di Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian
L'Espresso, 14 marzo 2020
Dopo l'emergenza sanitaria e quella economica, il governo teme possa scoppiare anche quella della sicurezza pubblica, come successo delle carceri. Così militari e polizia presto potrebbero essere chiamati a pattugliare le strade e a distribuire cibo e medicine. E anche i servizi segreti sono allertati. Ecco di cosa discutono i vertici delle forze armate.
Nel governo, ormai, la legge di Murphy la temono tutti: "Se qualcosa può andare male, lo farà", dice il paradosso. Tutti sperano che le nuove misure di contenimento possano contrastare l'epidemia di Covid 19, ma è certo che il principio della proporzionalità graduale invocata inizialmente dal premier Giuseppe Conte (e da tutta la catena di comando del potere, tranne poche inascoltate eccezioni) si è dovuto arrendere alla forza del coronavirus e agli effetti devastanti della sua diffusione.
Il pessimismo della ragione, fino a una settimana fa considerato nemico pubblico numero uno, è dunque diventato motore principale delle decisioni dello Stato. Così, dopo la trasformazione dell'Italia in un'enorme zona rossa, con limitazione dei movimenti di tutti i cittadini e chiusura di attività commerciali, membri dell'esecutivo e alcuni leader politici sentiti dall'Espresso temono che, se i comportamenti degli italiani non dovessero modificarsi presto nel segno della responsabilità, bisognerà prendere altre misure estreme. "Perché" spiegano "all'emergenza sanitaria ed economica rischierebbe di aggiungersi quella altrettanto drammatica dell'ordine pubblico. Dunque è necessario prepararsi in tempo, e cominciare a pensare piani d'azione per le forze dell'ordine e, nel caso, per l'esercito".
La rivolta delle carceri è stato solo un antipasto di quello che potrebbe accadere in caso di diffusione incontrollata dell'agente patogeno. Nelle regioni, il timore è che un'escalation dell'epidemia crei disordini. Negli ospedali, nei supermercati, nelle piazze. Senza contare lo spettro dello sciacallaggio, che si ripresenta a ogni calamità. "Bisogna essere pronti ovunque e cercare di coinvolgere maggiormente i militari", spiega una voce autorevole da Palazzo Chigi. "Senza allarmare la popolazione, ma senza farsi trovare impreparati per l'ennesima volta".
Nessuno dei politici sentiti dall'Espresso ha il coraggio di invocare il modello autoritario cinese (che alla quarantena volontaria di 60 milioni di persone ha affiancato un pattugliamento strada per strada di soldati, poliziotti e blindati). Ma tutti, a taccuino chiuso, dicono che serve un salto di qualità nel controllo del territorio. Non solo perché le norme dei decreti del governo vengano davvero rispettate, ma anche per creare reti di sicurezza in ogni città.
Il tema è delicatissimo, e finora nessuno (tantomeno Conte) vuole prendersi la responsabilità storica di militarizzare le strade e, di fatto, congelare per qualche settimana i diritti civili degli italiani. Per una democrazia liberale, sarebbe un precedente spartiacque. "Ma è evidente a tutti che bisogna bloccare l'epidemia ad ogni costo. E che finora parte della popolazione non sembra aver recepito il pericolo reale. Il rischio è che, peggiorasse la situazione, l'anarchia possa prendere il sopravvento. Non possiamo permettercelo".
Ad ora nei cassetti dell'Esercito, dei Carabinieri della Guardia di Finanza e della Polizia non c'è alcun piano d'intervento. Né nei singoli corpi, né al Coi, il Comando operativo di vertici interforze. I dispositivi di emergenza per catastrofi varie sono appannaggio della Protezione civile, che non si occupa però dell'ordine pubblico. D'altro canto nessuno aveva previsto epidemie o rischi biologici di entità simili al Covid-19.
Dunque, la strategia d'azione è tutta da costruire. In genere, esiste un piano operativo per ogni situazione estrema. Chi ha il compito di gestire l'ordine pubblico è preparato al peggio: attacchi nucleari, batteriologici, nucleari, guerre, calamità naturali, terremoti, cataclismi vari ed eventuali. Esistono piani riservati nelle prefetture di ogni provincia che stabiliscono le linee operative delle forze dell'ordine in coordinamento con i reparti sanitari e gli altri attori sul territorio. Sono i piani di difesa civile e quelli sugli attacchi esterni denominati Nbcr (nucleare, batteriologico, chimico, radiologico).
Protocolli calibrati sulle diverse province in base alla presenza di particolari obiettivi sensibili: la presenza di aziende chimiche, la mappatura dei presidi sanitari, le aree sicure dove far confluire la popolazione. Scenari da fine del mondo, insomma. Da film come "The day after". Eppure nessuno aveva mai immaginato di doversi confrontare con un'emergenza sanitaria da coronavirus, che ha un impatto su una scala infinitamente maggiore di un attacco terroristico o incidente biologico.
