di Annalisa Chirico
Il Foglio, 12 marzo 2020
"Nonostante l'emergenza fosse nota da diverse settimane, la relazione del ministro della Giustizia in Parlamento ha svelato l'assenza di un piano di prevenzione: nelle carceri non era stato effettuato neppure un tampone", è il commento a caldo del vicesegretario del Pd Andrea Orlando dopo le parole del guardasigilli Alfonso Bonafede (l'ex ministro è anche convinto che il Parlamento dovrà organizzarsi in modo speciale in questi giorni: "Penso che dovremmo organizzarci diversamente: con i moderni mezzi telematici il lavoro delle commissioni, per esempio, potrebbe proseguire da remoto. Il Parlamento deve restare pienamente operativo").
Il bollettino della rivolta dei detenuti riporta 15 morti, 12 evasi, 40 agenti feriti. Se la Lega e Forza Italia chiedono il passo indietro del ministro, Italia viva e Leu sollecitano le dimissioni del capo del Dap Francesco Basentini. Secondo le stime del ministro Bonafede, sarebbero "almeno seimila" i detenuti che hanno partecipato alle rivolte, il 10 per cento della popolazione detenuta. "Le regole vigenti per evitare il rischio di contagio - dice la radicale Rita Bernardini, presidente di "Nessuno tocchi Caino" - non possono essere rispettate nelle prigioni italiane a causa del sovraffollamento.
Soltanto chi sta in una cella singola riuscirà a garantirsi un metro di distanza dagli altri, per non parlare delle precarie condizioni igieniche e del fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, i detenuti puliscono le celle solo se hanno i soldi per acquistare detersivi e disinfettanti". Il ministero ha fatto sapere che si è "avviata" la distribuzione di mascherine.
"Se hanno cominciato, meglio tardi che mai. La verità è che mancano gli strumenti basilari per sanificare le celle, al Pagliarelli di Palermo, dove 400 detenuti hanno preso possesso di un'ala del carcere, la doccia è consentita soltanto tre volte a settimana. Le prigioni italiane ospitano 6lmila detenuti dove dovrebbero starcene 50mila, anche se, a mio giudizio, considerando le sezioni inutilizzabili, i posti disponibili effettivi sono circa 47mila. In diversi posti d'Italia il tasso di sovraffollamento, in media del 130 percento, tocca picchi più elevati".
Il ministro ha parlato dei 12 detenuti morti per overdose di farmaci rubati dalle infermerie. "In realtà, ne sono morti altri due, e non in ospedale ma nel corso dei trasferimenti in altre carceri. Questo governo è contrario alle misure alternative, persiste l'idea che l'unica pena sia quella dietro le sbarre". Il ministro Bonafede ha rivendicato di aver previsto 2500 agenti in più: in realtà 1500 sono già in servizio.
"Non avendo effettuato ad oggi neanche un tampone, mi domando a quali rischi siano esposti gli stessi agenti. In carcere il personale sanitario e psichiatrico è da sempre sottorganico. Il ministro è parso poco informato sulle esigenze effettive, lo stesso capo del Dap, nonostante le rivolte, non si è mai recato in un carcere. La situazione gli è sfuggita di mano, del resto già nei primi mesi del suo incarico abbiamo dovuto convincere Bonafede del persistente sovraffollamento perché il capo del Dap lo aveva persuaso del contrario".
Giovanni Fiandaca, ordinario di Diritto penale all'Università di Palermo e Garante dei detenuti in Sicilia, esprime "enorme preoccupazione per l'inadeguatezza dimostrata dal ministro Bonafede". Il professore punta il dito contro "la direzione del Dap e del suo vertice Basentini: sono d'accordo con chi ne ha proposto il commissariamento, anzi ritengo che il Pd dovrebbe farsi sentire per imporre al ministro una linea di maggiore ragionevolezza Se la polveriera esplode, la situazione non sarebbe più governabile".
Come se ne esce? "Il Garante nazionale Mauro Palma e il portavoce dei garanti territoriali Stefano Anastasia stanno valutando misure di sfoltimento della popolazione carceraria. Stando alla normativa vigente, gli autori di reati di modesta gravità o verso fase finale di espiazione della pena potrebbero passare alla detenzione domiciliare.
La magistratura di sorveglianza dovrebbe mostrarsi più disponibile a conferire misure extra-detentive, per esempio per gli over 65 o per quelli affetti da patologie cardiache e polmonari". Ma il governo sembra sfavorevole a un allentamento carcerario.
"Lo so bene ma l'emergenza sopravvenuta richiede una risposta emergenziale. Nel bilanciamento tra beni meritevoli di tutela costituzionale, la tutela della salute e della vita umana ha un peso maggiore rispetto alla tutela della sicurezza, almeno per fasce di criminalità medio e bassa".
La classe politica si accorge del carcere soltanto nell'emergenza. "Il coronavirus non è la causa della polveriera carceraria ma è solo una situazione contingente che fa esplodere problemi, contraddizioni, ritardi e insensibilità di lungo corso".
