Il Centro, 14 marzo 2020
Quando la paura si trasforma in rabbia tutto diventa più difficile. Il direttore del carcere di Teramo Stefano Liberatore lo sa bene. Lui che da vent'anni gira i penitenziari italiani con esperienze a Sulmona, Brescia, Cremona e l'Opera di Milano di emergenze ne ha viste tante. La recente rivolta scoppiata negli istituti italiani, in particolare dopo la sospensione dei colloqui con i familiari per l'emergenza coronavirus, nei giorni scorsi ha sfiorato anche il penitenziario teramano con la protesta dei detenuti che hanno battuto oggetti contro le grate delle finestre.
A Castrogno il direttore ha autorizzato i colloqui via Skype tra detenuti e familiari e ha deciso di dare la possibilità ai reclusi di fare una telefonata al giorno per parlare con i familiari. "Abbiamo cinque postazioni", spiega Liberatore, "e da queste i detenuti che vogliono possono fare collegamenti via Skype con i familiari.
È un contatto visivo che certamente aiuta a farli sentire meno soli in una situazione come questa in cui le paure si fondono con le incertezze. Questo momento è un banco di prova per tutti noi". Anche nel penitenziario teramano, come in tutti quelli italiani, sono state attivate le misure sanitarie di sicurezza con un container allestito all'esterno.
"Tutta la gente che entra dall'esterno usa mascherine e guanti", continua Liberatore, "abbiamo fornito presidi a tutti e il fatto che siano indossati contribuisce a rassicurare notevolmente i detenuti. È importante che in questo momento venga rassicurati perché altrimenti non si riesce a contenere la protesta. Parlo continuamente con loro, così come è stato fatto nei giorni scorsi".
Nei giorni scorsi, infatti, quando a livello nazionale è scoppiata la violenta rivolta in molte carceri italiani con fughe e morti, a Castrogno, oltre che a battere oggetti sulle grate, qualcuno ha dato fuoco a un materasso nel reparto femminile generando attimi di tensione che, come sempre accade negli istituti di pena, hanno visto in prima linea gli agenti di polizia penitenziaria.
di Simone Lonati
lavoce.info, 14 marzo 2020
I provvedimenti dell'amministrazione penitenziaria per far fronte all'emergenza sanitaria di questi giorni hanno scatenato rivolte in molte carceri. Ma la situazione di oggi mette a nudo problematiche antiche, che ora richiedono soluzioni urgenti.
La scintilla delle rivolte - Tutti gli studi sociologici spiegano che il carcere è un punto di osservazione particolare attraverso cui è possibile studiare la società e valutarne il grado di civiltà. È da questa convinzione che occorre partire per interpretare gli avvenimenti che hanno sconvolto le nostre carceri in questi giorni: in ventidue istituti sull'intero territorio nazionale sono avvenute sommosse; nelle carceri di Modena e Rieti tredici reclusi hanno perso la vita; a Foggia ne sono evasi 75; a Melfi e Pavia sei agenti penitenziari sono stati sequestrati; a Rebibbia 90 agenti della polizia penitenziaria sono rimasti feriti.
La scintilla da cui sono scaturite le rivolte sono stati i provvedimenti giustamente adottati dall'amministrazione penitenziaria per far fronte all'emergenza sanitaria: interruzione dei colloqui con i familiari (rimane comunque la possibilità di fare tre telefonate alla settimana di dieci minuti e di utilizzare la piattaforma Skype), sospensione dei permessi premio, dei provvedimenti di ammissione al lavoro all'esterno, imposizione di restrizioni ai rapporti dei carcerati con il mondo esterno (viene limitato l'accesso a volontari e associazioni).
Perché queste misure abbiano scatenato le inaccettabili violenze degli scorsi giorni è una domanda a cui non è possibile dare una risposta univoca. Certamente, vi è stato un difetto di comunicazione tra le autorità e la popolazione detenuta: le ragioni che giustificano le misure adottate non sono state spiegate, o comunque non sono state comprese.
Anche la componente emotiva ha svolto un ruolo importante: la preoccupazione per il diffondersi dell'epidemia - che tutti noi cittadini liberi proviamo - ha inevitabilmente colpito, nelle forme più accentuate, le persone ristrette negli istituti penitenziari, improvvisamente private della possibilità di qualunque contatto con il mondo esterno. In più, chi conosce da vicino la realtà delle carceri italiane ha fin dall'inizio compreso come le violenze dei giorni scorsi siano la conseguenza di un sistema carcerario pronto a scoppiare da tempo, anche a prescindere dall'emergenza sanitaria.
È quindi necessario chiedersi quali siano i numeri all'interno delle carceri italiane. Secondo i dati del ministero della Giustizia, le persone detenute in carcere in Italia sono attualmente 61.230 per una capienza regolamentare di 50.931 posti, con un tasso di sovraffollamento pari al 119 per cento. In Lombardia, regione in cui il tasso di sovraffollamento tocca il 140 per cento, gli ospiti delle carceri sono 8.720 per soli 6.199 posti.
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato più volte il nostro paese per il trattamento "inumano e degradante" al quale sono sottoposti i detenuti in alcuni nostri istituti penitenziari: celle in cui lo spazio a disposizione di ciascuno è di soli tre metri quadri. Forse, è necessario chiedersi quale potrebbe essere il giudizio della Corte di Strasburgo sulle condizioni in cui sono costretti a vivere i nostri detenuti in piena emergenza sanitaria.
Si pensi solo alla realtà di una cella alla luce della ormai nota prescrizione di mantenere "almeno un metro di distanza" nelle relazioni tra persone: si tratta (almeno nel 50 per cento dei casi nei 189 istituti penitenziari italiani) di ambienti chiusi per la maggior parte delle ore del giorno, popolati a volte da otto detenuti contemporaneamente, dove la promiscuità e la condivisione di umori, sudori, liquidi è inevitabile.
