di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 15 marzo 2020
Assieme alla canadese Edith Blais era stato sequestrato in Burkina Faso nel dicembre 2018. Luigi Di Maio parla con il padre e pianifica il rientro in Italia del giovane architetto. Sono tornati liberi dopo un anno e tre mesi di sequestro Luca Tacchetto e la sua compagna Edith Blais, i due volontari rapiti il 16 dicembre 2018 in Burkina Faso. Veneto di Vigonza lui, 31 anni, e canadese lei, 35 anni, partiti insieme dall'Italia un mese prima di scomparire, sono riapparsi venerdì sera in Mali, nella città di Kidal, in una base delle Nazioni Unite. La versione ufficiale fornita dal capo della missione dell'Onu nel Paese africano, Mahamat Saleh Annadif, dice che sono riusciti a fuggire dalla prigione in cui si trovavano rinchiusi; erano vestiti da tuareg, la popolazione nomade del deserto del Sahara, hanno fermato una macchina e si sono fatti accompagnare nella base di Minusma, la forza di pace locale dell'Onu.
Le immagini del dopo-liberazione li ritraggono in abiti civili (con le magliette dell'organizzazione), i volti sorridenti, lui con la barba folta ma i capelli tagliati da poco, lei con le treccine lunghe e ben curate. Dopo un lungo negoziato condotto dai rappresentanti dell'Aise, l'agenzia di intelligence per l'estero, con le autorità canadesi, Tacchetto è salito in serata su un aereo governativo diretto in Italia, Edith Blais invece è partita per il Canada. Oggi Luca sarà interrogato dal sostituto procuratore di Roma Sergio Colaiocco, che conduce l'inchiesta per sequestro di persona a scopo di terrorismo, e consegnerà al magistrato e ai carabinieri del Ros il racconto dei quindici mesi in cui è rimasto ostaggio, fino alle modalità del rilascio.
In un primo momento sembrava che gli ostaggi fossero stati liberati nell'ambito di un'operazione militare di Minusma, poi è stata accreditata la tesi della fuga, ma non è da escludere che per la liberazione dei due ragazzi sia stato pagato un riscatto. In questi lunghi mesi le trattative sono state condotte soprattutto dai canadesi, che a differenza dell'Italia hanno una rappresentanza diplomatica in Mali, e un anno fa l'allora ministra degli Esteri del canada (oggi vice-premier) Chrystia Freeland, aveva detto: "Ci sono cose che sappiamo ma non possiamo condividere, perché non vogliamo mettere in pericolo Edith".
In seguito altri segnali erano arrivati, compresa la prova che gli ostaggi fossero ancora in vita. Fin da subito si era ipotizzato che dal Burkina Faso - dove furono sequestrati all'indomani di una cena e di una serata danzante trascorsa a Bobo-Dioulasso, in Burkina Faso, in compagnia di un pensionato francese loro amico - Luca e Edith fossero stati trasferiti in Mali. Erano diretti in Togo, dopo essere partiti da Vigonzo, in provincia di Padova, e aver attraversato Francia, Spagna, Marocco, Mauritania e Mali; il loro obiettivo era di fare i volontari in una missione, ma il viaggio è stato interrotto dalla banda di sequestratori.
Nella zona di confine tra i due Stati e il Niger opera un cartello chiamato Jnim (Jama'a Nusrat ul-Islam wa al-Muslim), sigla di ispirazione jihadista che raccoglie militanti islamisti ispirati ad Al Qaeda e all'Isis, a cui si sarebbero uniti anche bande ribelli del Mali e gruppi tuareg. La stessa organizzazione che ha rapito o gestito il sequestro della coppia potrebbe aver preso in Niger, il 18 settembre 2018, padre Pierluigi Maccalli, missionario italiano scomparso una settimana dopo essere rientrato in Africa. E forse Nicola Chiacchio, un altro connazionale sparito nella stessa zona, che stava attraversando per motivi turistici.
