di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezioni unite - Sentenza 3 febbraio 2020 n. 4535. La competenza a provvedere sull'istanza di liquidazione delle spese di custodia dei beni sequestrai, presentata dopo l'archiviazione del procedimento, spetta al giudice per le indagini preliminari in qualità di giudice dell'esecuzione. La Corte di cassazione a sezioni unite, con la sentenza 4535, dirime un contrasto giurisprudenziale sul punto. Una differenza di vedute evidenziata nell'ordinanza di remissione con la quale i giudici erano chiamati a decidere sul ricorso del pubblico ministero.
Il Pm aveva fatto ricorso contro l'ordinanza con la quale il Gip si era dichiarato incompetente a provvedere, sulla richiesta avanzata da una società cooperativa per la liquidazione dei compensi relativi alla custodia di un veicolo sequestrato nell'ambito di un procedimento penale iscritto per il reato di furto e definito con un'archiviazione, alla quale era seguita la restituzione del mezzo al proprietario.
La dichiarazione di incompetenza era basata sull'articolo 168 del Dpr 115/2002, secondo il quale "la liquidazione delle spettanze agli ausiliari del magistrato e delle indennità di custodia è effettuata, con decreto di pagamento motivato dal magistrato che procede". Quindi per il Gip doveva provvedere il Pm, come magistrato procedente al momento di presentazione della richiesta, al quale erano stati restituiti gli atti dopo l'archiviazione.
Le Sezioni unite ricordano che in alcune pronunce la competenza è stata attribuita al magistrato che dispone materialmente degli atti nel momento in cui è necessario provvedere, e dunque alla richiesta di liquidazione, se la richiesta è presentata quando il gip non dispone materialmente del fascicolo perché il procedimento è stato archiviato con restituzione degli atti al Pm. Con altri verdetti è stato affermato il principio opposto secondo il quale, anche quando l'archiviazione è stata già disposta, la competenza procedere è del Gip come autorità che procede. Per la Cassazione è condivisibile l'orientamento che attribuisce la competenza all'ufficio del Gip.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione VI - Sentenza 3 febbraio 2020 n. 4534. Dopo la legge di modifica del mandato d'arresto europeo, entrata in vigore il 2 novembre 2019, il giudice non è più obbligato a rifiutare la consegna del cittadino europeo, ma può valutare la possibilità del "rimpatrio", in base alla consistenza del radicamento in Italia. Mentre non ha peso la pericolosità sociale. La Corte di cassazione, con la sentenza 4534, accoglie il ricorso di un cittadino rumeno, contro la decisione della Corte d'Appello di consegnarlo al suo paese, dopo una sentenza di condanna irrevocabile per una serie di truffe commesse in Romania.
La Corte territoriale aveva applicato il nuovo articolo 18-bis, introdotto dalla legge di delegazione europea in vigore dal 2 novembre scorso. Una norma che sostituisce il vecchio articolo 18 della legge 69/05 sul mandato d'arresto europeo, in base al quale il no allo stato richiedente era obbligato quando la domanda riguardava un cittadino europeo dimorante in modo stabile in Italia. Ora il rifiuto alla consegna è solo facoltativo. La Corte d'Appello aveva dato il via libera alla consegna basandosi sulla pericolosità sociale dell'imputato, che aveva commesso numerosi reati contro il patrimonio. Mentre, ad avviso dei giudici territoriali, avrebbe deposto a favore dell'imputato il radicamento in Italia, dimostrato da una casa in comodato gratuito e da un lavoro. Per la Cassazione, che annulla e rinvia, la decisione è sbagliata su tutta la linea. La scelta di consegnare l'uomo allo stato richiedente non poteva essere giustificata dalla sua pericolosità sociale, criterio, non previsto dall'articolo 18-bis, che guarda, in linea con la Consulta, alla finalità rieducativa della pena, che può essere compromessa nel caso in cui la persona sia costretta a subire un detenzione carceraria in luoghi distanti dal proprio contesto sociale, affettivo e familiare.
