comune.oristano.it, 6 febbraio 2020
Sabato 8 febbraio, alle 10,30, nella Sala Consiliare del Comune di Oristano, si terrà la riunione dei Garanti delle persone private della libertà personale della Sardegna. Si tratta del primo incontro dei Garanti organizzato in Sardegna dopo l'apertura dei nuovi istituti di detenzione per l'Alta Sicurezza. Insieme al Garante di Oristano Paolo Mocci, saranno presenti Antonello Unida (Garante del Comune di Sassari presso il Carcere AS di Bancali), Edvige Baldino (Garante del Comune di Tempio presso il Carcere AS di Nuchis) e Giovanna Serra (Garante del Comune di Nuoro presso il Carcere AS di Badu e Carros).
L'incontro servirà per un confronto sulle criticità registrate durante i loro accessi in istituto ed in occasione dei colloqui con i detenuti ospiti. "La situazione delle Case di reclusione sarde è problematica sotto vari aspetti e sarà l'occasione per poter ascoltare da fonte attendibile l'effettiva situazione delle carceri di alta sicurezza" spiega l'avvocato Paolo Mocci, Garante di Oristano.
Alla riunione parteciperà anche Grazia Maria De Matteis, Garante dei diritti dell'infanzia della Regione Sardegna, che presenterà un progetto che con il coinvolgimento dei Garanti sardi e dei direttori dei penitenziari punta a favorire il mantenimento dei rapporti tra genitori detenuti e figli, favorendo l'accesso negli istituti di detenzione dei figli minori dei reclusi secondo i dettami del Protocollo sottoscritto dal Ministero della Giustizia e l'Autorità Garante Nazionale per l'infanzia e l'adolescenza.
lameziaoggi.it, 6 febbraio 2020
Lo sport è sempre libero, anche in carcere. Si è visto oggi pomeriggio, nel corso della partita di calcio svoltasi tra la squadra Ads Amatori Cutro e una squadra composta dai detenuti della Casa Circondariale di Catanzaro: 5 a 4 l'esito finale, ma l'importante in questo caso è stato davvero partecipare.
Perché quei nove goal segnati nel campo di una carcere in 90 minuti dimostrano che quella volontà agonistica, di impegnarsi e di riuscire come e meglio degli altri, attraverso una competizione leale, possono essere parte integrante di un trattamento rieducativo. L'incontro, per il quale è stato designato a titolo gratuito di un arbitro federale, è stato organizzato dalla squadra ospite, e il membro dell'associazione sportiva Francesco Pupa ha ringraziato la direttrice del carcere, Angela Paravati, che ha reso possibile questo momento sportivo in un contesto così particolare. L'incontro è iniziato con uno scambio di doni: il gagliardetto dell'Ads Cutro Amatori per la direzione del carcere ed un piatto realizzato nel laboratorio di ceramica dell'istituto per la squadra ospite, consegnato dall'ispettore Noè Granato. Dopo, una partita che ha tenuto con il fiato sospeso fino alla fine.
"Giocare una partita di pallone in carcere non vuol dire solo tornare alla normalità per 90 minuti - ha affermato la direttrice Paravati - ma vuol dire anche rendersi conto dell'importanza di valori come lealtà e spirito di squadra, correttezza nei confronti dei compagni e degli avversari. Valori che possono essere appresi anche su un campo di calcio, ed applicati poi nella quotidianità".
recensione di Irene Cosul Cuffaro
La Verità, 6 febbraio 2020
Il disastro professionale e umano dell'ex sindaco di Caserta per un errore giudiziario. Sono le 4 del mattino del 14 luglio 2015 quando la vita di Pio Del Gaudio, incensurato, ex sindaco di Caserta in quota centrodestra, viene sconvolta. In piena notte, è svegliato da cinque carabinieri, tre dei quali a volto coperto, che impugnando i mitra entrano in casa sua.
Fuori, intanto, il rumore di un elicottero che sorvola il palazzo. "Signor sindaco, questa è la suo ordinanza di arresto" dicono gli uomini del Ros, consegnando in mano a Del Gaudio 300 pagine. "Nemmeno Michele Zagaria è stato arrestato in questo modo", commenta ricordando quei momenti, l'ex sindaco, che dopo il plateale blitz viene portato in cella.
Lì scopre di essere accusato di corruzione nell'ambito dell'indagine della Dda di Napoli su presunti condizionamenti del clan dei casalesi nella concessione degli appalti nel settore idrico da parte della regione Campania. Un imprenditore, mentre era in auto da solo, presumibilmente sapendo di essere intercettato, parlando in terza persona, aveva detto: "Pio, ti ho dato 20.000 euro nel 2010 per la campagna elettorale per le regionali dell'onorevole Angelo Polverine e, nel 2011; 30.000 euro per la tua campagna elettorale".
Tanto è bastato per sbattere in cella un innocente. Il Tribunale del riesame il 24 luglio 2015, e la Cassazione il 14 dicembre 2016, ribadiscono infatti la sua assoluta estraneità ai fatti contestati dai magistrati della Procura e del tribunale di Napoli, sottolineando l'assoluta assenza di rapporti con l'imprenditore in questione. I giudici ribadiscono inoltre l'assoluta inadeguatezza della "misura di custodia cautelare in carcere".
Pio Del Gaudio, dopo anni dall'errore giudiziario di cui è stato vittima, racconta la sua storia nel libro "Guai a chi ci capita", nel quale riporta dettagliatamente anche i giorni passati in cella, a cominciare da quel "Avete preso un piccione grosso" detto da un agente della polizia penitenziaria, che l'ha riconosciuto, a un collega che lo stava accompagnando dentro il carcere.
