Gazzetta di Modena, 14 marzo 2020
L'associazione Carcere-Città: "La scelta di violenza e morte ha riguardato pochi. Oggi si vedono le reali condizioni di vita". "Ci sembra che il ministro di Grazia e Giustizia, impegnato a riaffermare astratti principi di legalità, come del resto facciamo noi tutti, non metta in campo le risorse necessarie per favorire quelle azioni rieducative che la nostra Costituzione esige e che renderebbero la vita detentiva più dignitosa".
Con queste parole Paola Cigarini e l'associazione "Carcere-Città" - che da molti anni si occupa di tenere unite la realtà dei detenuti di Sant'Anna e Modena - commenta amaramente le parole del ministro Alfonso Bonafede sulla tragica rivolta che ha portato a nove morti e numerosi feriti, alcuni dei quali gravi. "Carcere Città" non nega che ci siano anche gravi responsabilità da parte di gruppi di giovani detenuti che di fatto hanno avuto un esito mortale, quasi suicidario, ma chiede di non interrompere in questo momento difficile il legame coi modenesi e chiede alla politica di non fermarsi all'indignazione ma di fare la sua parte per la gestione dei detenuti.
Non esiste, secondo l'associazione dei volontari, una spiegazione unica di quanto è accaduto. Non basta il panico per paura del detenuto in isolamento scoperto positivo al Covid-19, né il sovraffollamento, né le tensioni interne tra carcerarti.
Spiegano: "In questo contesto il coronavirus ha messo a nudo la condizione carceraria, l'ha riportata indietro a prima della Legge Gozzini. I fragili vivono in ogni contesto, ma in carcere più che altrove. Lì si assommano povertà, condizioni di solitudine totale, tossicodipendenza, anzianità, malattia mentale e, senza distinzione, un vincolo di totale dipendenza che impedisce l'assunzione di responsabilità. E così, in una domenica pomeriggio ancora più vuota degli altri giorni è arrivata la rottura, l'andare incontro alla morte non per la libertà, ma per il solo rifiuto di questo vuoto e dell'angoscia che ne deriva".
Questo "andare incontro alla morte" attraverso l'abuso di sostanze stupefacenti rubate in infermeria non riguarda però tutti i detenuti coinvolti nella rivolta: molti, rimasti n disparte, lo sono stati loro malgrado. "Bisogna dire che questa scelta di morte non ha riguardato tutta la popolazione carceraria: non sappiamo quante persone abbiano partecipato alla rivolta, ma è certamente una minoranza, anche se significativa. Nostro dovere è rivolgerci agli altri e ai sopravvissuti per rigettare le basi di un cammino di responsabilità, perché solo così è possibile la libertà". "A questo - aggiunge "Carcere-Città" - si sommano le responsabilità di chi crede poco nelle misure alternative al carcere per le persone che hanno i requisiti per accedervi e non ne facilita la fruizione".
"Purtroppo, una società forte di pregiudizi e condizionamenti, difficilmente si sforza di riflettere sul ruolo della pena ma preferisce istintivamente carceri lontane e chiuse; lo chiede una parte abbondante della popolazione come del resto anche alcuni sindacati di polizia". Conclude "Carcere Città": "Noi volontari abbiamo invece maturato nel corso degli anni la netta consapevolezza che solo l'aumento significativo del rapporto tra le persone detenute e il mondo esterno può aiutarle ad assumere responsabilità e a rialzarsi. E solo allargando l'attenzione il più possibile anche a chi non conosce la realtà carceraria è possibile andare verso un dialogo che non escluda nessuno".
di Annamaria Villafrate
studiocataldi.it, 14 marzo 2020
La Corte di cassazione respinge l'istanza di detenzione domiciliare per il condannato di 86 per atti sessuali con minore se non è inabile, anche solo parzialmente. La Corte di Cassazione, con sentenza n. 8585/2020 respinge definitivamente la richiesta di detenzione domiciliare avanzata da un detenuto di 86 anni. Non rileva infatti l'età ai fini della concessione della detenzione domiciliare, occorre che il condannato presenti condizioni di salute talmente gravi da cagionare uno stato d'inabilità anche solo parziale dello stesso.
Il Tribunale di sorveglianza rigetta la richiesta di un detenuto condannato per il reato continuato di atti sessuali con minore di 14 anni, finalizzata alla concessione della detenzione domiciliare. Dalla sentenza emerge che la condotta criminosa ripetuta più volte è stata commessa in danno di un minore privo della figura paterna, anche se il condannato ha negato i fatti.
