di Michele Farina
Corriere della Sera, 3 febbraio 2020
Quando il mondo guarda altrove i conflitti accelerano. E accelerano tanto più quanto i vincitori sentono l'odore della vittoria finale. Duecento bombardamenti in tre giorni, 700 mila rifugiati che si ritrovano di nuovo in fuga, cento morti in due settimane, undici vittime nell'attacco che gli aerei governativi appoggiati dai russi hanno scatenato su due costruzioni vicine e potete immaginare quanto strategiche: un pronto soccorso e una panetteria, come dire i vivi e i feriti, chi sfama e chi cura.
Dopo nove anni di guerra, il campionario degli orrori siriani ci strappa ancora un lamento di stupore e costringe civili stremati all'ennesimo esodo senza meta. Il cerchio del vincitore Bashar al-Assad si stringe sulla regione di Idlib, ultima roccaforte dell'opposizione, dove il tentativo di cessate il fuoco datato 12 gennaio non è mai stato rispettato. Le milizie di Hayat Tahrir al-Sham (Hts), locali detentori del marchio Al Qaeda, guidano la lotta contro l'esercito, e questo basta a Damasco e Mosca per giustificare l'offensiva che vede 3 milioni di civili in prima linea. A 33 chilometri dal centro di Idlib è caduta Marat al-Numan, nodo importante sull'autostrada tra la capitale e Aleppo.
Chi può, scappa. Chi ce l'ha, vende anche l'armadio per pagarsi un passaggio verso nord. È l'inviato speciale americano per la Siria James Jeffrey a denunciare i duecento attacchi in tre giorni. Il presidente turco Erdogan minaccia un intervento diretto contro i soldati di Assad "per salvare la popolazione". Sia Washington che Ankara sono tra gli attori della tragedia siriana, che fin dall'inizio ha devastato i civili, causando mezzo milioni di morti. Accade spesso: quando il mondo guarda altrove (per esempio mentre impazza la febbre da coronavirus), i conflitti accelerano. E accelerano tanto più quanto i vincitori sentono l'odore della vittoria finale. Sono i momenti peggiori (e più dimenticati) di una guerra. Per ospedali e panetterie, i feriti e gli scampati, chi cura e chi scappa.
di Gianni Santucci
Corriere della Sera, 3 febbraio 2020
"Il percorso della dipendenza oggi è brevissimo". "Il percorso, fino a qualche anno fa, nella maggioranza dei casi, era più graduale, dilatato, distribuito su un periodo più lungo, di qualche anno, almeno quattro o cinque. Ora s'è appiattito. Ha tempi strettissimi". E non è quasi neppure più un percorso, spesso è un solo passaggio, un salto: canne, cocaina; canne, eroina. Come la ragazzina (nella storia in questa pagina) che ha fumato cannabis alle scuole medie e in prima superiore, su proposta di una compagna, un giorno ha iniziato con l'eroina. A 15 anni era già una "tossica".
A San Patrignano la casa verniciata di color mattone, con le tegole sulle tettoie, sta adagiata tra gli alberi di ulivo. Ora gli operai stanno lavorando. Sarà divisa, ingrandita. È la casa dei ragazzi giovani. I minorenni. Oggi sono in dodici. Entro l'estate raddoppieranno i posti: questa è l'esigenza, e se accade nella comunità di recupero più grande d'Europa vuol dire che là fuori, nelle strade, qualcosa sta cambiando. Cosa? "Un uso precocissimo delle sostanze più "pesanti"", riflette Antonio Boschini, responsabile terapeutico della comunità.