L'epidemia, soprattutto, pone profili di ordine pubblico mai ipotizzati prima, soprattutto con l'innescarsi di una fobia strisciante, fomentata sia dalla paura, sia da notizie false diffuse sui social network, e da un'informazione istituzionale a volte contraddittoria e confusa. Ecco perché in questo contesto di rischio psicosi, il ruolo delle prefetture assume sempre più peso. Sono, infatti, i prefetti e i funzionari che lavorano negli uffici del governo territoriale i deputati alla gestione dell'ordine pubblico. Le istituzioni centrali più vicine al cittadino. In prima linea nel contenimento delle azioni che possono turbare il vivere civile delle nostre comunità. Gli strateghi che coordinano tutte le forze dell'ordine delle zone di competenza.
"Da settimane i colleghi, unitamente a tutto il restante personale disponibile, stanno puntualmente supportando l'azione di coordinamento dei Prefetti sul campo", chiarisce Antonio Giannelli, presidente del Sinpref, il sindacato dei funzionari prefettizi. Perciò, continua Giannelli, "siamo pronti a ogni sforzo straordinario che, anche per sopperire le carenze di personale che si registrano in tante Prefetture, contempli una mobilitazione di tutti i colleghi disponibili. Bisogna operare però un'adeguata turnazione e preservare la loro salute, assicurando la massima efficienza operativa all'intero dispositivo d'intervento".
Polizia, carabinieri, finanzieri potrebbero essere presto usati sulle strade, sia per operare maggiori controlli sui cittadini sia per intervenire dove necessario. I numeri delle forze disponibili, però, sono preoccupanti. Anche analizzando quelli delle prefetture della prima zona rossa (quella di Codogno e dintorni), si evidenzia una carenza di personale - come quello dirigenziale - che si aggira intorno al 50 per cento. Un fatto grave, perché mancano le teste per mettere in atto strategie. A Lodi, il primo focolaio italiano del Covid-19, la pianta organica, oltre al prefetto, contempla sei funzionari: ce ne sono solo tre. Stesso numero a Piacenza. A Pavia affiancano il prefetto solo due funzionari. Il resto del Paese non fa eccezione.
E se organici ridotti possono passare inosservati in tempi di quiete, all'epoca del panico da coronavirus può diventare un serio problema. Soprattutto perché pure i prefetti si ammalano. Come a Lodi, a Brescia, a Modena e Bergamo, dove sono risultati positivi al test. E se si dovessero ammalare o quarantenarsi pure i vicari e i capi del gabinetto prefettizio, avremmo i luoghi da cui passano le decisioni strategiche per l'ordine pubblico completamente sguarnite. Certo, potranno continuare a coordinare a distanza, con videoconferenze. Ma anche questo non è scontato che si possa fare in prefettura, dove spesso manca l'attrezzatura per collegarsi con gli uffici prefettizi fuori dai capoluoghi di regione. "Siamo rappresentanti del governo sul territorio, per governare però ci vogliono mezzi e risorse", è lo sfogo di uno dei prefetti di un capoluogo di regione. Prefetti e funzionari che in queste condizioni si trovano ora a gestire situazione potenzialmente esplosive.
I piani d'intervento rapido non esistono nemmeno per le carceri. I detenuti hanno organizzato sommosse in decine di strutture sparse per mezzo Paese, da Nord a Sud: Venezia, Milano, Modena, Bologna, Roma, Rieti, Napoli, Melfi, Palermo. Ci sono stati morti e feriti. La miccia delle rivolte è stato il provvedimento che ha limitato i colloqui e le visite con i familiari nei penitenziari per evitare i contatti con l'esterno e la possibilità di far entrare il Covid-19 nelle strutture. Un contagio trasformerebbe - come già accaduto in Cina - le prigioni in un focolaio difficile da domare. I luoghi sono potenzialmente facili da infettare: celle piccole, promiscuità e precarie condizioni igieniche amplificherebbero l'epidemia, trasformandola in una catastrofe.
Anche perché mancano strutture sanitarie idonee a un'emergenza di questo tipo. Un documento del 2011 firmato dall'allora capo del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria detta le linee operative per intervenire in situazioni critiche che potrebbero verificarsi nelle carceri: rivolte, sequestri di persona, atti collettivi di autolesionismo. Nessun accenno, però, ad una eventuale crisi sanitaria. L'assenza di direttive chiare è confermata all'Espresso da chi domenica scorsa ha partecipato al contenimento della rivolta del carcere di Modena, quella più tragica: sette morti, struttura devastata, ufficio matricole raso al suolo con tanto di fascicoli personali dei singoli detenuti bruciati. "Sappiamo cosa fare durante gli eventi sportivi, nelle rivolte dei centri di accoglienza dei migranti, ma non abbiamo mai ricevuto alcuna direttiva su come comportarci nella gestione dell'ordine pubblico in eventi conseguenza di un'emergenza sanitaria", ci spiega uno degli agenti intervenuti per sedare la rivolta nel carcere di Modena, dove si sono contati nove morti.
L'ultima protesta, questa pacifica, è avvenuta nel carcere di Campobasso, martedì mattina. Qui come in altri istituti i detenuti hanno scritto una lettera chiedendo alle autorità di mettere in campo un piano di prevenzione della diffusione del coronavirus nelle prigioni. Oltre a chiedere pene alternative, su un punto i reclusi sono d'accordo: garantire il presidio sanitario per tutte le 24 ore "vista la presenza di detenuti d'età avanzata e con già gravi patologie pregresse".