Le misure da prendere - Di fronte a questa realtà, che rischia di aggravarsi a causa degli scontri dei giorni scorsi, è chiaro che occorrono misure specifiche e urgenti. Anche in questo caso, i numeri ci possono dare un'idea: ci sono 8.682 persone detenute che devono scontare una pena residua inferiore a dodici mesi e altre 8.146 con pene tra uno e due anni.
Al di là delle proposte di amnistia e indulto - inattuabili in questo contesto politico - è necessario che il governo utilizzi la decretazione d'urgenza per organizzare una task force, composta non solo dai magistrati di sorveglianza ma anche dai magistrati ordinari per il momento sollevati dal carico delle udienze, che si occupi di valutare le istanze presentate ai sensi della legge n. 199 del 2010 (richiesta di esecuzione domiciliare delle pene) almeno per questi detenuti. Si potrebbe così garantire in tempi brevi a detenuti e personale penitenziario quella distanza di sicurezza che al momento risulta essere l'unico antidoto contro il propagarsi incontrollato dell'epidemia.
Infine, un'ultima raccomandazione. L'Italia è uno dei paesi con più personale in carcere, più che in Spagna, in Francia, in Germania o nel Regno Unito, tutti paesi in cui ci sono più detenuti che da noi. Ma da noi il personale è costituito quasi esclusivamente da agenti di custodia. Psicologi sono lo 0,1 per cento, contro una media europea del 2,2 per cento, mentre medici e paramedici sono lo 0,2 per cento, contro il 4,3 per cento della media europea.
Significa che nel nostro paese l'idea della pena è ancora legata, nei fatti in maniera assolutamente prevalente, alla dimensione custodiale. Eppure, l'articolo 27 della Costituzione continua ad affermare che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Mai come in questa situazione di emergenza sanitaria, psicologi e personale medico potrebbero, se non fare la differenza, certamente aiutare.
Il Manifesto, 14 marzo 2020
Dopo la morte di 13 detenuti: appello alla costituzione di un Comitato che lavori da subito alla raccolta di informazioni sulle vicende di questi giorni e si propone - nel rispetto ma anche nella sollecitazione delle competenze istituzionali - di fare piena chiarezza sull'accaduto.
Tredici detenuti morti. Un numero inusitato, per giunta incerto, laddove alcuni quotidiani indicano quattordici. Numeri, neppure la dignità dei nomi, per la quale si sta adoperando il Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà.
Un numero impressionante, pur nell'eccezionalità delle circostanze in cui quelle morti si sono verificate. Viene in mente solo un unico altro episodio in qualche misura paragonabile: l'incendio nella sezione femminile del carcere torinese delle Vallette, avvenuto il 3 giugno 1989, nel quale rimasero uccise 9 recluse e 2 vigilatrici. Ma, oltre al numero, in quell'episodio furono almeno da subito chiare le cause, i media garantirono adeguate informazioni e approfondimenti, si arrivò a un processo penale. Della vicenda odierna, al contrario, colpisce l'informazione approssimativa su ciò che ha provocato quelle morti. Un'opacità mediatica e politica incomprensibile e ingiustificabile, anche tenuto nel debito conto l'emergenza sanitaria in corso con le gravi e impellenti problematiche che pone a tutti.
Il ministro della Giustizia, nella sua informativa al Parlamento sui disordini che hanno scosso numerose carceri provocando ingenti danni e feriti, ha sostanzialmente sorvolato sull'aspetto più grave, vale a dire l'ingente numero delle vittime tra i detenuti, le dinamiche che le hanno provocate, le eventuali responsabilità e differenze tra caso e caso. L'unico accenno al riguardo fatto dal ministro dà anzi adito alle peggiori ipotesi, laddove ha affermato che "le cause, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini", senza dettagliare i casi e senza minimamente chiarire quali siano le altre cause occorse oltre a quelle "per lo più" riferibili all'uso di sostanze. E in ogni caso, anche per le morti da farmaci, le domande sulle dinamiche del mancato soccorso durante la reazione alle rivolte e durante le traduzioni sono più che aperte.
Così pure il Guardasigilli non ha dato le necessarie risposte sui rischi per i reclusi e il personale di contagio da coronavirus nelle carceri chiarendo - o smentendo - quanto riportato da notizie di stampa, secondo cui si sarebbero già registrati alcuni casi, anche nel carcere di Modena, dove particolarmente si è accesa la protesta e dove è stato così alto il numero dei decessi. Essere rinchiusi in pochi metri affollati, privi di tutto, da chiunque non può che essere percepito come un rischio enorme per la propria incolumità, come del resto è noto che in carcere ogni malattia ha infinitamente maggiori probabilità di essere contratta. Anche per questo riteniamo fuorviante adombrare per le proteste supposti piani della criminalità organizzata, anziché, pur censurando le violenze, capire le ragioni di chi si è ribellato a una situazione che non è stata gestita, di fronte alla mancanza di misure per assicurare il diritto alla salute delle persone detenute, che deve essere tutelato alla pari di tutti gli altri cittadini e cittadine.
Da molto tempo il sistema penitenziario pare aver rinunciato a una visione costituzionalmente ancorata e orientata, divenendo sempre più solo un deposito di corpi, di disagio, di vite considerate "a perdere". Appare evidente che la vita e l'incolumità di chi è recluso e reclusa sia l'ultima preoccupazione. Nel 2015-2016, il grande lavoro degli Stati generali dell'esecuzione penale, che ha fruito del generoso e qualificato impegno di centinaia di persone e suscitato ampie speranze, è stato alla fine frustrato e deluso per la scelta del governo pro tempore di rinunciare a varare le riforme allora messe a punto. Una scelta che è concausa della attuale drammatica situazione; riforme che andrebbero riprese e rapidamente varate, oltre a misure immediate di ridimensionamento del numero dei reclusi, quali quelle indicate da diverse associazioni in questi giorni.
