di Andrea Zambenedetti
Il Gazzettino, 2 febbraio 2020
Il problema, sgombriamo subito il campo, non è il sovraffollamento. Le cause vanno cercate altrove. Ma andiamo con ordine. Stando ai numeri che emergono dalla relazione del Presidente della corte di appello di Venezia, sull'amministrazione della giustizia nel distretto, è che a fronte di 73 detenuti della Casa circondariale di Belluno a fine giugno 2019 (presenza media nei 12 mesi precedenti 81 persone, tollerabile di 134 e regolamentare di 90), sono 63 quelli che hanno compiuto atti autolesionistici. Addirittura tre quelli che hanno provato a togliersi la vita. Insomma, se ci si limita a guardare i numeri e le proporzioni, è come se in media ogni quattro detenuti tre si fossero intenzionalmente feriti.
Si tratta di una percentuale decisamente più elevata rispetto ai numeri delle altre province. A Venezia ci sono stati 84 casi di autolesionismo a fronte di una presenza media di 263 detenuti, a Rovigo 69 episodi con una presenza media doppia che è il doppio rispetto a quella della struttura di Belluno. La corte d'Appello spiega il fenomeno puntando il dito contro il sovraffollamento e la carenza di risorse umane specializzate. In particolare a mancare sarebbero le "competenze per la gestione dei detenuti con problematiche psicologiche o psichiatriche e nelle situazioni di disagio derivanti dalla limitata offerta di lavoro e di altre attività formative".
Un'ipotesi che vede d'accordo anche i sindacati. Leo Angiulli, segretario Triveneto della Uspt spiega che la carenza di organico nel penitenziario di Belluno pesa per il 35 per cento. "La legge Madia - spiega il sindacalista - ha portato a un impoverimento del personale. Su Belluno ha pesato in modo rilevante anche una particolare coincidenza: l'apertura della sezione psichiatrica proprio nel momento in cui veniva ridotto il personale. C'è una difficoltà oggettiva - prosegue Angiulli - che non dipende dalla direzione ma proprio dallo Stato".
Robert Da Re, della segreteria provinciale della Cisl Belluno-Treviso, spiega che gli episodi di autolesionismo sono avvenuti spesso tra i detenuti transessuali. "Mentre nel reparto "comuni" il clima è sereno e ci sono le cooperative che lavorano, nella sezione dedicata ai transessuali e alla salute mentale la situazione è più complessa.
Abbiamo subito segnalato il problema - prosegue - anche perché nel territorio le strutture sanitarie non si occupano abitualmente di transessuali, visto l'esiguo numero nel territorio. Qualcosa dovrebbe cambiare con l'applicazione di una nuova delibera della giunta regionale ma al momento siamo in attesa. E fortunatamente le cose sono molto migliorate rispetto a quello che accadeva qualche anno fa quando in dodici mesi eravamo arrivati a quasi 200 aggressioni ai danni degli addetti". Ora quel genere di episodi si è ridotto ma il numero dei casi di autolesionismo indica che è presto per abbassare l'attenzione.
di Marina Lomunno
vocetempo.it, 2 febbraio 2020
Il disegno di legge della Regione Piemonte sugli affidamenti famigliari ("Allontanamento zero") sta suscitando molte contestazioni nel mondo degli operatori sociali che temono la criminalizzazione dell'istituto dell'affido. Il magistrato Emma Avezzù, Procuratore dei Minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta, per la prima volta interviene sull'argomento.
L'onda lunga delle vicende di Bibbiano sui presunti affidi illeciti - che hanno spopolato nelle cronache estive e continuano ad essere argomento di scontro politico - ha ispirato il Disegno di legge regionale del Piemonte "sull'allontanamento zero" presentato da Chiara Caucino (Lega), l'assessore alle Politiche della Famiglia e dei Bambini della Giunta Cirio.
Il testo (scaricabile sul sito della Regione www.regione.piemonte.it) come dice il titolo, si pone come obiettivo ridurre gli affidi famigliari fino a "zero" per permettere a tutti i bambini di crescere nelle proprie famiglie d'origine. Il progetto di legge, che fino al 14 febbraio sarà oggetto di discussione nella IV Commissione Consiliare che ha avviato le consultazioni on line invitando le parti coinvolte (associazioni, ordini professionali e tutti coloro che a vario titolo si occupano di minori) ad esprimere un parere, fin dalla sua pubblicazione ha suscitato molte perplessità tra gli addetti ai lavori circa l'"utopia dell'allontanamento zero".