Ma la battaglia più dura è iniziata una volta liberato: "L'arresto ha implicato per me un disastro non solo politico e professionale. La mia vita è stata sconvolta, per tutti ero diventato un camorrista. Dopo aver assistito al mio arresto, mio figlio decise di studiare al Nord, a Milano, ma nessuno voleva affittargli una casa. Scrivevano il mio nome su Google e si spaventavano. Perché in Italia, se vieni arrestato, sei comunque sempre colpevole" racconta Del Gaudio, "ma io nella sfortuna sono stato fortunato, la mia vicenda è stata definitivamente archiviata dopo due anni, per altri i tempi sono molto più lunghi. E il ministro Alfonso Bonafede vuole cancellare la prescrizione. Non sa ciò che fa".
Ma oltre al danno, la beffa. Del Gaudio è stato costretto a chiudere lo studio associato con i suoi colleghi commercialisti, aperto 25 anni prima, ha subito un crollo reddituale dell'8o per cento e ha dovuto ricorrere alle cure di uno psicologo. Lo Stato ha quantificato il danno causatogli in 2.500 euro. Solo lo scorso novembre, quattro anni e mezzo dopo il suo rilascio, gli sono state rimosse le cimici dall'auto, come racconta: "Per superare lo stress il dottore mi ha consigliato la corsa. Un giorno, mentre stavo correndo, mi chiamano i carabinieri al telefono dicendomi di andare da loro, in macchina. Dopo anni, mi hanno fatto sapere che ero ancora intercettato, proprio quando stavo iniziando a stemperare l'angoscia".
L'ex sindaco ha più volte raccontato la sua storia, testimoniando quanto la superficialità di qualche pm e gip possa avere conseguenze che non sono immaginabili da chi non finisce dentro la spirale giustizialista. E vuole continuare a farlo: "Io cammino a testa alta. Tutti mi conoscono, e tutti sanno che sono una persona onesta".
recensione di Michele Miriade
Il Gazzettino, 6 febbraio 2020
"Lettere a Laura dal mondo di nessuno" (Edizioni Società e Cultura, 15 euro). Nella natia Treviso, Laura Ephrikian, conduttrice televisiva prima ed attrice poi, quindi pittrice e scrittrice che si dedica alla solidarietà, ci ritorna ogni tanto dalla capitale, non solo per trovare il fratello Gianni, musicista e direttore d'orchestra che ha seguito le orme di papà Angelo. Infatti Laura è alla Libreria Lovat di Villorba per presentare, domani alle 18.30, il suo "Lettere a Laura dal mondo di nessuno" (Edizioni Società e Cultura, 15 euro).
Un libro scritto con Nino Mandalà che affronta, con sensibilità, l'importante questione dei diritti dei detenuti. Confidando in una possibile redenzione. E da trevigiana, davanti ad uno spritz, Laura racconta il suo lavoro. "Si tratta di una storia epistolare, di solidarietà, nata conversando con Nino Mandalà, scrittore siciliano per 7 anni in carcere con l'accusa di essere stato vicino alla mafia. Ho capito che era un uomo desideroso di parlare, di sfogarsi. Ed è iniziato questo dialogo, in cui mi raccontava il suo disagio, la sua disperazione.
Ha pagato, si è riabilitato. E queste lettere, non comuni, scritte in maniera straordinaria hanno aiutato anche me. Si parla di anima, di vita, di arte, di poesia e di tanto altro, in modo mai banale ma sempre ispirato e stimolante". Magari non erano lettere da pubblicare, "ma io ero di altra idea - sostiene l'attrice - ed è nato un libro avvincente, dove due anime si incontrano. Quasi in una corrispondenza intima, un libro piacevole e un invito alle persone che diventano anziane, non vecchie, di dialogare".
Laura tiene molto a questo lavoro, perché svela l'anima di una persona che si salva dalla solitudine, che si riscatta grazie a sentimenti veri, e che quindi vede la speranza. "È un tragitto fatto di emozioni e confessioni che mettono a nudo le anime di due ottantenni - ammette l'autrice - mi piace pensare che quest'incontro sia stato voluto dalle stelle, perché sono convinta che siano le stelle a guidarci verso la conquista di mete altrimenti impensabili".
Quanto all'età, Laura ci ride su: "Non ci si deve sentire vecchi, io non lo sono e alla soglia degli 80 giro tanto e vado in Africa dove da anni sono vicina a persone bisognose". E sul futuro afferma: "In Kenya, a 70 chilometri da Malindi, è stata costruita una struttura che dovrebbe diventare un ospedale, ma è vuota, quindi il mio obiettivo, cercando sponsor, è riempirla con letti, apparecchiature, sale operatorie, per essere vicini a chi ha bisogno. E sono tanti".
Per il suo impegno nel sociale alla Ephrikian di recente sono stati assegnati i premi Eroi dei diritti umani e, a Capodanno, il Pino Puglisi. Anche Nino Mandalà ringrazia Laura: "Sono stato raggiunto dalla carezza di una signora che non si è fermata sulla soglia della mia indegnità ma l'ha varcata, ha guardato dentro al mio cuore e ha deciso che non meritavo la gogna e mi ha fatto volare al di là delle mura del lager dove sono rimasto segregato per anni".
recensione di Nicole Martina
Il Manifesto, 6 febbraio 2020
"La realtà non è per tutti. Voci dalla legge Basaglia quarant'anni dopo", di Antonello D'Elia (Villaggio Maori edizioni). Scritta in una prima persona che ha valore testimoniale, e si alterna a una combattiva oggettività, l'introduzione del libro di Antonello D'Elia, "La realtà non è per tutti. Voci dalla legge Basaglia quarant'anni dopo" (Villaggio Maori edizioni, pp. 189, euro 15,00) è consapevole di piombare in un contesto ostile, a ricordare come un altro mondo sia stato possibile.