Emerge inoltre dalla relazione medica che l'uomo non è affetto da una patologia grave, per cui mancano i requisiti per ammettere la misura. La totale mancanza di rivisitazione critica dei fatti commessi inoltre, comporta un pericolo attuale di recidiva, che non può essere contenuto con misure alternative.
Ricorre in Cassazione il difensore del condannato sollevando i seguenti motivi di ricorso. Con il primo deduce vizio di legge della sentenza nella parte in cui nega la detenzione domiciliare stante la documentata età avanzata e l'inabilità del condannato. Con il secondo deduce violazione di legge e difetto di motivazione del provvedimento nella parte in cui omette la valutazione dell'età avanzata in relazione alla detenzione, la lontananza dei fatti di reato e l'assenza di altri reati. Con il terzo, in ragione dell'età avanzata del condannato, il difensore ritiene che la detenzione sia contraria al senso di umanità. Con il quarto infine prospetta questione d'illegittimità costituzionale dell'art. 47 dell'ordinamento penitenziario nella parte in cui non dispone l'incompatibilità presunta della detenzione per gli ultrasettantenni.
Il Procuratore Generale chiede il rigetto del ricorso, il difensore dell'imputato deposita memoria in cui fa presente la successiva reiezione da parte del Tribunale di sorveglianza dell'istanza con cui si chiede la detenzione domiciliare.
La Cassazione, con sentenza n. 8585/2020 respinge il ricorso per le ragioni che si vanno a esporre. Il primo motivo è generico. Nella memoria non viene esposta con sufficiente specificità l'inabilità del condannato, ricoverato in ospedale per broncopolmonite e insufficienza renale. Il secondo è manifestamente infondato.
L'età è condizione di concedibilità della detenzione domiciliare speciale se il condannato è parzialmente inabile. La norma non autorizza soluzioni interpretative come quella proposta dal difensore, secondo cui se l'età anagrafica è ancora più avanzata, come nel caso di specie in cui il condannato ha 86 anni, si verificherebbe un automatismo d'inabilità parziale.
Infondati anche il terzo e il quarto motivo del ricorso perché la detenzione di una persona in età avanzata non è da considerare automaticamente una condizione inumana e degradante, visto che gli istituti di detenzioni sono attrezzati per fare fronte a eventuali bisogni assistenziali. Lo dimostra il fatto che, come riportato nel ricorso il condannato, è "allocato nel centro clinico del carcere dall'inizio della sua detenzione".
Sul contrasto con l'art. 3 della Costituzione per la disparità di trattamento previsto per l'ultrasettantenne in custodia cautelare rispetto al soggetto che deve scontare la pena detentiva, pare dimostrare in realtà il regime di favore per quest'ultimo. La pronuncia inoltre ha evidenziato le logiche e i diversi obiettivi delle due misure, la prima finalizzata a tutelare la collettività, la seconda invece alla rieducazione del condannato e a un trattamento non contrario al senso di umanità.
Infondata anche la questione d'illegittimità costituzionale dell'art. 47 dell'ordinamento penitenziario per violazione degli artt. 3 e 27 Costituzione. La legge prevede il divieto di detenzione intramuraria se con l'età superiore a 70 anni concorre una condizione d'inabilità anche parziale, che dia vita a una situazione d'incompatibilità con il regime carcerario.
Più dell'età rileva la condizione di salute del carcerato, che deve essere particolarmente grave, tanto da richiedere continui contatti con i presidi sanitari. Alla luce di dette considerazioni non emerge che nel caso di specie sussistano condizioni personali tali da far ritenere che il condannato stia espiando la pena detentiva in un contesto contrario ai principi di uguaglianza e umanità.
Redattore Sociale, 14 marzo 2020
Il Garante dei detenuti di Milano scrive al Garante Nazionale. Ripristinare i colloqui (una persona alla volta), più telefonate tra reclusi e familiari, permettere a semiliberi e ammessi al lavoro esterno di uscire, emanazione di un decreto legge che scarceri automaticamente detenuti con pena inferiore a tre anni.
"È inumano ora tenere i detenuti nelle attuali condizioni": Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Milano scrive al Garante Nazionale, Mauro Palma, per indicare quali sono i provvedimenti che potrebbero disinnescare le tensioni nelle carceri. Provvedimenti da chiedere al Governo. In particolare "dobbiamo operare" perché siano di nuovo concessi i colloqui in carcere, anche se con le precauzioni che erano già state adottate negli istituti penitenziari di Milano: ossia colloqui con una sola persona alla volta. Bisogna poi aumentare "in numero e in durata" le telefonate tra detenuti e famigliari.