A Tacchetto gli inquirenti italiani chiederanno se durante la sua prigionia ha visto o sentito qualcosa che abbia a che fare con gli altri due italiani spariti in quell'area. Poi potrà tornare nella sua Vigonza, dove lo aspetta la famiglia che però è sottoposta alle restrizioni per l'emergenza coronavirus, che proprio in Veneto ha fatto registrare molti contagi. Il padre Nunzio è stato sindaco del paese, e quello attualmente in carica, Innocente Marangon, ieri ha commentato: "Siamo tutti emozionati, ma non potremo festeggiare, questa grande notizia non deve generare il contrario di ciò che dobbiamo fare, cioè rimanere a casa". Lo stesso spirito espresso dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio: "Una buona notizia in questo momento di difficoltà per il Paese".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 marzo 2020
Due anni dopo l'omicidio di Marielle Franco, consigliera del municipio di Rio de Janeiro, e del suo autista Anderson Gomes, avvenuto la notte tra il 14 e il 15 marzo 2018, Amnesty International ha ricordato che questo crimine resta irrisolto ed è diventato un caso esemplare dell'impunità che asseconda la violenza contro i difensori dei diritti umani in Brasile.
Il 13 marzo 2019 Amnesty International e la famiglia di Marielle Franco avevano incontrato il governatore di Rio de Janeiro, Wilson Witzel, e il capo della procura generale Eduardo Gussem. Questi avevano promesso passi avanti verso la conclusione delle indagini garantendone velocità, indipendenza e trasparenza. Ma è successo esattamente il contrario. L'ultimo anno è stato caratterizzato dall'assenza di informazioni ufficiali e da una ridda di fughe di notizie. Quello che si sa di certo è che i due uomini arrestati un anno fa e sospettati di essere gli esecutori materiali del duplice omicidio saranno processati da una giuria popolare. In questi due anni, 983.000 persone di ogni parte del mondo hanno partecipato alla campagna di Amnesty International per la verità e la giustizia. Una campagna che andrà avanti fino a quando non arriveranno le risposte alle due domande: "Chi ha ordinato l'omicidio di Marielle Franco? E perché?".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 14 marzo 2020
Dopo le sommosse, si moltiplicano le richieste e le proposte di magistrati e associazioni per diminuire il numero dei detenuti nei penitenziari. Ma dal Guardasigilli nessuna apertura (a parte l'assunzione di 1.100 nuovi agenti).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 marzo 2020
Parla Emilia Rossi, del Collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà. Non c'è più tempo, la calma che ora attraversa i penitenziari italiani è solo apparente. Mentre tutta l'Italia è in una specie di quarantena soprattutto per evitare assembramenti di persone, le carceri sono sovraffollate.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 14 marzo 2020
Sono gravissime le rivolte nelle carceri italiane. Esse aggiungono difficoltà alla difficoltà in cui il Paese si trova. Dopo aver rinunciato per anni ad usare ragione e preveggenza nel gestire il problema carcerario, lo Stato è ora costretto a ricorrere alla forza. E deve farlo in condizioni di emergenza generale. La violenza scatenatasi in molte carceri, con distruzioni e agenti della Polizia penitenziaria feriti, ha ora prodotto un contesto difficile per una discussione razionale su ciò che occorre fare.
di Paola Severino*
Il Sole 24 Ore, 14 marzo 2020
Lo stato delle carceri italiane al tempo del coronavirus rappresenta un tema certamente trattato poco e ancora meno condiviso. La situazione di chi, ligio alle prescrizioni dettate dal Governo, vive chiuso in casa e si sente minacciato da un flagello mondiale, non è certamente idonea a stimolare alcun senso di solidarietà nei confronti di chi, per aver violato la legge, viene privato della libertà personale.
di Emanuela Bertucci*
imgpress.it, 14 marzo 2020
Sedate le rivolte, le carceri hanno smesso di interessare i media. Ma l'emergenza non cessa, il rischio di contagi all'interno delle strutture carcerarie, una volta "entrato" il virus, è quasi una certezza. E una volta innescato contagerà i detenuti, gli operatori delle case circondariali, i loro familiari, noi tramite loro in un insensato "girone" di ritorno. Non vi annoio con la "storia" dei diritti dei detenuti, che a troppi non interessa, vi racconto quello che vi preme: così facendo, il virus continuerà a dilagare.
