garantenazionaleprivatiliberta.it, 13 marzo 2020
Situazione carceri - Oggi è stata una giornata di calma relativa negli Istituti. Permangono, tuttavia, una serie di problemi legati ai disordini e alle violenze dei giorni scorsi. Il Garante sta approfondendo la situazione delle oltre 1500 persone trasferite o in corso di trasferimento a seguito dei disordini. Rispetto a un campione (di 65 persone) di criticità riscontrate a seguito degli eventi, su cui il Garante ha fatto uno specifico approfondimento, è emerso che in tredici casi è stata predisposta la visita in ospedale; due persone sono ricoverate e una è in rianimazione. Stiamo lavorando all'estensione del campione.
Da un più accurato esame, il numero dei decessi collegati agli eventi è risultato di 13 (nella comunicazione di ieri era stato erroneamente inserito il caso di una persona ristretta a Bologna che invece abbiamo appurato essere stata ricoverata in rianimazione e successivamente essersi ripresa). L'identità delle tredici persone è terreno attuale di azione di indagine del Garante anche in considerazione del fatto che l'inserimento dei dati nell'Istituto di Modena si è fermata al momento degli incidenti; presumibilmente per il danneggiamento del sistema. Al momento abbiamo l'identificazione certa - da parte nostra, mentre siamo certi che le autorità inquirenti abbiano tutte le informazioni in proposito - soltanto di dieci persone: solo una è italiana e ben tre erano in attesa del primo grado di giudizio; il più giovane aveva 29 anni e il più adulto 42. Un quadro più completo sarà fornito domani.
Ovviamente, come in casi simili, il Garante nazionale ha avviato l'interlocuzione con le Procure (di Modena, Rieti, Parma, Alessandria, Verona, Bologna) per avere informazioni circa l'apertura di indagine al fine di presentarsi come persona offesa ai sensi dell'articolo 90 c.p.p.
In questo triste contesto, dobbiamo segnalare oggi un suicidio (il dodicesimo dall'inizio dell'anno) avvenuto nell'Istituto di Novara: ancora una volta si tratta di un giovane straniero, egiziano, senza fissa dimora.
Sono molte le segnalazioni che stanno arrivando al Garante nazionale da parte di familiari che hanno difficoltà ad avere contatti con i propri congiunti a causa dell'interruzione dei colloqui e del non pieno funzionamento del sistema delle telefonate e delle video telefonate. Il Garante ha chiarito all'Amministrazione penitenziaria che la possibilità di video-telefonate, in quanto sostitutiva di colloqui visivi diretti, è naturalmente estesa a tutti le persone detenute indipendentemente dal livello di sicurezza del circuito di appartenenza (nel numero previsto per tale circuito). Tale previsione è ancor più importante ora che i movimenti lungo la penisola sono soggetti a forte limitazione. Certamente i colloqui che avvengono con separazione completa per vetro divisorio non hanno ragione di essere limitati su base di possibile contagio diretto.
Il Garante nazionale ha predisposto uno schema di comunicazione con tutti i Garanti territoriali per la condivisione delle informazioni relative allo svolgersi degli eventi nei diversi Istituti penitenziari per adulti e per minori, per quanto attiene sia i provvedimenti adottati localmente dopo il decreto-legge dell'8 marzo, sia le malaugurate ipotesi di presenza di contagio.
Continua il lavoro per la ricerca di possibili provvedimenti normativi e diffusione di buone prassi applicative delle norme esistenti, volti alla riduzione dell'incidenza dell'affollamento sulla difficile situazione attuale, in attesa di una nuova convocazione della cosiddetta "Task force".
Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) - il Garante nazionale ha avviato una interlocuzione con il Ministero dell'interno sulle persone trattenute nei Cpr il cui termine di trattenimento sia prossimo alla scadenza. A seguito dell'emergenza Covid-19, infatti, diversi Paesi hanno disposto il blocco dei voli da e per l'Italia, interrompendo quindi anche quelli di rimpatrio forzato. Pertanto, il Garante nazionale ha chiesto di valutare la necessità di una cessazione anticipata del trattenimento di coloro che, essendo in una situazione di impossibile effettivo rimpatrio, vedono configurarsi la propria posizione come "illecito trattenimento" ai sensi della stessa Direttiva rimpatri del 2008.
Quarantena - Con nota del Sottocomitato per la prevenzione della tortura (Spt) delle Nazioni Unite, a firma del suo Presidente, Sir Malcom Evans, è stato confermato ai Meccanismi nazionali di prevenzione (Npm) dei Paesi che hanno ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro tortura e trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti (Opcat), e quindi per l'Italia al Garante nazionale, che la quarantena forzata su base sanitaria ricade nell'ambito del mandato loro istituzionalmente affidato. Ovviamente il Sottocomitato invita a valutare le modalità di visite e monitoraggi in strutture a ciò destinate, al fine di non interrompere la quarantena stessa e di non porre così in pericolo la complessiva sicurezza sanitaria. Precisa comunque che tale monitoraggio dovrà essere condotto e che ragioni di sanità collettiva non possono ridurre i diritti fondamentali delle persone poste in tale situazione, né gli obblighi degli Organi di controllo.
Residenze sanitarie per anziani (Rsa) - Viste le limitazioni previste alla lettera q) del Dpcm dell'8 marzo 2020, che prevede che "l'accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (Rsa), hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani autosufficienti e non, è limitato ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura che è tenuta ad adottare le misure necessarie e prevenire le possibili trasmissioni di infezione", il Garante nazionale, pur ritenendo le restrizioni opportune al fine di prevenire la diffusione della pandemia, manifesta la propria preoccupazione in merito alle ripercussioni che tali limitazioni possono avere all'interno delle strutture per persone con disabilità e anziane, se non opportunamente monitorate e controllate. La situazione espone, infatti, a elevato stress sia gli ospiti che gli operatori. Questo comporta un incremento del rischio di comportamenti conflittuali, di maltrattamento o di abuso degli strumenti di contenzione. Il Garante nazionale sta studiando collaborazioni e modalità di vigilanza di comportamenti inaccettabili di questo tipo.
