di Rosa Anna Ruggiero
Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2020
La prova testimoniale, che è tradizionalmente considerata la prova principale del processo penale, sta diventando sempre più marginale per l'accertamento della responsabilità dell'imputato: da tempo oramai sono altri gli strumenti che vengono privilegiati. Le intercettazioni, le prove scientifiche, i documenti informatici o le video registrazioni. Prove preconfezionate, in altre parole, solo in apparenza più concludenti, che però per loro natura si formano fuori dal giudizio, dunque senza il controllo diretto del giudice chiamato a decidere. Proprio per questo il Codice di procedura penale assegna invece un ruolo centrale alle prove dichiarative, che si formano in dibattimento, nel contraddittorio delle parti, innanzi al giudice che determinerà l'esito del processo.
Il monito della Consulta - In questo scenario vanno contestualizzate due recenti decisioni della Corte costituzionale e delle Sezioni unite della Cassazione che hanno di fatto messo in soffitta una regola cardine del Codice di rito e che riguarda appunto le prove costituende, prima fra tutte quella testimoniale: il riferimento è all'articolo 525, comma 2, del Codice di procedura penale che individua nella necessaria identità tra giudice chiamato a decidere e giudice che abbia partecipato al dibattimento un principio fondante del nostro processo accusatorio, non a caso presidiato dalla nullità assoluta, la più grave tra le invalidità.
Il senso della norma è chiaro: l'imputato non può essere giudicato se non da chi abbia costruito il proprio convincimento sulla base di prove che ha visto formare innanzi a sé e di cui proprio per questo abbia potuto apprezzare l'attendibilità. Pertanto, se il giudice cambia, il dibattimento - se viene richiesto - è da rifare. Vi è da dire che, in genere, le parti lo chiedono e questo inevitabilmente incide sulla durata del processo, soprattutto nei casi in cui il giudice cambi più volte.
La Cassazione - Tuttavia, dopo il monito rivolto al legislatore da parte della Corte costituzionale, che suggeriva di prevedere "ragionevoli eccezioni" a questo principio, in modo da evitare l'impiego strumentale del diritto alla rinnovazione e il ripetersi di istruttorie che dilatano i tempi già lunghi del processo penale, sono state le Sezioni unite a invertire il rapporto regola-eccezione, affermando che la rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale non è dovuta se muta la persona fisica del giudice, a meno che non si dimostri la necessità di esaminare i dichiaranti su fatti rimasti in precedenza inesplorati. In base a questa interpretazione, il nuovo giudice dunque potrà decidere, di norma, sulla base dei verbali di prove acquisite da altri prima di lui. Ciò significa non ritenere più fondamentale quel contatto diretto tra organo giudicante e fonte di prova, caratteristica tipica della prova testimoniale, nonostante l'articolo 525 del Codice di procedura penale.
Udienze ravvicinate - I processi che ricominciano all'infinito per variazione del giudice e che rappresentano una patologia del nostro sistema si devono quasi sempre ai frequenti trasferimenti dei magistrati ad altro ufficio. Una soluzione a questa stortura andava trovata, ma non mettendo a carico dell'imputato il costo di una disfunzione di cui non ha responsabilità. Si sarebbe potuto (e si potrebbe) sperimentare, come in alcuni tribunali già avviene, che il dibattimento di primo grado non inizi se non quando si sia in grado di calendarizzare udienze molto ravvicinate, così da assicurare tempi più contenuti, limitando l'incognita della destinazione del giudice altrove.
Andava verificata la possibilità di sospendere il trasferimento del magistrato sino al momento della definizione dei processi in corso. È difficile, in altre parole, credere che non esistano strumenti organizzativi per evitare lo scandalo della sostituzione di nove giudici diversi (ciò che si era verificato nel giudizio nel quale è stata sollevata la questione di costituzionalità dell'articolo 525 del Codice di procedura penale), senza comprimere i diritti della difesa, anche quando vi sia il rischio di un loro uso strumentale.
Viviamo però in un momento storico in cui appaiono obsolete quelle prove un tempo considerate fondamentali per l'accertamento: così, l'ultimo disegno di legge di riforma del processo penale recepisce le conclusioni delle Sezioni unite in merito alla presunzione di superfluità della rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale dopo il cambiamento del giudice. Se questa riforma dovesse passare, la prova testimoniale diverrebbe ancor meno rilevante in un processo che non recupererà comunque efficienza dalla rinuncia alle garanzie.
di Aldo Natalini
Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2020
In fuga dal virus nelle "zone protette" e dalle misure estese a tutto il territorio nazionale con i Dpcm 8 marzo e 9 marzo, tra psicosi collettiva e italica insofferenza alle regole (anche se di salute pubblica).
