di Ermes Antonucci
Il Foglio, 4 febbraio 2020
I vertici degli uffici giudiziari sparsi per l'Italia demoliscono la riforma Bonafede. Con buona pace di Davigo Roma. Anche i magistrati bocciano la riforma della prescrizione, entrata in vigore il 1° gennaio. Nonostante il sostegno espresso dall'Associazione nazionale magistrati alla norma voluta dal Guardasigilli Alfonso Bonafede, che blocca il decorso della prescrizione dopo una sentenza di primo grado, una valanga di critiche è giunta dai massimi vertici degli uffici giudiziari sparsi per il paese, durante le cerimonie di inaugurazione dell'anno giudiziario tenutesi lo scorso fine settimana.
Il Primo presidente della Corte di cassazione, Giovanni Mammone, ha prospettato un aumento del carico di lavoro per la Suprema Corte di "circa venti- venticinquemila processi", che "difficilmente potrebbe essere tempestivamente trattato nonostante l'efficienza delle sezioni penali della Corte di cassazione". In altre parole, una paralisi della giustizia. A Milano, dove i penalisti hanno abbandonato l'aula prima dell'intervento di Piercamillo Davigo, il procuratore generale della Corte d'appello, Roberto Alfonso, è stato ancora più duro: "La sospensione del corso della prescrizione non servirà sicuramente ad accelerare i tempi del processo, semmai li ritarderà 'senza limiti'", ha detto Alfonso alla presenza del ministro Bonafede, aggiungendo che la norma entrata in vigore "presenta rischi di incostituzionalità", in particolare "viola l'articolo 111 della Costituzione" sulla ragionevole durata del processo.
Alfonso ha anche sottolineato che per l'imputato "già solo affrontare il processo penale costituisce una 'pena'", anche per il "disdoro che purtroppo nella nostra società massmediatica esso provoca", e di conseguenza "l'inefficienza dell'amministrazione non può ricadere sul cittadino, benché imputato". A Trieste il procuratore generale Dario Grohmann ha ribadito di "non essere assolutamente favorevole a una sospensione sine die della prescrizione", aggiungendo che la riforma "va a colpire i principi generali dell'ordinamento portando comunque un vantaggio minimo".
Anche il procuratore generale di Torino, Francesco Enrico Saluzzo, si è detto "assolutamente contrario alla prescrizione sterilizzata per sempre": "La prescrizione è una garanzia per i cittadini e assicura che non si possa essere imputati a vita e neppure vittime, persone offese, parti civili a vita". Il presidente della Corte d'appello di Firenze, Margherita Cassano, nel suo intervento all'inaugurazione dell'anno giudiziario ha affermato che "la inevitabile dilatazione dei tempi del processo conseguenti alla sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado mal si concilia con un giusto processo incentrato sul metodo dialettico nella formazione della prova", ricordando che "la percentuale più alta di prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari".
"Non possono, infine, essere sottaciute le drammatiche conseguenze sociali provocate dalla pendenza per lunghissimi anni di un processo penale che rende l'uomo unicamente un imputato in palese contrasto con la presunzione costituzionale di non colpevolezza", ha detto ancora Cassano. Alla cerimonia di inaugurazione a Napoli, dove gli avvocati sono entrati in aula con le manette ai polsi, il procuratore generale di Napoli, Luigi Riello, ha affermato che la riforma, "anche se risponde a un principio astrattamente condivisibile" considerata "da sola e calata nella comatosa situazione italiana" si tradurrebbe "in quell'ergastolo processuale o in Quell'inizio pena mai di cui tanti giustamente parlano".
Per il presidente della Corte d'appello di Roma, Luciano Panzani, "sospendere la prescrizione non serve a nulla", ma "significa soltanto accumulare i processi senza che ci siano le risorse per farli" e "ledere in modo irreparabile diritti fondamentali ad un processo equo e tempestivo". Da qui la proposta di amnistia: "La battaglia per risolvere il problema della prescrizione può essere vinta", ha detto Panzani, potenziando "adeguatamente le corti" e ponendo rimedio "all'arretrato che si è accumulato, per i reati minori", con "un'amnistia mirata". Ma a offrire la sintesi definitiva delle conseguenze nefaste prodotte dalla riforma della prescrizione è stato probabilmente il procuratore generale facente funzioni di Roma, Federico De Siervo: "Allo stato degli atti e delle condizioni in cui si trova la Corte d'appello di Roma non è irragionevole ritenere che i processi che ora si definiscono con la formula di non doversi procedere per prescrizione si risolvano un domani con la formula di non doversi procedere per morte del reo". A concludere i processi, cioè, sarà soltanto la morte degli imputati.
agensir.it, 4 febbraio 2020
Laura Marignetti, già assistente volontaria della Sesta Opera San Fedele di Rieti, è stata riconfermata presidente del Seac, coordinamento degli enti e delle associazioni di volontariato penitenziario in Italia di ispirazione cristiana, all'unanimità dal Consiglio nazionale. Assieme a lei sono stati riconfermati il precedente staff di presidenza integrando l'elezione di Stefania Marangoni (Associazione Nova Terra di Vicenza) alla carica di vicepresidente. L'impegno di Laura Marignetti e di tutto il Consiglio nazionale sarà "il proseguimento della linea di rinnovamento del Seac per la promozione del volontariato in ambito penitenziario, potenziando l'impegno già intrapreso con il progetto 'Volontari per le misure di Comunità', sostenuto dalla Fondazione con il Sud", si legge in una nota.
di Maurizio Tortorella
Panorama, 4 febbraio 2020
Un avvocato finito a San Vittore racconta quel che ha visto dietro le sbarre: umanità, intelligenza e sensibilità. Ma anche un mare di occasioni perdute L'avvocato pensa al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e alla frase che qualche giorno fa gli è sfuggita in diretta tv: "Non ci sono innocenti in galera".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 4 febbraio 2020
La vicenda della prescrizione - cioè del blocco della prescrizione - si sta un po' aggrovigliando. Il partito dei Pm, guidato da Travaglio e Davigo, era sicuro di aver condotto in porto l'operazione e di avere sconfitto, con la forza di fuoco dell'informazione (che largamente controlla) e con la sua rappresentanza parlamentare, le poche resistenze, quasi tutte raccolte attorno alle Camere penali.
