ansa.it, 15 marzo 2020
Una sezione in ogni carcere dedicata ai malati e ai casi sospetti di coronavirus, dove sia garantito l'isolamento. Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini interviene con una nuova Circolare per fronteggiare l'emergenza Coronavirus nelle carceri con raccomandazioni a Provveditori e direttori degli istituti penitenziari.
La circolare prevede che i detenuti in arrivo, i cosiddetti nuovi giunti siano sottoposti a triage prima dell'ingresso. E in caso di necessità vadano isolati "in apposita sezione già individuata dalla Direzione" di ogni carcere: devono stare in camera singola, "con servizi igienici a uso esclusivo". In tali sezioni gli operatori penitenziari devono essere muniti dei necessari dispositivi: mascherine Ffp2 guanti e visiera. Dispenser con soluzioni disinfettanti devono essere presenti "in numero adeguato", prima dell'ingresso queste sezioni. In caso di necessità di ricovero per caso sospetto di Sars-CoV2, il medico penitenziario provvederà ad informare il Direttore dell'istituto.
Per quanto riguarda i detenuti già presenti in istituto, chi tra loro presenta sintomi compatibili con il Coronavirus, dovrà essere visitato dal medico presso la camera di pernottamento e non in infermeria. I suoi compagni di cella e gli altri reclusi con cui sia entrato in contatto saranno sottoposti ad accertamenti e controlli.
Il tampone sarà fatto solo se necessario da personale medico o infermieristico dell'Azienda sanitaria competente, che valuterà in caso di positività se far restare il detenuto in carcere "in isolamento sanitario all'interno dell'istituto nei locali dedicati" o richiedere il ricovero in ospedale. In caso di negatività al tampone, il detenuto resterà in isolamento sanitario sino alla data definita dalle autorità sanitarie. Sono comunque vietati i contatti diretti con detenuti in isolamento sanitario: possibili solo quelli protetti (separazione completa di ambienti con vetrate e ingressi differenti) e da remoto. Gli ambienti con detenuti sospetti o contagiati dovranno essere puliti almeno una volta al giorno.
Agenti restino in servizio anche se avuto contatti con sospetti
Acquisire termo-scanner, cioè gli strumenti elettronici per la misurazione della febbre, o, comunque, prendere contatti con le Aziende Sanitarie Locali perché venga eseguito un monitoraggio su tutto il personale che fa ingresso nelle carceri. È la raccomandazione che il capo Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini rivolge a provveditori e direttori delle carceri.
Ai direttori in particolare chiede anche di "favorire in ogni modo" l'utilizzo di mascherine e guanti da parte del personale di polizia penitenziaria, assicurando che l'Amministrazione "sta impiegando ogni sforzo possibile per riuscire ad ottenere, soprattutto attraverso la collaborazione della Protezione Civile, la disponibilità dei Dispositivi di protezione individuale, allo scopo di tutelare l'incolumità del personale nell'espletamento delle attività e dei servizi".
La circolare prescrive anche che il personale della polizia penitenziaria che svolge le sue funzioni presso le carceri debba continuare a prestare servizio anche nel caso in cui abbia avuto contatti con persone contagiate o che si sospetti siano state contagiate, in quanto "operatori pubblici essenziali", e nell'ottica di "garantire nell'ambito del contesto emergenziale, l'operatività delle attività degli istituti penitenziari" e quindi di "salvaguardare l'ordine e la sicurezza pubblica collettiva". Chi ha avuto contatti con contagiati o sospetti va però esonerato dai servizi operativi in sezione a contatto con la popolazione detenuta e dai servizi di traduzione.
E, se presenta sintomi simili all'influenza o febbre, deve astenersi dall'ingresso in carcere. Se ciò dovesse accadere durante il servizio, il personale di Polizia Penitenziaria dovrà immediatamente munirsi di mascherina chirurgica, lasciare l'istituto, avvertire il proprio medico curante e l'autorità sanitaria.
di Ivana Zimbone
Quotidiano di Sicilia, 15 marzo 2020
Arrivano le mascherine ma solo per gli agenti. Per i detenuti predisposte camere di isolamento. L'emergenza sanitaria per il Coronavirus ha indirettamente causato gravi rivolte nelle carceri. Anche all'istituto di piazza Lanza incendi e tentativi di evasione, seguiti dalla mediazione dell'amministrazione. Intanto si distribuiscono le mascherine, ma solo al personale.