Il piglio è quello al tempo stesso militante e consapevole dello psichiatra che ha vissuto la stagione migliore mai trascorsa nei servizi preposti alla salute mentale, in un paese, l'Italia, che grazie alla legge 180, preceduta e resa possibile da pratiche di cura assai diffuse, ha funzionato come un faro nel mondo. Solo quella costitutiva istanza alla sopraffazione intrinseca alla natura umana di cui Hobbes ha illuminato il profilo e Freud ha raccolto la malinconica eredità, può giustificare una regressione così violenta come quella praticata nelle istituzioni deputate alla cura e alla accoglienza dei pazienti psichiatrici, a sua volta conseguenza del disinvestimento politico in ogni forma di istruzione, formazione, funzione civilizzatrice.
Come si apprende dalla passione di Antonello D'Elia e dalla sua restituzione del clima che vigeva almeno fino agli anni '80 inoltrati, non era solo il carisma di Basaglia a contagiare le istituzioni, ma un sapere diffuso che si traduceva in esperienza da trasmettere, un sentire capillare che si era trasformato in senso comune.
D'Elia elegge la fiducia a rappresentante ideale di questo clima terapeutico: non la generica benevola propensione verso l'altro che nutre la benevolenza dei profeti disarmati, bensì la attrezzata, rispettosa disposizione verso le manifestazioni più diverse del dolore mentale che mette avanti l'ascolto e fa arretrare il giudizio. La prima delle voci che si susseguono a dare carne e sangue al libro è quella di un possibile alter ego dell'autore, che dal panorama dei ricordi personali, contempla le rovine, non abbandonandosi alla nostalgia, e anzi indagando le responsabilità dei malintesi correnti: "...abbiamo pensato che l'avversario fosse la psichiatria medicalizzata... quella che non ne voleva sapere della centralità delle relazioni... Ci siamo concentrati sull'obiettivo sbagliato... Quella logica non era la causa ma l'effetto: il punto vero era il denaro e la logica aziendale importata nella sanità pubblica".
C'è poi la ragazza, unica femmina di una famiglia siciliana, che si intuisce abbia ecceduto nello sfogare le proprie frustrazioni sentimentali: quattro anni e mezzo in manicomio, altri in giro per diversi ospedali; e la psichiatra un po' naïve, che racconta le sue prime esperienze non proprio edificanti, con i pazienti, con gli infermieri, con il primario; e, ancora, il tecnico della riabilitazione di un Centro Diurno, l'infermiere professionale dal quale riceviamo il racconto del paziente che un giorno ingoiò un Crocifisso nel tentativo di neutralizzare il proprio diavolo in corpo; l'immigrato che ha avuto la fortuna di imbattersi in bravi operatori; la madre di un bambino autistico, le cui domande sulla natura della patologia tradiscono la razionalizzazione di uno strazio che l'ha resa esperta suo malgrado. E, in fine, un bilancio sullo stato dell'arte: non monocorde, non polemico, solo crudamente realistico, ma non perciò arreso.
recensione di Fabio Ferzetti
L'Espresso, 6 febbraio 2020
Il film con Jamie Foxx e Michael B. Jordan racconta in modo lirico una storia vera accaduta in Alabama. In questo emozionante esempio di cinema civile americano ci sono due star dichiarate e una invisibile. Le prime sono gli ottimi Jamie Foxx e Michael B. Jordan, nei panni di un operaio afroamericano che passa sei anni nel braccio della morte per un delitto mai commesso e dell'uomo che riesce a scagionarlo in tribunale. Il vero divo del film però, nero come i suoi clienti, si chiama Bryan Stevenson e fa l'avvocato. A lui, con il suo vero nome, è ispirato il protagonista. Suo è il bestseller da cui è tratto il film (edito in Italia da Fazi). Una storia vera che ha per sfondo l'Alabama, tutt'oggi lo stato più razzista degli Usa malgrado Rosa Parks.
Anche se "Just Mercy", come suona il titolo originale, più che sul razzismo punta il dito contro la sua principale alleata, la povertà. Decisiva, dicono le statistiche, non solo nello sbattere la gente in galera ma nel tenercela. Di qui le novità principali di questo raro e solido esempio di legal thriller "black" (la lotta delle minoranze passa anche da qui, dalla conquista di generi finora occupati dai bianchi). L'avvocato Stevenson infatti riesce a usare la povertà non per dividere ma per unire due vittime collocate dal potere su opposte sponde. Una delle quali, attenzione, è di pelle bianca.
Non è un ribaltamento da poco. Di solito l'integrazione va dai neri verso i bianchi, non viceversa. E se l'hawaiano Destin Daniel Cretton ha buon gioco a dettagliare gli abusi e i crimini perpetrati quasi in automatico dal sistema giudiziario Usa (la legge non sanziona gli errori di giudici e poliziotti), le scene più emozionanti del film giocano invariabilmente su due piani. I rapporti allacciati dall'avvocato con la famiglia dell'imputato e con gli altri ospiti del braccio della morte. E la lenta conversione del falso testimone bianco (efficacissimo Tim Blake Nelson).
