di Elisabetta Zamparutti*
Il Riformista, 6 febbraio 2020
Alla Camera dei Deputati si è svolta una conferenza stampa promossa da Nessuno tocchi Caino-Spes contra spem per dire, come dicono i manifestanti anti-regime in Iran: bisharaf che in persiano vuol dire vergogna. Vergogna del regime iraniano ma vergogna anche di un'Europa che si relaziona ad esso solo in termini di accordo nucleare o di aspetti economici senza minimamente tenere conto della repressione ai danni del popolo.
L'evento di oggi è stato una risposta alla visita di questi giorni dell'Alto Rappresentante UE per la politica estera Joseph Borrel in Iran. Una vista che è stata considerata una burocratica legittimazione del regime tanto da parte dell'Amb. ed ex Ministro degli esteri Giulio Maria Terzi, quanto da parte dei parlamentari Roberto Rampi (PD), Renata Polverini (FI), Federico Mollicone (FdI), dall'esponente del Partito Radicale Laura Harth e di Behzad Bahrebab della Resistenza Iraniana che hanno partecipato all'incontro di oggi, Borrell ha infatti detto di "aver avuto mandato dal Consiglio Affari Esteri europeo per andare in Iran a seguito dei tragici eventi avvenuti dall'inizio dell'anno al fine di accrescere la stabilità e la fiducia tra gli attori della regione il che è importante anche per gli europei. Perché la sicurezza e la stabilità nella regione riguarda direttamente anche la nostra sicurezza e stabilità". Non ha però speso una parola sugli almeno 1.500 morti durante la repressione, sui 12.000 arrestati di cui nessuno sa nulla né sulla natura sanguinaria di questo regime in guerra da quarant'anni con il popolo iraniano prima ancora che con Paesi stranieri. In questo modo per l'Europa, diritti umani e Stato di Diritto, sono fattori non rilevanti per la stabilità e la sicurezza.
Per Nessuno tocchi Caino-Spes contra spem questo stato delle cose rende sempre più urgente far conoscere la natura del regime iraniano, chi sono gli uomini ai vertici di istituzioni ormai al collasso e che nulla hanno da invidiare a quelle dei regimi più sanguinari, a partire da quello nazista. Perché non possiamo rassegnarci ad una Europa che dopo avere fatto l'esperienza delle dittature e di tragedie come la shoah o il genocidio nell'ex Yugoslavia non sia in grado di riconoscerle e contrastarle quando se le trova davanti.
Da qui l'appello uscito dalla conferenze stampa affinché l'Europa ponga il rispetto dei diritti umani come prioritaria nelle sue relazioni con l'Iran e affinché le Nazioni Unite istituiscano una commissione di inchiesta indipendente sulla carneficina causata dalla repressione seguita alle manifestazioni partite lo scorso mese di novembre, visitino le carceri dove sono detenuti i manifestanti arrestati e identifichino i responsabili di questa repressione.
*Tesoriere di Nessuno tocchi caino-Spes contra spem
di Sergio Valzania
Il Dubbio, 6 febbraio 2020
Padre Camillo Ripamonti è il presidente del Centro Astalli, l'ufficio nazionale italiano dei gesuiti per il servizio ai rifugiati. Mi riceve in una sala conferenze ricavata da un sotterraneo in via del Collegio Romano. "Ci sono quattro temi principali riguardo all'immigrazione di cui tenere conto in questi tempi", dice.
"Si tratta dei cambiamenti occorsi alle modalità di accoglienza, del ridimensionamento, quasi la cancellazione, dei programmi di integrazione, dell'abolizione della protezione umanitaria e, più importante ancora, della trasformazione che ha subito in Italia la percezione diffusa degli immigrati e di chi li aiuta". Chiedo di iniziare precisando i primi punti.
"L'accoglienza riguarda il soddisfacimento dei bisogni primari dei richiedenti asilo. L'integrazione è qualcosa di molto più complesso, consiste nel processo di inserimento delle persone che arrivano nel nuovo paese nel quale adesso si trovano. Si tratta di un percorso bidirezionale. La pura e semplice assimilazione risulta impossibile, in una società dinamica, in trasformazione, nella quale un'identità stabile non esiste. Purtroppo manca l'idea che chi arriva arricchisce la nostra società, non la rende più povera, e non solo con la sua forza lavoro, anche con il bagaglio culturale che possiede".
