di Giulia Sacchi
Messaggero Veneto, 3 febbraio 2020
Partito il cantiere per la costruzione della Rems. Un milione di investimento La struttura prenderà il posto del Centro di salute mentale di via Colle. È partito il cantiere per la costruzione della Rems di via Colle a Maniago, ossia della Casa di cura e custodia per ospitare i detenuti degli ex ospedali psichiatrici giudiziari: sul piatto un milione di euro. Il termine previsto per le opere è il 31 maggio 2021: il Centro di salute mentale sarà demolito e al suo posto troverà spazio la Rems. L'area ubicata nelle vicinanze dell'ospedale è stata transennata e hanno preso il via i primi interventi.
Del progetto si parla da almeno cinque anni: il piano ha acceso il dibattito sia politico sia tra i cittadini. Questi ultimi hanno persino indetto una petizione e raccolto 250 firme per dire "no" alla struttura. I timori riguardano la sicurezza del personale che opera all'interno, dei pazienti e dei residenti nella città del coltello. Le Rems sono strutture residenziali con funzioni terapeutico-riabilitative e socio-riabilitative, con permanenza transitoria ed eccezionale: l'internamento, comunque, è applicabile soltanto nei casi in cui siano acquisiti elementi dai quali risulti che è la sola misura idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla pericolosità sociale dell'infermo o seminfermo di mente.
Dall'opposizione che sedeva in consiglio durante il precedente mandato di Andrea Carli, della quale oggi è rimasta in assemblea civica solamente Ilia Franzin, era stata avanzata anche la richiesta all'esecutivo di contemplare la possibilità di trovare un'altra ubicazione per la Rems: come nuova location era stata proposta l'area del nuovo carcere di San Vito al Tagliamento. Ma la maggioranza aveva respinto la richiesta di trasferimento. Avallata, invece, l'istanza della minoranza di potenziare la sicurezza, con un incremento delle forze dell'ordine. Questo visti gli episodi registratisi nell'edificio che ospita detenuti degli ex ospedali psichiatrici giudiziari (il primo paziente aveva accusato una crisi e rotto alcuni oggetti).
La richiesta di rafforzare la sicurezza era stata formulata dal gruppo Maniago civica (Francesco Busetto, Laura Di Bernardo e Massimiliano Tramontina) e sostenuta da tutta l'opposizione attraverso una mozione discussa in una seduta di consiglio. La minoranza aveva messo in luce che quello della Rems a Maniago è un piano fallimentare, in quanto struttura e ubicazione non sono giusti. Si era parlato di una scelta calata dall'alto, cui l'esecutivo Carli non si è opposto.
Al di là delle singole posizioni, l'iter è proseguito e ora si è arrivati al cantiere: le tempistiche, nel 2015, erano parse più strette di quelle che si sono concretizzate, come spesso accade quando si tratta di lavori. In un primo tempo, era stato ipotizzato che le opere sarebbero partite nel 2017. Il nuovo cantiere sarà oggetto di discussione durante gli incontri pubblici che la giunta organizza con la popolazione e che quest'anno arrivano in ritardo rispetto al passato: se ne parla per la primavera
tp24.it, 3 febbraio 2020
"Mio marito stava male, sempre peggio, eppure non è stato mai portato in ospedale. Dicevano che aveva il fegato ingrossato e lo curavano solo con una dieta specifica, leggera e senza fritture e con della tachipirina, quando c'era.
Il medico diceva che le sue non erano condizioni da ricovero in ospedale. Purtroppo mio marito è morto il 2 gennaio 2020, dopo qualche giorno di ricovero all'ospedale di Voghera, dove, mi è stato detto invece che aveva un tumore ed era pieno di metastasi".
Chi parla del calvario del marito e del suo tragico epilogo di appena un mese fa, è la moglie di Salvatore Giordano, 54 anni, palermitano, padre di due figli e nonno di tre nipotini. L'uomo si trovava in carcere da due anni e sei mesi, era stato arrestato a Palermo il 19 luglio del 2017 con l'operazione "Mare Dolce 1". È stato per quattro mesi rinchiuso in carcere nel capoluogo, poi trasferito a Trani per un mese e poi a Voghera. La moglie era andata a trovarlo l'ultima volta il 13 novembre, poi la condizione fisica è drammaticamente peggiorata a dicembre.
"L'ho sentito il 22 dicembre al telefono per la chiamata settimanale - ci racconta la donna. Mio marito dalla voce era molto strano e si percepiva che stava male. Impauriti, io e mio figlio partiamo all'indomani. Arrivati alle porte del carcere di Voghera chiediamo notizie ma non ci danno informazioni, solo dopo vari solleciti e vedendo che non cedevamo ci hanno detto di fare il colloquio l'indomani. Nonostante le mie proteste non c'è stato niente da fare, vado via a dormire a casa di mia sorella e solo allora, in serata, veniamo a sapere che lo hanno portato in ospedale".