Per Francesco Maisto inoltre bisogna ridurre il numero dei reclusi. E suggerisce di "mettere in licenza al massimo dei giorni i semiliberi", di permettere agli "articoli 21" (i detenuti che sono ammessi al lavoro esterno) di uscire dal carcere "previo triage". Il garante dei detenuti di Milano ritiene infine che sarebbe necessaria l'emanazione di un decreto legge sulla falsariga della legge 199 del 2010, che permetterebbe una scarcerazione automatica dei detenuti con pena inferiore ai tre anni.
primabergamo.it, 14 marzo 2020
L'annuncio di Gori: computer in carcere per videochiamate tra detenuti e parenti. "Nelle prossime ore faremo recapitare alla casa circondariale otto computer, regalati dal nostro fornitore Globo, con i quali sarà possibile realizzare dei colloqui telematici tra i detenuti e i loro familiari, sperando che questo brutto momento finisca presto".
Ad annunciarlo è il sindaco di Bergamo Giorgio Gori sulla propria pagina di Facebook, a due giorni di distanza dalla visita in carcere per ascoltare le istanze degli ospiti della struttura di via Gleno. Se in molte carceri italiane erano scoppiati tumuli dopo l'entrata in vigore delle ulteriori limitazioni arginare i contagi da Coronavirus, in cui si protestava contro il divieto di vista da parte dei parenti e si chiedevano adeguate misure per proteggersi dal Covid-19, a Bergamo i detenuti hanno invece scelto la via del dialogo con le istituzioni.
Per questa ragione il sindaco Gori ha voluto esprimere la propria vicinanza e attenzione verso le richieste che gli sono state sottoposte, pubblicando questo lungo messaggio: "Ho trovato un momento di pausa e vorrei dedicarlo a chi sta in carcere. Ai detenuti e chi lavora per la loro sorveglianza. C'è in generale il rischio di dimenticarcene e a maggior ragione in questi giorni difficili in cui, paradossalmente, ognuno di noi sperimenta cosa possa voler dire - con tutte le differenze del caso - trovarsi reclusi.
Noi stiamo chiusi nelle nostre case e usciamo solo per necessità. Ai detenuti, a causa dell'epidemia, sono state sospese le visite. È stato deciso a loro tutela - è facile immaginare le conseguenze se il virus dovesse penetrare dentro le mura di un carcere - ma molti hanno reagito male. Molti di loro hanno mogli o mariti e figli a casa e sono preoccupati, come tutti. Nelle carceri di diverse città hanno reagito molto male, ci sono state violenze e purtroppo diversi morti. Non a Bergamo, per fortuna, dove i detenuti hanno scelto la via del dialogo con le autorità di sorveglianza. E anche per questo - per esprimere loro l'apprezzamento per questa scelta di condotta pacifica e costruttiva - mi sono reso disponibile ad incontrarli.
Mi hanno accolto in una saletta, alla presenza della Direttrice della Casa Circondariale e del personale di sorveglianza: una quindicina di detenuti in rappresentanza delle diverse sezioni. Mi hanno letto e consegnato due documenti, uno indirizzato alle istituzioni politiche e in primo luogo al Ministro della Giustizia Bonafede, l'altro - contenente alcune istanze più puntuali - al Presidente del Tribunale di Sorveglianza.
Ne hanno spiegato il contenuto, mostrando di capire bene l'emergenza a cui tutti stiamo facendo fronte e le ragioni delle restrizioni a cui sono stati sottoposti. Ma mi hanno chiesto attenzione, e riconoscimento del loro essere cittadini come gli altri, con la loro umanità e il loro diritto alla salute.
Chiedono che il Tribunale di Sorveglianza applichi le disposizioni - vigenti - che ad alcuni di loro consentirebbero di tornare a casa, o di scontare la pena ai domiciliari. Non mi addentro in questo campo, che non mi compete. Ma voglio ringraziarli per la cortesia con cui mi hanno accolto e per il senso di responsabilità testimoniato dai loro comportamenti e dalle loro parole. Nelle prossime ore faremo recapitare alla casa circondariale di via Gleno otto computer, regalati dal nostro fornitore Globo, con i quali sarà possibile realizzare dei "colloqui telematici" tra i detenuti e i loro familiari, sperando che questo brutto momento finisca presto".
di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 14 marzo 2020
Iniziativa a Rebibbia e Regina Coeli grazie al nuovo collegamento wi-fi disponibile all'interno dei due istituti penitenziari. A Velletri e Rieti, dove è stato chiuso un reparto, si contano i danni. I sindacati: adesso per gli agenti più igiene e sicurezza sul lavoro.