A noi pare che la tragica morte di tredici persone detenute non possa essere rimossa e nascosta. Tutti coloro che vivono nel carcere, vi lavorano o lo frequentano, i famigliari e in generale la società e la pubblica opinione, hanno diritto di conoscere ciò che è successo nei dettagli. E di conoscerlo tempestivamente: poiché occorre avere consapevolezza di quanto l'opacità, la disinformazione, l'incertezza e la paura possano provocare in chi vive rinchiuso disperazione, la quale a sua volta può innescare nuovi conflitti.
Al contempo questa vicenda e lo stato generalizzato di profondo disagio e sofferenza delle carceri, che si è ora manifestato con ulteriore evidenza, vanno trasformati in occasione per ripensare la pena e la sua funzione e per riformare il sistema che la amministra.
questa necessità e prospettiva, facciamo appello alle associazioni, al composito mondo del volontariato penitenziario, alla rete dei media sociali, ad avvocati e operatori del diritto, ai Garanti dei diritti delle persone private della libertà con cui per primi si intende collaborare dato il fondamentale ruolo, a tutti coloro che in modo singolo o organizzato sono impegnati in percorsi e culture improntate alla decarcerizzazione, al recupero sociale, alla depenalizzazione di condotte quali il consumo di droghe, alla tutela dei diritti umani e sociali, per costituire assieme un Comitato che lavori da subito alla raccolta di informazioni sulle vicende di questi giorni e che si proponga - nel rispetto ma anche nella sollecitazione delle competenze istituzionali - di fare piena chiarezza sull'accaduto. Per aderire:
Sottoscrivono: Vittorio Agnoletto, Ascanio Celestini, Franco Corleone, Giuseppe De Marzo, Alessandro De Pascale, Monica Gallo, Nicoletta Gandus, Francesco Maisto, Bruno Mellano, Moni Ovadia, Livio Pepino, Marco Revelli, Susanna Ronconi, Paolo Rossi e la Compagnia teatrale dei "Fuorilegge di Versailles", Sergio Segio, Stefano Vecchio, Grazia Zuffa.
di Errico Novi
Il Dubbio, 14 marzo 2020
L'emergenza lascia i tribunali aperti solo per gli affari urgenti: non è certo però che il decreto atteso per oggi elimini tutte le incertezze segnalate dagli avvocati. L'emergenza e la giustizia: ci si potrebbe scrivere un libro. Sono due idee che non convivono. O convivono a fatica, perché i tribunali sono fra i presìdi dello Stato che è quasi impossibile chiudere del tutto.
E fino alla tarda serata di ieri è sembrato irrisolto un nodo essenziale, che tiene in ansia gli operatori del diritto, gli avvocati ma anche i magistrati, e condiziona almeno un po' anche l'efficacia delle misure anti epidemia. Nelle bozze circolate ieri c'è solo una certezza: la sospensione dei termini e il rinvio delle udienze, tranne le urgenti, slitta di netto dal 22 marzo al 3 aprile.
Solo dal giorno successivo, si chiarisce in una relazione illustrativa allegata alla bozza, i capi degli uffici giudiziari potranno considerare soluzioni meno drastiche, come la chiusura degli uffici al pubblico e la ripresa modulata delle attività giurisdizionali in senso stretto. Ma appunto non è chiaro se nel rivedere il testo del decreto, per la parte relativa alla giustizia, possa essere sciolto un nodo collegato e delicatissimo: se debbano essere considerati sospesi, fino al 3 aprile, i termini di tutti i procedimenti "civili, penali, tribunali e militari", eccezion fatta per gli urgenti, o se la sospensione riguardi solo i procedimenti per i quasi sia prevista udienza nel periodo dello stop.
In alcune versioni del maxi-decreto, che interviene anche sull'estensione massiccia degli ammortizzatori sociali, non c'è traccia di una norma, di un qualsiasi passaggio che assicuri l'applicazione del regime sospensivo a qualsiasi attività giudiziaria. C'è appunto solo la nuova data del calendario: il "3 aprile" sostituisce le parole "22 marzo".
Ma fonti di Palazzo Chigi assicurano che "il problema sarà superato" e che "la sospensione varrà per tutto, a parte i procedimenti civili urgenti, quelli in cui per esempio il differimento dell'udienza potrebbe compromettere il diritto che si chiede di tutelare, e a parte ovviamente le udienze del settore penale che riguardano persone detenute".
Eppure rischia di essere necessaria, anche in termini di sicurezza pubblica, una norma che renda il tutto esplicito, come aveva segnalato due giorni fa il presidente del Cnf Andrea Mascherin. L'incognita rischia di essere paradossalmente favorita da un passaggio della relazione illustrativa che accompagna il ddl di conversione del decreto precedente, il numero 11 dell'8 marzo scorso: in quel documento si afferma in modo esplicito che la sospensione dei termini riguarda qualsiasi procedimento.
Il periodo dall'8 al 22 marzo sarebbe quindi da intendersi come assimilato alla sospensione feriale agostana, quando gli orologi della giustizia smettono di girare. Ora, tra i tecnici che ancora stamattina affineranno il maxi provvedimento da deliberare poi in Consiglio dei ministri, e colmo di misure per ogni settore della vita pubblica, potrebbe prevalere l'idea per cui quella relazione illustrativa, pur priva di concreto valore normativo, equivalga comunque a un atto di interpretazione autentica impossibile da ignorare. I giudici che dovranno decidere se i termini per presentare un qualsiasi atto in qualsiasi procedimento, civile o penale, secondo tale ottica, ora dovrebbero per forza tenerne conto.
