di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 18 marzo 2020
Gherardo Colombo conosce bene il carcere. Come volontario tiene corsi di legalità per i detenuti ed è stato a lungo giudice e pubblico ministero.
Proteste, rivolte, contagi. C'è tensione "dentro"?
"Per la paura, i disagi e le restrizioni causate dal coronavirus. Ora è ancora più evidente del solito il contrasto tra la vita da reclusi e l'articolo 27 della Costituzione, secondo cui, cito, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Le carceri, nonostante le restrizioni che i detenuti subiscono, non sono isolate dal mondo. Ad esempio, entrano agenti della polizia penitenziaria e operatori, come tutti esposti al contagio. Leggo addirittura che una recente circolare del Dap dice che gli agenti devono restare in servizio anche se hanno avuto contatti con persone contagiose perché sono operatori pubblici essenziali".
Ci sono i primi contagi...
"Potrebbero espandersi rapidamente, visti gli spazi ristrettissimi nei quali sono spesso stipati i detenuti, facendo aumentare la tensione. Occorre impegnarsi molto anche nella protezione degli agenti e di tutti coloro che lavorano in carcere".
Una pentola a pressione che rischia di esplodere?
"È già esplosa nelle proteste dei giorni scorsi con 13 morti, sui quali avere notizie precise non sarebbe disdicevole, e potrebbe deflagrare ulteriormente. I benefici sono sospesi e l'affollamento aumenta. Sono sospese le attività dei volontari che, oltre ad avere effetti positivi in tema di rieducazione, contribuiscono ad allentare la tensione".
I detenuti hanno chiesto amnistia o indulto. Difficili in questo contesto politico...
"Credo che in primo luogo bisognerebbe rendere perlomeno sopportabile la situazione attraverso altri canali. I provvedimenti di clemenza li vedo lontani anni luce".
In che modo?
"Ci sono 61mila detenuti per 51mila posti, ai quali vanno tolti quelli danneggiati o in ristrutturazione. In una situazione come questa occorrerebbe andar sotto la capienza regolamentare per garantire le stesse distanze di chi sta fuori. Per ridurre il sovraffollamento bisogna applicare di più e con norme più agevoli le misure alternative, escludendole quando sia provata la pericolosità del richiedente. Solo un terzo dei detenuti è considerato pericoloso. Affidamento in prova ai servizi sociali e detenzione domiciliare dovrebbero essere estesi, come chiedono in molti, anche a chi ha problemi sanitari e che, se esposto al coronavirus in carcere, rischia la vita. Occorrerebbe che chi lavora fuori dorma a casa ed ampliare la liberazione condizionale. Assumerebbe anche il senso di un atto restitutorio prevedere che chi si trova nelle condizioni di lavorare all'esterno, ma un lavoro non ce l'ha, possa mettersi a disposizione della Protezione civile".
Il governo vuole estendere la detenzione domiciliare a fino a 18 mesi di pena...
"Ci sarebbero due possibilità nel decreto non ancora pubblicato: concederla ai detenuti che, per reati meno gravi, debbano scontare non oltre i8mesi ed abbiano un domicilio; consentire a chi si trova in semilibertà di restare fuori dal carcere, in licenza, se concessa dal magistrato di sorveglianza, fino al 3o giugno prossimo. Temo che questo, se non seguito da altri passi, difficilmente risolverà il problema".
Quanto pesa la sospensione dei colloqui in carcere?
"Molto. In una situazione così emotivamente coinvolgente sarebbe necessario almeno passare ad una telefonata al giorno e consentire l'uso, effettivo, di videochiamate e posta elettronica. Stempererebbe la tensione, conforterebbe i detenuti, li libererebbe dall'angoscia di non sapere come stanno i loro cari, in questo rapidissimo evolversi degli eventi".
di Valerio Vallefuoco
Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2020
Nuova proroga della sospensione processuale dei termini per tutti i procedimenti giudiziari civili e penali pendenti e per quelli i cui termini di impugnazione ed opposizione vengano a scadere dal 9 marzo al 16 aprile del 2020. L'articolo 79 del decreto Cura Italia contiene anche nuove misure urgenti per contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid-19, per contenerne gli effetti in materia di giustizia civile, penale, tributaria e militare. Vengono pertanto chiariti ed estesi i termini della sospensione processuale del precedente Dl 8 marzo 2020, numero 11 così come richiesto dalle associazioni di categoria degli avvocati.
