cityrumors.it, 17 marzo 2020
La creazione di un modello di reinserimento lavorativo da sottoporre ai detenuti o soggetti interessati da provvedimenti dell'autorità giudiziaria è l'obiettivo che intende raggiungere la Regione Abruzzo con la pubblicazione dell'Avviso "Reinserimento dei detenuti".
L'intervento s'inserisce nell'ambito della programmazione Por Fse 2014-2020 e rientra nell'Asse II del Programma, con l'obiettivo di favorire l'inclusione lavorativa di questa categoria di soggetti svantaggiati. La misura può contare su una dotazione finanziaria complessiva di oltre 250 mila euro; l'avviso pubblicato, in questa prima fase, è volto ad acquisire le manifestazioni d'interesse degli operatori economici per poter partecipare ad una gara ad evidenza pubblica sul Mercato elettronico della pubblica amministrazione (MePa) al fine di elaborare un progetto tecnico di reinserimento e conseguente proposta economica.
L'obiettivo principale è quello di sviluppare un modello di presa in carico dei detenuti o di altri soggetti sottoposti a misure dell'autorità giudiziaria per favorirne così il reinserimento nel contesto sociale ed economico di riferimento. Il progetto interesserà tutti gli 8 penitenziari presenti in Abruzzo: Avezzano, Chieti, L'Aquila (in regime di 41bis), Lanciano, Pescara, Sulmona (unico ad Alta sicurezza), Teramo e Vasto per un totale di circa 2000 detenuti. Il termine per la presentazione delle manifestazioni di interesse scade alle ore 14 del 26 marzo.
Nella seconda fase, che verrà avviata successivamente, si attiveranno le misure di reinserimento che vanno dalla presa in carico alla formazione professionale con possibilità di qualifica, dall'assistenza e accompagnamento per lo svolgimento di tirocini extracurriculari fino alla promozione dell'inserimento lavorativo al termine del tirocinio.
di Giuseppe Guastella
Corriere della Sera, 17 marzo 2020
La lettera chiede di concedere detenzione domiciliare per chi deve scontare meno di 4 anni e riduzioni di pena, perché gli istituti della regione stanno scoppiando: il rischio di contagio è altissimo e si potrebbero scatenare nuove rivolte.
Le carceri della Lombardia "versano in situazione di gravissimo collasso" ed "emergenziale mai vista prima", nella quale un focolaio di infezione sarebbe "ingestibile" dal punto di vista sanitario, favorirebbe nuove rivolte dei detenuti che "potrebbero crescere senza possibilità di contenimento", mentre il personale e gli agenti della Polizia penitenziaria sono ormai allo "spasimo".
Con una lettera ferma e accorata al ministro della giustizia Alfonso Bonafede, i presidenti dei Tribunali di sorveglianza di Milano e Brescia, che coprono l'intero territorio della regione, lanciano l'allarme e chiedono "forti interventi normativi" per alleggerire immediatamente il sovraffollamento negli istituti di pena della regione che stanno scoppiando.
"Nonostante il massimo impegno" di tutti gli operatori, che i presidenti Giovanna Di Rosa (Milano) e Monica Lazzaroni (Brescia) definiscono "eroi", "la diffusione del virus all'interno degli istituti costituisce una situazione altamente depotenziante la possibilità di controllo degli stessi", che potrebbe far scoppiare nuove proteste dopo quelle "contenute" dei giorni scorsi che hanno devastato alcuni reparti ma che hanno "riguardato 1270 detenuti su un totale di 8.500 circa (per una capienza di 6.200,ndr.)" e, generalmente, solo tra coloro che non erano sottoposti a programmi trattamentali.
I pericoli di contagio sono "costantemente presenti e attualmente stanno producendo i loro tragici frutti, a causa della diffusione del morbo e dei dati che sono rassegnati quotidianamente anche alla sua attenzione", scrivono a Bonafede.
L'impegno enorme dei magistrati di sorveglianza per valutare e concedere le misure alternative al carcere a coloro che ne hanno diritto, in modo da ridurre il sovraffollamento delle celle e contenere il rischio di contagio "purtroppo prevedibile", non è sufficiente di fronte a norme prevedono una "tempistica non adeguata alla situazione di assoluta emergenza che la Lombardia sta vivendo". Di Rosa e Lazzaroni denunciano anche le condizioni degli agenti di polizia penitenziaria "sfiniti da turni senza riposo ed esposti al rischio di contagio, là dove non già e consistentemente colpiti dalla malattia".