Richieste, come quelle della costante presenza di medici, legittime. Altre, invece, più strumentali, come la richiesta dell'indulto e dell'amnistia. Alcuni sindacalisti, per esempio, fanno notare che la contemporaneità delle rivolte escluda la spontaneità da queste dimostrazioni. Il sospetto è che ci possa essere la mano dei clan, che nelle carceri hanno un potere enorme. Un'ombra sui disordini che si nasconde dietro il pericolo epidemia. A Foggia sono evasi in 23. Tra questi un gruppo di affiliati alla mafia foggiana. Motivo in più, chiedono gli esperti, per far presto, e rafforzare gli uffici delle prefetture con professionisti in grado di leggere in anticipo l'evolversi dei fenomeni.
L'Esercito, finora, su richiesta del ministero della Difesa guidato dal dem Lorenzo Guerini è intervenuto nell'emergenza mettendo a disposizione immobili e caserme (per eventuali quarantene, come nel caso della Cecchignola a Roma e il presidio Riberi a Torino), ospedali militari (il Celio, sempre nella Capitale) e una quarantina tra medici e infermieri militari. Il capo dello Stato maggiore, il generale Enzo Vecciarelli, è però pronto - nel caso di una richiesta del governo - a intervenire anche nel campo dell'ordine pubblico.
All'inizio dell'emergenza coronavirus molte riunioni del Coi, a cui partecipano anche i capi dei carabinieri e della Finanza, sono state incentrate sul tema - sacrosanto - di come proteggere dall'infezione i nostri uomini in armi. Una questione posta anche dai sindacati di polizia, e che ha preoccupato le varie amministrazioni: possibili profili penali e cause civili di magistrati e dipendenti sono incubo di ogni datore di lavoro.
Ora che l'emergenza è diventata drammatica, qualche generale a quattro stelle spinge per disegnare strategie operative, in modo da essere pronti a impiegare i soldati sul campo in caso di necessità. Anche perché, tra le missioni della Difesa, c'è "il concorso nelle attività di protezione civile su disposizioni del governo, concorso alla salvaguardia delle libere istituzioni e il bene della collettività nazionale nei casi di pubbliche calamità".
Nelle prime aree dei focolai lodigiani e padovani, 500 uomini di circa sono stati usati per presidiare una cinquantina di valichi. Ora l'ipotesi è quella di usare, nell'emergenza coronavirus, un numero di forze assai maggiore, sul modello "Strade sicure". L'operazione voluta dal governo Berlusconi nel 2008 e ancora in vigore, ha permesso il dispiego di militari e mezzi dell'Esercito per il contrasto alla criminalità e al terrorismo. Che nel corso del tempo sono stati impiegati anche per emergenze eccezionali, dalla Terra dei Fuochi ai terremoti in Umbria e ad Ischia, passando per l'Expo fino al Ponte Morandi.
Oggi gli uomini in campo sono poco più di 7.500, ma in realtà (tra turni e quelli che stanno facendo i corsi di preparazione) il numero di soldati interessati a "Strade sicure" sono circa 22 mila (l'equivalente di una divisione) oltre a 1.200 mezzi tra jeep, Lince e autotrasporti. I militari - carabinieri esclusi - sono parificati ad agenti di pubblica sicurezza, e tra pattugliamento, vigilanza di obiettivi sensibili (dalle stazioni agli aeroporti fino alle ambasciate), hanno compiuto in quasi dodici anni cinque milioni di controlli, 51 mila tra fermi, denunce e arresti, oltre a sequestrare armi, 14 mila autovetture, e due tonnellate di narcotici.
Ora, nell'Italia squassata dal virus, non è impossibile che venga messa in piedi un'operazione parallela a quella di "Strade sicure". O che gli stessi uomini vengano dirottati per fronteggiare l'emergenza, naturalmente con nuove regole d'ingaggio. In particolare, per il pattugliamento di strade, da intendere come presidi mobili o statici che facciano da deterrente a chi viola le regole del decreto che vuole gli italiani "tutti a casa". Ingaggio che potrebbe prevedere, ovviamente, interventi anche in caso di problemi di ordine pubblico. Non solo: l'Esercito, che è distribuito capillarmente sul territorio nazionale, potrebbe essere utilizzato anche per distribuire cibo e medicine a coloro che non riuscissero a procurarselo da solo. Mentre non è impossibile che, in caso di successo nel contenimento nazionale dell'epidemia, in futuro i militari potrebbero essere usati per controllare arrivi di stranieri da zone focolaio.
Esercito, ma soprattutto Polizia e carabinieri, potrebbero essere impiegati anche su un altro fronte. Quello dei trasporti eccezionali (nel caso di blocco di quelli pubblici) e quello del controllo dei negozi alimentari. La calca davanti ai supermercati è considerato segnale preoccupante dalle autorità. I cittadini che corrono negli alimentari per paura di trovare gli scaffali vuoti, terrorizzati nonostante le rassicurazioni del governo sulla possibilità di fare sempre la spesa, hanno colpito. La folla incontrollata è una minaccia alla sicurezza.
Persino le star del calcio sono state immortalate nella notte in coda e con carrello al seguito per stipare scorte. E così anche i templi del consumo potrebbero diventare luoghi da sorvegliare. Anche perché con le strade vuote, come nel dopo terremoti, spesso compaiono gli sciacalli, pronti ad approfittare delle sciagure collettive. Criminali che oggi vivono anche sul web. A questi ultimi sta dando la caccia la Guardia di Finanza: nel mirino gli sciacalli del coronavirus che vendono disinfettanti e mascherine a prezzi esorbitanti nell'ordine di 400 euro a pezzo.