Sono quindi sospese tutte le udienze civile e penali in tutta Italia, le stesse disposizioni sono altresì estese anche ai processi tributari, ai procedimenti della magistratura militare ed ai processi amministrativi e contabili. Gli avvocati ma anche i commercialisti, consulenti del lavoro e tutti i soggetti abilitati alla difesa presso la magistratura tributaria non potranno effettuare alcuna udienza fino al 16 aprile.
Successivamente saranno i capi degli uffici giudiziari a poter disporre ulteriori rinvii motivati dall'emergenza sanitaria. È stato espressamente chiarito che la sospensione processuale, ferme le eccezioni previste per alcune udienze urgenti, investe qualsiasi atto del procedimento e non solo del processo e si estende anche ai termini stabiliti per la fase delle indagini preliminari, per l'adozione di provvedimenti giudiziari e per il deposito della loro motivazione, per la proposizione degli atti introduttivi del giudizio e del procedimento esecutivo, per le impugnazioni e, in genere, riguarda tutti i termini procedurali e quindi anche dei procedimenti esecutivi e concorsuali.
Ulteriore modifica e precisazione tendente a risolvere i problemi interpretativi sollevati al computo del termine cosiddetto "a ritroso" è stato l'utilizzo del differimento dell'udienza o della diversa attività cui sia collegato il termine, in modo da farlo decorrere nuovamente al di fuori del periodo di sospensione. Sono state riproposte tutte le eccezioni per i processi già definiti urgenti dal precedente decreto.
Sono state introdotte delle rilevanti novità normative al sistema delle notificazioni e delle comunicazioni attualmente previsto dal Codice di procedura penale, consentendo agli uffici giudiziari di comunicare celermente e senza la necessità di impegno degli organi notificatori i provvedimenti destinati alla comunicazione alle parti processuali delle date delle udienze attraverso il sistema di notificazioni e comunicazioni telematiche. Viene così consentita la notifica presso il difensore di fiducia dell'imputato e di tutte le parti private, da effettuarsi tramite invio all'indirizzo di posta elettronica certificata di sistema. Sempre nel settore penale, nel decreto, sono state prorogate le sessioni delle Corti di assise e delle Corti di assise di appello per evitare la convocazione di un numero considerevole di persone presso gli uffici giudiziari, per la selezione dei giudici popolari.
Infine la nuova normativa ha anche sospeso tutti i termini per il compimento degli atti previsti nei procedimenti di mediazione e di negoziazione assistita da avvocati, nonché in tutti gli altri procedimenti previsti per la risoluzione alternativa delle controversie che costituiscono condizione di procedibilità della domanda giudiziale alla data del 9 marzo, prevedendo la sospensione dello svolgimento di qualunque attività prevista adeguando questa sospensione alla durata massima degli stessi procedimenti.
La Repubblica, 18 marzo 2020
Il Garante denuncia possibili maltrattamenti a Opera. Il positivo a Milano è un ragazzo di 19 anni, positivi anche due medici penitenziari a Brescia. Nei giorni scorsi la "rivolta" delle carceri italiane. Un detenuto di 19 anni, originario del Ghana, che era recluso nel carcere di San Vittore, è risultato positivo al coronavirus e si trova attualmente ricoverato all'ospedale Niguarda di Milano. "Ha contratto l'infezione all'esterno dell'istituto dove non è presente dallo scorso dicembre", ha precisato Giacinto Siciliano direttore del carcere.
In questi giorni anche due detenuti del carcere di Pavia sono risultati positivi al Covid-19, così come un detenuto del carcere di Voghera (Pavia). Contagiati, inoltre, due medici del carcere di Brescia. Lo si apprende da fonti di polizia penitenziaria. Già all'interno del carcere Sant'Anna di Modena, dove circa dieci giorni fa è scoppiata la rivolta che ha portato alla morte di nove detenuti a quanto pare per overdose di farmaci e che poi è dilagata in molti altri penitenziari del Paese, era stato precedentemente riscontrato un caso di coronavirus in un detenuto. Un altro caso c'era stato nel carcere di Lecce.
