo per cui nel corso del tempo molte famiglie dell'arcipelago hanno lasciato l'isola natia e si sono trasferite a Tarawa dove si trova circa la metà dell'intera popolazione dell'atollo. Fra esse la famiglia di Ioane che a Tarawa poté studiare e in seguito trovare lavoro presso un'impresa commerciale che però chiuse sul finire del vecchio millennio.
Da allora Ioane non ha più trovato un impiego stabile. Ciò non di meno nel 2002 si sposò. Insieme alla moglie si era costruito una casetta che pur essendo sprovvista di servizi igienici aveva il vantaggio di essere allacciata alla linea elettrica ed era provvista di un pozzo per l'acqua. Ma poco dopo la zona risultò inabitabile: i cambiamenti climatici stavano facendo innalzare il livello del mare. Durante l'alta marea le case venivano allagate, i raccolti distrutti e i pozzi resi inservibili per la contaminazione dell'acqua salata. Molta gente si ritirò verso il centro dell'isola, ma non c'era spazio per tutti e la crisi ambientale si trasformò in crisi di convivenza. Non c'era abbastanza terra per tutti gli alloggi richiesti, il cibo scarseggiava ed era conteso, i pochi pozzi agibili erano presi d'assalto ed erano teatro di furibondi litigi per garantirsi un secchio d'acqua.
E poi c'erano le malattie: la mancanza d'acqua, l'alta concentrazione abitativa, la mancanza di servizi igienici, favorivano diarree ed infezioni intestinali che in alcuni casi risultavano letali. In breve da isola felice, Tarawa si stava trasformando in isola della paura e sentendosi minacciato nella sopravvivenza, Ioane decise di emigrare con la moglie. Destinazione Nuova Zelanda, la terra più vicina che non fosse piatta come Tarawa. Inizialmente la Nuova Zelanda fu una terra accogliente e accordò un permesso di soggiorno di tre anni a Ioane e sua moglie, un periodo di ritrovata sicurezza durante il quale ebbero tre figli. Ma nel 2010 l'Ufficio immigrazione decise di non rinnovare il permesso e l'intero nucleo familiare rimase in Nuova Zelanda in forma irregolare. Finché nel maggio 2012, con l'assistenza di uno studio legale, Ioane non presentò domanda per ottenere il riconoscimento di rifugiati e persone protette. Lo status di rifugiato è previsto dalla Convenzione adottata a Ginevra nel 1951 ed è riconosciuto a tutti coloro che sono fuggiti dalla propria nazione per paura di essere perseguitati a causa della propria razza, religione, opinione politica, condizione sociale. Lo status di persona protetta scaturisce dal Patto Internazionale relativo ai diritti politici e civili siglato nel 1966 che impegna ogni Stato firmatario a "rispettare e a garantire a tutti gli individui che si trovino sul suo territorio i diritti riconosciuti nel Patto senza distinzione alcuna, compresa la nazione di provenienza".
Fra i diritti riconosciuti nel Patto vi è anche il diritto alla vita ed è su tale principio che Ioane chiede protezione. Ma la Nuova Zelanda ritiene che l'obbligo di protezione valga solo nei confronti di coloro che rientrando nella propria nazione siano a rischio di trattamento crudele o di privazione arbitraria della propria vita. Condizione che l'Ufficio immigrazione non ritiene applicabile a Ioane, che si vede respingere la domanda. Ioane ricorre a tutti i possibili gradi appello. Ma invano. Nel 2015 arriva l'ultimo no da parte della Corte Suprema: Ioane viene imprigionato e poco dopo caricato su una nave che lo riporta a Tarawa assieme alla famiglia. Ma Ioane non si dà per vinto e ricorre al Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite denunciando la Nuova Zelanda per violazione del Patto per i diritti civili e politici. E nel gennaio 2020 arriva il pronunciamento. Il Comitato ritiene che nel caso specifico il Patto non sia stato violato ma afferma che il diritto alla vita non va interpretato in maniera restrittiva e che va protetto attraverso l'adozione di misure positive da parte degli stati. Soprattutto riconosce che "il degrado ambientale, i cambiamenti climatici e lo sviluppo insostenibile rappresentano alcune delle minacce più serie che attentano il diritto alla vita delle generazioni presenti e future". Una dichiarazione di principio destinata a lasciare un segno nella giurisprudenza internazionale, che potrà aiutare molti sfollati climatici a ritrovare una nuova casa.