E invece il fine settimana ha complicato le cose. Si è frapposto Matteo Renzi, che è sempre una presenza fastidiosa, ma soprattutto ci si è messa di mezzo l'inaugurazione dell'anno giudiziario, che doveva essere il momento del trionfo del PPM (partito dei Pm) e invece è stato il tonfo.
Il PPM in molte sedi l'ha fatta da padrone. A Palermo è riuscito addirittura a far parlare due dei suoi esponenti più prestigiosi (Scarpinato e Di Matteo). Ma ha preso due schiaffi dolorosi a Roma e a Milano, che sono città importanti, e subito dopo ha visto aprirsi la partita politica con l'impuntatura di Renzi.
Di Roma vi abbiamo già riferito sul Riformista di sabato. Gli interventi di Mammone e Salvi sono stati due frustate. Il giornale del PPM (cioè Il Fatto Quotidiano), furioso, non ne ha nemmeno riferito in prima pagina. La redazione è rimasta basita di fronte a qualcosa di così imprevedibile: il Procuratore generale e il Primo Presidente della Corte di Cassazione che fanno a pezzettini piccoli tutte le teorie generali del giustizialismo, dalla non-prescrizione come soluzione dei mali della società, fino al diritto al protagonismo dei Pm, considerato dai travaglisti indispensabile a un buon controllo dell'Ordine e della Legalità. Come può succedere? Può succedere perché l'Italia è un paese tosto: non solo riesce a isolare il coronavirus prima di tanti altri paesi, ma - seppur nel dilagare del giustizialismo - tiene ferma, in alcune menti, anche molto altolocate, l'idea che lo Stato di Diritto è più importante persino di Gratteri e di Travaglio.
E tuttavia la sorpresa maggiore è arrivata il giorno dopo da Milano. Doveva essere il Davigo Day. Piercamillo Davigo, cioè il numero 2 del PPM, secondo per importanza solo al generale Travaglio, era riuscito a farsi mandare dal Csm a rappresentare lo Stato all'inaugurazione dell'anno giudiziario di Milano, la città di Mani Pulite, di Borrelli di Bocassini. Ed era riuscito a respingere la controffensiva dei penalisti che avevano chiesto al Csm di rinunciare alla evidente provocazione.
Ed ora si preparava a un gran discorso, in toga ghingheri e piattini, nella sede più solenne possibile e immaginabile. E invece cosa succede? Prima di tutto succede che il procuratore generale di Milano Roberto Alfonso prende la parola e, invece di usare giri di parole per esprimere il suo pensiero, dice chiaro chiaro: l'abolizione della prescrizione viola l'articolo 111 della Costituzione, quello sul giusto processo. E la presidente della Corte d'Appello Marina Tavassi, con più cautele, dice qualcosa di molto simile.
Capite che mazzata? E Alfonso pronuncia queste parole davanti al povero Bonafede, cioè al ministro - per capirci - che probabilmente di tutta questa storia sa pochissimo, però ci è finito in mezzo e ora non sa proprio come uscirne.
E Davigo? Resta lì a bocca aperta, e quando poi gli danno la parola si accorge che mezza sala si alza in piedi, agita dei cartelli con scritti su alcuni articoli della Costituzione, volta le spalle ed esce dalla sala. Facendo anche rumore. Sono gli avvocati, che lui ha sempre considerato, sostanzialmente, imputati di serie B. E così la giornata che doveva essere del suo trionfo diventa la giornata nera nera della sua crociata. Intanto ci sono anche le novità politiche. Con Renzi che avverte che lui il processo eterno non lo avalla. E la possibilità di non avere la maggioranza in Senato.
E ora? L'avanguardia del PPM, e cioè Travaglio in persona, si scatena sul Fatto. Scrive un articolo contro i penalisti e lo intitola, rabbiosissimamente, "le camere penose". In questo articolo spiega che non c'è niente da fare, perché gli avvocati penalisti sono una lobby, e hanno un potere sterminato, e dominano in Parlamento e impongono le loro leggi.
Glil'avrà detto Davigo? Non so. Però se volete vi elenco le nove principali richieste al Parlamento del fronte garantista (minuscolo fronte sostenuto dagli avvocati) e le sei richieste del fronte travaglista e dei magistrati (cioè: del partito dei Pm).
Avvocati. 1). Separazione delle carriere tra Pm e giudici. 2) Fine dell'obbligatorietà dell'azione penale. 3) Piena responsabilità civile per i magistrati come per gli altri professionisti. 4) Riduzione della custodia cautelare. 5) Riforma carceraria. 6) Depenalizzazione dei reati minori. 7) Riforma delle intercettazioni. 8) Abolizione o riduzione del 41 bis, cioè del carcere duro, per via della sua evidente incostituzionalità. 9) Fine del doppio binario processuale e delle varie misure di emergenza.
Di queste richieste, che giacciono da anni, ne sono state approvate zero. Numero zero.
Le richieste fondamentali dei magistrati sono solo sei. 1) Abolizione o riduzione della prescrizione. 2) Sospensione della riforma carceraria varata dal governo Gentiloni. 3) Abolizione della impossibilità di riformare in peggio le sentenze di appello. 4) Legge spazzacorrotti che equipari le tangenti agli omicidi di mafia. 5) Aumento della possibilità di usare i Trojan (cioè il meccanismo di spionaggio a casa tipo Rdt) specialmente per i politici. 6) Legge Severino per tagliare le gambe ai politici anche se condannati solo in primo grado.