Dalle 1.596 overdose mortali del 1996, i morti per droga in Italia erano scesi di anno in anno, un calo costante, fino ai 268 del 2016. Poi hanno ripreso a salire: 294 nel 2017, 334 nel 2018 (i dati sul 2019 saranno disponibili tra qualche settimana). L'aumento è collegato alla ripresa del consumo di eroina. La più recente ricerca dell'Istituto di fisiologia clinica del Cnr stima che 28 mila studenti abbiano consumato eroina almeno una volta nel 2018. Ma le statistiche raccontano solo una parte di un disastro sociale in incubazione. Per capire dove siamo oggi, bisogna guardare al passato. Antonio Boschini la storia la conosce fin dall'inizio: "Da metà anni Settanta e per tutti gli Ottanta c'era una sorta di "Rogoredo diffusa" in ogni parte d'Italia; una generazione è stata decimata dalle overdose e dalle malattie collegate all'uso di eroina. L'effetto della droga si vedeva nella trasformazione fisica dei ragazzi in strada; esistevano il bianco e il nero, il drogato e il normale, mille morti all'anno d'eroina per quasi un decennio, negli anni Novanta". In quell'epoca, a San Patrignano, entravano solo ragazzi con dipendenza da eroina.
Poi lentamente il consumo di droga è cambiato e quasi per una ventina d'anni i percorsi si sono in qualche modo stabilizzati, storie sempre uguali nella loro scansione, anche se si dividevano "a metà tra dipendenze da eroina e cocaina", riflette Boschini. "Grosso modo tutti i ragazzi entrati a San Patrignano in quel periodo avevano usato cannabis fin quasi ai 15 anni, poi facevano qualche anno con le droghe sintetiche, nei rave o nelle discoteche, a seconda delle tendenze sociali, e l'approccio con le droghe più pesanti avveniva intorno ai 18-19 anni: in media arrivavano da noi a 27-28 anni, con dipendenze da eroina e cocaina strutturate su un percorso piuttosto dilatato".
Solo se si tiene presente questo quadro si riesce a comprendere il "passaggio successivo, molto recente: abbiamo ingressi di ragazzi molto giovani, per decreto di un giudice più che per una loro decisione; raccontano, e vediamo, che quel percorso graduale è scomparso, si è appiattito, il passaggio cannabis-eroina avviene molto rapidamente, prima dei 15 anni; anche chi entra ora a San Patrignano per scelta, dopo i vent'anni, riferisce esperienze analoghe. Sembra di essere tornati un po' indietro, ragazzini giovanissimi che non hanno anticorpi e non hanno paure, non vedono il pericolo Hiv, si catapultano subito in una condizione ad alto rischio di dipendenza gravissima, prostituzione, overdose". Una forte vulnerabilità al dolore psicologico, allo stress emotivo, "nel momento critico dei 12-14 anni". Anche le ragazze minorenni ospitate a San Patrignano oggi sono in dodici. Prima o poi serviranno più spazi anche per le giovani donne.
La Repubblica, 3 febbraio 2020
L'accordo "blocca-immigrati": il testo del "Memorandum" con il Paese africano rimane così com'è, nonostante gli impegni per cambiarlo. "Il governo italiano ignora le violenze inflitte a migliaia di persone. Ieri, 2 febbraio, tre anni dopo la firma, il Memorandum d'intesa sulla migrazione tra Italia e Libia è stato rinnovato per altri tre anni senza modifiche. L'accordo prevede che l'Italia aiuti le autorità marittime della Libia a fermare imbarcazioni in mare e a riportare le persone a bordo nei centri di detenzione libici, dove queste sono trattenute illegalmente e subiscono gravi violenze, tra cui stupri e torture. "Nei primi tre anni dalla firma dell'accordo - ha detto Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l'Europa. - almeno 40.000 persone, tra cui migliaia di minori, sono state intercettate in mare, riportate in Libia e sottoposte a sofferenze inimmaginabili. Solo questo mese, sono state intercettate 947 persone".
Una scelta che va oltre possibile comprensione. "Va oltre ogni comprensione - ha ggiunto Marie Struthers - il fatto che, nonostante le prove delle sofferenze causate da questo orribile accordo e a dispetto dell'escalation del conflitto in Libia, l'Italia sia pronta a rinnovare il memorandum. Invece, l'Italia dovrebbe pretendere dalla Libia il rilascio di tutti i migranti e i rifugiati che si trovano nei centri di detenzione e la chiusura di questi centri una volta per tutte". I migranti e i richiedenti asilo trattenuti nei centri libici sono soggetti a terribili condizioni di detenzione, in sovraffollamento, e rischiano gravi violenze, tra cui stupri e torture. Per di più, le loro vite sono messe in pericolo dall'aumento dell'intensità del conflitto.
