di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 febbraio 2020
La Corte d'Assise di Roma motiva la sentenza di condanna dei quattro carabinieri. Per i giudici, i verbali mal stilati erano "funzionali alla cancellazione di qualsiasi traccia della vicenda". La condotta dei militari è "indiscutibilmente illecita e ingiustificabile". Stefano Cucchi stava bene, prima di essere arrestato la sera del 15 ottobre del 2009.
Ed è morto per le conseguenze delle gravi lesioni riportate in seguito al pestaggio subito. La violenza dei due carabinieri Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo è stata un'azione "palesemente dolosa e illecita che ha costituito la causa prima di un'evoluzione patologica alla fine letale". Non poteva essere più chiara, la Prima corte d'Assise di Roma presieduta da Vincenzo Capozza, nel motivare la sentenza del 14 novembre scorso con la quale sono stati condannati a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale i due militari che quella sera pestarono il giovane geometra romano fino a spezzargli la schiena.
E insieme a loro - poiché i documenti ufficiali stilati in caserma, a cominciare dal verbale di arresto di Stefano Cucchi, appaiono, scrivono i giudici, come "una sagra degli errori" - vennero condannati per falso anche Francesco Tedesco (30 mesi di reclusione), il carabiniere coimputato che nel corso del processo bis è diventato il testimone chiave delle torture, e il maresciallo Roberto Mandolini che allora era comandante della stazione Appia, condannato a 3 anni e 8 mesi e interdetto dai pubblici uffici per 5 anni.
Appurata l'"inconsistenza della tesi della morte per Sudep (epilessia improvvisa, ndr), mera ipotesi non suffragata, anzi smentita, da alcuna evidenza clinica", e confermata la "condizione di sostanziale benessere" di Stefano fino al momento dell'arresto, la corte ritiene evidente come l'"azione lesiva inferta da taluno" abbia generato "molteplici e gravi lesioni, con l'instaurarsi di accertate patologie che hanno portato al suo ricovero e da lì a quel progressivo aggravarsi delle sue condizioni che lo hanno condotto alla morte".
Contrariamente a quanto sostenuto nella linea difensiva scelta dagli avvocati difensori degli imputati, questo schema "corrisponde perfettamente alla previsione normativa in tema di nesso di casualità tra condotta illecita ed evento". E, "d'altra parte, rende chiara la differenza tra la mera causalità biologica, secondo la quale nessuna delle singole lesioni subite da Cucchi sarebbe stata idonea a cagionare la morte, e la causalità giuridico penale, nel rispetto della quale il nesso di causalità sussiste se quelle lesioni, conseguenza di condotta delittuosa, siano state tali da innescare una serie di eventi terminati con la morte, così come si è verificato nel caso in esame".
Dunque, oltre ad essere state letale, la reazione di D'Alessandro e Di Bernardo è stata "indiscutibilmente" "illecita e assolutamente ingiustificabile" perché conseguenza di un "uso distorto dei poteri di coercizione inerenti il loro servizio", e una violazione del "dovere di tutelare l'incolumità fisica della persona sottoposta al loro controllo".
Ricorda infatti la Corte composta anche di giudici popolari che "il fatto si è svolto in un locale della caserma ove nessuno estraneo poteva avvedersi di quanto stava accadendo, in piena notte, ai danni di una persona decisamente minuta e di fisico molto meno prestante rispetto a quella dei due militari".
D'altronde la testimonianza di Tedesco è, secondo i giudici, "credibile" e sostanziata da prove. Poco importa che sia stato in silenzio per nove anni perché, come ha spiegato egli stesso in modo "comprensibile e ragionevole", "aveva avuto la certezza gli si fosse parato dinnanzi" un muro "costituito dalle iniziative dei suoi superiori dirette a non far emergere l'azione perpetrata ai danni di Cucchi, e a non perseguire la volontà di verificare che cosa fosse realmente accaduto".
A riprova di questa narrazione c'è, d'altra parte, addirittura un processo ter che si è aperto da qualche settimana contro otto ufficiali accusati di aver depistato le indagini e insabbiato per anni la verità. Infatti la corte presieduta da Capozza rileva che già il verbale di arresto di Stefano appariva "un concentrato di anomalie, errori ed inesattezze. Il soggetto sottoposto alla misura pre-cautelare viene indicato nell'incipit con luogo e data di nascita a lui non pertinenti".