Mentre il governo governa a colpi di decreti, il Parlamento si riunisce una volta a settimana, a ranghi ridotti. "In tempi di emergenza le garanzie democratiche si riducono. Quando si devono bilanciare beni in conflitto, il grado di tutela dei diritti fondamentali è frutto di scelte condizionate da giudizi di valore e da fattori esterni non desumibili dalla semplice Costituzione. L'assenza del Parlamento, in questa fase, è grave: spetta alle Camere il compito di esercitare un controllo sull'esecutivo. Tuttavia, oggi non è in grado di farlo perché il ceto politico non è all'altezza della crisi. I parlamentari si ritrovano impauriti, in una condizione non dissimile da quella dei cittadini comuni".
A sentire il professore Vittorio Manes, ordinario di Diritto penale all'Università di Bologna e membro del Consiglio direttivo di Fino a prova contraria, "sorprende che ci si accorga solo in questa drammatica contingenza dell'enorme problema del carcere dove il rispetto dei diritti umani, e della dignità dei detenuti, si gioca ormai sul filo dei centimetri, al punto che le sezioni unite della Cassazione saranno presto chiamate a decidere se nei tre metri quadrati di "spazio minimo disponibile" da garantire ad ogni detenuto debba essere computato, o escluso, lo spazio occupato nella cella dal letto e dal mobilio.
L'attuale situazione non è che il frutto di politiche di criminalizzazione dissennate e a senso unico, che si trascinano da anni e continuano imperterrite, se solo si pensa al frenetico incremento del numero dei reati e dei livelli delle pene, o alle modifiche apportate all'art. 4 bis dalla legge Spazza-corrotti, che ha esteso il doppio binario penitenziario anche ai reati contro la pubblica amministrazione.
Il legislatore continua ad attingere a piene mani alla risorsa scarsa della pena privativa della libertà, con scelte irrispettose di ogni ordine di ragione e del principio secondo il quale la privazione della libertà è legittima solo se limitata al "minimo sacrifico necessario", e solo ove impellenti ed oggettive ragioni impongano di preferire il regime custodiale rispetto ad alternative extra-murarie più congeniali all'istanza rieducativa.
Un tempo intervenivano provvedimenti di amnistia o indulto, che avevano anche una funzione di decongestionamento: nel quadro attuale, il solo proporli è visto come un sacrilegio. Le conseguenze sono ora sotto gli occhi di tutti, quando ci si accorge che il carcere è una polveriera che si può accendere in qualsiasi momento".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 marzo 2020
Altri due decessi a Bologna. Il Guardasigilli riferisce in Parlamento ma non chiarisce. Sale a 15 il numero di detenuti morti in seguito ai disordini che per tre giorni sono scoppiati in gran parte degli istituti penitenziari italiani dopo la sospensione dei colloqui con i parenti e con i volontari disposta dal Ministro di Giustizia per scongiurare l'epidemia da Coronavirus.
Tutti, secondo la versione ufficiale, sono morti per intossicazione da metadone e/o psicofarmaci rubati dagli ambulatori durante i disordini. Gli ultimi due deceduti, ieri, erano reclusi al Dozza di Bologna, mentre uno dei rivoltosi di Rieti versa in gravi condizioni "per aver ingerito benzodiazepine sottratte all'infermeria". Ieri c'è stata anche una nuova protesta nel carcere di Firenze, dove un agente è risultato positivo al test del Coronavirus. Ma di tutto questo non ha parlato il ministro Alfonso Bonafede. Il Guardasigilli, chiamato a riferire nelle Aule semivuote del Senato prima e della Camera poi, si è limitato ieri a un riassunto scarno e superficiale dei fatti ormai noti, e neppure aggiornato.
La sua è stata un'arringa difensiva dell'operato delle forze dell'ordine e di se stesso, che ha lasciato senza risposte ogni interrogativo, sia riguardante quelle incredibili morti, sia posto dagli agenti e dagli operatori penitenziari preoccupati per la situazione incandescente, sia concernente le possibili soluzioni per evitare il peggio nelle ormai sature celle.
Il ministro di giustizia, che promette una relazione scritta nelle prossime ore, parla di "40 agenti feriti", "12 detenuti morti per abuso di sostanze sottratte alle infermerie", "16 evasi ancora latitanti a Foggia", un carcere, quello di Modena, praticamente distrutto e "gravi danni strutturali" causati da veri e propri "atti criminali", commessi comunque da "una ristretta parte di detenuti". Minoranza ma sempre relativa, stando ai numeri snocciolati da Bonafede che stima in 6 mila (il 10%) i rivoltosi ("molti meno" invece, per esempio, secondo la radicale Rita Bernardini, che conosce le carceri italiane come pochi altri). Ma il ministro avverte: "Lo Stato non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità" (e il Partito Radicale ricorda che è lo Stato ad essere illegale, nelle carceri, come dimostrano le numerose sentenze europee).
Bonafede non parla certo di regia unica nazionale dietro alle rivolte, ipotesi a cui non crede praticamente nessuno fuori dalla cerchia dei terrapiattisti, e dribbla pure sulle "responsabilità di un sistema strutturalmente fatiscente" che attribuisce ad "un disinteresse per l'esecuzione della pena accumulato nei decenni". Per quanto lo riguarda, ricorda di aver "previsto 2548 agenti in più, di cui 1500 già in servizio". Ma il "sovraffollamento", peggiorato per via della distruzione durante le rivolte di parte delle strutture e di 2 mila posti letto (secondo il Garante dei detenuti), e a causa della necessità di isolare alcuni detenuti a rischio contagio, continua ad essere parola tabù.
