di Adriana Pollice
Il Manifesto, 6 febbraio 2020
Mentre si moltiplicano i sequestri delle discariche, un avvocato ricorre contro la prescrizione di un procedimento: "Ci sono dei morti". Brandelli di asfalto, detriti edili, guaine bituminose, plastica, ferro, legno, vetro, tubi flessibili, pneumatici, fusti industriali, persino coperture contenenti amianto, era tutto in bella vista: 4.500 metri cubi di rifiuti speciali smaltiti senza nessuna precauzione, depositati nel terreno in un'area di 4mila metri quadrati del comune di Capodrise (Caserta).
I carabinieri hanno sequestrato la discarica e denunciato il proprietario. Giovedì scorso la Guardia di finanza ha sequestrato nei pressi dell'interporto di Nola (Napoli) oltre 64 tonnellate di rifiuti speciali: guaine catramate, moduli fotovoltaici, tubi in polietilene, imballaggi e vernici. Il 13 gennaio a San Felice a Cancello (Caserta), è stata sequestrata una cava dismessa utilizzata per anni come sversatoio al punto che il percolato aveva formato un lago di immondizia, navigabile in gommone.
Il ministro dell'ambiente Sergio Costa ha spiegato: "Vogliamo arrivare a roghi zero: ci vogliono le forze dell'ordine per la sorveglianza e la repressione, i comuni per operazioni straordinarie di pulizia, i comitati per il presidio democratico del territorio". Il business criminale non si è mai fermato. "La Terra dei fuochi è sinonimo di morte, di camorra, di dolore per chi ha dovuto respirare quei fumi - ha scritto ieri sui social il presidente 5S della Commissione antimafia, Nicola Morra. Il mio ex collega Franco Ortolani ha pagato il suo impegno ambientalista dovendo combattere con neoplasie che l'hanno sconfitto". Per poi concludere: "I reati sono prescritti": sono parole che non vogliamo più sentire. Adesso qualcuno ha ancora il coraggio di sostenere la liceità della prescrizione?". La stoccata è ai colleghi di maggioranza di Pd e Iv.
La prescrizione ha bloccato l'accertamento della verità anche nella Terra dei fuochi. L'ultimo caso è venuto fuori lunedì scorso: i magistrati di Napoli hanno chiesto l'archiviazione di una denuncia, pur riconoscendo "gravi omissioni sotto il profilo penale e responsabilità politiche e amministrative", poiché le condotte sarebbero ormai prescritte. Il caso risale al 2014 quando l'avvocato Sergio Pisani chiese alla procura di indagare sullo smaltimento dei rifiuti nella Terra dei fuochi. La denuncia venne presentata poiché il figlio di cinque anni del legale era nato con malformazioni plurime. Casi che presentano picchi anomali nel triangolo di terra tra Napoli e Caserta. Pisani ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione: "L'ipotesi di reato per la quale ho domandato di indagare - spiega - cioè morte come conseguenza di altro reato non può cadere in prescrizione".
Al gip chiede, tra l'altro, di ascoltare Antonio Giordano, oncologo partenopeo che lavora per l'Istituto Sbarro della Temple University di Philadelphia. Giordano, nella ricerca "Il progetto Veritas", sostiene la correlazione tra la devastazione ambientale della Terra dei fuochi e il picco di neoplasie registrate. I dati pubblicati sul Journal of cellular physiology, sostiene Pisani, sembrano dare ragione all'oncologo visto che "i ricercatori hanno rilevato concentrazioni fuori norma di metalli pesanti nel sangue dei malati di cancro".