È di poche ore fa la notizia di un caso accertato di Covid-19 nel carcere di Lecce: si tratta di una donna entrata in carcere il 7 marzo con la figlia di un anno, che quindi ha presumibilmente contratto il virus fuori e lo ha "portato" nella sezione femminile della casa circondariale. Proprio ieri (a tre giorni dalle rivolte nelle carceri e all'indomani del primo agente di polizia penitenziaria positivo al Covid-19) a un mio assistito è stato notificato un ordine di carcerazione, non sospeso, per cui è stato tradotto in carcere.
Nella prassi dell'esecuzione penale italiana, una volta che una sentenza è definitiva può essere eseguita in qualsiasi momento e, sempre nella prassi, i fascicoli attendono parecchio tempo sulla scrivania prima di essere "lavorati". La sentenza di condanna era definitiva da mesi, poteva essere eseguita quindi mesi fa come fra un anno, non c'era alcuna esigenza di particolare celerità né alcun pericolo di fuga. E in una situazione carceraria in delirio, anziché posticipare i nuovi ingressi per non aggravare ulteriormente l'affollamento carcerario durante l'emergenza corona virus, viene deciso che è ben possibile consentire nuovi ingressi. Non è ovviamente l'unico. Gli appelli a gestire in qualche modo la situazione sono corali quanto inascoltati.
Il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze qualche giorno fa ha - giustamente - lanciato un appello affinché si trovi una soluzione di emergenza: propone che con un provvedimento straordinario e temporaneo si conceda la detenzione domiciliare "per legge" a tutti i detenuti che hanno a disposizione un alloggio e il cui residuo di pena sia inferiore ai tre anni per un periodo di sei mesi, escludendo i reati più gravi. C'è chi propone, non per deflazionare ma per evitare ulteriore sovraffollamento, un differimento nell'emissione di ordini di esecuzione della pena in conseguenza della definitività della sentenza di condanna.
Ancora, un'altra proposta suggerisce di sospendere e differire con decreto legge l'esecuzione della pena per i condannati a pene inferiori a tre anni e sottolinea che persino l'Iran - non proprio paladino dei diritti umani - lo ha fatto il 3 marzo, disponendo la detenzione domiciliare anziché in carcere per 54.000 detenuti con pene inferiori a 5 anni.
La radicale Rita Bernardini e l'ex vice capo del Dipartimenti dell'amministrazione penitenziaria, Massimo de Pascalis, propongono amnistia e indulto (anche se i tempi tecnici sarebbero probabilmente eccessivamente lunghi rispetto al momento di emergenza).
Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha predisposto delle Linee guida per agevolare l'affidamento in prova per i detenuti tossicodipendenti. Un esempio virtuoso che forse sarà seguito anche in altri distretti. Virtuoso ma insufficiente: la pandemia ci ha insegnato che le azioni per essere efficaci devono essere estese all'intero territorio nazionale, in questo caso a tutta la popolazione carceraria italiana. Quale che sia la soluzione che Governo e Parlamento decideranno di adottare, è certo che un provvedimento va preso poiché l'inerzia e il ritardo nell'assumere decisioni nette e coraggiose possono essere fatali. E il corona virus che stiamo cercando di sconfiggere con misure dure ma necessarie potrebbe ritornare a circolare dalle carceri di cui non ci siamo occupati, come in un ottuso girone di ritorno.
