di Stefano Folli
La Repubblica, 6 febbraio 2020
Se dobbiamo dar credito ai proclami, il destino infausto della maggioranza giallo-rossa si direbbe già segnato. Quando il ministro della Giustizia, Bonafede, annuncia che entro pochi giorni porterà in Consiglio dei ministri la sua riforma, lascia intendere che non ci sono e soprattutto che egli non cerca un compromesso.
È l'atteggiamento di chi ostenta sicurezza perché in realtà teme di non arrivare al traguardo da vincitore sul punto chiave della prescrizione. Meglio allora guardare dietro le quinte. Bonafede avrebbe ragione, sotto il profilo del metodo, se fossimo ancora nel 2018, all'indomani del poderoso successo elettorale del M5S.
di Alessandro Giovannini
L'Opinione, 6 febbraio 2020
Sono decenni che il Paese non ha riforme di sistema, ma solo toppe spacciate per riforme. Toppe dai colori sgargianti, intendiamoci, ma buone soltanto per qualche titolo di giornale o comparsata televisiva dei politici di turno. Niente di organico, che faccia parte di un'architettura progettata con rigore. Ho scritto altre volte che l'assenza di architettura non discende tanto dalla mancanza di risorse finanziarie, quanto e soprattutto dalla pochezza della visione politica.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 6 febbraio 2020
Interruzione soltanto dopo la conferma della condanna in appello. Non accenna a scendere la tensione sulla prescrizione. Certo i "pontieri" provano a cercare una soluzione tecnica che sia digeribile per tutte le forze di maggioranza. Dove però la fantasia, abbastanza inesauribile del giurista, si scontra con la logica della convenienza politica.
Così nelle ultime ore prende quota una sorta di lodo Conte bis che indichi una linea più avanzata rispetto alla proposta originaria formulata dal premier a inizio gennaio e poi tradotta nell'attuale bozza di riforma del processo penale. E se la proposta di mediazione iniziale di Conte faceva leva sulla distinzione tra condannati e assolti in primo grado, interrompendo i termini solo per i primi e sospendendoli solo per i secondi, ora la prescrizione si fermerebbe unicamente nel caso di una condanna in primo grado poi confermata dall'appello, mentre tornerebbe a decorrere se dopo la condanna di primo grado arrivasse un'assoluzione.
Ma gli schemi possono essere i più vari e prevedere un congelamento comunque dopo l'appello e non dopo il primo grado come ora previsto dalla Bonafede. Sullo sfondo, ma neppure troppo, l'ipotesi di un nuovo rinvio puro e semplice di tutta la riforma, che si applica ai reati commessi a partire da quest'anno, ma che nei fatti dispiegherà i suoi effetti solo al maturare dei termini per i più lievi reati contravvenzionali e quindi non prima di 5 anni come ricordato pochi giorni fa dal presidente della Cassazione nella sua relazione di apertura dell'anno giudiziario. E proprio sulla necessità di uno slittamento di un anno (come del resto cristallizzato nell'emendamento Annibali al Mille Proroghe) rimane attestata anche nelle ultime ore Italia Viva, non intenzionata a smuoversi, sostenendo in questo modo di volere dare tempo a una complessiva riforma del Codice di procedura penale.
Scenario cui plaude il Pd, con il vicesegretario Andrea Orlando, che precisa come "noi lo avevamo proposto, ma avevamo capito che Bonafede era contrario. Ma se si fa il rinvio siamo i più contenti del mondo perché un rinvio ci darebbe modo di affrontare con più calma la riforma del processo penale". E proprio Orlando ieri ha incontrato a Palazzo Chigi il premier Conte. Uno slittamento, oltretutto dopo un breve periodo di operatività, verrebbe però accolto come doccia gelata da parte dei 5 Stelle.
E in primo luogo dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, da poco anche capo delegazione nell'Esecutivo. Non a caso ancora ieri Bonafede ha negato con forza qualsiasi indiscrezione su trattative in atto con mediazioni già messe a punto. Tanto che le dimissioni potrebbero rappresentare l'esito più scontato di un rinvio non concordato, ma votato magari in Parlamento.
Ed è in Parlamento appunto che, in caso di assenza di un accordo nella maggioranza, le cose potrebbero complicarsi. In un intreccio di provvedimenti in discussione in queste ore che potrebbe rivelarsi assai complicato da sciogliere. Al Senato la spaccatura potrebbe emergere con evidenza in un voto che a differenza della Camera, dove il supporto di Italia Viva non è determinante, avrebbe conseguenze gravi, anche se Matteo Renzi si è detto convinto che il Governo non cadrà sulla prescrizione.