Anche i servizi segreti sono, ovviamente, allertati. Aisi e Aise non hanno competenze specifiche sulle epidemie, ma è noto che l'intelligence ha il compito di "ricercare ed elaborare nei settori di competenza tutte le informazioni utili alla difesa dell'indipendenza, dell'integrità e della sicurezza della Repubblica".
L'Aise, la nostra agenzia per la sicurezza esterna, ha certamente capacità sulle minacce Nbcr, ma in caso di epidemie nessun piano è stato mai approntato. Ad oggi, il governo ha chiesto si nostri servizi di ottenere informazioni sulle ditte straniere che si stanno accalcando per venderci materiale sanitario, mascherine e ventilatori. Per capire se sono aziende serie, se i prodotti sono di qualità e a prezzi congrui. Qualcuno, a Palazzo Chigi, vorrebbe pure che le nostre barbe finte lavorassero per capire chi, nel mondo, si sta avvicinando maggiormente a farmaci antivirali efficaci contro il Covid 19 e al vaccino. In modo da essere pronti ad acquistare prima di tutti le scorte necessarie.
In un vecchio incontro presso gli 007 dell'allora Sisde, l'attuale direttore scientifico dell'ospedale Spallanzani di Roma, alla fine di una conferenza sui come controllare una minaccia biologica terroristica, fu chiarissimo: "Per affrontare il bioterrorismo occorre un'integrazione di tutte le forze dello Stato, civili e militari, in grado di acquisire informazioni, decidere gli interventi da adottare", spiegò.
"Senza l'integrazione di attività e competenza si rischia di fare come la storiella di Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno: "C'era un lavoro importante da fare: Ognuno era sicuro che Qualcuno lo avrebbe fatto, Ciascuno avrebbe potuto farlo ma Nessuno lo fece. Finì che Ciascuno incolpò Qualcuno perché Nessuno fece quello che Ognuno avrebbe potuto fare". Speriamo che il paradosso non diventi realtà.
di Serena Chiodo
Il Manifesto, 14 marzo 2020
Gianfranco Schiavone (Asgi): "Molti operatori non sanno come comportarsi di fronte a questa nuova emergenza sanitaria". "Il governo si è di fatto scordato di migliaia di persone". Gianfranco Schiavone, vice presidente dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), presidente del Concorso italiano di solidarietà di Trieste e membro del Forum per cambiare l'ordine delle cose, commenta così la situazione dei tanti - richiedenti asilo ma anche operatori - "che non sanno come comportarsi di fronte alla colpevole assenza di indicazioni" sull'emergenza creata dal coronavirus. Lo raggiungiamo telefonicamente mentre lavora presso l'ufficio di Trieste: "Non ce la sentiamo di chiudere, perché qui continuano a arrivare persone dalla rotta balcanica che devono poter accedere alla procedura di protezione e accoglienza. E noi come sportello di primo accesso dobbiamo garantire questa possibilità, rispettando la legge e naturalmente tutte le procedure necessarie".
Quanto succede a Trieste però non si replica sull'intero territorio nazionale, dove invece si evidenziano forti mancanze di tutela a fronte di una grave assenza istituzionale. "Sarebbe stata necessaria una circolare ministeriale con indicazioni concrete su come rispettare i principi fondamentali delle normative in materia di asilo, in modo naturalmente compatibile con la situazione. Ma non è mai arrivata".
E così capita che si blocchino situazioni non rimandabili, come le richieste di protezione e quelle di accoglienza, profondamente legate perché senza la prima non si può accedere alla seconda, con il serio rischio di rimanere senza un tetto. "Si sospenda tutto quello che può attendere, come le verbalizzazioni o i colloqui in Commissione: si ritarderà tutto purtroppo, ma si può aspettare. Ma non è possibile bloccare le richieste di protezione e accoglienza, su cui ci si può organizzare pensando a modalità differenti".
A Trieste ad esempio si procede in accordo con la questura che, sospendendo le verbalizzazioni, registra la persona e rilascia un'attestazione indicante la richiesta di protezione, con cui si accede direttamente all' accoglienza. Un accordo reso possibile anche dal fatto che "non ci troviamo in un territorio dove l'accoglienza è frammentata. Si pensi alle zone dove invece operano molti enti: senza indicazioni e con le prefetture chiuse, è il caos". Proprio per questo Schiavone sollecita il governo a dare "istruzioni operative a tutti gli uffici periferici, sia alle questure, responsabili delle richieste di protezione, sia alle prefetture, referenti di quelle per l'accoglienza".
Emerge anche un'altra grande questione, ossia la fuoriuscita di molte persone dall'accoglienza per effetto dell'eliminazione della protezione umanitaria prevista dai decreti sicurezza. Anche in questo caso, persone non considerate dal decreto presidenziale legato all'emergenza Covid-19.
