di Giuseppe Abbatepaolo*
gnewsonline.it, 8 febbraio 2020
"Un'esperienza estremamente positiva e stimolante sotto tutti i punti di vista". Con queste parole Valeria Pirè, direttrice della Casa Circondariale di Bari, ha definito il ciclo di quattro incontri seminariali organizzati in collaborazione con l'Università degli Studi di Bari e destinati a studenti e detenuti. L'iniziativa, che si è svolta nell'aula multimediale del carcere, rientra in un programma di partnership tra Provveditorato regionale e Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia, Comunicazione dell'Università, e ha coinvolto, in un processo di integrazione, discussione e studio, studenti universitari e detenuti, suscitando apprezzamenton e consensi. Per ciascuna delle quattro lezioni del ciclo, 20 studenti universitari e 30 detenuti hanno condiviso lo stesso spazio fisico e i medesimi insegnamenti. Al termine degli incontri si sono tenuti dei vivaci dibattiti.
Nei seminari dei docenti si sono approfonditi i temi della discriminazione, si sono analizzate testimonianze da dentro e fuori il carcere e si è discusso di giustizia riparativa. Una lezione ha riguardato gli aspetti psicologici e psichiatrico-forensi della vendetta. Gli studenti universitari hanno avuto l'occasione di conoscere in prima persona il carcere: un ambiente sociale, prima ancora che lavorativo, spesso ancora troppo percepito come mero strumento di repressione. Un "sistema osmotico" di scambi con il mondo esterno, invece, può sugellare i principi di espiazione e rieducazione, in ossequio ai precetti della Costituzione.
Per i detenuti, appartenenti al circuito di media sicurezza, si è trattato di un momento di riflessione sul senso della pena, sugli spazi di libertà concessi all'individuo nella nostra società e in ultima analisi finalizzato a permettere una diversa percezione di sé e degli altri.
"Anche per il personale della Polizia penitenziaria - ha aggiunto la direttrice Pirè -, che pur non essendo il destinatario diretto del progetto, ha preso parte con impegno e vivo interesse agli appuntamenti previsti. Il feedback che abbiamo ricevuto è davvero positivo a tal punto che lo spazio lasciato al termine degli incontri per domande e approfondimenti è apparso insufficiente per sviluppare l'ampio confronto generato dagli argomenti trattati".
*Referente per la comunicazione del Prap Puglia e Basilicata
di Maurizio Carucci
Avvenire, 8 febbraio 2020
È iniziata la seconda edizione del percorso formativo - con ulteriori dieci incontri settimanali di quattro ore - rivolto agli ospiti della casa di reclusione di Rebibbia.
Il lavoro entra in carcere. Anzi la formazione. L'iniziativa è di Unindustria, che ha trovato terreno fertile nella casa di reclusione di Rebibbia a Roma. È iniziata, infatti, la seconda edizione del Corso per la ricerca attiva del lavoro - con ulteriori dieci incontri settimanali di quattro ore - rivolto agli ospiti della casa di reclusione romana, promosso dalla Sezione Consulenza, Attività professionali e Formazione di Unindustria e patrocinato dal garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, con la direzione scientifica di Orienta e finanziato da Form Temp.
"Il progetto di formazione per sostenere la reintegrazione delle persone detenute - spiega Roberto Santori, presidente della sezione Consulenza di Unindustria - rappresenta un esempio concreto ed esemplare di impegno e responsabilità sociale, riconosciuto e apprezzato dalle istituzioni e dalla società. La legge italiana prevede bonus contributivi e fiscali per le aziende pubbliche o private e le cooperative sociali che organizzano attività di servizio o produttive all'interno degli istituti penitenziari impiegando lavoratori detenuti. Sono previsti inoltre contributi per aziende che impiegano con contratti di lavoro subordinato di durata di almeno 30 giorni, detenuti ammessi al lavoro all'esterno, in semilibertà ed ex detenuti". La prima edizione del progetto si è concluso martedì 28 gennaio con l'incontro finale tra i detenuti che hanno partecipato alla formazione - 50 ore di lezione - e le aziende che hanno aderito all'iniziativa, ma il 21 gennaio è già stata avviata una seconda edizione. Sette persone del primo corso hanno potuto sostenere colloqui di lavoro con imprenditori e responsabili del reclutamento di Bridgestone, Orienta, Bat, Abbvie e Fassi per farsi conoscere e per consentire alle aziende di valutare le loro competenze. L'obiettivo è il reinserimento nel mondo del lavoro. In caso di riscontro positivo verrebbero attivati dei canali per permettere ai detenuti di muovere i primi passi in un mondo con cui hanno perso i contatti (o che non hanno mai conosciuto).
"Il tutto è nato due anni fa, quando sono stato invitato a parlare in carcere durante una giornata di formazione - racconta Santori -. Sono rimasto molto colpito dal vedere i detenuti così affranti e ho compreso l'importanza di agire". Da lì, la ricerca dei fondi che hanno permesso l'avvio del corso pilota. Durante la formazione i detenuti hanno appreso come relazionarsi sul posto di lavoro e scrivere un curriculum per valorizzare le proprie competenze. "Si pensa al carcere come luogo di pena e non come luogo in cui può prodursi una nuova volontà di modificarsi e diventare uomini nuovi, ma è sbagliato" - dice Nadia Cersosimo, direttrice della Casa di reclusione di Rebibbia -. C'è la volontà dell'imprenditoria di trovare posto per queste persone all'interno del mondo del lavoro: bisogna cominciare a pensare al detenuto come risorsa positiva. I detenuti non devono lasciarsi sfuggire questa occasione. Il percorso in carcere ha un senso grazie a iniziative come queste, che permettono di reinserirsi nella società".