In ogni caso, tra provvedimenti già in discussione, come il decreto legge sulle intercettazioni, e altri che vi arriveranno come il decreto legge Mille Proroghe, al netto di eventuali voti di fiducia, a Palazzo Madama le tentazioni di blitz parlamentari sono assolutamente plausibili. Alla Camera intanto da martedì prossimo si tornerà ad esaminare il ddl Costa che intende bloccare la Bonafede. Il testo approdato in aula, dopo che in commissione era stato approvato un emendamento soppressivo con il voto decisivo della presidente Francesca Businarolo, potrebbe vedere convergere i deputati di Italia Viva con le opposizioni, in un voto dalle minime conseguenze pratiche ma dall'elevato significato politico.
Sulla riforma del processo penale intanto l'intenzione espressa del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è di accelerare anche perché già scritta in larghissima parte, coni capitoli già noti che vanno dalle misure per accelerare i giudizi penali (dai tempi di durata delle indagini preliminari a quelli dei 3 canonici gradi di giudizio) alle restrizioni sui passaggi dai ranghi della magistratura agli incarichi politici, al nuovo sistema elettorale del Csm.
di Carlo Bertini
La Stampa, 6 febbraio 2020
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a palazzo Chigi. Ieri è saltato il vertice sulla prescrizione: non c'era mediazione tra i renziani garantisti e i grillini fermi nella posizione giustizialista. Come in tutte le trattative che si rispettano, il momento della massima drammatizzazione segnala che le parti forse si stanno avvicinando.
Ed è proprio quello che succede sulla prescrizione, dove anche se è saltato il vertice con Conte, "mentre gli estremisti litigano, gli altri lavorano ad un accordo", dice Walter Verini, responsabile giustizia del Pd e gran tessitore con tutte le parti in causa. Gli estremisti sarebbero i renziani con la bandiera di garantisti e i grillini con quella giustizialista, che anche ieri se le son date di santa ragione.
Al punto che tornano gli interrogativi su cosa voglia davvero fare Renzi. "Decida se stare in maggioranza", intima il ministro dei rapporti col Parlamento, Federico D'Incà, vicino a Fico. "Se Renzi smette di stare in maggioranza, lui smette di fare il ministro", gli ribatte acido Ettore Rosato. Dando corpo ai fantasmi di chi teme una crisi di governo. "Io invece vorrei capire cosa vuole fare davvero Di Maio", si chiede il renziano Gennaro Migliore.
Lodo Conte bis - Ma in mezzo alle voci di dimissioni di Bonafede, stando a Migliore "ormai inevitabili", o a quelle di forte irritazione del Colle che, insieme al vertice del Csm, ha trasmesso energici inviti a deporre le armi, si muove la politica. Con molteplici contatti tra vertici di Pd, M5S e Leu. I Dem sostengono che dopo le giaculatorie di magistrati e avvocati sulle conseguenze della sua riforma, Bonafede si sarebbe convinto a fare un passo verso il fronte ampio che chiede di modificarla.
Come possibile mediazione crescono le quotazioni del cosiddetto "lodo Conte bis", che prende il nome non dal premier ma dell'esperto di Leu Federico Conte. Una soluzione che bloccherebbe la prescrizione non dopo il primo, ma dopo due gradi di giudizio. Servirebbero due sentenze di condanna, mentre in caso di assoluzione in appello la prescrizione ripartirebbe dal primo grado di giudizio negativo. Renzi non dà ancora la sua benedizione, ma lo considera un primo passo avanti. "Bonafede se la potrebbe vendere bene con i suoi", sostengono dal Pd.
L'idea di un decreto - Ma lo strumento con cui procedere non è secondario. Nel transatlantico di Montecitorio, Lucia Annibali, madrina dell'emendamento sulla sospensione di un anno della legge Bonafede, sostiene che Italia Viva accetterebbe solo un decreto legge per cambiare la riforma Bonafede. Se il Guardasigilli pensa di inserire una norma ad hoc sulla prescrizione nella legge delega che porterà la prossima settimana in Consiglio dei ministri si illude: i renziani diranno che non va bene.
Nello stesso proscenio di conversazioni in libertà che è Montecitorio, l'ex Guardasigilli e numero due del Pd Andrea Orlando, si mostra fiducioso dopo aver incontrato il premier a Palazzo Chigi. Confida che si troverà un accordo prima del 24 febbraio per evitare uno showdown in Aula sul voto dell'emendamento Costa di Forza Italia, che abroga la legge sulla prescrizione. "Non rimettiamo in gioco Salvini", è la preghiera che fa Orlando a Renzi che minaccia di votare la norma Costa con il centrodestra, creando così una pericolosa maggioranza trasversale. "Prima del 24 il premier presenterà una sua proposta", scommette dunque Orlando. Guadagnare tempo e stemperare la tensione, sono gli input trasmessi dal capo delegazione nel governo Dario Franceschini. Anche se una accelerazione degli eventi è inevitabile.