di Giampiero Ballotti
Il Ponte, 1 febbraio 2020
Del carcere non importa nulla a nessuno. O meglio, a pochissimi. Ogni tanto se ne parla un po' grazie all'opera umanitaria di qualche partito o associazione o di qualche esponente politico per farsi pubblicità: i Radicali, l'associazione fiorentina "L'altro diritto", un centro di documentazione i cui avvocati seguono le violazioni commesse in carcere.
di Luca De Vito
La Repubblica, 1 febbraio 2020
L'attacco del procuratore generale di Milano. Inaugurazione dell'anno giudiziario, presente anche il ministro Bonafede. E anche i penalisti espongono cartelli e protestano contro la presenza del consigliere del Csm Piercamillo Davigo.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 1 febbraio 2020
Il primo presidente della Cassazione, Giovanni Mammone, diciamo pure il capo della magistratura, nel suo discorso di inaugurazione dell'anno giudiziario ha spiegato che la riforma della prescrizione - per usare un linguaggio caro a Paolo Villaggio - è una boiata pazzesca. Danneggerà il funzionamento della giustizia al solo scopo di ledere i diritti degli imputati e di incattivire i rapporti tra magistratura e avvocatura. Capolavoro. Chi l'ha pensato questo capolavoro? Chi intende ancora difenderlo?
di Simona Musco
Il Dubbio, 1 febbraio 2020
Un confronto serrato in maggioranza per superare le divergenze sulla riforma della prescrizione e su un progetto più ampio di riforma della magistratura. Ma anche l'affermazione del loro ruolo costituzionale degli avvocati e la tutela della dignità delle professioni, attraverso l'equo compenso. Sono questi i passaggi fondamentali del saluto del Guardasigilli Alfonso Bonafede, sospeso tra bilanci e prospettive per il futuro per il rilancio della giustizia italiana.
Un futuro che dipenderà dalla capacità di trovare un equilibrio sui temi che dividono i partiti di governo, auspicato dallo stesso Bonafede, ma minacciato dalla distanza delle posizioni. Ed è proprio per questo che il ministro apre al dialogo con le parti, chiedendo che le divergenze in tema di prescrizione non si trasformino in una guerra.
Una riforma, ha detto convinto Bonafede, "che considero personalmente una conquista di civiltà" e sulla quale "è in atto un confronto serrato, leale all'interno della maggioranza, per superare le divergenze e consegnare ai cittadini un processo idoneo a rispondere alle loro istanze di giustizia, garantendo tempi certi ed eliminando ogni spazio di impunità". E se le divergenze rappresentano uno stimolo irrinunciabile per il miglioramento delle proposte di legge, "bisogna sempre evitare che si trasformino in una zavorra rispetto ai cambiamenti che la società impone. Di fronte a un mondo che sta cambiando sempre più velocemente - ha aggiunto - la giustizia non può rimanere immobile, altrimenti perderà la sua necessaria capacità di operare un'equa definizione dei singoli contenziosi che si sviluppano ogni giorno nella società moderna".
Il futuro della giustizia, dunque, per il ministro dipenderà anche dalla capacità di cambiare, andando a sanare le ferite lasciate in eredità dal 2019. E il riferimento non può che essere allo scandalo Csm, per il quale Bonafede ha confermato il confronto interno alle forze di maggioranza per un progetto di riforma ordinamentale della magistratura "che mira a rafforzarne l'autonomia e l'indipendenza, incidendo da un lato sulla interruzione di ogni possibile commistione con la politica, dall'altro lato sulla necessaria eliminazione del rischio delle cosiddette degenerazioni del correntismo".
E per rafforzare la magistratura è necessario passare anche attraverso un rafforzamento dell'avvocatura. La crisi del 2019, ha sottolineato Bonafede, "si è scontrata con un assetto istituzionale forte e compatto, che sotto la sua guida fondamentale del presidente Mattarella ha saputo reagire. Adesso è il momento di intervenire in maniera tale da evitare che episodi così gravi, che minano alla base la credibilità del sistema giustizia, possano ripetersi in futuro". Come per le toghe, anche la protezione degli avvocati vittime di persecuzione "deve essere sempre riconosciuta - ha evidenziato il ministro - così come merita di essere affermato il loro ruolo a livello costituzionale per la funzione fondamentale che svolgono. Anche per questo, tra l'altro, è forte la mia attenzione materia di equo compenso non solo come aspetto meramente economico, ma come forma di tutela della dignità della professione".