Il Garante ha comunque richiamato l'attenzione nel merito di coloro che operano nel settore socio-sanitario e socio-assistenziale, raccomandando a tutte le Direzioni delle strutture e alle Autorità regionali di controllo di vigilare sulle strutture con massima attenzione, data la drastica riduzione del controllo informale esercitato dalla comunità esterna conseguente alle restrizioni all'accesso.
di Davide Manlio Ruffolo
La Notizia, 13 marzo 2020
Indulto e amnistia non portano da nessuna parte, bisogna investire nel sistema penitenziario. Il sottosegretario alla Giustizia, Vittorio Ferraresi, non ha dubbi.
Nelle carceri italiane ì detenuti sono in rivolta, protestano per le limitazioni ai colloqui con i familiari e per il timore di infettarsi; com'è adesso la situazione?
"Al momento, dopo le proteste e le rivolte, la situazione è rientrata in praticamente tutti gli istituti ed è sotto controllo, grazie soprattutto alla Polizia penitenziaria e a tutti gli appartenenti dell'Amministrazione penitenziaria, alle forze dell'ordine e alla magistratura".
C'è chi sospetta che dietro le sommosse simultanee ci sia una regia comune, è un'ipotesi plausibile?
"Diciamo che avere seimila detenuti che, quasi contemporaneamente e in tutta Italia, hanno dato luogo a proteste e rivolte violente, qualche dubbio lo crea. In più abbiamo visto associazioni sollecitare, incentivare e inneggiare alle rivolte quindi è un'ipotesi assolutamente plausibile. Per questo alcune situazioni sono sotto la lente della magistratura".
L'opposizione invoca misure drastiche, Salvini chiede "il pugno di ferro": è la soluzione per placare gli animi?
"Il pugno di ferro lo si doveva usare nelle assunzioni che in questi decenni sono venute meno per via dei mancati investimenti dei governi di cui la Lega ha fatto parte negli scorsi decenni. in questo momento è chiaro che deve essere mantenuta la fermezza rispetto a episodi violenti inaccettabili. Ci siamo mossi per garantire la salute dei detenuti e dei loro cari. In previsione della sospensione dei colloqui nei penitenziari, abbiamo permesso più telefonate e predisposto colloqui audio-visivi. Abbiamo fatto tutto il possibile per evitare i contagi e stiamo predisponendo tamponi per tenere la situazione sotto controllo. La gran parte dei detenuti ci sono venuti incontro, capendo il momento del Paese, altri evidentemente no, e hanno posto in essere violenze e atti criminali a cui lo Stato deve opporsi con fermezza ".
C'è chi punta il dito contro il sovraffollamento carcerario; c'è un nesso di causalità con le recenti rivolte?
"Si tratta di un problema atavico che deriva da decenni di incuria in termini di edilizia penitenziaria, di assunzione del personale e di politiche rieducative. Noi siamo intervenuti subito su questi tre punti, ma la situazione che ci siamo trovati davanti non è buona. Tuttavia non credo che queste rivolte siano dovute al solo problema del sovraffollamento".
Intanto detenuti e avvocati invocano indulti di massa per svuotare le carceri. Il ministro Bonafede ha risposto "no", condivide la linea del Guardasigilli?
"Certo che la condivido. Come abbiamo visto negli anni precedenti, indulto e amnistia non portano da nessuna parte. Bisogna migliorare le condizioni di vita all'interno degli istituti, avere più posti detentivi, potenziare la possibilità di lavorare all'interno e all'esterno dei penitenziari e assumere agenti di Polizia penitenziaria. Al momento abbiamo già finanziati e in parte assunto più di 2.500 agenti e presto ne arriveranno altri, oltre a più di 200 milioni di euro investiti per l'edilizia penitenziaria".
Ma c'è chi chiede le dimissioni del ministro e del capo del Dap...
"In questo momento di emergenza, questi sono comportamenti da irresponsabili e da sciacalli. Non accettiamo che chi ha creato queste problematiche ora ci venga a puntare il dito contro. Ci aspettiamo responsabilità per un momento non facile per l'intero Paese dovuto all'emergenza del Coronavirus e a queste rivolte, ma che può essere superato se restiamo uniti".
di Francesca Vianello
rivistailmulino.it, 13 marzo 2020
Di fronte alle condizioni in cui versa ormai da tempo il sistema penitenziario, afflitto da rinnovate condizioni di sovraffollamento, carenza di operatori e di risorse dedicati, inottemperanza alle principali direttive sulla tutela dei diritti, non è difficile comprendere le proteste di questi giorni. Sia quelle dei detenuti rinchiusi nelle sezioni abbandonate, dopo la chiusura delle attività, l'espulsione dei volontari e l'interruzione dei colloqui con le famiglie, sia quelle degli operatori esasperati e impotenti di fronte a una situazione diventata insostenibile.
La recente esplosione di veri e propri episodi di violenza non può che drammatizzare le posizioni di entrambe le parti: far uscire dal carcere più detenuti possibile, per chi auspica un indulto o un'amnistia; chiudere tutti dentro alle celle, revocando semilibertà e lavoro all'esterno, per chi rivendica il pugno forte.
Stiamo parlando di un sistema abbandonato dalla politica - trascorso l'entusiasmo degli Stati generali sull'esecuzione della pena e l'illusione di una riforma - che dopo un lungo periodo di relativa deflazione ha visto nuovamente aumentare la popolazione detenuta fino a superare la capienza disponibile. È quindi comprensibile che con l'occasione drammatica dell'attuale emergenza sanitaria si susseguano appelli e rivendicazioni da diverse parti: da chi, da osservatore attento delle condizioni di detenzione come le Camere penali, i Giuristi democratici o noti esponenti dei Radicali italiani, denuncia lo stato di abbandono del sistema penitenziario e chiede misure immediate di deflazione, a chi denuncia le condizioni di lavoro e di sicurezza in cui si trovano gli operatori, come le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria.
