ottopagine.it, 5 febbraio 2020
Per favorire attività di integrazione in materia di diritto alla salute, studio e formazione. È stato firmato un protocollo d'intesa tra il Provveditore regionale della Amministrazione Penitenziaria della Campania diretto da Antonio Fullone ed il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, Samuele Ciambriello.
Il Garante si impegna come interlocutore dell'Amministrazione penitenziaria al fine di sollecitare, suggerire, valutare e promuovere attività di sostegno ed integrazione in materia di diritto alla salute; diritto allo studio ed alla formazione, anche di intesa con agenzie istituzionali di settore; diritto al lavoro ed alla formazione professionale; preparazione alla dimissione e sostegno della misura alternativa alla detenzione; ogni altra materia ricollegabile alla competenza regionale.
Il Provveditore e il Garante realizzeranno patti annuali finalizzati alla tutela e alla promozione dei diritti dei detenuti, al miglioramento delle condizioni di vita all'interno degli istituti penitenziari, al potenziamento dei percorsi di reinserimento sociale.
Per il Garante campano Samuele Ciambriello: "Questo protocollo coniugherà anche efficacia ed efficienza per la promozione di progetti sperimentali di inclusione al fine di migliorare la condizione di vita della popolazione carceraria in Campania impegnando per momenti di formazione e aggiornamento congiunti anche personale dell'Amministrazione penitenziaria. Sono grato al Provveditore regionale per questo metodo sinergico e per la qualità della nostra collaborazione".
In attuazione del presente protocollo le direzioni degli Istituti penitenziari della Campania potranno stipulare specifici accordi con il Garante regionale, al fine di promuovere e sostenere, anche economicamente, i protocolli di intesa per il lavoro di pubblica utilità in favore della popolazione detenuta negli Istituti campani. Il Garante porrà in essere tutte le azioni possibili per creare anche un fondo per attribuire borse di lavoro mirate ad incentivare l'adesione volontaria di un sempre maggior numero di detenuti al processo di reinserimento lavorativo e di giustizia riparativa.
di Marina Caneva
gnewsonline.it, 5 febbraio 2020
È stato pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Regione Friuli Venezia Giulia l'avviso che consente la presentazione di operazioni di carattere formativo a favore dei residenti presso gli istituti penitenziari regionali. L'avviso si inserisce nell'ambito del Programma 2019 per la formazione della popolazione detenuta nelle cinque case circondariali presenti sul territorio della Regione, attivato grazie alle risorse del Fondo Sociale Europeo nel Programma Operativo Regionale 2014-2020.
Con questa comunicazione si dà attuazione ai protocolli sottoscritti tra la Regione e il ministero della Giustizia, assicurando, in continuità con la precedente programmazione, un'offerta formativa adeguata alle esigenze e ai fabbisogni dei detenuti e del territorio, individuati dal Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria per il Triveneto e dalle aree pedagogiche, sulla base delle caratteristiche dell'utenza e della disponibilità di aule e laboratori. Da quest'anno, inoltre, sono subentrati alcuni cambiamenti favorevoli: per rispondere meglio alle particolari esigenze organizzative degli istituti, infatti, è stata prevista la possibilità di finanziare le proposte formative non più tramite bando annuale ma con modalità "a sportello", con cadenza mensile, consentendo di rispondere in maniera più aderente e tempestiva ai fabbisogni dell'utenza di volta in volta emergenti.