Considerazioni sulle quali incidono anche l'importanza che per il detenuto possono avere gli incontri con persone di famiglia e conoscenti e le maggiori opportunità di recupero e risocializzazione. Detto questo però per affermare lo stabile radicamento non bastano la casa, per di più in comodato e solo per due anni, né il lavoro. Quello che serve è dimostrare l'esistenza di legami familiari sul territorio, o comunque interessi o affetti più radicati in Italia che nello stato di emissione del Mae. La sentenza va rivista perché il risultato può anche essere lo stesso ma i presupposti sono errati. La Corte d'appello dovrà chiarire se il radicamento ha una consistenza tale da giustificare il no ala consegna in deroga agli obblighi di collaborazione cooperazione giudiziaria esistenti nell'ambito dell'Unione.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2020
Il ricorso per cassazione deve essere motivato con argomentazioni "critiche" contro l'atto impugnato, altrimenti è inammissibile. E, a maggior ragione, quando l'atto introduttivo del giudizio di legittimità è meramente ripetitivo dell'atto di appello. Caso in cui de plano tale apparato argomentativo risulta inesistente. La Cassazione con la sentenza n. 4410 depositata ieri e segnalata al massimario della Corte ha di fatto ribadito un orientamento univoco.
Giurisprudenza che punta sulla necessità che il vizio della sentenza non sia solo affermato dal ricorrente, ma che vi sia l'esposizione di un ragionamento di segno diverso da quello praticato dal giudice di merito con puntuale contestazione del punto impugnato della sentenza di merito. Quindi, scatta senza dubbio l'ostacolo dell'inammissibilità "per genericità dei motivi", nel caso - come quello risolto dalla sentenza massimata - dove il ricorso per cassazione era costituito dalla pedissequa riproduzione dei motivi di appello apportando giusto le modifiche necessarie per attualizzarlo in Cassazione.
In conclusione, se per la trattazione dei motivi di ricorso nel giudizio di legittimità, è necessario esporre un confronto "puntuale" tra ragioni di diritto ed elementi di fatto contenuti nella decisione appellata e quelli che si vogliono far valere col proprio dissenso è ovvio che scatti sempre il filtro dell'inammissibilità per il ricorso redatto col metodo del copia-incolla.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 4 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 3 febbraio 2020 n. 4422. La Cassazione, sentenza n. 4422 di ieri, allarga le maglie dell'indennizzo per ingiusta detenzione. La somma liquidata non può infatti essere semplicemente il frutto del calcolo aritmetico dei giorni di privazione della libertà ma, se specificamente allegati, deve tener conto dei diversi pregiudizi subiti dalla vittima, sia di natura morale che patrimoniale. La III Sezione penale ha così accolto il ricorso di un uomo che aveva trascorso 16 mesi agli arresti, tra carcere e reclusione domiciliare, perché "gravemente indiziato" di far parte di una associazione criminale di Eboli dedita allo spaccio di hashish tra il 2005 ed il 2009. L'uomo venne poi assolto dal Tribunale di Salerno, con sentenza divenuta definitiva.
La Corte di appello di Salerno accolse l'istanza di riparazione liquidandogli la somma di 28.946,90 euro per i 474 giorni di ingiusta detenzione (di cui 17 in carcere e i restanti 457 in regime di arresti domiciliari), applicando sulla cifra scaturente dal calcolo aritmetico (57.893,91 euro, corrispondenti a 235,82 euro per ogni giorno di custodia cautelare e 117,91 euro per ogni giorno di arresti domiciliari), la decurtazione della metà per la "colpa lieve del ricorrente, consistente nel silenzio serbato durante l'interrogatorio di garanzia". Contro questa decisione la vittima propose ricorso lamentando che non aveva tenuto conto degli ulteriori danni subiti. La IV Sezione penale (sentenza n. 39159/2018) gli diede ragione sostenendo che la Corte territoriale si era limitata ad una mera moltiplicazione "senza fare cenno alle gravi lesioni allegate, concernenti la sfera personale, lavorativa e abitativa".