Con qualche imprevista e benvenuta impennata lirica. Su tutte quella lunga e apparentemente immotivata inquadratura iniziale del cielo tra gli alberi che torna e deflagra in tutta la sua potenza molto più tardi. Ospite fisso di Oprah Winfrey, strenuo difensore dei più deboli grazie alla sua organizzazione benefica Equal Justice Initiative, l'ascetico avvocato Stevenson ha aggiunto l'arma del cinema al suo arsenale. Anche se nelle battaglie culturali non basta conquistare generi collaudati. Bisogna crearne di nuovi.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 6 febbraio 2020
Nel suo ufficio al secondo piano del Viminale, Luciana Lamorgese, ministra dell'Interno, indica cortesemente il divano per gli ospiti che ritiene evidentemente più adatto alla conversazione che ha accettato di affrontare. Sorride. E poi si fa seria.
"Le dico la verità, sono piuttosto preoccupata", esordisce. "E lo sono da ministro dell'Interno e da donna delle Istituzioni, quale sono evidentemente per funzione, ma, soprattutto, quale sento di essere come cittadina e come sono sempre stata.
Le lettere al fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, i messaggi di odio al direttore Carlo Verdelli, sono in sé, e sottolineo in sé, un fatto di estrema gravità. Perché vede, non ha importanza, alla fine, quale tipo di sostanza risulterà essere la polvere che contenevano quei plichi indirizzati a Scalfari. E dunque scoprire che magari si tratta di gesso, o, al contrario, di sostanza stupefacente, o chi sa cos'altro. Né ha importanza sapere quali siano le reali intenzioni di chi manifesta il suo odio contro Verdelli sulla rete o con lettere private. O cosa avesse in testa chi a gennaio ha telefonato alla redazione del vostro giornale annunciando una bomba. Quel che conta è il gesto. Perché il gesto, in sé, indica insieme un'emergenza e un fallimento".
Cominciamo dall'emergenza....
"Prima mi lasci dire una cosa".
Prego...
"Voglio che Eugenio Scalfari, Carlo Verdelli, la redazione di Repubblica e tutti coloro che lavorano al giornale sappiano che gli sono vicina. E, mi creda, non è una clausola di stile. È un dovere che sento. Per due ragioni. La prima è perché so cosa si prova a essere oggetto di messaggi d'odio. È successo anche a me dopo aver autorizzato lo sbarco dovuto, perché legittimo e nel pieno rispetto della legge, dei migranti a bordo della Open Arms. Io non ho account social, come tutti sanno, e sono stati i miei figli a raccontarmi il florilegio di epiteti che mi è stato rovesciato addosso dopo quella decisione. "Feccia di donna" credo sia stato il più garbato. Gli altri sono irripetibili. La seconda ragione è che il fondatore di Repubblica, la sua storia e il lavoro di un grande giornale incarnano esattamente i valori che possono far argine a quella che ho definito un'emergenza. Con qualche aggettivo, se vuole".
Quali aggettivi?
"Un'emergenza culturale e civile. Che mette in discussione le ragioni stesse del nostro stare insieme. Del patto costituzionale nato dalla Resistenza antifascista e dalla mostruosità della Shoah. La scritta nazista di Mondovì, la violenza verbale riservata a Liliana Segre, lo stillicidio di manifestazioni razziste, xenofobe e direi più in generale il disprezzo per il cosiddetto "diverso", che si tratti dello stigma inflitto per il colore della pelle, per ragioni di culto religioso o per le inclinazioni sessuali o per la semplice diversità di genere, dimostrano che è stato superato l'argine e dimostrano, per altro, il definitivo divorzio tra significante e significato nell'uso delle parole. Nell'odio in cui siamo immersi c'è spesso assenza totale di pensiero. Assoluta ignoranza della storia. Nonché, il più delle volte, inconsapevolezza di quali ferite si aprano nel ridare corpo a certi fantasmi. È come se nel gesto di odio si riassumesse una nuova "normalità", una declinazione come un'altra della cultura imperante dell'outing. Ebbene, io a questo fallimento non voglio rassegnarmi e penso non sia giusto rassegnarsi".
Converrà che la Politica porta una qualche responsabilità. Siamo ormai da quasi due anni in una perenne campagna elettorale in cui una parte del campo, e il suo leader, Matteo Salvini, per altro suo predecessore in questo ministero, non si distinguono per sobrietà...
"Del senatore Matteo Salvini non parlo. È una regola che mi sono data e a cui non intendo derogare. E non lo dico in tono polemico, davvero. Lo dico perché trasformerebbe quello che mi sta a cuore dire e le ragioni e il senso di questa conversazione in un'altra cosa. Io dico che la Politica, tutta, a prescindere dunque dagli schieramenti, dalle legittime convinzioni di ciascuno, ha urgente bisogno di una igiene delle parole e dei comportamenti. Anche perché la mancanza di igiene e la progressiva assuefazione all'odio ha già prodotto un effetto esiziale".
Quale?
"L'indifferenza. Che è qualcosa di persino peggiore del negazionismo o del riduzionismo. O, se si vuole, ne è la conseguenza. A forza di non far caso alle enormità che ascoltiamo o a quello cui assistiamo, a forza di pensare che, appunto, al significante delle parole non corrisponda un significato, e dunque in fondo non ci sia poi da preoccuparsi, questo Paese rischia di ritrovarsi in un tempo che abbiamo sempre pensato non si sarebbe mai potuto ripetere. So che la narrazione riduzionista tende a banalizzare, a smussare, sopire. Ma non è una buona strada. Vede, tempo fa, ascoltando la Segre, quello che mi colpì della sua testimonianza fu il racconto dell'indifferenza che accompagnava le famiglie di ebrei ai vagoni piombati verso i campi di sterminio. "Eravamo invisibili", diceva la Segre. "Ci vedevano portare via, ma era come se non esistessimo. Come se fossimo trasparenti, perché diversi da loro". Ecco, l'indifferenza. L'indifferenza è imperdonabile".