Quando questo fine settimana si voteranno in commissione gli emendamenti al decreto mille proroghe, i Dem si schiereranno con i grillini contro la proposta della Annibali di un rinvio. E i renziani, convinti che il rinvio di un anno sia l'unica via di uscita per poter varare la riforma del processo penale, avranno agio per attaccarli. Ma poi il quadro si ricomporrà. "La soluzione - insiste Verini - deve venire da Bonafede, che si deve far carico del suo ruolo di ministro di tutta la maggioranza e della Repubblica, e non solo di capo delegazione dei 5 Stelle".
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 6 febbraio 2020
Prescrizione, qualcosa si muove. La giornata ha visto al lavoro le diplomazie dei partiti, di maggioranza e opposizione. E la sensazione è che anche sulla granitica difesa della riforma Bonafede si stia per aprire un varco. Non sposta molto la smentita, arrivata a tarda sera da Via Arenula, da dove il Guardasigilli assicura di tirare dritto.
Era stato Luciano Violante ad indicare la strada della ragionevolezza: "Si può cambiare la prescrizione. Ma lo si dovrebbe fare a partire da una seria indagine conoscitiva sulla fenomenologia dell'istituto, che in alcuni uffici giudiziari fa registrare numeri significativi e in altri ricorre in modo irrilevante". In effetti al danno della riforma Bonafede si aggiunge la beffa della assoluta indisponibilità dei dati di fondo.
"Violante ha perfettamente ragione. Ci stiamo accapigliando su un tema di cui non conosciamo i dati. Se li avessimo capiremmo che la prescrizione è un fenomeno che colpisce ormai solo i reati minori. Questo dimostra che stiamo assistendo solo a una pretesa ideologica da parte del ministro Bonafede e a un'affermazione propagandistica staccata dalla realtà", ha fatto seguire il presidente dell'Unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza. La protesta degli avvocati va avanti compatta. E alla politica va il compito di "trovare la sintesi", come ripete il segretario Dem Nicola Zingaretti. Sul piatto del Mille Proroghe vengono messi agli atti i tentativi di mediazione. Quello di Federico Conte (Leu) prevede l'applicazione della riforma Bonafede solo in caso di doppia sentenza di condanna, quello di Lucia Annibali (Italia Viva) punta a rimandare di un anno l'annosa questione. Per dirla tutta, il lodo Annibali è sdoppiato: c'è un suo emendamento che prevede un rinvio secco all'inizio del prossimo Anno giudiziario. Ed un altro emendamento, subordinato, che richiede la sospensione degli effetti della disciplina attuale (riforma dell'art.159). Ma c'è anche Andrea Orlando, ex ministro della giustizia Pd, che torna in campo per difendere, appunto, la riforma che portava il suo nome.
A fargli da apripista è Emanuele Fiano, che va in tv per ricordare al Movimento Cinque Stelle "che fanno parte di un governo di coalizione, in cui ciascuno deve fare un compromesso ed essere disponibile a rinunciare a qualcosa, perché non si può portare a casa tutto". I democratici si rivolgono al premier Giuseppe Conte con crescente fiducia, che pare ripagata. Non esiste miglior corpo diplomatico, verso il Movimento, dell'inquilino di Palazzo Chigi. Sentita dal Riformista, la firmataria del Lodo Annibali scongiura soluzioni intermedie. "Si eviti di creare confusione. Per Italia Viva non ci sono compromessi accettabili", tuona la deputata renziana.
E se il Lodo Annibali presentato nel Mille Proroghe venisse bocciato, data anche l'ipotesi fiducia che circola a Montecitorio in queste ore "lo ripresenteremmo in Senato e a palazzo Madama i numeri sono diversi", sottolinea la parlamentare. "Io non capisco quale dovrebbe essere la mediazione di Conte, onestamente. Correggere con una toppa peggiore del buco, con il discrimine tra sentenza di condanna e di assoluzione può aprire a dei profili di incostituzionalità". Prosegue Annibali: "Non si può accettare che venga rimesso in discussione il principio di non colpevolezza fino a sentenza di terzo grado. Qui c'è chi vuol minare la nostra civiltà giuridica".
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 6 febbraio 2020
"Trattative in corso sulla prescrizione? Non ne sono a conoscenza". Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, stronca sul nascere qualsiasi retroscena su un possibile passo indietro del Movimento 5 Stelle in tema di giustizia. La riforma della prescrizione è legge, fanno sapere i grillini, ed entro dieci giorni sul tavolo del Consiglio dei ministri arriverà il testo di riforma del processo penale. Sarà in quella sede che ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità, precisano i pentastellati, sempre più ostinati ad andare avanti sulla via dell'irremovibilità a qualunque costo.