*Avvocato, consulente Aduc
di Piero Sansonetti
Il Riformista , 14 marzo 2020
Una vocina, dal mondo politico, si è levata finalmente. Dico una vocina che parli della questione carceri e della strage di sabato e domenica scorsi. Finora silenzio, silenzio. Ieri - inaspettata - si è sentita la voce di Renzi. Vi giuro che non sono renziano, vengo dal vecchio Pci e chi viene dal vecchio Pci è vaccinato contro il renzismo.
Però uno poi prende anche atto dei fatti: a quasi una settimana dalla morte di tredici persone durante una protesta nelle carceri italiane, il mondo politico ancora non ha trovato nulla da dire. Il Pd tace, pensa che il silenzio sia oro in questi casi. Pensa che sia il modo migliore per non perdere voti. Anche da destra non si ode un fiato, o si sentono solo le sagge e isolatissime proteste di qualche parlamentare. La destra liberale resta prudente; feroce, invece, la destra forcaiola, che grida contro i delinquenti e basta.
E allora, se c'è un leader che osa finalmente sfidare il senso comune e l'assemblea delle tricoteuse, e rilascia una dichiarazione nella quale si mette dalla parte dei prigionieri (dei prigionieri, ho scritto: non dei rivoltosi), beh, come si fa a non battere le mani?
Trascrivo integralmente la dichiarazione di Renzi: "Abbiamo smesso di fare polemiche, giusto. Ma non possiamo smettere di fare politica e di seguire la Costituzione. Può sembrare una questione di lana caprina, ma è una questione di civiltà politica e giuridica. Ed anche per questo dico a tutte e tutti di guardare con grande attenzione a ciò che sta accadendo nelle carceri. La civiltà di un Paese si misura dalla qualità del proprio sistema carcerario. Ci sono stati tredici morti in carcere in una settimana: chiedere che si dimetta il direttore dell'amministrazione penitenziaria è il minimo sindacale. Oggi i media parlano di altro, comprensibilmente, ma questa è una battaglia che noi non molleremo. Mai".
Se è vero, cioè se è vero che finalmente un partito, anche se un piccolo partito, si mette a disposizione della battaglia per i diritti dei prigionieri, e decide di non lasciare sole le piccole truppe radicali (le uniche, da anni, pannellianamente schierate sul campo) è comunque una gran buona notizia.
Tredici morti durante una rivolta in carcere in Italia non c'erano mai stati. Sappiamo pochissime cose di loro. Il ministero non sembra affatto interessato alla questione. Non sa, il ministro, che non era mai successo. Quasi mezzo secolo fa, nel maggio del 1974, ci fu la rivolta nel carcere di Alessandria stroncata nel sangue dagli uomini del generale Dalla Chiesa. Ci furono sei morti. Cinque prigionieri e un assistente sociale. Una carneficina. Per giorni e giorni i giornali non parlarono d'altro.
La lotta armata era agli albori, era in corso il sequestro Sossi, cioè la prima azione clamorosa delle Brigate Rosse (Sossi era un magistrato, fu tenuto sequestrato per tre settimane e poi liberato in cambio della promessa della liberazione di alcuni detenuti comuni che si erano dichiarati politici). Iniziavano gli anni di piombo. Il grado di violenza, anche letale, che permeava la società italiana, era infinitamente più alto di oggi. Anche i morti si contavano a centinaia ogni mese, quasi dieci volte più di adesso. La vita umana contava meno, per il senso comune, molto meno. Nella lotta politica l'omicidio era un'opzione che molti praticavano, non solo nei gruppi terroristici. Eppure quei sei morti fecero molto rumore.