Sono circa le 22 di giovedì 12 marzo e dalle abitazioni limitrofi al carcere di piazza Lanza si sente grande frastuono, urla e puzza di bruciato. Le pattuglie arrivano a circondare la zona, il parcheggio riservato al personale si riempie con i rinforzi. Alcuni detenuti, in dialetto siciliano, sembrano dissuadere i ribelli: "Meglio star buoni o qui sono botte per tutti". Altri gridano tra le sbarre di "aver bisogno di cure, di stare morendo". C'è chi tenta di evadere dalla cella e, per tutta la notte, le forze dell'ordine continuano fare la ronda attorno al carcere, tra gli schiamazzi messi in sordina.
A Catania "un'ottantina di detenuti ha protestato battendo le gavette contro i blindi e le inferriate di cancelli e finestre. Poco dopo la protesta è sfociata in disordini, culminati con la rottura dei cancelli con le brande - usate come ariete - e con la distruzione e l'incendio di alcune suppellettili. La contestazione ha riguardato le misure per il contenimento del Coronavirus all'interno degli istituti", ha dichiarato l'ufficio stampa della casa circondariale.
"Le proteste nelle carceri italiane, messe in moto da detenuti comuni, si sono dirette principalmente contro il divieto dei colloqui per il contenimento della diffusione del virus. A Catania, i comportamenti sono stati moderati grazie alla grande capacità di dialogo dell'amministrazione. Quello di piazza Lanza è il primo carcere d'Italia a essersi auto-fornito di mascherine. Questa notte gli agenti in servizio - e non - hanno raggiunto la sede spontaneamente appena saputo dell'accaduto, senza nemmeno richiesta. Fino al 22 marzo permarranno le disposizioni nazionali sui divieti, dopo si stabiliranno le regole per far ripartire i colloqui. Ma rimane valido, per i detenuti di tutto il territorio nazionale, l'aumento del numero delle telefonate e la possibilità di colloquio via Skype", chiosa Domenico Nicotra, segretario generale aggiunto del sindacato della polizia penitenziaria Osapp.
"La mediazione del direttore - Elisabetta Zito - e del comandante della Polizia penitenziaria dell'istituto - Francesco Salemi - ha convinto i detenuti a desistere da ulteriori azioni turbative dell'ordine e della sicurezza; così, dopo aver ripulito i danni da loro stessi provocati, i manifestanti sono tornati nelle loro stanze", ha continuato l'ufficio stampa. E intanto al via la distribuzione delle mascherine anti-contagio, ma "solo per il personale".
Il Prap di Palermo ne ha ricevute 9.500 che si preoccuperà di dividere ai diversi istituti. A queste se ne aggiungono altre 650, destinate alle scuole di polizia penitenziaria e al Dipartimento di giustizia minorile. "Per i carcerati sono state predisposte camere di pernottamento per quelli in isolamento preventivo e camere per possibili positivi al contagio", aggiunge l'addetto alla comunicazione. Di fatto, l'amministrazione teme la massiccia distribuzione delle mascherine perché potrebbero creare ulteriore allarmismo e possibili nuove rivolte.
di Massimo Palozzi
formatrieti.it, 15 marzo 2020
Il Covid-19 è appena arrivato in città, ma ha già fatto le prime vittime. Sono i quattro detenuti morti e i sei ricoverati in condizioni gravissime a seguito della rivolta scoppiata lunedì e proseguita per i successivi due giorni nel carcere di Vazia, in concomitanza con altre decine di istituti di pena.
A Rieti il bilancio è stato particolarmente grave, tanto per i costi umani quanto per le devastazioni alle infrastrutture e agli arredi (secondo solo alle sette vittime di Modena).
Si tratta di un effetto collaterale dell'emergenza coronavirus tutto sommato inatteso, in considerazione del basso livello di pericolosità dei ristretti e della marginalità rispetto al circuito carcerario nazionale. Quella nostrana è infatti una "casa circondariale", in cui sono cioè detenute persone in attesa di giudizio o condannate a pene inferiori ai cinque anni o con un residuo infraquinquennale.