La situazione sta cambiando? In che direzione? "Era in corso un processo positivo. Il Ministero degli Interni sosteneva un piano di integrazione basato sui centri SPRAR, realtà piccole e diffuse quanto possibile, sviluppate con il coinvolgimento delle amministrazioni locali e comprensivi di strumenti come corsi di italiano, percorsi di inserimento, creazione di servizi integrati, capaci di operare a favore sia dei locali che degli immigrati. Adesso li hanno sostituiti i Siproimi, che sono molto meno collegati al territorio, non prevedono alcuna forma di integrazione, e dai quali sono esclusi i richiedenti asilo".
Domando chiarimenti rispetto a questo cambiamento e alle qualifiche attribuite agli immigrati. Padre Ripamonti fa un sorriso rassegnato e mi consegna un depliant che ha portato con sé. Leggo, nell'apposito Dizionario, che esistono: rifugiati, sfollati interni, migranti forzati, richiedenti asilo, persone che godono della protezione sussidiaria, minori stranieri non accompagnati e infine migranti irregolari. Nella pagina precedente c'è scritto che secondo l'Onu ci sono oggi circa 70 milioni di persone costrette alla fuga dalle loro case e di queste 25 milioni sono rifugiati, più della metà dei quali di età inferiore ai 18 anni.
"Nel 2019 in Italia sono arrivate poche persone, meno di 30.000. Il problema riguarda principalmente gli immigrati già presenti. Non i circa 5 milioni di regolari, che lavorano quasi tutti e hanno famiglia, ma i 500/700 mila irregolari, per i quali la situazione si è fatta più complessa negli ultimi mesi, da quando chi non ha diritto all'asilo non può più ottenere la protezione umanitaria".
Cosa succede a chi la aveva? "Rischiano di precipitare nella marginalità. I più inseriti riescono ad avere un rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Chi non si trova nelle condizioni di ottenerlo, per esempio perché non lavora al momento della scadenza, deve accontentarsi di un permesso di soggiorno speciale, a rischio costante di non vederselo rinnovare, e che comunque non può essere trasformato in un permesso per motivi di lavoro. Anche se consente di lavorare. Una situazione complicata, di grande insicurezza, ma non la peggiore".
Chi si trova sul gradino più basso? "Chi ha ricevuto un foglio di via, che gli intima di lasciare il Paese entro un mese". E se non lo fa? "Se viene fermato dalla polizia rischia di finire in un Cpr, Centro Per il Rimpatrio, dove con le ultime leggi e possibile che venga trattenuto per 180 giorni. Poi, se non si è riusciti a rimpatriarlo, e i rimpatri effettuati sono pochissimi dato il costo elevato e la difficoltà di ottenere l'assenso del paese di rientro, viene rimesso in libertà e rischia di ricevere un nuovo foglio di via, e poi un altro e ancora".
Non è un sistema che funzioni... "No. Assolutamente. Il problema sta nel fatto che la legge italiana sull'immigrazione ha vent'anni, è ancora la Bossi- Fini, anche se modificata. Andrebbe riscritta completamente, tenendo conto che col tempo il fenomeno è cambiato, è divenuto globale. Occorrono politiche di investimenti nei paesi di origine, la creazione di canali attraverso i quali far transitare quote prestabilite di persone, togliendole dalle mani dei trafficanti. L'ultimo decreto che stabiliva cifre di flussi di accoglienza è di quasi dieci anni fa, con Maroni Ministro degli Interni.
Insieme ad altre associazioni abbiamo presentato una proposta di legge popolare, si chiama Ero Straniero, che porterebbe alla messa in atto di un modo efficace e responsabile di governare il fenomeno, ma ci sono pochissime speranze di approvazione".
