di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 4 febbraio 2020
Solo col colonialismo sistematico il concetto di razza diventa biologico. La superiorità non si basa più su ricchezza, potenza e cultura, ma sulla purezza del sangue. Pensavo che il razzismo, con tutti gli orrori che ha provocato, fosse stato cancellato, o per lo meno rimosso dalla coscienza pubblica. E invece, come una malattia da cui crediamo di essere guariti e vaccinati, ecco che con ripugnanza la vediamo ritornare. Nei pressi di casa mia hanno divelto alcune pietre di inciampo. Quando ho visto i buchi sull'asfalto sono rimasta basita. Mi piaceva, quando ci passavo, fare qualche passo di lato per non calpestarle e spesso mi fermavo per leggere i nomi e immaginare l'orrore dell'arrivo di due SS coi loro urlacci e i loro fucili. Entravano sbattendo gli stivali sul suolo, percuotevano la porta dei ricercati col calcio del fucile. E come trascinavano fuori un uomo, un bambino, una donna, quasi fossero dei criminali. E invece erano solo degli ebrei, nati in Italia, con passaporto italiano, parlanti lingua italiana, persone che mai e poi mai avrebbero creduto che potessero, da un giorno all'altro diventare i peggiori nemici del proprio paese. Vorrei ricordare che il concetto di razza come differenza basata sulla biologia nasce solo nell'800, col colonialismo. L'ostilità contro gli stranieri e i diversi c'è sempre stata, ma era chiamata xenofobia, dal greco xenos, ovvero straniero. Un popolo si dichiarava superiore a un altro per potenza militare, per religione, per cultura, non per sangue. Solo col colonialismo sistematico il concetto di razza diventa biologico.
La superiorità non si basa più su ricchezza, potenza e cultura, ma sulla purezza del sangue. Ed è una idea perversa perché mentre potenza e ricchezza si possono acquisire e quindi cambiare il proprio stato, la biologia non si può modificare. È un destino a cui si deve sottostare. Il primo a teorizzare le superiorità della razza caucasica bianca è stato Gobineau in "Essais sur l'inégalité des races humaines", del 1853. Il titolo già dice tutto. Otto Weininger con "Sesso e carattere" teorizza l'inferiorità della "razza femminile" considerata passiva, improduttiva, inconsapevole, illogica e amorale, mentre la razza maschile sarebbe consapevole, cosciente, logica e morale. Di conseguenza tutti i paesi deboli sono da considerarsi femminili, e quindi da dominare. Altri teorici del razzismo biologico sono pensatori illustri come Rosenberg, Chamberlain, Spengler Evola. Stiamo tornando a quelle perversioni? Oggi, in tempi di mercato e memoria corta, il perverso razzismo biologico torna a farsi vivo e ci mettiamo le mani nei capelli.
di Zita Dazzi
La Repubblica, 4 febbraio 2020
"Liliana cara, le parole che ci ha detto nella sua recente visita ci hanno segnati profondamente: vorremmo parteciparle tutta la cascata di pensieri che lei ci sta suscitando, in questo carcere capace di essere il cuore di Milano per la sua umanità, capacità che ci sentiamo impegnati a tenere viva e a trasmettere, nello spirito della Costituzione nata fra queste mura, frutto di scelte di vita pagate spesso con la vita; cara Liliana il suo nome ci è caro come quello di Madre Costituente".
Una lettera bellissima quella scritta dai detenuti di San Vittore a Liliana Segre, letta ieri sera al Memoriale della Shoah, durante la cerimonia promossa dalla Comunità di Sant'Egidio e dalla Comunità ebraica, in memoria di quel 30 gennaio 1944, quando la senatrice a vita, allora 13enne, partì con altri 605 ebrei dal Binario 21 alla volta di Auschwitz. C'erano studenti, volontari del carcere, gli ex partigiani dell'Anpi e molte centinaia di cittadini pigiati fino in fondo al memoriale, di fianco a quei carri bestiame sui quali venivano caricati gli ebrei e gli oppositori al fascismo catturati a Milano. In tanti sono arrivati ieri sera alla cerimonia per sentire parlare ancora una volta la senatrice quasi 90enne, accompagnata dal figlio Luciano Belli Paci e dall'ormai inseparabile scorta dei carabinieri.
"Quest'anno mi sono sentita più sola perché sono morti i miei fratelli Terracina e Schonheit, altre voci si sono spente e se ne spengono tante, una dopo l'altra ovviamente" - ha esordito Segre che, prima di entrare, aveva detto ai giornalisti che le fanno impressione quelle statistiche che parlano del negazionismo degli italiani sull'Olocausto - "direi che devono studiare la storia: non credere a me può anche essere facile, visto che sono una vecchia testimone, ma come si fa a non credere ai documenti? per me oggi è un dovere essere qui verso quelli che non sono tornati a ricordare".
Ieri sera, accanto alle autorità, tra cui Milena Santerini, coordinatrice nazionale della lotta all'antisemitismo, sono arrivati anche il musicista Vinicìo Capossela, il critico d'arte Philippe Daverio e il gallerista Jean Blancheart. Ma c'erano tanti ragazzi, soprattutto, quelli del movimento Genti di Pace dì Sant'Egidio, fra cui alcuni rom e alcuni migranti, che hanno ricordato come al memoriale negli anni passati siano stati ospitali circa 4.500 profughi arrivati dagli sbarchi dopo la traversata del Mediterraneo.