"Questa sagra degli errori rafforza la sensazione che l'attestazione dell'identificazione di Cucchi sia stata una (macroscopica, madornale) svista.
L'omissione dei nomi - si legge nelle motivazioni - di Di Bernardo e D'Alessandro tra gli autori dell'arrestato è stata casuale? La corte ritiene di dovere dare risposta negativa alla domanda. L'assenza dei due è funzionale alla cancellazione di qualsiasi traccia della drammatica vicenda avvenuta all'interno della caserma". Per la famiglia di Stefano si tratta di "parole semplici per una verità semplice che qualcuno ha voluto complicare e qualcun altro non vedere". Ilaria è emozionata: "È esattamente tutta la verità così come l'abbiamo sostenuta e urlata invano per tanti anni".
di Massimiliano Nespola
Il Dubbio, 7 febbraio 2020
La sessione plenaria inaugurale del Parlamento europeo del 2020 si è chiusa, nel mese scorso a Strasburgo, con un focus sulla giustizia interessante ma anche meritevole di un'attenta riflessione. Tra i primi temi posti in agenda è apparsa infatti la questione di una lotta coordinata a livello comunitario alla criminalità, anche in relazione alle competenze della nuova super Procura della Ue. Non da oggi ci si pone in quest'ottica.
Anzi, si può dire che questo aspetto sia tra quelli prioritari per portare avanti un'Unione che tuteli la sicurezza dei suoi cittadini. Da questo punto di vista, la parola chiave sembra proprio "coordinamento". A offrirne conferma è anche una recente decisione del governo italiano, che nel Consiglio dei ministri del 23 gennaio scorso ha approvato il decreto legislativo di attuazione di una direttiva Ue, la 2017/1371, con cui si impone un'ulteriore stretta penale sulle frodi che ledono gli interessi finanziari dell'Unione. È un ambito che sollecita strategie di contrasto così complesse da aver agito, negli anni scorsi, quale stimolo più efficace proprio per l'istituzione della ricordata super Procura della Ue.
Ma per comprendere quanto sia difficile trovare, nell'idea del "coordinamento", l'equilibrio fra la necessaria autonomia delle giurisdizioni nazionali e le esigenze di integrazione, c'è da fare una distinzione importante tra quello che dicono i numeri e le possibili modalità di azione.
Veniamo dunque ai dati. Quelli riportati a metà gennaio, in apertura di discussione al Parlamento di Strasburgo, dal vicepresidente della Commissione europea, Maroš Šefcovic, non sono positivi: si stima infatti che, nel 2017, i gruppi criminali indagati siano stati circa 5.000, con un incremento del 150% rispetto al 2013.
Un'informazione del genere, di per sé, non fa che surriscaldare gli animi ed espone inevitabilmente al rischio di cadere nella trappola securitaria, la cui ricetta è nota e spesso riproposta: più poteri alle forze dell'ordine, maggiori controlli, norme più restrittive. Questo significa anche minore libertà? Potrebbe. È dunque il caso di mantenere gli occhi aperti sulla risposta corretta da dare al problema: non è infatti riducendo le libertà della persona che si contrasterà meglio la criminalità organizzata. Ma anche questa considerazione è stata tra gli argomenti della plenaria di Strasburgo, fortunatamente.
L'operazione da compiere dovrebbe poter ravvivare la fiducia dei cittadini e disincentivare le persone dal compiere attività illecite. C'è bisogno di un più veloce scambio di informazioni? Certo. È necessario conoscere i vari contesti e fornire risposte adeguate e diversificate? Pure. Il rischio da evitare è però quello di un accentramento verso un approccio solo "europeo" che perda la bussola e che non consideri la specificità dei vari Paesi e dei vari casi trattati.
Uno dei metodi più adeguati fa riferimento al principio della proporzionalità dell'azione giudiziaria: a monte, l'Europa può svolgere la funzione di coordinatore, disponendo di maggiori informazioni per porre le basi di un approccio più condiviso. Accanto a questo sforzo, però, non si dovrebbero dimenticare gli aspetti della territorialità e della sensibilità ai contesti.
