di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 5 febbraio 2020
Ammar, Hafsa e i figli dei foreign fighters Cresciuti nel Califfato, catturati, orfani. Dormono poco. "Ma non piangono mai" Per sei di loro il rimpatrio e l'affido. Quanto sarà alto il muro della scuola? Ammar e Hafsa ogni tanto lo guardano: dovrebbero mettersi sulle spalle l'una dell'altro, per vedere che cosa c'è oltre (e comunque non arriverebbero a metà).
Quanto sono lontani l'Egitto e la Nigeria? Qualche volta i due bambini se lo chiedono: dovrebbero cercare su una mappa, se l'avessero (e comunque non capirebbero dove stanno i nidi dove non sono mai nati). Quanto ci mancano papà e mamma? Questo, se lo sono domandati una volta soltanto: "Un giorno hanno visto arrivare qui al centro degli adulti - racconta Leyla, un'assistente della Mezzaluna rossa - e Ammar ha detto: "Dov'è la mia famiglia?". Voi avrete dovuto rispondere qualcosa... "Sanno d'essere orfani. Che ormai la loro famiglia siamo noi. Ma in tv passano sempre gli spot coi bambini che hanno i genitori e un mondo che li circonda. Allora spieghiamo che a loro è toccata una vita speciale e che presto andranno in un posto uguale a quello degli altri bimbi".
Si fanno la pipì a letto. Si svegliano per un nonnulla. Si perdono con lo sguardo nel vuoto. Se li fotografi, non sorridono granché. Ma non piangono mai. Non gridano mai. Non disturbano mai. "È da più di tre anni che sono così", racconta Mohamed Iqbel Ben Rjab, presidente tunisino dell'Associazione per il salvataggio dei bambini bloccati all'estero: "Noi cerchiamo di ridare loro una vita normale. Ma è la vita, là fuori, che fatica a dare loro una normalità". Certi bambini imparano presto come si sta al mondo, specie se un mondo non ce l'hanno più. Definirli "bloccati all'estero" è zucchero che rende meno amaro quel che sono: orfani dell'Isis. Figli di foreign fighter egiziani, nigeriani, senegalesi, sudanesi, tunisini. Nati, cresciuti, catturati nelle province del Califfato.
I più dimenticati dalla comunità internazionale. I più rifiutati dai loro Paesi d'origine. Tutti sanno di quelli salvati in Siria e in Iraq, dell'attenzione che s'è accesa sui pargoletti dei jihadisti uccisi a Mosul o a Raqqa, anche perché molti erano figli di terroristi con passaporto inglese, francese, belga. Ma questi 54 abbandonati in Libia, orfani d'una guerra sporca fatta soprattutto d'africani, ce li eravamo quasi scordati.
E i loro governi hanno fatto di tutto, per non ricordarseli. Dal 2016, quando le truppe del feldmaresciallo Khalifa Haftar hanno lanciato l'operazione Casa Solida (al-Bunyan al-Marsus) e cacciato in sette mesi lo Stato islamico installato a Sirte, i senzacasa e senzafamiglia dell'Isis sono finiti in questa vecchia scuola di Misurata che funziona come ufficio della Mezzaluna rossa. A fare che? Ci sono pochi soldi per gli insegnanti, gli assistenti, gli psicologi. Qui si dorme in camerate, si fa un po' di scuola, si ciondola tutto in cortile, si mangiano i pasti speciali dei profughi, si gioca con qualche carrello del supermercato pieno di vestiti, ci s'aggrappa ai pochi visitatori di passaggio: "Ce l'hai un pallone?...", chiede Ammar. S'insegna almeno a leggere e a scrivere, racconta Ali Ghweil, direttore del centro: "Abbiamo trovato in quasi tutti gravi problemi d'apprendimento. Alcuni sono traumatizzati: hanno visto morire i genitori. Più li si tiene in posti come questo, peggio è: bisogna portarli lontani dagli orfanotrofi di guerra".