L'Ocf sostiene che "nonostante le udienze sospese, molti colleghi sono costretti a lavorare ugualmente, come del resto il personale degli uffici giudiziari, e che come sempre la decisione è affidata al giudice di turno". Appello alla chiarezza viene rivolto anche dall'Unione nazionale Camere civili, che pure, come l'Ocf, vede accolto l'appello dell'intera avvocatura per l'allungamento fino al 3 aprile del "periodo cuscinetto" (sempre che il coronavirius non imponga di allungarlo ancora).
Così come va rilevato, per tutti i professionisti, l'imminente differimento dei termini del 16 aprile, che riguardano anche il saldo Iva, voluto dal Mef. In campo penale viene disposto il ricorso alle notifiche digitali per avvisare le persone sottoposte a procedimento dei rinvii in arrivo. Andrà a rilento anche il lavoro degli ufficiali giudiziari che notificheranno solo "gli atti esecutivi urgenti". Tutto il personale della giustizia, a via Arenula e in periferia, sarà indirizzato verso lo smart working, con misure anche per limitare gli spostamenti dei pendolari.
Viene previsto un "contributo" di 700 euro per i magistrati onorari, fino a un massimo di 3 mesi, resta sospesa l'attività della giustizia contabile, con effetto anche sulle "fasi istruttorie e preprocessuali". Fino al capitolo carceri, con 10 milioni stanziati dal maxi decreto in arrivo oggi per "ripristinare le strutture" danneggiate nel corso delle tragiche vicende dei giorni scorsi. Il ministro della Giustizia Bonafede chiude in anticipo la formazione per 1.100 nuovi agenti penitenziari, "risorse giovani che daranno una boccata d'ossigeno", e all'intero corpo in servizio negli istituti di pena diffonde 97mila mascherine.
Resta però un'ombra analoga a quella che riguarda i termini della giustizia civile e penale anche in campo amministrativo: fino a ieri sera le bozze del decreto non contenevano riferimenti a Consiglio di Stato e Tar. Possibile, in realtà, che oggi il premier Conte accolga le sollecitazioni convergenti venute dal presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi e dall'avvocatura, con l'Unaa che ieri ha inviato al presidente del Consiglio una lettera dettagliata, in cui suggerisce la stessa possibile formulazione tecnica delle misure. Non solo riguardo all'estensione esplicita del regime sospensivo agli atti endoprocessuali, ma anche in materia di definizione monocratica delle azioni cautelari. La stessa Associazione tra i magistrati del Consiglio di Stato chiede di adottare "misure organizzative urgenti" oltre a quelle già confermate ieri. Tutta la giustizia fatica a tenersi a galla, nonostante gli sforzi, in una fase così drammatica.
Il Sole 24 Ore, 14 marzo 2020
Sono pronte le "linee guida" per la "formulazione di programmi terapeutici provvisori domiciliari" e, se possibile, anche in comunità, per i detenuti delle carceri milanesi e per il "relativo controllo sul territorio", data "l'emergenza sanitaria determinata dal Coronavirus e dai successivi disordini verificatisi all'interno degli istituti". Lo si legge in un documento che ha fissato le procedure per concedere, valutate una serie di condizioni, gli affidamenti ai detenuti, redatto dal Tribunale di Sorveglianza di Milano e dalla Direzione del Serd Medicina penitenziaria.
Nei giorni scorsi, quando era esplosa una rivolta a San Vittore, il presidente della Sorveglianza Giovanna Di Rosa aveva spiegato che il Tribunale si era attivato per "liberare" le carceri "il più possibile" e, visto il problema di sovraffollamento acuito dall'emergenza sanitaria, aveva avviato "intese con il Sert per potenziare gli affidamenti terapeutici e le misure alternative". Tra i punti delle linee guida la valutazione "accurata" delle condizioni di salute dei detenuti: con "patologie simil-influenzali" non si può "accedere al programma" di affidamento.
"Quanto predisposto nelle sintetiche linee guida - si legge nel documento - tiene in considerazione l'eccezionale momento di emergenza sanitaria e le problematiche inerenti l'ordine pubblico che si sono venute a creare". E vengono elencate "le linee di attività prioritarie per la redazione della relazione terapeutica necessaria alla concessione del beneficio e i parametri essenziali relativi al controllo sul territorio". Il programma terapeutico "verrà poi rivalutato in camera di consiglio, tenendo in considerazione la possibilità di convertirlo in una diversa modalità".
Tra le indicazioni il fatto che "va effettuata un'accurata e completa valutazione medica che ricerchi anche la presenza di sintomi respiratori (febbre, tosse, difficoltà respiratoria) riconducibili a patologie simil-influenzali. In caso di positività non si può accedere al programma". Per i detenuti "che assumono terapie farmacologiche di rilievo, e per l'utenza con patologie psichiatriche e/o in doppia diagnosi non è possibile predisporre il programma". I detenuti in affidamento "avranno un programma terapeutico che prevede colloqui telefonici, visite con una frequenza minore rispetto ai consueti programmi e verrà modulato in base alla gravità del caso e alla capienza dei Servizi".
I colloqui di persona "saranno riservati a circostanze specifiche che li rendano indispensabili, secondo valutazione del Serd. titolare del caso". Intanto, la Camere penale milanese spiega "che molti Serd interni alle carceri stanno predisponendo domande" di affidamento "per i detenuti" e che "analoghe linee guida stanno per essere predisposte per le domande" al Tribunale e all'ufficio gip, oltre a quelle della Sorveglianza.
di Paolo Guzzanti
Il Riformista, 14 marzo 2020
Antropologicamente, parla quell'italiana di chi non l'ha mai appreso come madrelingua, ma soltanto attraverso i corsi che usano come materiale didattico verbali, sentenze, ricorsi, sub iudice e crede realmente che esista una categoria del pubblico impiego denominata anche dalla Treccani come quella degli Addetti ai Lavori. Si riferisce sempre, senza l'ombra di un ammiccamento di distanza ironica, agli Addetti ai Lavori.