In Parlamento le opposizioni reclamano il pugno duro contro i violenti, l'intervento dell'esercito e "pene esemplari". Ma c'è anche chi guarda la luna, non il dito: "Il capo del Dap per senso delle Istituzioni avrebbe già dovuto rassegnare le proprie dimissioni ma siccome è ancora al suo posto chiediamo a lei ministro di rimuoverlo", interviene Italia viva. Anche Pietro Grasso, di Leu, attacca Francesco Basentini per evidenti "ritardi, indecisioni, balbettii, carenza di informazioni, assenza ingiustificabile". E il Pd, pur non chiedendo "la testa di nessuno" sollecita "chiarezza" su quanto accaduto.
Tanto più perché, come ammette lo stesso ministro, solo ieri è iniziata la distribuzione di 100 mila mascherine all'interno dele carceri. Acqua fresca, naturalmente. "Cosa succede se un detenuto si ammala? Chi lo soccorre, visto che le ambulanze non possono entrare?", chiedono i sindacati di polizia. Per fortuna c'è chi, come il Tribunale di sorveglianza di Roma, ha disposto "una licenza di quindici giorni per tutti i detenuti in semilibertà, che quindi non avranno più necessità di rientrare in carcere la sera", riferisce il Garante del Lazio, Stefano Anastasia. Misure come queste sono allo studio della task force istituita dal Guardasigilli che si muove su due ipotesi per alleggerire la pressione esplosiva delle celle piene oltre il 120%: la detenzione domiciliare per i "semiliberi" e la liberazione anticipata speciale di coloro che hanno ancora da scontare poche settimane o mesi.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2020
"L'infermeria è stata devastata, hanno aperto l'armadio cassaforte dove è custodito il metadone puro in bottiglioni... poi hanno preso farmaci di tutti i tipi... Ci sono volti e immagini che non dimentico, così come i due carri funebri che sono entrati tra le urla dei famigliari e poi usciti con due bare...": è una volontaria a raccontarmi la rivolta in carcere a Modena, con il suo tragico bilancio, nove morti. Quella stessa rivolta la sento raccontare al TG2 da Matteo Salvini, e mi viene voglia di piangere. Come se parlasse di topi di fogna...
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 12 marzo 2020
Abbiamo preparato assieme alle Camere Penali un appello, che pubblichiamo qui sotto, rivolto al governo. Avanziamo una proposta semplice: quella di varare un decreto, che può essere approvato nel giro di poche ore, firmato dal presidente della Repubblica e può diventare quindi subito operativo: questo decreto permette nel giro di poche ore l'uscita dal carcere di diverse migliaia di detenuti. Almeno 20mila ma forse di più.
Senza nessun rischio per l'ordine pubblico, perché i detenuti che potrebbero ottenere la liberazione in questo modo sono tutti detenuti che appartengono ai "piani bassi" dell'illegalità. Tutte persone condannate a pene molto piccole, inferiori ai due anni, oppure anche a pene superiori ma che ormai hanno scontato quasi interamente.
Il timore che le città si popolino di malavitosi non esiste. Tutti gli studi, oltretutto, dimostrano che quando viene varato un indulto l'indice di recidività di chi esce dal carcere non solo non si alza, ma viene clamorosamente abbattuto. Così è stato anche l'ultima volta che il Parlamento ha varato un provvedimento di clemenza, 14 anni fa.
Dopodiché è giusto che le forze politiche si confrontino con il tema generale dell'amnistia e dell'indulto. Perché amnistia e indulto non sono solo dei provvedimenti legislativi ma rappresentano una idea di Giustizia molto molto lontana dall'idea che la Giustizia sia un sistema che permette di scaricare le proprie rabbie e realizzare la vendetta.
L'amnistia e l'indulto però sono provvedimenti complessi. Non solo richiedono un lungo passaggio in Parlamento, ma dal 1993 hanno bisogno di una maggioranza bulgara per essere approvati, e cioè servono i voti dei due terzi del Parlamento. È stata una modifica alla Costituzione introdotta nel 1992, quando in Italia impazzava lo spirito giustizialista più estremo e giacobino (sì: più di oggi, addirittura più di oggi) e furono pochissimi i parlamentari che trovarono il coraggio per opporsi a questa misura sbirresca. Sull'onda della religione Mani pulite, guidata dai magistrati milanesi, quasi tutti i partiti si allinearono, dissero signorsì e fecero sbattere i tacchi, come si usa nelle caserme.
Ora è una impresa quasi impossibile modificare quelle regole. Il tema dell'amnistia resta, oltretutto più volte è stato posto all'ordine del giorno addirittura dai Papi (sia da Wojtyla che Bergoglio). Però ora il problema urgentissimo è quello di spegnere subito l'incendio. Per questo la proposta del decreto è la più sensata. Qui sotto pubblichiamo il documento firmato dalle Camere Penali e dal nostro giornale. Firma l'appello: http://bit.ly/dramma_carceri
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Riformista, 12 marzo 2020
"Nel vostro lavoro è di grande aiuto tutto ciò che vi fa sentire coesi: anzitutto il sostegno delle vostre famiglie, che vi sono vicine nelle fatiche. E poi l'incoraggiamento reciproco, la condivisione tra colleghi, che permettono di affrontare insieme le difficoltà e aiutano a far fronte alle insufficienze.