Nel 2014 Pisani chiese alla procura di accertare se Massimo Scalia, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui rifiuti dal 1997 al 2001, "colui che dispose la secretazione dell'audizione del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone", abbia veramente informato enti locali, stampa, ministri interessati, "tra cui l'allora ministro dell'Interno Giorgio Napolitano e il presidente del Consiglio", che "andavano fatte le bonifiche", che i governi avevano "enormi responsabilità" e che, infine, alle audizioni prendevano parte anche gli assessori comunali. "Si poteva intervenire subito - sostiene Pisani - invece sui veleni sono stati costruiti palazzi, strade e scuole". L'avvocato chiede risposte anche riguardo all'informativa del commissario della Criminalpol Roberto Mancini, che nel 1996 aveva indagato sul traffico di rifiuti. La sua relazione è rimasta 15 anni nei cassetti: "Se fosse stata presa in considerazione avremmo potuto limitare i danni".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 2736/2019. L'imputato può chiedere di essere ammesso sia alla messa alla prova sia al giudizio abbreviato. Il giudice dovrà verificare se la messa alla prova è possibile e, solo in caso contrario, valutare la richiesta di rito abbreviato. Neppure la celebrazione del giudizio di primo grado con il rito abbreviato preclude la possibilità di chiedere la messa alla prova in appello.
La Cassazione (sentenza 2736) ammette l'esistenza di due orientamenti opposti sul punto. Il primo esclude la possibilità di contestare in appello il carattere ingiustificato del no alla richiesta di sospensione del processo con messa alla prova, equiparando il rapporto tra giudizio abbreviato e messa alla prova a quello tra giudizio abbreviato e patteggiamento, con conseguente impossibilità di impugnare. Il secondo, a cui aderisce la quinta sezione, ritiene non consentita l'equiparazione. Una considerazione basata sulla funzione della messa alla prova che, come speciale causa di estinzione del reato, è alternativa a ogni giudizio di merito, compreso l'abbreviato: un diritto che sarebbe pregiudicato dalla preclusione affermata da parte della giurisprudenza.
Ma c'è anche un'altra ragione per prendere le distanze dall'equiparazione. La richiesta di sospensione del processo, funzionale alla messa alla prova finalizzata all'estinzione del reato è prioritaria e non soggetta neppure alla revoca implicita, per effetto della richiesta di ammissione al rito abbreviato, che va intesa necessariamente come fatta con riserva. Diversamente da quanto avviene per abbreviato e patteggiamento non c'è incompatibilità. L'imputato può chiedere di essere ammesso ad entrambi: spetta poi al giudice decidere. Una scelta diversa produrrebbe un'irragionevole compressione del diritto di avvalersi dei riti alternativi e del diritto di difesa, in contrasto con la ragionevole durata del processo.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 5 febbraio 2020 n. 4930. È competente solo il tribunale di sorveglianza di Roma a decidere le misure alternative per i collaboratori di giustizia. È automaticamente lo status di "collaboratore" ad attrarre la decisione alla competenza del giudice romano della sorveglianza. Mentre non rileva il momento di presentazione dell'istanza di richiesta del beneficio previsto dall'articolo 47-ter dell'Ordinamento penitenziario. Questo il chiarimento recato dalla sentenza n. 4930 della Cassazione depositata ieri.
Competenza funzionale inderogabile - Scatta la competenza funzionale inderogabile della magistratura romana anche quando l'ammissione al programma di protezione dei collaboratori di giustizia sia successiva alla data della domanda presentata davanti al giudice di sorveglianza territorialmente competente in base al regime generale (comma 1 dell'articolo 677 del Codice di procedura penale). Perciò in tale situazione di fatto il giudice non avrebbe dovuto decidere sulla misura, bensì dichiarare la propria incompetenza. I giudici di legittimità hanno precisato che si tratta appunto di un'eccezione, rispetto alla regola generale stabilita dal Codice di procedura: per cui la norma derogatoria prevale sul regime ordinario della competenza territoriale del giudice.
Il ricorso accolto - La sentenza di legittimità ha perciò accolto il ricorso del Procuratore generale presso la Corte di appello di Venezia che contestava la violazione della norma speciale contenuta nell'articolo 16-novies del Dl 8/1991, a fronte del convincimento del locale tribunale di sorveglianza di poter decidere sulla richiesta, che aveva tra l'altro accolto. I giudici veneti erano evidentemente stati fuorviati dalla posteriorità dell'ammissione al regime di protezione. Al contrario come affermano ricorrente e Cassazione avrebbe dovuto declinare la propria incompetenza a favore del tribunale di Roma una volta constatato che era intervenuta la deliberazione di ammissione al programma "protetto".