"Ho 17 anni, sono rom - ha detto uno dei giovani testimoni molto applaudito da Segre - quest'estate sono stato ad Auschwitz, dopo esserci stato ho capito che niente può più essere come prima, ricordare oggi è un modo per dire no all'antisemitismo e al razzismo; lo so bene io: oggi essere rom non è facile, noi vogliamo costruire ponti per contrastare l'odio".
La senatrice si è commossa: "Voi, ha concluso, dovete avere fiducia, siete fortissimi, come lo eravamo noi che avevamo perso tutto, quando arrivarono i soldati russi ai cancelli di Auschwitz".
Corriere del Mezzogiorno, 4 febbraio 2020
Attraverso il teatro, rigenerare luoghi e persone: questo è l'obiettivo del progetto "JumPeriferie", presentato ieri nella Casa circondariale di Lecce. Mettendo le "Periferie" sociali e urbane al centro, il progetto promosso dalla Regione e dal Teatro Pubblico Pugliese in partnership con Ama - Accademia mediterranea dell'attore, compagnia teatrale Petra, Arci e altre realtà associative impegnate nel sociale, oltre alle amministrazioni comunali di Lecce, Lequile e Melpignano, punta attraverso incontri, un laboratorio teatrale stabile per i detenuti fino ai 35 anni di età e la messa in scena di due spettacoli, a connettere il "dentro" e il "fuori": la città e il carcere, la provincia e il capoluogo, il centro e le periferie (nel quartiere 167/B di Lecce, oltre che nei Comuni partner, verranno realizzati eventi e laboratori).
Nella Casa circondariale di Lecce verranno portati due spettacoli, Humana vergogna, coproduzione realizzata fra #reteteatro41 e Fondazione Matera-Basilicata 2019 (con debutto nel carcere di Matera) nell'ambito del programma culturale di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura, e lo spettacolo Pupe di pane, prodotto da Ama - Accademia mediterranea dell'attore. Per l'occasione le porte della Casa circondariale verranno aperte al pubblico esterno di giovani e adulti. Nel quartiere 167/B di Lecce, dove Ama e Arci Lecce hanno già realizzato progetti formativi, partecipativi e di spettacolo, e nei Comuni partner, saranno organizzati eventi culturali e laboratori di arte urbana che coinvolgeranno residenti nel quartiere, studenti dell'Istituto comprensivo Stomeo-Zimbalo e ragazzi migranti beneficiari dei progetti Sprar della cooperativa sociale Arci.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 4 febbraio 2020
"La parola come riscatto", l'evento dell'associazione con Erri De Luca. Lo scrittore ha ribadito: "un detenuto riesce ad evadere dalla sua cella solo quando dorme e quando legge". L'Associazione napoletana "Il carcere possibile onlus", nata nel 2003 come "progetto" della Camera Penale di Napoli, ha organizzato ad Aversa un incontro dal titolo: "La parola come riscatto".
Durante l'evento, tenutosi nello studio dell'avvocato Nicola Basile, ospite speciale è stato lo scrittore Erri De Luca che ha dedicato il suo intervento ai temi della associazione. Il tutto è nato da un incontro tra l'avvocato Mara Esposito Gonella, del direttivo dell'Associazione, e Raimondo Di Maio, uno degli ultimi editori e librai napoletani che resistono con ostinazione alla crisi e che è uno storico amico di De Luca.
Come ci racconta l'avvocato Esposito Gonella, che ha moderato il dibattito, "Il "carcere possibile" ha incontrato "Impossibile", il recente romanzo di Erri De Luca, che narra un dialogo tra un magistrato prigioniero delle sue tesi e un detenuto libero nei suoi ideali e nel suo amore". Con lo scrittore, dicono al Dubbio gli avvocati Esposito Gonella e Basile, "è emersa una chiara convergenza sulla necessità di rivedere le dinamiche e l'organizzazione delle carceri. Si tratta di dare nuova attuazione al principio sancito dall'articolo 27 della Costituzione, che prevede la finalità rieducativa della pena.
Una norma che resterà ferma nella sua astrattezza, se non si provvederà alla riorganizzazione degli istituti di pena. Si rende necessario ripensare gli spazi detentivi, sia in termini logistici che gestionali. Bisogna insistere per introdurre il lavoro nelle carceri e incrementarlo dove già c'è. Lo stesso dicasi per lo studio e la lettura, indicati da De Luca come gli unici strumenti che aprono le sbarre e spalancano il soffitto al detenuto disteso sulla branda". De Luca, infatti, si è soffermato sul ruolo che incarnano le parole, esse sono "lo strumento più forte, addirittura formidabile, di cu disponiamo per affermare chi siamo. Impossibile è solo la definizione di un avvenimento fino al momento prima che accada".
La parola diviene dunque momento di liberazione e di riscatto: "Un detenuto riesce ad evadere dalla sua cella - ha proseguito De Luca, che da tempo tiene corsi di scrittura in carcere - solo quando dorme e quando legge. Una persona in prigione, quando si mette un libro davanti agli occhi, cancella le sbarre e le porte blindate, tutta la cella intorno.