La contemporanea esplosione di violenza in tanti istituti lascia ragionevolmente supporre che dietro ci sia stata una regia. Questa emergenza nell'emergenza ha in ogni caso collocato l'intero sistema di fronte alle sue reali capacità di tenuta. E nel suo piccolo, anche il microcosmo reatino è stato messo alla prova nel primo vero stress test a cui viene sottoposto.
Il penitenziario di Vazia è stato inaugurato appena undici anni fa, nel 2009, ed è uno dei più nuovi nell'obsoleto panorama italiano. Ha preso il posto dell'anacronistico istituto di Santa Scolastica, ricavato in uno storico complesso di via Terenzio Varrone, che non disponeva nemmeno della sezione femminile.
La sua costruzione non fu né facile né rapida. Il decisivo impulso politico arrivò alla fine degli anni Novanta, incontrando però l'onda lunga di una resistenza di merito fondata sulla preoccupazione che sarebbe stato un "supercarcere" destinato ad ospitare numerosi detenuti, tra i quali pericolosi criminali. Si temeva che la loro presenza avrebbe attirato la frequentazione di parenti, amici e sodali potenzialmente legati ad ambienti malavitosi anche di spessore e capaci quindi di estendere la loro sinistra influenza su un territorio fondamentalmente sano.
L'idea di base era al contrario costruire una struttura dimensionata alla realtà locale, che non avesse un grosso impatto sociale e che al contempo liberasse il vecchio complesso ormai sorpassato e difficile da gestire (si pensi solo alle difficoltà della semplice traduzione dei detenuti), dando pure un po' di linfa all'economia, posto che l'edilizia penitenziaria era di fatto l'unica prospettiva praticabile per ottenere a Rieti un'opera pubblica di qualche consistenza.
L'ipotesi supercarcere non fu in realtà mai presa in considerazione e i successivi passaggi hanno infatti determinato, dopo una lunga sospensione, la realizzazione di una struttura al livello più basso nella gerarchia delle tipologie in cui sono suddivisi gli istituti secondo la gravità delle condanne.
A dispetto della sua breve vita, il carcere reatino è stato comunque più volte al centro di segnalazioni da parte sia di osservatori esterni sia, soprattutto, dei sindacati che da tempo lamentano condizioni di estrema difficoltà collegate al sovraffollamento e agli scarsi mezzi in termini di dotazioni umane e strumentali.
di Milena Castigli
interris.it, 15 marzo 2020
Si sono concluse le autopsie sui cinque detenuti morti nel carcere di Modena, dove l'8 marzo e nei giorni successivi ci sono stati gravi disordini che hanno portato a feriti e gravi danneggiamenti della struttura detentiva. I primi esiti escluderebbero come causa dei decessi la morte violenta e sembrerebbero confermare l'ipotesi del "primo minuto", quella di overdose da farmaci.
"L'esito definitivo degli accertamenti sarà disponibile nelle prossime settimane - spiega in una nota il procuratore aggiunto Giuseppe Di Giorgio - ma il primo esame da parte del consulente incaricato ha riscontrato l'assenza, nel meccanismo causale dei cinque decessi, di fattori riconducibili a lesioni da azioni traumatiche.
Sono stati effettuati i prelievi di liquidi biologici e di tessuti per i necessari approfondimenti chimico-tossicologici mirati a verificare l'ipotesi più plausibile, che si conferma essere quella di natura tossicologica". La violenta protesta - che ha coinvolto principalmente le carceri di Modena e Foggia e altre 25 strutture penitenziarie italiane - era scaturita in seguito alla decisione di sospendere i colloqui tra detenuti e familiari per contenere il rischio contagio da Coronavirus.
di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 15 marzo 2020
Gli italiani a casa propensi ad acquistare di più in rete, boom di affari per gli hacker i dati. La finta mail dell'Oms che sottrae i dati. Crollo di furti e rapine nelle città. Ai tempi del Covid-19 anche i computer corrono il rischio di essere infettati da un virus pericoloso.
Un'email con importanti comunicazioni dell'Oms sul coronavirus è stata inviata sulla casella postale di diversi utenti. Si clicca per avere più informazioni e un hacker si impossessa dei dati del pc. Sequestra le informazioni e chiede un riscatto, possibilmente da pagare in criptovaluta. Truffe on line, malware inviati per controllare da remoto i pc.