Tra queste penso, in particolare, al problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari - è un problema grave - che accresce in tutti un senso di debolezza se non di sfinimento. Quando le forze diminuiscono la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di ricupero".
Così parlava Papa Francesco pochi mesi fa, il 14 settembre 2019 in Piazza San Pietro, nel discorso rivolto al personale dell'amministrazione penitenziaria e della giustizia minorile. E concludeva con alcune frasi su cui meditare soprattutto nell'attuale congiuntura. È importante "fare in modo che la pena non comprometta il diritto alla speranza, che siano garantite prospettive di riconciliazione e di reinserimento. Mentre si rimedia agli sbagli del passato, non si può cancellare la speranza nel futuro". Perché partire dalle parole di Papa Francesco per parlare della situazione carceraria nel nostro paese, oggi? La rivolta in corso avrebbe piuttosto a che fare con la paura del contagio da coronavirus e con la sospensione/limitazione dei colloqui, ben differente dall'impostazione più generale di Papa Francesco.
Non è così. C'è un aspetto della "crisi da coronavirus" che proprio i disordini nelle carceri fanno comprendere con grande evidenza: siamo interconnessi; volenti o nolenti lo siamo. Tutti. La società è un organismo collegato e quanto accade da un lato si ripercuote su un altro. In fondo, a pensarci bene, quell'antico romano Menenio Agrippa lo aveva scoperto oltre 2.500 anni fa mentre a noi tocca dimenticarlo e riscoprirlo ogni volta.
Le carceri diventano la cartina al tornasole dell'effettivo esercizio della giustizia, della "giustizia della giustizia" - per usare un bisticcio di parole, ma efficace. Quanto accade nella società civile in generale ha ripercussioni profonde nel mondo carcerario, come ben sanno quanti si occupano professionalmente delle condizioni di vita dei detenuti. Annunciare un'amnistia e non realizzarla provoca sommosse nel mondo chiuso del carcere dove è profonda la risonanza di ogni evento. La paura del contagio da coronavirus esiste nella società civile italiana al punto che tutto il paese è "zona rossa"; e le carceri? Le dimentichiamo? I detenuti stanno lì a ricordare la loro esistenza proprio nei momenti in cui non vorremmo vederli. Gli invisibili diventano visibili in maniera evidente e drammatica.
Si può davvero pensare di limitare o cancellare le visite dei parenti senza che una misura del genere provochi conseguenze? In una situazione di privazione della libertà, dove le relazioni umane sono l'unico legame con "di fuori", si possono cancellare con un tratto di penna in nome della sicurezza e della salute? Possibile che non si pensi alle conseguenze di un isolamento che diventa doppio: carcerati due volte, esclusi dalla società e dalle relazioni con le famiglie.
Si aggiunga poi la situazione di sovraffollamento cronica, la presenza di problemi sanitari molto forti (tossicodipendenze, disagi psichici), il numero di detenuti non italiani in crescita, e l'esplosione di una rivolta diventa un fatto prevedibile. Che fare? La cultura giuridica italiana ha - avrebbe - tutti gli elementi per rispondere se fosse capace di tenere alta l'attenzione sulle carceri. Prendo un solo dato dall'ultima relazione al Parlamento del Garante nazionale delle persone private di libertà. Notava l'accentuarsi di una "attenuazione" della cultura che vede proprio nel "graduale accesso alle misure alternative un elemento di forza nella costruzione di un percorso verso il reinserimento".
Già: il reinserimento. Chi se ne preoccupa più? Eppure è il vero e reale cuore della problematica, collegato al dovere che ha lo Stato di prendersi carico dei detenuti stessi, persone con percorsi e vissuti certamente difficili. A loro va data certezza nel mantenimento delle relazioni interpersonali e soprattutto speranza. Sì: speranza nel futuro, per arginare ansia, depressione, disperazione, sentimenti destinati a sfociare in suicidi e rivolte. L'universo carcerario rinvia - se vogliamo ben vedere - una domanda su chi siamo noi, come società tutta intera.
Come vescovo cattolico non posso non citare quel passaggio in cui Gesù spiega ai discepoli come comportarsi: "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Matteo 25,35-40).
Credo fermamente che in questi giorni di coronavirus-dipendenza, le parole del Vangelo possano fornirci una strada da percorrere. Ci parlano dell'importanza della solidarietà e dei rapporti umani. Raccontano di un mondo "interconnesso" già all'epoca della Palestina di Gesù. Le frasi del Vangelo proseguono e prolungano una tradizione religiosa, civile, giuridica, umana - pensiamo ai Dieci Comandamenti - in cui è sempre al centro il rapporto di ognuno di noi con Dio e con gli altri, con l'intera società. Nei momenti di tensione e di crisi la connessione diventa palpabile, evidente, e i problemi si affrontano sviluppando relazioni collaborative. Vale per tutti.