Ma dalle carceri non arrivano solo notizie di contagi. Il garante dei detenuti del Comune di Milano, Francesco Maisto, ha presentato una denuncia alla Procura in cui fa riferimento a possibili maltrattamenti ai danni dei reclusi nel carcere di Opera. "Ho ricevuto attraverso diverse vie di comunicazione - spiega - informazioni su presunti maltrattamenti a Opera nel pomeriggio del 9 marzo scorso, rispetto ai quali ho chiesto l'attenzione della Procura perché ne accerti la veridicità e la consistenza, nonché al locale magistrato di Sorveglianza che ha effettuato due ispezioni". I pericoli di contagi, secondo Maisto, "sono costantemente presenti e attualmente stanno producendo i loro tragici frutti, a causa della diffusione del morbo. I gravissimi episodi di rivolta, sinora tenuti a freno - avverte - potrebbero crescere senza possibilità di contenimento e assumere forme diverse non facilmente contrastabili".
E rimanendo ai penitenziari, ma guardando oltre la Lombardia, è partita oggi nella casa circondariale di Massa (Massa Carrara) la produzione di mascherine per l'emergenza coronavirus. Lo rende noto il parlamentare Iv Cosimo Maria Ferri. Il laboratorio interno al penitenziario, "dove già lavoravano diversi detenuti e venivano prodotte lenzuola e federe per tutte le carceri italiane e per tutte le caserme degli agenti penitenziari - spiega Ferri - vista l'emergenza sanitaria per Covid-19, trasformerà la propria attività e produrrà mascherine chirurgiche".
Le mascherine "saranno destinate prima di tutto a tutto il personale del settore penitenziario, ai detenuti, e a coloro che frequenteranno il carcere. Soddisfatte queste esigenze, grazie ad un accordo con il ministero della Sanità e con le Asl, le mascherine potranno essere destinate anche alle strutture ospedaliere".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2020
Corte di cassazione - Sentenza n. 10275 del 16 marzo 2020. Sì alla particolare tenuità del fatto, quella prevista dall'articolo 34 del Dlgs 274/2000 che regolamenta la competenza penale del giudice di pace, anche per lo straniero che entri illegalmente nel territorio italiano o non ottemperi all'obbligo di allontanamento. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza n. 10275 del 16 marzo, accogliendo con rinvio il ricorso di un uomo di nazionalità nigeriana. Il giudice di pace di Ferrara lo aveva condannato a 10mila euro di multa in quanto responsabile del reato previsto dall'art. 14, comma 5-ter, del Testo unico immigrazione per non aver adempiuto all'ordine di lasciare il territorio emesso dal questore di Agrigento nel dicembre 2015.
Secondo il Gdp era da escludere l'applicazione della causa di non punibilità considerato che la norma "si fonda su di un giudizio precostituito di offensività soggettiva e indifferenziata dell'interesse ad una disciplina dei flussi migratori", senza possibilità dunque di distinguere tra comportamenti più gravi o meno gravi, "trattandosi di reato di pura condotta".
Una lettura bocciata dalla Prima Sezione penale che ricorda come la Corte costituzionale abbia chiarito, nella sentenza n. 250 del 2010, con riferimento ai casi in cui lo straniero si trattenga oltre il termine per ragioni "puramente contingenti" (quali per esempio l'aver perso l'aereo o il non aver ricevuto tempestivamente dai parenti all'estero il denaro per l'acquisto del biglietto), che può operare l'istituto dell'esclusione della procedibilità per "particolare tenuità del fatto", anche considerata l'attribuzione della competenza per questo reato al giudice di pace.
Pertanto, prosegue la decisione, tale norma di diritto sostanziale si applica ai reati previsti dal Tu Immigrazione che rientrano nella competenza del giudice di pace, "anche perché nessuna indicazione in senso contrario sul punto si rinviene nelle disposizioni dello stesso T.U.".
La particolare tenuità, spiega infatti la sentenza, è fatta derivare "dalla esiguità, rispetto all'interesse tutelato, del danno o del pericolo rispettivamente derivati dalla commissione del reato, dalla occasionalità della violazione e dal ridotto grado di colpevolezza e dalla considerazione del pregiudizio che la prosecuzione del procedimento penale può arrecare alle esigenze di lavoro, di studio, di famiglia o di salute dell'imputato".