La missione è creare un ponte tra il penitenziario e le industrie, per far sì che si riduca il rischio della recidiva da parte dei detenuti, e per consentire alle aziende di guardare a queste persone in maniera più razionale, usufruendo anche delle agevolazioni fiscali previste. "Quello di Rebibbia è un esempio virtuoso - sottolinea Santori - e il nostro sogno è portarlo anche a livello nazionale. Lamentarsi non serve, il mondo del lavoro non è facile per nessuno. Tutti hanno dei punti di forza è su questo che bisogna lavorare".
Il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia è stato chiaro: "È una sconfitta se si sta in carcere e non si sa dove andare una volta fuori". Elena Anfosso, direttore Risorse umane di Bat (British American Tobacco), nel dare le sue indicazione per i colloqui ha posto l'accento sulla "attitudine" con cui ci si presenta: "Bisogna avere l'umiltà di imparare. Le aziende migliori sono quelle in cui i dipendenti remano tutti nella stessa direzione". Manuela Vacca Maggiolini, direttore Risorse umane di Abbvie, ha ricordato come nei colloqui "bisogna essere bravi a raccontare la propria storia, valorizzando i propri talenti". Anche Andrea Fassi, amministratore delegato dell'azienda di famiglia, ha parlato della necessità "di trasformare la propria competenza in valore". Per Silvia Brufani (direttore risorse umane di Bridgestone), "ogni persona può portare valore nel mondo del lavoro". Infine Pamela Pierangeli, area manager Lazio e Campania di Orienta, ha invitato i detenuti a "documentarsi prima sull'azienda con cui si fanno i colloqui, per avere maggiore consapevolezza di sé".
Insomma un'iniziativa da lodare. Tanto che perfino i detenuti hanno ringraziato con una lettera per l'opportunità che gli è stata offerta della formazione e dei colloqui in vista di un'inclusione lavorativa: "Ci sentiamo come non mai al centro di un'attenzione mai vista prima. I componenti del gruppo esprimono il profondo ringraziamento dell'offerta e del trattamento ricevuto, con la speranza di poter dimostrare con il lavoro la riconoscenza doverosa per la possibilità ricevuta".
Lo stesso ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ha ribadito alla Camera come il ministero abbia "investito la maggior parte delle proprie energie puntando sul lavoro dei detenuti come forma privilegiata di rieducazione.
Al 30 giugno dell'anno scorso risultano 16.850 detenuti lavoranti, frutto anche dei circa 70 protocolli con enti per lavori di pubblica utilità". Tra questi protocolli anche quello firmato di recente con Tim. L'accordo prevede di avviare interventi formativi, rivolti sia ai dipendenti del ministero della Giustizia sia ai detenuti, per favorire l'apprendimento e l'utilizzo delle tecnologie digitali. Tim metterà a disposizione le iniziative di Operazione Risorgimento Digitale, il progetto di educazione digitale itinerante in tutte le 107 province italiane che, con oltre 400 formatori, vedrà coinvolti un milione di cittadini, piccole e medie imprese e dipendenti pubblici.
di Tommaso Meo
Il Manifesto, 8 febbraio 2020
In Serbia chi aiuta i migranti non è il benvenuto. Lo hanno constatato a proprie spese tre attivisti dell'Ong No Name Kitchen che opera dal 2017 lungo la rotta balcanica. Il 1 febbraio i tre, tra cui l'italiano Adalberto Parenti, dopo essere stati aggrediti da un gruppo di nazionalisti cetnici, sono stati trattenuti dalla polizia che li ha accusati di disturbo della quiete pubblica, oltre che di non avere i permessi in regola. Parenti, 37enne bolognese, in Serbia da ottobre, e la sua collega Leonie Sofia Neumann sono stati condannati a una multa di quasi 200 euro, mentre un'altra attivista tedesca, Marina Bottke, è stata assolta dalle accuse. A tutti è stato però consegnato un foglio di via dalla polizia serba: entro oggi dovranno lasciare il paese.
I membri dell'Ong operavano a Šid, nel sud-ovest della Serbia, vicino al confine con la Croazia. Come racconta Parenti, i volontari stavano rifornendo i migranti che si trovano fuori dai campi d'accoglienza ufficiali e che dormono dentro ad alcune tende nei dintorni della fabbrica abbandonata di Grafosrem, quando è avvenuto l'incidente. "Il sabato precedente (25 gennaio, ndr) erano già arrivate queste persone vestite militarmente, ufficialmente per fare pulizia nella boscaglia. Avevano dato fuoco alle pile di vestiti che trovavano - spiega - e quando abbiamo cercato di salvare il possibile, alcune attiviste sono state spinte".