La lettura in carcere è uno strumento che riesce a sospendere - per un istante - la pena". Da qui l'importanza e la necessità di dotare gli istituti di pena di biblioteche fornite. Erri De Luca infine ha ribadito, come già aveva detto in una intervista proprio a questo giornale, il concetto per cui "alla lunga le carceri saranno abbandonate. Diventeranno dei musei", non una speranza la sua, ma una vera previsione.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 4 febbraio 2020
Il rapporto della Fondazione Moressa smonta i principali stereotipi sui flussi migratori. Gli stranieri in Europa sono 40 milioni, il 7,8% del totale della popolazione. Con una simile percentuale viene da pensare che l'unica "invasione" in corso sia quella di allarmi e fake news, soprattutto considerando che il dato include anche i cittadini comunitari residenti in altri paesi Ue. Come dire, i migranti siamo noi. I numeri vengono dal rapporto Gli stranieri ci invadono? Analisi e considerazioni su dinamiche demografiche in corso in Italia e in Europa, pubblicato ieri dalla Fondazione Leone Moressa. L'istituto di studi e ricerche di Mestre è specializzato nei fenomeni e nelle problematiche relative alla presenza straniera sul territorio e promuove la ricerca scientifica attraverso la raccolta e l'elaborazione di dati e informazioni sul fenomeno migratorio.
La sua ultima pubblicazione ha lo scopo esplicito di smontare pregiudizi e stereotipi che riguardano una delle questioni più calde degli ultimi anni, intorno alla quale alcune forze politiche continuano ad agitare allarmi strumentali a capitalizzare il livello di insicurezza delle società contemporanee. Sono nate così teorie complottiste sulla "sostituzione etnica", come il cosiddetto "piano Kalergi", e hanno assunto un ruolo importane nella percezione del fenomeno emotività ed esposizione mediatica. Per questo per la Fondazione Moressa "è quanto mai opportuno riportare l'attenzione sui dati".
"Lo stereotipo ha quasi sempre una base di verità, dato che generalmente nasce dall'osservazione empirica di un elemento realmente esistente - sostiene il rapporto - La distorsione sta però nella generalizzazione di quel dato". Sono diversi gli stereotipi che lo studio dimostra essere errati.
Il primo è che i migranti siano diretti soltanto (o prevalentemente) verso l'Europa. Al contrario, le migrazioni sono un fenomeno strutturale a livello globale, che coinvolge tutti e cinque i continenti ed è in aumento grazie alle crescenti interconnessioni tra aree del pianeta. Secondo le Nazioni Unite le persone attualmente residenti fuori dal paese di nascita sono 272 milioni, il 3,5% della popolazione mondiale. I cinque Stati che ospitano più migranti sono: Usa (51 milioni), Arabia Saudita e Germania (13 milioni), Russia (12 milioni), Regno Unito (10 milioni). I paesi da cui si sono trasferite all'estero il maggior numero di persone, invece, sono: India (17,5 milioni), Messico (11,8 milioni), Cina (10,7 milioni), Russia (10,5 milioni), Siria (8,5 milioni). A parte il caso eccezionale e significativo della Siria distrutta dalla guerra, gli altri sono banalmente paesi molto popolosi. Nessuno appartiene al continente africano.
Il secondo stereotipo è che le rotte migratorie seguano necessariamente la direttrice da sud a nord. Spesso questa argomentazione viene associata alle tendenze demografiche globali, per sostenere che la crescita della popolazione africana e la diminuzione di quella europea produrranno necessariamente un esodo da quell'area a questa. Una sorta di versione sociale del principio fisico dei vasi comunicanti. Invece, mostra il rapporto, i flussi migratori sono fenomeni molto più complessi, determinati da una molteplicità di fattori e non seguono un'unica direttrice. Questo vale soprattutto nel caso delle migrazioni "forzate". Secondo il rapporto Unhcr 2018, menzionato dalla Fondazione Moressa, su 70,8 milioni di migranti forzati 41,3 rimangono nel proprio paese. Il 58% delle persone costrette a lasciare la loro casa, quindi, sono sfollati interni. Gli altri, rifugiati (37%) e richiedenti asilo (5%), finiscono spesso in Stati vicini, nella stessa area geografica. Infatti i paesi che ospitano più profughi sono: Turchia (3,7 milioni), Pakistan (1,4 milioni), Uganda (1,2 milioni), Sudan e Germania (entrambi con 1,1 milioni). Solo quest'ultima fa eccezione a quanto detto in precedenza.
Anche rispetto all'Italia, l'invasione è soprattutto nella testa, a livello percettivo. Secondo gli intervistati nell'indagine Eurobarometro 2018 la presenza straniera nel nostro paese era del 24,6%, il triplo del dato effettivo (8,5%). In numeri assoluti si tratta di 5 milioni e 225 mila di persone. Secondo lo stereotipo sono principalmente africani, maschi e musulmani. Ma tra i primi 20 paesi di provenienza solo Nigeria e Senegal si trovano in Africa (sette sono europei). Su genere e religione, poi, i numeri parlano chiaro: i migranti in Italia sono soprattutto cristiani (52,2%) e donne (51%)
di Massimo Villone
Il manifesto, 4 febbraio 2020
C'era una volta l'accordo di governo. Ora abbiamo la minaccia di governo. Tale almeno appare lo scambio sulla prescrizione tra Renzi dall'assemblea di IV, e il ministro Bonafede. Le voci di saggezza e di buon senso anche giuridico sono flebili. A Palazzo Chigi il barometro volge di nuovo al basso. Vengono al pettine anche altre questioni. È stato fissato per il 29 marzo il voto per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. La cosa non ha fatto notizia ed è passata quasi inosservata, perché si anticipa una facile vittoria dei sì. Ma oggettivamente, con il probabile esito positivo del voto popolare, si riapre la via per uno scioglimento anticipato delle camere. Due voci autorevoli evidenziano da destra valutazioni divergenti.