In definitiva, conclude la Corte, "non è conforme a diritto l'affermazione contenuta nella sentenza impugnata nella parte in cui afferma la non applicabilità della causa di non punibilità in riferimento ai fatti sussumibili nelle fattispecie rispettivamente previste dall'art. 10-bis e dall'art. 14-ter del t.u. immigrazione". Spetterà dunque al giudice del rinvio pronunciarsi sull'istanza di applicazione della causa di non punibilità conformandosi al seguente principio "la norma recata dall'art. 34, comma 1, del Dlgs 274 del 2000, applicabile solo quanto ai reati da tale decreto attribuiti alla competenza del giudice di pace, è astrattamente riferibile a tutti i reati indicati dallo stesso decreto; compreso quello previsto dall'art. 14-ter del Dlgs n. 286 del 1998".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione III - sentenza 16 marzo 2020 n. 10084. Il giudice non può escludere a priori uno sconto ulteriore di pena per l'imprenditore che, a causa della crisi economica, non versa le ritenute certificate per salvare posti di lavoro. Ma deve valutare la possibilità di applicare l'attenuante per aver agito per ragioni di particolare valore sociale.
La Cassazione, con la sentenza 10084, accoglie il ricorso di un amministratore di società, condannato per aver violato l'articolo 10-bis del Dlgs 74/2000. Ad avviso della Suprema corte, i giudici di appello hanno correttamente affermato l'esistenza del reato. Perché la crisi di impresa, pur se non addebitabile all'imprenditore, non esclude il dolo nel reato tributario, specialmente quando, come nel caso esaminato, si protrae per anni, senza che le iniziative adottate abbiano effetto.
La corte territoriale ha però sbagliato a non considerare gli argomenti della difesa, ai fini dell'applicazione dell'attenuante generica, che stava nell'aver tentato di salvare l'occupazione di 55 dipendenti. Ad avviso della Cassazione poteva scattare l'articolo 62 bis del Codice penale, che prevede la possibilità di far concorrere le attenuanti generiche con le comuni.
A far pendere il piatto della bilancia a favore del manager c'erano le azioni messe in atto per evitare il fallimento e garantire il lavoro ai dipendenti. Dopo la marcia indietro di una finanziaria, che si era detta pronta a intervenire per il risanamento, la società di famiglia dell'imputato aveva messo in gioco tutto il suo patrimonio fino ad arrivare alla liquidazione. L'amministratore aveva rinunciato al suo compenso e offerto garanzie personali alle banche per ottenere un nuovo credito. Il tutto sperando che la congiuntura economica sfavorevole avesse una fine. La Corte d'Appello dovrà dare un peso a queste condotte, per valutare un maggiore sconto di pena, rispetto a quello concesso riconoscendo le attenuanti specifiche.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 18 marzo 2020
Zar, raìs e regimi autocratici giocano duro con il virus. Dalla Siria alla Libia, dall'Iraq allo Yemen. Per Putin e i suoi alleati è arrivata la tempesta perfetta: pandemia, guerre vere, battaglia sul petrolio e mercati occidentali in malora. Dovremo imparare a raccontare "Barzellette per miliziani", titolo di un libro assai ironico e illuminante dello scrittore e giornalista libanese Mazen Maarouf. Sono i miliziani, come avviene da decenni, i co-protagonisti irrinunciabili delle partite belliche e geopolitiche che si giocano dalla Siria alla Libia, dall'Iraq allo Yemen. Per Putin e i suoi alleati è arrivata la tempesta perfetta: pandemia, guerre vere, battaglia sul petrolio e mercati occidentali in malora.
Una partita dura e quelli che la giocano senza rendere conto a nessuno sono zar, raìs e regimi autocratici. Dall'Algeria all'Egitto, dall'Iraq al Sudan, sono in corso le scosse di assestamento delle primavere arabe e il coronavirus indebolisce le opposizioni che vorrebbero la riforma o lo smantellamento dei poteri in carica.
Mohammed bin Salman, il principe assassino mandante dell'omicidio Khashoggi, a Riad ne ha approfittato per far fuori altri membri della corona e 300 funzionari che non gli versavano le tangenti: chiaro il messaggio del maggiore acquirente di armi occidentali. Putin, in vista del referendum costituzionale di aprile per incoronarlo zar a vita, "vede" intanto il traguardo di rafforzare la sua presenza nel Mediterraneo, a colpi di basi militari, gas e petrolio sostenuti da una diplomazia cinica e realistica.