I dati ci restituiscono un sistema disastrato e abbandonato a sé stesso: un terzo della popolazione detenuta nel nostro Paese si trova in custodia cautelare, in una situazione di attesa, dentro istituti circondariali particolarmente sovraffollati e deteriorati, in condizioni di promiscuità assoluta, senza attività e senza lavoro. Più di ottomila persone condannate hanno una pena residua di meno di un anno; altre ottomila tra uno e due anni; altre seimila tra due e tre anni: complessivamente, più della metà dei 41 mila detenuti con almeno una condanna definitiva deve scontare una pena o un residuo pena di non più di tre anni. Sono tutte persone che potrebbero legittimamente avere accesso a misure alternative alla detenzione, all'affidamento in prova al servizio sociale, alla detenzione domiciliare o alla semilibertà (oggi estendibili fino ai quattro anni di pena) oppure a una nuova estensione della libertà speciale anticipata; persone che fra qualche tempo usciranno comunque e che potrebbero essere più proficuamente accompagnate all'esterno attraverso le misure che la legge già mette a disposizione.
Non c'è dubbio che il sistema sconta diversi problemi: una legislazione penale carcerocentrica, un allarme sociale cavalcato politicamente, un tessuto sociale del tutto impreparato ad accogliere. Probabilmente questo è il momento meno opportuno per far breccia nell'opinione pubblica, già spaventata, arrabbiata, e nervosa per l'epidemia in corso. Ma almeno sulla situazione sanitaria dovrebbe essere facile convergere: l'emergenza, assieme al Paese tutto, affligge anche questo carcere, popolato da donne e uomini che vivono a stretto contatto e in situazione promiscua, in condizioni personali e di salute vulnerabili e con un accesso limitato ai servizi medici. Sullo sfondo delle rivendicazioni umanitarie e di quelle politiche, come non riconoscere l'impellenza della prevenzione, della riduzione del rischio di contagio, della messa in sicurezza immediata?
Aspettando condizioni più favorevoli, va riconosciuto che le proposte di Antigone per fronteggiare l'emergenza legata al diffondersi del Coronavirus costituiscono il minimo indispensabile: affidamento in prova e detenzione domiciliare estese senza limiti di pena a tutti coloro che hanno problemi sanitari tali da rischiare aggravamenti a causa del virus; detenzione domiciliare per tutti coloro che già fruiscono della semilibertà. La prima proposta fa valere un principio minimo di salvaguardia della salute in una condizione in cui il sistema non è in grado di tutelare gli elementi più fragili e vulnerabili della popolazione detenuta (contenendo peraltro il rischio di successive e legittime richieste di risarcimento da parte di chi vedesse aggravarsi la propria situazione in virtù dell'inapplicabilità, in carcere, delle disposizioni ministeriali). La seconda conterrebbe il rischio di contagio legato all'andirivieni di chi trascorre la propria giornata fuori e rientra la sera per dormire in carcere, oltre a ridurre le presenze rendendo disponibili le sezioni attualmente riservate ai semiliberi.
Il potenziamento degli strumenti di comunicazione con le famiglie e l'estensione dei tempi delle telefonate non sono secondari, andando a contenere la preoccupazione per i propri cari e la sensazione di isolamento e abbandono, che non possono che inasprire gli animi e condurre alla disperazione. Le notizie di cronaca sono significative in questo senso: secondo la maggior parte dei testimoni (funzionari, volontari, familiari) esplosioni di rabbia e di violenza appaiono legate alla condizione di estremo sovraffollamento (diecimila detenuti in più rispetto alla capienza prevista), allo stato di tossicodipendenza (quasi un terzo della popolazione detenuta ne soffre, per lo più giovane, straniera), alla sensazione di isolamento e perdita totale del controllo sulla situazione. Ricordiamo che il carcere non è abitato solo dai detenuti: migliaia di poliziotti penitenziari e centinaia di funzionari giuridico pedagogici continuano ad entrare ogni giorno, in condizioni insalubri, senza adeguati dispositivi di prevenzione, in una tensione crescente e ardua da gestire.
Quando sarà superata l'emergenza sanitaria sarà necessario ritornare più forte di prima a chiedere l'attenzione della politica e un atteggiamento razionale da parte dell'opinione pubblica, che oggi è spaventata, arrabbiata, verosimilmente assai poco disponibile all'ascolto. Riprenderemo in mano i dati, quelle ventimila persone all'interno dei nostri istituti con pene o residui pena inferiori ai tre anni, e ricorderemo che queste persone, piaccia o meno, presto usciranno. Che senso può avere la chiusura che finora si è registrata nei loro confronti? Non sarebbe meglio lavorare nel progressivo e responsabile accompagnamento di queste persone all'esterno, invece che condurle a fine pena alla porta del carcere con il vestito che hanno addosso e un biglietto dell'autobus in mano, abbandonate a se stesse o, nel migliore dei casi, alle proprie famiglie? C'è chi sostiene che sia la pena finalizzata al reinserimento sociale ad esigerlo, qualcun altro è spinto da motivazioni religiose che fanno appello al perdono e alla clemenza, altri sono spinti da valutazioni economiche (che senso ha tutto questo investimento di risorse nel carcere chiuso per chi rientrerà presto in società?), ma è soprattutto chi è interessato alla propria sicurezza che dovrebbe rifletterci. A fronte di tassi di recidiva che si attestano in Italia attorno al 70%, le ricerche ci dicono che la fruizione delle misure alternative garantisce ovunque tassi decisamente inferiori (intorno al 20%).
di Luigi Fadalti*
Il Gazzettino, 13 marzo 2020
Il Decreto Legge n. 9, entrato in vigore il due marzo scorso, all'art. 10, co. XIV stabilisce che "sino alla data del 31 marzo 2020 i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati sono svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica".