In generale ci troviamo criticità da tempo denunciate, ma mai affrontate dalle istituzioni: è il caso dell'accoglienza dei richiedenti asilo, concentrata in grandi strutture collettive, ancor più dopo i tagli e le politiche del governo precedente - che da questo punto di vista non ha trovato alcuna discontinuità con quello attuale. "Parliamo di strutture con capienza anche di trecento posti, che faticano a rispettare le indicazioni, con conseguenze facilmente prevedibili non solo in termini di contagio, ma anche di impatto sul sistema sanitario".
Problemi noti, ma finora nascosti dalle istituzioni, che gravano su varie fasce di popolazione marginalizzata ed esclusa, ora rischiano di esplodere con forza. Oltre ai richiedenti asilo, la questione interessa in generale i "servizi di bassa soglia, ad esempio per persone senza fissa dimora", sottolinea Schiavone, facendo riferimento a tutte quelle situazioni che possono riguardare anche cittadini italiani in condizioni di necessità, dove da sempre "si deroga su tutto: lo spazio personale, le norme igieniche, a volte anche le misure di sicurezza".
Da parte del governo non è arrivata neppure una provvisoria disposizione per autorizzare i comuni e la protezione civile a fornire strutture e ripari per non lasciare nessuno per strada. "Il governo non ha pensato alle migliaia di persone che si trovano in una condizione per cui non possono scegliere di restare a casa. Si dovrebbe disporre l'ampliamento dei servizi di bassa soglia, prevedendo una copertura di spesa". Doveva essere fatto subito. Invece, non solo nei decreti migliaia di persone non esistono, ma ancora adesso la reazione politica di fronte alle esigenze sollevate è inesistente. Una responsabilità politica grave, "ancora maggiore se si pensa che abbiamo un governo di centro-sinistra", fa notare Schiavone.
sicurezzainternazionale.luiss.it, 14 marzo 2020
La diffusione del coronavirus ha sollevato disordini e preoccupazioni anche all'interno delle carceri. Il Bahrein, precedentemente condannato per le condizioni delle proprie prigioni, ha agito rilasciando 901 detenuti. La decisione è giunta il 12 marzo, attraverso un'ordinanza reale del re Hamad bin Isa Al Khalifa, il quale ha concesso la grazia a 901 prigionieri, mentre altri 585, già a metà del periodo di detenzione previsto, sconteranno il resto della sentenza in centri riabilitativi o all'interno di programmi di formazione.
Secondo il Bahrain Institute for Rights and Democracy (Bird), si tratta di una delle maggiori amnistie messe in atto dal Regno sin dalle rivoluzioni del 2011 contro la monarchia. Questa volta, l'obiettivo cardine dell'ordinanza è contenere la diffusione del coronavirus, che in Bahrein ha registrato almeno 189 casi positivi.
È lo stesso decreto a parlare di "motivi umanitari", nel quadro dell'emergenza sanitaria in corso. Tuttavia, il ministro dell'Interno, Sheikh Rashid bin Abdullah al-Khalifa, ha affermato che dietro la decisione di rilascio vi è stato un esame approfondito, volto a comprendere i detenuti in grado di soddisfare specifiche condizioni oggettive e legali.
I criteri volti a determinare l'amnistia per motivi umanitari, è stato affermato, sono stati stabiliti tenendo conto altresì di disposizioni di legge e accordi internazionali in materia di diritti umani, così come dell'età o delle condizioni di salute dei detenuti, alcuni dei quali necessitano di cure speciali. Circa i detenuti stranieri, poi, è stato loro concesso di continuare a scontare il resto della pena nei propri Paesi di origine.
La diffusione del coronavirus ha causato disordini nelle carceri a livello internazionale. Tale fenomeno ha riguardato altresì l'Iran, dove il 9 marzo, il capo della magistratura, Ebrahim Raisi, aveva riferito che circa 70.000 prigionieri erano stati temporaneamente rilasciati a causa dell'epidemia. Il rilascio è stato consentito solo alle condanne a meno di 5 anni.
In tale quadro, secondo quanto riferito dal quotidiano arabo al-Arabiya, l'11 marzo, quattro parlamentari iraniani hanno inviato una lettera al Ministro della Sanità iraniano, chiedendo di concedere il rilascio per i prigionieri politici detenuti nelle carceri del Paese. Tale richiesta si aggiunge a quella di Javaid Rehman, il relatore speciale dell'Onu per i Diritti Umani, il quale ha esortato il governo di Teheran a rilasciare temporaneamente tutti i prigionieri, viste le difficili condizioni in cui versa il Paese a causa della diffusione del coronavirus.
La mossa del Bahrein, tuttavia, giunge dopo le numerose denunce presentate dalle organizzazioni per i diritti umani contro il Regno, a causa delle condizioni e delle pratiche subite dai prigionieri. Secondo l'organizzazione non governativa statunitense Freedom House, il Bahrein rappresenta uno degli Stati più repressivi del Medio Oriente, in cui torture, esecuzioni illegali e abusi dei diritti umani vengono spesso praticati ma non denunciati.
È stata altresì l'organizzazione Human Rights Watch (Hrw) ad affermare come, sin dal 2010, siano numerosi gli attivisti dell'opposizione arrestati e sottoposti a torture, dopo essersi ribellati alla monarchia. È stato dichiarato che le autorità hanno dimostrato una politica di tolleranza zero per qualsiasi pensiero politico libero e indipendente e hanno imprigionato, esiliato o intimidito chiunque criticasse il governo. Nel mese di ottobre 2019, Hrw ha altresì denunciato la mancanza di cure mediche o di assistenza alle persone più anziane. Si tratta di un fenomeno segnalato anche all'interno delle carceri femminili.