In sede di rinvio la Corte di appello di Salerno alzò la cifra portandola a 38.946,90 euro. Ma la vittima, e veniamo al ricorso di oggi, ha nuovamente adito con successo la Cassazione. Per i giudici, infatti, non si può sottacere, ad esempio, che a seguito dell'arresto e della successiva detenzione, il ricorrente "fu costretto a lasciare il posto di lavoro (di autista addetto alla logistica di una società operante ne settore "catering per eventi"), per essere riassunto solo il 20 giugno 2014, ovvero dopo un anno e otto mesi dalla fine della detenzione".
Dunque, prosegue la sentenza, "pur dovendosi ribadire la natura indennitaria e non risarcitoria del ristoro e pur potendosi ritenere legittima la conseguente valutazione equitativa, occorre tuttavia evidenziare che in presenza di una pluralità di lesioni della sfera patrimoniale e personale, riconducibili all'ingiusta restrizione, occorre valutare l'effettiva incidenza e gravità dei pregiudizi ulteriori che giustificano l'incremento dell'indennità calcolata in via aritmetica, imponendosi un'adeguata esposizione sia della natura dei danni patiti dal richiedente, sia del loro impatto sulle sue condizioni personali, ciò al fine di ancorare a parametri non astratti la liquidazione del relativo importo". In definitiva, pur avendo il giudice del rinvio correttamente riconosciuto un aumento dell'importo, "è tuttavia mancato un compiuto riferimento alle singole voci di danno allegate dal ricorrente e ai criteri ritenuti idonei a giustificare riconoscimento della somma ulteriore". Spetterà dunque di nuovo alla Corte di appello di Salerno, in sede di secondo rinvio, effettuare la liquidazione seguendo i criteri ermeneutici espressi dalla Cassazione.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 4 febbraio 2020
La professionista sotto attacco spiega: "Il nostro dovere è garantire una giusta difesa anche a chi è considerato il peggiore dei mostri". Non nasconde il suo turbamento l'avvocato Daniela Serughetti che da qualche giorno è oggetto di violenza verbale sui social a causa dell'esercizio della sua professione: "Non mi sarei mai aspettata - racconta al Dubbio - una reazione del genere. È doloroso essere oggetto di insulti e minacce solo per aver svolto il proprio lavoro". L'odio social si è scatenato dopo la sua decisione di proporre impugnazione innanzi alla Corte d'Assise d'Appello di Brescia per il suo assistito Ezzedine Arjoun, condannato in primo grado all'ergastolo per l'omicidio della moglie Marisa Sartori, uccisa a coltellate il 2 febbraio dell'anno scorso a Curno.
Per l'avvocato non c'è stata premeditazione, né maltrattamenti e violenza sessuale, ma il merito dei motivi di appello poco importa in questa sede. "In realtà - prosegue Daniela Serughetti - ho presentato l'atto d'appello a dicembre ma la notizia è stata pubblicata pochi giorni prima della ricorrenza della morte della vittima, andando così a stimolare una reazione di pancia in molti cittadini". Ed infatti, soprattutto su Facebook, a commento di alcuni articoli pubblicati su testate locali si leggono post di questo tenore: "Una donna come avvocato, vergognati - chiuderei i legali in gabbia con lui - non ha dignità, lo fa solo per soldi - fate alla figlia dell'avvocato quello che lui ha fatto a Marisa".
Fra le variabili del populismo giudiziario che confonde la funzione del difensore con la figura dell'imputato, c'è infatti anche quella che stigmatizza le avvocate che difendono uomini indagati o imputati di reati dove le vittime sono altre donne. "Quando decido di accettare un incarico non lo faccio da avvocato-donna, ma semplicemente da avvocato. In merito alle minacce: chiedere la morte per la figlia del legale è davvero sconcertante. Queste persone non conoscono quanto sia stato difficile affrontare questo processo e non mi riferisco solo al punto di vista tecnico.