E lei come ministro cosa sta facendo contro l'indifferenza?
"Ho riattivato il Centro di coordinamento delle attività di analisi e scambio che fa capo alla Presidenza del Consiglio e che vede impegnati anche altri dicasteri, come quello alla Giustizia e all'innovazione tecnologica, oltre alla stessa Presidenza, proprio per contrastare e contenere il contagio dell'odio. È un lavoro complesso che richiede tempo, pazienza ed evidentemente uno sforzo e una collaborazione di tutti gli attori istituzionali. Che, per altro, c'è e che ho riscontrato dal primo giorno della mia esperienza di ministro. Perché investe la sfera della famiglia, dell'educazione, del web, dei social network, non solo della prevenzione di polizia. Detto questo, le dico anche che quando posso, come ministro dell'Interno, vado nelle scuole. È successo la scorsa settimana, qui a Roma, nel quartiere Monteverde. Perché nella trasmissione della memoria, il contatto tra chi parla e chi ascolta è fondamentale. Quello che voglio dire è che la memoria diventa un'altra cosa se passa attraverso la testimonianza. Cito ancora la Segre. Perché ho visto ragazzi piangere mentre raccontava il viaggio verso i campi di sterminio con i buglioli destinati agli escrementi nei vagoni piombati che ad ogni scossone investivano del loro contenuto gli esseri umani accatastati. Ecco vedendo Liliana Segre non risparmiarsi nella sua testimonianza mi sono convinta ancora di più che questo sia il compito non solo di chi è nelle Istituzioni, ma di ciascuno di noi. Testimoniare. Non c'è libro, non c'è giorno della memoria o ricorrenza che tenga, al confronto".
Come ministro dell'Interno ha una competenza specifica su un altro incubatore del linguaggio dell'odio. E mi riferisco agli stadi. Ha intenzione di fare qualcos'altro oltre a quello che già è stato fatto?
"Proprio oggi (ieri ndr), incontrerò un rappresentante della Lega Calcio. Perché si può sempre fare qualcosa di più e di meglio e dunque mantenere aperto il dialogo e il confronto. Detto questo, ci tengo a dire che ho molto apprezzato le iniziative assunte recentemente e spontaneamente dalla Roma e dalla Lazio non solo per isolare, ma per stigmatizzare un certo tipo di linguaggio e di comportamenti. Sono questo tipo di iniziative che aiutano a non essere indifferenti. A segnalare che c'è un confine che non può e non deve essere superato".
Quando si parla di cultura e di linguaggio dell'odio, la questione riguarda anche un lavoro non concluso sulle forze dell'ordine, è d'accordo?
"Assolutamente. E infatti, con il capo della Polizia, continuiamo a lavorare sulla formazione dei nostri agenti. Che sono esposti e chiamati a intervenire in questo nuovo contesto che ho definito di emergenza culturale e civile. È importante avere e dimostrare una sensibilità spiccata, peculiare. Perché abbiamo a che fare con una nuova dimensione. Quando dico che è necessaria trasmissione di memoria, esempio nei comportamenti, ovviamente mi riferisco a tutti. Nessuno escluso. Perché la posta in gioco è il nostro futuro".
Cioè?
"Che Paese vogliamo consegnare ai ragazzi e ai giovani che domani saranno la sua classe dirigente? Intorno a quali regole dello stare insieme vogliamo ritrovarci, riconoscerci? Ecco perché ho voluto cogliere l'occasione di quanto è accaduto e sta accadendo a Repubblica per questa conversazione. Perché il problema non è a chi tocca oggi. A quale testata giornalistica, a quale singolo giornalista, a quale esponente politico, a quale cittadino. Penso che quelle lettere, quelle minacce, parlino a tutta l'informazione italiana. Alla sua indipendenza. Alla funzione che assolve. Ancor più decisiva in un tempo dominato dalle fake news, quelle su cui si costruisce poi un umore, un discorso pubblico fuorviante. E che per questo non si possa e non si debba tacere".
Lei, a dire il vero, non parla molto come ministro...
"È vero. Perché penso che lo imponga e lo richieda il ruolo di ministro dell'Interno. E perché cerco di farlo quando ritengo sia utile. E quando il momento lo consente, per evitare, appunto, che le mie parole possano diventare altro. Di una cosa comunque posso assicurarla. Non sono un ministro indifferente. E lavoro ogni giorno per questo seduta a quella scrivania che occupo in questo momento".
di Flaviano Zandonai
Vita, 6 febbraio 2020
La lotta alla disuguaglianza è in gran parte monopolizzata da approcci riparativi e risarcitori. Il problema si risolve quindi ripristinando condizioni di uguaglianza che correggono storture strutturali nel sistema economico e sociale attraverso interventi esterni che a tal fine mettono in circolo risorse dedicate. In sintesi, azioni che di solito si basano su trasferimenti monetari e servizi "di ultima istanza" per suturare nell'immediato le ferite nel corpo sociale e sul ritorno in cabina di regia dello Stato, sia nel campo del welfare ma anche dell'economia, al fine di elaborare e gestire nuove politiche mission oriented di medio e lungo periodo.