Ristretti Orizzonti, 13 marzo 2020
Dal carcere di Padova, la voce di un detenuto, Giuliano Napoli.
A distanza di qualche ora dalle rivolte e nella tregua che sembra essersi stabilizzata nelle carceri italiane mi sembra doveroso scrivere qualcosa dal punto di vista di un detenuto, quale sono, e rimanendo nell'ambito di quello che è il mio percorso con la redazione di Ristretti Orizzonti, che si occupa soprattutto d'informazione, a partire da dentro il carcere di Padova, esprimere qualche considerazione mi sembra il minimo in base a tutto quello che mi è stato possibile vedere e sentire attraverso i canali di comunicazione come televisione e radio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 marzo 2020
Tante le iniziative per decongestionare le carceri italiane. In attesa che venga sottoscritto un nuovo decreto dove dovrebbe finalmente mettere in chiaro cosa fare o no nelle carceri italiane, ci sta pensando la magistratura di sorveglianza a trovare modi per decongestionare gli istituti penitenziari ai tempi del coronavirus.
di Marianna Rizzini
Il Foglio, 13 marzo 2020
I disordini nelle carceri all'annuncio dei provvedimenti restrittivi per il contenimento del coronavirus, ma anche il problema precedente e sottostante: le carceri sono sovraffollate, scoppiano quasi, e da tempo la politica è chiamata a occuparsene.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 13 marzo 2020
Massimo De Pascalis, già Vicecapo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ha diretto diversi istituti di pena, come Rebibbia Nuovo Complesso e Spoleto. In questo delicato momento avanza una proposta per fronteggiare l'emergenza coronavirus in carcere, ossia prevedere immediatamente la detenzione domiciliare per coloro che hanno residui di pena inferiori ai due anni.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 13 marzo 2020
Quasi tutti nordafricani i detenuti morti con il mix di farmaci rubati durante le rivolte. Straniero il 64,9% dei reclusi a Modena, tossicodipendente il 35%, e il 55% con problemi psichici. È tornata la calma apparente, dopo le rivolte e le proteste scoppiate domenica a proseguite a singhiozzi e con modalità e intensità diverse in una cinquantina di istituti penitenziari italiani a causa delle restrizioni imposte per prevenire l'epidemia nelle celle. A parte qualche "battitura" e qualche recluso ad Avellino che si è rifiutato di rientrare in cella, mentre a Foggia si cercano ancora sei evasi latitanti, per il resto si cerca di tornare ad una normalità che di normale non ha nulla.
Fortunatamente, nella tragedia che si è sfiorata - e consumata con 13 detenuti morti, in totale - è scaturita la prima azione positiva del Dipartimento di amministrazione penitenziaria: il nuovo Direttore generale Detenuti e trattamento, Giulio Romano, in carica dal 14 febbraio scorso, ha rotto un tabù comunicando ieri ai direttori degli istituti penitenziari il primo via libera all'uso della posta elettronica nella comunicazione tra detenuti e familiari, e anche all'uso di Skype per le lezioni scolastiche e universitarie in videoconferenza e per lo svolgimento degli esami e dei colloqui tra docenti e studenti reclusi.
"Durerà per il solo periodo di emergenza Covid19, ma - commenta il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia - è la fine di un tabù: finalmente i detenuti entrano nel mondo digitale". Una novità che sicuramente alleggerirà almeno in parte il senso di oppressione e morte che si può respirare dentro le celle in questi tempi bui. Ecco perché il tuttora capo del Dap Francesco Basentini ha avvertito con una circolare provveditori regionali, direttori e comandanti delle carceri: "Allo stato non è possibile escludere una ripresa delle agitazioni". E ha raccomandato loro massima attenzione per prevenire altri disordini e "rendere impossibile che si verifichino ancora episodi di danneggiamento che possono compromettere le strutture dell'amministrazione".
Sui 13 morti - 9 a Modena, 3 a Rieti e uno a Bologna, non due come erroneamente comunicato dal Garante dei detenuti, tutti sembrerebbe per overdose di metadone e farmaci rubati dagli ambulatori durante le rivolte - è calato invece il silenzio delle istituzioni ma anche del mondo del volontariato carcerario, in attesa che a stabilire certezze sui decessi sia la magistratura.
Eppure le ipotesi dal sapore complottistico si fanno largo nelle piazze virtuali. Ma non c'è alcun bisogno di immaginare altre violenze, dietro quelle morti che di per sé già mostrano tutta la violenza di un regime che non cura, non "rieduca", non costruisce le condizioni per prevenire le recidive.
Secondo Elia De Caro, responsabile Antigone dell'Emilia Romagna, le vittime di Modena e Bologna sarebbero tutti giovani nordafricani (secondo il Garante nazionale dei detenuti, solo una vittima è italiana e ben tre erano in attesa del primo grado di giudizio; il più giovane aveva 29 anni e il più adulto 42). Nella casa circondariale di Modena, dove ora sono rimasti 200 detenuti, nutriti con pasti che vengono da fuori perché non ci sono più cucine né servizi, prima della rivolta di domenica il 64,9% dei reclusi era straniero, il 35% tossicodipendente, il 55% in osservazione psichiatrica e non c'era un'"articolazione per la salute mentale".