Ma l'eventuale prezzo da pagare in questa lotta muscolare tra forze della maggioranza sarebbe di quelli salatissimi: la sopravvivenza stessa del governo Conte. Perché a difendere la riforma Bonafede così come entrata in vigore il primo gennaio è rimasto solo il M5S, primo partito in Parlamento, certo, ma anche forza politica in forte crisi di identità e di consensi. Pd, Iv e Leu confidano ancora in un ripensamento grillino, puntando sulla capacità mediatrice del Presidente del Consiglio, che però nelle ultime settimane non si è rivelata particolarmente efficace.
Nelle prossime ore dovrà essere convocato un vertice a Palazzo Chigi, ma in assenza di un accordo possibile, nessuno depone le armi. E tra alleati continuano a volare parole grosse. Il fronte più caldo continua a essere quello che vede contrapposti M5S e Italia viva.
I renziani sono sicuri di poter costringere il Guardasigilli a un ripensamento sventolando l'ipotesi di una sconfitta clamorosa in Aula il 24 febbraio, quando a Montecitorio approderà la proposta di legga Costa per l'abolizione della prescrizione in salsa grillina.
Iv non avrebbe alcun problema a votare con Forza Italia e le opposizioni su un tema così dirimente, mettendo in minoranza i Cinque Stelle. "C'è chi si comporta come se fosse all'opposizione. A volte ho il dubbio che i testi glieli scriva Salvini o Berlusconi", risponde piccato il ministro della Giustizia. "Lavorare vuol dire sedersi a un tavolo e scrivere le norme, non vuol dire urlare dalla mattina alla sera, abusando della pazienza dei cittadini, sfiorando spesso il tono della minaccia", aggiunge Bonafede. Le parole del ministro, però, non scalfiscono i renziani, che rispondono proponendo "l'istituzione della giornata nazionale delle vittime degli errori giudiziari, il 17 giugno, giorno dell'arresto di Enzo Tortora".
A scontrarsi non sono semplicemente due partiti ma due concezioni politiche e giuridiche contrapposte, difficilmente riducibili. Matteo Renzi lo sa e bacchetta i suoi ex compagni del Pd di essere "succubi" dei grillini "proprio ora che stanno implodendo". E se il Movimento accusa Iv di "intelligenza col nemico" in materia di prescrizione, Davide Faraone, presidente dei senatori renziani, si prende la briga di replicare così all'alleato: "Caro Bonafede, non è Salvini che scrive i testi a noi, sei tu che hai scritto la legge sull'abolizione della prescrizione con lui. A noi non piace e la cambieremo", dice. Poi aggiunge con tono di sfida: "I numeri sono chiari, o lo capisci o ci vediamo in Senato".
La guerra di nervi (e di dichiarazioni) tra partner di governo rischia di sfuggire di mano. In mezzo al guado, per ora, rimane il Pd, l'unico partito che potrebbe imporre una linea di mediazione, forte dei recenti successi elettorali e della sua consistenza parlamentare. I dem però si limitano da giorni a smistare il traffico delle accuse incrociate, invitando i contendenti a moderare la velocità del tweet al vetriolo. "Noi non vogliamo rimettere in gioco Salvini su questo tema e non vogliamo che si costruiscano alleanze trasversali", dichiara l'ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, rimproverando in qualche modo i renziani.
"Con fatica possiamo arrivare a una modifica della norma senza dare vantaggi alle destre e una patente di garantismo a chi non la merita", aggiunge. E prestando attenzione a non urtare la suscettibilità di nessun contendente spiega: "C'è l'accordo sull'obiettivo perché siamo convinti si debba modificare la norma sulla prescrizione ma c'è disaccordo sul modo". L'accordo sull'obiettivo a cui fa riferimento il vice segretario del Pd, però, si è arenato sul "Lodo Conte" che distingue tra assolti e condannati in primo grado sul blocco della prescrizione - già spazzato via dai renziani, convinti dell'incostituzionalità della norma.
L'unica ancora di salvezza potrebbe essere convincere il M5S a rinviare sospendere gli effetti della riforma Bonafede di un anno, il minimo sindacale richiesto da Italia viva. "Noi lo avevamo proposto ma avevamo capito che Bonafede era contrario ma se si fa il rinvio siamo i più contenti del mondo perché un rinvio ci darebbe modo di affrontare con più calma la riforma del processo penale", dice ancora Andrea Orlando, alla ricerca di una via d'uscita dall'imbuto in cui sembra essersi cacciato il governo.