Ne è seguita una rivolta violenta in almeno 27 istituti penitenziari, anche per la comprensibile preoccupazione che in un ambiente ristretto possa diffondersi in modo incontrollato l'epidemia da coronavirus. Le reazioni della politica sono state puramente e semplicemente isteriche e, soprattutto, non hanno considerato che la situazione nelle carceri è esplosiva da almeno 20 anni.
Pertanto, senza invocare gli storici principi affermati da Voltaire e da Beccaria, autori, peraltro, sconosciuti ai più, è necessario approcciarsi al tema con un'esatta conoscenza dei dati. Al 29 febbraio 2020 i detenuti in Italia sono 61.230 a fronte di una capienza di 50.931: restando vicino a noi, a titolo di esempio, a Treviso sono 205 laddove dovrebbero essercene 141; a Venezia, 275 quanto invece dovrebbero essere 159; a Padova Nuovo Complesso 593 invece di 438; sempre a Padova Casa Circondariale 215 in luogo di 171; a Vicenza 405 al posto di 286; a Verona 511 su una previsione di 335.
Dai dati del rapporto Space, che fotografa la situazione del sistema penitenziario negli Stati membri del Consiglio d'Europa, al 31.01.2018 risulta che in Italia, per ogni 100 posti disponibili, nelle carceri ci sono 115 detenuti e che tra il 2016 e il 2018 la popolazione carceraria italiana è aumentata del 7,5%. Inoltre, in Italia i detenuti in attesa di un primo giudizio o di una sentenza definitiva sono il 34,5% contro una media europea del 22,4%: i condannati per reati legati alla droga sono il 31,1% rispetto ad una media europea del 16,8% (e si veda perché e di cosa sono morti 12 detenuti).
A ciò si aggiunge una grave carenza di personale di polizia e degli altri ruoli dell'amministrazione penitenziaria. La polizia penitenziaria, nel 2016, ha subito un taglio lineare del proprio organico da 45.000 a 41.000 unità: inoltre il personale effettivamente in servizio è inferiore di 5.000 uomini anche rispetto al nuovo organico previsto (36.000 su 41.000).
Lo stesso dicasi per il personale dei ruoli psico-pedagogici, dei ruoli amministrativi e di tutti gli altri profili dell'amministrazione penitenziaria: a tacere, poi, del personale medico e paramedico. Negli istituti c'è in media un educatore ogni 80 detenuti e un agente di polizia penitenziaria ogni 1,8 detenuti, ma in alcune realtà si arriva a 3,8 detenuti per ogni agente (Reggio Calabria) o a 206 detenuti per ogni educatore (Taranto).
Si suicidano i detenuti, ma anche il personale che lavora in carcere: solo negli ultimi tempi si sono suicidati cinque poliziotti e un dirigente penitenziario. Al 31 dicembre 2019 risultano detenute 986 persone con un'età superiore ai 70 anni; al 30 giugno 2019 vi sono 6.216 detenuti con una pena residua da espiare non superiore a tre anni e 7253 con una pena residua non superiore a cinque anni. Tutti i dati citati provengono da fonti del Ministero della Giustizia.
La conclusione è abbastanza semplice: invece di parlare di amnistia e indulto (che richiedono un iter parlamentare lungo e maggioranze qualificate) sarebbe sufficiente intervenire con un Decreto Legge sul vigente Ordinamento Penitenziario prevedendo, a titolo di esempio, che gli ultrasettantenni e coloro i quali hanno un residuo da espiare non superiore a quattro anni siano posti, senza alcuna valutazione discrezionale e quindi in modo automatico, previo il solo accertamento della disponibilità di un luogo idoneo ad accoglierli, alla detenzione domiciliare.
Tutto ciò eccettuando, come ovvio, i soli responsabili di reati particolarmente gravi. Con questa semplice e veloce misura si alleggerirebbe la popolazione penitenziaria di almeno 7.000 unità. L'approccio politico, invece, è stato sinora all'insegna degli slogan. Va osservato, però, che ove vi è stato un intervento ispirato alla ragionevolezza, come ha fatto il magistrato di sorveglianza di Padova, lo schiamazzo è divenuto un dialogo. Non si cede alla minaccia approcciando razionalmente un problema reale: semmai si opera tardivamente, ma efficacemente.
*Avvocato
di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 13 marzo 2020
Tredici morti nelle prigioni italiane. La cifra è incerta, forse sono di più. I nomi fino a ieri nemmeno li conoscevamo. Sono passati quattro giorni dalla strage. Ieri, sembra, i nomi sono stati consegnati al garante dei detenuti. Il quale, probabilmente, si costituirà parte civile, se ci saranno dei processi.
Pare che esista una relazione del Dap ma non si sa chi la possiede. La stampa non ha avuto neanche l'ombra di una notizia. Per la verità non l'ha neanche pretesa. Neppure il Parlamento ha ricevuto informazioni. Neppure il Parlamento, sembra, le ha pretese. Tredici persone sconosciute sono sparite e ora giacciono al camposanto.
Tredici morti sono una quantità spaventosa. Succedeva negli anni Settanta, quando c'erano le grandi stragi: Piazza Fontana, Brescia, l'Italicus. In quelle occasioni era tutto il Paese a sollevarsi, a gridare, a entrare in lutto, a pretendere (seppure inutilmente) la verità. Questa volta i tredici morti erano tutti in carcere. Nelle mani dello Stato. Consegnati alla custodia dello Stato. Possibile che una strage così non susciti un moto formidabile di indignazione e una richiesta assillante di chiarimenti?