Il 29 gennaio su La Verità Tremonti auspica fortemente lo scioglimento delle camere subito dopo il referendum, e comunque prima dell'elezione del capo dello stato nel 2022. Brunetta su Repubblica avanza l'opposta tesi di un cambio di governo a legislatura invariata, aprendo a Renzi e Italia Viva, a partire proprio dalla prescrizione. Due diversi copioni: il primo, voto al più presto per l'egemonia di una destra a trazione leghista; il secondo, no al voto immediato, per difendere uno spazio al centro, e allentare l'abbraccio soffocante dell'amico-nemico leghista.
Preliminarmente, va detto che il taglio dei parlamentari - come realizzato - è una riforma inaccettabile, nel merito e nel metodo. Riduce drasticamente la rappresentatività delle camere con la sola giustificazione di un risibile risparmio, e al di fuori di qualsiasi riflessione organica e di sistema. Paragoni con precedenti proposte, anche da sinistra, sono improponibili. Quelle proposte venivano quando vere organizzazioni di partito erano un collettore effettivo della domanda sociale, poi tradotta dai rappresentanti degli stessi partiti nelle istituzioni, espressione del paese grazie a un sistema elettorale pienamente proporzionale. Il numero dei rappresentanti era elemento assai meno critico che nella realtà di oggi, in cui le solide organizzazioni di un tempo sono ridotte - salvo la Lega - a ectoplasmi, e la rappresentatività delle assemblee è condannata come lesiva del sommo bene della governabilità.
Oggi, ridurre la rappresentatività delle assemblee elettive reca danni non recuperabili. Ancor più considerando che i rattoppi ipotizzati dalla stessa maggioranza - dal superamento della base regionale per il senato a una legge elettorale proporzionale - sono lontani dal realizzarsi, e forse sono in dubbio più di ieri. In M5S sembra prevalere la linea dimaiana dell'isolamento, confermata dal reggente Crimi e da ultimo praticata con l'anatema nel caso dell'assessore M5S nella giunta di Pesaro. Questo proietta M5S nella posizione di competitor nelle competizioni elettorali, come è già accaduto in Emilia-Romagna e Calabria, accadrà il 23 febbraio nelle suppletive per un seggio senatoriale a Napoli, potrebbe accadere nelle regionali di maggio. Questo accentua la propensione di ciascuna forza politica alla tutela esclusiva del proprio interesse, e certo può incidere negativamente sulle riforme da fare.
È inaccettabile che manomissioni della Costituzione anche di grande rilievo - come è il taglio dei parlamentari - siano strumentalizzate come bandierine identitarie, o moneta di scambio per la costruzione di accordi di governo, per di più precari. Si apre così la strada a una perenne instabilità delle regole fondamentali, in ultima analisi legate alle fortune di questa o quella forza politica. La salus rei publicae richiede di costruire gli argini possibili: aggravare l'art. 138 Cost. con innalzamento del quorum e referendum necessario; adottare un sistema elettorale rigorosamente proporzionale con soglia non troppo alta; scrivere una legge sui partiti politici fondata sui diritti degli iscritti e sulla loro giustiziabilità.
Tagliare per il solo risparmio di spesa, al di fuori di un quadro organico di interventi sul testo costituzionale e sul sistema elettorale, è stato un errore. Impone nel voto del 29 marzo il chiaro segnale di un NO, quali che siano previsioni e sondaggi. Su iniziativa della Fondazione Einaudi se ne discute martedì 4 febbraio a Roma, nella sala Isma del Senato in piazza Capranica 72, in una assemblea generale dei nascenti comitati per il no.
di Alessandro Congia
sardegnalive.net, 4 febbraio 2020
Diventerà un prodotto cinematografico, che documenterà nascita, tappe e vita del "Coro 'e Uta" (Coreuta) che sta muovendo i primi passi con Elena Ledda e Simonetta Soro nella sezione femminile della Casa Circondariale di Cagliari-Uta. L'iniziativa, promossa dall'associazione "Socialismo Diritti Riforme", con la collaborazione della Direzione dell'Istituto "Ettore Scalas" e dell'Area Educativa, ha ottenuto il placet del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Dietro la telecamera ci sarà il documentarista e regista Paolo Carboni, presidente dell'associazione Babel. Le riprese daranno quindi vita a una produzione senza scopo di lucro con una valenza socio-culturale che sarà presentata esclusivamente in circuiti di carattere culturale.
"Non si tratta di un film di finzione - ha precisato Carboni - ma di un documentario senza alcuna esplicita sceneggiatura. Regia e riprese richiedono una totale disponibilità a seguire pedissequamente ciò che accade durante il tempo destinato alla creazione di un evento dal primo momento dell'impatto con le musiciste, ai vocalizzi, fino alla esibizione/concerto che presumibilmente completerà la prima fase della costruzione del coro. Il regista insomma avrà il compito di testimoniare la scoperta della coralità tra le donne detenute e tenterà di dimostrare come attraverso la costruzione di un insieme di voci armonizzate sia possibile migliorare le relazioni interpersonali in un ambito in cui la convivenza è particolarmente difficile".
"Siamo particolarmente contente dell'iniziativa - affermano Elena Ledda e Simonetta Soro - perché la pratica della vocalità armonizzata in un ambiente così delicato permette alle persone ristrette di sperimentare un modo alternativo di stare insieme. Documentare l'esperienza emotiva in cui l'espressione personale della voce si fonde con il rispetto di ciascuna può essere una testimonianza utile non solo per le protagoniste ma anche per chi intende promuovere un'analoga proposta".