Non è migliore la situazione dei Tribunali di sorveglianza che "lavorano in uno stato di guerra" e sono al "collasso" per svolgere le udienze via skype ed evitare il pericolo di contagio durante le traduzioni. Per "fronteggiare l'emergenza", basterebbero poche, precise norme applicabili senza l'intervento dei giudici di sorveglianza: detenzione domiciliare "per coloro che hanno pena anche residua inferiore ai 4 anni"; riduzione di pena di 75 giorni ogni sei mesi scontati in buona condotta; licenza speciale di 75 giorni ai semi liberi.
"Si tratterebbe ovviamente di provvedimenti destinati a coloro che non hanno partecipato alle note rivolte e che hanno tenuto nel corso della detenzione regolare condotta", puntualizzano subito i due magistrati. Senza questi interventi, avvertono, "non è possibile fronteggiare l'emergenza così drammaticamente insorta: il virus corre più veloce di qualunque decisione che, alle condizioni date, è certo perverrebbe fuori tempo massimo", perché "la Lombardia versa in una situazione che non è possibile assimilare al resto d'Italia, per la sua gravità, ma può costituire il dato esperienziale per evitare che il morbo si propaghi al resto d'Italia", scrivono ancora Di Rosa e Lazzaroni, che invitano il Guardasigilli a visitare le carceri della regione per rendersi conto di persona di quello che sta succedendo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 marzo 2020
La denuncia di un Comitato di familiari dei detenuti del carcere pugliese. Il video l'hanno visto tutti. I cancelli sono aperti, fuori solo due pattuglie della polizia e un centinaio di detenuti evadono con apparente tranquillità. Solo alcuni scappano per raggiungere delle auto nel parcheggio con la speranza di rubarle e fuggire. Parliamo della più grande evasione di massa mai avvenuta in Italia e il protagonista è il carcere di Foggia, teatro della forte rivolta avvenuta il 9 marzo scorso.
A segnalare l'evento anomalo sono proprio un folto gruppo di familiari dei detenuti del carcere pugliese che hanno anche formato un comitato. Hanno prodotto un video, che Il Dubbio ha potuto visionare, nel quale si vede come il giorno prima della rivolta, i detenuti avevano iniziato una protesta pacifica con la cosiddetta battitura. "Possibile che visto gli avvenimenti dei quei giorni in tv e visto l'inizio di una protesta, nessuno sia riuscito a prendere provvedimenti prima?", si chiede il comitato.
Ma non solo. Dopo la rivolta i familiari vivono in un blackout totale. Al comitato arrivano testimonianze di parenti i cui figli e mariti hanno chiamato lamentandosi di avere ancora addosso la roba di una settimana fa. "Il carcere di Foggia non vuole darci nulla e noi familiari non possiamo spedirli", denuncia la portavoce del comitato. Alla richiesta di avere indietro la roba, secondo quanto testimoniano i familiari, è che avrebbe provveduto il carcere a spedirla.
"Ma è passata una settimana, i nostri cari sono stati trasferiti lontano e non hanno ancora indumenti", denuncia il comitato dei familiari dei detenuti di Foggia. "Di alcuni di loro non si hanno ancora notizie, non ci danno notizie, qualcuno ha preparato e spedito pacchi con la roba ma a quanto pare per l'emergenza coronavirus il pacco è fermo e non può essere consegnato", testimoniano ancora i familiari.
Sono preoccupati, non hanno notizie. "Noi non possiamo stare zitti - tuonano i componenti del comitato -, vogliamo dei chiarimenti. Non giustifichiamo l'accaduto, hanno sbagliato ma hanno reagito per paura perché quel carcere è da anni che versa in condizioni critiche". Denunciano che la polizia penitenziaria di Foggia, il giorno della rivolta, non indossava mascherine perché il carcere non le avrebbe fornite. Poi il comitato sottolinea un evento che potrebbe far capire il motivo scatenante della rivolta. "Molti nostri compagni lamentavano di detenuti con febbre. È normale aver paura - spiegano i familiari - noi vogliamo chiarimenti".