Contro il Disegno di Legge sono usciti documenti delle associazioni delle famiglie affidatarie, dell'Ordine degli avvocati, una petizione lanciata dall'Università di Torino a cui hanno aderito docenti di tutt'Italia, è nato un comitato "Zero allontanamento Zero" a cui aderiscono, tra gli altri, l'Ordine degli assistenti sociali di Torino e Rita Turino, Garante dell'Infanzia e dell'Adolescenza del Piemonte: tutti invitano la Regione a ritirare la proposta di legge e ad avviare piuttosto un tavolo regionale sulla Tutela dei minori.
Ne abbiamo parlato con Emma Avezzù, da ottobre 2019 Procuratore dei minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta, con una lunga esperienza come magistrato del Tribunale minorile torinese prima di essere nominata Procuratore capo dei minori a Brescia.
Procuratore cosa non funziona nell'Istituto dell'affidamento se, dopo i fatti di Bibbiano, si è rimesso in discussione tanto che la nostra Regione ha proposto un Disegno di legge che si pone l'obbiettivo di eliminare gli affidi in Piemonte almeno del 60 per cento?
"Sui fatti di Bibbiano la magistratura sta ancora lavorando e se ci sono stati degli illeciti, se si sono fatti favoritismi verso alcune famiglie affidatarie o se i servizi non hanno funzionato lo capiremo al termine dell'inchiesta. Intanto mi preme ricordare che l'affido è una misura temporanea perché il minore possa trovare soccorso quando la sua famiglia attraversa un momento di difficoltà. In Italia è regolato dalla legge 184 del 1983, modificata poi dalla legge 149 del 2001. Una legge dello Stato quindi c'è e funziona. La vicenda di Bibbiano che riguarda quel caso specifico - anche grazie a certa informazione, diffusa persino dalle reti televisive pubbliche, irrispettosa della Carta di Treviso che detta le regole per i giornalisti che informano su temi legati a minori - ha messo in cattiva luce l'istituto dell'affidamento in generale e questo è pericoloso. Intanto occorre fare attenzione ai termini.
Si parla spesso scorrettamente di "sottrarre un bambino alla famiglia": "sottrarre" fa pensare ad un oggetto. I bambini non sono un oggetto, non sono una proprietà. L'intervento dell'affido temporaneo ad una famiglia o ad una comunità mira alla tutela del minore quando vengano descritte situazioni di disagio e le assicuro che nella mia esperienza - prima come giudice in questo Tribunale, poi come Procuratore a Brescia ed ora di nuovo qui a Torino - le situazioni per cui i provvedimenti di tutela si rendono necessari sono numerosi".
Il Disegno di legge regionale insiste sul fatto che la maggior parte dei disagi dei minori sono dovuti a difficoltà economiche della famiglia che starebbero alla base dei motivi per cui si avviano gli allontanamenti...
"La legge 184 dice che le condizioni d' indigenza di una famiglia debbono portare l'ente locale a predisporre strumenti di sostegno al reddito, no di certo ad allontanare i bambini: non si sono mai allontanati minori solo a causa dell'indigenza. Lo scopo della legge è la tutela rispetto a disagi ben più gravi che la povertà. In caso di carenze igienico-sanitarie dell'abitazione del nucleo, di disoccupazione, quando non si è in grado di pagare il riscaldamento o l'affitto l'Ente pubblico interviene con le provvidenze e questo già si fa. Ma può capitare che la famiglia non si avvalga o non si rivolga all'Ente, o spenda i sussidi non per beni di prima necessità facendo vivere i bambini nella sporcizia e nell'incuria: allora senza dubbio occorre intervenire. Qui non si tratta solo d' indigenza ma di carenze educative".
Cosa vi preoccupa più della povertà?