La mappa del crimine si modifica. E lo fa rapidamente. Come in un'altalena che oscilla da una parte all'altra, se i reati, per così dire, tradizionali, spaccio e rapine, attraversano un momento passeggero di crisi, altri criminali sfruttano l'occasione. Milioni di italiani sono a casa dietro un pc o a utilizzare, molto più del solito, lo smartphone.
E allora i professionisti delle truffe online si sfregano le mani e lavorano. Una tendenza che avevano già intuito gli specialisti della polizia postale del Cnaipic che, per tamponare l'attacco degli imbroglioni del web, stanno garantendo un servizio h24 dal loro quartier generale in via Tuscolana, nella Capitale.
Sono indaffarati più del solito gli specialisti della postale, impegnati a bloccare siti fasulli che vendono prodotti sanitari o finte campagne di raccolta fondi a favore degli ospedali per il Covid-19. "In questo momento la superficie d'attacco - spiega un investigatore - è molto più ampia perché si stanno moltiplicando le transazioni home banking e tutte le pratiche commerciali che si appoggiano alla rete".
Di numeri, ancora, non si può parlare perché le denunce fioccheranno, probabilmente, più numerose del solito a fine "quarantena", quando le persone potranno uscire. Intanto, però, l'attività preventiva del Cnaipic è stata spinta ai livelli massimi. Non solo per i truffatori del web che si infilano nelle transazioni di compra-vendita, inviando mail con nuove coordinate bancarie modificate all'ultimo per dirottare i soldi di ignari compratori, ma anche per chi semina il panico.
Nei giorni scorsi è stata fatta circolare una fake news, con il logo di un'agenzia di stampa, in cui si diceva che per il "contenimento biologico l'esercito controllerà le strade e soltanto un soggetto per famiglia potrà uscire". In questo caso più che di truffatori si tratta di "matti". Ma non per questo non rischiano di finire in cella. Il codice penale prevede una sanzione non da poco, se vengono scoperti per loro c'è il reato di "procurato allarme": con la possibilità di finire in carcere fino a sei mesi. Sono i tribunali, o meglio i processi per direttissima, le migliori testimonianze del "cattivo momento" che vive la malavita in questi giorni di quarantena nazionale.
Occorre tuttavia non abbassare la guardia, suggeriscono gli inquirenti, anche se il termometro dei reati "tradizionali" è quasi sotto lo zero. Le aule dei palazzi di giustizia, di solito affollate di piccoli e grandi spacciatori, truffatori, rapinatori, ladri e molestatori arrestati in flagranza, sono deserte. A Roma quotidianamente si registra il tutto esaurito, con quattro aule e decine di imputati che sfilano di fronte a giudici e ai vice procuratori onorari per essere giudicati.
Giovedì solo una era aperta, con un magistrato e un vpo, a beneficio di un'unica persona scoperta a vendere cocaina. Stesso copione andato in scena venerdì, con l'aggiunta di un uomo che ha sfondato il vetro di un'auto per cercare di rubare qualche cosa. Il pusher, oltre all'accusa di spaccio, si è aggiudicato anche "l'inosservanza dei provvedimenti dell'autorità", proprio per essere stato scoperto a zonzo senza un valido motivo.
Vendere la polvere bianca, ovviamente, non rientra tra "le comprovate esigenze lavorative" che "autorizzano gli spostamenti", indicati dal governo nel decreto. Eppure le forze dell'ordine si chiedono, proprio sul fronte dello spaccio, come reagiranno i tossicodipendenti nei prossimi giorni, quando finiranno le scorte. Limitati, come tutti gli italiani, nei loro movimenti, alla fine rischieranno e si riverseranno in strada?
Magari saranno, invece, proprio i mercanti della droga a studiare nuove strategie per venire incontro ai loro clienti, implementando uno dei loro già collaudati metodi di vendita: la consegna a domicilio. Di certo così correrebbero un bel rischio, perché le strade deserte e le pattuglie di carabinieri, polizia e finanza, rappresentano un grande disincentivo.
Ne sa qualcosa Cesare Antonio Cordì, tradito dal decreto "resto a casa". Il 42enne boss latitante della 'ndrangheta è stato arrestato venerdì a Bruzzano Zeffirio, piccolo centro della Locride, in Calabria, proprio durante uno dei controlli dell'Arma per verificare il rispetto del provvedimento emanato dal governo.
di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 15 marzo 2020
Tutti dentro casa. E anche se le denunce di casi di violenza contro le donne in questa settimana sono diminuite, la situazione potrebbe essere esplosiva perché in certi casi la convivenza forzata può essere fatale. Si pensi a una donna costretta ventiquattro ore su ventiquattro nell'appartamento con il marito violento.