L'Unhcr sospende ogni attività. Il 30 gennaio l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ha annunciato la sospensione delle attività del suo centro di transito di Tripoli, aperto appena un anno fa, a causa dei timori per la sicurezza e la protezione delle persone ospitate nella struttura, del suo staff e dei suoi partner. Il Memorandum d'intesa è stato sottoscritto il 2 febbraio 2017 per impedire ai migranti e ai rifugiati di raggiungere le coste italiane, trattenendoli in Libia. L'Italia ha accettato di addestrare ed equipaggiare la guardia costiera e altre autorità libiche, collaborando con esse a raggiungere l'obiettivo di intercettare persone in mare e riportarle in Libia.
Il testo dell'accordo resterà così com'è. Nel novembre 2019 il governo italiano ha deciso di rinnovare l'accordo. Inizialmente, le autorità italiane si erano impegnate a negoziare dei cambiamenti al testo nell'ottica di una maggiore attenzione ai diritti umani dei migranti e dei rifugiati trattenuti in Libia, ma al momento del rinnovo il negoziato è ancora in corso e pertanto il memorandum verrà prorogato nella sua formulazione originaria. "Decine di migliaia di rifugiati e migranti sono intrappolati in una zona di guerra. Coloro che cercano di fuggire via mare rischiano di essere intercettati e riportati nei centri di detenzione. Collaborando a fermare le persone in mare e a trattenerle in Libia, l'Italia si è resa responsabile di questa situazione", ha commentato Struthers.
di Geraldina Colotti
lantidiplomatico.it, 3 febbraio 2020
Nell'aula magna del Tribunal Supremo de Justicia ci sono tutte le massime autorità dello stato bolivariano, riunite in sessione solenne per l'apertura dell'anno giudiziario. Sono presenti le alte cariche dei cinque poteri di cui dispone la repubblica - legislativo, esecutivo, giudiziario, morale (o cittadino) e elettorale -, più i rappresentanti del massimo organo plenipotenziario, l'Assemblea Nazionale Costituente, votata da oltre 8 milioni di cittadini il 30 luglio del 2017: il presidente, Diosdado Cabello, e le due vicepresidenti, Tania Diaz e Gladys Requena.
Gli interventi del presidente del Tsj, Maikel Moreno, e di Yván Darío Bastardo Flores, presidente della Sala di Cassazione Civile, sono lezioni di diritto e di sovranità. Risaltano il ruolo fondamentale del popolo nella difesa delle istituzioni dai molteplici attacchi dispiegati dall'imperialismo nel corso del 2019. Ribadiscono la natura pacifica della democrazia "partecipata e protagonista" del socialismo bolivariano e aprono la strada all'intervento del presidente della Repubblica, Nicolas Maduro.
"Una democrazia senza il popolo, è una farsa, è la democrazia delle élite, la democrazia borghese", dice Maduro, risaltando l'importanza della dialettica fra poteri contemplata nella costituzione bolivariana, e respingendo il grottesco teatrino dell'"autoproclamato" dagli Usa, Juan Guaidó.
Quindi, pur lodando il forte slancio intrapreso dal proceso bolivariano per uscire dall'angolo, per reagire alla guerra economica con uno sforzo rinnovato nella produzione nazionale, il presidente aggiunge una denuncia e un'autocritica: "Sono andato al quartiere del 23 enero, c'erano più buche che a Bagdad - dice -. Dobbiamo ammettere che certi problemi non sono dovuti al blocco di Trump, ma a noi stessi".
Lotta, dunque, all'incuria, all'abbandono e, soprattutto, alla corruzione. L'ottimo lavoro del Procuratore generale della Repubblica, Tareck William Saab - dice ancora Maduro - non basta. Occorre "una rivoluzione nel campo giuridico". Perciò, chiede all'Anc di assumere il tema in tutta la sua importanza, nominando una "commissione del più alto livello", presieduta dalla vicepresidenta esecutiva, Delcy Rodriguez. Una decisione importante, perché le denunce sui ritardi e la compravendita dei processi sono un problema molto sentito dalla popolazione, dentro e fuori le carceri. Quello in corso - assicura Maduro - sarà l'anno della ripresa in tutti i campi.