"Per la prima volta - ha affermato il Direttore della Casa Circondariale Marco Porcu - una telecamera entra nel nostro Istituto per documentare un progetto-evento che valorizza la componente femminile della popolazione detentiva. Si tratta di una occasione di crescita per tutti perché fornirà anche all'Area Educativa e a quella della Sicurezza ulteriori elementi di conoscenza delle detenute e della convivenza improntata sulla collaborazione". "La nascita del "Coro 'e Uta" - ha detto Maria Grazia Caligaris, presidente Sdr - è una sfida per le difficoltà oggettive di creare un gruppo vocale le cui componenti cambiano in continuazione trattandosi di persone private della libertà con pene brevi, nella maggioranza dei casi. Il DAP ha colto questo aspetto del progetto e il valore educativo della musica e del canto. Un programma che si avvale della collaborazione fattiva delle Funzionarie giuridico/pedagogiche e delle Agenti penitenziarie il cui supporto è in ogni fase indispensabile".
di Daniele Raineri
Il Foglio, 4 febbraio 2020
Negli ultimi cinque anni è successo un cambiamento che riguarda campi che un tempo erano separati: lo spionaggio, l'antiterrorismo e noi. Alcuni strumenti di guerra non convenzionale prima erano usati in modo micidiale per scovare, fermare e colpire i cattivi. Per esempio i terroristi che progettano un attentato oppure che vogliono passare attraverso una città senza farsi individuare oppure ancora i laboratori dove si lavora a un programma atomico clandestino. Oggi gli stessi strumenti sono diventati di uso comune.
Dove prima erano applicati in modo selettivo, ora sono utilizzati sulla massa. Se prima ci voleva una ragione molto seria per usarli, adesso che sono finiti nelle mani di molte più persone non c'è più bisogno di una ragione seria - basta che ci sia la voglia. Di solito gli articoli che trattano queste cose parlano di "lento scivolamento" verso qualcosa, ma come vedremo in questi casi non c'è nulla di lento. Mentre scrivo alla televisione passa lo spot di un nuovo telefono Apple che avverte: "In questo momento, ci sono più informazioni private sul telefono che a casa... La tua posizione, i tuoi messaggi, la tua frequenza cardiaca dopo una corsa... Pensaci". Si tende spesso a mettere in guardia da qualche imprecisato rischio che si correrà in futuro, ma di nuovo: il futuro non c'entra molto qui, queste cose sono già successe - oppure stanno succedendo in questo momento.
Prendiamo Clearview, una piccolissima azienda che ha scritto un software di riconoscimento facciale molto migliore di altri in circolazione. In teoria abbiamo già visto tutti almeno un film in cui una squadra antiterrorismo cerca un sospetto e lo becca all'aeroporto perché un computer confronta la sua foto con le immagini delle telecamere di sicurezza e lo riconosce con un beep di trionfo. Bene, evviva, chi potrebbe mai dire di no a questa cosa? In pratica il riconoscimento facciale può creare un sacco di guai. Molta gente è scocciata dal fatto che la polizia municipale potrebbe associare il suo nome e cognome a ogni passo che ha fatto minuto per minuto sotto le migliaia di telecamere di sicurezza che ci sono nelle strade. Per questo motivo molte città americane hanno discusso la questione e hanno promesso che diventeranno "zone free dal riconoscimento facciale" e che non lo useranno (quindi non collegheranno questi software al sistema di telecamere di sicurezza che c'è in ogni città).
Intanto però arriva Clearview, che ha fatto due cose per polverizzare i suoi concorrenti. Ha scritto un algoritmo che è molto bravo a riconoscere le facce e ci riesce anche se indossi un cappello o se parte del tuo volto è coperta oppure se l'immagine è presa da una telecamera di sorveglianza messa troppo in alto - che è la maledizione dei programmi di riconoscimento facciale, aspettiamoci che le abbassino tutte molto presto. Seconda cosa, ha raccolto tutte le immagini che abbiamo messo sui social media come Facebook, Instagram e Twitter - anche se i social media hanno vietato esplicitamente questo tipo di pratica, raccogliere immagini altrui senza chiedere il permesso.
Poi i tecnici di Clearview con le immagini che hanno preso dai social media e anche da migliaia di altri siti (YouTube incluso) hanno creato un archivio immenso che rimane sempre a disposizione del loro super algoritmo. Quando sottoponi un'immagine all'algoritmo, quello va a ripescare la stessa faccia nel database e ti dice chi è la persona nella foto. La giornalista del New York Times che dopo mesi di tentativi è riuscita a intervistare quelli di Clearview ha scoperto foto di se stessa che nemmeno sapeva esistessero, perché l'algoritmo le aveva trovate in giro e le aveva associate al suo nome.
(Siete stati a un concerto? Siete passati dietro a un turista coreano che si faceva un selfie? Siete stati in un locale mentre qualcuno scattava un foto o faceva un video? L'algoritmo macina in silenzio miliardi di immagini, cataloga i volti e mette tutto nella sua pancia, in attesa che gli serva come materiale di paragone per riconoscimenti facciali futuri. Pare che l'archivio di Clearview sia il più grande fra quelli di cui conosciamo l'esistenza).
Dopo avere fatto tutto questo, Clearview ha cominciato a vendere i suoi servizi alle agenzie di sicurezza americane, dall'Fbi alle polizie locali di molte città. Sono già seicento e di sicuro altre agenzie stanno acquistando il pacchetto in questo momento. Per ora i poliziotti lo usano per risolvere casi difficili, ma non si vede perché non dovrebbero usarlo in situazioni più ordinarie.