La base del rilancio della Giustizia necessita, però, soprattutto investimenti, invocati da più parti. Investimenti che Bonafede rintraccia nelle assunzioni, con un impegno che "non ha precedenti", caratterizzato dall'ampliamento delle piante organiche nel quadro di una complessiva distribuzione di 600 nuovi magistrati e dall'introduzione di piante organiche distrettuali flessibili, che garantiscono l'impiego dei magistrati sui singoli territori in maniera sempre più rispondente ad esigenze specifiche.
Ovvero una organizzazione della Giustizia in grado di rispondere, socialmente e geograficamente, "alle esigenze che emergono nelle differenti zone del Paese", per adempiere a quello che è il compito dello Stato: la cura dei diritti del cittadino, garantendo l'eguaglianza sostanziale sancita dall'articolo tre della Costituzione.
Le cifre previste per il 2020, in materia di Giustizia, sono di poco superiori a quelle dello scorso anno: circa nove miliardi, previsti dall'ultima legge di bilancio. E parallelamente è stato avviato un piano assunzionale per il triennio 2019- 2021 per 8756 unità di personale non dirigenziale, procedendo anche allo scorrimento della graduatoria di assistente giudiziario.
Non mancheranno, inoltre, anche investimenti infrastrutturali su tribunali e carceri, per la digitalizzazione del processo - con un investimento di 650 milioni -, con l'auspicio di "leggi che individueranno nelle nuove tecnologie non soltanto un optional, ma la principale o addirittura l'esclusiva via percorribile soprattutto per quanto concerne gli adempimenti di cancelleria". Fiore all'occhiello dell'Italia nel 2019, secondo il ministro, la legge anticorruzione, ma anche il cosiddetto "Codice Rosso", a tutela delle donne vittime di violenza.
E poi ancora la legge in fase di conversione sulle intercettazioni, la riforma della normativa sulla crisi d'impresa e l'introduzione dell'azione di classe con la modifica dell'articolo 416 ter del Codice penale in materia di voto di scambio politico- mafioso. Ma ancora più importante, ha aggiunto, è "guardare alla giustizia attraverso gli occhi dei cittadini. Ho aperto le porte del ministero a tanti familiari delle vittime di reati che chiedono non vendetta, ma una risposta di giustizia" e "non mancherò mai di far sentire a quelle persone la vicinanza delle istituzioni".
ideawebtv.it, 1 febbraio 2020
Conferenza stampa in Provincia con i Garanti dei detenuti. Borgna: "La qualità di vita di un carcere dice del livello di una società civile". Soprattutto lavoro, dentro e fuori dal carcere. Ma anche formazione professionale e strutture adeguate. È quello che chiedono centinaia di detenuti nelle carceri piemontesi e nelle quattro carceri della Granda costretti a trascorrere le giornate in cella nell'ozio o senza possibilità di reinserimento futuro.
L'appello è stato lanciato giovedì 30 gennaio in Provincia durante la conferenza stampa dei garanti dei detenuti promossa dal garante regionale Bruno Mellano con i garanti comunali Alessandro Prandi (Alba), Mario Tretola (Cuneo), Rosanna Degioanni (Fossano) in scadenza, Bruna Chiotti (Saluzzo) e Paolo Allemano che l'ha sostituita da un mese nell'incarico. Lo scopo era quello di presentare il quarto dossier delle criticità strutturali e logistiche relative alle carceri piemontesi del 2019.
"La qualità di vita di un carcere dice del livello di una società civile - ha ricordato il presidente della Provincia Federico Borgna - e la figura del garante dei detenuti è essenziale perché, potendo conoscere in problemi dal di dentro, può fare molto in tal senso, più di quello che conosciamo dal di fuori".