Non sanno delle notti insonni trascorse a comprendere come affrontare al meglio una difesa che avrebbe potuto, anzi, sicuramente avrebbe urtato la sensibilità dei familiari delle vittime. Se solo sapessero quanto è massimo lo sforzo che tutti noi avvocati infondiamo nel garantire a chiunque, anche a chi è etichettato come il peggiore dei "mostri", il diritto alla difesa e ad un giusto processo, come la Costituzione prevede. Velleità di arricchimento e di notorietà in un procedimento penale - ove il mio assistito è, peraltro, ammesso al patrocinio a spese dello Stato - così sensibilizzato dall'opinione pubblica comprensibilmente avversa a questa tipologia di reati sono prive di logica".
Purtroppo il ruolo dell'avvocato sta subendo molti attacchi, da diverse parti, istituzionali e non. "Noi ricopriamo un importante ruolo sociale nella tutela delle garanzie - continua l'avvocato - ed è per questo che non mi lascio toccare da queste minacce e proseguo nel mio lavoro, spero in futuro senza ulteriori clamori. Le parti di questo processo, tutte, meritano rispetto".
Storie come questa ne raccontiamo molte e "alla base - dice ancora Daniela Serughetti - non c'è tanto un analfabetismo giuridico, non pretendo infatti che le persone conoscano i meccanismi del processo; credo invece che alla base si soffra di un grave analfabetismo culturale, si ignorano i basilari principi costituzionali che non tutelano solo i cosiddetti "mostri", ma tutti quanti noi".
Solidarietà all'avvocato Serughetti è giunta da colleghi di tutt'Italia, dalle Associazioni Forensi sia locali che nazionali e in particolare dal Comitato Pari Opportunità dell'Ordine degli Avvocati di Bergamo: "vicinanza e solidarietà alla Collega, che si è trovata a subire attacchi verbali di inaccettabile e inimmaginabile gravità da parte degli utenti delle reti social. Ciò solo perché ha esercitato ed esercita, con correttezza e piena consapevolezza deontologica il diritto di difesa di cui all'art. 24 della Costituzione in favore di un proprio assistito, annunciando l'impugnazione di una sentenza che condanna quest'ultimo alla sanzione più grave prevista dal nostro ordinamento"
newsbiella.it, 4 febbraio 2020
Il lavoro di pubblica utilità da estendere a parchi, giardini e cimiteri. Il Comune di Biella pronto a proporre una nuova convenzione al Tribunale. Il Comune di Biella proporrà al Tribunale di Biella una significativa integrazione alla convenzione sul coinvolgimento da parte dell'amministrazione dei lavoratori di pubblica utilità. Si tratta in particolare di quei soggetti condannati alla pena della reclusione per un delitto colposo commesso in violazione alle norme del Codice della Strada chiamati a svolgere un'attività non retribuita in favore della collettività. Attualmente le persone interessate potevano operare al Museo del Territorio, in biblioteca e alla Protezione Civile, con la nuova proposta di convenzione approvata oggi dalla giunta si aggiungeranno i settori "Parchi e giardini" e "Servizio Cimiteriale".
I lavoratori per il settore giardini potranno essere utilizzati per attività di conservazione del patrimonio verde (pulizia di parchi, giardini, aiuole, percorsi pedonali) o di supporto all'attività amministrativa. Mentre per i cimiteri i lavoratori si potranno adoperare per supporto alla manutenzione di aiuole, spazi e percorsi ad accesso pedonale. Lo svolgimento del lavoro è a titolo gratuito, sono in carico all'amministrazione le spese per la copertura assicurativa contro gli infortuni sul lavoro e per le responsabilità civili verso terzi.