Una manifestazione. Una telecamera piazzata all'angolo di una via. Già questo è un passaggio che mette ansia, non si parla più di caccia al terrorista, si parla della nostra vita di tutti i giorni. Il numero di persone che hanno accesso all'algoritmo e all'archivio cresce come è ovvio che succeda ai clienti di un buon prodotto. Ma non è ancora nulla, e qui si arriva al punto. Clearview ha creato una versione del suo programma che funziona in realtà aumentata, con un paio di occhiali - quindi va bene anche su un telefonino. In pratica punti gli occhiali oppure la telecamera del tuo telefonino sui passanti e l'algoritmo ti dice in tempo reale le identità delle persone che stai inquadrando. Puoi salire sul treno e sapere chi sono tutti i passeggeri nel tuo vagone. Ora, Clearview ha deciso di fermare questo tipo di evoluzione e gli occhiali che identificano tutte le persone nel tuo campo visivo per ora resteranno soltanto un prototipo.
Ma quanta tecnologia è stata inventata per poi rimanere in un cassetto? Nessuna. E quanto tempo ci metteranno queste cose per finire in mano ai privati? Se non lo faranno quelli di Clearview, ci penseranno altri. Se un produttore cinese di telefonini vendesse questa tecnologia come optional di un nuovo modello, è plausibile dire che riscuoterebbe un certo successo di mercato. Dal telefono di oggi che si sblocca perché riconosce la tua faccia al telefono che ti dice come si chiama la persona al tavolo accanto. Se ancora non sapete come questa cosa potrebbe diventare pericolosa, c'è di sicuro qualcuno che lo sa già adesso e non vede l'ora di avere l'accesso a questo nuovo potere.
Se mi iscrivo a un corso di arrampicata (utile in questi tempi di epidemia, per scappare in eremitaggio più velocemente), ascolterò senza problemi tutti i consigli dell'istruttore. Se mi dice che devo spostare il peso, girare la testa, mangiare di meno o rafforzare i muscoli delle falangi, accetterò ogni suggerimento senza storie. Lui ne sa di più e io devo imparare a scalare. Se invece scrivo un libro, appena qualche revisore o editor mi dirà che le frasi sono involute, che uso troppi aggettivi o che dovrei allenare la mia capacità di sintesi, mi sentirò mortificato, quando non furibondo.
Chi si crede di essere lui? Cos'ho io che non va? Io non voglio imparare a scrivere, voglio che il mondo conosca le mie storie! Questa suscettibilità degli aspiranti scrittori, combinata al fatto recente che con le nuove tecnologie è possibile autopubblicarsi un libro a prezzi stracciati, dovrebbe convincere chiunque a chiudere la sua casa editrice e ad aprire una palestra. Il lavoro delle case editrici è sempre stato più o meno questo: intercettare, aggiustare, stampare e distribuire libri buoni e vendibili. I lettori, fino a poco tempo fa, potevano leggere i libri solo se qualcuno li pubblicava e la credibilità di un libro si sovrapponeva in buona parte a quella della casa editrice.
Il servizio Kindle direct publishing che propone Amazon, invece, permette di fare tutto quello che fa una casa editrice ma annullando i tempi di attesa, la mediazione e le fastidiose revisioni: scrivo il mio libro, aggiungo una copertina, lo metto in vendita su Amazon e cerco di venderlo. Se funziona, lo saprò direttamente dai miei lettori. Detta così sembra la soluzione perfetta: Amazon non ti giudica! Amazon realizza i tuoi sogni! Ma, soprattutto, Amazon non rischia niente. Delle due l'una, o lo strazio della revisione o l'illusione del direct publishing. Sembra che non ci sia una terza via. E invece forse c'è.
Si chiama Bookabook ed è una casa editrice che usa il crowdfunding per combinare il meglio dell'editoria analogica con l'immediatezza del mondo digitale. Funziona così: gli aspiranti scrittori sottopongono le loro opere di prosa (per ora niente poesia), gli editor di Bookabook si impegnano a leggerle tutte, fanno una prima selezione e, per ogni opera considerata all'altezza, aprono una campagna di crowdfunding. A questo punto, la decisione passa nelle mani dei lettori, che potranno leggere un'anteprima dell'opera, interagire con l'autore e infine valutare se preordinarne una copia. Soltanto le opere che raggiungono l'obiettivo prefissato di copie vendute durante la campagna di crowdfunding vengono pubblicate in versione cartacea e distribuite nelle librerie. L'intuizione di Bookabook sembra quella di sfruttare la tecnologia per quello che sa fare meglio (connettere migliaia di persone) così da potersi concentrare su tutto il resto: selezione e rischio d'impresa. Se Amazon la fa tanto facile ma poi non rischia niente, Bookabook propone all'autore un patto più solido. La campagna di crowdfunding, infatti, non copre tutte le spese di produzione e distribuzione del libro, ma si ferma, a seconda del genere e dell'edizione, tra il 30 e il 60 per cento del costo totale. Perciò, la vera prova del successo del libro rimane il lancio sul mercato. Bookabook chiede, sì, ai suoi autori di superare la prova del crowdfunding, ma poi li sostiene caricandosi il rischio che il libro vada invenduto. Bookabook ti giudica! Ma lo fa per il tuo bene!