Per questo l'attenzione della procura e delle forze dell'ordine rimane alta. Il dispositivo è quello d'urgenza già varato per il Codice Rosso che, però, per forza di cose è stato potenziato per rispettare tutte le regole sanitarie imposte dall'emergenza del coronavirus. Restrizioni che hanno imposto che, a queste condizioni, vengano trattati solo i casi particolarmente urgenti.
La difficoltà, spiegano i magistrati, è quella di contemperare l'urgenza dettata dalle violenze con quella sanitaria. Ma, complice anche la riduzione degli altri reati, i pm continuano a lavorare a pieno ritmo. E ieri, proprio in quest'ottica, gli uffici della procura sono stati sanificati. Insomma, le vittime di violenza, questa la raccomandazione, non devono sentirsi sole. Tutto continua a funzionare a pieno regime. Non mancano però gli ostacoli.
Uno dei problemi che i pubblici ministeri del gruppo, coordinati dal procuratore Michele Prestipino e dall'aggiunto Maria Monteleone, si sono trovati ad affrontare è stato quello delle audizioni protette dei minori. Non solo per il divieto di uscire di casa, ma anche per evitare loro contatti con più persone. Per questo, è stato escogitato un sistema che permette l'ascolto, già nelle aule delle forze di polizia (senza quindi l'ulteriore passaggio in tribunale), con il collegamento da remoto dei consulenti. Così anche per la misura dell'allontanamento perché in questa situazione è difficile far uscire le persone di casa.
Ma anche a questo problema si è riusciti, con soluzioni diverse a seconda dei casi, a trovare una soluzione. Nonostante le difficoltà, domani si farà un incidente probatorio e nei giorni scorsi è stata eseguita una misura di custodia cautelare in carcere per prostituzione minorile. Insomma, da piazzale Clodio fanno sapere che l'attività a tutela delle donne continua.
Così come continuano a funzionare i centri antiviolenza e così come continuano ad essere aperte caserme e commissariati pronti a raccogliere le denunce. Certo, c'è chi ci prova, complice la situazione, a farla franca: un uomo, portato nei giorni scorsi al Regina Coeli, ha detto di avere la febbre, probabilmente una scusa per non entrare in carcere. Ma il tampone ha dato esito negativo. È stato arrestato, solo c'è voluta qualche ora in più.
di Paolo Comi
Il Riformista, 15 marzo 2020
"Bonafede si faccia aiutare e non sottovaluti quanto sta accadendo nelle carceri", dichiara Cosimo Ferri, magistrato, già sottosegretario alla Giustizia e ora parlamentare di Italia Viva.
Onorevole, non è soddisfatto di come il Guardasigilli ha affrontato le rivolte di questi giorni?
Il ministro è venuto mercoledì scorso in Parlamento per riferire su quanto accaduto. Purtroppo, dalla sua informativa non è emersa alcuna soluzione pur a fronte di 13 detenuti morti, 59 agenti feriti, maxi evasioni ed enormi danni all'interno delle strutture.
Dove sbaglia il ministro?
A me pare di tutta evidenza che Bonafede non sia all'altezza della situazione. In pieno allarme, quando l'Oms il 30 gennaio dichiarava l'epidemia Coronavirus, invece di portare in Consiglio dei Ministri con urgenza un pacchetto di misure per affrontare l'emergenza carcere, la priorità del ministro era la riforma della prescrizione. Veda un po' lei. Ricordo che tutti i documenti segnalavano la pericolosità del virus nei luoghi chiusi e affollati ed era ovvio pensare che le 139 carceri italiane fossero tra i posti più esposti. Bisognava portare subito un pacchetto di proposte che toccasse sia modifiche dell'ordinamento penitenziario sia misure straordinarie organizzative.
E invece non è stato fatto...
Esatto, ma non solo: dopo quello che è accaduto, Bonafede ha continuato a non affrontare la situazione con la determinazione necessaria. Si ha l'impressione che brancoli nel buio. Non ha funzionato la linea di comando e la gestione è stata scaricata sui provveditori, sui direttori e sulla polizia penitenziaria.
Anche lei è per le dimissioni del capo del Dap, Francesco Basentini?