Vale per la Chiesa, ad esempio, e difatti la parola-chiave del pontificato è "sinodalità"; un termine religioso che sottolinea l'importanza di camminare insieme cercando convergenze e intese, superando egoismi e visioni particolari, divisioni e scissioni per rispondere al progetto di Dio per l'umanità. Uno Stato, una società laica - che difende la pluralità delle posizioni e tutela minoranze e appartenenze - ha come parola chiave la presa in carico delle persone e dei gruppi sociali più deboli o minoritari, per far crescere socialità, cultura, educazione, senso della appartenenza e della comunità.
Le carceri sono la cartina al tornasole della capacità di esercitare una vera giustizia, dove la velocità del giudizio e la certezza della pena si coniugano con misure sagacemente pensate per recuperare le persone e reinserirle nella società. Lo snodo essenziale è la relazione: tutti sono protagonisti, dagli operatori dell'amministrazione alle famiglie dei detenuti, agli stessi detenuti. Vale per tutti, e anche nelle carceri: isolamento non deve voler dire solitudine. Già dall'inizio della Bibbia c'è scritto: "Non è bene che l'uomo sia solo".
Possono essere necessarie forme di isolamento: ma guai a favorire la solitudine! In questo campo delle carceri, a mio avviso, vanno trovate e investite risorse sulla formazione degli operatori, sul potenziamento del volontariato, sugli strumenti tecnologici che possano consentire ai detenuti di studiare e acquisire professionalità. E per il reinserimento nel mercato del lavoro una volta scontata la pena. Per dirla in breve: serve un progetto di società e dobbiamo chiederci - e chiedere alla politica, ai politici - che futuro abbiano in programma per tutti noi.
Ho visto con attenzione il passaggio televisivo in cui il presidente del Consiglio ha annunciato la "zona rossa Italia", chiedendo a tutti noi un sacrificio in vista del bene comune, dunque per il bene di tutti. In questo particolare momento ha enunciato un progetto di società. A breve, certamente, per uscire dall'emergenza sanitaria. Possiamo pensare di "esportare" il sacrificio di tutti in vista di un miglioramento collettivo anche per altre situazioni? Possiamo riscoprire legami di solidarietà tra di noi, che coinvolgano anche persone lontane o differenti?
Possiamo coinvolgerci in un progetto di società di cui facciano parte gli anziani, i poveri, gli stranieri, i carcerati, gli ammalati? In una parola: possiamo diventare tutti un po' più giusti cioè più fraterni, più solidali, aperti agli altri e non ripiegati nella rivendicazione esclusiva dei diritti individuali? Papa Francesco lo sa.
Non a caso - come ha confermato ieri scrivendo a Il Mattino di Padova - le meditazioni della Via Crucis di questa Pasqua vengono dalla parrocchia della Casa di Reclusione il Due Palazzi di Padova. "Ho scelto il carcere, colto nella sua interezza, ha detto il Papa, per fare in modo che, anche stavolta, fossero gli ultimi a dettarci il passo".
Il Dubbio, 12 marzo 2020
"Questo è un momento difficile per il Paese, ma è nostro dovere chiarire, tutti insieme, che lo Stato italiano non indietreggia di un centimetro di fronte all'illegalità". Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha riferito ieri in aula al Senato sui disordini nelle carceri.
"Gli eventi hanno riguardato trasversalmente quasi tutte le regioni di Italia, declinandosi in maniera differente nei singoli casi. Possiamo dire, infatti - ha aggiunto il ministro - che in alcune città, come per esempio Treviso, Torino, Rovigo e Potenza, si è trattato di manifestazioni di protesta senza danni mentre in altri casi, come per esempio a Modena, Napoli e Foggia, si è trattato di vere e proprie rivolte durate ore, che hanno portato anche a drammatiche conseguenze. Stiamo parlando di rivolte portate avanti da almeno 6 mila detenuti su tutto il territorio nazionale che, di fatto, hanno messo in evidenza le già note carenze strutturali del sistema penitenziario".
Su quello che è stato il motivo principale delle rivolte Bonafede ha annunciato: "Stiamo lavorando senza sosta nel quadro di una più ampia battaglia contro il coronavirus. La task force all'interno del ministero sta preparando possibili interventi per garantire, da un lato, i poliziotti penitenziari e, dall'altro lato, i detenuti".
Il ministro annuncia le misure di prevenzione che saranno prese negli istituti di detenzione - senza, spiega, nessun arretramento di fronte all'illegalità - ma non uno sconto arriva dalle opposizioni che, invece, sono al fianco della maggioranza sul fronte dello scostamento di bilancio. E anche i partiti che si sono dichiarati a sostegno del Conte 2 alzano il tiro: il Guardasigilli faccia dimettere il capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, chiedono. "Subito le dimissioni del capo del Dap o sia il Guardasigilli in persona a rimuoverlo dal suo incarico", chiede Italia viva. Sulla stessa linea Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, che chiede le dimissioni "del ministro, come del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. La vicenda è stata gestita con un incredibile dilettantismo".
Parole dure anche dal Partito Radicale. "Nell'esprimere la nostra solidarietà ai direttori, agenti penitenziari, sanitari che cercano di sopperire a una politica penitenziaria e ai detenuti che da anni con il Partito Radicale hanno scelto la lotta nonviolenta, siamo fermamente convinti che lo Stato non deve indietreggiare né nei confronti della minoranza di detenuti né degli agenti di polizia penitenziaria che infrangono la legge", dicono Maurizio Turco e Irene Testa, segretario e tesoriere del Partito Radicale.