Chi ha competenza a valutare se l'applicazione della pena abbia portato ad un cambiamento effettivo della personalità del detenuto? Probabilmente il magistrato che ha seguito la storia del soggetto potrà nel tempo valutare meglio l'evoluzione del caso; ciò acquista una particolare importanza, per esempio, in relazione alla questione del riconoscimento di permessi premio ai detenuti condannati all'ergastolo. Se in funzione stabilmente su un determinato territorio, il giudice potrà anche verificare se, nel tempo, l'azione dello Stato sia riuscita a reprimere una particolare forma di organizzazione criminale che vi si era insediata.
E infine: è noto che esistano forme differenti di criminalità organizzata, con particolarità legate ai luoghi di insediamento. L'Italia, in questo settore, può vantare un patrimonio di conoscenze dettagliate non di poco conto, da condividere con tutti gli Stati membri dell'Ue per poter predisporre un'azione efficace di contrasto. È bene quindi ricordare che accanto alle dichiarazioni d'intenti di un Parlamento che parla da un'unica sede per rappresentare l'intera Europa, ci sono le operazioni concrete messe in atto dalle istituzioni.
E se è vero che uno Stato si regge su principi etici, quando questi trovano applicazione, la risposta deve poter essere quella più adeguata al caso specifico. A maggior ragione se si parla di lotta alla criminalità: per poter rieducare, bisogna riformare. E un approccio più europeo, ma solo europeo, non sembra la risposta migliore.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 febbraio 2020
Presentata dal Consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali Alessandro Capriccioli. "Il Consiglio regionale del Lazio ha approvato questa mattina una mozione a mia prima firma che impegna il Presidente a intervenire presso il ministero della Giustizia affinché tenga nella massima considerazione i rilievi emersi nel rapporto del Cpt riguardanti la situazione del carcere di Viterbo, e affinché si attivi, attraverso l'amministrazione penitenziaria, per tutelare i diritti delle persone detenute al Mammagialla e dei tanti agenti di polizia penitenziaria che ci lavorano. L'errore imperdonabile, a questo punto, sarebbe spegnere i riflettori su questa vicenda una volta scomparsa la notizia dalle pagine di cronaca dei quotidiani". Così in una nota Alessandro Capriccioli, consigliere regionale del Lazio di +Europa Radicali, annuncia la mozione.
"La notizia, uscita pochi giorni fa su Il Dubbio, dei 10 rinvii a giudizio per il caso di Giuseppe De Felice, che ha denunciato di aver subito percosse da una "squadretta" di agenti a volto coperto, e la citata relazione del Ctp, che parla di violenze sistematiche e deliberate ai danni dei detenuti, sono elementi che confermano quanto da circa un anno e mezzo, dopo numerose visite e colloqui con gli ospiti del Mammagialla, provo a portare alla luce", denuncia Capriccioli.
"Le criticità in quell'istituto carcerario sono ormai note non solo in Italia, ma in tutta Europa, e non è possibile rimandare ancora i necessari approfondimenti e gli interventi che ne conseguono: il ministro Bonafede ha il dovere di agire per ristabilire un clima vivibile all'interno di un istituto difficile e pieno di zone d'ombra. La mozione approvata oggi in consiglio regionale è un altro passo avanti per i diritti dei detenuti del Mammagialla, ma anche dei tanti agenti di polizia penitenziaria che vi lavorano con dedizione e impegno", conclude il consigliere di +Europa.
Tra i consiglieri della regione Lazio che hanno sottoscritto la mozione compare, a sorpresa, anche Orlando Tripodi della Lega. Fatto non di poco conto visto che il capo politico Matteo Salvini ha da sempre espresso solidarietà nei confronti degli agenti della polizia penitenziaria coinvolti in presunti pestaggi. Il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti citato da Capriccioli è noto.
Fra i maltrattamenti denunciati e raccolti al carcere di Viterbo, c'è quello di una ispettrice di polizia che brucia i piedi a un detenuto soggetto al 41bis per verificare se finge uno stato catatonico. Poi, quello di un detenuto preso a pugni da un gruppo di agenti verosimilmente per fargli dire com'è riuscito a far entrare nel carcere un cellulare trovato nella sua cella. C'è chi viene colpito alla testa con chiavi di metallo, chi preso a calci e pugni, chi buttato giù dalle scale. Tutto, in luoghi non coperti da telecamere a circuito chiuso. Nelle cartelle cliniche dei detenuti che hanno denunciato ci sono descrizioni di lesioni corporali considerate compatibili con le accuse di maltrattamento.