Ma non sembra che il clima sia destinato a raffreddarsi con semplici appelli alla moderazione. Anzi, gli animi potrebbero surriscaldarsi ulteriormente dopo il ritorno in scena di Luigi Di Maio, che in diretta Facebook riprende i panni del capo politico e convoca una piazza per il 15 febbraio contro la "restaurazione" anti grillina. "Abbiamo tagliato i vitalizi e loro se li vogliono riprendere. Abbiamo fatto la legge sulla prescrizione, che è legge dello Stato, e adesso e la si sta rimettendo in discussione per provare a cancellarla.
Abbiamo fatto il reddito di cittadinanza e c'è chi sta lanciando il referendum per prendersi quei soldi e metterli chissà dove", tuona il ministro degli Esteri, rispolverando i vecchi toni barricaderi, prima di mettere in guardia gli alleati: "Non si può governare un Paese o stare all'opposizione pensando a come abolire le leggi del Movimento". A buon intenditor...
di Aldo Fabozzi
Il Manifesto, 6 febbraio 2020
Lo stallo lascia spazio a uno scontro sempre più acceso. I renziani fanno filtrare la possibilità di una mozione di sfiducia individuale contro Bonafede al senato. Il ministro contrario anche a una sospensione di sei mesi della sua riforma, anche perché i grillini scaldano la piazza. Giura però che entro 10 giorni porterà in Consiglio dei ministri la riforma del codice di procedura penale.
Lasciata a se stessa - non ci sono vertici convocati, Conte non ha alcuna proposta di mediazione che abbia qualche chance e in realtà non ci sono neanche votazioni parlamentari decisive a stretto giro - la lite nella maggioranza sulla prescrizione sta crescendo giorno dopo giorno. È ormai una guerra quotidiana; ieri Bonafede ha dato del Salvini (o del Berlusconi) a Renzi, il ministro grillino per le riforme D'Incà ha sfidato Italia viva a lasciare la maggioranza e i renziani gli hanno risposto di cominciare a fare lui le valigie. Per sovrapprezzo, la prossima settimana comincerà con un giudizio della Corte costituzionale sulla legge Spazzacorrotti - altra materia ma stessa legge che rende "orgoglioso" Bonafede e che ha introdotto la riforma della prescrizione made in 5 Stelle - e finirà con una manifestazione di piazza (o piazzetta) dei grillini alla ricerca della purezza delle origini. In questo clima il ministro guardasigilli se l'è sentita di annunciare che "entro dieci giorni" porterà finalmente la riforma del codice di procedura penale in Consiglio dei ministri.
Non è nuovo ad annunci del genere: aveva già promesso questa riforma per la fine del 2019, poi per la fine di gennaio. Senza accordo sulla prescrizione andrà così anche questa volta. Tempo per litigare c'è ancora: la prossima settimana le commissioni riunite affari costituzionali e bilancio della camera voteranno gli emendamenti (di Italia Viva ma non solo) sulla prescrizione al Mille Proroghe, che però dovrebbero essere bocciati senza particolari drammi (il Pd ha già detto che voterà contro). Il nuovo passaggio in aula a Montecitorio sul disegno di legge Costa che cancella la riforma Bonafede è potenzialmente divisivo (lo è stato in commissione) ma ancora lontano (24 febbraio).
Nella guerra di nervi, con Renzi che tiene caldo il tema alzando un po' i toni ogni giorno, il Pd ieri ha cercato di far passare la soluzione di un rinvio breve, appena sei mesi per dare il tempo di condurre in porto la famosa riforma del codice di rito. E poi, solo dopo aver introdotto le novità in grado di velocizzare i processi, tornare alla prescrizione che piace a Bonafede, cioè la prescrizione che non esiste più dopo la sentenza di primo grado (di assoluzione o condanna che sia).
"Noi lo avevamo proposto ma avevamo capito che Bonafede era contrario, se si fa il rinvio siamo i più contenti del mondo", ha detto il vicesegretario del Pd Orlando, ex ministro della giustizia (l'ultima riforma della prescrizione, mai sperimentata sul serio, porta la sua firma). Ieri si è incontrato con Conte, ufficialmente non per parlare di prescrizione. Di certo l'attivismo renziano (che fa filtrare l'ipotesi a questo stadio eccessiva di una mozione di sfiducia individuale a Bonafede, al senato dove la maggioranza potrebbe rischiare) ha tolto ai dem la possibilità di negoziare una mediazione onorevole anche se di basso profilo.