Una paura che però coinvolge - in generale - anche gli agenti penitenziari, i quali lamentano di non essere protetti. D'altronde numerosi sono i comunicati di varie sigle sindacali che chiedono provvedimenti, protezione e gestione efficace delle emergenze. Ma ritorniamo ai detenuti che sono riusciti ad evadere, poi riacciuffati.
La compagna di uno di loro racconta a Il Dubbio che soffre di asma e l'assistenza sanitaria del carcere foggiano non riuscirebbe ad assisterlo come dovuto. "Io sono consapevole che nel passato ha sbagliato. Però non si sarebbe mai comportato così. Io sono certa che lui era evaso per paura dell'epidemia: mi disse che se con un semplice attacco d'asma non lo curano, figuriamoci con il coronavirus. Non avrebbe mai fatto una cosa del genere - racconta accoratamente a Il Dubbio. Non si sarebbe mai finito di rovinare con le sue stesse mani, se non avesse avuto così tanta paura".
di Silvia Mancinelli
adnkronos.com, 17 marzo 2020
"Sulle morti nel carcere di Rieti non può cadere il silenzio. Già da più di un mese e mezzo il virus è in Italia, l'allarme si diffonde, diventa sempre più forte e vicino a noi tutti. Sappiamo come noi, persone fuori dalle galere, abbiamo reagito alla nostra paura, alla nostra quotidianità che cambiava in peggio giorno dopo giorno, alle notizie di ospedali pieni e incapaci a garantire le adeguate cure a chi si ammalava.
Intanto nelle carceri il sovraffollamento mette insieme troppe persone in celle strette, detenute e detenuti anche anziani, malati, senza le minime distanze uno dagli altri. Tutto questo in un'assistenza sanitaria che lascia al quanto a desiderare, un'assistenza che già in tempi di non emergenza sanitaria, riusciva a garantire solo psicofarmaci e, a malapena, qualche tachipirina". Inizia così la lettera scritta dai parenti dei detenuti morti nel carcere di Rieti e affidata all'Adnkronos.
"La tensione aumenta e lo Stato decide, per contenere il contagio, di adottare misure, le più restrittive, quali la sospensione di ogni attività, fino all'interruzione dei colloqui con i familiari. In compenso - si legge - gli operatori e gli agenti penitenziari continuano a rispettare i loro turni di lavoro ed entrano ed escono dalle galere, senza alcuna precauzione, nemmeno dotati di mascherine e guanti. Nessuna misura di prevenzione di carattere sanitario.
Dal carcere di Salerno la rivolta si estende 'contagiando', in pochissime ore, ben 27 carceri di tutta Italia. Quattordici i decessi tra i detenuti di Modena, Alessandria e Rieti. Tutte morti, ci dicono dagli esiti di autopsie fatte in fretta e furia e, probabilmente, in assenza di figure legali nominate dalle famiglie, dovute ad abuso di psicofarmaci presi dalle infermerie interne alle carceri.
"Ci volevano le rivolte affinché il Ministro della Giustizia, oltre ad esprimere il pugno di ferro nei confronti di chi ha partecipato alle rivolte, distribuisse 100 mila mascherine. Ma come si sedano le rivolte? - chiedono i parenti dei detenuti - Trattando con i detenuti, oppure con pestaggi reiterati. Non è una novità. Lo sa chiunque abbia vissuto direttamente o indirettamente (avendo un proprio caro lì rinchiuso) il carcere. In questi difficilissimi giorni, in cui l'impegno di ognuno di noi è tutto volto alla tutela della collettività, c'è chi non ha alcuna tutela".
"Chiediamo che il Direttore Generale della Asl di Rieti, anche competente e responsabile della salute delle persone detenute nel carcere, si impegni nell'accertamento delle condizioni dei detenuti. Ci domandiamo come mai a fronte di ben 4 morti i garanti, nazionale e regionale, dei diritti dei detenuti non si siano ancora recati sul posto. Li invitiamo a farlo al più presto, nel loro ruolo di tutela delle persone private della loro libertà".
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 17 marzo 2020
In una nota Antonio Ianniello, Garante dei detenuti di Bologna, fa il punto sulla situazione alla Dozza: "Ci sono luoghi non agibili: le devastazioni hanno interessato anche gli ambulatori medici e gli spazi per le visite specialistiche. Si riparta dal buon senso dei detenuti che hanno scelto di non partecipare alla rivolta".