Una fase favorevole anche a Pechino la cui presenza in Italia è già vista in Usa ma anche a Bruxelles come un golpe medicale: "Oggi le mascherine, domani Huawei" dichiara il politologo Ian Bremmer su Formiche, punta di lancia nostrana dell'atlantismo duro e puro. Pechino proverà a giocare il ruolo di investitore in titoli di Stato e asset strategici dei Paesi europei piegati dal coronavirus. È nel nuovo ordine delle cose.
Si combatte per accaparrarsi quote di mercato e quote di Mediterraneo mentre restano le sanzioni americane all'Iran ed europee a Damasco e gli Usa si disputano la loro presenza militare in Iraq a colpi di missili e droni: questa è la "guerra di Soleimani", cominciata il 3 gennaio scorso con l'uccisione del generale iraniano a Baghdad. Come conseguenza gli Usa hanno appena deciso di ritirarsi da tre basi irachene su otto: Al Qaim, Kirkuk e il Qayara Airfield. Mentre l'Iran, triturato dalle sanzioni e ora dalla pandemia, si sta giocando, per la prima volta dagli anni Sessanta la carta dei prestiti del Fondo monetario: se andrà in porto sarà una "normalizzazione" della repubblica islamica ma non la sua fine.
La Cina continuerà a sostenere Teheran, anello strategico della Via della Seta. Per Trump, nell'anno elettorale, si profilano forse guai maggiori che per gli ayatollah.
Dei profughi, a milioni in situazioni disperate, ormai si interessano soltanto quelli che li manovrano, da Erdogan ad Assad, a Putin: gli stessi europei sotto sotto pensano cinicamente che il Coronavirus sistemerà da solo la questione. Ma il lacerante appello dell'Unhcr riportato domenica dal manifesto nell'articolo di Chiara Cruciati ci dice che non basterà chiuderci in casa. Busseranno, insieme agli altri, alla nostra porta.
Quando l'Europa si rialzerà dal ventilatore della sopravvivenza da coronavirus e dalla crisi economica troverà un panorama dove non controllerà più i processi in corso. Mentre qui chiudono le frontiere, in Medio Oriente e sulla Sponda Sud a viaggiare freneticamente - pure a confini chiusi - sono rimasti eserciti e miliziani, di vecchio e di nuovo conio. Dalla Siria alla Libia si profila un asse Russia-Assad- Egitto, che comprende anche Iran e Hezbollah, per ostacolare la penetrazione turca nel Mediterraneo. Il capo dei servizi egiziani, generale Abbas Kamel, si è recato a Damasco per incontrare il suo omologo siriano Ali Mamluk per contrastare l'influenza turca nel Mediterraneo orientale e in Libia. L'Incontro, certo non il primo, è avvenuto prima che Putin raggiungesse un fragile accordo con Erdogan su Idlib. Assad per negoziare con Erdogan sul Nord della Siria vuole avere dalla parte il mondo arabo, persino le ostili monarchie del Golfo. Ecco la manovra. Al Sisi, con Emirati e Arabia Saudita, sostiene le truppe di Khalifa Haftar e Assad, alleato della Russia, ha stabilito relazioni diplomatiche formali con il governo di Tobruk contro quello di Tripoli di Sarraj, tenuto in vita dalla Turchia.
E non basta. Russia e Hezbollah libanesi, vicini all'Iran, hanno cominciato a reclutare "civili" siriani da inviare a sostegno di Haftar. In Siria sono stati aperti dal governo e dai russi centri di reclutamento di nuovi miliziani da inviare a Haftar. Alla mobilitazione partecipa anche Hezbollah. Del resto la Turchia ha inviato altri mercenari dal nord della Siria a Tripoli e Misurata: milizie jihadiste filo-turche della regione siriana di Idlib e a nord di Aleppo, cui si aggiungono centinaia di consiglieri militari turchi. La "guerra dei vasi comunicanti", tra Siria, Libia, Iraq, continua anche con il virus: tenetevi pronti perché anche noi tra un po' dovremo sapere raccontare barzellette ai miliziani del nuovo ordine sotto casa.
torinoggi.it, 18 marzo 2020
"Soprattutto adesso, dopo che è giunta la notizia di un primo caso di contagio da coronavirus nel carcere di Voghera: inevitabilmente, altri ne seguiranno", sottolinea Bruno Mellano. Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Piemonte Bruno Mellano, insieme al Coordinamento regionale dei Garanti comunali piemontesi delle persone detenute o private della libertà, intendono esprimere pubblicamente la propria preoccupazione per la fase attuale che vive la comunità penitenziaria italiana, e quella piemontese nello specifico.