La polizia, contattata il giorno seguente, aveva rassicurato i volontari invitandoli a informarli se si fossero presentati situazioni analoghe. Lo scorso sabato mattina, lo stesso gruppo, che ha issato sul tetto della fabbrica una bandiera serba e quella cetnica, è tornato. "Erano venuti per continuare la "pulizia". Un termine anche storicamente adatto", commenta l'attivista. Uno degli uomini ha dato fuoco a un telo di nylon e a una tenda dentro la quale c'era Bottke, una delle attiviste, riuscita miracolosamente a scappare. I tre, racconta Parenti, si sono allontanati, ma Neumann, l'altra ragazza tedesca che stava riprendendo la scena, è stata colpita con un petardo e il suo telefono distrutto con un manganello.
Una volta arrivata, la polizia ha però portato gli attivisti in caserma, da cui sarebbero usciti solo all'una di notte con l'ordine di lasciare il paese. Durante un veloce processo i tre sono stati messi a confronto con altrettanti componenti del gruppo di nazionalisti e le dichiarazioni di questi credute. "Il foglio di via è una decisione chiaramente politica, e oltretutto si basa su falsità", sostiene Parenti, che continua: "Ora stiamo combattendo per annullarlo. L'avvocato dice che ci vorrà almeno una settimana per una decisione". Nel frattempo cosa farà? "Starò qui a Šid, aiutando i ragazzi finché mi è legalmente possibile. Poi uscirò dal paese, ma resterò nelle vicinanze, con la speranza di tornarci a breve".
Parenti non è però stupito del comportamento della polizia serba e racconta che loro non sono i primi attivisti di No Name Kitchen ad avere avuto problemi. "Chiunque aiuti i migranti qui prima o poi è ostacolato, per usare un eufemismo", dice. Secondo l'attivista, come la Croazia, pagata dall'Ue, attua respingimenti illegali di persone verso la Bosnia, anche le autorità serbe devono mostrarsi intransigenti nei confronti dei migranti se vogliono sperare di entrare nell'Unione.
Intanto Parenti racconta di aver ricevuto dall'Italia molta solidarietà. "Ho anche avuto rassicurazioni dalle istituzioni italiane e da qualche politico", racconta l'attivista. "Speriamo qualcosa si muova. Noi seguimos luchando (continuiamo a lottare)".
di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 8 febbraio 2020
Rotta balcanica. Le autorità di Belgrado alla fine hanno trasferito le persone in centri di accoglienza. È abortito sul nascere il tentativo di oltre duecento migranti assiepati al confine serbo-ungherese di raggiungere l'Europa. Intrappolati da mesi lungo la rotta balcanica, i rifugiati avevano organizzato una protesta al valico di frontiera di Kelebija, Serbia settentrionale. Una manifestazione nata su un gruppo Facebook che ha portato al confine centinaia di migranti da tutte le parti del Paese. Erano arrivati a Kelebija giovedì per chiedere di varcare la frontiera e proseguire il loro viaggio in Europa. Siriani, afghani, marocchini, palestinesi. Tra loro anche tanti bambini.
"Siamo rifugiati, non criminali", "fuggiamo dalla guerra, non dalla fame", "i nostri bambini meritano di meglio": questo si leggeva sui cartelli branditi dai migranti che avevano preso parte al sit in di protesta. Sfidando le autorità serbe ed ungheresi e il gelido inverno balcanico, i profughi avevano piazzato delle tende al confine, decisi a resistere fino all'apertura delle frontiere. Ma i loro appelli sono rimasti inascoltati. Le autorità ungheresi hanno prima ordinato la chiusura del valico e rafforzato poi i controlli aumentando la presenza di polizia e guardie di frontiera lungo la barriera metallica e di filo spinato fatta costruire nel 2015 dal premier Viktor Orban per arginare i flussi migratori in entrata dalla Serbia.
All'alba di ieri l'epilogo. Le autorità serbe hanno provveduto al trasferimento dei migranti ammassati al confine in alcuni centri di accoglienza in Serbia, nella vicina Subotica e poi a Sombor, Bosilegrad, Presevo. Il valico di frontiera è stato riaperto dopo lo sgombero dei migranti. Il tutto si è svolto senza incidenti, come sottolineato dal Commissario serbo per le migrazioni e i profughi Vladimir Cucic. La Serbia, ha dichiarato Cucic, intende difendere i diritti dei migranti ma al tempo stesso garantire la stabilità interna nel Paese. Sul luogo si era recato anche il ministro della difesa serbo Aleksandar Vulin temendo che la situazione potesse andare fuori controllo. Il ministro ha dichiarato che Belgrado "non vuole problemi con i suoi vicini" ed è poi passato ad accusare diverse ong di aver manipolato i migranti e di averli incitati ad attraversare la frontiera. Una dichiarazione quella di Vulin contro le ong che giunge a pochi giorni dalla decisione di espellere dalla Serbia tre volontari dell'associazione umanitaria No Name Kitchen.