Di queste sei richieste ne sono state accettate cinque. La riforma del processo di appello, con peggioramento delle garanzie per gli imputati, ancora è ferma. I magistrati sono abbastanza indignati del fatto che se chiedono sei cose ne vengano accettate sul tamburo solo cinque. E ora sono addirittura sbalorditi di fronte alla possibilità che salti o sia rinviato ancora il blocco della prescrizione. Per questo parlano di lobby degli avvocati. Con una ammirabilissima faccia di bronzo.
di Carlo Bertini e Ilario Lombardo
La Stampa, 4 febbraio 2020
Ai 5S contrari verrebbe offerta una ritirata stile-Tav. Il premier: pronta modifica sulle sentenze d'appello. Con l'odore di zolfo della crisi che già aleggia su Palazzo Chigi, è rimasto solo il Parlamento a offrire alla maggioranza una possibile via d'uscita sulla prescrizione. Sembra non ci sia alternativa, a maggior ragione dopo che il presidente della Cassazione e gli avvocati si sono scatenati contro la norma.
Alla Camere si affidano le sorti della riforma, come ultimo salvagente per scongiurare lo strapiombo del governo. O si troverà una soluzione, oppure in Aula si andrà verso una convergenza tra i partiti, di maggioranza (renziani in testa) e di opposizione per fermare la legge. La data cerchiata in rosso è i124 febbraio, quando si voterà il ddl del deputato di Forza Italia Enrico Costa. E dove in caso di scrutinio segreto la legge del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede potrebbe essere affondata.
Ma già si presagisce un esito in stile Tav: con i 5 Stelle che al grido "noi non ci stiamo" si piegano "al volere del Parlamento sovrano", ma da irriducibili, mostrando di aver salvato i propri principi e facendo rimanere in piedi il governo. Protagonisti assoluti di questa sfida sono Bonafede, il ministro incatenato alla sua proposta di bloccare la prescrizione, in vigore dal 1 gennaio, e Matteo Renzi, l'ex premier che anche per gonfiare i numeri della sua Italia Viva ha fatto della giustizia la battaglia del secolo, anche contro il suo ex partito. Il botta e risposta con il vicesegretario del Pd ed ex Guardasigilli Andrea Orlando dà la sintesi politica della giornata.
Se Iv non avesse "politicizzato" lo scontro, secondo Orlando, Bonafede sarebbe stato costretto a rispondere alle precise obiezioni di avvocati e magistrati. "Non morirò giustizialista" la risposta di Renzi. "Si può cambiare la norma senza votare con Salvini e mettere a rischio il governo" la controreplica del dem. In mezzo a tutto questo, il M5S spaventato dall'escalation, e il premier Giuseppe Conte in cerca di un appiglio per l'ennesima mediazione. Glielo offre il suo omonimo deputato di Leu, Federico Conte, lo stesso che gli aveva fornito il primo "lodo", quello che bloccava la prescrizione solo per i condannati in primo grado e non per gli assolti, quello che secondo alcuni è incostituzionale e secondo altri è già previsto dal sistema penale (articolo 160) dai tempi del Codice Rocco.
Il nuovo "lodo" integra l'altro: in caso di condanna di primo grado e assoluzione in appello, la prescrizione verrebbe retrodatata per farla scattare dalla prima sentenza, in modo da evitare in alcuni casi il giudizio in Cassazione. Viceversa non scatterebbe con una condanna in appello. Quindi, di fatto per eliminare la prescrizione servirebbero due sentenze di condanna. I renziani la considerano un passo avanti ma Maria Elena Boschi fa notare che se l'appello dura anni non si risolve il problema.
Obiezione condivisa anche dal Pd che comunque punta a rinforzare questa ipotesi con garanzie di durata certa dei processi. Ma non è l'unica soluzione, perché si sta ragionando anche attorno all'ipotesi di distinguere i reati e bloccare la prescrizione, per esempio, in caso di corruzione. Ieri c'è stato un contatto telefonico tra Bonafede e gli altri capi-delegazione della maggioranza.
Per domani, di ritorno da Londra, Conte avrebbe intenzione di convocare un vertice. In ogni caso il Pd intende chiedere un compromesso politico che stia bene a tutti, per evitare scivolate improvvise verso la crisi, ma anche che la bandiera del garantismo resti solo in mano a Renzi. Bisogna fare in fretta. Il calendario è fitto. Iv conferma che non ritirerà, e ripresenterà anche in Senato, l'emendamento di Lucia Annibali che rinvia il blocco della prescrizione di un anno, in attesa di una riforma che velocizzi il processo penale.
Il Pd non lo voterà ma annuncia che senza la mediazione di Conte lancerà la sua proposta, magari di tornare alla norma Orlando, che sospende la prescrizione per 12 mesi dopo il primo grado e 24 dopo l'appello. Nessuno comunque vuole arrivare al 24 febbraio impreparato. Perché, nonostante il tutti contro tutti, nessuno è pronto fino in fondo a scommettere che il governo cadrà ora sulla prescrizione, a un mese dalle nomine pubbliche delle grandi aziende.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 4 febbraio 2020
Il vicepresidente del Csm: agendo per tasselli si rischia di aggravare la situazione. "Da questo ennesimo scontro politico sulla giustizia emerge ancora una volta la necessità di una riforma organica, di sistema, che riguardi il processo penale ma anche il codice penale, con la revisione dei reati; ma per farlo ci vorrebbe un clima totalmente diverso, più disteso e soprattutto di collaborazione", sostiene il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura David Ermini.
Lei come pensa che andrebbe sciolto il nodo prescrizione?
"La soluzione spetta al Parlamento e al governo. Ma su questioni che incidono direttamente sulla vita e la pelle dei cittadini si dovrebbe trovare la massima condivisione possibile. Anche con l'opposizione, visto che si tratta di attuare i principi costituzionali del giusto processo, della sua ragionevole durata e delle garanzie. Invece ogni nuova coalizione cambia le regole, e non mi pare un buon modo di procedere".
Ma sul caso specifico secondo lei come bisognerebbe intervenire?
"Io sto al parere espresso dal Csm, seppure a maggioranza: eliminarla dopo la sentenza di primo grado, senza altri interventi strutturali, non risolve la criticità dell'eccessiva durata dei processi, e anzi rischia di aggravarla. A titolo personale penso sia stato un errore intervenire su questo punto senza conoscere il resto delle riforme, perché come accade nel domino quando si toglie una tessera rischiano di cadere tutte le altre".