Un reparto chiuso a Rieti, danni gravi ad altri due a Velletri. In ripristino la situazione a Rebibbia - dove gli incendi dolosi hanno coinvolto due piani di un edificio - mentre a Regina Coeli la protesta dei detenuti è stata breve e ha provocato poche conseguenze materiali, anche se l'attenzione rimane alta, come dappertutto. A due giorni dalla fine dei tafferugli anche nelle carceri del Lazio, come a Frosinone e Cassino, si traccia il bilancio di quanto accaduto, a partire dai tre reclusi deceduti proprio a Rieti per aver assunto metadone sottratto dall'infermeria nel corso degli incidenti.
Una situazione che preoccupa ancora, visto che l'emergenza coronavirus è appena cominciata ed è stata proprio questa la causa scatenante della protesta - a tratti violenta - dei detenuti. L'intervento delle forze dell'ordine ma anche in certi casi la mediazione di direttori degli istituti insieme con l'intervento dei magistrati hanno consentito di far rientrare l'ondata di rabbia che rischiava anche nel Lazio di causare conseguenze gravissime come quelle di Modena o Foggia.
Nei giorni scorsi a Rebibbia e a Regina Coeli, grazie all'arrivo degli accessi internet con le connessioni wi-fi, come quella di Unidata, alcuni reclusi hanno potuto parlare via Skype con i parenti, anche per tranquillizzarsi a vicenda su quello che accade dentro il carcere e a casa. Adesso però ci sono da riparare i danni nelle carceri coinvolti negli scontri. Secondo Massimo Costantino, segretario generale aggiunto della Cisl Fns, "finite le proteste restano le macerie, e a farne le spese è il personale della polizia penitenziaria, i direttori e anche le altre figure che lavorano nel carcere.
Adesso gli agenti devono assicurare il servizio in scarse condizioni di igiene e sicurezza, in ambienti contaminati dagli incendi ma anche con immaginabili rischi per la salute. Ecco perché - conclude il sindacalista - chiediamo interventi per tutelare il personale". Sempre secondo Costantino, sono "necessari interventi non solo a Rebibbia Nuovo Complesso, ma anche a Frosinone e a Velletri, per garantire le misure igieniche e di sicurezza sul luogo di lavoro, laddove si sono verificati i danneggiamenti".
di Annalisa Milani
lavitadelpopolo.it, 14 marzo 2020
Spiega il cappellano don Giuseppe Zardo: "Chi si trova recluso e apprende, attraverso la televisione, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, anche perché tutto si aggiunge al problema del sovraffollamento cronico delle carceri italiane".
Anche nel carcere circondariale di Santa Bona a Treviso, domenica sera 8 marzo, si è temuta una rivolta, sull'onda delle manifestazioni di protesta che si stavano tenendo nelle carceri in tutta Italia: pentole e posate sbattute sulle inferriate e si è temuto il peggio.
Da quarant'anni non accadeva nulla del genere nel sistema penitenziario italiano. Il motivo scatenante sono state le nuove disposizioni da seguire a causa del coronavirus, in particolare la soppressione dei colloqui "a vista", oltreché la distanza di un metro da tenere.
Qualcuno, nell'emergenza che stiamo vivendo, dirà che questi non sono problemi, ma come ci dice don Piero Zardo, cappellano del carcere di Treviso, apprezzato punto di riferimento umano da vent'anni all'interno della struttura circondariale: "Sono appena stato lì, non ci sono state violenze, ma la situazione è pesante e si avverte molta tensione.
Chi si trova recluso e apprende, attraverso la televisione, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, anche perché tutto si aggiunge al problema del sovraffollamento cronico delle carceri italiane". Don Piero continua a descrivere la situazione di un carcere che oggi conta dalle 200 alle 210 persone, dove gli spazi sono angusti e spesso manca proprio il respiro, il fiato si fa corto, i letti sono a castello, e chi dorme sulla branda superiore sbatte la testa contro il soffitto.