I tre volontari erano stati aggrediti da alcuni membri dell'organizzazione nazionalista serba Sokoli in una fabbrica abbandonata a Sid, città al confine con la Croazia, dove alcuni migranti avevano trovato riparo. Momenti di tensione al confine serbo-ungherese si erano registrati alla fine del mese scorso quando una sessantina di migranti aveva cercato di forzare le recinzioni a un altro valico di frontiera, quello di Horgos-Reszke. In quell'occasione un poliziotto di frontiera ungherese aveva sparato tre colpi di avvertimento in aria mentre il gruppo tentava di entrare nel Paese. Episodi questi sempre più frequenti negli ultimi mesi, come sottolinea il rapporto della Ong serba Asylum Protection Centre secondo cui circa mille migranti al giorno cercano di oltrepassare il confine serbo per raggiungere l'Europa.
Nel solo mese di gennaio l'Ungheria avrebbe registrato un picco di 3.400 tentativi di attraversare la frontiera illegalmente. Eppure il confine ungherese resta pressoché sigillato. Secondo il World Report 2020 di Human Rights Watch "le autorità ungheresi hanno continuato a limitare il numero dei richiedenti asilo a una o due famiglie di rifugiati a settimana".
Nelle due zone di transito, serba ed ungherese, si legge nel report che cita stime dell'Unhcr, sarebbero detenute più di 300 persone, di cui 170 minori. I respingimenti collettivi e indiscriminati da parte delle autorità ungheresi (e croate) rendono di fatto impossibile a migliaia di rifugiati il proseguimento del loro viaggio verso l'Europa. Nonostante l'accordo tra Unione europea e Turchia siglato per contrastare la crisi dei migranti del 2015-2016, la rotta balcanica non è stata mai realmente chiusa. Negli ultimi mesi, anche per via dell'offensiva della Turchia contri i curdi nel Nord della Siria, i flussi hanno conosciuto una ripresa, sebbene ancora lontana nei numeri dalla crisi di cinque anni fa. Secondo gli ultimi dati a disposizione dell'Unhcr nella sola Serbia il numero dei migranti sarebbe quasi raddoppiato: dai 3.400 presenti nell'agosto dello scorso anno ai 6.750 registrati nel gennaio 2020.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 8 febbraio 2020
Il presidente mette a disposizione dell'Europa l'atomica francese. "Serve maggiore capacità d'azione". Il discorso sulla strategia di difesa e la dissuasione nucleare è un appuntamento importante per ogni capo di Stato francese: il predecessore Hollande lo ha pronunciato nel 2015 a Istres, Nicolas Sarkozy a Cherbourg nel 2008, Jacques Chirac nel 2001 e nel 2006, uno per ogni mandato, all'Istituto di studi sulla difesa nazionale.
Emmanuel Macron ha scelto la Scuola di guerra di Parigi, ma più che il luogo è importante il momento: dopo molti rinvii negli ultimi mesi, il presidente ha parlato ai cadetti militari ieri, pochi giorni dopo la Brexit che fa della Francia l'unico Paese dell'Unione europea in possesso dell'arma nucleare.
Il capo di Stato francese ha esortato gli europei a dotarsi di una "maggiore capacità di azione" di fronte ai nuovi disordini mondiali. "Gli europei oggi devono comprendere che potrebbero presto trovarsi esposti alla ripresa di una corsa agli armamenti sia convenzionali sia nucleari, sul loro suolo. Non possono limitarsi al ruolo di spettatori. Ridiventare il terreno di scontro di potenze nucleari non europee non sarebbe accettabile. In ogni caso, io non lo accetto".
Le parole di Macron sembrano costituire il prolungamento naturale del discorso della Sorbona del 26 settembre 2017, quando il presidente presentò il suo progetto per rifondare l'Europa. Un piano rimasto sulla carta per la scarsa reattività della cancelliera Angela Merkel indebolita in Germania, per l'avanzata dei sovranisti in molti Paesi europei, e forse anche per le successive difficoltà di Macron sul piano interno. Le ragioni di una rifondazione europea, a cominciare dall'ambito della difesa, però rimangono.
Il leader della sola potenza nucleare dell'Ue lo ha ricordato ieri, quando dopo avere evocato le zone di tensione in tutto il mondo, dal Medio Oriente alla Libia, ha detto che "dobbiamo scegliere tra il riprendere in mano il nostro destino oppure, rinunciando a qualsiasi strategia propria, allinearci a una qualche altra potenza. Ecco perché un sussulto è necessario e il nostro obiettivo deve essere la rifondazione dell'ordine mondiale al servizio della pace. La Francia e l'Europa hanno un ruolo storico da giocare".
Il presidente francese è chiamato in questa fase a un gioco da equilibrista. Da una parte, già autore della famosa frase sulla Nato "in morte cerebrale", non può e non vuole rincarare la dose proponendo esplicitamente la Francia come sostituto della Nato e degli Usa nel garantire la sicurezza degli europei; inoltre, la Francia della difesa resta comunque legata alla Gran Bretagna dagli accordi di Lancaster House del 2010; infine, Macron cerca di non urtare la suscettibilità degli alleati europei, che potrebbero non gradire la voce grossa di un presidente che è anche capo delle forze armate con 300 testate nucleari a disposizione.
D'altra parte, in un mondo dove i trattati di controllo delle armi atomiche vengono denunciati da Russia e Usa a uno a uno, dove la Cina ha ormi oltre 500 testate atomiche e dove il presidente americano Donald Trump lancia continui segnali di disimpegno rispetto all'Europa, si apre uno spazio pericoloso. Ed è inevitabile che l'Unione europea debba ripensare a propria strategia di difesa, tenendo conto della capacità di dissuasione nucleare che la Francia è disposta ad offrire.