L'avviso, inoltre, introduce la possibilità di realizzare non solo corsi professionalizzanti ma anche interventi più brevi, dedicati all'orientamento al lavoro, all'alfabetizzazione informatica e linguistica e al recupero delle competenze socio-relazionali, cognitive, organizzative, che sono presupposto indispensabile per ogni futuro inserimento lavorativo. Il tutto per un finanziamento complessivo di 1,2 milioni di euro. Attenzione specifica è stata posta al tema della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro con l'obbligo di dedicarvi alcune ore. Le competenze trasversali e professionali acquisite anche con modalità didattiche innovative e sperimentali, permetteranno di soddisfare non solo la richiesta di lavoro intramurario, ma saranno fruibili anche all'esterno. Il risultato raggiunto è il frutto di un lavoro operoso degli uffici del PRAP di Padova e della Regione Friuli Venezia Giulia con la sua articolazione regionale che si occupa di formazione professionale, sostenuta da una corrispondente volontà politica che riconosce nel lavoro e nella formazione professionale uno strumento indispensabile per fare "buona sicurezza".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione VI - Sentenza 4 gennaio 2020 n. 4666. Via libera alla condanna per la coltivazione domestica della canapa, se fatta con tecniche e in quantità tali da far escludere l'uso personale. La Cassazione, con la sentenza 4666 conferma così la condanna a carico del ricorrente per il reato di coltivazione detenzione di sostanza stupefacente. Nell'abitazione erano infatti state trovate piante essiccate e 85 grammi di marijuana, dalla quale potevano essere ricavate 270 dosi. Inutilmente la difesa contesta il reto di coltivazione perché non erano state rinvenute piantine in crescita. Ma oltre alle piante essiccate, ad inchiodare il ricorrente, era stata l'attrezzatura: una serra del fertilizzante e un sistema di ventilazione. Il tutto portava ad escludere una coltivazione per uso personale. La Cassazione sottolinea che la decisione è in linea con la sentenza delle sezioni unite, di cui mancano ancora le motivazioni, del 19 dicembre scorso, secondo la quale il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta del tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente. Per le Sezioni unite devono però considerarsi escluse dall'ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni, svolte in forma domestica che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, appaiano destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore. Nello specifico per i giudici non era così.
di Maria Elena Bagnato
altalex.com, 5 febbraio 2020
Cassazione civile, ordinanza n. 319/2020: dal loro stato di detenzione deriva lo stato di abbandono del minore e dunque la sua adottabilità. Se entrambi i genitori sono detenuti, il figlio minore è adottabile, in quanto lo stato di abbandono di quest'ultimo non dipende da cause di forza maggiore transitorie, ma dalla condizione di carcerazione del padre e della madre.
Questo è quanto precisato dalla Corte di Cassazione, Sezione Sesta Civile, Sottosezione 1, nell'ordinanza 10 gennaio 2020, n. 319. La pronuncia in esame trae origine dal ricorso presentato da un padre, avverso la sentenza con cui la Corte territoriale aveva confermato la declaratoria dello stato di adottabilità del figlio dell'uomo.
La Suprema Corte ha esaminato congiuntamente i motivi del ricorso. In particolare, con riferimento all'accertamento dello stato di abbandono, la Cassazione ha evidenziato che è consolidato il principio secondo cui, l'esigenza del figlio di vivere nell'ambito della propria famiglia di origine può venir meno se sussiste un grave pregiudizio per un suo equilibrato ed armonioso sviluppo, qualora la famiglia di origine non sia in grado di garantirgli la necessaria assistenza e stabilità affettiva. È evidente che le carenze morali e materiali che integrano lo stato di abbandono del minore, non devono dipendere da cause di forza maggiore di natura transitoria, atteso che, l'adozione costituisce una misura di tipo eccezionale cui si ricorre solo se si siano dimostrate impraticabili altre soluzioni, anche di carattere assistenziale, dirette a favorire il ricongiungimento del figlio con i genitori biologici.
Nel caso in esame, la condizione di abbandono del minore può essere dimostrata anche in virtù dell'esistenza dello stato di detenzione del genitore, riconducibile alla condotta criminosa dello stesso, non integrante gli estremi della causa di forza maggiore transitoria, prevista dalla L. n. 184 del 1983, art. 8, come motivo di giustificazione della mancata assistenza al figlio. Pertanto, la Cassazione ha rilevato che il giudice di merito ha applicato correttamente i summenzionati principi nella sentenza impugnata, avendo considerato lo stato di detenzione di entrambi i genitori, per reati contro il patrimonio e contro la persona, oltre che reati collegati all'uso di sostanze stupefacenti. Inoltre, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la valutazione negativa della capacità genitoriale dello stesso è riconducibile al provvedimento di decadenza dalla responsabilità sul figlio, emanato anni prima, che il genitore non ha mai impugnato.