"Il disagio psicologico ad esempio: non si può affermare che non si possono allontanare i bambini per "mero disagio psicologico o per mera inadeguatezza genitoriale". L'inadeguatezza genitoriale, la dipendenza da sostanze, la malattia psichica portano a patologie gravissime per i minori. Ho avuto esperienza di bambini che fin da neonati non venivano alzati dalla culla, non venivano presi in braccio, coccolati, mentre li si nutriva non li si guardava negli occhi. Quando ero giudice a Torino, molti anni fa, mi è capitato un caso di un bimbo di cui si sospettava una patologia neurologica perché stava immobile. Si è poi scoperto che non aveva assolutamente nulla ma non era mai stato preso in braccio... Non parliamo poi dell'incapacità dei genitori di contenere minimamente i figli, di dare delle regole: qui non si tratta di violare la privacy delle famiglie, ognuno ha le proprie modalità educative. Ma nostro dovere è pretendere il minimo e che cioè, ad esempio, i bambini non vengano maltrattati fisicamente e psicologicamente, che i figli non vengano apostrofati con parole che minano l'autostima, che non vengano umiliati o ignorati ma anche che abbiano regole negli orari, che vadano a letto col pigiama e quando si alzano si insegni loro a vestirsi: insomma i fondamentali dell'educazione. Ripeto nostro dovere è garantire il benessere fisico, materiale e psicologico del minore. Cioè garantire l'educazione".
Il testo del Disegno di legge regionale sottolinea che occorre fare il possibile perché il bambino rimanga nella famiglia d'origine e, qualora non sia possibile, che si affidi a parenti fino al quarto grado. Ci sono situazioni dove il legame di sangue non basta e interviene la genitorialità sociale, la "famiglia in prestito"...
"Certamente laddove è possibile si lavora perché il minore rimanga nella sua famiglia anche allargata ma quando anche i parenti del bambino non sono idonei dal punto di vista educativo perché ne è minata la sua integrità fisica e psicologica, gli affidatari sono una risorsa da sostenere e che in questo Paese hanno salvato migliaia di adolescenti. Pensiamo a tutte le situazioni che hanno consentito a minori con storie di vita difficilissime di godere di riferimenti famigliari adeguati, pensiamo anche a tanti genitori in difficoltà che hanno dato il consenso all'affido del figlio - sono una minoranza le famiglie che si oppongono - e sono riusciti con i sostegni adeguati a superare i momenti critici".
Quali sono i suoi rilievi sulla proposta di legge?
"Per ora la Regione ha inviato al Presidente del Tribunale dei Minorenni e a me il testo del progetto di legge senza convocarci per sentire un nostro parere. Con il Presidente penseremo di inviare una nota in cui esprimeremo la nostra opinione. Innanzitutto mi sento di dire che, fatti salvi i provvedimenti dell'autorità giudiziaria che sono la regola e che deve sempre intervenire, la stessa autorità giudiziaria deve però contare su servizi sociali che abbiano la possibilità di lavorare bene anche sulla prevenzione, come auspica il Disegno di legge, e di sentirsi legittimati. E qui in Piemonte i servizi sono assolutamente di prim'ordine. I limiti veri, su cui occorrerebbe che la politica si concentrasse, sono le carenze di personale e di mezzi. Accade a Torino che, anche con il consenso dei genitori all'allontanamento temporaneo di un minore o alla sua presa in carico da parte di un servizio specialistico, le liste d'attesa siano talmente lunghe che si arriva all'assurdità; e che cioè i servizi sociali chiedono a noi, autorità giudiziaria, un provvedimento d'urgenza così la pratica va avanti e il minore viene ospitato in comunità, o viene preso in carico, ad esempio dal Servizio psicologico. Diversamente si può attendere mesi... Ma un'iniziativa della Procura per i minori va messo in atto solo quando le situazioni sono molto gravi, e non vi sia consenso".
Quindi il lavoro dei servizi sociali è molto importante anche dal punto di vista della prevenzione...