Mi ricordo che una ventina d'anni fa ero a Genova nelle giornate terribili del G8. Fu ucciso un ragazzo di poco più di vent'anni. Abbattuto da un colpo di pistola sparato da un carabiniere. Successe il pandemonio, giustamente, anche in Parlamento. Naturalmente ci si divise. Una parte dello schieramento politico difese la polizia e il ministro dell'Interno e gettò tutta la colpa sui dimostranti, e anche sul ragazzo - si chiamava Carlo Giuliani - che aveva attaccato una camionetta dei carabinieri. Un'altra parte, e tutta la stampa internazionale, si scagliarono contro il governo, il Pds, che era allora il partito dell'opposizione di sinistra, parlò di "macelleria messicana". Ci si divise, ma non si restò in silenzio. Si scatenò una furiosa battaglia politica.
L'altro giorno, in Parlamento, nessuna battaglia. Frasi fatte. Nessuna spiegazione, nessuna protesta dell'opposizione. Nessuna autocritica del governo. Sembrano tutti concordi sul fatto che le morti siano avvenute per l'effetto dell'assalto alle farmacie, e quindi mettiamoci una pietra sopra, come si faceva in alcuni paesi latinoamericani al tempo delle dittature (e in parte si fa ancora). Dicono: erano drogati, erano gentaglia in astinenza perché - interrotte le visite delle famiglie - si era interrotto il flusso illegale di droga nelle celle. Sono tutti morti di overdose. Praticamente suicidi. Non so se è così. Non so se è così per tutti e tredici. In ogni caso vorrei capire alcune cose, che magari hanno anche una spiegazione, ma occorrerebbe che questa spiegazione fosse fornita al pubblico.
Intanto vorrei sapere come mai se questi detenuti erano in overdose e in agonia si è deciso di trasferirli. Alcuni di loro risulta che siano morti durante il trasferimento. Qualcuno addirittura dopo il trasferimento. Si trasferisce un moribondo? Non è meglio portarlo in ospedale?
Seconda domanda. È vero che le tredici vittime della rivolta sono tutte straniere? È questa la ragione del silenzio? È ormai definito e pacifico che comunque la vita di uno straniero non ha lo stesso valore, né umano né giuridico né mediatico, della vita di un italiano?
Terza domanda. Se davvero, come in realtà è abbastanza probabile, le infermerie erano l'obiettivo della rivolta, almeno in alcuni di questi carceri, e se il motivo dell'assalto era procurarsi metadone da parte di prigionieri tossicodipendenti, oso chiedere: ma qui in Italia è considerata cosa normale, trovandosi di fronte a una persona evidentemente e pesantemente tossicodipendente, sbatterla in una cella anziché in una struttura adatta, in grado di aiutarla, di curarla? E questo comportamento - se effettivamente è così - è considerato compatibile con l'articolo 27 della Costituzione?
Poi ci sono le domande più generali che riguardano la politica carceraria di questi ultimi governi. Bisogna dire che il passaggio dal "verde" al "rosso" non ha cambiato molto. La linea resta la stessa, a dispetto del fatto che le truppe "rosse" di Zingaretti hanno sostituito quelle "verdi" di Salvini. Sembra quasi una maledizione: ormai su tutto ciò che riguarda la repressione la cloche è in mano esclusivamente ai 5 Stelle.
Le domande generali riguardano la costituzionalità del carcere, almeno del carcere come funziona adesso. E in particolare il problema del sovraffollamento, che rende del tutto illegali le nostre prigioni. Non volete l'indulto, perché temete di perdere qualche voto? Ho capito. Almeno prendete in considerazione le proposte ragionevolissime che abbiamo avanzato ieri, insieme alle Camere Penali, e che potrebbero portare in pochi giorni alla liberazione di circa 20 mila detenuti, e alla attenuazione del fenomeno ormai dilagante delle celle-carnaio.
di Massimo Filipponi
gnewsonline.it, 13 marzo 2020
"Avete certamente portato all'attenzione della Nazione le vostre difficoltà, le vostre sofferenze, ma lo avete esternato in una modalità sbagliata". Queste le parole di don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri, che si è rivolto a tutti i detenuti attraverso una lettera aperta.
"Ora è il momento di ritornare in voi stessi, placando la rabbia e facendo prevalere il dialogo e la responsabilità comune - aggiunge don Grimaldi -. In questo momento di grande smarrimento per il nostro Paese, la sofferenza che tutti stiamo vivendo ci invita a una grande responsabilità per poter affrontare insieme questo tempo di paura e di angoscia".
In un altro passaggio della lettera l'ispettore generale dei cappellani delle carceri osserva: "Proprio davanti alle continue manifestazioni di violenza avvenute in diverse carceri italiane, mi sono chiesto come fosse possibile che una violenza così incontrollata sia esplosa, con rabbia, tra le mura delle carceri. Sicuramente alla base ci sono le valide ragioni delle richieste che da tempo non vengono ascoltate e alle quali non si è data pronta risposta. Sappiamo tutti che le lentezze burocratiche uccidono la speranza".
"Nelle carceri ci sono tantissime persone che lavorano per voi, per il vostro bene, che aiutano ad affrontare quotidianamente il vostro disagio - spiega don Grimaldi. Loro sono i vostri compagni di viaggio e tra questi vi sono i cappellani e tutto il mondo del volontariato che ogni giorno vi incontra e profonde ogni sua energia con amore per donarvi la carezza di Dio Padre che non giudica, ma guarisce e perdona".
"Molti di voi non sono stati, in questa occasione, strumento di Pace e di mitezza, ma si sono lasciati travolgere da una spirale di violenza senza precedenti; hanno distrutto e mandato in macerie i sacrifici di molti, tradendo la fiducia di coloro che vi accompagnano nel reinserimento futuro. Con violenza incontrollata sono stati distrutti l'ambiente e i luoghi di lavoro o di aggregazione - rileva ancora il capo dei cappellani-. Con la violenza non si va molto lontano".