"Nel reparto giudiziario, non essendoci attualmente condizioni di sicurezza a causa delle devastazioni che hanno interessato gli spazi, le persone detenute sono per il momento chiuse nelle camere di pernottamento h24. Alcuni spazi detentivi sono ancora senza luce. Sono peggiorate anche le condizioni di lavoro degli operatori che prestano servizio nelle sezioni detentive: nei giorni scorsi i sindacati di Polizia Penitenziaria in una nota congiunta hanno chiesto la chiusura del reparto giudiziario e il relativo trasferimento della totalità delle persone detenute lì collocate verso altri istituti penitenziari". A fare il punto della situazione in cui si trova la Casa circondariale Rocco D'Amato di Bologna è il Garante dei detenuti di Bologna, Antonio Ianniello, che in una nota mette in fila tutte le esigenze che riguardano l'istituto, parzialmente devastato dalle rivolte dei giorni scorsi, che hanno portato alla morte di un detenuto per cause ancora da chiarire. "Dobbiamo ringraziare l'amministrazione penitenziaria e l'Azienda Usl di Bologna - sottolinea -. C'è ancora molto lavoro da portare avanti per il progressivo ripristino dei locali e delle infrastrutture, anche di tipo sanitario: le devastazioni, infatti, hanno anche interessato ambulatori medici e spazi e strumentazione per le visite specialistiche".
Nei giorni scorsi sono stati effettuati trasferimenti di persone detenute verso altri istituti per motivi di ordine e sicurezza, ma i problemi permangono: dalla chiusura h24 dei detenuti del giudiziario nelle proprie camere detentive; alle peggiorate condizioni di lavoro degli agenti, per giorni costretti a lavorare immersi nell'odore acre dei roghi spenti della rivolta. "È stata ripristinata al 1° piano la linea telefonica, i colloqui sono sospesi ma si sta garantendo un maggior numero di comunicazioni telefoniche e via skype. Ritengo, però, sarebbe necessario un potenziamento delle linee telefoniche e delle postazioni informatiche".
Nei giorni scorsi la Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dap, per limitare il disagio delle persone detenute in questo momento, ha autorizzato l'utilizzo della posta elettronica per la corrispondenza con i familiari anche per i ristretti nel circuito Alta Sicurezza 3, anche presenti a Bologna. Da oggi, poi, saranno ripristinati i colloqui con gli avvocati, per atti urgenti e improrogabili, che all'ingresso in istituto potranno essere sottoposti al triage; saranno anche tenuti a compilare l'apposito modulo di autocertificazione.
"Risulta opportuno ribadire che, da quanto risulta, un consistente numero di persone detenute ha scelto di adottare comportamenti responsabili, non partecipando ai disordini. È anche altamente probabile che non siano poche le persone detenute che, pur trovandosi in quelle stesse sezioni del reparto giudiziario coinvolte nelle violenze, non hanno alla fine partecipato attivamente alle devastazioni.
Bisognerà ripartire dal senso di responsabilità di chi non ha usato violenza durante i disordini affinché le ulteriori fasi di questa emergenza sanitaria possano essere affrontate con moderazione nel contesto penitenziario dove evidentemente l'alleggerimento degli attuali numeri delle presenze in carcere consentirebbe di creare condizioni essenziali per la possibilità di reperire spazi detentivi da utilizzare per l'eventuale isolamento delle persone sulla base delle necessità sanitarie".
A livello centrale è operativa una task force, voluta dal Ministro della giustizia, in cui sono anche presenti il Garante nazionale delle persone private della libertà personale e i Capi dipartimenti dell'amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile e di comunità, proprio con il compito di elaborare strategie possibili d'intervento per far fronte all'emergenza in atto. Il Garante nazionale sta anche chiedendo informazioni alle Procure della Repubblica, tra cui anche quella di Bologna, circa l'apertura delle indagini in merito ai decessi per proporre la presentazione come persona offesa.
parmatoday.it, 17 marzo 2020
Lo annuncia il Garante dei Detenuti Roberto Cavalieri. Nel carcere parmigiano di via Burla arriveranno altri 50 detenuti, che sono stati trasferiti dal carcere Sant'Anna di Modena nel penitenziario della nostra città dopo le rivolte della settimana scorsa.