Il rinvio fino al 30 giugno di cui si parla, oltre che un bel po' forzato - la legge infatti, sospesa per un anno, è ormai in vigore da 37 giorni e andrebbe sospesa di nuovo - sarebbe in realtà di meno di cinque mesi. Ma disgraziatamente non è quello che intende concedere Bonafede, incalzato da Conte da un lato (il presidente del Consiglio vuole un accordo e ha promesso un vertice risolutivo in settimana, questa settimana) e da Di Maio e dai guardiani della rivoluzione grillina dall'altro. Che certo non lo stanno aiutando esaltandone a getto continuo la capacità di "non mollare". Se alla fine dovrà farlo si noterà parecchio.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 6 febbraio 2020
Prosegue, senza soluzione di continuità, l'opera di disinformazione portata avanti dal Fatto Quotidiano sul tema della prescrizione. Ieri, per dare ossigeno alla comatosa riforma del ministro Alfonso Bonafede, il giornale diretto da Marco Travaglio si è lanciato in uno "studio comparativo" della prescrizione in alcuni Paesi europei. Operazione quanto mai spregiudicata visto che il confronto sull'applicazione della prescrizione è stato fatto senza tenere minimamente conto dei diversi sistemi processuali dei Paesi in questione. Travaglio, infatti, si è guardato bene dal ricordare che in Italia vige l'obbligatorietà dell'azione penale ed il Pm è un magistrato autonomo ed indipendente da qualsiasi altro potere.
Nel Regno Unito, uno dei Paesi portati come esempio da Travaglio per ribadire la bontà della riforma Bonafede, l'azione penale è discrezionale ed il Pm è un avvocato nominato dal governo. Non è una differenza di poco conto. Anzi. Poi ci sono molte altre omissioni nell'inchiesta del Fatto. Per ingiusta imputazione, per esempio, che è cosa diversa dall'ingiusta detenzione, è previsto un risarcimento per le spese legali sostenute. Tralasciando queste amnesie, vediamo cosa realmente accade nei Paesi, secondo il giornale di Travaglio, da prendere a modello per porre fine allo scandalo tutto italiano della prescrizione che impedirebbe a chi ha commesso un reato di marcire in galera.
Iniziamo dalla Francia. L'istituto della prescrizione esiste anche lì, dove i termini di prescrizione del reato variano in base alla qualificazione giuridica dell'illecito. Con la legge del 27 febbraio 2017 sono stati modificati i termini di prescrizione, calibrati ora secondo la gravità del reato. Un anno per le contraventions, reati per i quali la pena prevista è una multa. Sei anni per i délits, reati per i quali la pena prevista è inferiore a dieci anni di reclusione. Venti anni per le crimes, reati per i quali la pena prevista è superiore a dieci anni di reclusione. Tali termini sono contenuti nel codice di procedura penale. La legge stabilisce gli atti interruttivi della prescrizione. Il temine di prescrizione, come in Italia, decorre dalla data di commissione del fatto. Maturato il termine massimo previsto dalla legge in assenza di atti interruttivi, si estingue l'azione pubblica. Sono imprescrittibili i reati contro l'umanità e i genocidi. La particolarità: i reati commessi a mezzo stampa si prescrivono addirittura in soli tre mesi.
In Spagna la disciplina della prescrizione è simile a quella del codice italiano prima della riforma ex Cirielli del 2005 ed è contenuta nel codice penale. Venti anni, quando la pena massima prevista dalla legge è di quindici o più anni. Quindici anni quando la pena massima prevista dalla legge è la reclusione da dieci a quindici anni. Dieci anni quando la pena prevista dalla legge è la reclusione da cinque a dieci anni. Cinque anni negli altri casi. I delitti di ingiuria e calunnia si prescrivono in un anno. Le contravvenzioni si prescrivono in soli sei mesi. Sono imprescrittibili i delitti contro l'umanità, il genocidio, quelli di matrice terroristica. I termini di prescrizione si computano, come Italia ed in Francia, a partire dal giorno in cui è stato commesso il reato. Anche in Spagna sono previsti atti interruttivi della prescrizione.
Nel Regno unito non esiste la prescrizione. E su questo ha ragione Travaglio, ma sono previsti dei precisi limiti temporali entro i quali possono essere perseguiti i reati. Tali limiti rispondono all'esigenza processuale di assicurare, entro un tempo ragionevole, l'acquisizione delle prove e di garantire all'accusato un giusto processo che si svolga in un lasso di tempo circoscritto rispetto ai fatti che l'hanno determinato. I limiti temporali così intesi si articolano diversamente a seconda della categoria di reato dei correlati criteri di competenza processuale. Nel caso dei reati minori, puniti con la pena fino a sei mesi di reclusione, l'azione penale deve essere avviata entro sei mesi dalla consumazione del reato. L'analisi comparativa in questione è stata fatta nel dicembre del 2018 dal Consiglio superiore della magistratura alla vigilia dell'entrata in vigore della Spazza-corrotti, al cui interno era previsto il blocco della prescrizione. Il Csm effettuò un lungo ed articolato studio che mi sono limitato in questa sede a copiare.
di Gianluigi Da Rold
ilsussidiario.net, 6 febbraio 2020
La riforma della prescrizione appare il chiodo fisso di Bonafede e di "fine processo mai", una frangia estremista che ha distrutto la giustizia italiana. Non siamo ancora, probabilmente, al punto di rottura, a quello che inglesi e americani usano chiamare, nel linguaggio bellico e anche politico, come "breaking point". Ma il governo di "Giuseppi 2", il cosiddetto "avvocato del popolo" quando è balzato sulla scena politica italiana, sta aprendo la grande falla sul "dossier giustizia".