"La nostra sicurezza passa per una più grande capacità di azione autonoma degli europei", ha ribadito Macron, che pensa a una partecipazione Ue ai negoziati sugli arsenali atomici. Di nuovo la Francia chiama l'Europa, sperando in una risposta sulla difesa che contribuisca a creare il nascente equilibrio post-Brexit.
di Rosaria Manconi
La Nuova Sardegna, 8 febbraio 2020
"Mentre l'eco delle polemiche sulla morte poco chiara del migrante del Centro di Permanenza per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo ancora non si è spenta e da più parti ci si interroga sulla effettiva necessità ed idoneità sostanziale di queste strutture, la città di Macomer ha aperto i cancelli del suo ex carcere ai primi migranti irregolari, espulsi dal territorio dello Stato in attesa di essere identificati e poi estradati nei loro paesi di origine.
Sono attualmente otto gli stranieri "momentaneamente" trattenuti nel CPR ma già nei prossimi giorni sono previsti nuovi arrivi, sino a raggiungere un numero di cinquanta e, in futuro, appena un'altra parte della struttura verrà resa fruibile, si potrebbe arrivare a cento.
Dunque anche la Sardegna ha il suo luogo di detenzione delle persone migranti, di cui avremo volentieri fatto a meno. Perché, come pure gli altri centri della penisola, si rivelerà strumento totalmente inutile per contrastare il fenomeno della immigrazione clandestina ed, invece, ripropone quel binomio immigrazione/sicurezza, tanto evocato da certa politica.
Reso ancora più evidente dai recenti Decreti sui quali, oltre al Presidente della Repubblica, anche la più autorevole magistratura, nel corso della recente inaugurazione dell'anno giudiziario, ha fermato l'attenzione sollecitando interventi correttivi conformi alle norme costituzionali e pattizie. Mettendo in guardia il legislatore ed il governo circa l'effetto criminogeno e di insicurezza che discende dalla mancanza di politiche razionali che consenta l'ingresso legale e l'inserimento di coloro che già si trovano nel territorio. Un sollecito cambiamento di rotta, quindi, in tema di politica migratoria ed una svolta, richiesta da più parti, che preveda la cancellazione di quella che viene definita "l'autentica vergogna dei campi di detenzione".Tali sono, di fatto, i CPR.
Edifici che hanno tutte le caratteristiche di un carcere di massima sicurezza senza paradossalmente neppure le garanzie previste per chi vi si trova ristretto e nei quali gli immigrati, pur non avendo violato un precetto penale, vengono privati delle loro libertà. Luoghi che, sotto il profilo della sicurezza e della gestione, quest'ultima in appalto ad enti privati, hanno mostrato non poche criticità (leggasi opacità).
È difficile dire cosa succederà nel CPR di Macomer. Le premesse non consentono di ipotizzare risultati diversi rispetto agli altri Centri di accoglienza. La struttura, in sé, non garantisce il rispetto dei diritti dei "trattenuti". L'assenza di aree di socialità, il divieto di comunicazione con l'esterno attuata mediante il sequestro dei telefoni personali e la mancanza di strutture destinate alla, seppure momentanea, integrazione (biblioteche e luoghi di lettura, impegno lavorativo, pratica di attività fisiche, per esemplificare) fanno ragionevolmente ritenere che l'ozio, la convivenza forzata e la promiscuità, la condizione di ghettizzazione unita alla mancanza di speranza ed alla prospettiva di una permanenza sine die, possano dare vita a situazioni di tensione difficilmente controllabili.
Sono già tanti i problemi presenti: dalla tutela della salute sino alla effettività della difesa legale dei ristretti, dalla garanzia dei servizi essenziali, al rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali. In questa situazione è davvero impensabile individuare nel CPR di Macomer una soluzione utile a regolare il flusso migratorio e, ancora meno, come pure taluno vorrebbe, una opportunità di sviluppo per il territorio. ll Centro, lungi dal produrre posti di lavoro e contribuire alla crescita economica della zona rischia invece di alimentare pregiudizi e discriminazione.
Perché, piaccia o meno i CPR evocano, e sono, luoghi di sofferenza, emarginazione ed esclusione sociale che non possono non toccare le coscienze. Sono il segno tangibile del fallimento della politica di accoglienza ed integrazione se ancora oggi centinaia di irregolari -un esercito di invisibili in gran parte preda di organizzazioni criminali e di sfruttamento lavorativo- vengono, del tutto casualmente, rastrellati per essere relegati in questi luoghi.
Senza che, peraltro, il fenomeno della clandestinità venga minimamente scalfito. In un'ottica umanitaria ed insieme utilitaristica, non già ai CPR i nostri amministratori dovrebbero, quindi, guardare ma ai tanti esempi virtuosi che provengono da quei Comuni che nell'accoglienza hanno individuato potenzialità di crescita e freno allo spopolamento. Facendo rivivere, grazie alla presenza dei migranti e dei rifugiati, le scuole ed i servizi, le case abbandonate dei centri storici, le attività agricole od artigianali dismesse da tempo. Questo potrebbe essere un modo nuovo, fra i tanti, di concepire il fenomeno migratorio. Ovvero non già come un pericolo ma come una possibile ed utile risorsa."