Dalla relazione annuale sulle attività del garante svolta da Mellano emergono anche i dati relativi alle carceri piemontesi e della Granda. Ha anche sottolineato l'importante ruolo svolto dal volontariato penitenziario che spesso si trova a tamponare le emergenze compiendo una funzione sociale unica. I detenuti presenti al momento in Piemonte sono infatti circa 4.700 a fronte di 3.700 posti disponibili, con uno sbilanciamento di circa 1.000 detenuti in più. Ci sono carenze strutturali come, ad esempio, per il carcere di Alba chiuso nel 2016 dopo un'epidemia di legionella che aveva colpito detenuti e poliziotti penitenziari. Il garante Prandi ha ricordato come Alba possa considerarsi "un caso italiano perché i fondi per i lavori urgenti all'istituto ci sono, ma il progetto non è ancora terminato".
L'unico padiglione aperto ospita oggi 44 reclusi in condizioni di sovraffollamento, ma continua la cura del vigneto interno al carcere, da cui nasce il vino "Valelapena", una delle eccellenze dell'agricoltura sociale in Italia. Al carcere Cerialdo di Cuneo sono ospitati 302 detenuti, di cui il 70% sono stranieri con molti problemi correlati. Accanto al padiglione nuovo suddiviso su quattro piani che ne ospita circa 250, ci sono 46 detenuti in regime 41bis (reati di mafia) in una struttura che necessità di lavori idraulici urgenti, mentre resta chiuso da dieci anni l'ex padiglione giudiziario (circa 100 posti) che andrebbe ristrutturato. Tretola: "Due le urgenze: lavoro e giustizia riparativa, cioè percorsi di recupero e reinserimento che nascano dall'incontro tra il reo e la vittima". La recidiva di chi è detenuto in carcere è del 70%, mentre per chi è sottoposto a pene alternative si ferma al 19%.
Fossano è invece dal 2014 l'unica casa di reclusione del Piemonte a "custodia attenuata" con 123 detenuti presenti che sono a fine pena o prossima alla scarcerazione. L'edificio è stato ristrutturato nel 2007, ma manca un percorso reale di lavoro e di formazione finalizzato al reinserimento, come ha ribadito la garante Chiotti il cui mandato scade oggi e per il quale il Comune ha varato un bando di selezione: "È il miglior carcere del Piemonte, ma anche il più chiuso perché mancano spazi per il lavoro interno, spazi per detenuti in articolo 21 o semiliberi e progetti per lavoro esterno, nonostante gli sforzi della direzione e degli operatori".
A Saluzzo la struttura ospita 311 detenuti in regime di alta sicurezza (maggior pericolosità). Bruna Chiotti ha concluso il suo mandato ricordando come i detenuti facciano richiesta incessante e continua di lavoro vero e sia dignitoso, non solo gli incarichi per la manutenzione interna (pulizia, cucina, ecc.). Il neo garante Paolo Allemano ha annunciato l'avvio di un piccolo polo universitario con otto detenuti che inizieranno a seguire un corso di laurea in Scienze politiche e Legge, ma non dispongono di aule e rete Internet.
Il Garante regionale Mellano ha ricordato al termine altre novità a livello regionale, cioè la costruzione ad Asti di un nuovo padiglione detentivo, il progetto di trasformazione di un'ex caserma di Casale Monferrato in carcere e la realizzazione ad Alba di una "casa lavoro" per 20 internati che hanno scontato la pena e possono già lavorare, ma sono sottoposti a misure di sicurezza perché ritenuti ancora socialmente pericolosi. Un cenno, infine, al problema dei detenuti tossicodipendenti e di coloro che soffrono gravi disturbi psichici o psichiatrici per i quali il carcere non rappresenta una soluzione.
di Lilina Golia
Corriere della Sera, 1 febbraio 2020
Promuovere la cultura dell'inclusione, riducendo i pregiudizi che alimentano atteggiamenti discriminatori, con la prospettiva di costruire una comunità attenta e sensibile alla valorizzazione dei rapporti sociali e al reinserimento delle persone al termine della pena. Accoglienza e integrazione tra realtà carceraria e società civile. Questa in sintesi la finalità del Progetto Verziano, che ritorna per la sua nona edizione sempre con la direzione artistica di Giulia Gussago della Compagnia Lyria.
L'attività, realizzata in collaborazione con il Ministero di Giustizia Casa di Reclusione Verziano, gode del patrocinio di Regione Lombardia, Provincia di Brescia, Consigliera di Parità Provincia di Brescia, Associazione Italiana Insegnanti Metodo Feldenkrais (una pedagogia basata sulla conoscenza approfondita della organizzazione fisica del corpo), Centro Sportivo Educativo Nazionale, Rotary Club Corte Franca Rovato e si avvale del contributo di molti partner, in primis del Comune di Brescia.