"Senza dubbio e si fa già moltissimo. Penso al "Progetto Pippi" per prevenire l'istituzionalizzazione e accompagnare alla genitorialità e a tanti altri strumenti messi in campo dai servizi su territorio... Tutto questo c'è già e funziona. Ma anche qui ci vogliono più risorse, altro che "costo zero" come prevede il Disegno di legge pensando di limitare i costi dell'affidamento. Anche per questo credo che sugli allontanamenti su iniziativa dell'autorità amministrativa (regolati dall'ex art. 403 del Codice civile) per mezzo dei servizi sociali il disegno di legge non faccia i conti con la realtà: io sono qui da ottobre e registro che il 50 per cento dei provvedimenti non vengono messi in atto dai servizi (che spesso non sono a conoscenza della situazione di fragilità) ma vengono attivati dalle Forze dell'ordine, dagli ospedali o dalle scuole. Cioè non sono le assistenti sociali "cattive" che portano via i bambini: accade che, quando un bambino o la mamma vengono picchiati vanno in ospedale, oppure viene fatta una segnalazione alle Forze dell'ordine dai vicini di casa o talvolta dagli stessi ragazzini che, assistendo alle violenze, chiedono aiuto alla Polizia o ai Carabinieri. Poi ci sono ragazze adolescenti che si rivolgono alla scuola e che raccontano di maltrattamenti, o le maestre che segnalano di alunni con i ferite da frustate o bruciature... Ripeto la maggior parte degli allontanamenti non vengono messi in atto per motivi economici: certo, l'indigenza non aiuta, può darsi che le famiglie che hanno più mezzi e un livello culturale più elevato abbiano qualche risorsa in più nella famiglia allargata ma non si possono fare automatismi. Il disagio è trasversale. E ci vogliono più personale e risorse per intercettarlo prima che sia troppo tardi".
In questi giorni molte associazioni, ordini professionali e chi si occupa di minori auspicano che sarebbe più opportuna un' alleanza per i minori piuttosto che un dibattito che rischia di strumentalizzare i bambini...
"Certamente. A mio parere la Regione ha la possibilità di fornire tutti i mezzi possibili ai servizi, di predisporre gli interventi, in particolare di carattere economico e pensare anche a supporti nuovi o relativamente nuovi come l'affido part-time o diurno: sostegni educativi che possono essere messi in campo per mantenere un legame con la famiglia d'origine laddove è possibile. Occorre però non partire dal presupposto che l'allontanamento è necessariamente "una cosa cattiva" e da evitare quando invece ci sono esigenze di tutela dei bambini molto pressanti. Inoltre bisogna che si riconosca l'operato che i servizi svolgono con interventi preventivi di sostegno prima di pensare ad un allontanamento. Cerchiamo allora di incidere e potenziare su quello che già funziona, evitando di insistere sul fatto che gli allontanamenti non si devono fare: è una posizione che considera la gravità delle situazioni che sono reali e le esigenze di tutela dei bambini. Anziché demonizzare assistenti sociali e servizi potenziamoli perché possano rintracciare il disagio prima che si manifesti alle Forze dell'ordine o nei Pronto soccorsi quando è degenerato. In Piemonte i servizi sul fronte della prevenzione sono sempre stati virtuosi: delegittimarli significa scoraggiare le famiglie disposte ad adottare e a prendere minori in affidamento. Già i numeri delle disponibilità rispetto alle necessità sono inferiori, se screditiamo le famiglie affidatarie e i servizi rischiamo di far male a tanti minori che invece avrebbero bisogno di genitori disponibili ad accoglierli".
di Gianni Bazzoni
La Nuova Sardegna, 2 febbraio 2020
Il nuovo funzionario ha impugnato il provvedimento. Per ora torna la Incollu, reggerà anche Nuoro. Non sono solo i detenuti - specie quelli sottoposti al carcere duro del 41bis - che non gradiscono il trasferimento nel carcere di Bancali, scelto dallo Stato come modello nel pacchetto delle iniziative per la lotta alla mafia.
Anche i funzionari - specie quelli non sardi - preferiscono girare al largo e questo spiega le difficoltà finora incontrate dal ministero della Giustizia e dal Dipartimento nel trovare un direttore in pianta stabile. Finora si è andati avanti con provvedimenti a tempo e solo pochi giorni fa era trapelata la notizia della nomina di un direttore in pianta stabile: il nome era quello di Graziano Pujia che pare abbia già impugnato il provvedimento.
Niente da fare, quindi, almeno per ora. E così per correre ai ripari la scelta è stata quella di puntare su un funzionario che conosce bene quella realtà e che ha dimostrato di avere professionalità e capacità di gestione di livello superiore. Così, almeno per ora, a dirigere Bancali torna una donna, la dottoressa Patrizia Incollu, che reggerà anche Nuoro e Mamone: un carico di responsabilità notevole ma che la direttrice - che vanta una esperienza pluriennale con risultati di rilievo durante la sua attività di funzionario dello Stato - ha già dimostrato di sapere fronteggiare.