Un anno in cui si svolgeranno le elezioni parlamentari, a cui le forze in campo si preparano secondo i reciproci interessi e interlocutori. La destra, divisa e rancorosa, teme per la propria rendita di posizione. Lo stato di "ribellione", che ha messo il parlamento a maggioranza di opposizione fuori dalla legalità costituzionale, si è trasformato in un lucroso affare per la banda di Guaidó e compari, che ne ha approfittato per incamerare in modo truffaldino i beni del Venezuela all'estero e per intascare, a fini propri o destabilizzanti, i fiumi di dollari erogati dagli Usa per gli "aiuti umanitari".
Uno scandalo eclatante, ammesso dagli stessi Stati Uniti e denunciato anche da quella parte dell'opposizione che ha accettato il dialogo proposto infinite volte da Maduro. Nell'ultima seduta parlamentare, la nuova giunta direttiva, diretta dal deputato di opposizione Luis Parra, ha votato una risoluzione proposta dal blocco chavista per aprire un'inchiesta sulla gigantesca sottrazione di fondi effettuata dall'"autoproclamato". Una risoluzione approvata all'unanimità.
Intanto, il Partito Socialista Unito del Venezuela (il più grande dell'America Latina, con oltre 6 milioni di militanti), ogni fine settimana sta portando avanti una massiccia campagna di tesseramenti che sta già dando risultati eccezionali, e che si propone di raggiungere entro aprile oltre 9 milioni di iscritti. Un processo altamente meccanizzato e rapido, che registra ogni giorno l'altissima presenza di giovani sotto i trent'anni e di donne, asse portante di questa rivoluzione socialista e femminista, che compie ventuno anni.
Per il Venezuela bolivariano, il mese in corso è definito il "febbraio ribelle", durante il quale si ricordano date importanti che hanno preceduto e segnato il cammino di questo laboratorio del secolo 21, che si pone in continuità ideale e prospettica con la storia del movimento operaio e contadino: la rivolta popolare del Caracazo, "il primo grido contro il neoliberismo", del 27 febbraio 1989; la ribellione di Hugo Chavez, il 4 febbraio del 1992, avvio dell'unione civico-militare, spina dorsale del socialismo bolivariano.
Nell'ultima seduta dell'Anc, Diosdado Cabello, che in quella ribellione ha avuto parte attiva, ha presentato un'importante proposta che segnerà il prossimo corso della Repubblica, illustrata da Euclides Aponte e da Francisco Ameliach : quella di una nuova dottrina militare per includere la milizia nella Forza Armata Nazionale Bolivariana e rafforzare così il concetto di difesa integrale della nazione, basata sul principio di corresponsabilità tra popolo e forza armata, e contemplato nella costituzione.
Visto da qui, il giro internazionale compiuto dall'autoproclamato "presidente a interim" del Venezuela Juan Guaidó e celebrato dai media europei, appare come una gigantesca pantomima virtuale, una grande operazione di "distrazione di massa" a uso e consumo dei poteri forti, e a spese dei contribuenti. Coprendosi nuovamente di ridicolo, il presidente colombiano, Ivan Duque, si era spinto fino a chiedere a Guaidó - che, ovviamente non possiede alcuna legittimità costituzionale - l'estradizione della ex senatrice colombiana Aida Merlano, ricercata per traffico di voti.
Nel discorso pronunciato davanti al Tsj, Maduro ne aveva annunciato la cattura e aveva invitato "tutte le istituzioni colombiane che lo desiderano a venire a raccogliere le sue dichiarazioni", aggiungendo che "saranno benvenuti anche tutti i giornalisti che vorranno intervistarla", e ai quali verranno offerte tutte le garanzie: a differenza della Colombia, che ogni giorno registra l'assassinio di una o un dirigente popolare, il Venezuela rispetta i diritti umani, a partire da quelli basici.