"Oggi, in molte carceri, ci sono i resti di macerie che hanno creato una voragine di sfiducia e aumentato nelle persone, fuori e dentro le mura, la diffidenza verso di voi - dice ancora -. Alcuni vostri compagni hanno trovato la morte mentre, anche tra gli agenti di polizia penitenziaria, si sono registrati diversi feriti. In questo momento, come sacerdote e a nome dei vostri cappellani, vorrei dirvi con forza e con passione: "Ritornate sui vostri passi! Siate uomini e donne responsabili, attendete le risposte con pazienza. Superate questo momento di delusione e di sconforto per tutti con un gesto di vera riconciliazione, offrendo la vostra volontà, la vostra disponibilità anche a riparare ciò che avete distrutto".
"Al Governo - conclude l'ispettore dei cappellani - chiedo di spalancare lo sguardo di Misericordia affinché possa ascoltare il vostro grido di dolore e possa darvi risposte equilibrate, per superare pacificamente la crisi e l'emergenza che tutti stiamo vivendo".
di Walter Verini
huffingtonpost.it, 13 marzo 2020
Nell'incubo collettivo che stiamo vivendo, la situazione delle carceri - drammaticamente esplosa - continua a rimanere incandescente. E richiede interventi urgenti. Immediati: perché è giusto e per la sicurezza - intesa anche come tutela della salute - degli agenti di polizia penitenziaria e di chi lavora negli istituti di pena. Per quella delle persone detenute.
E quindi per la sicurezza di tutta la collettività. Ma anche proprio per evitare che filiere di organizzazioni criminali possano spadroneggiare all'interno delle carceri, soffiando sul fuoco, "guidando" rivolte, come è possibile sia avvenuto. Occorre togliere loro il brodo di coltura nel quale rabbia, mancanza di dignità, disperazione, sovraffollamento sono la miccia perennemente accesa.
È evidente, non da oggi, come l'attuale guida del Dap non abbia garantito come sarebbe stato necessario la tenuta del sistema. Che però, va detto, ha problemi strutturali, aggravati negli ultimi due anni. Cambiare la guida del Dap si può fare. Probabilmente sì dovrà. (E intanto magari si riempia subito la casella vacante del vicecapo). Ma brandire la richiesta di "teste" come fanno le forze della destra forcaiola senza mettere in discussione le cause strutturali è semplicemente ipocrisia.
Da chi dirige il Dipartimento ci aspettiamo, innanzitutto, parole chiare su cosa sia successo. Sul perché la catena di comando non abbia funzionato. Se e quali sono state le sottovalutazioni e le responsabilità di queste. E parole di garanzia sulle misure per evitare il ripetersi di violenze, devastazioni, atti criminali, fughe ed evasioni.
Abbiamo oggi la certezza che immagini allucinanti come quelle nel carcere di Foggia o in qualunque altro non si vedano più? E sarà giusto anche trarre le conseguenze ed adottare misure per restituire autorevolezza ed efficacia alla catena di comando. Il cui vertice è anche il riferimento delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria, che ogni giorno lavorano in condizioni difficilissime.
Occorrono al più presto misure contro il sovraffollamento. Subito. Anche per l'emergenza e la prevenzione sanitaria. Se ci fosse bisogno, Dio non voglia, di mettere in quarantena detenuti a tutela di se stessi, della popolazione carceraria, degli agenti di custodia, dove sarebbero gli spazi? Muoversi subito, dunque, per attuare al meglio i protocolli di sicurezza.
Chi agita il tema di provvedimenti come amnistia e indulto (mi riferisco a chi lo fa in buona fede) a nostro parere sbaglia due volte. La prima, perché si creano illusioni, aspettative destinare a alimentare pericolosamente delusioni, frustrazioni, ulteriore rabbia. La seconda, perché i provvedimenti potrebbero ipoteticamente riguardare migliaia e migliaia di persone, tanta parte delle quali priva di relazioni, residenza, domicilio, occasioni di lavoro. Una bomba sociale, aggravata dal periodo di emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Una bomba che, tra l'altro - per il solo essere maldestramente evocata - sta dando fiato in queste ore ai fautori del "buttiamo via la chiave".
Ma altri provvedimenti immediati si possono adottare. Li decida il ministro Bonafede, condividendoli con la cabina di regia operativa - della quale fa parte anche il Garante dei detenuti Palma - istituita accogliendo la proposta del Pd.
Mentre si adottano misure nei confronti dei veri responsabili dei disordini e delle azioni criminali, si potrebbe consentire ai detenuti in semilibertà che escono per andare al lavoro di dormire al domicilio. Così come si potrebbe tenere conto della buona condotta e delle relative relazioni di Direttori e magistrati di sorveglianza per far scontare ai domiciliari gli ultimi mesi di coloro che sono nell'imminenza del fine pena. Si potrebbe intensificare subito l'utilizzo dei braccialetti elettronici. Sono ipotesi di lavoro da verificare e decidere. Insieme ad altre. Potrebbero allentare la tensione, liberare spazi oggi oltre il limite dell'umano.
Dare risposte alla stragrande maggioranza della popolazione carceraria che non ha partecipato ai disordini e alle devastazioni. Sono stati giustamente sospesi i colloqui, ma è necessario garantire effettivamente (non solo con circolari burocratiche, ma con il dialogo, l'informazione) più telefonate, più collegamenti Skype. E insieme a questo, subito più agenti, più psicologi, più mediatori culturali. E magari si nominino direttori effettivi e a tempo pieno nelle decine di istituti in cui dirigono "a scavalco".