La Milanesi (che ha retto finora Bancali a scavalco) dirigerà invece Alghero e Tempio. In attesa che si sblocchi la vicenda del nuovo direttore, quindi, si torna al passato, con una scelta che in questo momento sembra l'unica in grado di dare garanzie. Nei giorni scorsi - dopo i gravi episodi delle aggressioni agli agenti della polizia penitenziaria che avevano fatto salire la tensione nella struttura penitenziaria di Bancali - c'era stata la visita del provveditore regionale delle carceri sarde Maurizio Veneziano.
Un sopralluogo per incontrare l'agente ferito e anche il detenuto protagonista della violenta protesta che - a sua volta - ha denunciato di essere stato picchiato. Ma anche per rendersi conto di persona delle criticità esistenti in una struttura di prima fascia che merita sicuramente ben altre attenzioni a livello centrale. Il provveditore aveva confermato a breve l'arrivo del direttore e nell'arco di due settimane anche del comandante della polizia penitenziaria.
E nel frattempo aveva garantito che per il periodo di vacanza avrebbe nominato un commissario per la reggenza. Nei prossimi giorni il provveditore dovrebbe incontrare i sindacati per un confronto sulle criticità a Bancali.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 febbraio 2020
Oggi, 2 febbraio, tre anni dopo la firma, il Memorandum d'intesa sulla migrazione tra Italia e Libia
- la massima espressione delle politiche degli stati dell'Unione europea volte a tenere lontano migranti e rifugiati dalle loro coste - sarà rinnovato per altri tre anni senza modifiche. Firmando l'accordo, l'Italia si è impegnata ad addestrare ed equipaggiare la guardia costiera e altre autorità libiche, collaborando con esse a raggiungere l'obiettivo di intercettare persone in mare e riportarle nei centri di detenzione in Libia. Dal punto di vista di chi quell'accordo lo ha cercato e difeso, ha funzionato bene. Nei primi tre anni dalla firma almeno 40.000 persone, tra cui migliaia di minori, sono state intercettate in mare e riportate in Libia. Solo il mese scorso, sono state intercettate 947 persone.
Dal punto di vista dei diritti umani, gli esiti sono stati catastrofici. I migranti e i richiedenti asilo riportati sulla terraferma e trasferiti nei sovraffollatissimi centri di detenzione libici sono sottoposti a gravi violenze, tra cui stupri e torture. Per di più, le loro vite sono messe in pericolo dall'aumento dell'intensità del conflitto. Già lo scorso 2 luglio decine di migranti e rifugiati erano stati uccisi e feriti dal bombardamento di un centro di detenzione.
Due giorni fa, il 30 gennaio, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha annunciato la sospensione delle attività del suo centro di transito di Tripoli, aperto appena un anno fa, a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner. Nel novembre 2019 il governo italiano ha deciso di rinnovare l'accordo. Inizialmente, le autorità italiane si erano impegnate a negoziare dei cambiamenti al testo nell'ottica di una maggiore attenzione ai diritti umani dei migranti e dei rifugiati trattenuti in Libia, ma al momento del rinnovo il negoziato è ancora in corso e pertanto il memorandum verrà prorogato nella sua formulazione originaria. "Va oltre ogni comprensione il fatto che, nonostante le prove delle sofferenze causate da questo orribile accordo e a dispetto dell'escalation del conflitto in Libia, l'Italia sia pronta a rinnovare il memorandum. Invece, l'Italia dovrebbe pretendere dalla Libia il rilascio di tutti i migranti e i rifugiati che si trovano nei centri di detenzione e la chiusura di questi centri una volta per tutte", ha dichiarato Amnesty International.
di Emma Bonino
Il Riformista, 2 febbraio 2020
Un presidio a Montecitorio per chiedere ancora una volta di sospendere gli accordi con la Libia che proprio il 2 febbraio si rinnovano per altri tre anni. Questo l'appuntamento lanciato da Radicali italiani per domenica pomeriggio per non cedere alla rassegnazione verso le tante storie drammatiche che arrivano dalla Libia e chiedere chiarezza e trasparenza rispetto a quanto accade in quel paese.
Da ultimo, preoccupa, ma non sorprende, la decisione dell'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati di sospendere le attività nel centro di transito di Tripoli dove le persone più vulnerabili, purtroppo solo alcune tra le migliaia bisognose di protezione, nei mesi scorsi hanno trovato assistenza medica e supporto nel tentativo di lasciare la Libia e fuggire dal conflitto in corso e dagli orrori perpetrati nei centri di detenzione.