Sul caso di De Felice, come riportato in esclusiva da Il Dubbio, ora sarà il Giudice dell'udienza preliminare a valutare la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dei 10 agenti che avrebbero malmenato il detenuto, dichiarando alcuni di loro - sempre secondo la procura di Viterbo - il falso. Sempre il consigliere Capriccioli, da mesi, aveva chiesto un incontro con il ministro Bonafede per poter riferire quanto aveva visto e ascoltato durante le sue visite ispettive. Ora sarà la regione Lazio ad intervenire presso il ministero della giustizia affinché si faccia piena luce, attivandosi anche a far prevalere i diritti in un carcere definito non a caso "punitivo".
di Marina Castellaneta
Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2020
Corte europea dei diritti dell'Uomo - Sezione I - Ricorso 6 febbraio 2020 n. 44221/14. L'applicazione delle nuove regole sulle circostanze attenuanti a fatti commessi prima dell'entrata in vigore della legge non è una violazione del principio di irretroattività della legge penale più sfavorevole. È vero - scrive la Corte europea nella sentenza depositata ieri, nel ricorso n. 44221/14 - che le modifiche legislative introdotte in Italia nel 2008 restringono il perimetro di applicazione delle circostanze attenuanti, ma questo senza renderle inapplicabili, lasciando in ogni caso la valutazione al giudice.
Strasburgo ha così ritenuto che l'Italia non ha violato l'articolo 7 della Convenzione europea che fissa il principio "nessuna pena senza la legge", ritenendo però violato l'articolo 6 sull'equo processo a causa di una non adeguata motivazione della sentenza da parte della Cassazione.
A rivolgersi alla Corte europea è stato un cittadino italiano condannato per guida in stato di ebrezza. L'uomo aveva contestato la condanna ritenendo che la mancata concessione in suo favore delle circostanze attenuanti generiche per l'assenza di precedenti era dovuta proprio all'applicazione della legge 125 del 2008 (che ha modificato l'articolo 62bis del codice penale). I giudici interni, inclusa la Cassazione, avevano respinto tutti i ricorsi e così l'uomo si è rivolto a Strasburgo.
La Corte europea riconosce che il legislatore italiano ha modificato le norme penali, ma anche prima dell'introduzione della legge n. 125/2008 i giudici nazionali non erano tenuti ad applicare automaticamente le circostanze attenuanti. La modifica legislativa, quindi, ha solo delimitato l'ambito delle attenuanti, ma ha lasciato l'impianto di base con la valutazione da parte del giudice competente, che ha effettuato un bilanciamento tra l'insieme degli elementi pertinenti. Pertanto, la condanna non è stata dovuta all'applicazione di una legge più severa non esistente all'epoca dei fatti, quanto piuttosto a una valutazione da parte del giudice. Di conseguenza, il ricorrente non è stato penalizzato dalla legge adottata successivamente al fatto illecito a lui imputato.
Respinto il ricorso per violazione dell'articolo 7, la Corte europea, però, ha dato ragione al ricorrente sotto il profilo della violazione dell'articolo 6 (equo processo), condannando l'Italia. Questo perché, secondo i giudici internazionali, la Corte di Cassazione ha dichiarato irricevibile la domanda ritenendo che i motivi di ricorso riguardassero questioni di fatto e non di diritto.
Una posizione non condivisa da Strasburgo: la questione dell'applicazione della nuova legge che limitava l'applicazione delle circostanze attenuanti e che secondo il ricorrente violava il principio della irretroattività della legge penale più sfavorevole e dell'operatività delle circostanze attenuanti esigeva "una risposta specifica ed esplicita" che, invece, per la Corte europea è mancata, impedendo al ricorrente di comprendere le ragioni che hanno condotto all'irricevibilità del ricorso. Di qui la condanna all'Italia per violazione dell'articolo 6, con il Governo tenuto a versare al ricorrente 2.500 euro per i danni non patrimoniali.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 6 febbraio 2020 n. 5092. Anche nello stalking la remissione della querela da parte della ex moglie estingue il reato se la minaccia, benché reiterata, non può essere considerata grave. La Corte di cassazione, con la sentenza 5092, accoglie il ricorso dell'imputato respinto invece dalla Corte d'Appello che aveva considerato ininfluente la marcia indietro della ex moglie a fronte delle condotte reiterate da parte dell'uomo che inviava alla ex moglie messaggi telefonici minacciosi.