A quasi sette giorni dall'inizio della protesta sappiamo veramente molto poco. Al momento il garante delle carceri conosce i nomi solo di dieci vittime. Sa che sette di loro erano stranieri (quindi valevano meno?). Sa che il più giovane aveva 29 anni e il più vecchio 42. Sa che la metà di loro erano in attesa di primo giudizio, cioè, a norma di legge, completamente innocenti, erano degli innocenti affidati alle cure e al controllo dello Stato, resteranno comunque innocenti perché il processo non si svolgerà mai, e saranno a tutti gli effetti degli innocenti lasciati morire dallo Stato che li aveva presi in custodia.
Sappiamo anche che una delle persone morte sarebbe dovuta uscire dal carcere tra due settimane. Sappiamo che alcune delle vittime sono morte durante il trasferimento ad altre carceri. Sappiamo che negli ultimi giorni sono stati trasferiti oltre 6000 detenuti. Sappiamo che nonostante le molto meritevoli iniziative di alcuni dirigenti delle carceri e magistrati di sorveglianza, il sovraffollamento delle nostre prigioni è a livelli inammissibili.
Sappiamo di avere rivolto, insieme alle Camere penali, un appello al governo perché vari un provvedimento urgente che in pochi giorni potrebbe permettere l'uscita dalle prigioni di circa 20 mila detenuti con grado di pericolosità uguale a zero. E poi sappiamo del silenzio della politica. Barricata in casa. Terrorizzata. Renzi ha rotto questo silenzio. Qualcuno lo seguirà?
di Giovanni Maria Pavarin
giustiziainsieme.it, 14 marzo 2020
Nella sezione delle aree tematiche della Gazzetta Ufficiale denominata "Coronavirus" figurano, dal 31 gennaio 2020 ad oggi, ben 12 tra decreti legge, leggi e d.p.c.m. riguardanti le misure urgenti fin qui adottate. Il carcere fa in essi capolino solo col d.p.c.m. 25 febbraio, che si è preoccupato che i nuovi ingressi in istituto non siano occasione di contagio [lett. m) dell'art. 1).
La preoccupazione è stata ribadita tal quale 5 giorni dopo [lett. h) dell'art. 4 d.p.c.m. 1 marzo 2020].
È solo il giorno successivo che il Governo interviene sopprimendo di fatto il diritto ai colloqui visivi (art. 18 legge n. 354/1975) col prevedere che gli stessi, negli istituti in allora appartenenti alla cd. "zona rossa", fossero "svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria", ovvero "surrogando" tale diritto con la possibilità di ottenere l'aumento del numero delle telefonate consentite ex art. 39 d.p.r. n. 230/2000 (art. 10, 14° comma d.l. 2 marzo 2020, n. 9) (le telefonate in esubero restano comunque assoggettate al potere discrezionale dl Direttore).
Immediata deve essere stata a mio giudizio la ricaduta pratica di tale disposizione sul fronte del penitenziario, se è vero che appena sei giorni dopo il d.p.c.m. 8 marzo 2020 innesta una parziale retromarcia con la previsione secondo cui "in casi eccezionali può essere autorizzato il colloquio personale, a condizione che si garantisca in modo assoluto una distanza pari a due metri" [art. 2, lett. u)].
Molto interessante l'altra disposizione contenuta nella stessa lett. u), laddove - in relazione ai "casi sintomatici dei nuovi ingressi negli istituti penitenziari" - viene prevista la "condizione di isolamento" dagli altri detenuti "raccomandando di valutare la possibilità di misure alternative di detenzione domiciliare".
Si tratta, all'evidenza, di raccomandazione rivolta agli organi dell'Amministrazione penitenziaria, che sono legittimati a chiedere alla magistratura di sorveglianza i benefici penitenziari (art. 57 l.n. 354/1975): chiara la volontà di evitare che il virus entri in carcere e che, una volta entratovi, vi si propaghi.