Di conseguenza, la sussistenza dello stato di reclusione per i reati sopra indicati, nonché la decadenza dalla potestà genitoriale, giustificano pienamente la decisione negativa della Corte territoriale relativamente alla possibilità di recupero della capacità genitoriale del padre, situazione non rimediabile ricorrendo alle misure di sostegno, che, non potrebbero essere applicate in tempi brevi, sussistendo lo stato di reclusione del ricorrente, e ciò sarebbe in contrasto con l'esigenza di una sollecita definizione delle questioni collegate alla tutela del minore. Per tali motivi, la Suprema Corte ha ritenuto infondati i motivi proposti e rigettato il ricorso.
di Vito Salinaro
Avvenire, 5 febbraio 2020
A San Vittore la presentazione della speciale collezione di foulard creati da detenuti ed ex detenuti con colori e disegni che esprimono fiducia e speranza. I nuovi turbanti sono stati confezionati con cura grazie a cotoni provenienti dall'India. Ma ogni foulard creato per vestire le donne che lottano contro il cancro, ha colori e disegni per infondere fiducia e speranza. La particolare collezione verrà presentata questo pomeriggio, alle 18.30, in occasione della celebrazione della Giornata mondiale contro il cancro, nella sede del Consorzio Viale dei Mille di Milano, che aiuta le organizzazioni che operano con detenuti o ex detenuti a comunicare l'essenza del lavoro negli istituti di pena, gestendo anche il primo concept store cittadino interamente dedicato al 'made in carcerè.
I turbanti infatti vengono realizzati nella sartoria del carcere milanese di San Vittore grazie all'iniziativa "La vita sotto il turbante - progetto Cristina", in collaborazione tra l'Associazione "Go5 - per mano con le donne" (organizzazione di volontariato impegnata nel reparto di ginecologia oncologica dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano) e la Cooperativa sociale Alice che cura la Sartoria San Vittore.
Nell'incontro sarà anche presentato in anteprima il video "Io sono qui" girato dal regista Fabio Ilacqua per Go5. L'associazione con le sue volontarie, sostiene le donne che stanno affrontando le cure e le loro famiglie e lo fa anche attraverso iniziative come queste, lanciata circa un anno fa. I turbanti, capi morbidi e colorati, sono disegnati da Rosita Onofri e pensati non solo per vestire le donne che lottano contro il cancro ma anche per tutte quelle che vogliono sostenere una alleanza tra donne malate e donne detenute alla ricerca di una seconda possibilità.
Venduti dal Consorzio Viale dei Mille, il ricavato viene devoluto a Go5 per finanziare le attività dell'associazione sviluppate per l'Istituto tumori del capoluogo lombardo. Ospite speciale dell'evento, Sabrina Scampini, giornalista e autrice televisiva italiana che qualche anno fa ha combattuto la malattia. A illustrare gli scopi e gli obiettivi del progetti saranno Luisa Della Morte, presidente del Consorzio Viale dei Mille, il presidente di Go5, Francesco Borasi e la vice presidente dell'associazione Daniela Risina.
di Alessandro Fulloni
Corriere della sera, 5 febbraio 2020
Il giornalista, figlio del commissario ucciso a Milano da un commando di Lotta Continua, ha postato la foto su Twitter: "Li ha messi mia madre, uno per me e uno per lei". Il sindaco Sala: "Ne rimetteremo una nuova". Il vandalismo - sconcertante - è stato scoperto lunedì mattina dall'Anpi. È stato il presidente della sezione di Milano Roberto Cenati a raccontare che "la targa dedicata a Giuseppe Pinelli dal Comune nella ricorrenza del cinquantesimo anniversario di piazza Fontana e della tragica fine di Pinelli, diciottesima vittima, è stata oltraggiata e spaccata. La gravissima provocazione è avvenuta in piazza Segesta".
A pochi passi da dove viveva la stessa famiglia Pinelli, zona San Siro. Martedì - saranno state circa le 13 - il giornalista Mario Calabresi ha twittato: "Danneggiare la lapide di Pino #Pinelli è un gesto vile e infame. Noi ci abbiamo messo un fiore, perché è quello che merita". Raggiunto telefonicamente dal Corriere il figlio di Luigi - il commissario ucciso a Milano da un commando di Lotta Continua mentre rincasava, alle 9 e 15 del 17 maggio 1972 - racconta che quel fiore "è andato a metterlo mia madre, ne ha messi due, uno per me e uno per lei. Non riusciamo a credere che ci possa essere chi oggi fa un gesto così vigliacco e grave. Pensiamo che lo si debba dire con chiarezza. Io in quella piazza e in quel quartiere ci sono cresciuto. Per noi quella lapide e la quercia rossa che è stata piantata insieme sono simboli belli e importanti da preservare".