Senza successo l'imputato aveva fatto presente che non intendeva perseguitare la moglie, che in effetti non aveva cambiato le sue abitudini di vita, ma solo rivendicare le sue esigenze abitative e impedire che la figlia fosse costretta a frequentare il nuovo compagno della sua ex. Che il suo comportamento non fosse percepito come grave era dimostrato, ad avviso della difesa, anche dalla remissione di querela da parte della donna.
Argomenti che non avevano convinto i giudici territoriali che avevano confermato sostanzialmente la condanna del primo grado, disapplicando solo la recidiva. Per la Corte d'Appello, infatti, il cambiamento delle abitudini di vita poteva essere un sintomo della condotta illecita ma non un suo requisito essenziale. Allo stesso modo non era utile neppure la remissione di querela. I giudici di seconda istanza, avevano chiarito che a, fronte dei comportamenti ripetuti nel tempo volti a spaventare la vittima, si doveva considerare irrilevante in base alla legge, il carattere della gravità.
La Suprema corte non è d'accordo su nulla e accoglie il ricorso. La corte territoriale ha sbagliato a considerare irrilevante il fatto che la ex moglie non avesse cambiato le abitudini di vita, una condizione che è invece posta dall'articolo 162-bis per la configurabilità degli atti persecutori. Lo stesso non è corretta la conclusione sugli effetti della remissione di querela.
La Suprema corte precisa che, se è vero che in caso di minaccia grave non trova effetto la modifica del regime di minaccia grava introdotta dal Dlgs 36/2018 che ha sancito il passaggio dalla procedibilità d'ufficio alla querela, in assenza di minacce considerate non gravi, come nel caso esaminato, la rinuncia alla querela ha l'effetto di estinguere il reato. La Cassazione annulla con rinvio invitando la corte di merito ad un nuovo esame.
corrierenazionale.it, 7 febbraio 2020
"Continuo a non crederci. Non mi sembra vero di essere stato a tu per tu col Papa: era vicino a me, gli ho parlato a quattr'occhi. È stata un'emozione fortissima e non trovo altre parole per descrivere quello che ho vissuto". La voce di Sakho Mamadou, 30enne di nazionalità senegalese, trema quando racconta alla Dire quanto vissuto a Roma, nell'aula Paolo VI dopo l'udienza generale del Santo Padre.
Il Pontefice ha incontrato lui e altri nove ragazzi che fanno parte del progetto della diocesi di Andria "Senza sbarre" pensato per rieducare alla legalità chi ha vissuto o vive l'esperienza carceraria. "Non posso dire che sono diventato rosso - ride - ma avevo il cuore che batteva a mille per la gioia, la sua benedizione, l'umiltà e la semplicità con cui si è avvicinato a noi sono state grandiose".
Il gruppo ha donato a Bergoglio pasta, taralli e olio. "Sono il frutto del nostro lavoro, del nostro impegno, delle nostre mani per non sentirci più "scartati" e non avere più il marchio del detenuto. Quei taralli sono il nostro riscatto", dice il 30enne con un passato fatto di campi di calcio.
Ha militato nel Nardò, nel Galatina e nel Sassari, poi sono arrivate le prime delusioni, gli insulti dagli spalti, la depressione e le rapine che gli hanno aperto le porte del carcere. "Lui ha sbagliato e lo sa ma ora sta ricostruendo la sua vita e l'incontro di oggi di sicuro lo aiuterà ancora di più", commenta don Riccardo Agresti che conosce bene "i ragazzi di masseria San Vittore", così si chiama il luogo in cui vengono preparati i prodotti da forno e l'olio extravergine di oliva. "A Papa Francesco abbiamo regalato anche due libri, in uno c'è la storia di Mamadou", sottolinea don Riccardo ed evidenzia: "Il Pontefice è molto vicino alla realtà carceraria e i detenuti saranno protagonisti della Via Crucis del Venerdì santo".
Il gruppo è ora in viaggio, rientra in masseria: "Poter andare a Roma oggi è stata una grande prova di fiducia per questi ragazzi. Alcuni sono in regime di semilibertà, un altro è un ergastolano e gli altri sono affidati al progetto.