L'ultima parte della stessa norma concerne la raccomandazione di "limitare i permessi e la libertà vigilata o di modificare i relativi regimi in modo da evitare l'uscita e il rientro dalle carceri": anche in questa ipotesi, evidente essendo che il Governo non può di certo "raccomandare" nulla alla giurisdizione, l'invito appare rivolto ai Direttori degli istituti, competenti a rilasciare il parere sulla concessione dei permessi premio ed a modulare il programma di trattamento dei semiliberi (art. 101 d.p.r. n. 230/2000), altro significato non potendo attribuirsi all'infelice ed atecnico richiamo alla libertà vigilata.
La sera dello stesso 8 marzo la Gazzetta Ufficiale pubblicava però il d.l. n. 11/2020, il cui art. 2, 8° comma interviene ad estendere a tutti gli istituti di pena (e prima ancora che l'intero paese divenisse "zona rossa") la norma limitativa (rectius: soppressiva) del diritto ai colloqui, ignorando però la facoltà di deroga in casi eccezionali prevista qualche ora prima dal d.p.c.m. appena richiamato.
Dal che si dovrebbe far discendere, per incompatibilità del decreto-legge, fonte primaria di grado poziore e posteriore, rispetto a quella precedente e di grado inferiore (d.p.c.m.), il venir meno della facoltà concessa ai direttori degli istituti di pena di derogare in casi eccezionali alla norma impeditiva dei colloqui.
Il successivo 9° comma dello stesso art. 2 contiene poi una disposizione (per la verità alquanto eccentrica) che prevede che la magistratura di sorveglianza possa sospendere la concessione dei permessi premio e della semilibertà "tenuto conto delle evidenze rappresentate dall'autorità sanitaria".
Qui si assiste ad una specie di tentativo (già leggibile in nuce nel d.p.c.m. 8 marzo 2020) del potere politico di "indirizzare" la giurisdizione: si tratta, infatti, di una norma del tutto pleonastica, evidente essendo che i magistrati di sorveglianza, facendo uso della discrezionalità loro concessa dalla più parte delle norme di ordinamento penitenziario, dispongono già del potere di sospendere la concessione dei permessi (o di non concedere la semilibertà) per motivi oggettivi (che non dipendono cioè da un giudizio di meritevolezza del condannato).
Inutile però negare la "suggestione" che la norma è destinata ad operare: ci saranno, e ci sono, magistrati di sorveglianza che sospenderanno in via generalizzata i permessi premio in corso di fruizione, altri che non ne concederanno di ulteriori, altri ancora che approveranno rimodulazioni dei programmi di trattamento della semilibertà in senso oltremodo restrittivo; altri magistrati effettueranno invece valutazioni caso per caso a seconda del tasso di rischio connesso al pericolo di importare il virus all'interno dell'istituto, ad esempio consentendo ai semiliberi di pernottare presso le loro abitazioni e computando le relative ore nel montante annuo delle licenze consentite dall'art. 52 l.n. 354/1975.
Va a tal proposito considerato che l'ambiente carcere non può essere considerato al riparo dal rischio epidemiologico solo perché si prevede una restrizione delle uscite: ogni giorno i detenuti, infatti, toccano cose (le merci, il cibo, i generi sopravittuari, ecc.) che vengono dall'esterno e vivono e respirano con persone (gli operatori penitenziari) che vengono dall'esterno.
Si deve dunque convenire che il rischio della propagazione all'interno degli istituti del coronavirus non è direttamente correlabile né all'abolizione dei colloqui né al giro di vite dei benefici penitenziari.
C'è di più: il detenuto non appare per definizione in grado di rispettare le norme comportamentali sul distanziamento sociale, essendo anzi obbligato a condividere numerose ore al giorno i propri spazi di vita con molte altre persone; del pari non è di certo applicabile ai detenuti il divieto di assembramento di cui all'art. 1, 2° comma del d.p.c.m. 9 marzo 2020, emanato quando tutta Italia è divenuta "zona rossa".