Qualcosa si sblocca. Lentamente: a fine gennaio, sei bimbi sono stati rimpatriati a Tunisi e affidati a famiglie allargate che, in cambio di soldi, hanno accettato di crescerli. Si chiamano Ouways (6 anni), Moez (5), Sohail (12), Musab (3), Ahmed (5), Moujahid (5): il presidente tunisino Kais Saied li ha ricevuti a Palazzo Cartagine, sfidando le manifestazioni sull'avenue Bourghiba e le critiche delle famiglie di vittime del terrorismo ("chi si preoccupa di noi?", la domanda retorica dell'ex ministra Majdoulin Charmi, sorella d'un agente di sicurezza tunisino ucciso in un attentato). Un'altra decina di ragazzini, maliani e nigerini, sta per essere riportata a zii che se ne occuperanno.
Il Sudan s'è ripigliato i tre piccoli sopravvissuti al loro papà Mohamed Abuzaid, uno che aveva assassinato un diplomatico americano e poi s'era dato al Jihad in Somalia, prima d'arruolarsi in Cirenaica e di venire bruciato con un colpo di mortaio. Ma in Libia restano ancora trentasei bambini - 21 a Tripoli, 15 a Misurata - da liberare prima che diventino troppo grandi. Tamim Jaboudi, i genitori ammazzati in un bombardamento a Sabratha, da quando ha due anni sta con un gruppetto d'altri orfani dalle parti dell'aeroporto di Mitiga: finalmente ha ritrovato un nonno che se lo riprendesse. Questi due, invece no: Ammar e Hafsa, 6 e 5 anni, lui egiziano e lei nigeriana, giocano nel cortiletto della scuola di Misurata e non sanno che non li vuole nessuno.
Il Dna non ha permesso di capire da chi siano nati. Li hanno trovati nel dicembre del 2016 sotto le macerie d'una casa di Sirte, ed erano troppo piccoli per dire che cosa ci facessero lì. Al Cairo e a Lagos, non intendono prenderseli in carico. Soli sono, soli restano: "Abbiamo provato a contattare conoscenti e capi dei villaggi tramite Skype - spiega Ghweil -, qualcuno ha risposto e siamo riusciti a creare un legame. Per Ammar e Hafsa, niente".
Ci sono state almeno trentamila gravidanze in tutto lo Stato islamico. Al Baghdadi aveva esortato i suoi uomini a figliare, ma in Libia il sogno d'un Isis "verde" è svanito in appena due anni, prima a Derna e poi a Sirte, e alla fine le nascite del Jihad sono state meno che nelle altre wilayah del Califfato. Questi bambini erano programmati per diventare combattenti islamici: pronti a seminare il terrore, dai nove anni in avanti, come legiferato nella sharia. "I loro genitori hanno ucciso anche gente di Misurata", dice il direttore: "Non è sempre facile considerarli solo bambini". Eppure accade: "La Mezzaluna non ha tante risorse, abbiamo chiesto aiuto alla popolazione". Ed è arrivato? "C'è un uomo che ha perso suo figlio, nella battaglia di Sirte contro l'Isis. Ma non gl'importa. Tutte le settimane viene qui, a portare cibo e quel che ha. Da dare a loro".
di Alice Facchini
redattoresociale.it, 5 febbraio 2020
Le comunità brasiliane dell'Apac propongono un modello alternativo basato sull'educazione e la responsabilizzazione: il tasso di recidiva è calato dal 70 al 15 per cento, mentre i costi sono più che dimezzati. Grossi: "È la pedagogia della presenza, che dimostra che, se le persone vengono trattate con rispetto e hanno reali alternative, il cambiamento è possibile".