Sta emergendo in tutta la sua durezza la contrapposizione tra il cosiddetto giustizialismo e il normale, civile garantismo di un Paese democratico. La contrapposizione non attraversa solo l'attuale governo, piuttosto frastornato, ma è trasversale all'interno di diverse forze politiche. Il fatto più sconcertante è che il cosiddetto giustizialismo, spesso negato o ritenuto inesistente, è un neologismo che caratterizza un Paese giuridicamente arretrato, che sembra essersi dimenticato non solo di Cesare Beccaria, che tutti ricordano spesso anche a vanvera, ma che dimentica anche una tradizione di giustizia occidentale che si è consolidata nei tempi, partendo addirittura dalle "verrine" ciceroniane ai tempi della repubblica romana, per passare alla conquista della "certezza del diritto" consolidatasi con l'illuminismo e le rivoluzioni contro lo Stato assolutista.
Sottolineiamo "certezza del diritto", non della populistica e grottesca "certezza della pena", che alberga nel cuore e sulla bocca dei neofiti della giustizia tribale, forse con una nevrotica nostalgia della religione azteca, che si basava sul "politicamente corretto" ma anche sui sacrifici umani per ingraziarsi l'umore dei demoni-dei, anche alla vigilia dell'arrivo di Hernán Cortés e della Conquista.
Sul banco della contesa, al momento, c'è la prescrizione da eliminare, che il guardasigilli "grillino" Alfonso Bonafede predica dalla mattina alla sera, neanche fosse ispirato dalla Pizia di Delfi nei panni di Piercamillo Davigo. Ma l'eliminazione della prescrizione è solo il primo passo per l'instaurazione del definitivo "feudalesimo" giudiziario italiano, con i pm elevati al rango di valvassori, indipendenti da tutto, e l'aggiramento della riforma completa della giustizia italiana secondo il dettato del nuovo articolo 111 della Costituzione, determinato da una risoluzione del Parlamento europeo il 4 luglio 1997, sul rispetto dei diritti umani, che è la continuazione dei principi della Cedu, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo delle libertà fondamentali, che risale addirittura al 1950, ma che l'Italia ha "stranamente sorvolato" per cinquanta anni.
Ma la prescrizione è solo la premessa a una valanga di problemi giudiziari: il giusto processo, la reale condizione di parità tra le parti, il giudice terzo, ahimè per il pool di "Mani pulite" anche la separazione delle carriere, l'onere della prova a carico dello Stato e la condanna dell'imputato solo in assenza anche di un ragionevole dubbio. Un'autentica rivoluzione culturale, giuridica, politica e sociale che sta mettendo il "governo della paura del voto" in gravi difficoltà.
Il premier, incravattato e "impochettato", lancia e sospende continuamente un vertice, un giorno sì e un giorno no. Il Guardasigilli va diritto per la sua strada e non accetta "ricatti", il turbolento e indisciplinato Matteo Renzi, contrario, minaccia di votare contro ma, acrobaticamente, di non togliere la fiducia, il Pd è critico a metà, Leu tace o non si sente. Tutti predicano una mediazione e "Giuseppi 2" è il più adatto a sbizzarrirsi "nella mediazione della mediazione": è un mediatore al cubo che rischia l'immobilismo cronico. Ma sono in molti a cercare la quadratura del cerchio, che alla fine partorirà un rinvio, tanto per cambiare.
La giustificazione di eliminare la prescrizione per eliminare la massa dei processi pendenti, alla prova dei numeri, rischia però di essere un boomerang per il governo La situazione della giustizia italiana, ha scritto di recente Sergio Luciano, è relegata al 132esimo posto su 198 censiti nell'ultima classifica del "The Global Competitiveness Report 2019", alla faccia di alcuni extraterrestri televisivi che spiegano invece che la giustizia italiana funziona benissimo e viene addirittura studiata da Paesi di common law. Forse sarebbe giusto non "prescrivere mai" questi extraterrestri.