Ma tant'è: il rebound nel pianeta carcere (non propriamente popolato da fini giuristi) di tali disposizioni, assommato a mille preesistenti motivi di tensione, è sfociato negli episodi di violenza, se non in vere e proprie sommosse ed evasioni di cui i media danno ogni giorno notizia e che ci restituiscono immagini del tutte inedite e non conosciute nemmeno all'epoca del terrorismo.
I preesistenti motivi di tensione sono noti a tutti: la sola parzialissima realizzazione delle riforme di sistema previste dalla legge Orlando, avendo i decreti legislativi delegati deluso le attese di molti detenuti; gli annunci "liberatori" seguiti ad alcune pronunce della Corte costituzionale e della Cedu in materia di ergastolo ostativo e di ammissibilità dell'istanza di permesso-premio anche in difetto di collaborazione con la giustizia da parte dei condannati per reati di cui all'art. 4 bis l.n. 35471975; l'inedito viaggio dei giudici della Corte costituzionale nelle carceri (con relativa regia di un film), che può aver creato un clima di fiducia nell'inizio di un costruttivo dialogo con le istituzioni; l'incremento, lento ma costante, del tasso di sovraffollamento; l'assenza di provvedimenti di clemenza da ben 14 anni; il clima sociale pervaso dallo slogan della pena effettiva e certa, che rende obiettivamente più difficoltosi i percorsi di reinserimento sociale e che disturba maledettamente tutti gli addetti al cammino rieducativo.
Non sta certamente a me dare consigli, fornire ricette o indicare le possibili vie d'uscita, né alimentare le polemiche insorte tra i colleghi sulla bontà e l'opportunità dei rimedi possibili.
Una sola cosa mi sembra chiara: quanto sta succedendo in questi giorni in carcere esige una risposta (quale che sia) caratterizzata dall'urgenza: solo una risposta celere e risolutiva sarà in grado di placare il clima di tensione e di far cessare definitivamente gli inauditi episodi di violenza e di morte.
Solo due osservazioni: quanto alla liberazione anticipata speciale (ipotesi avanzata dall'ottimo Riccardo De Vito, uno tra i più valenti ed apprezzati colleghi della sorveglianza), ricordo (solo a chi non ne avesse memoria) che è stato proprio questo istituto a consentire al nostro Paese di salvarsi da ulteriori pesanti condanne da parte della Cedu.
Quanto all'abolizione dei colloqui, il divieto ben potrebbe essere rivisto e rimodulato, prevedendo ad esempio gli opportuni controlli nei confronti di chi ha diritto di accedervi.
Come magistrato mi sento solo di ricordare che il compito che la legge affida alla giurisdizione di sorveglianza è quello di dare alla pena l'unico senso possibile, che è quello della rieducazione: castigo sì, retribuzione sì, ma anche speranza nella riabilitazione e nel riscatto attraverso la costante e spesso affannosa ricerca di percorsi di reinserimento.
Come magistrato mi sento solo di ricordare a me stesso che il principio della pena effettiva e certa non può essere usato come uno slogan.
Esso evoca semplicemente una delle principali conquiste del moderno Stato di diritto: esso altro non significa che il principio di legalità (art. 25, 2° comma Cost.), il quale implica il divieto di punire se non in base ad una legge certa (sul reato e sulla pena) entrata in vigore prima del fatto commesso.
Per questo il carcere, per chi ha la sorte di finirci, va concepito come un trampolino di partenza verso l'inizio di una nuova vita: si tratta di un obiettivo che va perseguito con l'apertura massima alle misure alternative alla detenzione, tutte le volte - beninteso - in cui ciò sia possibile senza ledere il diritto della collettività alla sua sicurezza.