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione VI penale - Sentenza 5 febbraio 2020 n. 4937. Nell'ambito dell'attività del gioco lecito, il concessionario cui è affidata la gestione telematica e la riscossione degli introiti può conferire tali compiti ad altro soggetto privato il quale assume la qualifica di sub-concessionario. Quest'ultimo, nonostante la natura privatistica del contratto stipulato con il concessionario, è da considerarsi un incaricato di pubblico servizio, con la conseguenza che commette il reato di peculato nel caso in cui ometta di versare all'erario il Preu (Prelievo erariale unico), ovvero la tassazione sulle vincite. Ad affermarlo è la Cassazione con la sentenza n.4937, depositata ieri.
Il caso - Protagonista della vicenda è il legale rappresentante di una Srl che aveva sottoscritto un contratto con una società concessionaria dell'Aams (Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato) con il quale otteneva il collegamento alla rete telematica per la gestione del "gioco lecito mediante apparecchi da divertimento e intrattenimento", obbligandosi a versare nei confronti della concessionaria il Preu in misura corrispondente alle vincite risultanti sulle macchine installate in bar, tabacchi e altri esercizi commerciali di sua competenza, in tal modo acquisendo la qualifica di impiegato di pubblico servizio. Accedeva però che questi non versava il prelievo incamerandosi la somma complessiva di circa 270 mila euro, finendo in tal modo a processo per il reato di peculato.
Sia in primo che in secondo grado il sub-concessionario veniva considerato colpevole del reato di cui all'articolo 314 del codice penale in quanto, operando in sostituzione del concessionario, assumeva la qualifica di incaricato di pubblico servizio e attraverso il mancato versamento si appropriava ingiustamente di denaro appartenente all'Aams. Si giungeva così in Cassazione, dove il sub-concessionario sosteneva l'assunto che il rapporto contrattuale tra la sua società e quella concessionaria del gioco lecito dovesse leggersi solo in chiave di inadempimento civilistico, con eventualmente la configurazione del meno grave delitto di appropriazione indebita.
La decisione - La Suprema corte non accoglie però tali doglianze e conferma in toto il doppio verdetto di condanna. I giudici di legittimità spiegano che il quadro legislativo in materia di gioco lecito prevede che l'attività di installazione e gestione delle slot machine sia affidata in concessione ad imprese specializzate che, a loro volta, possono affidare la gestione telematica e la riscossione degli introiti ad altri soggetti che fanno parte della loro "subfiliera". Questi ultimi diventano in tal modo sub-concessionari in forza di un contratto di natura privatistica che, però, "non incide sulla veste di incaricato di pubblico servizio del sub-concessionario, in quanto preparatoria e "funzionale" alla riscossione del prelievo erariale unico sulle giocate", essendo il danaro riscosso sin da subito di spettanza della Pubblica amministrazione. In sostanza, chiosa il Collegio, tutti gli operatori della filiera "sono tenuti a versare immediatamente al concessionario le somme ottenute dai giochi", con la conseguenza che chi omette il versamento commette il reato di peculato.
sardegnalive.net, 6 febbraio 2020
Sdr: "Condizioni oltre i limiti regolamentari". Il 65,3 per cento dei detenuti è distribuito in 4 istituti sardi su 10. A Cagliari-Uta i detenuti sono 598 ma dovrebbero essere al massimo 561. A Oristano-Massama 285, numero massimo 265, a Sassari-Bancali ci sono 473 detenuti quando dovrebbero essere 454. Mentre ad Alghero il numero massimo è di 156 ma ce ne sono tre in più.
"Cresce il disagio dentro le strutture penitenziarie della Sardegna. In quattro istituti su 10 i ristretti sono oltre il limite regolamentare. Nell'isola a fronte di 2.319 persone private della libertà 1515, pari al 65,3% sono detenute nelle due case circondariali di Cagliari e Sassari e nelle case di reclusione di Oristano e Alghero". A parlare è Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione Socialismo Diritti Riforme che ha commentato i dati del ministero della Giustizia relativi allo scorso 31 gennaio 2020.