*Avvocato del Foro di Oristano
di Claudio Malfitano
Il Mattino di Padova, 8 febbraio 2020
Padova Capitale Europea del Volontariato è per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella "un prestigioso riconoscimento alla città, alla sua cultura di solidarietà, alla storia di donne e uomini che hanno lasciato tracce preziose e aperto strade su cui altri hanno potuto poi camminare". "Al tempo stesso - ha aggiunto - è una responsabilità, un impegno che Padova assume affinché questi mesi non si limitino alla pur legittima celebrazione di tante positive esperienze, ma rappresentino un avanzamento per l'intero Paese, una stagione di crescita collettiva".
A due anni dall'ultima visita, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella torna in città. Lo hanno atteso i 5 mila rappresentanti del volontariato da tutta Italia raccolti in fiera per la cerimonia di inaugurazione dell'anno in cui Padova è capitale europea. "Benvenuto Presidente. Il volontariato tutto si assume per primo il compito di ricucitura del Paese. Non siamo gli unici, ma vogliamo contribuire a far sì che le nostre città siano più solidali, più inclusive e più sicure", è il saluto di Emanuele Alecci, presidente del Csv (Centro Servizi Volontariato) e primo organizzatore dell'iniziativa.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è giunto alla Fiera di Padova per inaugurare la tre giorni di "Padova Capitale Europea del Volontariato 2020". Ad accogliere il capo dello stato c'erano il presidente del Veneto, Luca Zaia, il sindaco della città euganea, Sergio Giordani, e le cariche civili e militari. Sala gremita da migliaia di persone, in maggioranza giovani e studenti, che hanno accolto il presidente Mattarella con un lungo applauso. Il Capo dello Stato, dopo la cerimonia inaugurale, è andato al Municipio di Padova, successivamente alla Capella degli Scrovegni e infine alla Basilica del Santo, prima di ripartire per Roma.
"La passione sconfigge l'indifferenza, che inizia nei confronti delle difficoltà e delle sofferenze degli altri e che, nella storia, è giunta a manifestarsi cinicamente persino in presenza di crudeli persecuzioni. Parlo di Placido Cortese". Lo ha detto il presidente Sergio Mattarella, parlando del volontariato. "Il volontariato - ha aggiunto - è votato alla fratellanza e alla pace. Per sua natura è portato ad alzare lo sguardo oltre i confini del proprio Paese, per guardare all'umanità"
"Il volontariato è una energia irrinunziabile della società. Un patrimonio generato dalla comunità, che si riverbera sulla qualità delle nostre vite, a partire da quanti si trovano in condizioni di bisogno, o faticano a superare ostacoli che si frappongono all'esercizio dei loro diritti". "L'augurio, in questo anno, è che si proceda nell'attuazione della legge sul Terzo settore, coinvolgendo i protagonisti, assicurando una piena collaborazione tra i diversi livelli istituzionali, favorendo la partecipazione e il sostegno, anche economico, di una più vasta platea di cittadini, i quali non perdono occasione di dimostrare interesse e favore per la solidarietà che si organizza"
"Ricuciamo insieme l'Italia, mettiamo il 'noì al posto dell"iò". È l'invito che il sindaco Sergio Giordani ha rivolto alla platea aprendo la cerimonia di"Padova Capitale Europea del Volontariato"2020, in corso alla fiera patavina, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il sindaco ha ricordato alcuni dati che spiegano perché il capoluogo euganeo sia stato scelto come capitale del volontariato: "Sono 6.466 - ha detto - le associazioni di volontariato che operano nella provincia di Padova, qui c'è una lunga tradizione, basta pensare ai Medici con l'Africa Cuamm, progetto pioneristico di assistenza nato 70 anni fa, a nomi come quello di mons. Giovanni Nervi. Quello che si celebra oggi - ha aggiunto - è il frutto dell'impegno e dell'attitudine di una comunità"
Zaia: non è un caso che Padova sia la capitale del volontariato - "Non è un caso che questa comunità sia diventata capitale europea del volontariato". Lo ha affermato il presidente del Veneto, Luca Zaia, portando il proprio saluto alla cerimonia di apertura di Padova Capitale del Volontariato 2020. "In Veneto - ha ricordato Zaia - ci sono 2.500 organizzazioni che fanno volontariato, sono 1.500 le realtà che si occupano di sociale, ma se andassimo a vedere il lavoro silenzioso che tutte queste persone fanno noi sappiamo che abbiamo più di 30 mila realtà associative che coinvolgono un veneto su cinque: 900 mila veneti quotidianamente dedicano il loro tempo libero alla comunità". Zaia ha inoltre evidenziato che "abbiamo anche dei primati: siamo la prima comunità al mondo per numero di missionari, ne abbiamo quasi 3.500. Siamo anche la comunità che ha dato vita alla prima Ong, Medici con l'Africa-Cuamm, nata da un'intuizione del professor Francesco Canova e magistralmente promossa dalla Diocesi di Padova.