Per questo, una campagna internazionale sulle reti sociali ha denunciato la pretesa della destra di inviare in Venezuela una "commissione per i diritti umani" patrocinata dall'OSA di Almagro, che il governo bolivariano ha rispedito al mittente. Per tutta la giornata del 2 febbraio, il Conaicop ha respinto la manovra con l'etichetta #OeaTraidoraDeSuramerica. "Noi - ha affermato Diosdado Cabello - possediamo un'arma potente e invincibile, l'arma della dignità".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 2 febbraio 2020
I dati che emergono dalle relazioni dell'Anno giudiziario rivelano un quadro sconosciuto e per alcuni aspetti agghiacciante. È un peccato che il tutt'altro che kolossal "Davigo-avvocati" rischi di oscurare taluni dati inediti invece tra le pieghe delle relazioni dell'Anno giudiziario. Il primo è persino agghiacciante nella sua cruda capacità di pesare quante differenti Italie, a parità di normativa ma evidentemente non di carichi-risorse-organizzazioni, ci siano dentro l'Italia giudiziaria: nelle Corti d'Appello (epicentro delle prescrizioni dei dibattimenti) si estinguono il 2,9% dei processi a Milano, il 24% nella media nazionale, il 29% a Napoli, il 48% a Roma, dove alti magistrati arrivano a prospettare la necessità di "una amnistia mirata sui reati minori" per dar fuoco a cataste di arretrati ormai inscalfibili.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 2 febbraio 2020
Per Enrico Costa, il parlamentare di Forza Italia che ha presentato una proposta di legge per cancellare la riforma della prescrizione voluta, ieri è stato un giorno importante: "Le relazioni dei presidenti delle Corti d'Appello e dei procuratori generali di tutti i distretti - commenta - dicono la stessa cosa: abolire la prescrizione non renderà migliore il sistema giustizia, anzi sarà un boomerang e ingolferà le Corti d'Appello".
E aggiunge: "Il messaggio è chiaro e non proviene dai partiti ma da chi ha a che fare con i fascicoli". La questione ora è tutta politica: l'abolizione della prescrizione non piace neppure al Pd e a Italia Viva ma, per non alterare il fragile equilibrio della maggioranza, la proposta Costa è stata rispedita in commissione. Il deputato di Forza Italia suggerisce al Pd di approfittare del momento di debolezza dei Cinque Stelle dopo il risultato in Emilia. Ma se non avverrà è pronto a dare battaglia: "Siamo pronti a chiedere il voto segreto, così le contraddizioni interne alle forze di governo emergeranno con chiarezza".
La sua proposta è stata rispedita in commissione, cosa succederà adesso?
"C'è un chiaro problema interno alla maggioranza e in particolare al Pd che, dall'opposizione, all'epoca del governo Lega-Cinque Stelle, aveva votato contro. Ora è in difficoltà. Io non sono un sabotatore dell'alleanza rosso-gialla, come qualcuno ha insinuato, la mia proposta è stata presentata il primo agosto. Il tentativo di evitare il confronto e boicottare è piuttosto del Movimento 5Stelle. L'ultimo gioco di prestigio me l'ha fatto la presidente della commissione (la grillina Francesca Businarolo ndr): ha nominato relatore della nostra proposta di legge Mario Perantoni, anche lui M5S, che si era schierato in aula a difesa della riforma Bonafede. Puoi nominare relatore uno che si è già espresso contro il provvedimento? È un chiaro sabotaggio. Attendo, ma se mi fanno lo sgambetto ci sono gli strumenti per arrivare al voto segreto e questo credo non convenga proprio ai pentastellati".
Ritiene che con il voto segreto la proposta sarebbe approvata?
"Non possiamo saperlo, ma penso che tre quarti dell'aula darà un segnale forte a Bonafede. La maggioranza ha i numeri per bocciarla ma non vuole il voto e questo mi sembra un chiaro segnale. Il Pd da un lato non vuole incrinare l'alleanza con Bonafede, dall'altro sta con chi ritiene che questa riforma sia un obbrobrio. Ma non si può pensare di mettere toppe che risulterebbero peggiori del buco. Su tema non esistono mediazioni, come ha detto ieri il presidente della Camere penali Gian Domenico Caiazza".
Il prossimo passo quale sarà?