Dunque sarebbe utile una sospensione, come chiede Renzi, o accelerare la riforma del processo, come vuole il ministro Bonafede?
"Non spetta a me scegliere una strada. Dico solo che in questa situazione gli ultimatum o la fissazione di nuove scadenze perentorie non aiutano a creare il necessario clima di collaborazione".
Pensa sia giusto che i magistrati intervengano nel dibattito sulla prescrizione, come sta avvenendo?
"Intanto il Csm, che è l'organo di governo autonoma della magistratura, è stato chiamato formalmente a esprimere un parere, come su tutte le leggi che hanno ricadute sull'organizzazione giudiziaria. Dopodiché vanno ascoltate le opinioni dei magistrati come pure dell'avvocatura e dell'Accademia, cioè tutti coloro che compongono il mondo del diritto e della giurisdizione. Sempre con l'obiettivo di ottenere il massimo consenso".
A proposito di opinioni, che pensa della protesta degli avvocati milanesi contro la presenza del consigliere Davigo all'inaugurazione dell'anno giudiziario?
"Il Csm ha subito dichiarato irricevibile la richiesta di non farlo andare, e sinceramente mi meraviglia che una platea di avvocati abbia di fatto invocato la censura di opinioni altrui. Ogni critica è legittima, ma sempre nel rispetto per le persone e le istituzioni che rappresentano".
Lei e altri avete parlato dello scandalo che ha convolto il Csm lo scorso anno.
"Non si poteva certo nascondere. È una situazione che va superata e la stiamo superando".
Può affermare che non c'è più il "sistema di potere" emerso dalle indagini?
"Posso affermare che c'è stata una presa di coscienza da parte di tutti i consiglieri, come si evince da votazioni e prese di posizione che non rispecchiano gli schieramenti compatti delle correnti e dei partiti che hanno eletto i consiglieri togati e laici".
Però sulle nomine fatte e da fare il Csm continua a dividersi.
"L'unanimsimo non è indispensabile; maggioranze e minoranze non sono un male in sé, l'importante è che tutto avvenga in trasparenza. Quello che non va bene sono i patti occulti e gli schieramenti precostituiti: una volta arrivati qui non ci sono più casacche di correnti o di partito, né vincoli di mandato".
Lo dice perché anche lei è stato eletto da un patto tra correnti, le stesse coinvolte nello scandalo?
"Lo dico perché lo penso. È vero che mi hanno votato quelle correnti, ma dal primo momento io ho avuto come unici riferimenti la Costituzione e il capo dello Stato, presidente del Csm. Lo dimostrano proprio le intercettazioni in cui alcuni che mi avevano sostenuto si lamentavano dei miei comportamenti".
di Luca D'Auria*
Il Fatto quotidiano, 4 febbraio 2020
L'apertura dell'Anno giudiziario ha visto, ancora una volta, contrapporsi i magistrati agli avvocati. Ma anche i magistrati contro la politica. Il tema è quello virulento sulla riforma/abbattimento della prescrizione. Qualcosa ho già detto in un mio post precedente. Altro ritengo che non vada aggiunto. Il Procuratore generale di Milano ha bollato la riforma come inutile (non faciliterebbe la funzione giudiziaria, né la velocizzerebbe) oltre che incostituzionale. Un de profundis per chi "liscia il pelo" ai sacerdoti del diritto. Credo non si debba aggiungere altro.
Peraltro ipse dixit: questo affondo viene, infatti, dal rappresentante più alto in carica della magistratura d'accusa del Tribunale di Milano, che è da quasi un quarantennio la sede giudiziaria più autorevole della Repubblica e maggiormente influente nel dettare la linea dell'intera magistratura italiana. Il resto della cerimonia, fuori dalle parole del Procuratore generale, è stata polemica, anche a dispetto di quanto, solo poche ore prima, era stato auspicato (e annunziato) dal (nobilissimo) palco del Conservatorio della musica, dove si è svolta una profonda serata di musica e cultura musicale. Sono bastate poche ore per ammainare il pensiero di Friederich Nietzsche. Il filosofo di Rocken ebbe a dire che "senza musica la vita sarebbe un errore".
Ma non bisogna stupirsi che la giustizia volti le spalle al grande pensatore tedesco: basti pensare che l'accertamento giudiziario è l'unico dei mondi umani in cui non è riconosciuto l'errore come suo elemento possibile. Persino la scienza, da ormai un secolo, è considerata "un cimitero degli errori" (Karl Popper) e anzi ha dimostrato che progredisce proprio da questo assunto relativistico. Ma la giustizia è talmente divina da poter andare oltre la scienza.
La giustizia esige di essere assunta pro veritate, alla stregua di un dogma di fede, non concedendo alcuna forma di ripensamento rispetto al suo decidere. Neppure l'istituto giuridico della revisione è un'ammissione d'errore ma, al contrario, una radicalizzazione del dogma. Infatti non vi può essere alcuna revisione fondata sul riconoscimento dell'errore, ma solamente una nuova decisione, basata su elementi diversi e sopraggiunti in seguito al giudicato precedente.
Io desidero celebrare l'inaugurazione dell'Anno Giudiziario con le parole di Leonardo Sciascia (Il Contesto): "Prendiamo, ecco, la messa: il mistero della transustanziazione, il pane e il vino che diventano corpo, sangue e anima di Cristo. Il sacerdote può anch'essere indegno, nella sua vita, nei suoi pensieri: ma il fatto che è stato investito dell'ordine fa sì che ad ogni celebrazione il mistero si compia. Mai, dico mai, può accadere che la transustanziazione non avvenga. E così è un giudice quando celebra la legge: la giustizia non può non disvelarsi, non transustanziarsi, non compiersi. Prima, il giudice può arrovellarsi, macerarsi, dire a se stesso: non sei degno, sei pieno di miseria, greve di istinti, torbido di pensieri, soggetto ad ogni debolezza e ad ogni errore; ma nel momento in cui celebra non più. E tanto meno dopo. Lo vede lei un prete che dopo aver celebrato messa si dica: chissà se anche questa volta la transustanziazione si è compiuta? Nessun dubbio: si è compiuta. Sicuramente".