Sulla stele sono incise queste parole: "A Giuseppe Pinelli ferroviere anarchico morto tragicamente nei locali della questura di Milano il 15-12-1969". Quella morte - un volo dalla finestra di una stanza al quarto piano dove era in corso l'interrogatorio di Pinelli, fermato per accertamenti sulla strage che tre giorni prima fece 17 morti - sconvolse l'Italia. L'istruttoria del giudice Gerardo D'Ambrosio assolse poi il commissario, scagionando la polizia e concludendo che la caduta avvenne per "l'improvvisa alterazione del centro di equilibrio". Una morte "accidentale" in un momento in cui Calabresi non si trovava neppure nella stanza.
Gemma Capra, moglie del poliziotto, e Licia Pinelli, vedova di Pino, si sono poi incontrate: l'ultima volta è stato a Milano, il 13 gennaio 2019, cinquantenario della strage. Si sono abbracciate davanti al presidente Mattarella, con loro a Palazzo Marino. Dieci anni prima era stato il suo predecessore Napolitano a far incontrare le due donne e a definire (per la prima volta a livello istituzionale) che Pinelli è la diciottesima vittima innocente di piazza Fontana. Ma la stele? Il sindaco Giuseppe Sala assicura: "Ne rimetteremo una nuova lì dove l'abbiamo posata a testimonianza di una città che conosce, vuole e difende la verità".
di Marina Caneva
gnewsonline.it, 5 febbraio 2020
Dal 20 gennaio scorso le oltre 300 persone detenute nella Casa Circondariale di Trento possono contare su un servizio di assistenza sanitaria che assicura la copertura delle 24 ore. Il risultato è frutto dello sforzo continuo delle due amministrazioni, penitenziaria e sanitaria, di pervenire a effetti concreti sul piano della tutela della salute dei detenuti.
Il nuovo assetto organizzativo è stato realizzato dopo aver studiato e comparato il servizio già realizzato presso altre Regioni e assegna il servizio di medicina penitenziaria alle cure primarie della medicina territoriale, avvalendosi sia di medici dipendenti dall'azienda sia di liberi professionisti con specifica esperienza in strutture detentive. Inoltre tiene conto del fatto che il carico assistenziale è direttamente correlato all'elevato turn-over e al numero dei nuovi ingressi, e non solo al numero di presenze. L'equipe medica è ora composta da 6 medici con incarichi e orari diversi, oltre al coordinatore della rete provinciale e a collaborazioni da parte di altri medici, quando necessario.
Dopo l'apertura del nuovo istituto penitenziario trentino nel 2011, era stata segnalata più volte alle istituzioni regionali e nazionali la mancanza di assistenza H24 in favore della popolazione detenuta. Il ricorso all'intervento del Servizio 118 nelle situazioni di emergenza non era certamente adeguato a soddisfare la domanda ordinaria: il modello organizzativo adottato nel 2012 prevedeva infatti l'affidamento alla medicina d'urgenza dell'Ospedale Santa Chiara in assenza del servizio medico, presente dalle 8 alle 21 nei giorni feriali e dalle 8 alle 20 in quelli festivi e prefestivi.
La copertura medica all'interno del carcere si inquadra in un più ampio progetto di ottimizzazione della sanità penitenziaria che, grazie ai periodici incontri dell'Osservatorio Permanente Sanità Penitenziaria, ha condotto all'approvazione del Piano provinciale di prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti, in attuazione del Piano nazionale, e alla sottoscrizione del Piano locale. Importanti risultati sono stati raggiunti anche grazie al potenziamento del servizio infermieristico e psicologico, al perfezionamento delle procedure di distribuzione dei farmaci e alla presenza, dal 1° agosto 2019, di uno specialista psichiatra con esperienza nel settore penitenziario.