Da notare che l'ultimo libro lanciato, "L'influenza del blu", è il romanzo d'esordio di Gulio Ravizza, oggi responsabile marketing di Facebook, in passato di Amazon, nonché colui che ha lanciato Kindle in Italia. Ha scelto Bookabook con evidente cognizione di causa e ha accettato il rischio di non passare la doppia selezione degli editor e del crowdfunding. È andata bene e ora è sul mercato. Da quando è nata, nel 2014, Bookabook ha raccolto 85.500 lettori, pubblicando 250 libri e vendendo più di 50mila copie nel solo 2019. E Tomaso Greco, cofondatore assieme a Emanuela Furiosi, ci tiene a sottolineare che alcuni degli autori di Bookabook sono poi approdati a case editrici di riconosciuto prestigio. Il che non suona tanto come reverenza, ma più come sano spirito di competizione.
Questo è uno dei modi in cui la tecnologia di sicurezza che in teoria era ottima contro i terroristi si espande tipo blob e tocca anche chi si illudeva di restarne fuori. C'è anche un altro percorso e passa dal Messico e dalle ricche nazioni arabe del Golfo, che hanno grosse responsabilità. Prendiamo il Gruppo Nso, che è una società israeliana specializzata nella sorveglianza dei telefonini. "La nostra tecnologia ha contribuito a fermare crimini orrendi e attacchi terroristici in tutto il mondo - dice una sua dichiarazione ufficiale che dovrebbe rassicurare gli scettici - non tolleriamo un uso sbagliato dei nostri prodotti e rivediamo i nostri contratti a intervalli regolari per assicurarci che non siano usati per altro che non sia la prevenzione e le indagini che riguardano il terrorismo e i criminali". Il Gruppo è nato dall'idea di due amici di scuola israeliani, Shalev Hulio e Omri Lavrie, che nel 2008 decisero di creare un'applicazione civile della tecnologia sviluppata dall'Unità 8200 (è il reparto dell'intelligence israeliana che si occupa di intercettazioni e comunicazioni, l'equivalente della National Security Agency americana).
A loro il New York Times ha dedicato un articolo nel 2019 che è stato scritto da una squadra dei migliori giornalisti specializzati in questioni di intelligence e fa rizzare i capelli. In pratica i due hanno un'idea molto legittima e tranquilla: perché non dare ai proprietari di telefonini un modo per mettersi in contatto con il servizio assistenza in caso di problemi e lasciare che siano i tecnici a risolvere a distanza il problema? I tecnici si collegano al telefonino come se l'avessero in mano, prendono il comando della situazione e fanno quello che devono fare.
Il fatto è che negli stessi anni le agenzie di intelligence stanno fronteggiando il problema delle comunicazioni criptate fra telefonini. È quel messaggio che vedete all'inizio di una conversazione su WhatsApp (tanto per fare un esempio, ma vale lo stesso con Telegram e gli altri) che dice che lo scambio dei messaggi avviene attraverso pacchetti di dati criptati che sono illeggibili per chi li volesse intercettare. Di colpo, tutti hanno a disposizione comunicazioni blindate contro i tentativi esterni di violarle.
È una meraviglia per chiunque voglia scambiarsi messaggi senza farsi più intercettare dalle forze di sicurezza. A quel punto la soluzione dei servizi di intelligence è semplice: che ci importa di intercettare i dati che un telefonino si scambia con un altro (tanto non possiamo leggerli) se invece possiamo prendere il controllo di un telefonino senza che il suo proprietario lo sappia? In fin dei conti, tra aggiustarlo a distanza e spiarlo a distanza non c'è molta differenza, bisogna soltanto cambiare il modo per attivare il software. Il Gruppo Nso ha scritto così un programma che si chiama Pegasus, che oggi ha probabilmente molte imitazioni e ancora più efficienti. "Quando queste società ti invadono il telefonino, ne diventano i padroni. Tu lo porti soltanto in giro", dice Avi Rosen, un consulente israeliano specializzato nella sicurezza elettronica.
Pegasus dovrebbe essere un nome molto più celebre considerato quello che riesce a fare, ma resta confinato agli addetti ai lavori. Il primo cliente è il Messico, che paga 77 milioni di dollari per usarlo contro i cartelli della droga. Il risultato, ma non è una storia ufficiale, è l'arresto e l'estradizione negli Stati Uniti di Joaquín Guzmán Loera "El Chapo" - che come tutti sanno era il narcotrafficante più potente del mondo. Il problema è che il governo messicano usa Pegasus anche contro altri bersagli che non sono i narcos, come decine di giornalisti e di critici e anche contro gli investigatori internazionali che stanno indagando sulla sparizione di 43 studenti - secondo Citizen Lab, un laboratorio di ricerca che studia queste cose affiliato all'Università di Toronto. Alcuni bersagli messicani non sono terroristi o criminali, ma sono finiti pure loro sotto controllo. Del resto se hai il potere di sapere cosa succede sui telefonini della gente che ti infastidisce di più, che cosa ti trattiene - a parte la legge e l'etica? Inoltre il Messico non è un paese a tenuta stagna, non c'erano garanzie che Pegasus non avrebbe cominciato a circolare fuori dalle stanze segrete dove si fa la guerra ai narcos.
Il Gruppo Nso dice di avere un comitato etico che decide con chi fare affari e con chi no e che si basa sull'indice globale di trasparenza e di rispetto dei diritti umani dei paesi stilato, fra gli altri, dalla Banca mondiale. Non abbiamo venduto Pegasus alla Turchia, spiegano, perché mette in carcere giornalisti e dissidenti. E però, nota il team di giornalisti del New York Times, Messico e Arabia Saudita sono più in basso rispetto alla Turchia su quell'indice compilato dalla Banca mondiale ed entrambi sono clienti del gruppo. Citizen Lab dice che molti amici e conoscenti di Jamal Khashoggi, l'editorialista saudita attirato con l'inganno dentro il consolato saudita di Istanbul e fatto a pezzi con una sega nell'ottobre 2018, erano tenuti sotto sorveglianza con i software di hacking del Gruppo Nso e sospettano che anche Khashoggi lo fosse - ma è indimostrabile perché il suo telefonino è sparito.