È il luogo dell'asfissia, dell'aria viziata, dove la doccia, il water, il lavandino e la dispensa si sovrappongono e si mescolano per rispondere ai bisogni primari. Don Piero sostiene, quindi, che la tensione non fosse dovuta alla soppressione dei colloqui, perché da un po' di tempo si erano avviati più colloqui via skype e via telefono.
La conferma ci viene data anche dal direttore dott. Alberto Quagliotto, che domenica sera aveva percorso con il comandante tutti i bracci del penitenziario, parlando di persona e ascoltando i bisogni e le criticità e creando un comitato.
Si tiene la linea del dialogo e questa pare abbia avuto l'effetto immediato di far emettere da parte dei carcerati di Treviso un comunicato stampa che così dichiara: "Con la presente i detenuti della C.C. di Treviso vogliono innanzitutto dichiarare la dissociazione dagli atti vandalici perpetrati nelle carceri italiane a opera degli occupanti".
Si continua con note di solidarietà per chi è colpito dal coronavirus, ma poi si mettono in luce le problematiche croniche di tante strutture penitenziarie, compresa Treviso: il sovraffollamento, le celle senza acqua calda, senza docce in stanza, spazi molto ridotti (meno di 3 metri a persona), la carenza di personale addetto alla custodia, una sala colloqui che può ospitare al massimo 10 detenuti all'ora, personale ridotto nel reparto infermeria e la mancanza di farmaci.
Il comunicato chiude con la speranza che l'epidemia si sconfigga e presto si possa tornare alla normalità per continuare la battaglia, portata avanti da alcuni parlamentari, affinché "una riforma della Giustizia venga accolta, per darci la possibilità di essere persone nuove, uomini, una volta terminata la pena".
Alcune parole nel comunicato dei detenuti di Treviso possono apparire retoriche, ma c'è da ricordare che il degrado della condizione carceraria non riguarda solo i carcerati, ma tutti. Non c'è bisogno di ricorrere a Dostoevskij per riconoscere che il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni e che se i diritti della persona non vengono tutelati in qualunque segmento della organizzazione sociale, ne patiremo tutti.
di Sarah Valtolina
ilcittadinomb.it, 14 marzo 2020
In un momento particolarmente teso e di incertezza anche tra la popolazione carceraria, con proteste sfociate in sommosse nei giorni scorsi in diverse città, la casa circondariale di Monza diventa un modello: I detenuti hanno sottoscritto un documento ufficiale, firmato all'unanimità, con il quale si impegnano a evitare in ogni modo proteste e sommosse. I detenuti della casa circondariale di Monza hanno sottoscritto un documento ufficiale, firmato all'unanimità, con il quale si impegnano a evitare in ogni modo proteste e sommosse. A riferirlo è il direttore dell'istituto, Maria Pitaniello, che invierà il testo del documento anche al Ministero.
Un gesto di responsabilità e di distensione in un momento particolarmente teso e di incertezza anche tra la popolazione carceraria. "Hanno compreso che le violenze a cui stiamo assistendo nelle carceri in questi giorni sono solo manifestazioni controproducenti", ha ribadito il direttore che ha aggiunto che si sta facendo tutto il possibile in questi giorni per assecondare le richieste dei detenuti.
Sospesi già da settimana scorsa i colloqui con i famigliari, i contatti possono avvenire ora solo via skype. È stato anche raddoppiato il numero delle telefonate che ogni ristretto può fare ai propri famigliari. Tutti possono contattare telefonicamente i propri parenti a giorni alterni, mentre già nei prossimi giorni verrà posizionata almeno un'altra postazione skype per poter rispondere alle tante richieste. "Fino alla scorsa settimana le domande per la videochiamata erano appena una ventina - spiega il direttore del carcere di Monza, Maria Pitaniello - Ora che le richieste sono notevolmente aumentate dovremo necessariamente incrementare il numero delle postazioni al più presto".
"I detenuti così come i loro parenti si sono mostrati molto ragionevoli - continua il direttore - hanno compreso che il pericolo arriva dall'esterno e che quindi dobbiamo in tutti i modi tutelare la loro salute e quella degli operatori del carcere".
Dallo scorso lunedì le udienze di convalida si svolgono direttamente all'interno del carcere in videoconferenza, mentre per tutti i visitatori è stato previsto un triage all'ingresso. A tutti i nuovi giunti viene consegnata una mascherina chirurgica e lo stesso avviene per chi mostra sintomi influenzali anche deboli come un semplice raffreddore.