"Intanto sarà votato in aula il decreto Mille Proroghe, ho presentato un emendamento, ma non sono il solo. Alcuni sono stati firmati anche da parlamentari della maggioranza, che chiedono la sospensione o la proroga dell'entrata in vigore, dello stop alla prescrizione. Quello dovrebbe essere un primo banco di prova".
Bonafede potrebbe trovarsi in difficoltà?
"Se vogliono tenere la maggioranza è loro interesse non fare emergere con voto segreto le diverse sensibilità. Finora c'erano le elezioni, ma tutti i messaggi che arrivano sono in questa direzione. Per me è stata una grande soddisfazione avere trasferito sul piano del dibattito argomenti che erano tecnici. E sono orgoglioso che dall'opposizione siamo riusciti a dettare l'agenda. Non do consigli a nessuno, ma se finora c'era il problema delle elezioni, adesso il Pd è più forte. Salvini, dopo le europee, ha accelerato sulla Tav. Il partito democratico sa bene che questa riforma senza una riforma del processo penale è un modo per mettere la polvere sotto il tappeto e scaricare sui cittadini le disfunzioni della macchina della giustizia. Ma se la maggioranza non riuscirà a fare chiarezza e subirò altri sgambetti so già qual è la strada. Conosco bene il regolamento e si può arrivare al voto segreto".
di Vincenzo Comi e Antonio Mazzone
Il Riformista, 2 febbraio 2020
Distinzione tra estinzione del reato ed estinzione del processo penale, introduzione dei termini di fase che ne impediscano l'irragionevole durata, previsione di cause di sospensione dei termini di fase sul modello di quanto previsto per i termini di custodia cautelare: questa la soluzione più equilibrata e costituzionalmente più adeguata che da anni viene prospettata. Il dibattito che si sta sviluppando su tale tema richiede, però, che ci si intenda sulla funzione del processo penale. In uno Stato di diritto e sociale il processo penale non può essere strumento di controllo sociale.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 2 febbraio 2020
Fuori dall'aula quando parla la toga. I legali stanchi di sentirsi definire una categoria di "pagati a piè di lista per tutti gli atti compiuti". Reagisce l'Anm. Appena la fanfara dei carabinieri intona per la prima volta in una inaugurazione dell'anno giudiziario milanese l'inno di Mameli, nell'Aula magna le "squadre" sembrano già in tensione pre-partita, ma di un match "telefonato" ormai da giorni di non memorabile batti e ribatti polemico, a seguito della inusuale lettera azzardata dagli avvocati penalisti finanche al presidente Mattarella (e non a caso liquidata come "irrispettosa" dal Comitato di presidenza del Csm) per chiedere di non mandare il consigliere Piercamillo Davigo a rappresentare l'istituzione.
di Carla Chiappini
Ristretti Orizzonti, 2 febbraio 2020
La giustizia non belligerante, la giustizia del percorso, che chiede impegno e propone nuove strade. La giustizia che aspettavamo, dopo tanti anni di immersione nei mali e nell'impotenza del carcere. Ora, dopo aver incontrato e accolto circa una settantina di persone "messe alla prova", siamo probabilmente in grado di formulare alcune riflessioni.
di Massimo Adinolfi
Il Mattino, 2 febbraio 2020
La riforma Bonafede, che sospende la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, è legge ormai da un mese, e le disposizioni che, contestualmente, avrebbero dovuto accompagnarla, per incidere sui tempi della giustizia, invece no. Converrà partire da qui per giudicare il percorso seguito dal ministro della Giustizia.
Dico dal ministro, perché si tratta di un intervento di legge messo in campo dal governo giallo-verde, ma la cui entrata in vigore è avvenuta col governo giallo- rosso: il giallo Bonafede, però, è sempre stato lì, a via Arenula. In verità, quel che viene coni. testato al ministro è molto più che non i ritardi negli interventi legislativi che dovrebbero rendere più spedita la giustizia (e dei quali, peraltro, nulla si sa, quanto ai tempi e quanto al contenuto).
Ieri, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il procuratore generale di Milano, unendosi alle critiche dell'avvocatura, del mondo accademico, di non pochi, autorevoli magistrati, ha detto, con parole appassionate, che la riforma è "irragionevole quanto agli scopi, incoerente rispetto al sistema, confliggente con valori costituzionali".