Niente polizia né guardie armate, detenuti che si muovono liberamente e che in alcuni casi hanno addirittura le chiavi della struttura. Sembra quasi un'utopia, invece si tratta delle comunità dell'Apac (Associazione di protezione e assistenza ai condannati), l'organizzazione senza scopo di lucro di stampo cattolico-evangelico che in Brasile propone un modello alternativo di carcere, basato sull'educazione e sulla responsabilizzazione personale. Nel Paese sono 53 i centri di reintegrazione sociale di questo tipo: il primo è stato aperto nel 1972 a São José dos Campos, poi il modello si è diffuso in tutto il Brasile. Oggi sono più di 3.500 i detenuti che sperimentano questo tipo di carcere: nonostante il governo conservatore di Bolsonaro sia stato eletto con l'obiettivo di inasprire le politiche di sicurezza, il sistema dell'Apac per il momento continua a ricevere sovvenzioni.
"In tutto il mondo, uno dei grandi problemi nelle carceri è la mancanza di lavoro e di attività educative - spiega Sergio Grossi, dottore in Scienze pedagogiche all'Università di Padova, che ha svolto la sua tesi di dottorato sulle Apac -. In queste comunità invece la prospettiva viene completamente ribaltata: i detenuti vanno a scuola almeno fino alle superiori ed è garantita la formazione professionale con attività pratiche. All'interno delle comunità ci sono orti, allevamento di bestiame, ma anche laboratori manuali come falegnameria, carpenteria, panetteria... Alcuni studiano all'università. Una volta terminati gli studi, i detenuti cominciano poi a lavorare. A volte sono loro stessi ad insegnare un mestiere agli altri, creando così uno scambio di conoscenze che responsabilizza le persone".
Questo sistema abbatte in maniera consistente la recidiva: i dati ufficiali parlano di un tasso del 15 per cento contro la media brasiliana del 70 per cento. E anche i costi sono più che dimezzati, passando da una spesa di 2.700 reais al mese per ogni prigioniero (pari a circa 575 euro) delle carceri tradizionali nella regione del Minas Gerais, a un costo di soli 1.050 reais (220 euro). All'interno di queste strutture esistono tre tipi di regime: il regime chiuso; il regime semiaperto, con i detenuti che escono solo in casi particolari; e il regime aperto, con la possibilità di lavorare all'esterno e tornare la sera.
Per entrare nelle Apac non servono requisiti particolari, se non la volontà di cambiare vita, iniziare a studiare o lavorare e coltivare la propria spiritualità. Seguendo il motto "Qui entra l'uomo, il reato resta fuori", in queste comunità vengono accettati anche detenuti che in carcere avevano una pessima disciplina. "L'idea di base delle Apac è che il carcere sia un ambiente violento, che a sua volta genera violenza - afferma Grossi.
Quando arrivano qui, i detenuti sono molto rispettati e sono grati di essere usciti dai penitenziari statali, dove le condizioni sono terribili: le celle sono sovraffollate, c'è poco cibo e scarsa assistenza sanitaria, con frequenti epidemie di tubercolosi, e poi ci sono continui conflitti con la polizia e con gli altri detenuti, denunce di torture, infiltrazioni di organizzazioni criminali e grande utilizzo di droga e psicofarmaci per sopportare le dure condizioni. Non si tratta di un fenomeno circoscritto: sono più di 720 mila le persone incarcerate in tutto il Brasile, attualmente la terza popolazione carceraria mondiale".
Nel mondo, oltre 20 Paesi hanno sperimentato almeno parzialmente il modello di carcere alternativo dell'Apac, dal Sud America all'Asia, fino anche in Europa, e in particolare in Germania, Olanda e Italia. Nella provincia di Rimini, la Cec - Comunità educante con carcerati è stata portata avanti dalla Papa Giovanni XXIII per la rieducazione dei detenuti in strutture dislocate sul territorio. Dalla Romagna le Cec si sono diffuse anche nelle province di Cuneo, Massa Carrara e Lecce. "La differenza tra l'Italia e il Brasile è che, mentre nel nostro Paese possono accedervi solo persone che hanno commesso reati minori, in Brasile invece ci sono anche persone che hanno commesso crimini gravi, come assassini, stupratori seriali o affiliati a organizzazioni criminali. La cosa incredibile è che, pur essendo inseriti in un contesto di bassa sicurezza, dove evadere è facilissimo, comunque non scappano".