Se non si parte da qui è inutile polemizzare, battagliare o persino disquisire di diritto. L'errore è l'essenza della cognizione, perché solo il riconoscimento della sua esistenza (come riconosciuto dalla scienza) consente di accedere, faticosamente, al giusto. Non è la toga (di ermellino per la magistratura o nera per l'avvocatura) a trasformare l'essere umano in un soggetto alieno dall'errore.
L'errore vero, non quello da chiacchiera, quello "ingenuo" secondo cui "tutti possono sbagliare". L'errore esiste se è rimediabile; ed è rimediabile se è riconosciuto dal sistema all'interno del quale può svilupparsi. Il resto è polemica. Perché, senza musica, la vita è un errore.
*Avvocato e docente di Diritto
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 4 febbraio 2020
Credo non inutile - dopo aver ascoltato da giorni gli interventi, il più delle volte del tutto sgangherati, nell'ambito della inaugurazione dell'anno giudiziario - fermare l'attenzione su un tema centrale: che cosa è il processo penale? In proposito, è stato necessario sorbirsi come una medicina amara le opinioni più strampalate provenire anche da fonti formalmente autorevoli, ma fatalmente ignare della reale consistenza della trama processuale e comunque vittime inconsapevoli della domanda funzional-strumentale (come funziona?) che - lo notava anni or sono Umberto Galimberti - sembra aver definitivamente spodestato quella ontologica: tì estì? (che cosa è?), come si domandavano invece saggiamente i greci, allo scopo di scongiurare corbellerie varie, spacciate come autorevoli affermazioni.
Ma nonostante la diversità di opinioni in proposito - varie e soavemente ingiustificate e ingiustificabili, come si trattasse di scegliere, fra decine di gusti, un gelato alla crema o al pistacchio - una sorta di costante di fondo sembra essere sempre presente in molti commentatori, compresi gli addetti ai lavori, cioè magistrati, ministri, esponenti di forze politiche chiamati a votare in Parlamento le riforme al processo penale: e cioè la convinzione che il processo penale serva ad applicare la pena astrattamente prevista dalla legge.
Insomma, a prevalere di molto è la strampalata idea che il processo sia una sorta di strumento di cui bisogna servirsi allo scopo di punire il reo. Bisogna invece considerare che il processo, in uno Stato di diritto, è ben altra cosa. E precisamente è una "verifica" - meglio una "prova di resistenza", per usare un gergo epistemologico - della ipotesi accusatoria: nulla di più o di meno.
Per esser più chiari, la cosa funziona all'incirca come segue. Una ipotesi accusatoria, più o meno grave, viene formulata a carico di Tizio. E allora, mentre in uno Stato totalitario - ove il diritto è morto e sepolto - si passa subito alla esecuzione della pena o, in alternativa, si imbastiscono processi-farsa (cioè i cosiddetti processi politici, tanto frequenti nell'Unione Sovietica) allo scopo demagogico di mascherare (malamente) il misfatto di una condanna scritta in partenza, al contrario, in uno Stato di diritto - quale dovrebbe essere il nostro - si organizza il processo in senso giuridico allo scopo di verificare o falsificare la ipotesi accusatoria a carico di Tizio.
Ne viene che il processo giuridico è un vero e proprio "diritto" dell'accusato, il quale - se ne fosse privato - rivendicherebbe subito il suo sacrosanto diritto al processo: basta chiederlo ai dissidenti sovietici, spediti nei Gulag della Siberia, sulla base di una generica e fantasiosa accusa, mai sottoposta ad una seria verifica processuale.
Il processo penale dunque si fa, anziché non farsi, per difendere l'imputato dalle accuse a lui mosse, e proprio per questo è un suo inalienabile diritto: e senza il processo, quale altro modo avrebbe l'accusato di difendersi? Invito in proposito i sedicenti giuristi di casa nostra a rileggersi - se mai l'avessero già fatto - "Arcipelago Gulag" di Solgenitsin oppure, a piacere, diversi scritti di Sacharov.
Non basta. In questa prospettiva, va aggiunto che il processo - comunque vada a finire, con una condanna o con una assoluzione - se regolarmente svolto, è sempre riuscito, ha sempre raggiunto il suo scopo, che è il giudizio sulle accuse: null'altro. Pensare che il processo sia "riuscito" se giunge a condannare l'accusato e invece non lo sia se lo assolve, è l'effetto di un cortocircuito mentale - oggi purtroppo comune a molti sedicenti giuristi - in forza del quale si scambia la causa (l'accusa) con l'effetto (il giudizio) e l'accusato con il colpevole (come se bastasse essere accusati per venir considerati automaticamente colpevoli).
Per questo motivo, i vecchi giuristi son soliti dire che il processo è "auto-telico", che non è una parolaccia, ma vuol soltanto significare che lo scopo ("telos") del processo non è fuori di esso, ma è dentro di esso, al suo interno: è il giudizio. È allora molto chiaro - per coloro non ancora accecati dal giustizialismo giacobino oggi veicolato dai pentastellati, dai loro epigoni e, ahimè!, da alcuni magistrati - che il processo penale non ha nulla a che vedere con la difesa della società. La difesa della società potrà esser considerata, al più, un effetto del tutto eventuale della condanna dei colpevoli, ma comunque si tratta di un elemento estraneo alla genuina trama processuale. Per questo, sorprende molto che se ne parli a proposito della funzione del processo e delle riforme che vanno inaugurate. Sorprende questa sorta di disagio del pensiero.
Sarebbe come se un gruppo di chef si mettesse a dibattere sulla possibile indigestione che "potrebbe" colpire alcuni commensali, invece di occuparsi del menu da servire e della sua bontà: pura follia!