La vigilia di Natale i familiari hanno trovato Salvatore Giordano in condizioni devastanti. Non riconosceva nessuno, diceva qualche parole senza senso, magrissimo, pieno di macchie cutanee rosse, con le unghia lunghissime e munito di un pannolino: ha il tumore al fegato di grosse dimensioni con tanto di metastasi. Parlando con un medico dell'ospedale, i familiari hanno appreso che la situazione era già compromessa da diverso tempo e l'aggravamento non era di certo avvenuto nelle poche ore di degenza in ospedale. A quel punto la moglie e il figlio hanno sporto denuncia a carico dell'amministrazione penitenziaria del carcere di Voghera, per eventuali negligenze nella cura.
"Abbiamo saputo che mio marito all'interno del carcere veniva aiutato da altri detenuti - continua nel suo racconto la donna - e che questi hanno fatto anche delle proteste, affinché venisse portato in ospedale, ma le richieste dei compagni di carcere non sono mai state ascoltate. Dopo che hanno fatto una tac ci hanno dato conferma del tumore al fegato, abbiamo anche presentato istanza di scarcerazione in quanto non era più idoneo al carcere e ci hanno risposto che doveva vederlo un dottore inviato da Palermo per certificare il tutto, ma che poteva venire a Voghera da giorno 8 gennaio in poi. Purtroppo mio marito è morto il 2 gennaio senza poter essere scarcerato".
La storia di Salvatore Giordano neanche dopo la morte è semplice. Una funzionaria dell'amministrazione penitenziaria dice alla moglie che devono eseguire l'autopsia su corpo del marito. Dopo appena un'ora dalla morte si portano via la salma.
"Sembrava una retata - ci dice la moglie - e lo trasferiscono a Pavia". Il corpo è stato poi consegnato alla famiglia il 13 gennaio, che a proprie spese lo ha poi portato da Pavia fino a Palermo. Ad oggi, nonostante le richieste fatte dall'avvocato della famiglia Giordano, non è ancora avvenuta la consegna della cartella clinica né tantomeno l'esito dell'autopsia.
La moglie di Giordano chiede giustizia per suo marito, per i suoi figli e i nipoti per cui Giordano stravedeva. Denuncia anche il fatto che il marito nel periodo detentivo era stato trovato con due ematomi interni, due lividi ai fianchi e alcune strisce nere alle gambe. La vicenda di Giordano è stata denunciata e resa pubblica anche dall'associazione Yairaiha Onlus.
"Purtroppo - afferma Sara Berardi, presidente dell'associazione Yairaiha - la storia di Salvatore Giordano non importerà a nessuno. Non ai responsabili, non alla stragrande maggioranza della società. Era un detenuto, qualcuno che 'qualcosa aveva fatto per essere lì', un uomo che per lo Stato non aveva più diritto di essere curato. Importerà alla sua famiglia, a noi e pochi altri. E non ci arrenderemo mai di fronte a questa barbarie; continueremo a lottare anche per lui".
Qualsiasi reato o crimine commesso, non giustifica quello che è accaduto. La vita di ogni uomo deve essere rispettata e tutelata sempre, fuori e dentro ad un carcere. Se così non avviene, se così non è avvenuto nel caso di Salvatore Giordano, qualcosa sicuramente non ha funzionato nelle fondamenta della vita democratica e civile del nostro Paese. Quello alla salute e all'assistenza sanitaria è un diritto fondamentale di tutti gli uomini.
ilpiccolo.net, 3 febbraio 2020
L'assessore regionale Chiorino: "Con queste misure la Regione dà anche una grossa mano ai Comuni che hanno sempre più bisogno di personale, oltre che venire incontro alle esigenze di determinate categorie di persone". Sostenere le persone over 58 alle quali, magari, mancano pochi mesi di contributi per maturare il diritto a percepire la pensione e, nello stesso tempo, favorire concretamente i Comuni che hanno un sempre più bisogno di personale, offrendo anche la possibilità, a chi ha sbagliato e sta pagando la propria pena, di lavorare in modo da acquisire competenze utili per quando tornerà in libertà.
Sono 761 le persone disoccupate residenti in Piemonte, con un'età superiore a 58 anni, che presto saranno inserite in cantieri di lavoro della durata di un anno, nel proprio Comune di residenza, grazie a progetti degli Enti locali approvati dalla Regione. Lo stanziamento complessivo da parte della Regione ammonta a 6,138 milioni di euro da spendere in due anni di attività. Possono partecipare a questa misura di politica attiva le persone "over 58", residenti in Piemonte in modo continuativo da almeno 12 mesi, non occupate e non ancora pensionate, non inserite in un cantiere di lavoro e che non percepiscono alcun ammortizzatore sociale.
I progetti approvati sono in totale 206, suddivisi nei quattro ambiti territoriali: per Alessandria-Asti ne sono previsti 41 che occuperanno 130 cantieristi. Le persone inserite nel cantiere percepiranno un'indennità lorda giornaliera di 29,70 euro, per un massimo di 30 ore di lavoro a settimana. L'assegno sarà erogato dall'Inps al lavoratore. I Comuni dovranno coprire le spese per la sicurezza nel luogo di lavoro e le coperture assicurative, e dovranno sostenere i costi degli oneri previdenziali, che saranno poi rimborsati dalla Regione.