Non è il momento delle polemiche. Certamente, però, gli episodi a cui abbiamo assistito nelle carceri sono gravissimi, pericolosi per l'incolumità sia all'interno per i detenuti, i direttori, gli agenti di polizia penitenziaria, il personale amministrativo, i volontari, sia all'esterno se pensiamo al numero di evasi.
Lei cosa avrebbe fatto?
Andava organizzata all'inizio della diffusione del Coronavirus una riunione tra Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e magistratura di sorveglianza, studiare misure idonee per ridurre il sovraffollamento carcerario, organizzare sistemi diversi dal contatto fisico per garantire colloqui con i famigliari. Colloqui telefonici a mezzo Skype e controlli sanitari intensificati per chiunque entra in carcere sono soluzioni basilari ma occorre pensare anche a misure più efficaci, alternative alla detenzione per chi ne possa beneficiare.
Lei ha lavorato con l'allora ministro Andrea Orlando alla riforma dell'Ordinamento penitenziario. Riforma rimasta nel cassetto.
Bonafede, appena insediatosi, si è assunto la responsabilità di bloccarla, non offrendo soluzioni al problema del sovraffollamento.
Adesso da dove bisognerebbe ripartire?
Ovviamente ripristinare la legalità e fermare le violenze. E si accertino subito le cause dei decessi dei detenuti, a cui va il nostro pensiero.
Le scene di questi giorni, però, danno l'idea di un sistema penitenziario allo sbando.
Non si può consentire un'immagine del sistema penitenziario che non garantisce sicurezza, che consenta proteste violentissime e che non rispetti le limitazioni necessarie per garantire la salute. È emerso un sistema fragile, affidato esclusivamente alla professionalità e all'impegno del personale del settore penitenziario, a cui va la nostra solidarietà, ma senza una guida forte di un ministro della Giustizia che sappia affrontare questa emergenza.
Vuole dire qualcosa a Bonafede?
Bonafede, dopo quanto accaduto, ha scaricato tutto sui singoli direttori, su alcune circolari, sulla burocrazia. Si assuma, invece, le sue responsabilità e apra subito un tavolo di emergenza.
di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 15 marzo 2020
Bisognerebbe segnarsi il nome: Bonafede Alfonso, occupazione ministro della Giustizia, come nei mattinali della questura. Poi, passata la bufera, rimesse a posto le cose, o magari subito, chiedere che uno dei peggiori ministri della storia repubblicana si faccia da parte. Non è infatti revocabile in dubbio che l'attuale ministro sia riuscito a dimostrarsi totalmente inadeguato sia prima che durante la crisi del coronavirus. È bene tenere il conto delle imprese del caudillo della giustizia a 5 stelle, perché, altrimenti, visto anche lo sconto che gli fanno alcuni rappresentanti di vertice dell'avvocatura, poi uno se le dimentica al momento giusto e magari ce lo ritroviamo ministro ancora per un pezzo.
Bonafede è, per chi se lo fosse dimenticato, il ministro che fa sfilare un detenuto, Battisti, in manette, avanti a se stesso ai piedi della scaletta dell'aereo che ha riportato il detenuto in patria. Visto che c'è si traveste da agente della polizia penitenziaria accanto a Salvini mascherato da poliziotto. Poi manda su fb un video mentre Battisti sbriga le prime pratiche dell'arresto, con sottofondo musicale. Esibisce il suo trofeo: l'uomo in ceppi. Come in una repubblica centroafricana, e speriamo che nessuno, da quelle parti, si arrabbi per il paragone; o meglio come in una quadretto di Petrolini con lui nelle vesti di un imperatore romano della giustizia ai fori imperiali col barbaro in catene.
Bonafede si intesta, licenzia, sostiene, una norma incostituzionale, oltre che scritta male, che vuole applicare retroattivamente il regime carcerario dei mafiosi anche ai condannati per reati contro la pubblica amministrazione. Pure a quelli condannati per avere fregato le penne biro in ufficio o messo 10 euro di benzina di straforo. Poi, quando la Corte gliela boccia, dice che non si è sbagliato lui, ma la giurisprudenza precedente. Bonafede introduce una norma che estende l'uso del captatore informatico dentro casa dei cittadini e un'altra che blocca la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, cose che tutto il mondo giuridico ritiene aberranti. Sulla prescrizione ha idee precise, anche se inguardabili, mentre sul dolo e la colpa è un tantino confuso.