Chi è scappato dalle "zone rosse" lombarde e venete: cosa rischia - Già nelle scorse settimane, in vigenza delle prime "zone rosse" (lombarde e veneta) istituite col Dpcm del 23 febbraio, attuativo del coevo decreto legge n. 6/2020, si sono moltiplicate le notizie di violazioni alle disposizioni governative impartite per il contenimento del contagio da COVID-19: alcuni lodigiani sono scappati dalla zona-focolaio per raggiungere le loro famiglie al sud; altri hanno tentato di forzare i controlli dei checkpoint per portare materiali ad amici o parenti; altri ancora, improvvidamente, hanno eluso la quarantena fiduciaria entrando in contatto con altre persone.
Le misure rafforzate su tutto il territorio nazionale - Più di recente con l'identificazione dell'"area di contenimento rafforzato" all'intera regione Lombardia e alle quattordici province del nord sono aumentati i tentativi di fuga dalla "zona arancione" (iniziati nottetempo persino prima dell'entrata in vigore del Dpcm 8 marzo 2020, del quale improvvidamente sono state fatte circolate le bozze, innescando così un effetto panico a catena che ha sovvertito la ratio stessa delle nuove restrizioni). Da ultimo, con la "blindatura" totale dell'intero Paese (Dpcm 9 marzo 2020), il tema delle conseguenze penali connesse alla violazione delle stringenti misure di contenimento - assai invasive ma inevitabili, in ragione della rapidissima progressione della curva del contagio - riguarda ormai tutti, non più soltanto gli abitanti di alcuni territori. E inesorabilmente, a fronte di comportamenti irresponsabili, è affidata al diritto penale (e alle forze di polizia) la tenuta delle restrizioni previste dal Governo a tutela dei nostri "corpi".
Il Dl "Coronavirus": illecito penale ad hoc - Il decreto legge n. 6/2020, entrato in vigore il 23 febbraio scorso e convertito, a tempo di record, dalla legge n. 13/2020, è il principale provvedimento varato dall'Esecutivo nella prima fase del piano di interventi per fronteggiare l'epidemia da Covid-19. L'articolo 3, comma 4, del decreto legge n. 6/2020 contiene un illecito penale ad hoc, sanzionato ai sensi dell'articolo 650 del Cp, in caso di violazioni alle misure di contenimento ivi previste: contravvenzione che - come vedremo - di per sé è un'arma spuntata; tuttavia a essa possono aggiungersi ben più gravi titoli delittuosi (dolosi e colposi).
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 marzo 2020
Rinvio delle udienze fino al prossimo 15 aprile, con contestuale sospensione dei termini e applicazione a tutti i procedimenti civili e penali pendenti. Sostegno economico ai giudici onorari, blocco delle notifiche tributarie in primo grado. La bozza di decreto legge aggiorna e modifica il pacchetto di misure, approvato da poco più di una settimana, per garantire l'amministrazione della giustizia nelle settimane dell'emergenza sanitaria. Così, preso atto dell'aggravarsi della situazione, il termine di rinvio-sospensione è prorogato dal 22 marzo al 15 aprile; di conseguenza passa al 16 aprile il giorno dal quale i capi degli uffici giudiziari potranno adottare misure per evitare l'affollamento degli uffici (misure che possono andare da limitazioni degli orari di apertura sino al rinvio delle udienze).
Tra i chiarimenti, quello iniziale è sul perimetro applicativo della sospensione, dove ora il riferimento ai "procedimenti civili e penali", estende la previsione originaria: da un lato, infatti, rende evidente che la sospensione si riferisce a tutti i procedimenti civili e penali e non solo ai procedimenti in cui è stato disposto un rinvio di udienza; dall'altro lato, considerata la straordinaria emergenza sulla funzionalità degli uffici, è dilatata la sospensione oltre i confini della "pendenza" del procedimento.
In questi primi giorni, si sottolinea nella relazione, erano infatti emersi dubbi interpretativi e prassi applicative che aggirano l'obiettivo dello stop, costituito dalla duplice esigenza di sospendere tutte le attività processuali per ridurre al minimo quelle forme di contatto personale che favoriscono il propagarsi dell'epidemia, da un lato, e di neutralizzare ogni effetto negativo che il massiccio differimento delle attività processuali avrebbe potuto produrre sulla tutela dei diritti per effetto del potenziale decorso dei termini processuali, dall'altro.
Con riguardo al riferimento alla "pendenza" dei giudizi, che aveva provocato il dubbio sull'estensione della sospensione al termine per proporre impugnazione delle sentenze, si è ritenuto di eliminare il riferimento alla pendenza dei procedimenti, in maniera tale da eliminare ogni motivo di dubbio e, nello stesso tempo, di estendere gli effetti della sospensione anche agli atti introduttivi del giudizio, quando ne è previsto un termine. Chiarita poi anche la fattispecie del calcolo dei termini "a ritroso".
Il penale - Nel penale viene, per il medesimo periodo di tempo, deciso anche il blocco del decorso della prescrizione. Stabilita ancora la sospensione dei termini di durata massima delle misure diverse dalla custodia cautelare, di cui all'articolo 308 del Codice di procedura penale (obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e allontanamento dalla casa familiare, per esempio), per il tempo in cui il procedimento è rinviato, analogamente a quanto già disposto per i termini di durata della custodia cautelare.