Ecco, dopo le rivolte, le morti, le devastazioni, nessuno deve dire "siamo tornati alla normalità" se normalità significa migliaia di persone in più della capienza, persone ammassate in pochi metri quadrati. Per questo ieri in Parlamento abbiamo letto un brano della "fotografia" cruda fattaci da Luigi Manconi in questi giorni.
Oltre il dramma dell'emergenza sanitaria, il tema di una pena certa, ma tesa alla rieducazione e al reinserimento nella società va riproposto, rilanciato e attuato. Pene alternative per reati di non grave allarme sociale, messa alla prova, detenzione in carceri nelle quali si rispetti la dignità sono questioni non più eludibili. Investire in umanità non è solo un dovere costituzionale e di civiltà. Significa anche investire nella sicurezza di tutti: chi esce da una pena con un trattamento adeguato, con un diploma in mano, con un lavoro appreso, ha pagato il suo debito con la società e difficilmente torna a delinquere.
di Adriano Sofri
Il Foglio Quotidiano, 13 marzo 2020
Nel minuzioso elenco di locali che devono restare chiusi per far fronte al contagio non ci sono le prigioni: naturalmente, le prigioni sono chiuse per definizione. Dentro, 63 mila persone aspettano l'ingresso del contagio, ammesso che non sia già avvenuto. Come stare sotto una diga colossale su cui si guardino precipitare le frane e spalancarsi le crepe.
Come una Longarone avvisata della rovina, e impedita di evacuare la valle. Se succederà - temo che succeda, è logico prevedere che possa succedere, sarebbe una fortuna inspiegabile se non succedesse - le autorità competenti dovranno risponderne penalmente. Sarà difficile imputare qualche carcerato di tentata evasione, quando venisse il tempo di imputare i carcerieri per omicidio premeditato o strage. Parole troppo forti? Spero che sia così.
In questi giorni mi sono ricordato - il mio corpo se n'è ricordato - di una sensazione peculiare di chi sta in galera: la consapevolezza che chiunque sappia dove lui, o lei, si trova in ogni momento della sua giornata. In che città, in che strada, in che carcere, in che cella. È uno dei modi più singolari e inquietanti di avvertire la privazione della libertà. Il cui primo significato è la libertà di movimento. Ora pressoché tutti, costretti a una reclusione domestica che è peraltro, per chi abbia casa e conviventi amati, un meraviglioso privilegio, pressoché tutti possono provare quella sensazione. Tutti sanno dove stanno tutti, stanno a casa loro: il panopticon universale.
La tracciabilità cui già ci stavamo tristemente assuefacendo, pedinati da noi stessi, dai nostri telefoni intelligenti, è improvvisamente universale. Come se - provvisoriamente, si assicura, e per una causa di forza maggiore - tutti facessero esperienza della carcerazione.
Ma i liberi che restano a casa lo fanno per difendersi dal contagio; i detenuti delle carceri non hanno un angolo in cui rifugiarsi per sventare il contagio che incombe. Qualcuno dei liberi ne ricaverà una ulteriore soddisfazione per la differenza fra lui e "i delinquenti". Qualcun altro forse, al contrario, riuscirà a sentire un'affinità, l'insinuazione di una solidarietà da animali in trappola.
bolognatoday.it, 13 marzo 2020
Comunicato congiunto dei sindacati della polizia penitenziaria: tutte le sigle chiedono misure urgenti. Muri bruciati, finestre rotte. "Così non si può andare avanti". Sono categorici i sindacati della polizia penitenziaria, che in una lettera a firma congiunta di tutte le sigle Sappe, Uil-Pa, Sinappe, Fns Cisl, Fsa cnpp, Fp Cgil, chiedono a gran voce la chiusura del reparto che nei giorni scorsi ha dato il via alla rivolta, costata la morte di un detenuto, e il ferimento di altri carcerati e agenti.
"Oggi, più che mai, non è possibile poter continuare a far operare, in quella struttura" chiosano i penitenziari, nella missiva inviata al prefetto, al sindaco e alle autorità carcerarie. Dentro la sezione giudiziaria - ove sono reclusi gli imputati in attesa di giudizio e i condannati a pene brevi "è stato incendiato di tutto, saccheggiato ambulatori sanitari dove gli stessi ristretti si sono impossessati di siringhe, attrezzature mediche atti ad offendere (Bisturi, forbici...) ed una grandissima quantità di medicinali e psicofarmaci".
Venendo ai detenuti la situazione è descritta come fortemente esplosiva: "Allo stato attuale i detenuti nel reparto giudiziario sono chiusi H24, non hanno telefoni per poter effettuare colloqui telefonici con le proprie famiglie, non ci sono ambulatori medici".
Inoltre, "gli agenti, che sono le vere vittime di questa rivolta, sono costretti a lavorare in ambienti insalubri ed all'aperto senza suppellettili e senza strumentazioni. Tutto ciò, e ne siamo certi, contribuirà ad aumentare seriamente i rischi di nuovi disordini e di aggressioni al personale".
Per tali ragioni, i sindacati della polizia penitenziaria chiedono "con urgenza, l'immediata chiusura del Reparto Giudiziario al fine di intervenire per mettere in sicurezza l'Istituto, informandovi sin da ora che, per tutto quello che accadrà nei prossimi giorni, ne sarete i diretti responsabili".
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 13 marzo 2020
I decreti restrittivi mettono in crisi mense e ricoveri notturni. Non solo persone intubate negli ospedali e cittadini rinchiusi in casa terrorizzati dal contagio. Il Coronavirus rischia di mietere altre vittime invisibili: i poveri. Emarginati, senza fissa dimora, migranti sono i più esposti al pericolo, indipendentemente dal contagio. Per rendersene conto basta fare un giro tra le mense Caritas e nei ricoveri notturni, strutture al collasso, che i decreti restrittivi imposti giustamente dal governo hanno reso di difficile accesso.