Questo sprout antropologico deriva in Italia da alcune nicchie del Neolitico, epoca eroica in cui gli umani smisero con riluttanza di usare clave e saccheggi per esaminare la possibilità di creare un orto, allevare due capre e creare utensili. Non è questione di destra o sinistra: questa conformazione - peraltro vincente della sopravvivenza umana - si è imposta geneticamente attraverso l'uso del Pugno Di Ferro ed espressioni succedanee fra cui i famosi Addetti Ai Lavori cui il ministro fa riferimento totemico ma come se parlasse di creature reali. Alfonso Bonafede è daltonico. Non nel senso di chi non vede i colori, ma di chi non vede la differenza fra colpa e dolo.
Gli adulti non gli permisero mai di difendersi dicendo "Non l'ho fatto apposta". L'hai fatto sempre apposta - gli rispondevano gli adulti umiliandolo: sei colpevole specialmente quando non lo sai. Come il Franti del libro Cuore commentato da Umberto Eco, che colpa può avere? Certo, almeno, Franti sorrideva imbarazzato. Una debolezza cui lui non ha mai ceduto.
È convinto - diversamente da Rousseau di cui usa solo la piattaforma - che ogni essere umano sia un criminale nato da trattenere in appositi arredi urbani distinti almeno idealmente tra Domiciliari e Carcerari. Pensa - e con sfrenato coraggio afferma facendosi you-tubare da Vespa in uniforme d'ordinanza con grisaglia cravattone celestone, pochette senza pizzi e sguardo sbirro (e che vale la pena ricordare, stampare, incorniciare e appendere) che: "Quando del reato non si riesce a dimostrare il dolo, diventa un reato colposo".
La cosa di lui più ammirevole è che non ha mai capito perché questa sua frase abbia provocato un putiferio e perché ogni persona dotata di buon senso e di leggere infarinatura giuridica, ne abbia chiesto le immediate e irrevocabili dimissioni. Lui, Bonafede di nome e di fatto, c'è rimasto male. Noi pensiamo che il suo candore meriti protezione come ogni biodiversità. E che, d'altra parte, come ogni evento non positivo - tipo ponte Morandi e Coronavirus - debba essere considerato anche come una opportunità.
Con le carceri ha saputo mostrare sia la dura madre - che è una frattaglia del sistema nervoso centrale - che il pugno duro, che è una frattaglia politica. Ed è un vero peccato che non sappia esprimersi in modo adeguato per spiegare ogni azione e decisione. Ma semmai un giorno tale evento accadesse, tutti ci sentiremmo arricchiti così come accadde quando la stele di Rosetta ci permise di decifrare senza scampo tutte le cazzate che dicevano gli antichi egizi.
Egli è refrattario alla penetrazione di ogni genere di sentimento, come caratteristico della sua linea evolutiva. E dunque gli è completamente rimbalzata ogni implicazione umana, umanitaria, civile, psicologica, cristiana o di altra dottrina che includa sia pure in via ipotetica la capacità di sapersi mettere con i piedi nelle scarpe altrui, infilare sia pure in tono minore un "ma", un qualsiasi segno di multilateralità di quella che da anni la psichiatria chiama Intelligenza Emotiva.
Bonafede viene dalla linea dei migliori surviver del Pliocene quando infatti non esisteva l'umanità. In un ambiente copiato dai film di Harry Potter in cui lo si distingue dalle altre enciclopedie allineate e dalle enormi porte azteche scolpite dagli schiavi Atlacatl come prede di Carlo V dalle Americhe, egli ha letto un frammento della Scrittura delle Procure e Delle Polizie in cui, con pochissimi inciampi fonetici e senza mai dar luogo al fenomeno detto dell'espressione, ha pronunciato un intero salmo della Restauratio Ordinis: il "Covid Carcerorum" retto, anzi appeso, ad un unico "Innanzitutto".
È un testo che risente di arcaismi perduti dai tempi di un altro siciliano di ferro, Mario Scelba ministro dell'Interno e della Celere in Guerra Fredda e Antisindacale, e tuttavia uomo di rara apertura umana. Bonafede officiò il tema della sciagurata sanguinosa disperata e sgraziata ribellione spartachista dei prigionieri dei più feroci istituti di pena d'Europa sanzionati in sede giuridica internazionale come luoghi di tortura e di inflizione, dicendo: "Innanzitutto, i cittadini sappiano che se molti di questi disordini sono rientrati, è stato grazie alla professionalità, all'abnegazione e al paziente lavoro delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria, ai quali si sono uniti gli importanti rinforzi delle forze dell'ordine. Nonché grazie a tutto il personale dell'amministrazione penitenziari, a partire dai direttori delle carceri e dai provveditori. Si tratta di autentici servitori dello Stato a cui deve andare il plauso di tutti i cittadini".
Ognuno vede, tranne il ministro, l'innocua perentorietà del pistolotto: quanto ai servitori dello Stato, i cittadini non hanno certo bisogno della sua certificazione per capire che si tratta di eccellenti e sventurati servitori dello Stato, condannati anche loro a vivere e fronteggiare una situazione infetta, rischiosa, incerta, mal remunerata e comunque estranea al principio secondo cui i detenuti non dovrebbero scontare una pena ma percorrere un cammino, eccetera eccetera.
A lui, il ministro, sarebbe toccato dire altro ai cittadini che lo hanno in qualche misterioso modo spinto sullo scranno del ministero: avrebbe dovuto spiegare perché - essendo la situazione sanitaria e della paura connessa all'infezione, molto prevedibile - non avesse emanato per tempo le direttive necessarie a far fronte alla prevedibile tragedia.