Eppure, è questo lo spettacolo al quale tocca oggi assistere. E con malinconia, più che con preoccupazione. Quella malinconia che sorge nel constatare come ancora oggi - dopo oltre trent'anni - sia vero ciò che Leonardo Sciascia lamentava, quando denunciava come in Italia manchi, endemicamente, il "senso del diritto". Quel "senso del diritto" senza il quale è impossibile vivere in una compagine autenticamente umana, come ben sapeva Antonio Rosmini quando definiva il diritto "la persona sussistente". E ancor più, se di questo disagio del pensiero si fanno preda anche coloro che - i giudici - dovrebbero combatterlo. In difesa del diritto.
di Pietro Senaldi
Libero, 4 febbraio 2020
"Renzi ha provato a cambiare la giustizia, forse anche per questo è preso di mira". "Finora ho sopportato e sono stata una signora. Ora basta, Travaglio. Mavaffanculo". Con questa uscita sui suoi social, Gaia Tortora, vicedirettore del tg di La7 nonché figlia di una delle più famose vittime della giustizia italiana, ha fatto irruzione nel dibattito sullo stato del nostro sistema penale una settimana prima dell'inaugurazione dell'anno giudiziario.
A farle perdere le staffe, un articolo di Travaglio nel quale il direttore del Fatto Quotidiano scriveva che "non c' è nulla di scandaloso se un presunto innocente finisce in carcere". Poiché il carcere preventivo è ammesso dalla legge e anche il peggior assassino è presunto innocente fino al terzo grado di giudizio, la galera anche per chi poi si rivelerà non colpevole è una spiacevolezza funzionale al sistema, è la tesi del miglior amico di Davigo nel panorama della stampa italiana. "Può pensarla così solo chi non si è mai ritrovato accusato di quel che non aveva mai fatto. Sono argomentazioni da azzeccagarbugli" è la replica che Gaia Tortora affida a Libero in questa intervista.
Peggio il Guardasigilli Bonafede che dice che in Italia gli innocenti non finiscono in carcere o Travaglio che accomuna colpevoli e non colpevoli dicendo che in fondo sono tutti presunti innocenti?
"Quella di Bonafede è stata una gaffe, alla quale il ministro ha messo una pezza precisando che si riferiva agli assolti e non agli innocenti. Diciamo che è stato un malinteso, perché vorrei vedere che un assolto finisse in carcere Travaglio invece non lo scuso. Anche se legale, resta scandaloso che un innocente sia in carcere, anche solo per una notte. E i dati ci dicono che ogni giorno in Italia vengono arrestati tre innocenti: neppure questo è scandaloso?".
Anche sabato il direttore del Fatto è intervenuto sulla vicenda. Come mai?
"Lui usa per sostenere le sue tesi gli stessi argomenti dell' ex pm Davigo. Sono il suo cavallo di battaglia, e poi vuol far credere di essere l' unico giornalista in Italia che conosce il diritto; invece non è così, io la giustizia italiana la bazzico dai tempi delle medie, per vicende personali non piacevoli. Ma quello che è ancora più scandaloso rispetto a quel che scrive è che Travaglio per difendere le sue idee insulti i colleghi".
Il primo vaffanculo però è tuo..
"Sai che per la Cassazione non è reato, equivale a smettila di importunarmi. Se avessi detto poveretto invece, l' avrei offeso".
Quindi è lui che ha commesso reato?
"Ormai dipende tutto dall' interpretazione personale del giudice che ti tocca in sorte".
Il quale nella sua valutazione può essere influenzato anche da chi offende e da chi è offeso, oltre che dal contenuto dell' offesa?
"Se tutto diventa opinione, il diritto sfuma".
Perché hai deciso di rompere il silenzio sulla giustizia proprio dopo l' articolo di Travaglio?
"L' ho fatto altre volte. Quest' ultima non so, sono cose che ti vengono da dentro. Certo, quel "non è scandaloso" mi ha indignato. Io ho una storia di ingiustizia nota e quando parlo lo faccio per dare voce a tutti quelli che la pensano come me ma non hanno il mio pulpito. La vicenda però mi ha fatto riflettere molto sulla nostra categoria".
Quali colpe abbiamo sulla giustizia?
"Il Paese è già diviso in tifoserie. Se i giornalisti alimentano lo scontro tra manettari e garantisti, tutto diventa più complicato".
Ti abbiamo deluso?
"Ho ricevuto della solidarietà, ma ho anche constatato che, quando fai certe battaglie e ti esponi, non sono in tanti quelli che ti dicono coraggio, vai avanti. Io sono stata insultata".
Anche i giornalisti sono succubi della magistratura come i politici?
"Quando appartieni a una categoria forse hai più difficoltà ad assumere posizioni di rottura. Ma è triste. Io so che mio padre è morto di malagiustizia ma anche di pessimo giornalismo. In questo senso è morto invano, perché la sua vicenda ha insegnato poco ai colleghi e ancor meno a parte della magistratura".
L' assoluzione non lo aiutò a lasciarsi alle spalle il carcere?
"No, quella storia lo cambiò radicalmente e definitivamente. Sono cose che ti restano dentro a vita. Mio padre non è morto in pace, non si è mai riconciliato con il sistema. Lui poi mi diceva sempre che il carcere ti marchia e agli occhi dell' opinione pubblica, o almeno di una parte di essa, resti comunque un individuo sospetto. La cosa lo faceva impazzire".
Il carcere preventivo però è una realtà del nostro diritto, come ricorda Travaglio
"Questo non significa che non si possa cambiare. Ci sono misure alternative. Le carceri scoppiano, e noi veniamo condannati dall' Europa per le condizioni di detenzione ma metà dei prigionieri sono in attesa di giudizio. Non c' è volontà politica di risolvere la situazione".
Ritieni che i giudici debbano pagare per i loro errori?
"Sì, specie quando penso che i responsabili dell' inferno di mio padre hanno fatto tutti ottime carriere.
Non penso che si debba arrivare a sanzionarli economicamente, se non c' è malafede acclarata, ma negli altri lavori quando uno sbaglia subisce dei rallentamenti nella professione. È normale, e giusto".
Perché non avviene?