Prima arriva a dire che quando non si riesce a dimostrare il dolo allora ci si deve accontentare della colpa, come se la seconda fosse una forma attenuata del primo, poi, dopo che sui social lo massacrano di meme irriverenti e in tanti ne chiedono le dimissioni, recita a soggetto un qualche appunto degli uffici ministeriali che tenta di metterci una pezza tirando in ballo il dolo eventuale e la colpa cosciente che c'entrano come i cavoli a merenda.
Nel tentativo di uscire dal pantano giuridico in cui si è immerso se ne esce dicendo che da noi gli innocenti non vanno in carcere; da noi, nel paese dove - nonostante una giurisprudenza che in tutte le maniere mette i bastoni tra le ruote di chi vuole un ristoro per aver perso ingiustamente la libertà - gli indennizzi per ingiusta detenzione ammontano, dal 1992 a oggi, a oltre 600 di milioni di euro. Veniamo ai nostri giorni.
Scoppia la faccenda coronavirus e il nostro pencola tra la faccia feroce di chi vuole dimostrare che le cittadelle giudiziarie sono l'ultima ridotta della normalità e la presa d'atto che occorre chiudere baracca e burattini. Solo che come al solito non sa che fare perché gli mancano i fondamentali. E allora, orecchiando di qua e di là, alla fine fa una cosa pensando di averne fatta un'altra. Quando licenzia un decreto pasticciato annuncia urbi et orbi che, raccogliendo i suggerimenti dell'avvocatura, ha applicato la normativa sul periodo feriale dall'8 al 22 marzo.
Il che dovrebbe significare che anche la decorrenza dei termini processuali è sospesa. Questione importantissima per le attività giudiziarie poiché si applicherebbe anche al deposito degli atti di appello e ai ricorsi per Cassazione. Peccato che non è vero: ha sospeso solo i termini relativi ai processi che si rinviano, cioè praticamente niente. Di nuovo sui social lo massacrano dandogli dell'incompetente, i più educati. Nello stesso provvedimento sospende i colloqui tra i detenuti e i familiari che, a parole, sostituisce con colloqui telefonici o telematici ma lo fa senza preparare il campo predisponendo la concreta possibilità che questo avvenga.
Morale, i detenuti sono impossibilitati ad avere contatti con i familiari, o perlomeno così capiscono, e scoppia la rivolta nelle carceri. Muoiono tredici detenuti e il ministro di Giustizia che si affaccia su Facebook il 9 marzo fa la faccia dura, ringrazia mezzo mondo ma neppure cita i morti. Un silenzio gravissimo, che per la verità lo vede in buona compagnia, visto che affratella tutta la classe politica e i media che riportano appena la cosa senza chiedere spiegazioni. Nel decreto che pubblica, visto che c'è, scrive che i colloqui sono sospesi anche con le altre persone "cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati secondo l'articolo 18 dell'ordinamento penitenziario".
Cioè, a leggere la stessa norma, i difensori. Vai a capire se era questa l'intenzione ma quando è troppo è troppo, e quindi, dopo le prime incertezze e il conseguente caos, alla fine ogni direttore fa a modo suo: dapprima in alcune carceri gli avvocati entrano in altri no, poi entrano tutti. Del resto tutti capiscono che l'8 marzo per la giustizia si legge 8 settembre. Qualcuno si organizza per i fatti suoi perché comprende che del potere politico l'unica cosa certa è l'incompetenza.
Il presidente della corte di Appello di Milano prende carta e penna e sospende i termini dal 2 al 31 marzo. Dal canto loro 26 Procuratori generali chiedono di mandare a casa il personale che, pur di fronte a una attività ridotta, è comunque costretto a recarsi presso gli uffici giudiziari, cosa che non è stata regolata fin qui da chi avrebbe dovuto farlo. Basta, si potrebbe continuare, andando a ritroso, con qualche altra dimostrazione di inadeguatezza, o di dilettantismo, ma non serve la cronaca è sufficiente la storia.