Ma naturalmente non lo potrà spiegare mai perché non ha saputo far altro che sbalordirsi, affidandosi a Santa Rosalia e poi con un idrante innaffiare con parole banali, retoriche, insignificanti e caporalesche gli agenti, i dirigenti e tutti colto che hanno fronteggiato una situazione marcia. Una situazione che comunque avrebbe richiesto una materia prima come l'intelligenza immaginativa. L'arte di calcolare per tempo le conseguenze dalle premesse, di capire che tra i fattori dell'ingegneria di governo ci sono anche fattori al ministro ignoti, come la fragilità, la rabbia cieca, l'ira, la frustrazione e la pena infinita dell'istituto delle pene.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 14 marzo 2020
"Lasciali marcire in gattabuia, professore, dopodiché nascondi la chiave, quelli sono criminali e se lo meritano". Questo, inutile negarlo, è il comune sentire: quante volte me lo ricordavano i miei adolescenti dell'istituto professionale nella borgata romana dove ho insegnato per tanti anni quando il discorso cadeva su Cesare Beccaria e io spiegavo i suoi storici concetti sulla necessità della rieducazione a cui dovrebbe tendere la pena! Se il condannato si trasforma in un selvaggio, abbiamo perso tutti insieme a lui, dicevo: parole al vento.
Anche perché quando i ragazzi tornavano a casa, i genitori facevano presto a smontare tutti i miei buoni propositi riproponendo ai loro figli la vecchia legge del taglione aggiornata secondo il canone reso immortale dal grande Giuseppe Gioachino Belli: "Si quarchiduno te viè a dà un cazzotto, / Lì callo callo tu dajene dua". Sono stato in molte carceri a tenere conferenze e parlare coi detenuti. Le recenti rivolte nei penitenziari intasati della penisola, coi disordini e le evasioni conseguenti, mi hanno fatto tornare alla mente i tanti incontri avuti. Gente abituata a vivere gomito a gomito, nella tensione quotidiana del pensiero che torna sempre sugli stessi luoghi del triste passato, a cui viene comunicata l'emergenza dettata dal virus, coi rischi connessi.
Da un giorno all'altro sono interrotte le attività consuete, i volontari non possono più entrare nell'istituto, le visite dei parenti subiscono uno stop improvviso. In tali condizioni quella che noi chiamiamo psicosi può diventare qualcosa di molto più inquietante: ciò che è accaduto nelle infermerie prese d'assalto dai rivoltosi, pronti a suicidarsi col metadone, lo dimostra appieno. Com'erano vissute quelle persone fino a poco tempo prima? Devastate dalle crisi d'astinenza, rese rabbiose dalla promiscuità coatta, costrette a una drammatica deriva dell'esistenza.
Ogni volta che mi è capitato di gettare uno sguardo dietro le sbarre, ho avuto l'impressione di un'apocalisse umana, come se gli individui della nostra specie, posti in cattività, rivelassero aspetti che di norma tengono celati: voragini nelle quali tutti noi, in determinati frangenti, potremmo sprofondare.
Cvetan Todorov lo diceva a proposito dei lager. Primo Levi ebbe il coraggio etico di collocare sé stesso all'interno della zona grigia. Basta poco a volte per scivolare da una parte all'altra dello steccato: una distrazione imprevedibile, una combinazione sfortunata.
La mia memoria pulsa soprattutto nel ricordo di Ravìl, un condannato a morte russo che vidi tanti anni fa nella colonia penale del Lago Bianco, non distante dal Circolo Polare Artico, il quale, non sopportando la sospensione indeterminata in cui si trovava, chiese con piglio dostoevskiano di essere fucilato: prima di entrare in cella, pretesi dai gendarmi che gli togliessero le manette e lui mi ringraziò con uno sguardo lancinante, in cui c'erano dentro, mescolate l'una all'altra, ferocia e tenerezza. Ma, senza andare troppo lontano, è difficile dimenticare nel carcere di Rebibbia il giovane uomo che venne a due centimetri sotto il mio naso per dirmi come aveva ucciso la sua fidanzata, in un capannone sul litorale. O l'altro ex medico, anche lui uxoricida, il quale era passato in poche ore dalla condizione ordinaria di un professionista stimatissimo anche all'estero a quella di reietto inviso a tutti.
Nelle Case circondariali dove sono stato ho percepito la forza e la fragilità, il peso tormentoso della colpa e l'ultima speranza che, come la proverbiale fiammella, non vuole spegnersi. Nessuno di quelli che ho conosciuto negava la necessità della pena da scontare. Anzi, parevano essere tutti dolorosamente consapevoli delle ragioni che li avevano condotti fin lì, arcigni e severi con sé stessi fino all'inverosimile.
Erano animali umani che si rigiravano nella melma: dannati danteschi e galeotti di Van Gogh. Ma allora perché sentivo crescere in me, lo confesso, un sentimento di incredibile fraternità nei loro confronti? Come se quegli esseri umani fossero in grado di parlarmi con una frontalità e una verità altrove impossibili da trovare. Gli ergastolani dell'istituto di massima sicurezza di Arghillà, a Reggio Calabria, in grande maggioranza legati a cosche mafiose, mi regalarono un giocattolo di carta colorata con i nomi e cognomi scritti sul retro.
Ricordo le ragazze della Giudecca, a Venezia, albanesi e rumene, che presentarono di fronte a un numeroso pubblico uno dei miei libri; i giornalisti prigionieri che a Padova, grazie alla guida lungimirante e preziosa di Ornella Favero, continuano a mandare avanti una rivista unica nel suo genere, dal nome che dice tutto: "Ristretti orizzonti"; i minorenni del Beccaria a Milano e quelli del Ferrante Aporti di Torino, feriti e canaglieschi, spacciatori e tossicodipendenti, ladri e rapinatori, pronti a farmi l'occhiolino prima che uscissi, quasi avessero trovato in me, visitatore occasionale, il compagno adulto che cercavano e di cui avevano bisogno.