"Una fotografia - sottolinea la presidente - che non lascia alcuna ombra delineando una situazione particolarmente delicata. Si registra un costante inarrestabile aumento che rende sempre più difficile garantire all'esperienza detentiva un'occasione di recupero sociale e mette a rischio la convivenza pacifica dentro le celle progettate per due ristretti".
La Caligaris aggiunge che "Al quadro generale relativo al numero dei detenuti occorre aggiungere la crescita degli stranieri 708 (30,5%) particolarmente numerosi nelle Colonie penali (83% a Is Arenas 77 su 93) e Mamone (79,8% - 135 su 169). Significativa però la loro presenza anche a Uta (157) e a Sassari (184). In quest'ultimo Istituto peraltro è presente una novantina di ristretti in regime di massima sicurezza".
La presidente dell'Sdr sottolinea l'alta percentuale di detenuti con problemi psichici: "Il Ministero non sembra volersi interessare delle carenze di personale a tutti i livelli. Innanzitutto quello dei Direttori rimasti in 4 a gestire 10 Istituti. Degli Agenti della Polizia Penitenziari che lamentano 500 unità in meno rispetto a quelli previsti. Dei funzionari giuridico-pedagogici carenti soprattutto nelle Case Circondariali e degli amministrativi. Mancano ragionieri e assistenti amministrativi. Ancora più silente la classe politica sarda. Rivolgiamo - conclude Caligaris - un appello al Presidente della Regione affinché si faccia interprete di queste difficoltà del sistema penitenziario isolano nella conferenza Stato-Regioni. L'isola non può reggere in solitudine un così gravi problema sociale".
gonews.it, 6 febbraio 2020
L'obbiettivo è dare uno sbocco normativo al dibattito politico e legislativo sul tema del riconoscimento del diritto soggettivo all'affettività e alla sessualità delle persone detenute. La commissione Affari istituzionali, presieduta da Giacomo Bugliani (Pd), ha licenziato con parere favorevole a maggioranza una proposta di legge al Parlamento, primo firmatario Leonardo Marras, capogruppo Pd.
I consiglieri di Forza Italia e Lega Nord hanno espresso parere contrario. La proposta interviene sulle norme che regolano l'ordinamento penitenziario (legge 354/1975 e successive modificazioni). All'articolo 28, che regola i rapporti con la famiglia, si aggiunge il "diritto all'affettività" e si aggiunge un comma che recita "Particolare cura è altresì dedicata a coltivare i rapporti affettivi.
A tal fine i detenuti e gli internati hanno diritto ad una visita al mese della durata minima di sei ore e massima di ventiquattro ore con le persone autorizzate ai colloqui. Le visite si svolgono in unità abitative appositamente attrezzate all'interno degli istituti penitenziari senza controlli visivi ed auditivi".
In questo modo si lascia spazio alla definizione della natura di quelli che possono essere i rapporti affettivi con un familiare, un convivente, una semplice amicizia. All'articolo 30 sui permessi di necessità si sostituisce il secondo comma - "Analoghi permessi possono essere concessi eccezionalmente per eventi di particolare gravità" - con il seguente: "Analoghi permessi possono essere concessi per eventi familiari di particolare rilevanza", eliminando il presupposto della eccezionalità e della gravità, da sempre interpretato come legato a lutti o malattie dei familiari.
Si interviene inoltre sull'articolo 39 del Regolamento (Dpr n. 230 del 30 giugno 2000) sulla frequenza e durata dei colloqui telefonici, prevedendo che possano essere svolti quotidianamente da tutti i detenuti per una durata massima raddoppiata di venti minuti. Con l'entrata in vigore della legge il diritto di visita dovrà essere garantito in almeno un istituto per Regione.