Le scuole dell'infanzia: due bambini su cinque in Veneto frequentano la scuola paritaria per l'infanzia, sono circa 1.900 scuole coinvolte e 90 mila bambini, anche questa è una forma di volontariato. La tragedia è che se questi 90 mila bambini non avessero le scuole paritarie non avrebbero una scuola pubblica, e quindi quotidianamente i volontari fanno risparmiare allo Stato 200 milioni di euro. Questa è una prerogativa tutta veneta - ha concluso - che nasce nell'Ottocento".
Il grande abbraccio del mondo del volontariato è avvenuto nel padiglione 8 della Fiera, dove a partire dalle 9 si sono radunati i cinque mila accreditati da tutto il Paese per una mattinata che ripercorrerà il lungo cammino dell'impegno civile in Italia, punto di partenza per le sfide dei prossimi anni.
Dopo l'omaggio al volontariato in Fiera, il presidente Mattarella è arrivato a Palazzo Moroni, sede del Comune di Padova, dove è stato accolto dalle autorità cittadine e dal presidente del Senato, Elisabetta Casellati, per visitare Palazzo della Ragione, sito candidato a patrimonio Unesco. Prima di iniziare la visita, Mattarella si è fermato un paio di minuti a stringere le mani della folla assiepata oltre le transenne, che gli ha tributato diversi applausi. Poi ha visitato la Cappella degli Scrovegni e la basilica del Santo. Durante la sua visita alla Basilica di Sant'Antonio, il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha ricevuto in dono un quadro che raffigura Sant'Antonio e padre Placido Cortese, il religioso che fu direttore del Messaggero di Sant'Antonio e morto torturato dai nazisti a Trieste, ricordato dal presidente nel suo discorso. Lo ha riferito ai giornalisti padre Oliviero Svanera, rettore della Basilica. Padre Svanera ha ricordato che Mattarella "ha grande attenzione per padre Placido ed è venuto col desiderio di sostare davanti al suo memoriale, che lo ha commosso. Parlando di solidarietà, giustizia e carità, Sant'Antonio e padre Placido sono dei riferimenti esemplari, e lui li sa cogliere. Il nostro presidente della Repubblica è molto sensibile a questi temi sociali, e forse - ha commentato - sente padre Placido come un sostegno per il suo servizio al Paese".
I saluti istituzionali - Tutta la città si è mobilitata per dare il benvenuto al presidente della Repubblica, con una serie di manifesti affissi in molte strade del centro. "Benvenuto, la città è lieta di accoglierla con il meglio che le può offrire: la generosità, la spontaneità e la passione di migliaia di volontari che fanno di Padova, come del nostro Paese, un luogo unico di condivisione tessitura di reti e impegno civico che rende l'Italia migliore", è il saluto del sindaco Giordani. "Una città generosa e solidale quale Padova non poteva che vedere in prima fila l'università, parte attiva nella promozione di valori e comportamenti per noi fondamentali - ha aggiunto il rettore del Bo Rosario Rizzuto - Già negli anni '90 qui si realizzò il "Manifesto per l'inclusione". E per questo anno metteremo a disposizione le nostre conoscenze e l'esperienza per valorizzare e promuovere il volontariato in ambito scientifico e culturale".
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 8 febbraio 2020
"Non si costruisce la pace umiliando un popolo. Credo nella potenza dell'ascolto, e la comunità internazionale dovrebbe ascoltare le voci che giungono da Gaza e dalla Cisgiordania: voci di sofferenza, di disperazione, ma anche voci di tanti che non rinunciano a rivendicare il diritto di vivere da donne e uomini liberi in uno Stato indipendente".
Ad affermarlo è Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace nel 1976. Nata a Belfast da famiglia cattolica, Maguire, decise di dedicarsi alla pace nel suo Paese dopo che i tre figli della sorella furono investiti e uccisi da un'auto di cui aveva perso il controllo un membro dell'esercito repubblicano irlandese, colpito poco prima a morte da un soldato inglese. A seguito di quella tragedia la sorella si tolse la vita e Mairead fondò con Betty William, con cui ha condiviso il Nobel, il movimento "Donne per la pace". Maguire è anche presidente della Nobel Women's Initiative, la fondazione che unisce le donne insignite di questo prestigioso riconoscimento.
Dopo la presentazione del "Piano del secolo" di Donald Trump, i Territori tornano a infiammarsi: scontri e morti in Cisgiordania, (tre giovani palestinesi uccisi) un attentato a Gerusalemme (15 soldati israeliani feriti), raid israeliani su Gaza dopo il lancio di razzi palestinesi dalla Striscia. Quello della violenza è l'unico "linguaggio" parlato e praticato in Terrasanta?
Sono da sempre fautrice della disobbedienza civile e della resistenza non violenta. Ho vissuto gli anni terribili della guerra in Ulster e la mia famiglia ha pagato un prezzo pesantissimo in quel conflitto. Ho imparato allora la potenza del dialogo, dell'unirsi per chiedere pace, perché l'altro da sé non venisse visto come un nemico ma come qualcuno con cui incontrarsi a metà strada. Ma Israele sta abusando della sua forza, e nel farlo commette un grave errore.
Quale?