Anche in tribunale, con una nota ufficiale, il presidente Laura Cosentini richiama al "buon senso" e allo "spirito di collaborazione di tutti", per superare il momento di "indubbia difficoltà legata al periodo", all'emergenza Coronavirus, che ha toccato da vicino anche gli uffici giudiziari brianzoli.
Un magistrato dell'ufficio esecuzione e fallimenti, infatti, è risultato positivo lo scorso fine settimana (ha cominciato a stare a casa giovedì), e tutta la terza sezione ha scelto l'isolamento volontario da lunedì, dopo la riunione collegiale avvenuta mercoledì scorso. Stessa scelta operata da un pubblico ministero che ha fatto udienza con il giudice ammalato. Sabato e domenica, personale specializzato ha provveduto alla bonifica dei locali, soprattutto nella sede di via Vittorio Emanuele, caratterizzata da spazi e corridoi molto angusti.
A prescindere da questo sviluppo, comunque, già dall'esplosione dell'emergenza l'attività di procura e tribunale ha subito restrizioni, fattesi col passare dei giorni sempre più rigide. Assicurati i procedimenti civili in determinate materie fino al 15 marzo, e rinvio per le restanti udienze.
Procura chiusa e processi penali ridotti ai minimi termini. Si celebrano udienze di convalida del fermo o dell'arresto, processi con detenuti (non sempre), incidenti probatori e in generale procedimenti "con carattere di urgenza", previa comunicazione alle parti. Rinvio in massa per il resto.
di Francesco Oliva
corrieresalentino.it, 14 marzo 2020
Primo caso di contagio al Coronavirus nel carcere di Borgo "San Nicola". Una detenuta è risultata positiva al primo tampone e sarà a breve trasferita agli Infettivi del "Vito Fazzi". Si tratta di una 29enne, originaria di Melissano, arrivata nel Salento da poco.
Entrata il 7 marzo (con la figlia di 1 anno) dopo pochi giorni ha iniziato a manifestare i primi sintomi, febbre e tosse. E solo in quella occasione ha riferito di essere entrata in contatto con alcuni soggetti a loro volta residenti nelle zone "focolaio" della provincia milanese. Sono stati immediatamente allertati i servizi sanitari, intensificata la vigilanza medica ed ulteriormente innalzate tutte le misure di cautela nella gestione dei soggetti con sospetta infezione da Covid-19.
Nessun contatto, specifica in una nota la Direzione carceraria, è stato permesso alla detenuta con le altre recluse né prima l'insorgenza dei sintomi né dopo. Come prevede il protocollo è stata inizialmente trasferita nella Sezione nido.
Sottoposta al tampone, risultata positiva, è stata trasferita presso il reparto Malattie infettive del "Vito Fazzi" di Lecce, con la bimba a cui sarà effettuato il test. Da qualche giorno la direzione del penitenziario leccese sta provvedendo ad isolare i nuovi arrivati per 14 giorni in una sezione separata, mentre tutti i soggetti che evidenziano sintomi sospetti vengono trattati in osservazione in un altro reparto separato. Si attende l'effettiva positività dagli esiti del secondo tampone.
"Da quel che ci è dato sapere" commenta l'avvocato Maria Pia Scarciglia, presidente Associazione Antigone Puglia, "è il primo caso di contagio nelle carceri italiane. Le condizioni della donna sembrerebbero buone. Ci auguriamo che venga curata e monitorata con la giusta assistenza. La preoccupazione ora è su come verrà messa in quarantena l'intera sezione, quali persone cono state in contatto con questa donna, in particolare con tutti gli agenti di polizia penitenziaria".
Nei giorni scorsi le carceri italiane, potenziale focolaio di contagi, erano diventate delle polveriere con rivolte e sommosse anche piuttosto violente per ottenere l'amnistia, lamentando la paura del contagio del Coronavirus. In altri penitenziari, invece, la protesta è stata dettata da una serie di restrizioni ai colloqui con i parenti per combattere l'emergenza. Non sono mancati i morti come nel carcere di Modena dove sono deceduti 9 detenuti e 3 in quello di Rieti. A Foggia, invece, la rivolta è sfociata in un'evasione da film con decine e decine di detenuti fuggiti.