La situazione sul campo è tale che non è più possibile garantire la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura e dello staff. Con la fine dell'intervento dell'Unhcr, già ridotto al minimo e limitatissimo rispetto alla situazione drammatica vissuta in questi anni da decine di migliaia di persone, cade l'ultima ipocrisia a cui hanno fatto ricorso i governi italiani che si sono succeduti dall'accordo sottoscritto nel 2017 e che il 2 febbraio verrà rinnovato per altri tre anni. Solo pochi giorni fa, infatti, i ministri degli esteri e dell'interno hanno ripetuto che il contenuto degli accordi è in via di revisione e che l'obiettivo da parte italiana è di migliorare le condizioni dei centri di detenzione per migranti attraverso un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni umanitarie internazionali.
Ecco, la notizia della chiusura del centro di transito di Tripoli smentisce la possibilità di un intervento del genere e mette la parola fine a qualsiasi tentativo di mistificare la verità: continueremo, dal 2 febbraio in poi, ad assistere a violenze, stupri, respingimenti e morti in mare e all'attuazione di una strategia diabolica finanziata con fondi italiani ed europei che vede il nostro paese chiudere gli occhi e rinnegare i principi fondamentali del diritto internazionale, pur di fermare gli sbarchi sulle nostre coste.
Con un'aggravante, se possibile, che riguarda la totale mancanza di trasparenza sui termini reali del Memorandum del 2017: cosa ha finanziato esattamente l'Italia in Libia? Che ruolo hanno giocato davvero le navi militari italiane negli interventi di respingimento della guardia costiera libica in mare? Per cosa sono state usate le nostre motovedette? Quali uomini abbiamo addestrato se è vero che il noto trafficante Bija, a capo di una delle milizie più potenti, in tutta segretezza ha addirittura trascorso un periodo di formazione in Italia ospite del nostro governo, come ha rivelato un'inchiesta giornalistica?
L'ultima scoperta, in ordine di tempo, è l'esistenza di un canale sanitario tra Tripoli e Milano per curare i miliziani feriti e soprattutto la incredibile libertà di movimento da parte del personale diplomatico del governo di al-Serraj che, pare, sia stato capace di far sparire e mettere su un aereo per Tripoli due dei combattenti curati al San Raffaele di Milano denunciati per aver accoltellato un loro connazionale, prima che gli inquirenti italiani avessero il tempo di interrogarli.
Tutto ciò mentre a livello mondiale altri decidono le sorti di quel paese perché l'Italia, distratta dalla situazione complessiva del Nord Africa e focalizzata solo sul tema dei migranti e sulla necessità di non farli arrivare, ha perso di vista le priorità e tutto ciò che si stava nel frattempo muovendo. Il vertice di Berlino ha dimostrato quanto sia sempre più difficile l'avvio di un processo politico e la fine delle ostilità. Di fronte a questo quadro sconfortante e sempre più fuori controllo, non possiamo che continuare a chiedere, come faremo in maniera nonviolenta con il presidio lanciato da Radicali italiani domani pomeriggio davanti a Montecitorio, la sospensione immediata del memorandum e un pieno protagonismo del Parlamento per fare finalmente chiarezza su quanto accaduto in questi tre anni, in Libia e nel Mediterraneo, a migliaia di persone sacrificate sull'altare della propaganda.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 1 febbraio 2020
La necessità è quella di intervenire al più presto. Perché, senza modifiche, la riforma della prescrizione in vigore dell'1 gennaio 2020 rischia di mettere in crisi il sistema e portare un carico insostenibile di lavoro alla Corte di Cassazione. Servono "correttivi", perché, in caso contrario, arriveranno 20-25mila cause che solitamente si prescrivono in appello. Cause che, ora, inevitabilmente, verranno portate avanti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 febbraio 2020
Ci si può anche dividere. Ma si resta sempre accomunati dal "comune interesse al corretto funzionamento della giustizia". Il primo presidente della Suprema corte Giovanni Mammone offre un esempio. Anche rispetto alle prospettive di riforma del processo. Inizia nel ringraziare tutti coloro, non solo i magistrati ma anche "avvocati e personale della giustizia", che garantiscono una funzione cruciale per la democrazia.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 1 febbraio 2020
Il paradosso: chi venisse assolto in primo grado potrebbe essere riprocessato in secondo grado anche dopo molti anni. La notizia è nota e se ne parla ormai da qualche mese: dal primo gennaio il corso della prescrizione nel processo penale è sospeso - sine die - a seguito del primo grado di giudizio, sia esso terminato con una condanna o con un'assoluzione.