Sono urgenti interventi straordinari per far diminuire la presenza di detenuti nelle carceri del Piemonte: in questi minuti arriva la notizia di un primo caso di contagio nel carcere di Voghera e, inevitabilmente, altri ne seguiranno.
Una comunità che conta in Piemonte circa 4.600 detenuti nelle 13 carceri per adulti e un istituto penale per minori con una capienza effettiva complessiva di solo 3.700 posti, con oltre 3.000 agenti di polizia penitenziaria e circa 500 operatori dei vari settori, rappresenta una situazione solo parzialmente protetta: i detenuti e gli agenti in primis ne sono consapevoli.
Le condizioni di vivibilità negli ambienti insalubri, ristretti e chiusi delle nostre carceri sono ordinariamente precarie, ora con il rischio contagio in un contesto di sovraffollamento grave si rivelano tutte le vulnerabilità del sistema: impossibile pensare che nei nostri penitenziari si possano mettere in atto misure di distanziamento sociale o di prevenzione richieste per l'esterno. La sfida finora è stata prevalentemente quella di bloccare all'ingresso ogni possibile fonte di contagio per un mondo chiuso, ma permeabile alla società esterna: le decisioni messe in campo hanno inciso pesantemente sul versante della popolazione detenuta, ma rimane aperta la sponda degli operatori che garantiscono il funzionamento della macchina detentiva.
Noi non possiamo che auspicare che il contesto sia ben presidiato e in questi giorni abbiamo continuato a segnalare situazioni e problematiche emergenti allo sguardo dell'osservatore esterno quale è un garante. Abbiamo sollecitato e richiesto un'efficace ed efficiente presa in carico della situazione da parte dell'Assessorato alla Sanità e poi dell'Unità di Crisi, ben consapevoli che l'Amministrazione penitenziaria e i singoli direttori (dove presenti) non potessero e dovessero fare da soli.
Ora lanciamo un pubblico appello alla Magistratura giudicante e di sorveglianza affinché possano - nell'immediato - affrontare di petto la situazione: nessun istituto penitenziario piemontese ha, ad oggi, gli spazi fisici né i posti letto separati necessari per gestire in sicurezza numeri significativi di casi di sospetti contagi o tanto meno numeri rilevanti di casi positivi asintomatici o nelle fasi lievi o iniziali. Si tratta certo di pensare a piani straordinari dal punto di vista organizzativo delle carceri, ma in questi giorni abbiamo dovuto registrare l'arrivo di decine di detenuti sfollati da altri istituti danneggiati dalle rivolte e questo ha vanificato in molti casi gli sforzi riorganizzativi messi in campo per ricavare spazi e zone di isolamento.
Diventa dunque di impellente urgenza un intervento straordinario della Magistratura, in particolare quella di sorveglianza, volto all'immediato deflazionamento della presenza in carcere, in linea con le previsioni del decreto-legge "Cura Italia".
Il Governo ha infatti previsto misure innovative o deroghe ai vincoli per permettere maggior celerità e maggior ampiezza di intervento.
Si calcola che l'effetto delle nuove misure possa essere alquanto contenuto, ma si spera possa rappresentare l'inizio di un percorso: il Garante nazionale segnala che il numero complessivo di coloro che devono scontare una pena fino a sei mesi, senza altre pendenze, è oggi pari a 3.785, mentre il complessivo numero di coloro che devono scontare una pena o un residuo pena fino a un anno sale a 8.629. Come Garanti territoriali sottolineiamo che nell'ordinamento italiano sono già presenti norme e strumenti giuridici di esecuzione penale alternativi alla reclusione e che l'emergenza ne esiga la più veloce attivazione.
Indubbiamente un ruolo decisivo - anche in questo frangente - avranno le valutazioni del singolo magistrato in merito alla reale dimensione della problematica attuale e soprattutto di quello che si rischia di dover affrontare nei prossimi giorni.