Emblematica è la storia di Pedro (il nome è di fantasia), condannato in Brasile per reati gravi e spostato più volte da istituto a istituto perché continuava a delinquere anche all'interno del carcere. Pedro racconta che, quando gli è stato proposto di trasferirsi in una comunità dell'Apac, ha accettato pensando che sarebbe stato facilissimo scappare, visto che era già riuscito a evadere anche da carceri di massima sicurezza.
"Arrivato nell'Apac si è sentito accolto, e così ha deciso di aspettare una settimana prima di scappare - racconta Grossi, che ha conosciuto Pedro in uno degli incontri nelle comunità -. Poi ha capito che non stava male, veniva trattato con dignità, e ha posticipato nuovamente la fuga. A forza di aspettare ha finito per rimanere. È quella che viene chiamata la 'pedagogia della presenza', che dimostra nei fatti che, se le persone vengono trattate con rispetto e hanno reali possibilità di intraprendere una vita diversa, il cambiamento è possibile".
La Regione, 5 febbraio 2020
A un detenuto dovrebbe essere concessa la possibilità di ricorrere al suicidio assistito, ma solo a determinate condizioni. Quali esse siano resta ancora controverso, ma sul principio la Conferenza dei direttori cantonali di giustizia e polizia (Cdcgp) è d'accordo. Lo ha indicato ieri a Keystone-Ats il segretario generale della Cdcgp Roger Schneeberger, confermando una notizia in tal senso del portale informativo online watson.ch.
Le divergenze tra i direttori cantonali riguardano le condizioni che devono essere soddisfatte per un suicidio assistito in prigione. Un delle questioni che si pongono in casi come questo, è se togliersi la vita non sia un modo 'facilè per evitare di scontare una pena. Oltre a ciò, deve ancora essere fatta chiarezza per quanto riguarda la responsabilità, il luogo del decesso e la procedura. Per rispondere a domande simili, il Centro svizzero di competenze in materia d'esecuzione di sanzioni penali (Cscsp) è stato incaricato di redigere una sintesi dei risultati della consultazione sul tema, nel frattempo conclusa. Su questa base verrà elaborata una raccomandazione ai Cantoni. In autunno l'assemblea plenaria della Cdcgp dovrebbe poi adottare queste raccomandazioni. Secondo Schneeberger, solo allora potrà essere stabilito esattamente entro quali limiti un carcerato potrà ricorrere all'aiuto al suicidio.
Nel documento elaborato da esperti del settore e inviato in consultazione lo scorso autunno è stato sostenuto che, in materia di suicidio assistito, i detenuti hanno gli stessi diritti e doveri di qualsiasi altra persona. A un carcerato capace di discernimento che vuole morire deve quindi essere concesso il diritto di rivolgersi a un'organizzazione di aiuto al suicidio. Inoltre, secondo il documento, a un detenuto che vuole togliersi la vita dovrebbero essere applicate le stesse linee guida che vengono adottate per il resto della popolazione: i sintomi della malattia e le limitazioni funzionali devono provocare una sofferenza giudicata insopportabile. La persona che vuole morire deve poi essere capace di discernere fino al momento in cui prende il farmaco letale. D'altra parte l'autorizzazione di ricorrere a una organizzazione di aiuto al suicidio nel sistema carcerario dovrebbe essere accordata solo quale ultima ratio.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 5 febbraio 2020
Il Commento generale sulla scienza dell'Onu ricorda che le leggi e le politiche - nazionali e internazionali - devono tener conto delle più recenti scoperte perché esiste il "diritto a godere dei benefici della scienza". "Gli Stati dovrebbero armonizzare il rispetto dei propri obblighi ai sensi del regime internazionale di controllo delle droghe con i loro obblighi di rispettare, proteggere e adempiere a tutto il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali e in particolare il diritto di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici, attraverso una revisione permanente delle loro politiche in relazione alle sostanze controllate. La proibizione di ricerca su tali sostanze, o di potervi avere accesso sono, in linea di principio, restrizioni al diritto di beneficiare dello sviluppo scientifico e delle sue applicazioni mentre dovrebbero soddisfare i requisiti dell'articolo 4 del Patto".