Ci sarebbe tutto un lavoro da fare con questa umanità estrema, derelitta, assetata di rapporti e contatti, non solo i detenuti, anche le guardie che spesso ne dividono le sorti: non bastano i giudici e gli avvocati. Chi, fra certi miei colleghi docenti, ha avuto la possibilità di portare le classi a dialogare coi reclusi, ha visto gli studenti trasformati, quasi avessero messo la mano sul fuoco e se la fossero scottata davvero. A volte vale più un'esperienza come questa che dieci belle lezioni dalla cattedra.
di Francesco Brusa
dinamopress.it, 14 marzo 2020
Mentre il Ministro Bonafede le definiva come "illegittime", le recenti rivolte nelle carceri italiane hanno posto il problema di adottare immediatamente misure capaci di affrontare la condizione di sovraffollamento che vige nella maggior parte degli istituti penitenziari
"Vogliamo i nostri diritti", si legge sugli striscioni che i detenuti hanno srotolato dai tetti di alcune delle carceri in rivolta da venerdì 7 su tutto il territorio del nostro paese. Oppure, scandito fra il fumo del materiale dato alle fiamme, il grido: "Libertà! Libertà!".
Abbiamo parlato con l'ex-magistrato e direttore di Edizioni Gruppo Abele Livio Pepino per capire quali misure si possono e si dovrebbero adottare per tutelare il più presto possibile i diritti dei detenuti che stanno sollevando la propria protesta in seguito ai decreti governativi per contenere il contagio da Covid-19. Assieme alle norme che riguardano l'intera popolazione, infatti, per le persone che si trovano in carcere erano stati sospesi colloqui e visite e ciò ha portato, a partire da sabato 7 marzo, a un crescendo di rivendicazioni e sollevazioni in quasi 30 istituti penitenziari, con ben 14 detenuti (quasi tutti maghrebini) morti per intossicazione e overdose da metadone e/o psicofarmaci, secondo le ricostruzioni ufficiali.
Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, chiamato a riferire in aula mercoledì, ha ammesso l'esistenza di "problematiche strutturali" nelle carceri, imputando però al suo operato e alle istituzioni ben poca responsabilità per la crisi di questi giorni.
Anzi, ha fortemente stigmatizzato chi, fra i protestanti (che sarebbero nell'ordine di 6.000 persone nella popolazione carceraria), avrebbe utilizzato "violenza" e le cui richieste sarebbero dunque da considerare "illegittime". Eppure, l'emergenza relativa al sovraffollamento, alla violazione della dignità dei detenuti e al rischio di un contagio incontrollato rimane e, a oggi, non sono ancora state prese misure realmente operative.
Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha duramente condannato le rivolte nelle carceri dicendo che "non si può parlare di protesta, ma semplicemente di atti criminali". Concorda?
Il governo non è chiamato a rispondere alle rivolte, di cui al massimo si occuperà la magistratura a seconda dei casi, ma è chiamato a far fronte alla drammatica situazione delle carceri del nostro paese. Non si tratta di "cedere alla violenza", come pretende il ministro Bonafede, bensì di mettere in atto delle misure che rispondono a principi di assoluta razionalità e necessità per alleggerire un quadro già gravemente compromesso.
L'attuale emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19 impone di risolvere al più presto la condizione di sovraffollamento che vige nella maggior parti dei nostri istituti penitenziari (nelle carceri italiane ci sarebbero 61.230 detenuti a fronte di 47.230 o 50.931 posti regolamentari, a seconda del sistema di calcolo). Come si può fare?
I singoli Tribunali di Sorveglianza possono innanzitutto utilizzare in maniera più ampia di quanto fanno normalmente gli strumenti ordinari quali licenze e permessi, l'affidamento in prova ai servizi sociali, ecc. (alcuni istituti pare si stiano già muovendo in questa direzione, ndr) Si tratta però di provvedimenti legati alle richieste dei detenuti e soprattutto alle diverse valutazioni dei singoli magistrati. Occorre invece, a mio modo di vedere, un provvedimento generale adottato dal governo, che può varare con urgenza un decreto legge sulla base delle disposizioni costituzionali.
Quali misure bisognerebbe adottare?
Il differimento o il rinvio dell'esecuzione delle pene inferiori a una certa entità. Secondo i calcoli, in Italia ci sono circa 10.000 condannati a periodi brevi di detenzione, che è esattamente la cifra che permetterebbe di far rientrare l'emergenza del sovraffollamento. Ciò permetterebbe di intervenire in maniera tempestiva e eviterebbe di adottare soluzioni "a macchia di leopardo". Siamo in un momento di problematicità collettiva e generale. È dunque il governo che deve assumersi la responsabilità di dire che misure del genere sono quanto mai necessarie e urgenti.
Sono misure che garantirebbero una maggiore sicurezza di tutti: dei detenuti, in primo luogo, che hanno assolutamente diritto alla tutela della propria salute, nonché di tutta la comunità - dagli avvocati agli agenti di custodia - che si trova ad avere quotidianamente contatti con l'istituzione carceraria. Ora, occorre metterle in atto al più presto, per arginare il disagio che si è venuto a creare ed esploso in questi giorni, e poi da lì imbastire un ragionamento più ampio su interventi orientati al lungo periodo come amnistia e indulto i quali, però, hanno bisogno di tempi troppo lunghi per essere applicati.
L'Iran ha concesso permessi a 70.000 detenuti per fronteggiare l'emergenza del virus. Come mai in Italia sembra così difficile praticare misure alternative alla detenzione?