Il Comune di Alessandria è in graduatoria con i progetti "Mi curo di te - in simbiosi con l'ambiente!" che occuperà 6 persone e "I depositi librari della biblioteca civica Francesca Calvo - Interventi di conservazione preventiva" per il quale sono richiesti 3 cantieristi. Clicca qui per tutti i progetti per over 58.
Ammontano invece a 448 mila euro i fondi destinati a 26 progetti presentati da Comuni e Unioni di comuni piemontesi, per realizzare cantieri di lavoro rivolti a persone sottoposte a regime di restrizione della libertà. I progetti prevedono di inserire 72 persone. Gli enti locali titolari di progetto devono mettersi in contatto con l'autorità giudiziaria, che selezionerà i candidati da ammettere al cantiere, siano essi detenuti siano persone che stanno scontando la loro pena all'esterno del carcere.
Sono quattro i cantieri che saranno attivati nell'ambito 2, con le province di Alessandria e Asti (Villadeati, Asti, Casale Monferrato, Unione Terre del Tartufo). Clicca qui per i progetti per i detenuti. Ma come possono essere utilizzati i "cantieristi" dai Comuni?
I cantieri di lavoro possono essere svolti interventi nell'ambito ambientale (valorizzazione del patrimonio ambientale attraverso attività forestali e vivaistiche, di rimboschimento, di sistemazione montana, di tutela degli assetti idrogeologici; valorizzazione del patrimonio pubblico urbano, extraurbano e rurale, compresa la manutenzione straordinaria), per la salvaguardia dei beni culturali e artistici (attività di salvaguardia, promozione, riordino o recupero di beni librari, archivistici, artistici di interesse storico e culturale), nel settore del turismo (attività presso uffici o sportelli di promozione e informazione turistica di comuni o di altri enti locali, attività di allestimento e custodia di mostre relative a prodotti del territorio organizzate da enti locali) e infine per I servizi di utilità pubblica o sociale, come accudimento delle persone anziane e servizi a favore delle persone con disabilità.
di Selene Pascasi
Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2020
Chi non versa l'assegno stabilito ai figli minori o all'ex partner che abbia bisogno di sostegno non è passibile di sanzione solo sul piano civilistico: si rischia anche di commettere il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Lo prevede l'articolo 570 del Codice penaleche punisce, con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1.032 euro, chi "abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, alla tutela legale o alla qualità di coniuge", facendo mancare, si legge nel comma due, "i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa".
La norma è chiara, sì, ma le variabili sono molte e non è detto che la trascurata corresponsione dell'assegno abbia valenza penale. A chiarire quando e come scatta la condanna sono le pronunce dei giudici.
I presupposti del reato - Perché si configuri il reato a danno dei figli minori non occorre dimostrare il loro stato di bisogno, che è presunto per età (Corte d'appello di Napoli, 4249/2019; Corte d'appello di Palermo, 3149/2019). Per le stesse ragioni, non serve affannarsi a provare che al bambino stiano provvedendo l'altro genitore o parenti prossimi, perché la condizione di bisogno non può dirsi cessata per il fatto che altri se ne occupino (Corte d'appello di Palermo, 3285/2019): l'obbligo contributivo grava su entrambi i genitori (Tribunale di Vicenza, 710/2019). Pertanto, non verranno indagate le capacità proporzionali di ogni coniuge di concorrere a soddisfare i bisogni dei figli (Tribunale di Genova, 2402/2019).
D'altro canto, la trasgressione dei doveri di mantenimento fissati dal giudice civile non integra sempre e automaticamente il reato. Il motivo è intuibile: la somma calcolata in sede di separazione o al momento della definizione dei singoli doveri di contribuzione copre più di quanto occorre per la sussistenza del minore, mentre il Codice penale sanziona l'aver fatto mancare ai figli o al coniuge il denaro strettamente necessario per la loro esistenza (Tribunale di Lecce, 1967/2019).
La giurisprudenza, tuttavia, ha nel tempo ampliato la nozione di mezzi di sussistenza finendo per includere non solo il vitto, l'alloggio, il vestiario e le cure mediche ma anche tutti quei mezzi che consentono alla prole di soddisfare le esigenze quotidiane: come i canoni per le utenze, le spese per i libri d'istruzione, i medicinali, i costi per il trasporto e la comunicazione; tutto ciò a prescindere dalle condizioni sociali o dal pregresso tenore di vita (Cassazione, 48910/2019).