"Perché quella della magistratura è la lobby più potente che c' è in Italia. Uno dei mali della giustizia è proprio che i giudici pretendono di non essere mai messi in discussione. E la politica va loro dietro, asserendo che le sentenze non si commentano. Ma perché?".
Se la giustizia va male e i magistrati sono i padroni dei tribunali, non è illogico che pretendano di fornire loro le soluzioni ai problemi che creano?
"Ma questo avviene per tutte le categorie. Prendi la scuola. Gli insegnanti sono i primi a dire che non funziona, poi però se arriva Renzi e vuole inserire criteri di valutazione del lavoro dei professori per migliorare l' insegnamento, questi si ribellano. Tutti difendono il loro orticello,
anche se si rendono conto che dà frutti marci".
Hai ascoltato i discorsi dei presidenti dei tribunali all' inaugurazione dell' anno giudiziario?
"Sì. E se l' allarme sulla giustizia e sull' abolizione della prescrizione arriva anche dai magistrati, forse il ministro Bonafede dovrebbe iniziare a riflettere sulla bontà della sua riforma".
Tu sei per la reintroduzione della prescrizione?
"Sì, ma vorrei una riflessione più ampia sulla giustizia. Il dibattito non può fermarsi solo sulla prescrizione. È il vizio della politica italiana, concentrarsi su un particolare, scatenare un impazzimento generale e non risolvere mai nulla. Si perde tempo continuamente".
Cosa pensi della giustizia in generale?
"È il problema numero uno in Italia, e non solo per gli innocenti in carcere, ma perché la burocrazia e la lentezza e incertezza dei processi sono un freno al lavoro delle imprese di casa nostra e allontanano dall' Italia gli investimenti stranieri. La situazione della giustizia mi preoccupa, sono trent' anni che ascolto chiacchiere e non succede mai nulla".
Dubito che un governo M5S-Pd pensi di mettere mano davvero alla giustizia
"I grillini hanno il giustizialismo nel dna, ci hanno preso i voti, come con il reddito di cittadinanza. Dal Pd però mi aspetterei un ragionamento vero sul tema giustizia. Renzi aveva provato a metterci mano, forse anche per questo ora si ritrova con le inchieste in casa".
L' Italia oggi è più manettara?
"No, lo è meno. Anche dal mio scontro con Travaglio ho potuto notare che il Paese è meno giustizialista di quanto si creda. E anche questo dimostra lo scollamento tra la maggioranza di governo e l' Italia reale".
Cosa imputa al Pd sulla giustizia?
"Non è ben chiaro che idea abbia.
Ha sempre approcciato il problema con forte timidezza, non ha mai messo il disastro della giustizia tra le priorità da affrontare. Ora che ha varato la manovra e vinto in Emilia-Romagna, il Pd cosa vuol fare?".
Probabilmente nulla?
"Il Paese è fermo per colpa delle divisioni dell' esecutivo. Il punto è che nella maggioranza a nessuno conviene andare a votare".
Forse il Pd è in imbarazzo sul tema giustizia perché l' ha cavalcata troppo politicamente
"Questo è il vizio d'origine. Dai tempi di Tangentopoli, poi con Berlusconi, Renzi, Salvini Il Pd non ha mai fatto del garantismo una propria battaglia".
Non è che il Pd tiene bordone ai magistrati perché gli fanno comodo?
"Io non vedo tutto questo strizzamento d' occhi. Penso più semplicemente che mettere mano alla giustizia comporti una forma di coraggio che i dem non hanno. Specie in questo momento, dove se si rompe e si va al voto vince il centrodestra. Il Pd è cambiato sulla giustizia. Non è più quello di Renzi e del Guardasigilli Orlando".
Si è arreso?
"Scontrarsi con la magistratura è difficile. Le sentenze le fanno i giudici e se li attacchi poi spunta sempre fuori qualcosa".
E poi Travaglio e Davigo sostengono che gli innocenti non devono temere i processi, perché anzi sono un' occasione attraverso la quale possono dimostrare la loro non colpevolezza
"E ti sembra una teoria seria?".
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 febbraio 2020
Intervista all'ex presidente della Camera: "La giurisdizione distingue il lecito dall'illecito, non il bene dal male. Ma l'etica dei partiti non può essere definita da un processo". Ci sono diversi modi per sciogliere il conflitto tra politica e giustizia. Ma uno per Luciano Violante viene prima di tutto ed è il recupero dell'etica pubblica. "Della morale come principio condiviso, non come contenzioso moralistico. E dipende dai partiti", avverte l'ex presidente della Camera, "devono ritrovarla loro. In modo da evitare che tutto finisca per doversi dirimere con il codice penale".
Violante non fa sfoggio di profezie avverate. Si limita a vantare una cosa soltanto: "Sono cinquant'anni che mi occupo di giustizia". Lo dice dopo essere stato interpellato sulle possibili colpe della sinistra. Sull'ipotesi che le fibrillazioni odierne siano il precipitato estremo delle troppe polemiche alimentate sulla giustizia nei primi anni Duemila, e soprattutto da parte degli allora Ds nei confronti del Cavaliere. "Le polemiche sulla giustizia non sono certo nate allora. È chiaro che il processo, o meglio la giustizia, è il luogo ultimo dove si definiscono i conflitti, quando la politica non è in grado di risolverli direttamente, si pensi all'Ilva: è inevitabile che la materia sia terreno di contesa".
Presidente, visto che sulla giustizia si realizza al massimo grado la tendenza della politica a legiferare per spot, non è che magari l'ordalia della prescrizione è così esasperata da poter innescare una redenzione, un saggio ritorno a un modo più razionale di discutere tra i partiti?
Quando i governi durano poco è difficile aspirare a riforme di sistema. Spesso ci si limita a smontare quanto fatto dal governo precedente. Però, se si volesse agire in modo sistematico su processo penale e prescrizione, una via ci sarebbe.
Ecco: quale?