Perché? "Sui migranti si giocano consenso e assetti politici. È diventato difficile affrontare la questione in modo "ragionevole", senza ideologie né preconcetti, cercando di governarlo nella sua complessità. Nessuno parla più nemmeno dello ius soli, o culturae...". Padre Ripamonti abbassa gli occhi e scuote la testa. Poi la rialza e mi fissa con sguardo deciso. Sorride perfino.
csvnet.it, 5 febbraio 2020
Il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità ha presentato i numeri di messa alla prova e lavori di pubblica utilità: quasi 40mila casi presi in carico nel 2019, oltre 7mila le convenzioni stipulate tra tribunali ed enti pubblici e non profit, tra cui Croce rossa italiana, Lega italiana lotta ai tumori, Legambiente e anche tanti Centri di servizio.
di Bruno Micolano
Il Dubbio, 5 febbraio 2020
Un caso penale di un condannato a morte pendente di fronte ad un tribunale della Georgia negli Stati Uniti, forse, potrebbe essere utile per farci ragionare su cosa voglia dire un processo infinito e quali siano le conseguenze reali di una tale situazione oggi dai più indicata come forma più alta di giustizia e di giusto processo che, per essere giusto, deve impedire che il colpevole sfugga al giusto castigo.
Il Mattino, 5 febbraio 2020
Nove Tribunali di sorveglianza (Venezia, Lecce, Taranto, Brindisi, Cagliari, Napoli, Caltanissetta, Potenza e Salerno) hanno espresso i loro dubbi sulla legittimità della retroattività della stretta sui benefici penitenziari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 febbraio 2020
Roberto Giachetti, di Italia Viva, ha presentato un'interrogazione parlamentare. Arriva in Parlamento il rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) sulle condizioni di detenzione in Italia. A farlo con un'interrogazione parlamentare rivolta al ministro della Giustizia è Roberto Giachetti, deputato di Italia Viva. Il parlamentare mette in evidenza la contraddizione tra quanto riferito dal guardasigilli e quanto affermato dal suo gabinetto in risposta al Cpt.
di Liana Milella
La Repubblica, 5 febbraio 2020
Due le ipotesi in campo: il blocco dell'istituto dopo la sentenza di appello oppure lo slittamento di sei mesi degli effetti della legge, per lavorare sull'accorciamento dei tempi del processo. Giornata di trattative, ma il ministro nega il passo indietro.
Stop della prescrizione dopo il processo d'appello, e non dopo quello di primo grado come prevede la legge Bonafede. Regola da applicare per tre anni, salvo tornare alla Bonafede originaria in caso di insuccesso. Oppure, per spegnere le polemiche, rinviare addirittura di sei mesi la prescrizione "corta" entrata in vigore il primo gennaio. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede, quando è sera, e dopo una giornata intrecciata di indiscrezioni sulle sue mosse, nega qualsiasi passo. Ma, all'opposto, fonti del governo confermano che per ore, con la consapevolezza dello stesso premier Giuseppe Conte, si è lavorato a un paio di ipotesi - principalmente quella dell'appello - per uscire definitivamente dal guado della giustizia. Ovviamente in attesa che Conte stabilisca la data del tavolo in cui chiudere lo scontro con i renziani. Ma vediamo quali sono le due strade.
Che nel primo caso, lo slittamento della prescrizione "corta" in appello, comporta un prezzo politico per Bonafede di medio danno. Mentre nel secondo - il rinvio di sei mesi, mentre i renziani chiedono un anno e il forzista Costa un anno e mezzo - si risolverebbe per lui in una sconfitta alquanto pesante. Partiamo dall'ipotesi della prescrizione bloccata dopo il processo di appello. Quindi subito prima dell'ultimo grado di giudizio, la Cassazione.
Quando ormai il dibattimento ha compiuto i due terzi della sua strada. Quando ci possono essere due sentenze concordanti, di condanna oppure di assoluzione, oppure discordanti, una condanna e un'assoluzione e viceversa. La logica sarebbe quella di garantire che non può essere la prescrizione a cancellare un esito processuale, al quale va garantita la sua definitiva completezza.