È andato tutto come doveva", sospira don Riccardo. "Io volevo che il Papa assaggiasse i taralli, avrei tanto voluto vedere la sua reazione, sapere se gli piacciono ma non è stato possibile", rivela Mamadou che tutti in comunità chiamano Matteo perché "mi sono convertito al cattolicesimo il 21 settembre, giorno di San Matteo e ho preso il suo nome". Il sogno più grande ora è un altro: "Rivedere il Papa a Bari quando verrà a febbraio e che magari abbia il tempo e il modo per raggiungerci ad Andria. Sarebbe stupendo", confida Mamadou.
di Silvana Cortignani
tusciaweb.eu, 7 febbraio 2020
Uccise il compagno di cella a Mammagialla, sarà un collegio peritale a stabilire se è sano di mente Sing Khajan, il 35enne indiano che il 29 marzo dell'anno scorso ha massacrato a colpi di sgabello per un accendino il detenuto viterbese 61enne Giovanni Delfino. Ne faranno parte due psichiatri e una interprete di punjub. Presa visione del caso, il professor Giovanni Battista Traverso, prima di assumere l'incarico, ha chiesto alla corte d'assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone di poter essere affiancato dalla figlia Simona, anche lei psichiatra e esperta criminologa, nonché da una interprete di lingua punjab.
"Data la delicatezza e complessità del caso, ritengo sia necessario formare un collegio peritale", ha spiegato e la corte d'assise ha concordato, concedendo ai Traverso 90 giorni di tempo per elaborare la perizia psichiatrica che dovrà stabilire se Sing sia affetto da patologie psichiatriche, se la sua capacità di intendere e di volere sia esclusa oppure ridotta, se sia in grado di stare scientemente a processo e se sia socialmente pericoloso. Sing sarà visitato il 19 febbraio presso il carcere romano di Rebibbia, dove è stato trasferito dopo l'omicidio a Mammagialla. La perizia psichiatrica è stata chiesta nell'udienza dello scorso 23 gennaio sia dal difensore Antonio Maria Carlevaro, sia dall'avvocato Carmelo Antonio Pirrone che assiste i familiari della vittima che si sono costituiti parte civile.
"Alla luce delle sue tre precedenti aggressioni in pochi giorni, una delle quali al compagno di cella del carcere di Civitavecchia a fine febbraio, l'imputato doveva stare in cella da solo. Se qualcuno ha sbagliato a metterli nella stessa cella, deve pagare", disse Pirrone, spiegano che il figlio di Delfino ha sporto denuncia contro i vertici del carcere, mentre il pm Pacifici ha confermato la presenza di una inchiesta in corso. Sempre durante l'udienza del 23 gennaio, nel frattempo, è stata acquisita la relazione affidata dopo l'arresto dalla procura allo psichiatra Alberto Trisolini, primo testimone del processo.
Il dirigente del servizio psichiatrico diagnosi e cura della Asl ha parlato in aula di una "miscela esplosiva", combinata con lo stress del carcere. L'imputato, secondo il professor Trisolini: "E' affetto da un disturbo di personalità borderline, che ogni tanto sconfina in disturbi deliranti paranoidei. Può stare in giudizio ed è parzialmente capace di intendere e di volere. Ma al momento dell'atto la sua capacità di intendere e di volere era fortemente scemata. Ed è socialmente pericoloso". Tra gli atti messi a disposizione dei professori Traverso c'è anche una precedente relazione, redatta il 20 febbraio 2019 da una psichiatra del carcere di Viterbo, nella quale per Sing si chiede la "grandissima sorveglianza, in camera di pernottamento da solo, per il grande rischio di auto e etero-lesionismo, con privazione degli oggetti potenzialmente atti a offendere", come sgabelli, accendini, lamette e similari. Si torna in aula il prossimo 15 giugno per sentire i periti e l'eventuale discussone.
di Sara Barovier, Claudio De Zan
rainews.it, 7 febbraio 2020
Il penitenziario "Due Palazzi" è conosciuto per le iniziative della Cooperativa Giotto, una grande associazione di volontari che, in 40 anni di impegno, è riuscita a insegnare un lavoro e a ridare futuro e speranza a centinaia di detenuti.
Nel servizio le interviste a Massimo Quadro, Associazione Coristi per caso; Rossella Favero, Cooperativa Altra Città; Ornella Favero, fondatrice "Ristretti Orizzonti"; Maria Cinzia Zanellato Teatro Carcere Due Palazzi; Matteo Marchetto Pasticceria Giotto; Nicola Boscoletto, responsabile Cooperativa Giotto.