I motivi per l'assoluzione - A rispondere del reato è solo chi ha fatto mancare i mezzi di sussistenza ai familiari pur avendone la capacità economica (Tribunale di Trieste, 1145/2019). Per liberarsi dalle accuse occorre quindi produrre documenti che attestano la concreta impossibilità di onorare gli impegni. Al genitore rimasto senza lavoro, ad esempio, non basta certificare la condizione di disoccupazione se non produce altri carteggi da cui si evince l'oggettiva incapacità di adempiere (Tribunale di Trento, 511/2019). Si sfugge, in sintesi, a responsabilità penale solo se si accerta l'assoluta, persistente e non colpevole indisponibilità di introiti (Tribunale di Trieste, 633/2019), che è esclusa se, ad esempio, emergono incassi in nero (Cassazione 49979/2019). Mentre evita la condanna chi è affetto da patologie che gli impediscono di esercitare la libera professione e, di conseguenza, non può assolvere ai suoi obblighi (Tribunale di Lodi, 11 marzo 2019). Nessun reato, poi, se gli ex coniugi si sono attenuti ad accordi transattivi conclusi in via stragiudiziale anche se non trasfusi nella sentenza di divorzio che non ha stabilito nulla sul punto (Cassazione, 36392/2019).
di Gad Lerner
repubblica.it, 3 febbraio 2020
Adolfo Ceretti raccoglie in un libro il "male" che ha studiato tutta la vita. Dai delitti italiani da prima pagina agli esperimenti di giustizia riparativa. "Ceretti, avevi ragione, non era una cazzata quella che mi avevi proposto. Ne valeva la pena".
Se dopo quarantasette anni trascorsi dietro le sbarre il celebre bandito Renato Vallanzasca si rivolge così al criminologo che l'ha convinto a incontrarsi con una delle sue vittime, vuol dire che davvero la giustizia riparativa, che aspira alla ricomposizione dei punti di vista senza pretesa né di perdono né di penitenza, può aprire uno squarcio di consapevolezza.
Tant'è che Vallanzasca - non chiamatelo "il bel René" se no davvero s'incazza - accomiatandosi da Adolfo Ceretti dismette la sua corazza di seduttore e confida: "Ho deciso di stare al mondo perché voglio uscire di qui prima di morire".
Potrei continuare a raccontarvi quali siano le regole impulsive a cui s'è ispirata tutta la vita del bandito della Comasina, cominciando dalla pessima idea di quei tre giovani milanesi che con la loro utilitaria gli soffiarono il posto in cui stava parcheggiando l'auto sportiva (rubata) per andare al cinema con la ragazza. Ma questo è solo un capitolo fra i tanti delle memorie di un criminologo che non cerca effetti speciali, non si esibisce nei talk, ma aspira a "trovare un posto al disordine".
Confrontandosi con il male che è dentro di lui, per entrare in sintonia col male che ha spinto altri a diventare violenti. Vastissimo è l'orizzonte delle esperienze sentimentali e scientifiche che rendono questo libro un unicum affascinante.
Ci sono i casi più noti della cronaca nera italiana - da Erika e Omar ai satanisti di Lecco fino al killer della Uno Bianca, Alberto Savi - ma anche i protagonisti della mediazione fra vittime e carnefici del dopo apartheid in Sudafrica; ci sono i mafiosi, e i brigatisti rossi che accettano il confronto con i congiunti degli innocenti presi a bersaglio, per poi addentrarci nelle favelas brasiliane e nella bolgia infernale delle carceri boliviane.
Senza falsa modestia, Ceretti si descrive tra i criminologi che "non solo in Italia, più si occupano di cose concrete, del cuore, dell'anima delle persone, pur senza aver mai perso il mio interesse verso la costruzione di ipotesi teoriche".
Chi lo conosce sa quanto sia timido e schivo, ma la sua autorevolezza di ricercatore nei territori inesplorati della giustizia riparativa spazia ormai su almeno tre continenti. Cosa sarà mai questa giustizia riparativa? Per spiegarlo non trovo di meglio che descrivere la mattinata che pochi anni or sono ho avuto modo di vivere, grazie a un suo invito, nella palestra del carcere Due Palazzi di Padova, dove si erano radunati centinaia di detenuti condannati definitivi per reati gravi, spesso in regime di massima sicurezza, con i loro parenti.
Difficile trattenere le lacrime mentre, uno dopo l'altro, gli ergastolani salivano a rilasciare la loro testimonianza accanto ai figli che per anni il vetro antiproiettile gli aveva proibito anche solo di tenere per mano. E riconoscevano come fossero stati proprio quei ragazzi a farli desistere dal codice ottuso e violento della criminalità, per tentare di recuperare l'umanità e l'affettività perdute. Dietro c'è un lavoro improbo, soggetto a fallimenti ma prezioso, per arrivare a dirsi - "in uno spazio di parola protetto dai mediatori" - "il lampo e il temporale causati dall'offesa altrui" che li aveva inferociti. Possibile "punto di svolta per ritrovare un'immagine di sé meno opaca e negativa".
Il titolo del libro, "Il diavolo mi accarezza i capelli", scaturisce proprio da un drammatico confronto fra due detenuti in lite, giunti a promettersi la morte: "Professo', ogni sera, prima che io mi addormenti, il diavolo viene e mi accarezza i capelli".