Rispetto a soluzioni contestate dal punto di vista costituzionale, come la distinzione tra condannati e assolti nel caso di prescrizione dopo il primo grado contenuta nel primo lodo Conte (la prescrizione si ferma per gli assolti, continua a correre per i condannati), lo slittamento tout court in appello eviterebbe discrasie. Ma se ne dovrebbe valutare l'effettiva utilità, visto che le statistiche dicono che la maggior parte dei reati si prescrive nella fase delle indagini preliminari e poi proprio in appello.
Mentre quasi nulla si prescrive in Cassazione. Ma tant'è, ogni mediazione, e questa di Bonafede lo sarebbe, comporta un prezzo da pagare. Sicuramente questa comporterebbe un immediato e congruo aumento degli organici della Suprema corte che, a quel punto, si troverebbe addosso la responsabilità di riuscire a chiudere comunque un iter processuale.
Anche se, finito il paterna della prescrizione, avrebbe tutto il tempo per farlo. A meno che il Guardasigilli non stabilisca anche dei tempi per i processi, un tot di anni per ogni fase, Cassazione compresa. Ben più drastica la soluzione del rinvio della Bonafede. L'ipotesi di una trattativa ha cominciato a serpeggiare alla Camera ieri pomeriggio.
Quando nelle due commissioni Affari costituzionali e Bilancio, che stanno esaminando il decreto Mille Proroghe, è stato accantonato l'articolo 8 in cui sono inserite le richieste di rinvio della Bonafede della renziana Lucia Annibali (gennaio 2021) e del forzista Enrico Costa (giugno 2021).
Più di una fonte, anche in questo caso governativa, ha accredita la voce che Bonafede stesse pensando a un rinvio di soli sei mesi, per spegnere le polemiche e lavorare sui tempi del processo. Una volta pronto quel dossier sarebbe possibile discutere anche di come cambiare la prescrizione "corta".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 5 febbraio 2020
"La cosiddetta rivoluzione giudiziaria realizzata dal pool milanese non avrebbe potuto vedere la luce se i pubblici ministeri non si fossero accollati la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito".
"Sentenza populista" è solo l'ultima esternazione - pronunciata da un difensore per definire l'esito di un procedimento penale - che associa il populismo alla giustizia. Un legame complesso, che affonda le radici nella storia del nostro Paese e nell'indissolubile connubio tra politica e diritto. "Una tendenza - quella del populismo penale - che porta, sul versante politico, alla strumentalizzazione del diritto penale, con l'impiego della punizione come medicina per ogni malattia sociale; su quello giudiziario alla pretesa del magistrato di assumere il ruolo di autentico interprete delle aspettative di giustizia del popolo" è la tesi di Giovanni Fiandaca, professore ordinario di diritto penale presso l'Università di Palermo e autore del saggio Populismo politico e populismo giudiziario.
Cominciamo dalla locuzione "populismo penale". Lei lo considera un concetto improprio?
Il concetto di populismo si presta, nella sua potenziale estensione, a ricomprendere fenomeni molto diversi e può, perciò, essere piegato anche ad usi impropri. In un mio saggio del 2013 ho provato a mettere insieme alcuni spunti di riflessione sul populismo penale, distinguendone due possibili forme che peraltro non sono necessariamente destinate a manifestarsi in forma congiunta, nel senso che l'una può mantenere una certa autonomia rispetto all'altra: alludo da un lato al populismo penale "politico-legislativo" e, dall'altro, al populismo penale "giudiziario". Il primo sottintende l'idea di un diritto penale utilizzato come risorsa politico- simbolica per lucrare facile consenso elettorale in chiave di rassicurazione collettiva rispetto a paure e ansie prodotte dal rischio-criminalità, specie quando la fonte di tale rischio viene identificata nel "diverso", nello straniero, in quell' immigrato extracomunitario che finisce con l'assumere il ruolo di nuovo nemico della società da controllare, punire e bandire: insomma, inasprire la risposta punitiva nei confronti del presunto nemico significa farsi populisticamente carico del bisogno di sicurezza del popolo sano, a difesa di una sorta di "ideologia del guscio" e di una supposta identità culturale (e perfino razziale!) che rischierebbe di essere inquinata dai nuovi barbari.