Dopo il trasferimento di 16 detenuti dal carcere di Modena e di due dal carcere di Reggio Emilia il giorno stesso e nei giorni immediatamente successivi alla protesta, ora i nuovi trasferimenti. A Parma dovrebbero arrivare anche altri 15 detenuti dal carcere di Bologna".
Corriere del Mezzogiorno, 17 marzo 2020
"Siamo rimaste sveglie tutta la notte per conoscere il contenuto del decreto e alla fine, la delusione". Maria, nome di fantasia per questioni di privacy, parla del "cura Italia": il Dpcm varato ieri.
È la moglie di un detenuto nel carcere di Matera. Una tra le persone che hanno protestato nei giorni scorsi in via Cererie, davanti ai cancelli della casa circondariale della città dei Sassi. Si aspettava "qualcosa di più dal ministro Bonafede" e invece "usciranno solo tremila persone, quelle che erano già in libertà vigilata. Ho paura che adesso succeda una rivolta".
Maria e le altre donne ricevono da mariti, figli, fratelli, lettere cariche di preoccupazione. L'incubo è che qualcuno possa essere contagiato dal Covid19. "Se il coronavirus arriva nel carcere - dice Maria - fa una strage. Allora sì che usciranno anche trentamila persone, ma in una cassa di legno. L'onorevole Rita Bernardini dei Radicali, con cui sono sempre in contatto, ci aveva spiegato che avremmo potuto avere i colloqui tramite Skype, ma niente.
Neppure questo. Il carcere di Matera non è attrezzato per consentire i collegamenti, così io non vedo mio marito dal 5 marzo. Da allora c'è stata solo una telefonata di neppure dieci minuti, tre giorni fa. Sono molto preoccupata. In cella ci sono quattro persone. Non riescono certo a mantenere la distanza di sicurezza di un metro".
La Protezione civile ha allestito intanto anche nell'istituto di Matera le tende per il pre-triage. I timori però non sono solo per il coronavirus. Ma pure per le conseguenze di eventuali reazioni violente come quelle viste in altre città. Si pensi a Modena, dove non sono mancati i morti.
"Mio marito mi scrive che potrebbe scoppiare una nuova protesta e che se lui non partecipasse rischierebbe di subire ritorsioni dagli altri detenuti. Come si può evitare tutto questo? Chi ci assicura che i nostri uomini stanno bene? Lui uscirà tra due anni e tre mesi. Io, intanto, sono malata. Ho un tumore. Vivo con la paura che non riusciremo più a vederci". Dall'altra parte c'è la Polizia penitenziaria a dover gestire il tutto. I sindacati di categoria da anni denunciano la carenza di personale in carceri sempre più sovraffollate.
Gazzetta del Mezzogiorno, 17 marzo 2020
Con un'operazione alla quale hanno partecipato circa 200 uomini della Polizia penitenziaria, 70 detenuti del carcere di Melfi (Potenza) - tutti della sezione "alta sicurezza" - che il 9 marzo scorso si erano rivoltati prendendo in ostaggio nove persone fra agenti di custodia e personale sanitario, sono stati trasferiti stamani in altri istituti di pena d'Italia.
La rivolta era cominciata, come in decine di altre carceri italiane, per protestare contro le misure - come la sospensione dei colloqui con i parenti - prese per contrastare la diffusione del coronavirus. I 70 detenuti trasferiti stamani, anche dopo aver rilasciato gli ostaggi, non erano rientrati in cella e la situazione di tensione era rimasta.
Il segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo, ha definito l'operazione di stamani che ha portato al trasferimento dei detenuti più turbolenti "una prova di forza dello Stato necessaria. Speriamo - ha aggiunto - che si continui su questa strada perché bisogna mantenere alta la guardia in tutti gli istituti italiani, ancora di più in questo momento segnato dall'emergenza per il covid-19".
globalist.it, 17 marzo 2020
Parla suor Franca, che lavora alla Casa di Reclusione della Giudecca: "Una voce fuori dal coro. Le donne hanno raccolto una cifra simbolica". Una "protesta solidale" in risposta alle violente rivolte scoppiate all'interno delle carceri italiane al seguito del diffondersi del coronavirus. È questa l'iniziativa delle detenute della Casa di Reclusione Femminile della Giudecca - Venezia.