Chi scrive è il Comitato dell'Onu sui diritti economici, sociali e culturali che il 2 gennaio scorso ha pubblicato la bozza di un Commento generale sulla scienza - un documento che chiarisce le implicazioni dell'articolo 15 di uno dei due Patti internazionali sui diritti umani che, secondo l'articolo 2 della Costituzione, son da considerarsi al pari della nostra Carta. Questo Commento generale, atteso da oltre un anno e che in primavera dovrebbe essere adottato definitivamente dall'Ufficio delle Nazioni Unite di Ginevra, ha anche un'altra parte relativa alla ricerca sulle sostanze sotto il controllo internazionale. "La ricerca scientifica è impedita per alcune sostanze poiché queste rientrano nelle Convenzioni internazionali sul controllo delle droghe e sono classificate dannose per la salute e senza valore scientifico o medico. Tuttavia ci sono prove che sostengono che ci sono usi medici per molte di queste sostanze o che queste non sono poi così dannose come si pensava quando furono sottoposte a questo regime. Questo è il caso dei derivati da oppio (per la cura del dolore e i programmi di mantenimento nella dipendenza da oppiacei), della cannabis (per l'epilessia resistente ad altre terapie) e dell'Mdma (usata in psicoterapia per i disturbi da stress post-traumatico) nella misura in cui esistono evidenze scientifiche disponibili".
Il Commento ricorda anche come l'Oms abbia raccomandato di declassificare la cannabis dalla Tabella IV della Convenzione del 1961 riconoscendone gli usi e i benefici medicinali. Una proposta avanzata grazie a crescenti evidenze scientifiche. Il documento del Comitato parla chiaramente di "diritto alla scienza". Basterebbero questi tre passaggi per avviare la definitiva demolizione delle certezze proibizioniste in materia di stupefacenti - e non solo per usi medico-scientifici.
Infatti, altrove il Commento generale ricorda che le leggi e le politiche - nazionali e internazionali - devono tener conto delle più recenti scoperte perché esiste il "diritto a godere dei benefici della scienza". Se un numero crescente di ricerche dovesse dimostrare la non pericolosità di un uso consapevole di piante e derivati o prodotti di sintesi chimiche, come dovrebbe comportarsi il legislatore? Se la scienza ci consegna evidenze consolidate circa la non pericolosità di un consumo di piccole dosi, o i rischi connessi alla non conoscibilità dei principi attivi delle sostanze consumate, non tenere in considerazione questi dati frutto di lavori rivisti da scienziati di tutto il mondo è una violazione dei diritti umani e, in ultima istanza, dell'articolo 2 della nostra Costituzione.
Il proibizionismo viola dunque il diritto alla scienza in quanto limita immotivatamente la ricerca, scoraggia la condivisione dei saperi e non consente di godere dei benefici delle scoperte recenti. Il 2020 segna un punto di non ritorno nella valutazione dell'impatto di leggi e politiche pubbliche sulla base delle evidenze scientifiche: politici, giuristi e militanti dei diritti umani ne tengano conto.
di Simona Lorenzetti
Corriere della sera, 5 febbraio 2020
Il Tribunale di Hamm ha rigettato il ricorso. Sono accusati di omicidio colposo e incendio doloso per negligenza. Il Tribunale regionale superiore di Hamm, in Germania, ha respinto il ricorso dei due manager di Thyssenkrupp, già condannati in Italia per la morte di sette operai al lavoro lungo la linea 5 dello stabilimento di corso Regina Margherita: ora dovranno scontare 5 anni di carcere in Germania. Lo rende noto il Tribunale del Nord Reno Westfalia. In precedenza il Tribunale di Essen aveva dichiarato esecutive le pene italiane ma le aveva adeguate al diritto tedesco, che in questi casi prevede una detenzione massima di 5 anni.