Anche l'attenzione e la sensibilità istituzionali dimostrate dal Procuratore della Repubblica e dal Prefetto hanno contribuito a rendere più fluida la collaborazione tra l'Amministrazione Penitenziaria e quella provinciale in materia sanitaria. L'obiettivo è quello di garantire i livelli essenziali di assistenza alle persone detenute, in una gestione sinergica che preveda la somministrazione di interventi multidisciplinari e consenta di assicurare la tutela della salute nel rispetto delle esigenze di sicurezza degli istituti penitenziari.
ansa.it, 5 febbraio 2020
Progetto partito da Como si apre a tutti i penitenziari italiani. Si apre a tutte le carceri italiane "Cucinare al fresco", la raccolta di ricette realizzate dai detenuti di Como, Bollate, Varese, Opera e Bollate. Nelle scorse settimane, il Provveditorato Regionale della Lombardia, il direttore del Carcere di Como e l'ideatrice del progetto, Arianna Augustoni, hanno sottoscritto un protocollo per estendere l'iniziativa nel maggior numero di penitenziari italiani. La redazione del magazine rimarrà a Como, ma attraverso il passaparola, da tutte le carceri sarà possibile inviare il proprio contributo. L'iniziativa, partita due anni fa dal Carcere del Bassone di Como e giunta al terzo numero, è stata presentata oggi a Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale della Lombardia, alla presenza tra gli altri del garante regionale Carlo Lio.
"Cucinare al fresco - ha sottolineato il presidente dell'assemblea lombarda Alessandro Fermi - è anche un incoraggiamento a non perdere mai le speranze, e i piatti e le pietanze contenute in queste pagine, pur cucinate in spazi ristretti e con fornelletti da campeggio, non hanno certo nulla da invidiare a quelli proposti da MasterChef o da Cracco".
Il ricettario, in vendita nella libreria Ubik di Como, sarà prossimamente distribuito nelle edicole e scaricabile gratis dal profilo Facebook Cucinare al fresco. "Ci sono tutti gli ingredienti per poter fare un salto di qualità culturale e sociale. Le persone che si cimentano, dimostrano competenze e sapienze insospettabili e sono in grado di fare una cucina diversa nella sua povertà, ma non nel suo gusto e grado di elaborazione" ha sottolineato il provveditore regionale Pietro Buffa. "Il desiderio - ha aggiunto Buffa - è di dare loro parola affinché propongano all'esterno il risultato del loro ingegno, dimostrando che stare in carcere non significa perdere o aver perso le competenze che ognuno di noi possiede".
di Laura Casciotti
quisalento.it, 5 febbraio 2020
Approda alla casa circondariale di Lecce, l'esperienza teatrale condotta a Matera. Raggiungere le periferie attraverso il teatro, arte e linguaggio che non conosce confini geografici, che oltrepassa le sbarre di una cella e abbatte i muri interiori, perché si nutre di sentimenti e pensieri: le vere libertà delle persone. Il teatro diventa così uno strumento potente di rigenerazione umana, occasione per restituire dignità e fiducia a chi vive ai margini, per connettere le periferie sociali e urbane e aprire un dialogo tra chi è "dentro" e chi sta fuori.
Si portano in carcere esperienze, metodologie di lavoro, valori e bellezza con "Jumperiferie - teatro vivo nel sociale", progetto presentato negli uffici della Casa Circondariale di Lecce dai partner della corposa rete, ciascuno dei quali è chiamato ad arricchire il percorso con le proprie competenze e sensibilità. L'idea è quella di riprendere l'esperienza di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura con il progetto "La poetica della vergogna", sviluppato dalla compagnia teatrale Petra, capofila di Jumperiferie, nelle Case Circondariali di Matera e Potenza. "In carcere il significato della parola vergogna assume un'accezione diversa, si ribalta completamente, perché la vergogna riattiva la parte migliore delle persone", specifica Antonella Iallorenzi, attrice e pedagoga della compagnia teatrale, "il teatro ha un linguaggio terapeutico, in scena ci si immagina liberi e diversi da quello che si è, meccanismo che innesca il cambiamento.
Così, anche nella Casa Circondariale di Lecce si ripeterà l'esperienza lucana, con un laboratorio teatrale stabile per detenuti fino a 35 anni. Inoltre venerdì 21 febbraio alle 19 (prenotazione obbligatoria entro il 10 febbraio), a Borgo San Nicola andrà in scena "Humana vergogna". Lo spettacolo di Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti, coprodotto da #reteteatro41 e Fondazione Matera-Basilicata 2019, è una rappresentazione del sentimento che muove dalla coscienza e provoca disagio, che unisce teatro e danza, dove il corpo diventa narrazione.