Per esplorare i meandri interiori del male che genera violenza, Ceretti compie la scelta più audace: guarda dentro di sé. Perché anche a lui, anche a noi, nella vita succede che il diavolo accarezzi i capelli. Ecco dunque la ferita di un padre che cade in depressione e smette di parlare quando Adolfo è ancora adolescente. La madre con cui fatica a comunicare e che legge di nascosto il biglietto infilato da Adolfo nella tasca di papà prima che ne venga chiusa la bara. E ancora l'identificazione nella fragilità di una nipote, il buco nero dei malesseri che lo assalgono sotto forma di una sindrome chiamata post viral fatigue.
L'umiltà con cui affronta questa fatica introspettiva gli consente un approccio alla dimensione criminale davvero inedito. Ne trae alimento anche la ricerca teorica che lo fa entrare in relazione con i colleghi impegnati a livello internazionale in questa nuova branca del diritto. Dove la letteratura, il cinema, la poesia e le arti figurative - che arricchiscono il racconto immaginifico di questo libro - lo aiutano a oltrepassare i limiti angusti della criminologia clinica ereditata da Cesare Lombroso.
Lo avevano intuito i Maestri cui Ceretti rende omaggio con la maiuscola e con ritratti affettuosi. Il primo è Giandomenico Pisapia, estensore del nostro Codice di procedura penale, che, scegliendolo come assistente, lo definiva "l'ultimo puledrino della mia scuderia". Il secondo è stato il magistrato Guido Galli, ucciso con tre colpi di pistola davanti a un'aula dell'Università Statale di Milano nel 1980 da un commando di Prima Linea.
Farà molta fatica, Adolfo Ceretti, a accettare una relazione personale con l'autore di quell'omicidio: Sergio Segio. Solo dopo diversi incontri col "nemico" troverà il modo di dirgli, durante una cena, quale ferita ha inferto pure a lui. Ma riunendo con pazienza, per anni, un gruppo di lavoro basato nel Centro San Fedele di Milano, si realizzerà lo straordinario "Libro dell'incontro", opera collettiva, insieme, di vittime e responsabili della lotta armata.
Quanto sia stato difficile, può intuirlo chi si è appassionato nella lettura del romanzo Patria di Fernando Aramburu. Ma questo non è un romanzo. E le incomprensioni non sono mancate, ad esempio nel febbraio 2016, quando la Scuola superiore della magistratura ha rifiutato di ospitare un loro intervento.
La giustizia riparativa, che cerca di soddisfare il bisogno di comprensione senza offrire in cambio premi o sanzioni, è solo ai suoi primi passi. Deve fare i conti con la propagazione della paura che diventa passione collettiva e orienta le mentalità. Al centro dell'esperienza di vita di Adolfo Ceretti resta sempre la fisicità e la vulnerabilità dei corpi, che lo spinge all'interpretazione e nei modi più diversi lo turba.
Era ancora giovanissimo quando giunto a Londra, ospite di un amico prezioso come Claudio Abbado, s'imbucò in una festa della rockstar Boy George; per darsi alla fuga quando i partecipanti, in uno sballo collettivo, cominciarono a denudarsi.
Quale estrema diversità dai corpi tatuati degli adolescenti "in conflitto con la legge" ammucchiati l'uno sull'altro a migliaia dentro la prigione di Palmasola a Santa Cruz di Bolivia. Eppure è in quella dimensione feroce e selvaggia che il criminologo in cerca di riparazione deve saper immergersi.
di Mauro Tedde
La Nuova Sardegna, 3 febbraio 2020
Detenuto dona la sua borsa di studio all'alunna autistica rimasta senza sostegno a scuola. La commozione della madre: "Servirà per acquistare materiale didattico". Hanno tifato per lei, Federica, la ragazza autistica che lo scorso ottobre la madre aveva ritirato dalla scuola perché non aveva insegnante di sostegno.
Dal carcere di Nuoro i detenuti hanno seguito la sua storia e i suoi sviluppi. Ma uno di loro ha voluto fare qualcosa di più per la studentessa sassarese e per i ragazzi come lei che frequentano le scuole spesso affrontando disagi e sacrifici: ha donato a Federica l'assegno della borsa di studio che ha ottenuto nel penitenziario perché la somma possa essere impiegata nell'acquisto di materiale didattico, che nelle scuole non è mai sufficiente.
Un gesto che va al di là della cifra, contenuta, ma pur sempre grande, che il detenuto ha messo a disposizione. Perché significa vicinanza verso chi ha bisogno di aiuto. Lui, chiuso tra le sbarre, ha voluto dare un piccolo contributo perché una malattia può diventare una prigione se ai ragazzi "speciali" mancano piccole cose. Una dimostrazione di buon cuore che ha commosso Rita Masia, la battagliera madre di Federica, che ha pensato di renderlo noto per ringraziare pubblicamente il generoso detenuto.
"Non mi sarei mai aspettata tanta solidarietà verso i problemi di mia figlia - racconta Rita Masia - e sono grata per l'attenzione. So che la battaglia che abbiamo condotto perché potesse frequentare regolarmente le lezioni dall'inizio dell'anno scolastico, come i suoi compagni di classe, ha coinvolto emotivamente molti ospiti del carcere di Nuoro.