Dicono tutti che stiamo in guerra e abbonda la retorica patriottarda (pure troppo quando porta a non considerare che questa voglia di uomini soli al comando e di spontanea pulsione all'abbandono dei diritti democratici deve pur essere moderata altrimenti ci abitua per via sanitaria a qualcosa che assomiglia troppo a uno Stato autoritario, ma questo è un altro discorso) dunque, visto che dobbiamo stare a casa e abbiamo tempo, apriamo i libri di storia alla voce Caporetto. Allora, per vincere la guerra, ed era una guerra vera, hanno sostituito il comandante.
civonline.it, 15 marzo 2020
Il garante dei dentenuto del Lazio, Stefano Anastasia, interviene a due giorni dallo sciopero della fame che vede coinvolti i detenuti della casa circondariale di Civitavecchia, "che manifestano pubblicamente la loro sofferenza e preoccupazione - spiega - per le condizioni di detenzione e l'impossibilità di rispettare adeguatamente le norme igienico-sanitarie per la prevenzione del #coronavirus, nonostante la disponibilità e l'attenzione del personale penitenziario e di quello sanitario". Nell'istituto i reclusi siano 532 per 311 posti regolamentari. "Prima con la direttrice, poi con la magistrata di sorveglianza in videoconferenza - aggiunge Anastasia - abbiamo valutato tutte le soluzioni possibili per la urgente riduzione della popolazione detenuta".
"La Direzione dell'istituto ha già raccolto i nominativi di tutti coloro che sono nei limiti di pena per godere di alternative al carcere e qualcuno, proprio ieri, ha cominciato a uscire" racconta. "Ma - prosegue il Garante - è una corsa contro il tempo a cui i detenuti di Civitavecchia ci chiamano pacificamente e responsabilmente".
"A legislazione vigente si può fare qualcosa, ma non tutto. Serve una iniziativa urgente del Governo - sottolinea Anastasia che aggiunge - il Ministro Bonafede venga a parlare con questi detenuti, per rendersi conto personalmente della situazione e della urgenza di un intervento legislativo".
di Nicola Munaro
Il Gazzettino, 15 marzo 2020
Siamo le donne che ai vostri occhi fanno parte dell'ultimo ceto sociale, donne che hanno sbagliato ma stanno anche pagando per i loro errori, donne che lì fuori, come tutti voi, hanno una famiglia". Sono 71 donne del carcere femminile della Giudecca.
Che hanno messo mano al proprio gruzzoletto di soldi e hanno messo insieme quello che avevano. Il risultato sono stati 110 euro da donare al reparto di Terapia Intensiva dell'ospedale dell'Angelo di Mestre, uno degli avamposti veneziani nella lotta al coronavirus.
Quella che loro, in una lettera deputata ad accompagnare la donazione all'Angelo, chiamano "protesta pacifica" chiude una settimana nella quale le carceri del Veneto e d'Italia - Venezia compresa - hanno ribollito miscelando paura del contagio e sovraffollamento.
Alla Giudecca, nulla di tutto questo, se non la richiesta di indulto o amnistia data dalla preoccupazione di trovarsi di fronte all'ingresso di Covid-19 tra le celle del penitenziario. Poi la voglia di essere utili, di sentirsi parte della società.
Recluse, sì. Escluse, no: "è un problema che purtroppo riguarda tutti, chiediamo la collaborazione di tutte le carceri d'Italia", scrivono. Loro che poco hanno e tanto hanno donato. A firmare la lettera e partecipare alla raccolta soldi c'erano anche nomi passati sulle colonne della carta stampata per i loro crimini.
Firma la lettera e dona parte dei propri soldi, Manuela Cacco, la tabaccaia di Camponogara condannata (manca la Cassazione) per aver partecipato all'omicidio di Isabella Noventa, la segretaria padovana uccisa tra il 15 e il 16 gennaio 2016 dall'ex fidanzato Freddy Sorgato e dalla sorella Debora Sorgato.
C'è poi Susanna Lazzarini, detta Milly, giudicata responsabile dell'omicidio di due anziane: Francesca Vianello e Lidia Taffi Pamio (giudizio su cui pende la Cassazione). E ancora Lisa Tamburlin, 22enne originaria di Quero, rapinatrice di vecchiette, tra cui una novantenne rapinata a Marghera; Angelica Cormaci (assieme a Patrizia Armellin) accusata dell'omicidio di Paolo Vaj a Vittorio Veneto e Laura De Nardo, la cosiddetta mantide di Conegliano, che commissionò a due killer l'omicidio di Eliseo David, facoltoso ottico.
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