Si sa che Saud al Qahtani, l'uomo che per conto del principe erede al trono saudita Mohammed bin Salman sorvegliava Khashoggi, si era rivolto agli israeliani di Nso per acquistare i loro servizi - un segnale di disgelo fra arabi e israeliani molto interessante se non fosse stato fatto con così tanta discrezione. Nel 2013 gli israeliani di Nso hanno fatto un contratto con gli Emirati Arabi Uniti e nel giro di un anno il software è stato usato negli Emirati per spiare il telefono di Ahmed Mansoor, un attivista per i diritti umani. Quando la cosa è stata scoperta, la Apple ha dovuto scrivere un aggiornamento d'urgenza del sistema operativo per tappare la falla da cui gli hacker erano entrati nel telefono del dissidente - che oggi è in carcere con una condanna a dieci anni.
"Da tre anni molti esperti di politica si vantano con me di avere il numero personale di Mohammed bin Salman e di scambiarsi messaggini con lui via WhatsApp fin dal 2017. Mi hanno fatto pure vedere i video di deserti e montagne saudite che lui gli mandava in chat. Conclusione: tutti sono stupidi". Bin Salman è il principe saudita che secondo le accuse uscite la scorsa settimana è riuscito a entrare nel telefonino di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, con un software spia tipo Pegasus che era nascosto dentro un video innocente. Glielo aveva mandato via WhatsApp. Bin Salman, o meglio la squadra di hacker dietro di lui, ha poi succhiato via il contenuto del telefonino di Bezos comprese le foto dell'amante e le chat con lei. A scrivere la cosa di prima - degli esperti che si vantavano di chattare con Bin Salman e di ricevere bei video - è un'analista del medio oriente che ha pensato quello che hanno pensato un po' tutti. Quante volte e con chi Bin Salman ha fatto lo stesso trucchetto? Si dice persino che Bin Salman avesse un gruppo WhatsApp con Jared Kushner, il genero di Trump incaricato di seguire le faccende mediorientali, con un politico israeliano e con l'emiro Bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti e che si chiamasse "il quartetto". Avrà tentato di fare la stessa cosa anche con loro? Forse si sarà trattenuto, perché gli israeliani in pratica hanno inventato questo tipo di operazioni.
Il Gruppo si è insospettito, ha assoldato alcuni detective che hanno seguito i tecnici transfughi e hanno scoperto che si erano spostati a Cipro, a lavorare per una società rivale, l'emiratina Dark Matters (ironia della sorte, sono stati beccati con un lavoro di sorveglianza vecchio stile). La Dark Matters è privata, ma è anche un braccio dei servizi degli Emirati Arabi Uniti (la sede centrale è nello stessa torre dell'agenzia di sicurezza emiratina sull'autostrada tra Dubai e Abu Dhabi).
Le due società in questi anni si sono fatte una competizione spietata per assoldare gli esperti migliori e a volte se li sono rubati a vicenda con stipendi enormi. L'idea che il business che muove questa gara sia fondato soltanto sulla prevenzione del crimine o del terrorismo è ingenua. L'idea che tutto questo lavoro per azzerare la privacy di persone normali resti contenuto in certe stanze governative e non sia un problema comune già in questo momento è ancora più ingenua.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 3 febbraio 2020
Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale spiega perché la riforma della prescrizione, voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, non sia la ricetta per superare le disfunzioni del sistema Giustizia ma, al contrario, appesantisca ancora di più una macchina mal funzionante.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2020
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 8 gennaio 2020 n. 265. Per accertare la natura di stupefacente di una sostanza non è necessaria la perizia o un accertamento tecnico da svolgersi secondo le disposizioni di cui all'articolo 360 del Cpp, essendo all'uopo sufficiente il materiale probatorio costituito da dichiarazioni dell'imputato, indagine con narcotest et similia. Così la sezione IV della Cassazione con la sentenza 8 gennaio 2020 n. 265.
Principio pacifico, applicabile in tutti i casi di cosiddetta "droga parlata". In termini, di recente, sezione VI, 6 novembre 2018, Russo, per la quale, appunto, in termini generali, la perizia o comunque l'accertamento tecnico non costituiscono lo strumento esclusivo al fine di accertare la natura drogante della sostanza oggetto del processo; sezione VI, 6 ottobre 2016, Di Pietro e altri, secondo la quale, nel caso di reati in materia di stupefacenti non è determinante, a fini di prova, il sequestro o il rinvenimento delle sostanze, potendosi fare riferimento a prove di altro genere, a cominciare dalle intercettazioni telefoniche o ambientali; nonché, proprio con riguardo all'accertamento tecnico, sezione IV, 29 gennaio 2014, Feola e altri, per la quale, in tema di stupefacenti, il giudice non ha alcun dovere di procedere a perizia o ad accertamento tecnico per stabilire la qualità e la quantità del principio attivo di una sostanza drogante, in quanto egli può attingere tale conoscenza anche da altre fonti di prova acquisite agli atti. Nella specie, la sentenza ha così ritenuto corretta la decisione del giudice di merito che aveva condannato gli imputati per una pluralità di episodi di cessione di droga fondandosi, tra l'altro, sulla confessione di alcuni di essi.
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