Ciò che però non è stato, a parere di chi scrive, veramente analizzato - dal punto di vista tecnico giuridico - sono le ripercussioni che questa modifica avrà nel processo penale e nel sistema giudiziario italiano in generale.
Il - necessario - punto di partenza per un'analisi in tal senso risiede nella circostanza per la quale i processi in questa maniera non diminuiranno assolutamente, né diminuirà la loro durata, ma, al contrario, potrebbero non finire mai, lasciando il presunto innocente in una insopportabile fase di stallo, in un limbo eterno. Questo dato è utile perché coloro che elogiano questa riforma fanno leva, per l'appunto, su un'asserita diminuzione dei processi e della loro durata. Evenienza, come detto, falsa.
Ed infatti, paradossalmente la ratio della prescrizione è proprio rinvenibile nell'esigenza di rispettare il fondamentale principio della ragionevole durata del processo: la prescrizione è, invero, la sola sicurezza circa il fatto che il processo avrà una fine. Senza questo timer, senza questa clessidra, che granello dopo granello, detta i tempi ai giudici, sollecitandoli ad agire, gli stessi potranno protrarre un giudizio penale per anni. Fine pena (peraltro non definitiva) mai, dunque.
Il paradosso, come detto, risiede nella circostanza per la quale un imputato assolto in primo grado potrà rimanere sotto processo per l'intera durata della sua vita, in quanto nessuna regola imporrebbe ai magistrati di agire. Poniamo il caso, ad esempio, che il secondo grado di giudizio venga celebrato a distanza di molti anni dal deposito della sentenza di primo grado: in questa ipotesi l'applicazione di una sanzione penale diverrebbe addirittura inutile ed inopportuna in quanto la società non avrebbe più alcun interesse a punire l'imputato.
Peraltro, in questo contesto perderebbe di tutto il proprio valore la funzione rieducativa della pena, sancita dall'art. 27, c. 3 della Costituzione: l'imputato - assolto o condannato in primo grado - inizierebbe a scontare la pena a distanza di molto tempo dalla commissione del fatto e non trarrebbe dall'esecuzione penale alcuna rieducazione. Tuttavia, come detto in altre sedi, le strade percorribili per diminuire veramente la durata ed il numero dei processi penali ci sono e sono numerose: il problema del sistema giudiziario nostrano risiede nella mancanza di strumenti di prevenzione alla commissione di un reato.
Il passo da operare dovrebbe essere quello di passare definitivamente da un concetto di repressione ad uno di prevenzione. Un ulteriore mezzo sarebbe quello di aumentare il personale operante nelle cancellerie dei magistrati, dove i pochi funzionari, privi di risorse e mezzi, non possono ottemperare a tutte le varie incombenze, accumulando, così, ritardi ed errori su tutti i fascicoli processuali.* avvocato, direttore Ispeg - Istituto per gli studi politici, economici e giuridici
*Avvocato, direttore Ispeg Istituto per gli studi politici, economici e giuridici
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 1 febbraio 2020
Sono questi quelli su cui inciderebbe il lodo del premier Conte. Stanno alla fine delle quasi 200 pagine della relazione del nuovo Procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, eppure si tratta di dati inediti e ambiziosi. Si propongono infatti di sfatare alcuni luoghi comuni che inquinano il dibattito, anche di queste settimane, sulla giustizia penale.
Il primo è sul numero delle assoluzioni in primo grado. Tra l'altro quelle sulle quali inciderebbe il lodo Conte in materia di prescrizione. Non è vero allora che la metà dei processi avviati si conclude con un verdetto di assoluzione. In realtà, le assoluzioni vere e proprie sono circa il 20%; nel 2018, dei poco più di 300.00o procedimenti definiti in primo grado, infatti, le condanne sono state 52,5% e le assoluzioni il 20,7 per cento.