I manager, accusati di omicidio colposo e incendio doloso per negligenza, avevano fatto ricorso, ma l'istanza oggi, 4 febbraio, è stata respinta. La pronuncia del Tribunale di Hamm arriva a 12 anni dall'incendio a Torino, dove persero la vita 7 persone nella notte tra il 6 e il 7 dicembre 2007. La Cassazione, in Italia, li aveva condannati a 6 anni e 10 mesi (Gerald Priegnitz) e a 9 anni e 8 mesi (Harald Espenhahn).
La sindaca Appendino: "Vicina alle famiglie delle vittime" - La sindaca di Torino Chiara Appendino commenta su Facebook la decisione del tribunale tedesco: "Sono vicina alle famiglie delle vittime, che hanno sempre chiesto giustizia senza mai fermarsi e tacere, con coraggio e determinazione". La prima cittadina torinese ringrazia poi "il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e quanti in questi anni si sono sempre battuti per ripristinare verità e giustizia in una ferita mai rimarginata".
di Mario Chiavario
Avvenire, 4 febbraio 2020
Battuta infelicissima, e priva di fondamento, quella attribuita al ministro Bonafede sull'inesistenza, in Italia, di innocenti in prigione. Purtroppo, cronache e statistiche sono lì a documentare, anche pesantemente, il contrario: non sono poche le persone pienamente assolte all'esito del processo oppure a seguito di una procedura di revisione, ma soltanto a quel punto tornate in libertà da una detenzione spesso anche di lunga durata. E a cancellare la sofferenza subita, nella libertà, negli affetti, nella reputazione, non basta la "riparazione" (per lo più in denaro) cui quelle persone hanno diritto.
Comprensibile, dunque, che la battuta abbia rinfocolato sferzanti polemiche, coinvolte nel turbinare di eccessi verbali e di grossolanità argomentative di cui fanno sfoggio le opposte tifoserie scatenatesi attorno alla riforma della prescrizione. Chissà se a frenare la spirale delle esasperazioni gioverebbe, a monte, un maggiore autocontrollo nell'uso di certe parole. A cominciare proprio da quelle, tanto impegnative, di "innocente" e "innocenza", aventi radici profonde e un'eco potente nella coscienza etica collettiva?
La legge processuale italiana evita di definirne il significato, ma quelle radici e quell'eco non le sono estranee: nonostante la diversa terminologia le si avverte in trasparenza anche in una distinzione recepita dal codice vigente. Di "assoluzione" è infatti la sentenza dibattimentale che, ad esempio, escluda la commissione del fatto di reato da parte dell'imputato; altra è invece la qualifica, sempre ad esempio, per la sentenza che appunto si limiti a constatare l'intervenuta prescrizione del reato per via del tempo trascorso dalla realizzazione: chi ne fruisce è, sì, a sua volta "prosciolto" ma non "assolto".
E peccato che la differenza sia poco o nulla percepibile dall'orecchio dei "non addetti ai lavori", causa l'assonanza fonetica e la sinonimia, nel linguaggio comune, tra i due vocaboli. Talune garanzie processuali fondamentali fanno poi leva - e qui esplicitamente - proprio sulla nozione di "innocenza" o su quella, antitetica, di "colpevolezza".
Si pensi all'art. 27 della Costituzione e all'art. 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo: l'uno ammonisce che "l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva"; l'altro, con maggiore incisività benché con minor raggio d'incidenza, proclama che "ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata".
Dalla combinata lettura di tali norme scaturiscono, tra le altre, due conseguenze di assoluto rilievo. La prima è che va assolto non solo chi dimostri positivamente la sua innocenza, ma pure la persona la cui colpevolezza non sia provata "oltre ogni ragionevole dubbio" (ed è vero che così si rischia di mandar liberi dei colpevoli, ma sarebbe ben peggio se, nel dubbio, ad essere condannato fosse un innocente).