Spiega l'assessore ai Lavori pubblici Davide Zappalà: "Il Comune di Biella già collabora da tempo con il Tribunale per il coinvolgimento dei lavoratori di pubblica utilità attraverso il settore Cultura. Con la stipula di questa convenzione contiamo di impiegare queste figure anche nei parchi per coadiuvare i dipendenti della Seab che già si occupano delle pulizie".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 febbraio 2020
Richiesta di rinvio a giudizio per pestaggio e falsa testimonianza. Come già anticipato in esclusiva da Il Dubbio nella versione on line, la Procura di Viterbo, dopo aver effettuato attente indagini tramite la visione dei filmati registrati dalle telecamere, le intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni delle persone informate sui fatti, ha chiesto il rinvio a giudizio per dieci agenti penitenziari che avrebbero massacrato di botte il trentenne Giuseppe De Felice, all'epoca dei fatti recluso al Mammagialla di Viterbo.
L'accusa a loro carico è di avere, "in concorso tra loro e con premeditazione, abusando della qualità di ciascuno rivestita di agente del corpo di polizia penitenziaria in servizio presso la casa circondariale di Viterbo, approfittando di circostanze tali da ostacolare la privata difesa (quali lo stato di detenzione delle vittime e l'assenza di videocamere nei luoghi in cui si sono svolti i fatti), percosso De Felice, cagionando allo stesso lesioni personali e segnatamente, tra l'altro, "edema condotto uditivo dx e trauma costale, contusione toracica destra"".
Ma non solo. Tre di loro devono rispondere anche di calunnia e falso per le loro relazioni di servizio, in cui cercano di far ricadere ogni colpa su De Felice, descritto in pratica come ingestibile. "Onde evitare che la situazione degenerasse - aveva testimoniato uno degli agenti - ordinavo al personale di polizia penitenziaria che aveva preso parte alla perquisizione ordinaria, di non allontanarsi dal posto e di prelevare il detenuto De Felice dalla propria stanza di pernottamento per allontanarlo dalla sezione IV B, mantenendo così l'ordine e la sicurezza all'interno della stessa.
De Felice, con fare spavaldo e arrogante usciva dalla propria stanza incurante del nutrito numero di agenti di polizia penitenziaria presenti sul posto e subito allungava il passo per recarsi sulla rotonda della sezione". Per il pubblico ministero Stefano D'Arma la testimonianza è falsa.
"L'ho visto con il volto tumefatto, pieno di lividi con il sangue all'occhio sinistro e ha detto che è stato pestato da una decina di agenti penitenziari", denunciò al Dubbio Teresa, la moglie del detenuto Giuseppe De Felice, 31enne, ristretto all'epoca nel carcere di Viterbo. A dicembre del 2018 era andata a visitarlo ed è rimasta scioccata nel vederlo pieno di lividi. "Ho cominciato ad urlare - racconta la moglie - ma mio marito mi ha detto di smettere, perché ha paura di subire altre ritorsioni".
De Felice era ristretto nel carcere di Viterbo da circa un mese - prima era a Rebibbia -, quando si trovava nel quarto piano D1 e venne picchiato selvaggiamente dagli agenti. "Gli hanno perquisito la cella, messo a soqquadro tutto e hanno calpestato la foto che ritraeva noi due - raccontò Teresa - mio marito ha reagito urlandogli contro, prendendoli a parolacce".
A quel punto, secondo la versione di Giuseppe De Felice, un agente penitenziario lo avrebbe chiamato in disparte, portato sulla rampa delle scale e una decina di agenti penitenziari, senza farsi vedere in volto, lo avrebbero massacrato di botte. Il marito le ha raccontato che gli agenti avrebbero indossato dei guanti neri e una mazza bianca per picchiarlo. "Lo hanno portato in infermeria - prosegue Teresa -, ma senza visitarlo, dopodiché lo hanno messo in isolamento per un'ora".
Preoccupata, Teresa non sapeva chi contattare, fino a quando ha visto su internet un video di Pietro Ioia, ex detenuto che vent'anni fa ha deciso di cambiare vita e si è esposto pubblicamente denunciando anche la famigerata "cella zero" del carcere di Poggioreale. Lo ha chiamato e subito si è attivato, consigliandole di contattare Rita Bernardini del Partito Radicale.