Si dovrebbe partire da un'indagine conoscitiva, in Parlamento, sulle cause della così disomogenea fenomenologia della prescrizione. Ci sono sedi in cui i reati si prescrivono in gran numero, altre in cui il dato è irrilevante. Perché? Dipenderà anche dalla capacità organizzativa, da come funziona concretamente un ufficio di Procura o un Tribunale? Ecco, bisognerebbe prima conoscere le cause del più o meno efficace funzionamento dei singoli uffici.
L'avvocatura avanza una proposta simile, in particolare lo fa il presidente del Cnf Mascherin: prima la riforma del processo, poi un monitoraggio sui suoi effetti per valutare se davvero sia necessario intervenire sulla prescrizione.
Sono d'accordo con questa proposta dell'avvocatura. Ma aggiungo: le due cose non sono alternative fra loro. Potrebbero andare in sequenza: prima la verifica delle cause ufficio per ufficio e poi una riforma da mettere alla prova.
L'ex vicepresidente dell'Anm Sangermano propone addirittura di rendere i dati sulla prescrizione decisivi per la carriera dei capi degli uffici.
Sì, ma una simile riforma non ha neppure bisogno di legge ordinaria: basta una decisione del Consiglio superiore. Il punto è approfondire: sarebbe utile acquisire le relazioni dei procuratori generali presso le Corti d'appello sulle modalità di esercizio dell'azione penale, inviate, almeno così prevede la legge, al pg di Cassazione. Si dovrebbe evitare di decidere per sentito dire, e farlo sulla base di una conoscenza reale dei problemi. Qualche volta invece prevale il pregiudizio ideologico.
Nel caso dei 5 stelle ci si è innamorati dell'idea che la prescrizione sia lo scudo fatale della da loro odiata casta.
È chiaro che chi è ben assistito può legittimamente utilizzare al meglio tutti gli strumenti del processo. Ma non penso che la prescrizione sia la madre di tutte le battaglie per una riforma del processo penale.
E qual è invece?
Decidere dopo aver conosciuto concretamente lo stato delle cose.
Solo?
No. Io credo che l'accertamento giudiziario e il codice penale non possano essere l'unica tavola sulla quale si regge il sistema economico, politico e sociale. La giurisdizione e il codice penale distinguono il lecito dall'illecito, non il bene dal male. Abbiamo fatto del codice penale la magna charta della politica. Ma l'etica dei partiti è un'altra cosa e non può essere definita da un processo. Non sempre quanto è giuridicamente illecito è anche moralmente e politicamente riprovevole.
Lo pensa dell'ex sindaco di Riace, per esempio?
Eviterei personalizzazioni. Occorre recuperare l'anima dei partiti.
E perché è decisiva questa perdita dell'anima dei partiti?
Perché le forze politiche si reggono, in maggioranza, su leadership solitarie e narcisistiche. L'etica pubblica nasce dalle comunità, non dai singoli. In quanto singolo, tanto per intenderci, neppure il Papa potrebbe da solo sostituirsi all'intera Chiesa. Aggiungo: le straordinarie leadership del passato erano tali perché designate dai partiti: Berlinguer, De Gasperi, Moro, Almirante. Adesso la dinamica tra comunità, codice morale e leader non esiste più. La debolezza del sistema viene da lì, e da lì viene il cieco affidarsi al codice penale. D'altronde, qualcosa doveva pur occupare lo spazio lasciato dai partiti e dai loro codici etici.
In una simile crisi, una legislazione più ragionevole sulla giustizia può venire dall'alleanza fra magistrati e avvocati
Non escluderei un terzo soggetto: l'università. Oltre ai tecnici della prassi, come potremmo considerare magistrati e avvocati, io coinvolgerei anche i tecnici teorici, che possono offrire uno sguardo complessivo. Certo, l'avvocato può senz'altro assicurare un contributo nella formazione delle norme, altra cosa è il suo ruolo costituzionale e sociale di controllore del giudice e antagonista del pm.
In effetti l'avvocatura chiede un esplicito riconoscimento costituzionale del proprio ruolo anche per poter garantire, quale controparte tecnica della magistratura, l'indipendenza di quest'ultima.
Va detto che l'evolversi della professione forense autorizza oggi a parlare di diverse tipologie di avvocature, talmente connotate sono le sue diverse specializzazioni. Comprendo come si possa comunque coltivare l'aspirazione a essere corpo omogeneo e con una soggettività unitaria. E posso dire di non vedere motivi ostativi nel riconoscere l'avvocato quale soggetto costituzionale. Ma adesso noi siano di fronte a una crisi di sistema relativa ad altro.
A una malattia della politica dunque. Ma a proposito: ci sono le condizioni anche di consenso perché Renzi possa condurre la sua battaglia garantista?
Dovrebbe rispondere lui. Le forze piccole, qual è oggi il partito di Renzi, hanno spesso, come in questo caso, un peso parlamentare rilevante, decisivo, e scelgono terreni che possano garantire visibilità. D'altra parte, nel perdere di vista la realtà dei problemi, rispetto al processo penale e alla prescrizione, c'è un aspetto della cui rimozione si resta davvero sorpresi.
A quale si riferisce?
Alle parti offese. Se i processi si trascinano all'infinito, le vittime vedono allontanarsi anche il diritto al risarcimento. Mentre la prescrizione può consentire di determinare l'esistenza del fatto in modo da potersi rivalere civilmente.
Senta Presidente, ma non è che l'ordalia sulla giustizia deriva un po' anche dagli errori del centrosinistra negli anni Duemila?
Le fibrillazioni sulla giustizia si sono sempre viste. È nella natura di una società conflittuale e di un sistema istituzionale caratterizzato da un policentrismo anarchico come i nostri. I conflitti sociali e politici devono essere risolti dalla politica, che è il sovrano. Ma se la politica non se ne occupa, lo scettro passa, inconsapevolmente, alla giurisdizione. Vedi, ripeto, il caso dell'Ilva.
Ma il sovrano della Prima Repubblica era quella comunità civile disprezzata con l'espressione "sistema dei partiti"?
Forze politiche, anche contrapposte, sapevano mantenere i confini della propria responsabilità, senza farle scivolare sulle spalle della giurisdizione.
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