Pur essendo solidale con gli altri detenuti e chiedendo comunque di poter vedere i propri cari, la stragrande maggioranza delle donne del carcere (71 su 85) si è dissociata dalle violenze, si è unita e ha dato vita a una raccolta fondi per mostrare vicinanza alle persone che stanno combattendo il coronavirus.
Le donne hanno così raccolto 110 euro in un giorno da donare al Reparto di Terapia Intensiva dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre. "Si tratta di una cifra simbolica, è vero, ma per alcuni anche un euro può significare tanto. E queste ragazze hanno dato tutto ciò che avevano. Quell'euro era tutto ciò che avevano", spiega suor Franca, membro delle Suore di Maria Bambina, che lavora nel carcere.
Suor Franca, le detenute hanno raccolto 110 euro in un giorno. Come diceva, una cifra simbolica, ma significativa per chi lavora in prigione...
Esatto, soprattutto in questi giorni, in cui queste donne hanno visto interrotte, per un periodo non prevedibile, tutte le attività delle cooperative che danno loro lavoro all'interno di vari laboratori e progetti (lavanderia, laboratorio di cosmetica, orto, sartoria), a causa del quasi completo azzeramento delle commesse da parte dei committenti esterni, rappresentati qui a Venezia dalle grandi catene di alberghi di lusso, tutti desolatamente chiusi.
Un gesto lodevole quello di raccogliere fondi anche in un momento così delicato per loro...
Sì, mi viene in mente un'immagine evangelica: la vedova che, al tempio, dà due spiccioli. E quegli spiccioli sono tutto quello che ha. Ecco, allo stesso modo, queste donne mi hanno commosso. Volevano far sentire la loro solidarietà alla popolazione veneziana, a medici e infermieri in prima linea e all'Italia intera che sta subendo questo flagello. La loro è una bella voce da far sentire.
Una voce fuori dal coro, no?
Assolutamente, vista anche la situazione nelle altre carceri. Le donne della Giudecca si sono dissociate dalle proteste violente. Questo non perché non siano solidali con gli altri detenuti. Al contrario, anche se alla Giudecca il problema del sovraffollamento non esiste, nelle carceri italiane rimane il grande fardello. Infatti, il vero motivo delle proteste è quello: immaginiamo di vivere, in questo periodo storico, in una cella a stretto contatto con altre persone. Se scoppia il contagio nelle carceri diventa molto difficile riuscire a fronteggiare il problema. Per questo, la paura travolge e, purtroppo, in alcuni posti, si trasforma in violenza. Le detenute della Giudecca, invece, hanno scelto la via della solidarietà. Quella più efficace e che può ricongiungere tutti.
Quindi, come si sono organizzate per diffondere questa "protesta solidale", come loro stesse hanno chiamato l'iniziativa?
Si sono riunite e, nel corso di un'assemblea, hanno scritto una lettera. Poi hanno chiesto alla direttrice del carcere, la dottoressa Antonella Reale, di poter far arrivare la loro voce anche all'esterno della prigione.
Cosa chiedono?
Attenzione per tutta la popolazione detenuta e pregano le autorità di valutare la possibilità di misure che permettano, almeno a una parte di loro, di ricongiungersi con le famiglie. Inoltre, chiedono di non essere dimenticate.
Partiamo dal primo punto. Com'è la situazione per loro adesso? Non deve essere facile non poter vedere i propri cari...
In questo momento, hanno la possibilità di effettuare quattro chiamate a settimana con Skype, oltre alle telefonate normali. I colloqui visivi sono stati interrotti per tutelare la sicurezza dei detenuti e dei loro cari. Sono state seguite le direttive del decreto. C'è da dire che in questo momento, stiamo vivendo un po' tutti agli arresti domiciliari, forse adesso capiamo cosa significa essere privati della libertà. Noi almeno abbiamo Internet e riusciamo a restare in contatto e connessi col mondo, loro non hanno nulla. Adesso che si è bloccato tutto - anche le attività - il tempo dentro il carcere non passa mai.
E com'è l'umore delle detenute?
Noi suore e l'amministrazione cerchiamo di portare serenità, un grido di speranza, cerchiamo di star loro vicino e di far loro compagnia. Adesso stiamo dipingendo un cartello con su scritto #andratuttobene. Però la paura c'è, questo è un tempo sospeso. In uno spazio ristretto, la sensazione di angoscia aumenta ancora di più. Anche perché le detenute sono dentro e sono in pensiero per i loro cari.