Per l'ex presidente del Senato Pietro Grasso "molti ignorano che i colloqui non sono solo l'unico contatto dei detenuti con i propri affetti, ma anche la principale possibilità per ricevere cibo, biancheria pulita e beni di prima necessità. Modificare improvvisamente questo equilibrio senza dare le giuste informazioni e soprattutto rassicurazioni è stato un errore gravissimo". Il deputato della Lega Jacopo Morrone ha chiesto al ministro Bonafede la nomina di "un commissario con pieni poteri che abbia il coraggio di assumere i provvedimenti necessari e poi lasci l'incarico".
di Cataldo Intrieri
linkiesta.it, 12 marzo 2020
Anche in una situazione così drammatica, il ministro della Giustizia è stato incapace di fare il minimo sindacale: dare disposizioni chiare. Mentre il virus si diffondeva ha lasciato i dirigenti degli uffici giudiziari senza istruzioni come un novello Badoglio della pubblica amministrazione
Quando tutto questo sarà passato e saremo tornati a quella banale routine che giorno dopo giorno assomiglia sempre più a un piccolo paradiso perduto, allora ci dovremo ricordare di cacciare Alfonso Bonafede dal governo.
Avrebbe dovuto fare poche cose, non difficili peraltro: garantire un minimo di regola negli affari giudiziari correnti e monitorare la situazione di sovraffollamento delle carceri. Forse anche Angelino Alfano ne sarebbe stato capace, lui no, fulmineo nella interlocuzione con ogni genere di parte offesa, non importa se ancora riconosciuta come tale, non considera degni di attenzione i diritti degli imputati, anche se quei diritti non sono di pertinenza esclusiva degli inquisiti ma di ogni cittadino, compresi quelli innocenti. Ed ecco che anche in una emergenza drammatica "Fofo DJ" è stato incapace di fare il minimo sindacale: dare disposizioni chiare.
Mentre il morbo si allargava a tutto il paese ha lasciato i dirigenti degli uffici giudiziari senza istruzioni come un novello Badoglio della pubblica amministrazione. Ha poi taciuto imbarazzato di fronte alla decisione dell'Organismo Congressuale Forense (l'assemblea degli ordini italiani) di indire un'astensione con lo scopo di tutelare la salute degli avvocati con la conseguenza in alcuni casi di aspri e paralizzanti conflitti tra legali e magistrati che non riconoscevano legittimità allo sciopero delle toghe. Alla fine, costretto, è andato in televisione ad annunciare farfugliando urbi et orbi che si sarebbe fermata ogni attività nei tribunali italiani e che per tutta la durata della sosta si sarebbe applicata "la sospensione feriale dei termini".
Per i non addetti: dal 1 al 31 agosto per legge non si calcolano i vari termini di scadenza delle attività giudiziarie sia dei magistrati che degli avvocati. Nel caso in cui si debba depositare o impugnare una sentenza, se il termine di scadenza coincide col mese di sosta lo si intende, per legge, prorogato a dopo la fine delle ferie per i giorni ancora da calcolare dopo il 31 luglio. Una cosa non difficile e di buon senso per evitare affollamenti pericolosi ma che il ministero che ha approntato il relativo decreto poi firmato da Conte ha incomprensibilmente soppresso dal testo finale.
Invece di limitarsi a scrivere che si sarebbe applicata "la disciplina della sospensione feriale dei termini di cui alla legge 742/69" per il periodo di sosta totale dell'attività (dal 6 al 23 marzo) si è preferito glissare e parlare genericamente in un comma di sospensione "degli atti". Senza specificare se tale pausa riguardasse solo i processi espressamente rinviati nelle due settimane o anche tutti i procedimenti, compresi quelli fissati al di fuori dell'arco temporale. Una differenza non da poco, perché nell'ipotesi più ristretta gli avvocati sarebbero comunque dovuti andare in tribunale per depositare gli atti in scadenza affollando le cancellerie già di loro con pochissimo personale e che perdipiù sono state in gran parte chiuse.
Nell'8 settembre giudiziario di Bonafede è accaduto che i vari responsabili degli uffici giudiziari italiani hanno sposato tesi diverse scrivendo circolari con una propria disciplina, variante da distretto a distretto. È così Giuseppe Santalucia già capo dell'Ufficio Legislativo del ministero ha optato per la sospensione limitata ai processi rinviati a marzo mentre il suo successore Melillo oggi procuratore Capo a Napoli per distinguersi ha abbracciato la versione estesa. Il massimo lo si è avuto a Roma dove la Procura ha ritenuto sospesa ogni forma di attività mentre il presidente del Tribunale ha allestito apposite postazioni per raccogliere "Impugnazioni e atti in scadenza". Un bailamme che ha costretto il ministero a una frettolosa sostituzione della relazione al Disegno di legge sull'emergenza del coronavirus con una nuova contenente l'espressa affermazione che i termini di legge sono sospesi per tutti. Un unicum.
Poi è arrivata la rivolta carceraria e qui l'insipienza ha toccato il vertice. Tranne Piercamillo Davigo tutti sanno che le carceri italiane sono una sorta di Cayenne che pure la Corte Europea dei Diritti umani (i diritti umani già...) ha sanzionato addirittura mettendo per iscritto quale dovesse essere lo spazio vitale per detenuto: tre metri (avete capito: tre metri). E si sono scritte sentenze per disquisire se si dovesse calcolare il letto o meno (rigorosamente a castello in celle da sei e nove ospiti).