La Stampa, 6 febbraio 2020
Cade l'ipotesi di condanna nei confronti del titolare del locale, che peraltro ha provveduto all'insonorizzazione della pavimentazione. Decisiva per i Giudici la constatazione che il problema è stato segnalato da una sola persona, quella che vive nell'abitazione posta sotto l'esercizio commerciale. Bar troppo rumoroso. Caffetteria sotto processo: nessuna questione di gusto, sia chiaro, poiché il problema è rappresentato dai rumori poco graditi dalla persona che vive nell'appartamento collocato proprio sotto il locale. A lamentarsi però è esclusivamente quella persona, e ciò non basta per ritenere colpevole il titolare dell'esercizio commerciale (Cassazione, sentenza n. 50772/19, sez. III Penale, depositata il 16 dicembre).
Disturbo. La battaglia giudiziaria vede prevalere, almeno inizialmente, il privato cittadino, con annessa condanna per il piccolo imprenditore, ritenuto colpevole di "disturbo della quiete pubblica".
Plausibili, secondo i Giudici del Tribunale, le lamentele del privato cittadino, che si era visto "disturbare riposo ed occupazioni" dal "rumore provocato dalla caffetteria". Decisiva la constatazione che "i rumori avevano superato la normale tollerabilità". Questo dato, però, osservano i giudici della Cassazione, non è sufficiente per parlare di "disturbo della quiete pubblica". Piuttosto sarebbe stato necessario "indagare la diffusività dei rumori" e "il potenziale danno arrecato a una serie indeterminata di soggetti".
Insufficiente, invece, la protesta della singola persona, che "aveva riferito di essere stato disturbato dai rumori provenienti dal bar sovrastante la sua abitazione". Certo, osservano i Giudici, erano intervenuti i tecnici della Agenzia regionale per la protezione ambientale, e allo stesso tempo "il proprietario del locale aveva effettuato lavori di insonorizzazione del pavimento" per porre rimedio alla situazione di disagio creatasi, ma il fatto che il "disturbo" sia stato segnalato da una sola persona rende impossibile parlare di "disturbo della quiete pubblica", che invece presuppone "l'accertamento della capacità delle emissioni sonore di danneggiare potenzialmente una collettività indistinta di persone".
Il Centro, 6 febbraio 2020
Pezzopane, interrogazione sul raddoppio dei detenuti al 41bis: ho chiesto al ministro di venire all'Aquila. "La situazione può diventare pericolosa. Il ministro deve venire a vedere per rendersi conto e intervenire". L'onorevole Pd Stefania Pezzopane ha depositato un'interrogazione alla Camera, con risposta urgente, a seguito della denuncia del sindacalista Mauro Nardella, che ha lanciato l'allarme sui detenuti ex 41-bis che nel carcere aquilano Le Costarelle sono raddoppiati dal 2010 a oggi, passando da 80 a 160.
"Ho già in precedenza lanciato l'allarme. Ma la situazione sta ulteriormente peggiorando", sostiene la deputata Pd. "Ha ragione il segretario generale territoriale Uil Pa polizia penitenziaria e componente della Cst Adriatica Gran Sasso, Nardella, a confermare l'emergenza. Infatti nel carcere di massima sicurezza delle Costarelle dell'Aquila i detenuti sono addirittura raddoppiati negli ultimi anni, un carcere sovraffollatissimo, che conta in assoluto il maggior numero di detenuti sottoposti al regime speciale del cosiddetto 41-bis. Questo aumento comporta un carico di lavoro enorme sugli operatori carcerari e problemi per la loro sicurezza", afferma Pezzopane.