Inoltre, durante tutto il procedimento penale le condizioni materiali e giuridiche della persona che vi è sottoposta non possono essere le medesime di chi sia stato definitivamente condannato. Si va oltre il segno quando si dice o si scrive che pertanto l'imputato "è" innocente fino a che una sentenza non lo condanni in via definitiva.
A dire il vero, neppure una pronuncia assolutoria passata in giudicato ha il magico potere di cambiare la realtà delle cose sul piano materiale e su quello morale ed errori giudiziari sono anche quelli che vanno a beneficio di chi non si sia riusciti a dimostrare colpevole di un reato, ma in effetti lo è stato (né il sottolinearlo significa appropriarsi della falsa e brutta immagine dell'innocente come colui che "l'ha fatta franca"). Tuttavia, il rispetto dell'autorità giudiziaria e la necessità di scongiurare l'incubo di persecuzioni penali senza fine vogliono che si renda incontestabile giuridicamente il giudicato assolutorio, mettendolo anche al riparo - a differenza di quello di condanna - da possibilità di revisione.
Quanto all'imputato tuttora sotto processo, è ancor meno vero che le norme costituzionali e internazionali gli cuciano addosso la vesta bianca dell'innocenza, ed esse stesse si inseriscono in contesti che ammettono palesemente l'uso del carcere invia cautelare; impongono tuttavia che la detenzione in pendenza di giudizio rimanga l'extrema ratio, giustificandosi soltanto in presenza di gravi indizi per gravi delitti e allo scopo di scongiurare pericoli di inquinamento di prove, di fuga o di reiterazione criminosa: così, almeno, è scritto nel codice sebbene non manchino deplorevoli aggiramenti nelle prassi. Ma il monito va ben al di là di ciò: se ne ricordano sempre i gestori della comunicazione, quando preme la tentazione dello "sbattere il mostro in prima pagina"?
di Adriano Sofri
Il Foglio, 4 febbraio 2020
L'Italia è il paese in cui l'ordine giudiziario è rappresentato da un magistrato che sostiene la presunzione di colpevolezza, anche se decine di migliaia di persone sono state risarcite per essere state ingiustamente detenute. Lo scorso 29 gennaio si è potuto seguire per radio un incontro promosso dal Partito Radicale con un titolo sconcertante: "Anche gli innocenti vanno in carcere".
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 4 febbraio 2020
Gli avvocati contro Davigo, i magistrati contro Bonafede, la politica che prova a cambiare la prescrizione (occhio alla mozione di sfiducia). Il dissenso c'è, ma dove sono finiti i mitici difensori della Costituzione? Appello contro gli altri pieni poteri.
di Rita Bernardini*
Il Riformista, 4 febbraio 2020
Il Guardasigilli avrebbe dovuto fornire dati e statistiche. Invece non una parola sul carico di procedimenti penali pendenti, né sullo stato delle nostre carceri, bocciate dal Comitato per la prevenzione della tortura. La relazione al Parlamento del ministro della giustizia Alfonso Bonafede, più per il non detto che per quanto esplicitato, nulla di buono può farci sperare sullo stato della giustizia e su quello delle carceri nel nostro Paese.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 4 febbraio 2020
Renziani pronti a votare con la destra, ma non sono determinanti. Orlando: non fosse per voi i 5 Stelle avrebbero dovuto già mediare. Dopo le critiche alla riforma dei vertici degli uffici giudiziari, i dem si affidano a Conte. La minaccia di Renzi di votare contro il governo sulla prescrizione è rivolta ai 5 Stelle e al ministro Bonafede, ma fa arrabbiare soprattutto i democratici e Zingaretti.
A litigare sulla giustizia sono così i due partiti, Pd e Italia viva, ufficialmente schierati su posizioni simili. I dem accusano l'ex segretario scissionista di cercare visibilità fino al punto da essere disponibile a votare con Salvini, non uno specchiato garantista. I renziani replicano che i timidi distinguo del Pd hanno lasciato campo libero a Bonafede: la sua riforma che abolisce la prescrizione dopo il giudizio di primo grado è in vigore già da un mese, e ancora si discute di se e come porvi rimedio.