L'art 6 della legge n. 354 del 26 luglio 1975, la legge sull'ordinamento penitenziario, stabilisce che "I locali nei quali si svolge la vita dei detenuti e degli internati devono essere di ampiezza sufficiente, illuminati con luce naturale e artificiale in modo da permettere il lavoro e la lettura; aerati, riscaldati ove le condizioni climatiche lo esigono, e dotati di servizi igienici riservati, decenti e di tipo razionale. [...] I locali destinati al pernottamento consistono in camere dotate di uno o più posti".
La Corte ha invitato "a risolvere il problema strutturale del sovraffollamento delle carceri, incompatibile con la Convenzione dei diritti umani" che rappresenta un "problema sistemico risultante da un malfunzionamento cronico proprio del sistema penitenziario italiano". La Corte ha esortato lo Stato non in grado di garantire a ciascun detenuto condizioni detentive conformi all'articolo 3 della Convenzione, ad agire in modo da diminuire il numero di persone incarcerate, in particolare tramite una riduzione al minimo del ricorso alla custodia cautelare in carcere. Gran parte dei magistrati italiani hanno risposto che il monito non era rivolto a loro ma al governo ed hanno continuato come prima.
Oggi, il garante dei detenuti Mauro Palma denuncia: "Ci sono 60.472 i detenuti e 50.514 posti letto". A questa situazione incivile non solo Bonafede non ha posto rimedio ma anzi ha avviato una serie di riforme come la Spazza-corrotti col dichiarato intento di aumentare la popolazione carceraria. I rivoltosi che Bonafede quantifica in 6000 non sono mafiosi, per costoro vige il regime di carcere speciale in isolamento totale e non hanno mai beneficiato di amnistia e indulto. Non hanno interesse alla ribellione. La massa è costituita dalla criminalità di strada, dagli immigrati, la "schiuma della terra" senza diritti oltre quello di marcire in carcere. Senza poter osservare distanza di sicurezza e senza mascherine, liberi di ammalarsi.
Rita Bernardini del Partito radicale e da sempre impegnata sul fronte del carcere, e Tullio Padovani ordinario di Diritto Penale a Pisa hanno accusato Bonafede di non essere andato in radio a parlare coi detenuti: "Non interessa molto comunicare con i detenuti che sono considerati entità trascurabili, non sono nessuno. E vengono trattati come nessuno. Non dal ministro Bonafede o dal capo del Dap Basentini, ma dalle leggi di questo Paese...Noi siamo uno Stato che autorizza i maltrattamenti", dice Padovani. Perché stupirsi? Hanna Arendt ha saputo raccontare nella "Banalità del male" chi è il piccolo, inoffensivo burocrate indifferente al dolore e crudele nella sua placida convinzione di essere dalla parte della ragione.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 12 marzo 2020
Non esiste alcun problema di sovraffollamento carcerario in Italia. È questo il mantra governativo che, molto probabilmente, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, chiamato a riferire sulle rivolte nei penitenziari di queste ultime ore, ripeterà anche oggi in Parlamento.
La "negazione" di Stato ruota da anni intorno al numero di metri quadri delle celle che, per il governo, avrebbero dimensioni nettamente superiori alla media dei Paesi europei L'ultima volta in cui questa narrazione è andata in scena fu il 9 aprile dello scorso anno, quando il Guardasigilli rispose, per il tramite dell'allora sottosegretario Jacopo Morrone, ad un'interrogazione dell'onorevole Pierantonio Zanettin (Fi).
Il parlamentare azzurro aveva chiesto chiarimenti al governo su una rivolta accaduta alla vigilia di Natale del 2018 nel carcere di Trento: a seguito del suicidio di un detenuto trentaduenne di origine tunisina, circa 300 detenuti avevano dato fuoco a cassonetti e materassi, danneggiando gravemente celle, letti, telecamere di sorveglianza, caloriferi e porte a vetri della struttura. Uno degli elementi scatenanti era stato proprio il sovraffollamento della struttura trentina.
Per il Ministero della giustizia, le cose non stavano invece come prospettato da Zanettin in quanto era errata la considerazione di fondo. Secondo via Arenula, infatti, "il tasso di sovraffollamento è calibrato in base allo spazio pro capite da riservare ai detenuti, che, con una circolare del 1988 del Ministero della giustizia, emessa sulla base di un decreto del Ministero della Salute del 1975, viene stabilito in 9 metri quadrati per singolo detenuto, da aumentare di altri 5 metri quadrati per ogni altro detenuto in aggiunta".
Seguendo il burocratico ragionamento, accedendo ad uno standard meno rigoroso, si escluderebbe in radice la sussistenza di sovraffollamento, "in quanto le strutture penitenziarie italiane, per tale effetto, si attesterebbero su uno standard nettamente superiore alla soglia (limite) dei 60 mila detenuti". Un concetto questo che aveva già trovato come fautore Piercamilllo Davigo.