Il Dirigente medico del Ser.D. di Bologna, Salvatore Giancane, non si stupisce che si tratti di detenuti nordafricani perché, dice, "generalmente sono poliassuntori di sostanze, quindi senza tolleranza agli oppiacei, quelli più a rischio di morte con il metadone". L'effetto letale può avvenire "tra le 5 e le 12 ore dopo l'assunzione".
Potrebbe essere una spiegazione al fatto che quattro rivoltosi sono morti dopo il trasferimento in altri istituti. "Probabilmente quando sono stati caricati sui cellulari non presentavano sintomi preoccupanti, soprattutto se oltre agli agenti in quei momenti non erano presenti medici. Giunti a destinazione hanno iniziato a stare male, in qualche caso sono morti nel sonno (favorito dall'effetto del metadone stesso), in qualche caso (come ad Ascoli) se ne sono accorti. Dalla stampa locale risulta anche se ne siano accorti gli agenti che stavano trasferendo due detenuti a Trento, che proprio per questo si sono fermati a Verona". "Il metadone in carcere - conclude il dott. Giancane - è stata una conquista di civiltà, non vorrei che da qui si progettassero passi indietro".
di Valentina Stella
Left, 13 marzo 2020
Le carceri italiane sono sovraffollate da anni, ci sono anche nove detenuti in una cella, denuncia Rita Bernardini del Partito radicale: "Se il Covid-19 si diffondesse la situazione sarebbe insostenibile, per questo si sentono in grave pericolo".
In questa difficile situazione di emergenza che il nostro Paese si trova a dover fronteggiare a causa del Covid-19, c'è una fetta di popolazione che forse più di altre percepisce il pericolo: è quella degli oltre 60mila detenuti che in questo momento si trovano in carceri sovraffollate - anche 9 in una cella - e che nel momento in cui scriviamo hanno dato vita a numerose rivolte perché è stato impedito loro, per ragione di sicurezza sanitaria, di avere colloqui con i familiari.
Nel carcere di Modena ne sono morti addirittura tre e due agenti penitenziari sono stati presi in ostaggio nell'istituto di Pavia. Ci saranno indagini e approfondimenti ma intanto c'è una doppia emergenza oltre le mura che ci dividono dai reclusi.
Ne parliamo con Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino e membro del consiglio generale del Partito Radicale.
Sei detenuti nel carcere di Modena sono morti. Mentre scriviamo non si conoscono le cause. Che giudizio dà di questo gravissimo episodio?
Con tutta la popolazione penitenziaria - sia detenuti che personale - occorre parlarci e purtroppo questo non è stato fatto. I detenuti si sono trovati all'improvviso con misure molto restrittive e senza capirne il senso. Purtroppo negli ultimi tempi questa capacità di parlare con la popolazione detenuta è andata via via perdendosi.
Mi auguro che in questa fase siano utilizzati i garanti e i direttori per parlare con i reclusi e spiegare esattamente le misure e come possano essere salvaguardati i diritti residui, visto che i colloqui non ci sono più. Pensando a queste rivolte non può non venirmi in mente il sacrificio della nonviolenza fatto da migliaia di detenuti durante gli Stati generali dell'esecuzione penale su sollecitazione di Marco Pannella: di questo patrimonio purtroppo non si è fatto tesoro. Le misure di contenimento della popolazione detenuta non sono state adottate. Adesso la popolazione è ancora in aumento: entrano gli arrestati ma non esce nessuno.
In molti istituti di pena ci sono state rivolte. E degli agenti della penitenziaria presi in ostaggio. Queste azioni sono da condannare?
Ovviamente siamo alla presenza di reati che vanno perseguiti. Ho cercato di diffondere questo messaggio: queste rivolte sono contro i detenuti, essi si auto-danneggiano perché sono le prime vittime. Se pensiamo a misure che potrebbero essere adottate in queste momento, come la detenzione domiciliare, i primi ad essere esclusi sono proprio i detenuti che hanno partecipato alle rivolte. E comunque la violenza è sempre da bandire. Ho consigliato persino ai familiari che stanno facendo manifestazioni davanti alle carceri di assumere condotte responsabili se davvero vogliono bene ai loro congiunti. Queste manifestazioni sono da scongiurare perché alimentano lo stato di paura. Dobbiamo essere tutti responsabili e limitare al massimo i contatti umani.
Nel decreto legge si prevede che dal 9 marzo e sino al 22 marzo 2020, i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati, sono svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica, che può essere autorizzata oltre i limiti della normativa vigente. Che giudizio dà?
Non tutte le carceri sono attrezzate per utilizzare ad esempio Skype. Anche sulle telefonate, volendone aumentare il numero occorre fare chiarezza: non tutti gli istituti di pena sono attrezzati per consentirne molte. C'è una fascia di detenuti molto povera che non hanno a disposizione i mezzi: a loro bisognerebbe pagare le telefonate. E poi mi chiedo cosa succede per i detenuti in 41bis: per loro l'unico colloquio mensile è stato cancellato e sostituito dalla telefonata da fare dall'interno del carcere: i parenti potranno dunque entrare?