Ad aprile invece, il teatro del carcere aprirà le sue porte al pubblico esterno per lo spettacolo "Pupe di Pane", prodotto dall'Accademia Mediterranea dell'Attore. Inoltre, nei comuni partner, saranno organizzati eventi culturali e laboratori di arte urbana che coinvolgeranno residenti nel quartiere, studenti dell'Istituto comprensivo "Stomeo-Zimbalo" di Lecce e ragazzi migranti beneficiari dei progetti Sprar di Arci.
Il progetto è sostenuto da Periferie al centro, intervento di inclusione culturale e sociale della Regione Puglia, promosso dall'assessorato all'Industria turistica e culturale della Regione Puglia e Teatro Pubblico Pugliese, in partnership con Accademia Mediterranea dell'Attore di Lecce, Casa Circondariale di Lecce, Compagnia teatrale Petra, #reteteatro 41, Arci Lecce, Mecenate 90, Officina Creativa, Comune di Lecce, Comune di Lequile, Comune di Melpignano.
di Gian Luca Pasini
Gazzetta dello Sport, 5 febbraio 2020
Il progetto è del Politecnico di Milano. Il c.t. Cassani ha dato la disponibilità ad accompagnare la squadra in un'uscita fino a Parma. Il sogno è un piccolo velodromo all'interno di Bollate. L'ipotesi più realistica e vicina è creare - all'interno del carcere della cintura milanese - un gruppo di detenuti-ciclisti che in un tempo non troppo lontano (la fine di maggio) possano anche fare una "uscita" fino a Parma, assieme al gruppo di guardie carcerarie già presente all'interno della stessa struttura carceraria.
Fantasport? No, è un'idea nata all'interno del Politecnico di Milano, uno dei 7 progetti premiati da Polisocial 2019, idee con un soggetto sportivo e con finalità sociali. "Si chiama A.c.t.s. A Chance Through Sport - spiega il professore Andrea Di Franco, uno degli ideatori -. Sono già diversi anni che come Politecnico abbiamo avviato una serie di studi all'interno del carcere, legati agli spazi, ma anche alla qualità della vita dei detenuti e della polizia penitenziaria che condivide i medesimi luoghi. Questo è il primo studio che riguarda lo sport fatto dal Politecnico e abbiamo ottenuto questo riconoscimento.
Ora lo vogliamo tradurre in qualcosa di concreto e reale", aggiunge Di Franco, che lavora in pool con altri studiosi del Politecnico già impegnati nel recupero di aree urbane della città. "Per la popolazione carceraria la cura del fisico è l'ultima barriera, l'ultima difesa. E quella del ciclismo può essere una pratica molto interessante da sviluppare all'interno di un carcere come Bollate che ha spazi adatti su cui lavorare.
In questo nostro progetto abbiamo trovato già alcuni compagni di viaggio, ma altri ne vogliamo aggregare. Lo studio di avvocati Bonelli Erede, con sede in Milano, ci è stato subito vicino. Questo studio ha al suo interno un gruppo di fan delle due ruote. E hanno a loro volta costituito un gruppo sportivo che si chiama Amici di Davide Cassani. Grazie a loro il c.t. dell'Italbici è diventato nostro testimonial e ha dato la sua disponibilità ad accompagnarci in questa pedalata, da Milano a Parma appunto, con detenuti e guardie (all'interno di Bollate è stata costituita una Asd da parte dell'ispettore Vincenzo Ormella, ndr).
Abbiamo già ottenuto il supporto del Comune di Milano, con l'assessore Roberta Guaineri e anche l'appoggio dell'olimpionico Antonio Rossi. Ma vogliamo andare oltre: perché il senso è lasciare qualcosa che possa essere più duraturo, come una "pista", non un vero e proprio velodromo, ma qualcosa che possa assomigliarci.
Ma già prima a Bollate vorremmo recuperare anche uno spazio per gli allenamenti da "fermi" con cyclette o i rulli proprio perché si possano organizzare nei prossimi mesi allenamenti continuativi (quello che serve anche alla popolazione carceraria per dare loro una prospettiva). Mapei (per anni sponsor nel ciclismo, ndr), ma anche la casa di produzioni Dude, sono già adesso al nostro fianco. Ma stiamo cercando anche altri partner perché questo sogno diventi realtà e si possa ingrandire ancora di più".
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