Il Pd si affida ormai da settimane alla mediazione di Conte, non fosse che quella che il presidente del Consiglio aveva finalmente trovato - distinguere tra condannati e assolti in primo grado - si è rivelata presto insufficiente (anche per la contrarietà di Iv). Renzi d'altra parte minaccia più di quello che può effettivamente mantenere. "Bonafede e tutti gli altri devono sapere che non hanno i numeri, sicuramente non li hanno al senato". Alla camera invece, anche se Iv sulla prescrizione decidesse di votare con le opposizioni - come ha già fatto in commissione giustizia, peraltro - i giallo-rossi reggerebbero. In questo modo al senato, dove in effetti la maggioranza sarebbe sul filo, la questione potrebbe non arrivare nemmeno.
Sia il decreto milleproroghe, infatti, che il disegno di legge Costa che abolisce del tutto la riforma Bonafede, sono all'esame di Montecitorio. Nel milleproroghe Italia viva ha un emendamento a prima firma della responsabile giustizia Annibali che rinvia di un anno (quindi fino al 1 gennaio 2021) la riforma Bonafede, e intanto riporta in vita le regole introdotte dall'ex ministro della giustizia Orlando. Le commissioni prima e quinta che stanno esaminando il decreto potrebbero arrivarci già oggi (è all'articolo 8) ma il tema dovrebbe essere accantonato (come già gli emendamenti renziani sulla sugar tax) a meno che il governo non dia subito parere contrario. In teoria il Pd avrebbe modo di convergere su altri emendamenti sospensivi, senza per questo darla vinta a Renzi.
Il radicale di +Europa Magi ha presentato tre emendamenti, oltre alla cancellazione della riforma Bonafede o al suo rinvio per quattro anni propone anche la sospensione di un solo anno. Sospensioni più o meno lunghe chiedono anche Lega e Forza Italia. In pratica la linea dei dem è quella di costringere Conte alla mediazione, non solo sulla prescrizione ma anche su molte altre questioni aperte nel milleproroghe: domani dovrebbe è previsto un vertice di maggioranza.
"Abbiamo chiesto al presidente Conte di produrre una sintesi, se non ci sarà andremo avanti con la nostra proposta di legge", ha detto Zingaretti, riferendosi a una proposta che può essere abbinata al disegno di legge Costa e tornare in aula tra venti giorni. Le pensanti critiche che la riforma della prescrizione ha raccolto nello scorso fine settimana dai magistrati che hanno aperto l'anno giudiziario nei diversi distretti rafforzano le aspettative del Pd in una mediazione. E indeboliscono posizioni oltranziste come quella del reggente 5 Stelle Crimi, secondo il quale la nuova prescrizione è cosa fatta per sempre: "È legge e se qualcuno vuole cambiare le carte in tavola se ne assumerà le responsabilità".
Il vicesegretario del Pd Orlando, impegnato nella mediazione che passerebbe anche per una distinzione tra le fattispecie di reato, scarica su Italia viva la colpa della mancata soluzione: "Se non si fossero alzati i toni, Bonafede sarebbe costretto a rispondere ai vertici degli uffici giudiziari che hanno criticato in modo puntuale le nuove norme sulla prescrizione".
Mentre secondo l'ex ministro della giustizia la soluzione delle criticità proposte dai magistrati, e quindi non più "solo" dagli avvocati penalisti e da molti giuristi, "sarà il presupposto a qualunque accordo, quando si tornerà a discutere nel merito". Argomenti ai quali Renzi oppone un categorico tweet: "Difendo la riforma Orlando perché a differenza di altri non mi vergogno delle riforme del nostro governo". E nel suo governo il ministro della giustizia era Orlando (e non Gratteri, come da sua prima proposta al Quirinale).