Pur nella consapevolezza della difficoltà di lavorare in questa emergenza, riteniamo nostro imprescindibile dovere ricordare che la situazione attuale - per come noi la conosciamo dall'interno delle varie comunità penitenziarie piemontesi - esige di affrontare con occhi e metri diversi i casi che giungono all'attenzione del Magistrato. Su questa emergenza l'impegno dei Garanti, come quello degli Avvocati e dell'Amministrazione Penitenziaria deve essere al fianco della Magistratura, filtro necessario di ogni provvedimento deflattivo del carcere, per cercare di garantire tempi certi e necessariamente celeri.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 18 marzo 2020
La cifra di per sé è modesta ma ha un alto valore simbolico. Parliamo dei 110 euro, raccolti attraverso una donazione dalle 71 donne del carcere femminile della Giudecca, destinati al reparto di terapia Intensiva dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre, una delle strutture in prima linea nella lotta al Coronavirus in Veneto. L'iniziativa è arrivata a conclusione di una settimana caratterizzata da disordini e violenze nelle carceri italiane. Rivolte che non hanno riguardato l'istituto veneziano dove la protesta - pur sentita, contro il sovraffollamento e determinata in primo luogo dal timore di una diffusione all'interno del carcere del Covid-19 - si è espressa in maniera pacifica.
La raccolta nasce dalla volontà di contribuire alla lotta contro il Coronavirus anche in quanto cittadine, come le detenute stesse hanno voluto sottolineare nella lettera che ha accompagnato la donazione: "Siamo le donne che ai vostri occhi fanno parte dell'ultimo ceto sociale, donne che hanno sbagliato ma stanno anche pagando per i loro errori, donne che lì fuori, come tutti voi, hanno una famiglia". Dall'istituto veneziano è arrivata nei giorni scorsi anche la notizia di un'altra risposta pensata per fronteggiare la situazione emergenziale in atto.
La Cooperativa Rio Terà dei Pensieri, realtà storica degli Istituti veneziani con i suoi laboratori artigianali, officinali e cosmetici, ha riconvertito parte della produzione di saponi, destinata alle catene alberghiere, a gel igienizzante per le mani.
Un prodotto specifico realizzato con componenti e dosi bilanciate dal chimico del laboratorio di cosmesi della Giudecca. In tutto 400 flaconcini, di cui metà destinata alla vendita e metà donata alle carceri e agli Uffici di Esecuzione Penale del territorio.
Anche le detenute di Pozzuoli hanno voluto inviare un messaggio di incoraggiamento a tutti i cittadini e a chi è in prima linea nella lotta contro il virus realizzando un lenzuolo con l'arcobaleno e lo slogan "Andrà tutto bene", affisso all'esterno del carcere. I detenuti del Pagliarelli di Palermo, dove è tuttora in corso una protesta pacifica, rispondono invece alla campagna di sensibilizzazione lanciata dall'Avis rendendosi disponibili a effettuare donazioni di sangue.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 18 marzo 2020
Inarrestabile, incurante di ogni prescrizione, la folla di mogli, sorelle, genitori e affini dei detenuti di Poggioreale continua a sfidare le regole anti-contagio. Una nuova calca, ieri, sotto le mura del carcere-lager di Poggioreale. Al di là delle condivisibili, legittime preoccupazioni di chi ha un parente al di là delle sbarre, resta da denunciare lo stato di incomprensibile promiscuità nelle file che descrivono un lato della paura.
Più delle parole, e al di là di ogni commento, a parlare sono le immagini, le foto diffuse dal consigliere regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli. "I familiari dei detenuti di Poggioreale non si arrendono - denuncia - e continuano a svolgere assembramenti inscenando proteste improvvisate. I parenti dei detenuti della Casa Circondariale di Poggioreale si sono nuovamente riuniti intorno all'ingresso principale del carcere, in via Nuova Poggioreale, nonostante l'ordinanza che vieta di uscire di casa e di dare vita ad assembramenti.
Con la scusa delle consegne dei pacchi hanno anche inscenato una protesta chiedendo la libertà e l'indulto per i loro familiari agli arresti". Sia chiaro: legittimi tutti i timori legati ad una potenziale diffusione del Covid 19 all'interno delle carceri. Ma serve senso di responsabilità, anche da parte di chi poi - dopo aver portato ai propri cari, che sono reclusi - i generi di prima necessità.