L'errore d'illudersi che la pace e la sicurezza possano essere garantite e preservate dalla forza militare. Non è così. La pace, per essere davvero tale, deve coniugarsi con la giustizia. Senza giustizia non c'è pace. E non c'è pace quando un popolo è sotto occupazione, quando viene derubato della sua terra o segregato in villaggi-prigione. Quello palestinese è un popolo giovane, e intere generazioni sono nate e cresciute sotto occupazione, passando da un conflitto all'altro, senza speranza, con la sola rabbia come compagna. E dove c'è rabbia, dove la quotidianità è sofferenza, è impossibile che cresca la speranza.
Lei ha visitato più volte Gaza e altre volte è stata respinta da Israele. Come ci si sente nei panni di "nemica d'Israele"?
Quei "panni", per usare la sua metafora, io non li ho mai indossati. Ho imparato sulla mia pelle cosa significhi discriminazione e odio. Io mi sento amica d'Israele e un amico vero è quello che prova a convincerti che stai sbagliando, che proseguendo su una certa strada finirai male. È questo che provo a dire agli israeliani: riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato indipendente, al fianco del vostro Stato, porre fine all'embargo a Gaza e alle inumane punizioni collettive, è fare onore a voi stessi, alla vostra storia. È investire su un futuro di pace che non potrà mai essere realizzato con le armi. Lo ripeto: non si può spacciare l'oppressione come difesa. Questo è immorale. La colonizzazione non favorisce la pace, ma alimenta l'ingiustizia. Da tempo nei Territori vige un sistema di apartheid e denunciarlo non significa essere "nemica d'Israele" e tanto meno antisemita. Significa guardare in faccia la realtà.
La questione palestinese sembra essere uscita dall'agenda dei leader mondiali.
È terribile il solo pensare che per "far notizia" si debba usare l'arma del terrore. È una cosa terribile, contro cui continuerò a battermi in ogni dove. La violenza è un vicolo cieco, un cammino insanguinato. Ma cinque milioni di palestinesi non sono diventati tutto ad un tratto dei "fantasmi". Non si sono volatilizzati. Continuano a vivere sotto occupazione e sotto un'apparente "tranquillità" cresce la rabbia, la frustrazione, sentimenti sui quali possono far presa gruppi estremisti. Per questo occorre rilanciare il dialogo dal basso, favorire le azioni non violente, la disobbedienza civile, e in questa pratica unire palestinesi e israeliani, musulmani, cristiani, ebrei, come riuscimmo a fare noi in Irlanda del Nord, marciando insieme cattolici e protestanti. E poi c'è la diplomazia, la politica, che è fatta anche di atti simbolici che possono avere in prospettiva un grande peso.
Un atto del genere quale potrebbe essere a suo avviso?
Il riconoscimento dello Stato di Palestina. Un atto politicamente forte, che faccia rivivere l'idea di una pace fondata sul principio "due popoli, due Stati". Sarebbe un bel segnale se fosse l'Europa, come Unione e non solo come singoli Paesi membri, a rilanciare questa prospettiva. In nome di una pace nella giustizia. La pace vera. Un mondo senza guerra e violenza è possibile.
Lei parla della forza del dialogo. Ma dopo la presentazione del "Piano del secolo", il presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas, ha deciso di azzerare le relazioni con Stati Uniti e Israele.
Non voglio invadere campi che non sono di mia pertinenza né sostituirmi a leader politici. Ma so, per esperienza diretta, che la pace non si può imporre dall'esterno e, soprattutto, non può non tenere conto delle aspettative di ambedue i contraenti. Non mi pare che il Piano presentato dal presidente degli Stati Uniti vada in questa direzione né aiuti il dialogo. Quello palestinese, come lo è un altro popolo che ho imparato a conoscere e ad amare, quello siriano, è un popolo fiero di sé, della propria identità nazionale e che ama la sua terra. E quel "sua" è indicato, nei confini, da due risoluzioni delle Nazioni Unite. Una pace giusta è una pace tra pari. Ma questa visione non la ritrovo nel piano americano. Un piano troppo squilibrato, unilaterale, divisivo. E per questo ingiusto.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 7 febbraio 2020
Ieri sera il Consiglio dei Ministri e il successivo vertice hanno preso atto delle posizioni distanti. Sulla giustizia la mediazione è fallita. Al tesissimo vertice di ieri sera a palazzo Chigi sulla prescrizione, Italia Viva è rimasta sulle proprie posizioni: la riforma Bonafede è irricevibile. Ma la tenuta dell'esecutivo non è compromessa. "Il governo non cade", secondo Gennaro Migliore di Italia Viva. "Ma noi andiamo fino in fondo. Se il M5S vuole la crisi, sarà un problema loro".
di Annalisa Chirico
Il Foglio, 7 febbraio 2020
Edmondo Bruti Liberati, già padre nobile di Md, spiega perché sulla durata del processo va trovato un punto d'equilibrio. Ma il "lodo Conte" è a rischio costituzionalità. E' priva di logica l'idea che i processi possano avere tempi più rapidi solo perché con un tratto di penna si fissa un limite", Edmondo Bruti Liberati è tranchant sulla riforma Bonafede che mira a sospendere la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Secondo l'ex procuratore capo di Milano, già padre nobile di Magistratura democratica ed esponente di spicco delle "toghe rosse" nell'epoca aurea del berlusconismo, "la legge Bonafede è passata all'estremo opposto del pendolo".
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