E che il detenuto sta sensibilizzando i suoi compagni per avviare una raccolta da destinare ad altri ragazzi che si trovano in condizioni simili a quelle di Federica". "La somma ricevuta - continua la mamma di Federica - la utilizzerò per acquistare, d'accordo con le insegnanti e il Liceo artistico Figari, materiale che possa servire nei laboratori frequentati dagli alunni. Da pennarelli a tessuti, di cui si fa uso per l'attività didattica e che non bastano mai".
Intanto Federica, che nei giorni scorsi ha compiuto vent'anni, sta frequentando con interesse ed entusiasmo la scuola, coltivando la sua passione per la moda. "Da poco ha realizzato una gonna per me nel laboratorio che ora, grazie alla nomina degli insegnanti di sostegno, può frequentare anche al pomeriggio", sorride con orgoglio la madre.
triesteallnews.it, 3 febbraio 2020
"La morte di Vakhtang Enukidze, un uomo georgiano di 38 anni, detenuto amministrativo nel Centro per il rimpatrio di Gradisca di Isonzo, non è un caso isolato: a Caltanissetta un altro cittadino straniero di 34 anni è morto all'interno del CPR, mentre a Potenza è stata aperta un'indagine per la somministrazione abusiva di farmaci agli ospiti del centro". Fanno così sentire la loro voce le Sardine del Friuli Venezia Giulia, che affidano le loro parole alla stampa attraverso un comunicato. "Queste strutture vanno chiuse e vanno chiuse subito e contestualmente va chiesta a gran voce 'verità e giustizià per Vakhtang e per tutte le persone all'interno di queste strutture che, di fatto, sono dei 'non luoghi', sono istituzioni di esclusione e di violenza, che altro non sono che istituzioni totali, in cui i 'detenuti amministrativi' vengono privati anche dei loro diritti da detenuti".
"Le strutture", proseguono le Sardine in merito ai CPR, "risultano essere completamente impermeabili dall'esterno, la cui impermeabilità premette a tutti gli effetti una piena violazione dei diritti umani, come se oltre quel muro esistesse uno Stato nello Stato, un luogo in cui i diritti umani possano essere sospesi e le convenzioni internazionali, ratificate dal nostro paese, perdano il loro valore assoluto.
Le persone credono che nei Cpr vi siano dei delinquenti, in realtà, in queste strutture finisce chiunque veda revocato il proprio permesso di soggiorno come badanti e lavoratori che non hanno più trovato occupazione o chiunque veda respinta la propria richiesta di protezione, sempre più difficile da ottenere da quando i decreti sicurezza hanno eliminato la protezione umanitaria. Le sardine del Friuli Venezia Giulia, intendono mantenere viva l'attenzione su questo tema e chiedono: che il Governo disponga la chiusura immediata di queste 'Istituzioni totali', e contestualmente si attivi per l'abrogazione dei Decreti sicurezza; che nel frattempo venga istituita una Commissione Parlamentare di vigilanza sia per il caso di Vakhtang, sia per tutti gli altri casi menzionati, attribuendo alla stessa anche il dovere di vigilare sulle condizioni di vita all'interno delle strutture.
Inoltre, che i Cpr vengano resi permeabili, consentendo alle associazioni che si muovono in tutela dei Diritti Umani di entrare nei diversi centri italiani per vigilare sulle condizioni di vita e di salute delle persone all'interno. E che l'amministrazione regionale blocchi l'apertura, già prevista, degli altri 4 centri regionali. Contestualmente le sardine del Fvg intendono promuovere e affiancare campagne nazionali per chiedere con forza e fermezza la chiusura definitiva di queste strutture dello Stato, non degne di un Paese democratico".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 3 febbraio 2020
Il più recente grido di allarme è quello lanciato dal Commissario per i Diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, giusto tre giorni fa: "L'Italia deve sospendere la cooperazione con la guardia costiera libica almeno fino a quando quest'ultima non possa assicurare il rispetto dei diritti umani".
Non so dire, di conseguenza, se suoni più beffarda o più sinistra la coincidenza di questo così drammatico monito con il rinnovo automatico del Memorandum tra Italia e Libia, scattato esattamente ieri a tre anni dalla sua stipula.
Entro il 2 novembre scorso il governo italiano avrebbe dovuto decidere se rinnovare l'intesa, come previsto dall'articolo 8 dello stesso testo. E così ha scelto di fare, senza una significativa discussione pubblica e una ratifica parlamentare. Certo, in base all'articolo 7 del Memorandum l'Italia si riserva di apportare alcune modifiche durante il periodo di validità: e, tuttavia, le premesse sono decisamente negative. Proprio a partire da un bilancio nudo e crudo degli effetti che l'accordo Italia-Libia ha prodotto finora.
Da quel febbraio del 2017 a oggi, secondo i dati dell'Ispi, circa 40.000 persone sono state intercettate in mare e riportate indietro dalla guardia costiera libica, finanziata dall'Italia e addestrata dai nostri corpi militari. Sappiamo inoltre che in questi tre anni una nave della marina italiana, ormeggiata nel porto di Tripoli, ha svolto in pratica funzioni di coordinamento per gli interventi nelle acque territoriali di competenza libica.