Rimane quindi spazio per strategie che intendono affrontare la stessa sfida agendo però "in corso d'opera"? Ovvero introducendo, più che correttivi, innovazioni sociali nel sistema grazie a soluzioni elaborate secondo modalità sussidiarie? Una domanda non banale soprattutto se posta a organizzazioni di terzo settore e imprese sociali, ma anche a imprese for profit che riconoscono nella coesione non solo un sottoprodotto della responsabilità sociale ma un fattore di competitività. Per questi soggetti, per i primi in particolare, l'azione si concentra soprattutto dove la disuguaglianza si manifesta in forma nuove oppure intervendo sulle cause che la originano, prima ancora che appaia. E la risposta in questo caso consiste soprattutto in nuove soluzioni organizzative e dotazioni di servizi.
Due esempi di attualità possono essere utili per comprendere le peculiarità di questo approccio (anche in termini di impatto). Non certo per opporlo a quello dominante, quanto piuttosto per arricchire un quadro di soluzioni capace di adattarsi alla natura mutevole e controversa di una sfida sociale che domina oggi l'agenda della politica, il dibattito tra gli addetti ai lavori e il sentiment dell'opinione pubblica. Il primo è quello delle misure di contrasto alla povertà educativa. Guardando in particolare ai bandi e ai relativi progetti finanziati da Con i Bambini emerge infatti l'intento non tanto di redistribuire risorse per ripristinare le condizioni minime, ma piuttosto di ridisegnare il sistema facendo leva su nuovi attori, ovvero comunità educanti in grado di rispondere al bisogno, ma soprattutto capaci di agire sulle cause economiche e soprattutto culturali che ne sono all'origine.
Il secondo esempio riguarda la conciliazione vita lavoro. Recenti dati Istat ed Eurostat hanno il merito sia di restituire la dimensione del fabbisogno - sono 2,8 in Italia e 109 milioni in Europa che lavorano e che hanno in cura minori ma anche anziani e malati - ma anche un quadro di risposte che, tutto sommato, sembra aver colto la sfida anche se non si può parlare di vero e proprio "impatto". Se è vero infatti che nel corso del tempo si sono progressivamente diffuse pratiche di conciliazione è altrettanto vero che queste si sono risolte soprattutto in innovazioni incrementali, come ad esempio l'adattamento degli orari di lavoro. Così sono rimaste in buona parte irrisolte altre questioni che toccano più da vicino i meccanismi che presidiano l'organizzazione familiare e del lavoro e, ancora più in profondità, il modo in cui si costruiscono progetti di vita a partire da aspirazioni che sono tali nella misura in cui si sanno relazionare con contesti ricchi di stimoli ma anche molto temporanei.
Con il progetto Masp l'obiettivo è di incrementare la capacità di innovazione sociale degli attori che quotidianamente fanno, o provano a fare, conciliazione. Da una parte rafforzando e qualificando l'offerta di servizi specialistici e le reti di supporto informali. Ma se si vogliono creare nuove basi culturali superando approcci di natura riparatoria e negoziale che lo stesso termine "conciliazione" tradisce nella sua etimologia, allora occorre introdurre discontinuità ad almeno tre livelli.
Il primo, ben esemplificato dalle buone pratiche del progetto Maam e Family Audit, riguarda, di fatto, il modo di fare impresa a livello gestionale ed anche di cultura organizzativa. Il secondo livello riguarda la genitorialità come esercizio di ruolo che spesso richiede, da una parte, un riequilibro dei carichi e, dall'altra, una maggiore capacità di orchestrare interventi esterni che integrano e supportano il nucleo familiare.
Un esercizio, quest'ultimo, che richiama in terzo luogo le modalità di progettazione e di esecuzione dei servizi, oggi stretti tra standard produttivi e vincoli di risorse che ne enfatizzano il carattere prestazionale e "sterile" rispetto al contesto ed esigenze di personalizzazione che non sono gestibili "a catalogo" ma attraverso filosofia e metodi di codesign.
È un lavoro molto puntuale e complesso quello di migliorare la conciliazione vita lavoro, svolto attraverso il "solito" approccio della social innovation: arricchire e ricombinare i fattori per ottenere soluzioni nuove capaci di generare cambiamenti positivi duraturi. Ma al tempo stesso è indispensabile se si vuole riprogrammare il sistema. Pena il rischio che le soluzioni di ripristino non facciano che staticizzare le cause latenti della disuguaglianza. Che così sarebbero pronte a ripresentarsi non appena la guardia della regolazione e dell'intervento pubblico si dovesse allentare.
di Cristina Nadotti
La Repubblica, 6 febbraio 2020
Le strutture si erano viste tagliare da 35 a 19 euro la quota per assistere ogni persona dall'ex ministro Salvini. Ora i prefetti potranno alzare le quote. Il viceministro Mauri: "Scelta sacrosanta per evitare il collasso del sistema". Il ministero dell'Interno ha inviato una circolare ai prefetti per aumentare i rimborsi per i migranti accolti. L'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini aveva infatti tagliato da 35 a 19-26 euro il rimborso per ogni migrante ospitato nelle strutture di accoglienza e per effetto del taglio tanti bandi lanciati dalle prefetture sono andati deserti, creando un problema che le prefetture hanno segnalato al Viminale.
Le cifre stabilite, che erano state diminuite già dal ministro Minniti e in seguito ulteriormente ridotte da Salvini, erano appena necessarie a garantire vitto e alloggio e non permettevano alcun progetto di reale accoglienza o inserimento. Per questo, la maggior parte delle associazioni, consapevole di non poter assicurare un servizio non hanno partecipato ai bandi delle prefetture.
Per ovviare al problema molti prefetti avevano chiesto ai gestori di servizi di accoglienza di continuare a operare in proroga. Adesso, il ministero ha studiato il dossier e - in seguito ad un parere chiesto all'Anac - ha inviato una circolare ai prefetti, per indicare che potranno essere aumentati i rimborsi per ogni migrante accolto.