Il video a questo indirizzo: https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2020/02/ven-Volontariato-Padova-Carcere-cooperativa-giotto-detenuti-1baf0860-483b-4495-b3a0-0a355ca3dfe0.html
estense.com, 7 febbraio 2020
Scade il 5 marzo il termine per la presentazione delle candidature. Avviata la procedura di presentazione delle domande per il rinnovo della figura di garante per i diritti delle persone private della libertà personale. L'Ufficio di Presidenza del Consiglio Comunale di Ferrara ha infatti emanato, secondo quanto previsto dal regolamento approvato con deliberazione del consiglio comunale, l'avviso relativo alla presentazione delle candidature all'elezione del garante per i diritti dei detenuti.
"Il Garante - si legge nell'avviso - viene scelto tra cittadini italiani che, per comprovata competenza nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, ovvero delle attività sociali negli Istituti di prevenzione e pena, e nei Centri di servizio sociale e per esperienza acquisita nella tutela dei diritti, offrano la massima garanzia di probità, indipendenza, obiettività, competenze e capacità di esercitare efficacemente le proprie funzioni". Le candidature devono essere presentate entro giovedì 5 marzo alle 13.
L'avviso integrale e il facsimile della domanda sono pubblicati sulle pagine internet del Comune di Ferrara disponibili qui: http://www.comune.fe.it/1947/ufficio-garante-dei-diritti-dei-detenuti
di Andrea Voltolini
ilgolosario.it, 7 febbraio 2020
Una bottega alimentare aperta al pubblico all'interno della Casa Circondariale della città. Ad Alessandria è sorta la prima bottega alimentare in Italia aperta al pubblico all'interno di un carcere. Si chiama SocialWood e si trova all'interno delle mura della Casa Circondariale Alessandria "Cantiello e Gaeta" in piazza Don Soria. Ovviamente non si tratta solamente di una semplice attività commerciale, ma alle spalle c'è un serio e ambizioso progetto di economia carceraria: creare un'impresa sociale nel Carcere di Alessandria valorizzando i principi di economia circolare, e dare un futuro nella società a fine pena ai carcerati.
Fiore all'occhiello, la vendita di pane fresco artigianale a lievitazione naturale con lievito madre da farine biologiche macinate a pietra. A prepararlo quotidianamente, 5 mastri panettieri detenuti nella Casa Circondariale di San Michele, a una manciata di chilometri da qui, che utilizzano un forno a legno rotante del diametro di 5 metri (uno dei più grandi del Piemonte!). Due le tipologie proposte, il Pane Libero, anche di segale e di noci, e il Pane Quotidiano, accanto a numerosi altri formati di pane e ai grissini.
Ma è volgendo lo sguardo agli scaffali che si può comprendere ancora di più la bontà (non solo al palato) di questo progetto di recupero di una parte della popolazione carceraria. In Italia, infatti, sono 17.614 le persone detenute che lavorano.
Ne sono prova le belle confezioni di pasta artigianale prodotta nel carcere Ucciardone di Palermo. Trafilata al bronzo ad essiccazione lunga a bassa temperatura, è realizzata con le varietà Duilio, Iride e Simeto 100% italiana. Ma anche verdure e ortaggi in vasetto (friarielli, pomodorini gialli, peperoni, carciofini arrostiti...) brandizzati "Fuga di Sapori", la birra solidale Skizzata aromatizzata alla camomilla coltivata nella casa circondariale femminile di Pozzuoli, e la Sbirra, aromatizzata agli agrumi di Sicilia lavorati da Dolci Evasioni nella Casa Circondariale di Siracusa. Da questi ultimi, anche buccia di arancia e di limone essiccati bio, e il pesto alle mandorle e basilico senza glutine.
Non mancano le classiche tegole valdostane, i torcetti al burro e i grissini del Carcere di Aosta, o i frollini al cioccolato e arancia, limone e zenzero, del Laboratorio "Cotti in Fragranza" dell'Istituto Penitenziario Minorile Malaspina di Palermo. Da assaggiare anche il "Maresciallo", un gustosissimo tarallo napoletano alle mandorle. Chiudiamo questo viaggio goloso tra le carceri italiane con i distillati dai nomi originali "Furbetto", "Bricconcello" e "Malandrino" aromatizzati al finocchietto selvatico, al limone e al mandarino.
SocialWood e Fuga di Sapori. Alessandria, piazza Don Soria, tel. 0131 264890. Orari di apertura: dalle 9.30 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.30.