Nelle elaborazioni, infatti, nell'unica voce "assoluzioni" erano inseriti esiti del giudizio del tutto diversi tra loro. Oltre all'ovvia, ma significativa, voce dell'estinzione del reato per prescrizione, si sommavano gli esiti derivanti dalla remissione di querela, dalla morte del reo, dall'oblazione, dalla messa alla prova positivamente adempiuta, dalla minima rilevanza del fatto.
Dati che fanno dire a Salvi che "non solo non può trarsene la conclusione che il pubblico ministero eserciti male i suoi poteri (o il giudice i suoi, conclusione pure possibile, senza una adeguata conoscenza del dato), ma può invece affermarsi che funzioni il filtro del giudice. Sotto quale livello statistico si passerebbe dalla critica alle Procure a quella dell'appiattimento del giudice sul pubblico ministero?".
Quanto alla riforma in appello di condanne in primo grado, anche qui i dati testimoniano che di circa 78.00o sentenze di secondo grado, 64.000 sono di condanna, con riforme rispetto al primo grado relative non a un ribaltamento del verdetto quanto alla determinazione della pena, soprattutto.
Salvi che sulla prescrizione considera un "punto critico" della Bonafede la parificazione tra sentenza di condanna e assoluzione per il decorso della prescrizione, assist quindi più o meno volontario al lodo Conte che questa distinzione invece introduce, ha invece bollato "l'effetto criminogeno e di insicurezza che discende dalla mancanza di politiche razionali per l'ingresso legale nel Paese e per l'inserimento sociale pieno di coloro che vi si trovano".
di Liana Milella
La Repubblica, 1 febbraio 2020
Alle spalle c'è l'anno nero della magistratura, lo squasso del caso Palamara. Le trattative notturne tra toghe del Csm e politica per le nomine. Di fronte ci sono quelle stesse nomine, a cominciare dai vertici delle procure di Roma e di Perugia (che indaga sulla capitale) ancora da fare, anche se il vice presidente del Csm David Ermini le promette "al più presto" e dice "nonostante la bufera il Csm si è rialzato".
E c'è lo scontro, che non ha eguali, sulla prescrizione: magistrati contro il governo giallorosso ("nessuna mediazione" sulla punizione disciplinare per i ritardi, promette il presidente dell'Anm Luca Poniz); avvocati scatenati contro il Guardasigilli Alfonso Bonafede e contro i giudici.
In questo eccezionale, e mai visto, "tutti contro tutti" cadono le tradizionali cerimonie d'apertura dell'anno giudiziario. Ieri a Roma in Cassazione, oggi nei 26 distretti di corte d'appello (occhi puntati su Milano per l'altolà degli avvocati contro Piercamillo Davigo inviato del Csm). Pomo della discordia è sempre la prescrizione "corta" (stop dopo il primo grado) del ministro della Giustizia Bonafede, che la definisce "una conquista di civiltà".
Anche dopo l'allarme del primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone che calcola in 20-25mila i processi in più che precipiterebbero su piazza Cavour. In positivo c'è solo la consapevolezza condivisa che "non dovranno più verificarsi casi come quello di Palamara", come dice il procuratore generale Giovanni Salvi che sulle toghe sotto inchiesta aggiunge: "Dal mercimonio dei magistrati deriva un danno incalcolabile".
Anche se la scure disciplinare è pronta (156 casi l'anno scorso, il 34,5% in più del 2018). Il presidente Sergio Mattarella è in platea. Applaude raramente. C'è il premier Conte che arriva trafelato da palazzo Chigi. Le prime due donne al vertice della Consulta Marta Cartabia e dell'Avvocatura dello Stato Gabriella Palmieri. Aula magna vietata, mai accaduto nella storia delle inaugurazioni, ai giornalisti.
Si parte con Mammone, ed è subito scontro sulla prescrizione. Perché il blocco "prolungherà la durata dei processi e procurerà ulteriore carico per la struttura giudiziaria". Servono "misure acceleratorie" per tutte le fasi del processo. Ai suoi dubbi si aggiungono quelli del Pg Salvi che definisce la prescrizione "un istituto di garanzia correlato all'inerzia dei pubblici poteri e alle loro inefficienze, a presidio del diritto all'oblio".
Bonafede insiste sulla "norma di civiltà", ma non si sottrae al confronto. Sul quale piove anche l'altolà serale di Giuliano Pisapia: "Eliminare la prescrizione è un gravissimo attacco al sistema della giustizia del nostro Paese".