In molti sono stati rintracciati; altri si sono costituiti (come è accaduto per due salentini); altri ancora, infine, sono ancora ricercati. Dai tumulti il carcere di Borgo "San Nicola" è stato toccato solo marginalmente e nei giorni scorsi è stata anche annullata la manifestazione dei familiari dei detenuti recependo le direttive del decreto governativo "io resto a casa" ed evitando cosi affollamenti e proteste pericolose per la salute.
"Ancor prima delle rivolte" precisa l'avvocato Scarciglia, "i tribunali di Sorveglianza di Roma, Napoli, Bologna e Palermo sono al lavoro da poco tempo insieme a tutti gli operatori della giustizia e anche con i garanti territoriali per depositare le istanze di detenzione domiciliare per smaltire il carico di questi giorni in carcere.
Questo è sicuramente un lavoro che andava fatto già da prima ma si sta facendo adesso e lo accogliamo positivamente individuando i percorsi migliori della misura alternativa a quella detentiva per ogni detenuto. L'accelerata è arrivata dopo le rivolte e i vari tribunali stanno adottando le misure di semilibertà con la possibilità di passare la notte nei propri regimi senza tornare in carcere dopo aver espletato l'attività lavorativa".
E poi un messaggio alla politica: "Non si copra dietro alle rivolte che è stato un episodio gravissimo e da noi giudicato inaccettabile. Ora è il momento di fare delle scelte. bene l'apertura alle email, a skype ma bisogna sfoltire e consentire a chi è detenuto di uscire anche in semilibertà".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 14 marzo 2020
Fanno bene i pochissimi che lo denunciano, ma davvero non sorprende che questa unanime pretesa di salvazione precipiti nella solita ricetta: cioè il conferimento del potere a Uno che ci salvi. Perché il desiderio di autoritarismo pubblico è negli italiani irresistibile. E naturalmente insorge e si diffonde quando e quanto più ci sarebbe bisogno semmai del contrario, e cioè dell'affermazione delle responsabilità personali, dell'autonoma capacità di giudizio e di decisione.
Da quando è scoppiata quest'epidemia, e con brama crescente nell'aggravarsi della crisi, il desiderio degli italiani di essere sottomessi a una guida simbolicamente imperativa ha perso i già deboli freni per cui si segnala questa connaturata propensione nazionale al cedimento del criterio individuale in favore dell'imposizione autoritaria. E di qui la richiesta, l'appello a che la società e la politica si incurvino nell'affidamento fideistico di ogni potere a questo o quel campione capace di risolvere tutto, di proteggerci tutti, di salvarci tutti.
Può essere un esperto di manette, un virologo fisso in tivù, un organizzatore di soccorsi ai terremotati, non importa: chiunque va bene se si tratta di sfamare quel desiderio inesausto di rinuncia a qualsiasi libertà responsabile ripagata con un simulacro d'ordine che tranquillizza la massa e la fa riposare mentre Lui se ne prende cura. E questo diffuso reclamare l'incoronazione dell'uomo giusto capace di risolvere le cose non ha nulla a che vedere con la legittima aspettativa che al posto di comando stia qualcuno dotato di competenza, per la semplice ragione che per risolvere qualsiasi crisi notevole non esiste "una" competenza.
Se c'è una guerra non cessa di essere importante tutto il resto, la scuola, l'economia, la produzione industriale, ed è per questo che se c'è una guerra i militari fanno la guerra ma non governano il Paese, che deve vivere non ostante la guerra. Così come se c'è un'epidemia non si manda al governo un virologo, che applicando la sua scienza magari ferma il virus ma uccide il Paese. Tutto questo, in realtà, è almeno oscuramente compreso anche da quelli che appunto reclamano quella soluzione spiccia. E infatti è altro ad adunare la società italiana sotto al balcone insopportabilmente vuoto, coi politici di destra e di sinistra non casualmente uniti in prima fila: è l'ansia comune di incaricare qualcuno che ci assolva dalla nostra libertà.
Qualcuno che ci "liberi" dalla nostra libertà, questo peso insopportabile. E ancora non casualmente quest'ansia è disponibilissima a sciogliersi, a trovare finalmente appagamento nell'accettazione incondizionata di divieti tanto più duri, di limitazioni tanto più stringenti, di imposizioni tanto più gravose. Perché il cosiddetto uomo forte non è mai desiderato affinché dia libertà: ma affinché la tolga. E quando in una società la libertà viene a mancare non è quasi mai perché uno, con la forza, l'ha tolta ai più, ma praticamente sempre perché i più, senza sforzo e spesso con desiderio, vi hanno rinunziato. Come il popolo italiano ben saprebbe se non si raccontasse d'aver perso la libertà chissà per quale forza estranea, facendo poi finta d'essersela riguadagnata da sé.