I maestri di retorica lo definiscono un climax ascendente: l'accusa più grave, in cui culmina la frase, è infatti l'ultima, quella secondo cui la riforma rischia di cozzare contro l'articolo 111 della Costituzione, che stabilisce il principio della ragionevole durata del processo. Ma c'è davvero lo spazio per una discussione sui principi?
Temo di no, temo che alla cultura giuridica di questa maggioranza (o di suoi ampi settori, che in questa materia hanno finora sempre prevalso) sia sconosciuto non certo l'articolo della Costituzione, non arrivo a dir questo, ma la ragione per cui esso è stato introdotto, e che si può facilmente riassumere al modo in cui lo ha fatto ieri il procuratore Roberto Alfonso: "teniamo sempre bene a mente - ha detto - che il processo è garanzia, e tale deve rimanere".
Teniamo a mente, ha aggiunto, che per l'imputato, per il quale vale - sempre a norma di Costituzione - la presunzione di non colpevolezza, il processo è già una pena, "non nel senso della sanzione, ma nel senso dell'afflizione", cioè del disagio e della sofferenza che gli vengono inflitti, trascinandolo nei gironi danteschi della giustizia, ben prima che le eventuali responsabilità siano accertate. Quando parla, il ministro Bonafede sembra invece (sembra soltanto, voglio augurarmi) non avere così ben stampato in mente che la giustizia è, in uno Stato di diritto, fatta essenzialmente di garanzie, visto che esterna sempre e solo la preoccupazione che i processi non vadano in fumo.
E certo, nessuno Stato rende un buon servizio ai cittadini, se i processi non si concludono. Ma, ha continuato ancora l'alto magistrato, l'inefficienza dell'amministrazione non può ricadere sul cittadino: "la soluzione non può individuarsi nella sospensione del corso della prescrizione, a danno dell'imputato".
Ridiscendiamo il climax. La riforma è anche "incoerente rispetto al sistema". Il che vuol dire: se tu, di punto in bianco, sospendi la prescrizione, crei uno squilibrio, per il quale non hai nel frattempo approntato alcun rimedio, che rischia di mandare in tilt la macchina della giustizia. Sempre ieri, il pg della Cassazione stimava, come effetto della riforma, "un incremento del carico di lavoro della Corte di circa 20.000-25.000 processi l'anno".
Infine, la riforma Bonafede è "irragionevole quanto agli scopi", se lo scopo è, in generale, quello di rendere giustizia. Primo, perché proprio non è giustizia quella che arriva in un tempo indefinitamente lontano, a distanza pluridecennale dai fatti contestati, qualunque cosa pensi al riguardo il ministro. Secondo, perché, come ormai sanno anche le pietre, se tu ti preoccupi che non scatti la prescrizione a vanificare il lavoro dei magistrati, allora intervieni là dove la prescrizione incide di più, e cioè nelle fasi dell'indagine e dell'udienza preliminare.
Invece no, la riforma Bonafede di queste fasi cruciali si disinteressa. Ora, gli avvocati presentatisi a Napoli, nel corso della cerimonia di inaugurazione, con le manette e la Costituzione sotto il braccio, hanno forse reso più teatrale i motivi della protesta, ma non hanno detto cose diverse. Il j'accuse del presidente Tafuri contro i processi senza fine ha risuonato infatti con altrettanta forza e pari fervore.
Dopodiché, però, tutti gli argomenti di questo mondo rischiano di infrangersi contro il valore simbolico che il partito del ministro, i Cinque Stelle, ha assegnato al provvedimento. Dopo la batosta delle elezioni regionali, può darsi che siano costretti a più miti consigli, e che la mediazione Conte (i cui contorni restano in verità assai fumosi) avrà successo.
Al tirar delle somme, al Pd non dispiace certo l'attuale debolezza grillina, ma da quelle parti temono anche di non poter insistere più di tanto: il rischio di un'esplosione del Movimento, di una sorta di muoia Sansone con tutti i filistei è dietro l'angolo.
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