Ciò a causa dell'evidente incapacità del governo nazionale di Serraj di assicurare in proprio alcun tipo di controllo e monitoraggio e, tantomeno, di intervento di soccorso in caso di imbarcazioni in pericolo. Altro dato: in quel tratto di Mediterraneo, secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Unhcr, vengono stimate in circa 5.000 le vittime in quello stesso periodo.
Ma questo bilancio non si ferma alla dolente contabilità dei morti in mare. Ormai centinaia sono le testimonianze, le immagini e le parole riportate da inchieste giornalistiche, da rapporti di organizzazioni come lo stesso Unhcr e l'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e di altri organismi indipendenti. Documenti che raccontano l'orrore dei campi di detenzione, istituzionali e non, dove vengono rinchiusi i migranti intercettati nel Mediterraneo. Uomini, donne e bambini sottoposti a violenze sistematiche, all'interno di strutture gestite da corpi militari e milizie, in combutta con le gang che organizzano la tratta di esseri umani.
Grazie a un intelligente giornalista di Avvenire, Nello Scavo, abbiamo appreso che Bija, un importante organizzatore di quel traffico, è stato "ospite" del governo italiano per un periodo di formazione nel nostro Paese al fine di apprendere la capacità di gestire i centri di detenzione "nel rispetto dei diritti umani".
In questi anni abbiamo ascoltato i successivi governi italiani promettere "il massimo impegno" per migliorare le condizioni di vita in quei campi e per garantire la tutela dei diritti fondamentali dei reclusi attraverso la collaborazione con le organizzazioni umanitarie internazionali presenti in Libia. Si è omesso di ricordare, tuttavia, le enormi difficoltà denunciate da Unhcr e Oim a proposito dell'agibilità di quel contesto, ormai fuori controllo e teatro di una guerra civile che non sembra destinata a concludersi.
Al contrario. Oggi sono rarissimi i luoghi accessibili al personale umanitario, minima la possibilità di intervento, poche migliaia le persone bisognose di protezione trasferite in Paesi sicuri: fino alla decisione dell'Unhcr di sospendere le attività del centro di transito di Tripoli, annunciata pochi giorni fa. È questo il quadro in cui il nostro governo, con una imperturbabilità che offende il buon senso e i valori consacrati dalla Carta costituzionale e dalle Convenzioni internazionali, asseconda l'automatismo di un rinnovo del Memorandum Italia-Libia, che non sembra nemmeno in grado di ottenere il minimo effetto pratico: quello della riduzione delle partenze e degli sbarchi nel nostro Paese.
E che sembra realizzato, all'opposto, per affidare ai diversi attori che pretendono di rappresentare la Libia un formidabile strumento di pressione e, diciamolo, di ricatto nei confronti dell'Italia e dell'Europa. C'è da chiedersi: dov'è quella "discontinuità" che avrebbe dovuto segnare la vita del nuovo governo?
recensione di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 3 febbraio 2020
"La pacchia. Vita di Soumaila Sacko, nato in Mali, ucciso in Italia", di Bianca Stancanelli, Zolfo Editore. L'inchiesta della giornalista Bianca Stancanelli su Soumaila Sacko l'immigrato ucciso nel 2018 in Calabria. Niente luce né acqua, solo baracche, tende sfondate e una barriera di immondizia per recinzione. Dopo la fuga dal Mali e la paura, il mare e ancora altra paura, una vita randagia a raccogliere arance per un euro e venti a cassa, eccola, è questa l'ultima "pacchia" di Soumaila Sacko prima di venire ammazzato come selvaggina, con una fucilata alla testa.
Poche espressioni, nella nostra recente storia politica, si sono rivelate più inappropriate e, col senno di poi, più intollerabili di questa usata da Matteo Salvini in un comizio a Vicenza contro gli immigrati. È il 2 giugno 2018, festa della Repubblica, e il neoministro degli Interni proclama ai suoi che per i "clandestini la pacchia è finita".
Ottocento chilometri più a Sud, proprio in quei momenti, Soumaila si sta giocando la vita nell'azzardo (imperdonabile, per i suoi assassini) di raccattare qualche lamiera d'una fabbrica abbandonata per costruire una baracca un po' più resistente agli incendi che spesso divampano nel campo dei migranti a San Ferdinando, piana di Gioia Tauro, Calabria. In verità non è un clandestino (un anno prima ha ottenuto la protezione umanitaria, la tutela che poi Salvini cancellerà): però sopravvive come se lo fosse, fantasma fra i tanti che, per pigrizia, chiamiamo "invisibili", ma incrociamo sotto i nostri occhi ogni giorno, in quella doppia realtà dei "luoghi di transito" e di "incampamento" che assai bene ha descritto Michel Agier.