Tutto questo per dire che non c'è bisogno che qualcuno ci dica come comportarci per meglio convivere con i pericoli di questa malattia? No davvero. Ma non è questo che comunemente si chiede quando dappertutto si solleva quell'istanza di investitura risolutrice. E la pretesa unicità della posizione italiana ai tempi del Coronavirus sta molto meno nelle statistiche sui contagiati e le vittime che in quest'altro segno distintivo nazionale: l'eterna, voluttuaria disponibilità a sottomettersi al comando illiberale.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 marzo 2020
Il Garante ha chiesto di valutare la cessazione anticipata per chi non può essere rimpatriato. La pandemia coronavirus, per quanto riguarda il divieto degli assembramenti di persone per evitare il contagio, non è in agguato solamente nei penitenziari sovraffollati.
Ci sono anche altri luoghi dove è privata la libertà e che devono essere monitorati il più possibile per salvaguardare le persone senza però ledere i diritti fondamentali. È il caso dei centri di permanenza e rimpatrio per i migranti dove c'è un numero elevato di persone che vive in condizioni di promiscuità, spesso in condizioni sanitarie precarie ed in assenza di adeguati presidi sanitari interni ai centri.
Per questo motivo il Garante nazionale delle persone private della libertà ha avviato una interlocuzione con il ministero dell'interno sulle persone trattenute nei Cpr il cui termine di trattenimento sia prossimo alla scadenza. A seguito dell'emergenza Covid-19, infatti, diversi Paesi hanno disposto il blocco dei voli da e per l'Italia, interrompendo quindi anche quelli di rimpatrio forzato. Pertanto, il Garante nazionale ha chiesto di valutare la necessità di una cessazione anticipata del trattenimento di coloro che, essendo in una situazione di impossibile effettivo rimpatrio, vedono configurarsi la propria posizione come "illecito trattenimento" ai sensi della stessa Direttiva rimpatri del 2008.
Nel frattempo c'è infatti un appello sottoscritto da La Campagna Lasciatecientrare, Asgi, Lunaria, Actionad Italia e altre associazioni con decine di avvocati e operatori sociali per chiedere di fermare gli ingressi nei Centri per il rimpatrio. "In considerazione della diffusione del virus - c'è scritto nell'appello - nonché della circostanza che i Centri sono, necessariamente e quotidianamente, frequentati da persone che vivono all'esterno (dal personale di polizia e dell'esercito, al personale degli enti gestori, ai mediatori, agli operatori, ai giudici e avvocati), e che non può certo ridursi o evitarsi tale afflusso, nonché del fatto che per quanto a conoscenza degli scriventi (e sulla base delle informazioni diffuse) il pericolo di contagio proviene anche da soggetti asintomatici, anche le misure eventualmente adottabili (autocertificazioni, uso di mascherine, mantenimento della distanza di almeno un metro tra trattenuti e altre persone) non appaiono idonee a scongiurare il rischio che avvengano contagi all'interno.
Peraltro, tra i trattenuti non sarebbe certo ipotizzabile, per i limiti strutturali propri dei Centri, ipotizzare l'applicazione delle misure (distanze, misure igieniche, uso di mascherine) previste dalle disposizioni e raccomandazioni nazionali di tutela sanitaria".
L'autorità del Garante nazionale vigila anche sulle residenze sanitarie per anziani. Viste le limitazioni previste alla lettera q) del Dpcm dell' 8 marzo 2020, che prevede che "l'accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (Rsa), hospice, strutture riabilitative e strutture residenziali per anziani autosufficienti e non, è limitato ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura che è tenuta ad adottare le misure necessarie e prevenire le possibili trasmissioni di infezione", il Garante nazionale, pur ritenendo le restrizioni opportune al fine di prevenire la diffusione della pandemia, ha manifestato la propria preoccupazione in merito alle ripercussioni che tali limitazioni possono avere all'interno delle strutture per persone con disabilità e anziane, se non opportunamente monitorate e controllate.
La situazione espone, sottolinea il Garante, a elevato stress sia gli ospiti che gli operatori. Questo comporta un incremento del rischio di comportamenti conflittuali, di maltrattamento o di abuso degli strumenti di contenzione. Il Garante nazionale sta studiando collaborazioni e modalità di vigilanza di comportamenti inaccettabili di questo tipo.
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