In questo che lei chiama "farsi carico populisticamente del bisogno di sicurezza" rientra anche la creazione di nuove fattispecie di reato?
Sì, in generale può parlarsi di populismo penale in tutti i casi, in cui i politici assecondano la tentazione di creare nuovi reati o inasprire reati preesistenti allo scopo di dimostrare alla gente di volere combattere sul serio e in modo drastico i diversi mali che affiggono la società. Insomma, la risposta punitiva rappresenta uno strumento non solo apparentemente risolutore proprio perché energico, ma anche molto comunicativo perché semplice, facilmente comprensibile da tutti nella sua elementare simbologia; inoltre, essa canalizza pulsioni vendicative e sentimenti di indignazione morale diffusi a livello popolare e, ancora, esime la politica dalla ricerca di strategie di intervento più costose e tecnicamente più appropriate. Questa ricorrente tendenza alla strumentalizzazione politica del diritto penale, e all'impiego della punizione come medicina quasi per ogni malattia sociale è stata, non a caso, esplicitamente criticata anche da Papa Francesco.
E veniamo ora alla seconda forma di populismo penale, il populismo giudiziario...
Il "populismo giudiziario", quale specifica forma di manifestazione del populismo penale sul versante della giurisdizione, è un fenomeno che ricorre tutte le volte in cui il magistrato pretende di assumere il ruolo di autentico rappresentante o interprete dei veri interessi e delle aspettative di giustizia del popolo (o della cosiddetta gente), e ciò in una logica di concorrenza- supplenza, e in alcuni casi di aperto conflitto con il potere politico ufficiale. Questa sorta di magistrato-tribuno, che pretende di entrare in rapporto diretto con i cittadini, finisce col far derivare la principale fonte di legittimazione del proprio operato, piuttosto che dal vincolo alle leggi scritte così come prodotte dalla politica, dal consenso e dall'appoggio popolare.
Viene automatico chiederle: possiamo fare qualche esempio, più o meno recente?
Esemplificazioni concrete d'un tale populismo giudiziario non è difficile rinvenirne, ieri come oggi. È fin troppo facile individuarne un modello prototipico nell'Antonio Di Pietro protagonista di "Mani pulite". Anzi, direi che proprio Di Pietro ha acceso la miccia di un populismo destinato, successivamente, a proliferare in forme anche più direttamente politiche. Aggiungo, incidentalmente, che sarebbe anche maturato il tempo per effettuare un autentico bilancio critico degli effetti politici ad ampio raggio - alcuni dei quali, a mio giudizio, del tutto negativi - prodotti dalla cosiddetta rivoluzione giudiziaria milanese. Personalmente, temo che una giustizia penale che si auto-investe di missioni palingenetiche, alla fine, causi più danni che vantaggi.
"Mani pulite" come modello di populismo giudiziario, dunque. Di quale missione palingenetica si sarebbero investiti i magistrati milanesi?
La cosiddetta rivoluzione giudiziaria realizzata dal pool milanese non avrebbe potuto vedere la luce se i pubblici ministeri non si fossero accollati la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito. Altra cosa è che un obiettivo "sistemico" così ambizioso fosse veramente alla portata dell'azione giudiziaria di contrasto della corruzione. A riconsiderare quell'esperienza a venticinque anni di distanza, sembra più che lecito dubitarne.
Ecco il punto: è possibile associare il termine populismo alla giustizia, quindi?
Si può associare se utilizziamo il termine "giustizia" per indicare i bisogni, le aspettative di tutela e le aspirazioni di giustizia della popolazione secondo la chiave interpretativa che pretendono di fornirne le forze politiche o i magistrati di vocazione populista. Se guardiamo al concetto di giustizia sotto un'angolazione diversa e più generale, invece, tra populismo e giustizia può esservi conflitto.
Proviamo ora a ricercare le origini del fenomeno. Secondo lei dove affondano?