L'esponente radicale ha immediatamente inviato la segnalazione urgente agli organismi preposti, dal garante nazionale Mauro Palma a quello regionale Stefano Anastasìa. Ma, soprattutto al Dap e al direttore del carcere di Viterbo, pregandolo di verificare quanto denunciato dalla signora e di "far visitare urgentemente il detenuto in modo da mettere agli atti della sua cartella clinica il relativo referto".
In seguito alle percosse, Giuseppe aveva perso anche l'udito all'orecchio destro. Il caso arrivò in parlamento tramite l'interrogazione parlamentare di Riccardo Magi di + Europa e il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi del m5s rispose che il Dap si attivò e che comunque la magistratura di Viterbo aveva aperto delle indagini. Ora è arrivata la richiesta di rinvio a giudizio per gli agenti penitenziari che avrebbero commesso quelle violenze.
lombardiaquotidiano.com, 4 febbraio 2020
L'iniziativa sarà presentata domani martedì 4 febbraio alle ore 13 a Palazzo Pirelli. Interverranno il Presidente del Consiglio regionale Alessandro Fermi, il Garante regionale dei detenuti Carlo Lio e il Provveditore penitenziario Pietro Buffa. Dal "Mandato di cottura" di Como, al "Diario dei sapori" di Bollate, per approdare a Varese con "Assapori(amo) la libertà", fino alle "Mani in pasta" di Opera. Sono i quattro laboratori che condividono un unico e solo progetto: "Cucinare al fresco", ovvero una raccolta di ricette realizzate rigorosamente dietro alle sbarre. Autori dell'iniziativa quattro gruppi di reclusi che si sono messi in gioco per realizzare una pubblicazione dedicata al food. Una sperimentazione avviata due anni fa all'interno del Carcere del Bassone di Como, entrata poi nelle carceri di Bollate, Varese e Opera e che ora sarà estesa a tutte le carceri italiane.
L'iniziativa, sfociata anche in una testata giornalistica coordinata da Arianna Augustoni, sarà presentata domani martedì 4 febbraio a Milano a Palazzo Pirelli alle ore 13 in Sala Stampa, al primo piano sotterraneo adiacente l'Aula consiliare: interverranno, oltre alla stessa Arianna Augustoni, il Presidente del Consiglio regionale della Lombardia Alessandro Fermi, il Difensore regionale e Garante dei detenuti Carlo Lio, il Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria Pietro Buffa e il Direttore del Carcere del Bassone di Como Fabrizio Rinaldi. Dagli ingredienti del carrello, a quelli della spesa, passando da quanto entra in carcere dall'esterno, il ricettario e il magazine si configurano così anche come un percorso di vita e di speranza.
di Luca Scarpetta
ilcittadinomb.it, 4 febbraio 2020
Detenuto a Monza, lavora in cucina nella Pasticceria Mariani di Muggiò: "Ci avevano chiamati in carcere per un catering - spiega Roberta Mariani. Mi sono ritrovata ad allestirlo con Rosario: si è creata la giusta sintonia, credevo che fosse un cuoco che lavorava nella cucina del carcere".
A volte basta un incontro. Ed ecco che una quotidianità all'apparenza immutabile, può anche cedere al miracolo di un nuovo inizio. È incominciata alla Pasticceria Mariani di Muggiò la seconda vita di Rosario Gioia, 46 anni, catanese, detenuto del carcere di Monza, che da alcuni mesi lavora, tra paste e dolci, nella cucina della storica caffetteria di piazza Matteotti. Proprio a Muggiò Rosario è capitato quasi per caso, per uno di quegli incroci che il destino inizia a tessere durante l'infanzia e che poi sembrano perdersi, fino a quando la vita non decide sorprendentemente di riannodare quei fili lasciati in sospeso così a lungo, regalando una seconda, insperata, possibilità, anche a coloro che magari credono di non meritarla.
Così, dopo più di vent'anni trascorsi in bilico, tra Roma e la Sicilia, fino a Milano, l'epilogo era stato amaro: un mandato di cattura, preludio al suo arresto, e quindi la sentenza: quindici anni. È il 2011 e da quel momento, alle spalle di Rosario, scatta la serratura metallica di una cella del carcere di Monza.