Quest'anno il format degli incontri pone maggiormente l'attenzione al processo di lavoro e di consapevolezza attraverso la pratica della danza e della scrittura creativa. L'accesso a questa esperienza è rivolta, come sempre, ai detenuti della sezione maschile e femminile della Casa di Verziano, ad allieve e allievi di Compagnia Lyria che già conducono percorsi artistici ed hanno partecipato alle precedenti edizioni del progetto, a liberi cittadini maggiorenni che saranno "ospiti" di due laboratori domenicali all'interno del carcere, a studenti maggiorenni delle Scuole superiori, presso gli istituti scolastici e presso il carcere per l'incontro con i detenuti, infine alla popolazione che parteciperà agli eventi promossi all'esterno del carcere per la diffusione del progetto.
Quest'anno, ed è una novità, è prevista una nuova iniziativa: i cittadini, che faranno richiesta, potranno accedere per una giornata a Verziano per vivere una esperienza diretta insieme al gruppo di lavoro. Poiché i posti sono limitati, per iscriversi alla visite è opportuno consultare il sito compagnialyria.it.
Da ricordare che lo scorso anno è stato realizzato un video (dal titolo "Vieni, vieni più vicino"), una sintesi del lavoro svolto, che ha fatto conoscere sul territorio nazionale questo progetto made in Brescia. Per quanto riguarda l'happening finale in data 7 giugno, le modalità di partecipazione verranno rese note in seguito.
di Lorenzo Boratto
La Stampa, 1 febbraio 2020
Lavoro e formazione sono le questioni più urgenti nelle quattro carceri della Granda. L'hanno ricordato i garanti comunali e regionale dei detenuti ieri in un incontro a Cuneo. Mario Tretola del Cerialdo: "Chi è in carcere ha il 70% di recidiva. Chi è sottoposto a pene alternative si ferma al 19%". Rosanna Degioanni della casa di reclusione di Fossano, unica del Piemonte a "custodia attenuata" (il Comune, con un bando che scade oggi, sta selezionando un nuovo garante): "Tanti detenuti chiedono di venire a Fossano nell'illusione di avere un lavoro, un percorso di formazione e crescita, ma i progetti restano solo sulla carta".
L'ex garante di Saluzzo, Bruna Chiotti: "I detenuti fanno richiesta incessante e continua di lavoro. Che sia dignitoso". Il neo Garante di Saluzzo, Paolo Allemano, ha ricordato poi il corso del liceo Soleri attivo nel carcere e che "otto detenuti inizieranno a seguire un corso di laurea in Scienze politiche e Legge, però servono aule e collegamento Skype".
Per il carcere di Alba c'era il garante Alessandro Prandi; ha ricordato che da 4 anni resta chiuso il padiglione che era stato sgomberato per un'epidemia di legionella che aveva colpito detenuti e poliziotti penitenziari. I reclusi ora sono 44 e si è riusciti comunque a continuare la cura del vigneto interno al carcere, da cui nasce il vino Vale la pena, "una delle eccellenze dell'agricoltura sociale in Italia".
Il Garante regionale Bruno Mellano, promotore dell'incontro, ha spiegato che a Saluzzo da due mesi sono stati "sgomberati" i detenuti in media sicurezza per l'alta sicurezza (maggiore pericolosità), mentre ad Alba sorgerà una Casa lavoro da 20 internati, cioè chi ha già scontato la pena, ma è sottoposto comunque a misure di sicurezza perché ritenuto socialmente pericoloso. Smentita invece la costruzione di un nuovo padiglione a Fossano, come riportato nella relazione annuale: la notizia si riferisce al carcere di Asti.
- Pordenone. Il cantiere del nuovo carcere può ripartire: bocciato il ricorso di Kostruttiva
- Salerno. Un cancro, figlio disabile, moglie morta un anno da scontare: niente domiciliari
- Trento. "Sicurezza e salute in carcere, un impegno multidisciplinare"
- Pubblico ministero, un super poliziotto che non risponde di quel che fa
- Modena. Cani in carcere: "con loro nuove speranze ai detenuti"