Diversi cittadini hanno segnalato l'episodio al consigliere Borrelli e al conduttore radiofonico Gianni Simioli alla trasmissione "La Radiazza" in onda su Radio Marte, raccontando come siano stati aggrediti dai familiari dei detenuti, attraverso il lancio di oggetti vari, quando gli si è stato chiesto di rispettare le distanze di sicurezza per evitare contatti ed il diffondersi dell'epidemia. "I familiari dei carcerati di Poggioreale dimostrano ancora una volta di voler essere al di sopra delle regole e delle leggi - dichiara Borrelli.
Non solo, in barba ai decreti di sicurezza per il Coronavirus, si sono riuniti dando vita ad un pericoloso assembramento di persone, ma hanno pure aggredito chi ha chiesto loro di rispettare le ordinanze, scaraventando oggetti contro i balconi dei residenti che chiedevano a questi soggetti di rispettare almeno le distanze di sicurezza.
Sono degli irresponsabili che mettono in pericolo l'intera popolazione con il loro modo sconsiderato di agire, vanno fermati e devono essere puniti. Per questo li abbiamo segnalati alla Questura". Il Sappe, dal canto suo, denuncia le condizioni di perniciosa promiscuità che deriverebbero dalle condizioni nelle quali gli agenti della Penitenziaria sono costretti alla mensa del carcere di Secondigliano.
blogsicilia.it, 18 marzo 2020
Visita in carcere, nel penitenziario di Siracusa, del garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune, Giovanni Villari. È il primo sopralluogo dopo i disordini di martedì scorso per verificare le condizioni dell'istituto. "I segni della devastazione - spiega Villari - sono ancora molto evidenti, sebbene si sia provveduto a rimuovere buona parte delle macerie e degli arredi distrutti.
La cucina centrale, barbaramente danneggiata insieme alla dispensa, è stata in parte ripristinata, anche grazie al lavoro volontario di alcuni detenuti siracusani abili nel mestiere di muratore e imbianchino, e funziona quasi a pieno ritmo per la preparazione dei pasti.
Alcuni ambienti risultano ancora inagibili, pertanto i detenuti sono stati ulteriormente allocati in celle di per sé già molto piccole. Due delle sezioni coinvolte nella rivolta del "Blocco 50" sono state completamente evacuate. I responsabili dei gravi atti vandalici sono stati individuati, denunciati e trasferiti in altre carceri, come tutti gli ospiti delle sezioni stesse".
In merito alla rivolta il garante del Comune di Siracusa precisa. "Non tutti i detenuti hanno però preso parte alla devastazione violenta e al tentativo di evasione, scongiurato dall'intervento della polizia penitenziaria. Diversi tra loro, pur nella foga della rivolta, si sono astenuti dagli atti vandalici e distinti dagli altri. La direzione si è premurata di igienizzare le aree di percorso comuni, quali corridoi, sale per la socialità, cortili e rotonde da cui si accede alle sezioni. Si attendono ulteriori presidi sanitari, quali soluzioni igienizzanti e prodotti specifici".
Secondo il garante ci sono altre emergenze. "Come dal primo giorno - spiega - di emergenza, le chiamate ai familiari continuano ad essere quotidiane per tutti, ma anche in questo caso l'assenza di prodotti adatti per igienizzare le postazioni telefoniche e gli apparecchi di volta in volta mancano, tanto che ciascun detenuto provvede in proprio come può.
Si segnala, con rammarico, che attualmente nessun presidio sanitario di protezione è stato fornito al personale amministrativo e ai funzionari giuridico-pedagogici che operano all'interno
dell'Istituto e ciò perché le scorte promesse a tutti gli istituti non sono state sufficienti a coprire il totale fabbisogno"
- Salerno. Sono 24 i detenuti che saranno trasferiti dopo la sommossa avvenuta il 7 marzo
- Melfi (Pz). Carceri e detenuti, di chi sono le responsabilità
- Bari. Proteste in carcere e per strada, doppia indagine
- Milano. Una task-force per le carceri
- Porto Azzurro (Li). Detenuto si toglie la vita inalando una bomboletta di gas