Con il documento si consente che, nel caso di mancate presentazioni di offerte ad una gara, si possa ricorrere alla procedura negoziata senza bando. Le prefetture, così, "possono individuare alcuni operatori economici da consultare, selezionando l'offerta migliore". E se si verifica che un prezzo d'asta è sottostimato, "si potrebbe procedere a variare" le singole voci che compongono il costo medio. Prevista inoltre la possibilità per il migrante di accedere ad un servizio di assistenza sanitaria complementare da porre a carico dell'appaltatore, che può essere rimborsato a parte rispetto al prezzo pro capite al giorno posti a base di gara. Ed i costi possono crescere anche per la necessità di aumentare il personale di vigilanza nei centri a seguito di danneggiamenti.
"La scelta del ministero dell'Interno di rivedere alcuni criteri tecnici per l'attribuzione di risorse al sistema di Prima accoglienza è sacrosanta - dice il viceministro Mauri - Dopo un anno dall'entrata in vigore delle nuove norme volute da Salvini il sistema è completamente bloccato. Il problema che si è verificato è che le nuove gare pubbliche, necessarie per gestione dei centri di accoglienza, sono andate deserte. Era inevitabile che succedesse dopo il taglio drastico. E sono convinto che sia stata una scelta deliberata quella dell'ex Ministro dell'Interno. Per evitare il collasso completo del nostro sistema di accoglienza, e le inevitabili ripercussioni sui cittadini, era necessario perciò un intervento di manutenzione. È quello che si è fatto. Salvini aveva lasciato la macchina senza benzina. Noi in questo modo l'abbiamo rimessa in marcia. Nell'interesse di tutti".
L'Arci, che ha rinunciato alla gestione di 30 progetti e assicurava accoglienza a circa 4mila persone, saluta la decisione del Viminale come "una buona notizia" e osserva: "Dopo la modifica delle regole per la gestione dei centri di accoglienza straordinaria (Cas), il taglio dei servizi per l'integrazione nel capitolato deciso dall'ex ministro Salvini, abbiamo deciso come Arci, insieme a tante altre organizzazioni, di disertare le gare delle prefetture. Per noi i percorsi di integrazione sono irrinunciabili sia per la dignità delle persone accolte, che per l'attenzione al territorio".
"L'assenza di misure di integrazione e una accoglienza che si traduce in albergaggio, - continua l'Arci - produce danni alle persone (quasi tutti hanno subito violenze e torture e necessitano di attenzione e cura e quindi di professionalità) e alimenta il disagio sociale che ricade sui comuni, oltre che alimentare l'immagine negativa degli stranieri (risultato utile a Salvini).
Se il governo ha deciso di ripristinare le attività di integrazione è davvero una buona notizia. Speriamo non si tratti di un ritocco ma di una modifica sostanziale. Uscire dalla stagione del razzismo di Stato e affrontare le questioni sociali per quello che sono, ricercando soluzioni giuste ed efficaci, dovrebbe essere una priorità per questo governo".
di Giovanna Borrelli
altreconomia.it, 6 febbraio 2020
Dagli otto centri per il rimpatrio in Italia, come Ponte Galeria o Gradisca d'Isonzo, agli altrettanti poli di detenzione preventiva in Grecia: la piattaforma Landscapes of Border Control raccoglie, aggiornandoli, materiali sui luoghi di detenzione per migranti e racconta gli effetti e le conseguenze delle politiche di controllo dei confini in tutto il mondo. Un progetto ideato da ricercatori del Centro di criminologia dell'Università di Oxford.
"Lì dentro ci sono delle gabbie dove succedono delle cose terribili. Non so se riesco a raccontare tutto quello che ho vissuto lì". Malik, cittadino senegalese in Italia da trent'anni, descrive così il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Bari Palese, in Puglia, dove ha passato tre mesi nel 2018. Si definisce una "vittima" del sistema di detenzione per i migranti. Una misura istituita nel 1998 con la legge Turco-Napolitano, il Testo unico sull'immigrazione, e che prevede il trasferimento in strutture specifiche di migranti senza regolari documenti che non possono essere immediatamente rimpatriati.
Quando gli è stato revocato il permesso di soggiorno, Malik lavorava come venditore ambulante nei mercati di diverse città nelle Marche con una regolare licenza. Da un giorno all'altro, racconta, viene trasferito al Cpr di Bari: "Avrei preferito stare sei mesi in carcere invece che una sola settimana dentro al centro".
La sua storia è stata raccolta dal progetto Melting Pot Europa e Borders of Borders e si può trovare oggi, insieme a quella di altri Cpr e altri detenuti, su Landscapes of Border Control, una mappa interattiva in continuo aggiornamento che raccoglie materiali e testimonianze sui luoghi di detenzione per migranti. Si tratta di un progetto collaborativo, ideato da Border Criminologies, una rete di ricercatori e operatori del settore che fa parte del Centro di criminologia dell'Università di Oxford e studia gli effetti e le conseguenze delle politiche di controllo dei confini in tutto il mondo. La piattaforma è stata progettata per offrire a Ong, gruppi di solidarietà, (ex) detenuti uno strumento per comunicare le loro esperienze e diffondere ad un pubblico più ampio e globale le informazioni sulle condizioni all'interno dei centri.
Il progetto è nato da un'idea di Andriani Fili, ricercatrice greca, che per molti anni ha fatto ricerche sulla detenzione in Grecia. Nel portare avanti il suo lavoro aveva riscontrato molte difficoltà a trovare informazioni affidabili sul sistema di detenzione nei media tradizionali. La conseguenza principale di questa carenza era la mancanza di un dibattito pubblico informato sul tema. "Crediamo che questo sia un buon momento per promuovere maggiore trasparenza su ciò che accade dentro i centri e per diffondere anche tutte le conoscenze acquisite finora", spiega ad Altreconomia Francesca Esposito, ricercatrice per il centro di Oxford.