Eppure quando Roberta Mariani lo incontra, Rosario non è già più lo stesso uomo: "In occasione di un evento, ci avevano chiamati in carcere per un catering, grazie alla muggiorese Antonetta Carrabs che presta servizio come volontaria - ha spiegato Roberta Mariani - Così mi sono ritrovata ad allestirlo insieme a Rosario: si è creata subito la giusta sintonia, tanto che credevo che fosse un cuoco che lavorava nella cucina del carcere".
Già, perché negli anni precedenti, Rosario aveva iniziato un percorso riabilitativo che gli aveva fatto percepire se stesso e la vita sotto un'altra prospettiva: "Ero entrato a far parte di "Oltreconfine", la redazione del giornale del carcere - ha raccontato Rosario - Ho avuto la possibilità di lavorare come volontario nel nostro reparto psichiatrico, dove ho ricevuto tantissimo perché quei ragazzi mi hanno fatto rivivere la storia della mia vita fino a quel momento, e poi mi sono anche fatto coinvolgere in un evento per Matera, che mi ha dato l'opportunità di lavorare in cucina e poi di partecipare al catering in cui ho conosciuto Roberta e suo padre".
Che nei mesi successivi è andato spesso a trovare Rosario in carcere, fino a quando la direzione ha ritenuto che nel suo percorso, fosse arrivato il momento per un altro, significativo, passo: "Le circostanze - ha continuato Roberta - hanno voluto che proprio in quel periodo stessimo cercando un cuoco...". Dopo l'iter burocratico, una mattina di fine ottobre, Rosario si è presentato in pasticceria, in bicicletta: "È strano uscire, dopo quattro anni. E qui avete le porte in legno".
Non più il rumore logorante di serratura metallica, solo il profumo dei dolci e il calore di quella che per Rosario "è una seconda famiglia, che mi ricorda ciò che avevo iniziato da ragazzo quando, a 14 anni, avevo lasciato la scuola per fare il pasticcere. Questo ha risvegliato una parte di me, che avevo dimenticato e mi ha fatto ritrovare l'amore per il lavoro".
Una seconda famiglia che gli ha permesso di riabbracciare la sua, la moglie e i figli, seppur per poche ore, con un pranzo natalizio durante l'orario di lavoro, prima di rientrare in carcere: "Pensavo di averli protetti tenendoli all'oscuro di tutto, invece ho tolto loro la presenza di un padre". Ma la seconda vita di Rosario non sarebbe iniziata, senza tre donne: il direttore Maria Pittariello "attraverso il cui sguardo, vedo la mia strada", il procuratore aggiunto Manuela Massenz e l'educatore Marika Colella: "La loro attenzione ha fatto sì che emergesse la parte migliore di me". Proprio come un "figliol prodigo", perché "nonostante i nostri errori - ha concluso Rosario - noi restiamo figli di questa società".
ansa.it, 4 febbraio 2020
Per Giornata Mondiale, presentato video Go5-Cooperativa Alice. I nuovi turbanti sono stati confezionati con cotoni provenienti dall'India, ma ogni foulard creato per vestire le donne che lottano contro il cancro, ha colori e disegni per infondere fiducia e speranza.
La collezione viene presentata il 4 febbraio, Giornata Mondiale contro il cancro, alle 18,30 nella sede del Consorzio Viale dei Mille, che aiuta le organizzazioni che operano con detenuti o ex detenuti a comunicare l'essenza del lavoro negli istituti di pena.
I turbanti infatti vengono realizzati nella sartoria di San Vittore grazie all'iniziativa "La vita sotto il turbante - progetto Cristina", in collaborazione tra l'Associazione Go5 - per mano con le donne dell' Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e la Cooperativa Alice del carcere milanese. Nell'incontro viene presentato in anteprima il video 'Io sono qui' girato dal regista Fabio Ilacqua per Go5.