"Chiediamo dunque che il governo intervenga e prenda adeguate misure", dichiara la deputata aquilana. Che aggiunge: "Mi sembra giusta e naturale la richiesta di un aumento adeguato del personale di polizia penitenziaria e comunque la necessità, dettata dalla sicurezza, di riportare il numero di sottoposti al regime speciale ai valori antecedenti il 2010. Gli agenti di polizia penitenziaria e tutto il personale medico e sociosanitario, gli educatori", conclude la deputata Pd, "fanno il massimo, ma non sono sufficienti, non è giusto questo sovraccarico. La situazione può diventare pericolosa, il ministro venga a vedere e intervenga". Soddisfazione di Nardella e un "ringraziamento" a Pezzopane per aver portato il caso in Parlamento.
rovigooggi.it, 6 febbraio 2020
La maggioranza del consiglio comunale di Rovigo proporrà alla minoranza di scrivere una mozione assieme per essere più autorevoli con Roma. È fissato al 18 febbraio alle 18 il consiglio comunale di Rovigo che andrà a sviscerare il caso dell'ampliamento del tribunale su via Verdi, nell'edificio accanto, ovvero nell'ex carcere. Al momento ci sono due mozioni che saranno sottoposte al voto dell'assemblea: quella della maggioranza e quella del centrodestra in minoranza.
Entrambe, pur nelle diverse sfaccettature, propongono in via prioritaria che l'ampliamento del tribunale avvenga sull'ex carcere di via Verdi. Peccato che sia già stato aggiudicata la progettazione esecutiva del carcere minorile in trasferimento da Treviso. "Stiamo vedendo - annuncia Nadia Romeo, presidente del consiglio - se riusciamo a fare qualcosa di unitario sul carcere. Non è questione di bandierina ma di risultato per la città, se potessimo avere una mozione unica da trasmettere al Ministero a Roma sicuramente avrebbe più forza".
"Sostanzialmente - sottolinea Romeo - maggioranza e minoranza la pensano allo stesso modo, per cui la maggioranza è disponibile a vedere se si può confluire in un'unica mozione comune". Nel 2017 c'era la possibilità inequivocabile di collocare il tribunale nell'ex carcere, "se solo l'amministrazione alla guida del Comune in quel momento avesse chiesto politicamente quella soluzione. Ma non lo ha fatto". I lavori esecutivi per trasformare l'edificio in carcere minorile non sono ancora cominciati, "dovremmo sottolineare come il carcere minorile in quella collocazione del centro sia inadeguato".
veronanetwork.it, 6 febbraio 2020
Il laboratorio è aperto a tutti coloro che desiderino condividere tempo e competenze con i partecipanti. Si chiama "Intreccio" il nuovo progetto che si svolge presso la sede dell'associazione Fevoss di Verona, rivolto prevalentemente a carcerati assegnati a lavori esterni o destinatarie di una misura alternativa. Consiste nella creazione di un laboratorio per la produzione di manufatti artigianali in pelle, maglia e uncinetto. I soggetti coinvolti saranno seguiti in un percorso di formazione di alto livello. Il laboratorio è aperto a tutti coloro che desiderino condividere tempo e competenze con i partecipanti, con l'intento di favorire il dialogo tra la comunità locale e le persone ristrette.
"L'intreccio" è diretto da Micaela Tosato con la collaborazione di Maria Teresa Ortu, specializzata in giustizia riparativa e mediazione umanistica. L'obiettivo è di costruire un percorso di responsabilizzazione e di riparazione nei confronti della comunità. I prodotti saranno ceduti con offerta libera e il ricavato sarà utilizzato a scopo benefico.
Il percorso di responsabilizzazione sarà sostenuto da un processo di inclusione e coesione sociale, destinato a permettere un effettivo reinserimento in società, secondo l'ottica e i valori di una comunità riparativa. Completeranno il percorso una serie di incontri con Fabrizio Maiello (ex detenuto), Antonella Leardi (mamma di Ciro Esposito, ucciso a Roma nel 2014) e Pietro Ioia (Garante dei detenuti a Napoli). Ne seguiranno altri, utili a rafforzare il senso del progetto per i partecipanti e per la comunità.
- Oristano. Sabato prossimo riunione dei Garanti dei detenuti della Sardegna
- Catanzaro. Squadra di calcio dei detenuti incontra Ads Amatori Cutro
- Del Gaudio, camorrista immaginario e quei giorni nell'inferno del carcere
- Quelle lettere dal mondo di nessuno
- La militanza psichiatrica nelle voci dei protagonisti