I primi materiali raccolti vengono dall'Italia e dalla Grecia, Paesi considerati chiave per la sicurezza delle frontiere europee. "I centri in Grecia sembrano essere più sovraffollati di quelli italiani -continua Esposito- e con condizioni di vita peggiori. Ma anche in Italia sono ampiamente segnalate mancanza di igiene, cibo di scarsa qualità, mancanza di assistenza sanitaria e di assistenza legale". Tra le prime prove raccolte emergono, per entrambi i paesi, la detenzione di minori non accompagnati e di altri gruppi vulnerabili come donne vittime di violenza sessuale e, in particolare, della tratta di esseri umani. Sono presenti anche persone con gravi problemi di salute mentale, richiedenti asilo che sono stati vittime di tortura nei loro paesi di origine o in quelli di transito.
In Grecia i centri sono gestiti dalla polizia: "Questo significa che non c'è quasi nessun supporto psico-sociale per i detenuti. Un problema che aggrava la mancanza di supporto legale e di assistenza medica -spiega la ricercatrice-. Nel complesso, comunque, dalla piattaforma emergono diverse forme di abusi e violazioni dei diritti umani sia in Grecia che in Italia".
La bassa qualità dei servizi italiani si deve spesso alle spese molto basse sostenute dalle organizzazioni del terzo settore che gestiscono i centri. Conseguenza della logica alla base delle gare d'appalto che premiano l'offerta economicamente più vantaggiosa per assegnare la gestione dei centri.
La relazione al Parlamento del 2019 del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, presieduto da Mauro Palma, riporta le segnalazioni di diversi osservatori del Terzo settore che sottolineano come "una maggiore concorrenza fra soggetti interessati alla gestione dei Centri e una conseguente corsa all'abbassamento dei costi abbia ridotto notevolmente la qualità dei servizi erogati (dal servizio mensa a quello sanitario fino a quello di assistenza psicologica) e abbia pregiudicato il pieno rispetto dei diritti delle persone".
Sulla mappa si possono trovare tutti i centri presenti sul territorio italiano e greco. Sono otto i Cpr in Italia e otto i centri di detenzione preventiva in Grecia. Ad Atene è segnalata, inoltre, la struttura di detenzione speciale dell'aeroporto, pensata per fornire breve permanenza a chi cerca di entrare senza documenti legali in Grecia, prima di essere trasferito in altri centri. Per ognuno dei punti sulla mappa sono disponibili le informazioni generali sul centro e altri materiali di approfondimento, come relazioni delle organizzazioni per i diritti umani, immagini, video e audio. Le storie raccolte descrivono le condizioni degradanti di vita all'interno delle strutture, raccontano episodi di violenza e di privazione dei diritti. Ma vogliono anche dare voce alle lotte di coloro che vivono all'interno e sono colpiti dalle misure detentive.
L'obiettivo è denunciare "l'allarmante aumento dei centri di detenzione in tutto il mondo" come politica di difesa dei confini, soprattutto in Grecia e in Italia. Un problema sottolineato anche nella relazione del 2019 dal Garante Nazionale dei diritti dei detenuti, secondo il quale la detenzione amministrativa italiana non rispetta l'orientamento consolidato del diritto internazionale che limita la sua applicazione a misura d'eccezione. Viene utilizzata invece "quale principale strumento finalizzato all'espulsione degli stranieri irregolarmente presenti sul territorio, al punto che da eccezione tende a trasformarsi in regola". Inoltre il decreto Salvini, poi convertito in legge 132/2018, ha eliminato la protezione umanitaria potenzialmente aumentando il numero di persone senza permesso e quindi detenibile.
A Macomer, in Sardegna, è in fase di apertura un nuovo centro, mentre a dicembre è stato riaperto quello di Gradisca d'Isonzo, in Friuli Venezia Giulia. Qui, il 18 gennaio Vakhtang Enukidze, cittadino georgiano, è morto a causa di un edema polmonare, del quale le indagini devono ancora stabilire la causa. Il secondo decesso del 2020 dopo la morte di un ragazzo tunisino avvenuta a Caltanissetta pochi giorni prima. Risalgono ai primi giorni del 2020 le proteste dei migranti al Cpr di Torino che -secondo quanto riportato in una lettera al prefetto da parte di alcune organizzazioni- hanno reso la struttura inagibile. Per tutto l'ultimo fine settimana di gennaio gli attivisti di numerose associazioni piemontesi hanno portato avanti una protesta contro le condizioni in cui vivono le persone all'interno del centro.
"Noi pensiamo che la soluzione definitiva sia chiudere i Cpr - afferma Francesca Esposito. La pratica di trattenere persone per questioni legate all'immigrazione è molto recente, ma non è necessaria. Si tratta piuttosto di una scelta politica, di cui sono sempre più chiari i danni e l'inefficacia, oltre che i costi finanziari". Sono già molte le Ong che hanno collaborato con Border Criminologies. Tra le organizzazioni italiane ci sono l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), LasciateCIEntrare, Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (Cild), Antigone, Sant'Egidio, A Buon Diritto. Ma il progetto è solo all'inizio, conclude Esposito: "Ci auguriamo che Ong, esponenti del mondo accademico e cittadini di tutto il mondo entrino a far parte del progetto. Vogliamo ampliare la nostra copertura il più presto possibile".
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