Non è proprio esatta l'analisi di Davigo sugli avvocati che la "tirano lunga" per guadagnare dai clienti facoltosi. Fin dal 1992, gli stessi americani (anche se interessati a un ribaltamento politico), rimasero sbigottiti di fronte ai metodi usati dalla magistratura italiana e chiesero al loro giudice della Corte suprema, Antonin Scalia, un giudizio che fu gravemente negativo. È in realtà l'impianto complessivo della giustizia italiana che non funziona, tanto da scatenare una delle più irrituali forme di protesta all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Avvocati che hanno abbandonato l'aula a Milano quando ha preso la parola Piercamillo Davigo in rappresentanza del Csm (l'organismo venuto alla ribalta qualche tempo fa con il "caso Palamara", ma di cui non si parla più, chissà perché). Altrove ci sono stati avvocati che si sono presentati ammanettati, altri che non hanno platealmente indossato la toga.
Infine ci sono stati pure magistrati, procuratori generali, che hanno bollato di incostituzionalità l'eliminazione della prescrizione. Insomma, il Guardasigilli non ha proprio portato concordia nei palazzi di giustizia, forse non ha ben presente quello che sta maturando da anni e non è aggiornato con l'evoluzione della giurisdizione nei Paesi democratici. Dice un grande avvocato milanese: "La protesta non ha onorato certo una liturgia consolidata, ma alla fine me ne sono uscito anch'io. Bisognava evitare, dopo quello che aveva detto, che Davigo venisse a Milano oppure andasse anche in altre sedi".
Ci sono numeri diversi, ma comunque alti in Italia tra persone destinatarie di avvisi di garanzia e anche di rinviati a giudizio che hanno visto violati i loro diritti alla riservatezza, stabiliti sempre dall'articolo 111 della Costituzione, e occorrerà fare finalmente un calcolo preciso, che esiste sicuramente, su chi ha dovuto subire processi che sono durati anni e che poi sono stati assolti. Fatti questi ragionamenti sul dossier giustizia, appare tuttavia poco probabile una crisi di governo sulla prescrizione, ma se si unisce questo ostacolo alla massa intricata di problemi che il governo del terrore elettorale deve risolvere (recessione economica, concessioni autostradali, Alitalia, nessuno slancio programmatico, 150 o più vertenze sindacali aperte) può anche capitare che la prescrizione diventi una nemesi della svolta epocale del 1992 e, dopo tanti anni, si riveli una hybris del Guardasigilli, che nel frattempo è diventato il capo delle delegazione pentastellata nel governo. Di certo, anche se si eviterà una crisi e il partito del "vaffa" continuerà a occupare tante sedie parlamentari, l'hybris, l'antica vendetta immaginata dai greci per i tracotanti, sarà sempre in agguato.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 6 febbraio 2020
Il disegno di legge appena depositato in Senato. "Il Codice rosso dev'essere modificato. E la prima, urgente, modifica deve essere l'arresto in flagranza di chi viola le misure di protezione". È categorica Valeria Valente, senatrice Pd, presidente della Commissione d'inchiesta sul femminicidio, di cui proprio ieri è stata votata la proroga.
Sei donne uccise in una settimana, il grido contro la violenza lanciato dal palco di Sanremo da Rula Jebreal, ma anche il senso di impotenza di fronte a una scia di lutti e tragedie che nulla, sembra, riesce a fermare. Il Consiglio d'Europa che bacchetta l'Italia per la mancata applicazione della "Convenzione di Istanbul", i soldi agli orfani di femminicidio per adesso, ancora, mai arrivati alle famiglie e ai figli di quelle stragi.
Le leggi ci sono, anzi sono ottime, ma non applicate, come sottolinea il rapporto "Grevio" del Consiglio d'Europa, le vittime di violenza, grazie anche alla legge sul Codice rosso, oggi vengono ascoltate dai magistrati entro tre giorni, le procure, infatti, segnalano un netto aumento di denunce di violenza domestica, pur in assenza di dati nazionali. Allora perché le donne continuano a morire? "Perché, nonostante la presa in carico immediata da parte della giustizia, le donne restano esposte al contatto con i loro persecutori.
Per questo il Codice rosso va rivisto e riformato". E il punto cruciale, per Valeria Valente, prima firmataria di un disegno di legge appena depositato, riguarda l'infrazione delle misure di protezione. "Dobbiamo prevedere l'arresto in flagranza di chi viola gli ammonimenti, i divieti di avvicinamento, uomini che, nonostante le condanne, si presentano sotto casa delle loro vittime e continuano a perseguitarle. E intensificare l'uso del braccialetto elettronico, per fermare stalker e aggressori".
Repressione ancora, dunque, anche se, sottolinea Valente, sappiamo che la vera prevenzione è culturale. "Le donne continuano a non essere credute. Soprattutto in ambito civile, nelle cause di separazione. Accade sempre più spesso: madri che si vedono togliere i figli dopo che hanno denunciato partner violenti. Una violenza che si somma alla violenza".