Il discorso è complesso. Direi una miscela di fattori oggettivi o di contesto, e soggettivi come il protagonismo di una parte della magistratura. Tra i fattori di contesto, annovererei - in sintesi - la crisi della politica ufficiale e la sfiducia verso i politici, l'emergere di tendenze antipolitiche (o, meglio, antipartitiche), la tentazione politica di delegare alla magistratura il compito di affrontare e risolvere grosse questioni sociali, criminali e non. Tra i fattori soggettivi, porrei l'accento sulla vocazione lato sensu politica di una parte della magistratura, sul diffondersi di una cultura giudiziaria di tipo attivistico-combattente e sulla tendenza - appunto - di alcuni magistrati a impersonare il ruolo di giustizieri, angeli del bene o tribuni del popolo. Questi fattori oggettivi e soggettivi interagiscono secondo dinamiche complesse e non univoche.
Provando a spostare l'analisi sull'attuale sistema politico, si può dire che il diritto penale è stato strumentalizzato in chiave populista?
Questo fenomeno di strumentalizzazione è esistita e continua ad esistere, peraltro sia a destra che a sinistra.
Concretamente, possiamo citare qualche caso?
Faccio due esempi, entrambi emblematici: la circostanza aggravante della clandestinità introdotta in epoca berlusconiana, e poi bocciata dalla Corte costituzionale; il nuovo reato di omicidio stradale fortemente voluto da Matteo Renzi, in una prospettiva sinergica populista- vittimaria: nel senso che la motivazione politica di fondo sottostante all'omicidio stradale (come reato autonomo) è stata non solo quella di dare un segnale anche simbolico di grande rigore nel contrastare la criminalità stradale con pene draconiane, ma anche di indirizzare un messaggio di attenzione e vicinanza nei confronti dei familiari delle vittime della strada e delle loro associazioni. Al di là di questo discutibilissimo populismo vittimario, quel che rimane da dimostrare con criteri empirici è - beninteso - che l'omicidio stradale serva davvero a prevenire più efficacemente gli incidenti mortali.
Secondo lei la politica sta tendendo ad avvicinarsi al lessico tipicamente "accusatorio" della magistratura requirente?
Ritengo che vi siano esempi di questo avvicinamento anche in Italia. Alludo, com' è intuibile, al fenomeno di esponenti politici a vari livelli che pongono al centro della loro azione politica o del loro programma di governo la lotta alla criminalità o la difesa della legalità: una sorta di professionismo politico specificamente anti-criminale o anti-mafioso. Con una tendenziale differenza, peraltro, a seconda che questo tipo di politico militi sul fronte conservatore o progressista: nel primo caso, egli muoverà guerra soprattutto alla criminalità comune e alla criminalità da strada; nel secondo caso, alle mafie e alla criminalità dei "colletti bianchi". In entrambi i casi, comunque, il politico di turno tenderà a vestire i panni del pubblico ministero più che del giudice: porrà infatti l'accento, con parecchia enfasi, sulla necessità di denunciare, indagare, accertare, impiegare tutti i mezzi di contrasto possibili e immaginabili per sradicare la mala pianta del crimine e fare terra bruciata intorno ad esso, applicare pene draconiane, controllare e neutralizzare gli individui pericolosi o sospettabili tali.
Tornando al populismo penale, il termine viene utilizzato in accezione negativa. Eppure lei ha scritto che il diritto penale è, in qualche modo o misura, populistico. È una provocazione?
Sì è una provocazione intellettuale, nel senso che tento di chiarire. Tradizionalmente, ogni codice penale è stato considerato una specie di marcatore simbolico dell'identità culturale e valoriale di un determinato popolo: in questo senso, ogni codice nazionale rifletterebbe la storia, i valori, gli usi sociali, i sentimenti collettivi della nazione in questione. Con formula efficace, si è anche detto che un codice penale rispecchia il "minimo etico" della popolazione. Ciò premesso, io avanzerei in realtà riserve rispetto alla tendenza a caricare il dritto penale di valenze fortemente identitarie, a maggior ragione nelle società in cui viviamo caratterizzate da un accentuato pluralismo: incombe, infatti, il rischio di voler autoritariamente attribuire alla punizione il compito illusorio di riaffermare o rinsaldare identità "comunitarie" ormai inesistenti o indebolite contro criminali percepiti come nemici estranei e inquinanti. Un simile atteggiamento sarebbe non solo incostituzionale, ma sostanzialmente fascistico- razzistico.