Nel nostro paese ci siamo cullati per molto tempo in una postura interna alla gestione della giustizia che è stata chiamata dagli studiosi "illusione repressiva". Si tratta di una cultura per cui a qualsiasi fenomeno di devianza o disagio occorrerebbe rispondere con il pugno duro, dunque con la detenzione. Insomma, per un lungo periodo in Italia abbiamo risposto a un numero sempre maggiore di fenomeni, semplicemente, con più carcere per un numero sempre maggiore di persone. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: non è per caso che è scoppiato il problema del sovraffollamento. Si tratta, purtroppo, di una visione molto dura a morire e il discorso del ministro Bonafede è un chiaro esempio di dove conduca questa cultura repressiva. Abbiamo assistito a un'iniziale sottovalutazione da parte del governo dell'emergenza coronavirus e poi a una scarsa responsabilità nell'evitare di prendere decisione ferme per non perdere consenso. È evidente che, in una situazione di rischio di contagio esponenziale, istituzioni totali come quella carceraria sarebbero state fortemente coinvolte nell'epidemia. La classe politica ha invece lasciato che il Covid-19 si diffondesse, dopo aver diffuso a sua volta il morbo della repressione a tutti i costi.
di Mario De Maglie*
Il Fatto Quotidiano, 14 marzo 2020
Pensate a quello che stiamo vivendo ora, nelle nostre amate e sicure case, ma senza internet e le normali possibilità di svago casalinghe, senza la compagnia dei nostri cari, aggiungeteci dei perfetti sconosciuti con cui condividere degli spazi ristretti, rinunciando giocoforza a qualsiasi intimità, moltiplicatelo per mesi e anni e avrete una seppur minima idea del vissuto dei detenuti nei luoghi di reclusione.
Limitiamoci a quello che, per ora, possiamo avere in comune con i detenuti, principalmente una limitazione della libertà di movimento. In molti parlano del restare a casa come se fosse scomodo ma semplice, in realtà non lo è affatto, fermo restando che è una cosa estremamente necessaria, in questo momento: va fatta. Anche solo lasciando stare le preoccupazioni economiche, stare a casa ha delle implicazioni mentali importanti e bisogna riconoscersele. Nei prossimi giorni la fatica psicologica delle limitazioni imposte si farà sentire sempre di più, è doveroso non negarla sin da adesso.
Personalmente è una settimana che esco solo per fare la spesa, ieri sera mi è successo un qualcosa di improvviso ed imprevedibile, sono dovuto uscire di notte sul mio balconcino, sentivo il bisogno di un contatto con l'aria e il mondo esterno, non esagero se dico che, se avessi deciso di non farlo, probabilmente non ci sarei riuscito. Si è trattato di un momento, ma di una intensità che mi ha scosso. Quanti di voi hanno provato o proveranno, nei prossimi giorni, qualcosa di simile? Le mura, anche se domestiche, rimangono delle mura.
Lavoro ormai da diverso tempo in carcere, ho dovuto giustamente fermare tutte le attività cliniche che sto portando avanti a causa dell'emergenza che stiamo vivendo, io e i detenuti con i quali svolgo i gruppi di terapia non abbiamo avuto modo di salutarci, di dirci quello che stava succedendo e di prenderne atto ed elaborare insieme il distacco obbligato, di farci coraggio reciproco rispetto alla continuità di quanto intrapreso, in certi frangenti, siamo tutti semplicemente esseri umani e i professionisti lo devono comprendere.
Quando apprendo la notizia delle sommosse in diversi carceri d'Italia, non posso non pensare a quei lunghi corridoi e a quelle lunghe attese, a quei tanti ostacoli a cui le case circondariali mi hanno abituato, non posso non pensare agli uomini che lì dentro ho visto e ho provato ad aiutare, alla loro rabbia. Il sospetto di una regia dietro alle rivolte è forte, la magistratura indagherà, questo però non toglie assolutamente nulla alle condizioni carcerarie esistenti e che privano i detenuti del potersi considerare ancora persone. È facile, per chiunque, fare leva sul malcontento e il malessere dei detenuti perché è reale quanto le sbarre che li imprigionano, è urgente indagare e modificare ciò che lo crea.
Io non so se andrà tutto bene nel prossimo futuro, come molti sostengono in base a un pensiero magico che comprendo - ma che non faccio mio, perché preferisco ancorarmi saldamente alla realtà attuale con le sue mille incertezze. Non so come sarà l'Europa, il mondo dopo il Covid19: so che è giusto che chi sbaglia paghi ma è ancor più giusto garantire la dignità di ogni individuo a prescindere dai suoi comportamenti per quanto gravi, in ogni tempo e in ogni luogo. Non farlo significa non saper differenziare adeguatamente il nostro agire da quello che condanniamo.
Dell'emergenza umana, in corso da anni, in molti carceri, si parla troppo poco, a farlo è spesso chi vi lavora e non la società civile, il cui pensiero comune è spesso che se uno ci è finito dentro si vede che se lo meritava e non può cambiare. Io opero per il cambiamento delle persone e il loro cambiamento è anche il mio cambiamento. Se c'è una cosa che ho imparato è che ciò che può cambiare e far cambiare è la sofferenza, e in carcere la sofferenza è l'unica a girare libera per le celle senza restrizioni. Che questa emergenza ci insegni a vedere oltre le nostre mura e le nostre certezze domestiche, questa la mia speranza.
*Psicologo psicoterapeuta
di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 marzo 2020
Intervista a don Vincenzo Russo, da quindici anni il cappellano del penitenziario fiorentino di Sollicciano. La grande paura del coronavirus è arrivata anche nel carcere fiorentino di Sollicciano, quando tre giorni fa il direttore Fabio Prestopino ha comunicato ai detenuti che un allievo agente penitenziario era risultato positivo al Covid-19.
- Modena. "Carcere di Sant'Anna: ora non fermiamo il dialogo"
- L'età di 86 anni non esclude il carcere
- Milano. Il Garante individua cinque mosse per disinnescare le tensioni nelle carceri
- Bergamo. L'annuncio di Gori: computer in carcere per videochiamate tra detenuti e parenti
- Roma. I detenuti possono parlare via Skype con i parenti