Torniamo al secondo punto. Ha detto che le carcerate chiedono di non essere dimenticate. Cosa intendono?
Il carcere è un luogo ancora poco conosciuto perché fa paura. Nell'immaginario collettivo, i cattivi sono dentro e i buoni sono fuori. Quando, invece, inizi a conoscerlo poi ti accorgi che hai a che fare con persone che hanno sbagliato, che stanno pagando per i loro errori, ma che spesso vengono ingiustamente dimenticate. Un essere umano non è solo il reato che ha commesso, c'è molto di più dietro, è ombra e luce come lo siamo tutti noi.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 17 marzo 2020
Oggi il Consiglio europeo decide la sospensione degli ingressi in Europa per trenta giorni. "Dobbiamo dire la verità ai cittadini: sarà una crisi seria, lunga e difficile. Dobbiamo serrare i ranghi". Quando parla, il presidente del Consiglio Ue Charles Michel ha appena finito un vertice tenuto in videoconferenza con i leader del G7 mentre per oggi ha convocato un consiglio straordinario con i capi di Stato e di governo europei dove si discuteranno nuove misure per contrastare la diffusione del Coronavirus: "È fondamentale fare di tutto per contenere i contagi", spiega Michel. "Bisogna garantire le forniture di attrezzature mediche, sostenere la ricerca e limitare il più possibile i danni all'economia".
È l'annuncio che verranno adottate misure ancora più rigorose nella speranza di contenere l'epidemia. E tra queste c'è la decisione di chiudere l'Unione europea al resto del mondo, decretando lo stop temporaneo dei viaggi non essenziali nell'Unione. La misura verrà decisa nel vertice di oggi, durerà trenta giorni (salvo rinnovo) e riguarderà tutti i Paesi che non fanno parte dell'area Schengen.
"Lo facciamo per non far ulteriormente diffondere il virus dentro e fuori il continente e per non avere potenziali ulteriori pazienti che pesino sul sistema sanitario dell'Ue", spiega la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Dalla restrizione è esclusa la Gran Bretagna, che nonostante la Brexit continuerà fino al 31 dicembre a far parte dell'Unione.
Nella decisione dei vertici europei c'è sicuramente l'intenzione di contenere il contagio, ma anche la speranza di riuscire in questo modo a salvare quanto rimane del trattato di Schengen, messo sempre più a rischio dalle scelte fatte dai singoli Stati di ripristinare i controlli alle frontiere. Sono nove quelli che finora hanno comunicato alla Commissione Ue l'intenzione di chiudere i propri confini. Si tratta di Germania, Danimarca, Ungheria, Austria, Repubblica Ceca, Polonia, Lituania, Estonia e, dalla mezzanotte di ieri, anche la Spagna. A questi si aggiungono poi Svizzera e Norvegia che fanno parte di Schengen pur non appartenendo alla Ue. "La Commissione ritiene che chiudere le frontiere non è necessariamente il modo migliore di garantire un ulteriore contenimento dell'epidemia all'interno dell'Unione europea" spiegava, inutilmente, in mattinata un portavoce della Commissione. Che ieri ha comunque diffuso delle linee guida alle quali gli Stati membri dovrebbero attenersi.
Tra le misure decise sono previsti controlli sanitari alle frontiere esterne dell'Unione dove sarà consentito sottoporre a screening tutti "i cittadini Ue e non Ue" che intendono entrare nell'area Schengen. Per i Paesi sarà inoltre possibile vietare l'ingresso a chi dovesse mostrare sintomi pertinenti o che risulti essere stato esposto al virus.
Ma lo stop alle persone non deve assolutamente riguardare anche le merci, raccomanda la Commissione preoccupata da un possibile rallentamento dei rifornimenti di cibo e di materiali sanitari. Un anticipo di quanto potrebbe accadere lo si è visto già ieri, quando ai valichi di frontiera si sono create lunghe code di camion rimasti fermi per ore a causa dei controlli. Proprio per evitare queste situazioni la Commissione ha quindi raccomandato agli Stati la creazione di corsie prioritarie per il trasporto delle merci, per le quali non è previsto che vengano imposte ulteriori certificazioni in aggiunta a quelle già esistenti.
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