Inoltre, si legge nel decreto, tenuto conto delle evidenze rappresentate dall'autorità sanitaria, la magistratura di sorveglianza può sospendere, nel periodo compreso tra la data di entrata in vigore del decreto ed il 31 maggio 2020, la concessione dei permessi premio e del regime di semilibertà...
Io prevedrei invece la detenzione domiciliare. È chiaro che non possono entrare ed uscire dalle carceri continuamente ma sarebbe anche necessario che agli agenti fosse misurata la temperatura, perché potrebbero essere loro il veicolo del virus.
L'emergenza sanitaria dunque può essere l'occasione per intraprendere quelle decisioni e quei provvedimenti che chiedete come Partito Radicale da tempo per carceri più umane?
Amnistia e indulto sono provvedimenti necessari. Comunque qualcosa va fatto: sono tanti gli strumenti. Per esempio introdurre nuovamente la liberazione anticipata speciale che consentirebbe ai detenuti di usufruire di uno sconto di pena in questa situazione emergenziale. Dopo di che le misure alternative con provvedimenti di legge ad hoc.
La detenzione domiciliare potrebbe essere data anche nei casi più difficili, dove potrebbero essere utilizzati i braccialetti elettronici...
Qui c'è uno scandalo: i braccialetti non ci sono anche se con essi i magistrati di sorveglianza sarebbero più propensi a dare le misure alternative. Non ci sono nonostante Fastweb abbia vinto una gara da oltre un anno: né Salvini né Lamorgese hanno fatto il collaudo e il controllo a distanza. E non dimentichiamo che ci sono circa 16mila detenuti che hanno un residuo di pena sotto i due anni: a loro potrebbe essere concessa senza problema la misura alternativa al carcere.
Lei è in contatto con molti detenuti. Ci può partecipare qualche racconto relativo alle paure di questi giorni?
I timori provengono da tutta Italia, non solo dalle carceri sovraffollate. Ma soprattutto dal sud: la questione è stata amministrata meglio al centro Nord. Alcuni direttori mi hanno detto che mancano indicazioni precise sui colloqui, sulla sanificazione dei luoghi. Questo crea preoccupazione anche nei familiari. Fino a domenica non si sapeva neanche se potevano portare i pacchi: è possibile farlo. Questo per i detenuti è fondamentale. A me arrivano telefonate di persone che hanno congiunti malati in carcere anche gravemente. Sono tantissimi che si trovano soprattutto all'alta sicurezza e al 41bis, con carcere. malattie terminali molto gravi, con difese immunitarie basse.
Ha mandato un WhatsApp al ministro Bonafede: "Caro Alfonso ricevo telefonate allarmate di familiari di detenuti e direttori di carceri... Facciamo qualcosa?". Le ha risposto e se sì cosa?
Non siamo riusciti a parlarci, l'ho invitato a Radio Radicale ma non è voluto intervenire direttamente.
Alla fine ha parlato il capo del Dap, Francesco Basentini...
Credo che le carceri siano state messe all'ultimo posto nei pensieri del governo. Invece sono luoghi "esplosivi": se si diffonde, come ha detto anche Basentini, il virus nelle carceri, la questione diventa veramente preoccupante.
Il Riformista, 13 marzo 2020
L'Italia non ha accolto nessuna delle raccomandazioni dell'Onu sul rispetto dei diritti umani nelle carceri. Lo rende noto Nessuno tocchi Caino, che con il Partito Radicale era presente ieri a Ginevra dove si è tenuta la discussione sul processo di revisione periodica universale, cioè quella valutazione che le Nazioni Unite fanno sullo stato di recepimento e rispetto dei diritti umani nei vari Paesi.
Il problema delle carceri era emerso con decisione durante la discussione e infatti, fa sapere Nessuno tocchi Caino, "paesi come Austria, Danimarca, Germania, Repubblica di Corea, Russia e Zambia avevano rivolto raccomandazioni all'Italia affinché il regime detentivo italiano sia migliorato e adeguato agli standard internazionali sui diritti umani, sia affrontato il problema del sovraffollamento e adottata una riforma che migliori le condizioni materiali, riduca la custodia cautelare ed aumenti il ricorso alle misure alternative, e sia assicurata la difesa legale agli stranieri.
Ci si aspettava che ci fossero anche queste tra le raccomandazioni accolte dal nostro Paese, tanto più in un momento di rischio epidemia in carceri sovraffollate. Invece sono cadute nel vuoto", dice Elisabetta Zamparutti, tesoriera dell'associazione ed ex componente il Comitato europeo prevenzione della tortura. Nel corso della discussione, Nessuno tocchi Caino ha sollevato il problema del recepimento della sentenza della Corte europea dei diritti umani nel caso Viola vs. Italia in materia di ergastolo ostativo.
La Corte di Strasburgo aveva bocciato il divieto previsto dall'articolo 4bis del nostro ordinamento penitenziario di concedere la liberazione condizionale agli ergastolani ostativi che non collaborino con la giustizia, giudicandolo "inumano" e "degradante" e aveva riconosciuto questo come un problema strutturale. "Al Comitato diritti umani dell'Onu - ricorda Zamparutti - pende peraltro un ricorso collettivo di 252 ergastolani ostativi curato, per conto di Nessuno tocchi Caino, dall'avvocato Andrea Saccucci".
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