Nel suo saggio sul populismo penale, lei cita il criminologo Jonathan Simon, che attribuisce un ruolo politico decisivo alla paura per la criminalità. Che funzione esercita, secondo lei, la paura nell'affermarsi del populismo?
Un ruolo certo non piccolo, non solo in Italia. Come ha appunto messo in evidenza Simon riguardo ad esempio agli Stati uniti, si può verosimilmente diagnosticare uno specifico paradigma di governance politica incentrato sulle strategie di repressione e prevenzione della criminalità quali essenziali elementi costitutivi dell'azione di governo. Ma il fenomeno è da tempo registrabile in molti paesi.
Per concludere, le richiamo una citazione di Leonardo Sciascia che lei usa come incipit del suo saggio: "Quando un uomo sceglie la professione di giudicare i propri simili, deve rassegnarsi al paradosso doloroso per quanto sia - che non si può essere giudice tenendo conto dell'opinione pubblica, ma nemmeno non tenendone conto". Lei condivide? Ma come può chi giudica tenere conto dell'opinione pubblica?
Condivido il senso profondo del paradosso sciasciano, che lascia trasparire la difficoltà oggettiva ma, al tempo stesso, la necessità di conciliare in qualche misura due esigenze opposte. Cioè il giudice dovrebbe in teoria, per un verso, essere sempre capace di prendere criticamente le distanze dal clima ambientale, dalle pressioni esterne e dalle aspettative di punizione delle stesse vittime del reato e, aggiungerei, anche dai propri pregiudizi e dai sentimenti personali, e di emettere decisioni basate soprattutto sulle norme, sul ragionamento rigoroso e sul senso di equilibrio, in modo da contemperare tutti i valori in campo: il che, passando dalla teoria alla realtà, può peraltro avverarsi soltanto fino a un certo punto. Anche i giudici sono esseri umani!
E però rimane il fardello dell'opinione pubblica...
Infatti. Per altro verso, chi giudica neppure dovrebbe pronunciare sentenze così difformi dalle aspettative della società esterna e delle vittime da risultare poco comprensibili e, perciò, inaccettabili. Ma la grande difficoltà, il dramma stanno proprio in questo: non di rado, le aspettative popolari di giustizia sono molto emotive, poco filtrate razionalmente e perciò, come tali, irricevibili da una giustizia che aspiri a condannare e punire sulla base di motivazioni razionali e in misura proporzionata alla gravità dei reati e delle colpe accertate.
Viene da chiederle, se mai esiste una risposta: è possibile trovare la "misura" nel giudicare?
Che cosa sia davvero "proporzionato" in campo penale, è una questione a sua volta intrinsecamente controvertibile: in proposito, non c'è verità scientifica, né si può esigere la precisione del farmacista. Si ripropone, dunque, il paradosso "doloroso" di Sciascia: un paradosso che non consente facili vie di uscita, né tollera risposte capaci di tranquillizzare - appunto - la coscienza di chi ha scelto la professione di giudicare.
di Stefano Anastasia
Il Riformista, 5 febbraio 2020
La prescrizione, l'abuso del diritto penale, il "governo della paura", il ruolo del pm. Il Pg della Cassazione e altri vertici della magistratura hanno pronunciato parole di verità. Il Parlamento saprà ascoltarle?
di Francesco Damato
Il Dubbio, 5 febbraio 2020
La sua verifica rischia di tradursi non in quella che lui chiama "Agenda 2023", con l'obiettivo di durare fino alla fine della legislatura, ma in un'agendina di pochi mesi.