"Siccome nessuna norma dice la metratura a cui avrebbe diritto il detenuto - affermò alla festa del Fatto Quotidiano a maggio del 2018 - il legislatore ha applicato la metratura prevista per le case di civile abitazione: 9 metri quadrati per il primo occupante e 5 metri per gli occupanti successivi". "La media europea è di 3 metri quadrati a testa, siamo l'unico Paese europeo condannato per sovraffollamento penitenziario, perché abbiamo dei deficienti che forniscono questi dati", aggiunse quindi Davigo fra le risate del pubblico.
La Cedu, però, nella sentenza "Torreggiani" del 2013 e nelle sue altre innumerevoli pronunce, non ha mai indicato un valore numerico inderogabile per le dimensioni delle celle. I giudici di Strasburgo hanno evidenziato che non è possibile quantificare in modo preciso lo spazio personale che deve essere concesso a ciascun detenuto ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, in quanto dipende da diversi parametri. Ad esempio, la durata della privazione della libertà personale, la possibilità di accesso alla passeggiata all'aria aperta nonché le condizioni mentali e fisiche del detenuto.
L'unico parametro che la Cedu ha individuato fu quello dei 3 metri quadrati: al di sotto vi è una presunzione assoluta di violazione dell'articolo 3 della Convenzione, per "trattamento disumano e degradante", indipendentemente da tutte le altre condizioni di vita in carcere. Ciò non esclude, quindi, che al di sopra della soglia dei 3 metri quadrati uno Stato possa, comunque, incappare in una violazione della Convenzione.
Sarebbe sufficiente, allora, applicare il parametro della Commissione Europea per la prevenzione della tortura: 7 metri quadrati, più 4 per ogni nuovo detenuto in una cella. Ultimamente vengono calcolati 6 metri quadrati, più 4: in 14 metri quadrati, dunque, ci possono vivere 4 persone. Dov'è allora il problema? Molto semplice: nessuno controlla che tali standard vengano rispettati. Con buona pace delle statistiche ministeriali.
La Repubblica, 12 marzo 2020
Sale a quattro il bilancio dei detenuti morti in seguito alla rivolta scoppiata lunedì nel carcere di Rieti. Un quarto detenuto tra i 7 ricoverati in ospedale è deceduto stanotte all'ospedale 'San Camillo De Lellis' di Rieti, dove era sotto osservazione. L'uomo, al pari degli altri 3 reclusi trovati senza vita all'interno della struttura penitenziaria situata nel quartiere di Vazia, è rimasto vittima di un'overdose di farmaci, verosimilmente metadone, dopo l'assalto all'infermeria del carcere avvenuto nella tarda serata di lunedì.
Sale così a 4 il numero delle vittime nel carcere reatino a seguito delle sommosse di lunedì e martedì. Oltre a loro, altri 6 detenuti sono feriti in ospedale, uno di loro è ricoverato in gravi condizioni al policlinico Gemelli di Roma. Secondo una prima stima dell'istituzione penitenziaria, ammontano circa a 2 milioni di euro i danni registrati nella struttura durante le mobilitazioni di lunedì e martedì. Numerosi i locali completamente distrutti dalla sommossa dei detenuti: oltre all'infermeria, è stata ridotta a pezzi anche la farmacia, dalla quale sarebbero stati prelevati i farmaci risultati poi letali per i 4 detenuti morti.
Ristretti Orizzonti, 12 marzo 2020
Dichiarazione di Stefano Anastasia, Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio. "In questo momento così delicato serve il massimo sforzo di coordinamento tra le istituzioni e gli operatori sul campo per riportare serenità nel mondo penitenziario e assicurare le misure necessarie alla prevenzione della diffusione del coronavirus in carcere.
Per questo, pur nella delicatezza del frangente, lunedì scorso abbiamo tenuto una prima riunione, presso il Tribunale di sorveglianza di Roma, con la Presidente Vertaldi, il Provveditore dell'Amministrazione penitenziaria Carmelo Cantone, il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma e il sottoscritto. Questo pomeriggio poi si è riunito online il coordinamento dell'Osservatorio regionale per la sanità penitenziaria che ha condiviso delle linee guida di prevenzione che verranno inoltrate a tutti gli istituti nei prossimi giorni.
Intanto, il Tribunale di sorveglianza ha disposto, a decorrere da oggi, una licenza di quindici giorni per tutti i detenuti in semilibertà, che quindi non avranno più necessità di rientrare in carcere la sera. La Presidente Vertaldi, inoltre, ha chiesto a tutti gli Istituti penitenziari di monitorare i detenuti con età superiori ai 65 anni che presentino patologie in corso di tipo respiratorio o cardiologico.
Infine, l'Amministrazione penitenziaria sta provvedendo ad attrezzare gli istituti alla effettuazione dei video-colloqui e delle telefonate supplementari raccomandate dal decreto-legge di domenica scorsa in sostituzione dei colloqui in presenza, che restano sospesi fino al prossimo 22 marzo, e sono in corso di distribuzione le mascherine che dovrebbero proteggere i detenuti dal contagio proveniente dai contatti con l'esterno.
Certamente non tutti i problemi presenti e prossimi saranno così risolti, ma questi sono segnali di attenzione alla difficile condizione dei detenuti di tutte le istituzioni coinvolte. Speriamo che questo possa contribuire a rasserenare gli animi e consentire di adottare le ulteriori misure che saranno necessarie alla tutela della salute dei detenuti".
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