"Abbiamo raggiunto un accordo per continuare a distribuire i pasti", ci spiegano dall'ufficio Comunicazione della Caritas romana, "ma dopo l'ultimo decreto non possiamo più servirli all'interno delle nostre strutture". Quasi impossibile garantire il rispetto delle norme sulla distanza di sicurezza tra un commensale e l'altro, l'unica alternativa è preparare delle porzioni preconfezionate da consumare in strada, facendo comunque attenzione a evitare assembramenti al momento della distribuzione.
"Chiediamo in continuazione di rimanere a un metro di distanza, ma è davvero complicato. Chi ha la fortuna di avere un'abitazione torna a mangiare a casa, agli altri non resta che rimanere all'aperto". Sì, all'aperto, dove la maggior parte degli avventori è già abituata a vivere. Ed è proprio questa esposizione al rischio quotidiano che rende i senza fissa dimora, spesso vittime di un sistema immunitario già fragile, i più vulnerabili di fronte a un eventuale contagio, attivo e passivo. Una popolazione sommersa che solo a Roma conta quasi 8 mila persone. E tra i danni collaterali dei decreti emergenziali c'è la chiusura dei bar e delle rosticcerie, dove chi non ha niente riusciva a ottenere cibo gratuito a fine serata, una rete di protezione sommersa ma indispensabile.
Le organizzazioni di volontariato fanno i salti mortali per garantire i servizi essenziali alle persone in difficoltà, ma gli stessi utenti sembrano smarriti e non affollano più le mense come prima. Nella sola struttura di Colle Oppio, al centro della Capitale, abituata a servire circa 500 pasti a pranzo, da qualche giorno non si presentano "più di 400 persone, ma anche qualcosa in meno". Numeri in calo anche alle Caritas di Ostia e di Via Marsala, alle spalle della stazione Termini.
"Alcuni hanno probabilmente paura del contagio ed evitano di venire", è una delle spiegazioni. Non l'unica, però, perché la diffusione del Covid ha imposto la chiusura dei centri d'ascolto, il primo presidio sul territorio, spesso l'unico, nella lotta al disagio sociale. È al centro d'ascolto che i cittadini si rivolgono per accedere ai servizi della Caritas: pasti, beni di prima necessità, a volte semplice conforto.
Diretta conseguenza della serrata: lo stop agli ingressi nei centri d'accoglienza, a cominciare dall'ostello "don Luigi Di Liegro", oltre 200 posti letto. "Non possiamo accettare nuove richieste e abbiamo bloccato le uscite. A chi è dentro chiediamo di non andare all'esterno per rispettare le regole sull'emergenza". Niente turn over per avere un tetto sulla testa, dunque, chi rimane fuori deve provare a bussare ad altre porte.
Ma i problemi provocati dal virus non finiscono qui per chi vive senza protezioni economiche e sociali. Oltre alle mense e ai ricoveri, infatti, rischia di andare in tilt il sistema dei "giri notturni" per offrire beni di prima necessità e assistenza medica ai clochard. "I volontari stanno diminuendo", spiegano ancora dalla Caritas, comprendendo le paure di chi non se la sente di esporsi al rischio contagio.
L'esercito spontaneo degli aiutanti notturni è infatti composto da molti over 60, pensionati altruisti ma consapevoli di rientrare tra le fasce generazionali più vulnerabili. Per scongiurare il peggio interviene direttamente la Santa Sede, che ieri ha donato 100mila euro alla Caritas Italiana per un primo significativo soccorso. "Tale somma vuol essere un'immediata espressione del sentimento di spirituale vicinanza e paterno incoraggiamento da parte del Santo Padre verso tutti quei servizi essenziali a favore dei poveri e delle persone più deboli e vulnerabili della nostra società", si legge su una nota del Vaticano.
Ma a prendersi cura degli ultimi c'è anche la comunità di Sant'Egidio, presente su tutto il territorio nazionale, con programmi di assistenza di ogni genere. "Ci prendiamo cura dei senza fissa dimora ma anche degli anziani che non possono uscire di casa: li contattiamo telefonicamente per vedere se hanno bisogno di qualcosa e se è necessario portiamo a casa farmaci o la spesa", spiega Roberto Zuccolini, portavoce della Comunità.
Per il momento Sant'Egidio non ha subito gravi traumi dall'entrata in vigore dei decreti. Mense e ricoveri continuano a funzionare a pieno ritmo. "Per la distribuzione dei pasti siamo riusciti a distanziare bene i tavoli, abbiamo imposto un lavaggio accurato delle mani prima dell'ingresso in sala, e noi continuiamo a svolgere il nostro servizio con le mascherine al volto", dice ancora Zuccolini. A pieno ritmo anche i centri per lo smistamento dei pacchi alimentari e dei generi di prima necessità, grazie alla presenza assidua dei volontari, magari spostati a gestire l'emergenza ma provenienti da altri progetti.
E chi non trova un tetto all'Ostello della Caritas può sempre bussare alle porte della chiesa di San Callisto, a Trastevere, dove la Comunità di Sant'Egidio organizza d'inverno l'accoglienza contro il freddo. "In tre anni sono passate tantissime persone dalla Chiesa che a sera si trasforma anche in una piccola mensa, prima di diventare ricovero notturno", racconta il portavoce Zuccolini. "L'unica differenza rispetto a prima è che abbiamo distanziato ulteriormente i letti, con misure igienico sanitarie più stringenti, ma funziona bene. Almeno a Roma. Che io sappia solo a Pescara abbiamo dovuto chiudere un ricovero notturno", spiega. "Ma lasciare la gente in strada non è un bene. La nostra azione aiuta anche a contenere il virus, perché oltre a fornire un tetto informiamo le persone che si rivolgono a noi e imponiamo norme igieniche", conclude Zuccolini. La lotta all'esclusione e quella al contagio non possono che andare di pari passo.
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