Senza forzature, mettendo uno accanto all'altro fatti e dichiarazioni come si usa nei grandi reportage, Bianca Stancanelli costruisce così il suo La pacchia (Zolfo Editore) con il passo dell'inviata di inchiesta (acquisito in palestre di indagine giornalistica come "L'Ora" di Palermo e "Panorama") e con l'indignazione di un j'accuse: non solo e non tanto contro l'inventore politico dell'assai infelice formula ma, a guardar bene, contro molti di noi, forse noi tutti, che assistiamo indifferenti (nell'accezione gramsciana della parola, dunque peggiore) alla quotidiana violazione dei diritti, alla continua dissipazione di risorse e di speranze che la nostra pessima accoglienza condita dalla nostra cattiva coscienza apparecchia senza sosta sul palcoscenico dell'immigrazione.
Questo scempio, che troppo spesso nei nostri giornali riduciamo a statistiche sugli sbarchi, è sotto i nostri occhi. Eppure, il mistero di Soumaila Sacko resta in parte intatto perché poco, della vita di un migrante, ci viene restituito dal percorso dell'accoglienza: lacerti di informazione, registri smozzicati, memoria perduta, identità cancellate.
Stancanelli, tuttavia, anche usando questi vuoti, ci rende la pienezza di un'ingiustizia: in due anni precisi, dallo sbarco del giugno 2014 a Taranto dopo il salvataggio sulla nave "Etna", all'ingresso nella baraccopoli di San Ferdinando nel giugno 2016, Soumaila passa da una condizione di soggetto da proteggere a quell'area grigia di lavoro irregolare e di sfruttamento tollerato che rende tutti un po' "clandestini" e dunque titolari di quella pacchia evocata dal capo della Lega.
Una pacchia fatta di fatica sottopagata senza la quale la nostra filiera agricola, devastata nei prezzi dalla grande distribuzione, sarebbe già da un pezzo spazzata via: anche questo è sotto i nostri occhi, anche questo viene derubricato in una dimensione di ineluttabile folclore storico-politico (i migranti, si sa, riempiono al tempo della raccolta le campagne nelle quali gente come Peppino Di Vittorio si batté per la dignità e il valore di un lavoro che, si sa, ha di nuovo perso dignità e valore...).
Insomma, Soumaila in questo libro diventa la dolente chiave d'accesso nei molti mondi storti che un migrante deve attraversare in Italia dal giorno del suo arrivo. Lo aveva capito benissimo Jerry Masslo, il primo di cui infine ci accorgemmo, scappato dall'apartheid del regime di Pretoria per finire ammazzato a Villa Literno nel 1989.
"Nessun sudafricano dimentica il razzismo e io l'ho visto qui in Italia, coi miei occhi ho visto qui cose che non dovrebbero accadere", disse profeticamente ai microfoni di Non Solo Nero, Raidue, poco prima di venire ucciso.
Eppure, quella che a Jerry apparve già un'Italia ingiusta, era un Paese che sapeva ancora indignarsi, non sprovvisto di anticorpi: in 200 mila marciarono a Roma in sua memoria, l'allora vicepresidente del Consiglio, Claudio Martelli, fu in prima fila alle esequie solenni tenute in una Villa Literno che rifiutava la patente di razzista perché la parola "razzista" era ancora vissuta come un insulto.
Bianca Stancanelli ci racconta oggi un'Italia feroce che rivendica la propria ferocia, distante da quella molti anni luce. E dunque strappare la vita di Soumaila alla sua invisibilità e impedire che l'oblio ne avvolga la morte è, prima che un corretto lavoro giornalistico, una piccola opera di civiltà.
vaticannews.va, 3 febbraio 2020
Al carcere Regina Coeli di Roma, celebrazione eucaristica coi detenuti. Consegnati la solidarietà raccolta dal personale dell'istituzione vaticana in occasione del Natale, destinata ai più indigenti, e dei rosari benedetti dal Papa. Ieri mattina un gruppo della Segreteria di Stato si è recato al carcere Regina Coeli in Roma, per condividere l'Eucarestia domenicale con i detenuti e consegnare il frutto della solidarietà raccolta dal personale dell'istituzione vaticana nel tempo di Avvento e di Natale a favore dei più indigenti. Lo comunica il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni.
Promozione umana - Al termine della celebrazione, caratterizzata dalla preghiera dei fedeli in diverse lingue, proclamata dagli Officiali delle sezioni linguistiche, dopo un breve saluto ai detenuti, i visitatori si sono recati anche presso la sede della Vo.Re.Co, l'Associazione di volontariato gestita dai Frati Minori Conventuali, che opera nel territorio per la promozione umana e cristiana a favore di detenuti, ex detenuti ed emarginati della società.
Rosari benedetti dal Papa - Prima di rientrare in Vaticano, sono stati consegnati al cappellano del carcere, padre Vittorio Trani, dei rosari benedetti da Papa Francesco, ricevuti durante il viaggio Apostolico in Tailandia e destinati ai più bisognosi.
- Siria. La guerra dimenticata infuria ancora
- Le droghe da adolescenti. "Con l'eroina si inizia a 15 anni"
- Amnesty: "L'Italia si conferma complice nella tortura dei migranti e dei rifugiati"
- Venezuela. Il "febbraio ribelle" per la dignità dei popoli
- La prescrizione divide ma il "fine processo mai" esiste già in molte sedi