Ha giustamente colpito il disagio, direi anche fisico, in cui si è trovato il ministro della Giustizia Adolfo Bonafede nelle cerimonie d'inaugurazione dell'anno giudiziario cui ha assistito sentendo contestare dai procuratori generali la sua cosiddetta riforma della prescrizione in vigore dal 1° gennaio: cosiddetta, perché in realtà si tratta della sua soppressione all'arrivo della prima sentenza, dopo la quale il processo potrà continuare negli altri due gradi di giudizio all'infinito, diventando in qualche modo per l'imputato un surrogato dell'ergastolo.
Ad uno dei procuratori generali critici degli effetti di questa pseudo- riforma, in particolare a quello di Milano, Roberto Alfonso, il guardasigilli ha voluto pubblicamente reagire ribadendo la sua linea e cogliendo significativamente l'occasione per dolersi anche dell'etichetta di manettaro che gli viene sempre più di frequente affibbiata nelle polemiche.
Probabilmente il ministro pensava anche a quegli avvocati che - non a Milano, in verità, dove si erano limitati a innalzare cartelli e ad allontanarsi quando aveva preso la parola Piercamillo Davigo in rappresentanza del Consiglio Superiore della Magistratura- ma in altre sedi avevano protestato contro la politica giudiziaria del governo giallorosso ammanettandosi, appunto, davanti a fotografi e telecamere.
Ma più ancora forse del ministro Bonafede, del suo movimento politico 5 Stelle che, per quanto lacerato per tantissime ragioni, lo sostiene fortemente in questa partita della prescrizione sventolandola come una bandiera: più ancora di Davigo, che nella "sua" Milano ha dovuto sorbirsi, diciamo così, una relazione del procuratore generale anche contro le sue convinzioni su questo tema, dalle inaugurazioni dell'anno giudiziario è uscita malconcia l'Associazione Nazionale dei Magistrati, con tutte le maiuscole, per carità, che le spettano. La sua rappresentatività, dopo il consenso dato alla cosiddetta o presunta riforma della prescrizione, è uscita maluccio dalle opinioni di segno opposto espresse dai procuratori generali.
Il più sensibile e toccato, diciamo così, da questo scenario è stato sul Fatto Quotidiano, schieratissimo per l'abolizione della prescrizione, l'infaticabile o incontenibile Marco Travaglio. Che in un editoriale in cui ha storpiato già nel titolo, secondo le sue abitudini, il nome delle Camere penali in Camere penose, perché appunto contrarie alla norma che sopprime la prescrizione con l'esaurimento del primo dei tre gradi giudizio, ha voluto contestare al procuratore generale di Milano la dissonanza dal sindacato, o associazione, di cui fa parte.
Questa, in verità, non si era mai vista e sentita, ma c'è sempre una prima volta per le cose alle quali non si è abituati. Non immaginavo che un procuratore generale di Corte d'Appello, la prima autorità, diciamo così, del distretto giudiziario in cui opera, avrebbe dovuto preoccuparsi in primo luogo, facendo il proprio lavoro, esprimendo le proprie valutazioni e avvertendo dei guasti in arrivo per il funzionamento della giustizia con certe norme decise "per sentito dire", come ha osservato abrasivamente Luciano Violante in una intervista al Dubbio, dovesse farsi carico della posizione del sindacato o associazione di appartenenza. In un clima politico, mediatico, e persino culturale, così arroventato si moltiplicano naturalmente le difficoltà del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, appena sollecitato dal segretario del Pd Nicola Zingaretti a farsi carico del problema della prescrizione mediando fra le parti della maggioranza, specie dopo che Matteo Renzi ha praticamente avvertito di essere pronto ad una crisi, se le cose non cambieranno.
Il capo del governo sa che sul tema della prescrizione, per quanto credito si sia guadagnato a Palazzo Chigi riuscendo a trasformare, almeno sino ad ora, in un successo anche la disinvoltura con la quale qualche mese fa ha cambiato alleati e maggioranza, la sua verifica, già mutuata dal poco popolare linguaggio della cosiddetta prima Repubblica, rischia di tradursi non in quella che lui stesso ha chiamato e chiama "agenda 2023", con l'obiettivo di durare fino alla fine ordinaria della legislatura, ma in un'agendina di pochi mesi.
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