Da ultimo, e sempre riguardo al sovraffollamento, si tratta solo di far alloggiare dignitosamente poco più di 60.000 persone: credo non sfugga a nessuno che l'impegno economico necessario alla risoluzione del problema pare quasi irrilevante se raffrontato alle cifre che sono state impiegate per affrontare le altre dolorose piaghe delle quali lo Stato è stato costretto ad occuparsi, impegnando importanti risorse finanziarie (penso ai terremotati, ai cassintegrati, ai malati, ai disabili, a tutti quei soggetti, insomma, nei cui confronti le parole come Stato sociale e welfare hanno ancora un senso).
di Adriano Sofri
Il Foglio, 14 marzo 2020
Le carceri italiane hanno messo in allarme il resto del mondo. In Francia (71 mila detenuti all'inizio dell'anno) hanno formato un "Comitato di anticipazione" della crisi: nonostante il nome, non è andato oltre una riunione preliminare a un'altra riunione.
Il ministero si dice consapevole, peraltro, che la questione non è se il virus entrerà nelle prigioni, ma quando. Finora l'unica misura decisa è l'assegnazione, nel carcere di Fresnes, di una cinquantina di celle dei "nuovi giunti" all'eventuale isolamento di detenuti contagiati: col risultato di aver accresciuto di altrettanto l'affollamento delle altre celle.
La preoccupazione riguarda soprattutto le carceri per i detenuti in attesa di giudizio o non definitivi, le più affollate e sgangherate. La misura più suggestiva e rivelatrice è la proibizione del gel disinfettante "idroalcolico", per impedire che i detenuti ne facciano un uso alcolico: lo bevano, invece di lavarcisi le mani.
Altrettante conferme della natura di cronicari delle prigioni d'oggi. A Modena, dove si è consumata la morte di 9 giovani detenuti, quasi tutti magrebini, si è appreso che la cosiddetta popolazione carceraria era composta per il 65 per cento da stranieri, per il 35 per cento di tossicodipendenti, e per il 55 per cento da persone con problemi psichici! La carenza o la mancanza di sapone - i detenuti devono ordinarlo e comprarlo alla spesa interna - è denunciata per le carceri francesi come per quelle del Regno Unito (84 mila detenuti) e degli Stati Uniti. In Francia i colloqui coi famigliari non sono stati vietati: si è raccomandato di non venire in più persone alla volta, e di non portare gli anziani (strana idea, come se gli anziani rischiassero più di contagiare che di essere contagiati).
Se non è un errore di stampa, giovedì gli agenti penitenziari francesi messi in quarantena di 14 giorni per essere stati in contatto con detenuti o persone positive erano ben 345. Alcuni sindacati propongono l'assegnazione a domicilio di detenuti con pene minori o di più di 70 anni, la sospensione dell'esecuzione per alcuni nuovi condannati. Giovedì è stato ufficialmente dichiarato un primo caso di detenuto positivo al coronavirus nel carcere belga di Mons.
Negli Stati Uniti, che contano 175 mila detenuti nelle prigioni federali e 2.300.000 nell'intero paese (solo 165 mila sopra i 55 anni), c'è una gran paura per il contagio del personale e dei carcerati: "In galera non c'è un posto in cui ripararsi. Se si ammala uno, si ammalano tutti", dice un responsabile carcerario californiano. "Quello che è successo in Italia può succedere qui".
Si fa un confronto col 1995, quando, dopo un'esplosione di rivolte, tutti i detenuti furono reclusi nelle loro celle per un lungo periodo senza poterne mai uscire, senza l'ora d'aria proverbiale: una polveriera, se l'altra volta veniva dopo le rivolte, questa volta le scatenerebbe L'associazione fra carcere e coronavirus, dicono medici ed esperti, è in tutto il mondo l'annuncio della tempesta perfetta.
- Teramo. Castrogno, per i detenuti ci sono colloqui via Skype con i familiari
- Carceri italiane, un sistema malato da tempo
- Carceri, un Comitato per la verità e la giustizia
- La giustizia resta ferma fino al 3 aprile, ma nel nuovo Dl ancora nodi da chiarire
- Milano. Coronavirus, pronte linee guida per favorire la concessione di misure alternative