Sempre nel penale, la bozza di decreto introduce poi deroghe al sistema delle notificazioni e delle comunicazioni attualmente previsto, per consentire agli uffici giudiziari, nella situazione di emergenza che ha imposto il rinvio d'ufficio delle udienze per la trattazione di affari penali non urgenti e l'adozione di una serie di misure emergenziali, di comunicare velocemente e senza la necessità di impegno degli organi notificatori i provvedimenti destinati alla comunicazione alle parti processuali delle date delle udienze fissate per effetto del rinvio d'ufficio o di qualsiasi altro elemento che deriva dai provvedimenti di urgenza. In questo senso, si prevede l'utilizzo del sistema di notificazioni e comunicazioni telematiche come modalità di partecipazione ordinaria.
Tributario e e giudici onorari - Intervento poi sui giudizi tributari, oltre che misure specifiche per Tar e Consiglio di Stato. Sospesi infatti fino al 15 aprile i termini per la notifica del ricorso in primo grado davanti alle commissioni tributarie e quello di 90 giorni previsto per la mediazione nelle liti fiscali di valore più basso. Infine, tenendo conto della situazione di blocco sostanziale dell'attività giudiziaria ordinaria, la bozza di decreto legge introduce un contributo di 700 euro al mese, per 3 mesi, per i magistrati onorari in servizio, cercando comunque di tenere comunque ferma la regola che vede i magistrati onorari titolari di un incarico temporaneo. In questa prospettiva allora, il contributo è in sostanza allineato a quello previsto per sostenere il reddito dei lavoratori autonomi.
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 16 marzo 2020
La prevedibile esplosione delle carceri. Lo sconcertante silenzio su quei tredici morti... Solo una "drammatica conseguenza? L'epidemia che ci assedia, dicono in molti, ci costringerà a rivedere il nostro sistema di vita, e bisognerà pur rivedere anche il sistema delle pene. Perché non è civile una società che guarda, se le guarda, con una scrollata di spalle, a 13 persone morte "per overdose" nel mezzo di una battaglia "dentro le fauci del mostro".
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 16 marzo 2020
Quando ti trovi d'accordo con la maggioranza, è il momento di fermarti a riflettere. In questi giorni di peste, nei quali in molti (e per tanti) si trovano a fare i salti mortali per salvare vite umane, qualcuno riflette sui diversi modelli che i Paesi sin qui toccati maggiormente dalla pandemia stanno utilizzando per affrontare la crisi.
di Vincenzo Scalia*
lanuovacalabria.it, 16 marzo 2020
"L'improvviso e drammatico esplodere della crisi sanitaria del coronavirus ha investito, e non poteva essere diversamente, anche le carceri italiane, che hanno pagato un doloroso pedaggio di 14 morti al panico morale verificatosi in seguito all'emergenza e alle misure varate dal governo in materie di carcere. Il problema, come al solito, è quello della repressione e del contenimento, di cui i detenuti, per la loro condizione, sono i primi a subire le conseguenze. L'emergenza sanitaria, quindi, sortisce l'effetto non solo di rafforzare il neo-liberismo, ma anche lo stato d'eccezione, a spese dei più deboli. Da parte nostra, pensiamo che i detenuti abbiano le loro ragioni, e che bisognerebbe lavorare per trovare risposte altre dalla repressione. Ma che, d'altra parte, i rapporti di forza esistenti a livello politico e sociale, fanno sì che l'esito non possa essere che quello attuale. Proveremo a spiegare questo assunto in tre passaggi".
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 16 marzo 2020
Carceri: restiamo umani. Perché usiamo queste parole? Perché ora, ai tempi del coronavirus, tutti ci affanniamo a dire che bisogna ripensare la nostra vita, che bisogna riscoprire il valore del tempo, delle relazioni, dell'essere comunità, della nostra umanità, oggi soffocata dall'odio sociale.
di Giovanni Terzi
Libero, 16 marzo 2020
Il Garante per i diritti dei detenuti della Lombardia: "Nei penitenziari situazione insostenibile aggravata dal Coronavirus". Conosco Carlo Lio da anni. Da vent'anni, per essere precisi, cioè da quando nel 1994 stava terminando la sua esperienza amministrativa come Sindaco della città di Cinisello Balsamo, una città di quasi ottantamila anime alle porte di Milano.
È stato un sindaco molto amato Carlo Lio, socialista e Craxiano, non soltanto per la sua competenza amministrativa ma anche per la sua passione umana che, da sempre, ha contraddistinto ogni azione politica. Dal 2000 al 2005 è stato assessore ai Lavori Pubblici della Regione Lombardia nella giunta presieduta da Roberto Formigoni.
Lo troviamo, oggi, in un ruolo già di per sé difficile che si è complicato nel momento in cui è arrivato il coronavirus; Carlo Lio da tre anni è il garante dei diritti dei cittadini e delle carceri per la Regione Lombardia.
"Stiamo vivendo una emergenza sociale ed umana senza precedenti", inizia Carlo Lio. "Di fronte ad un simile evento servano misure eccezionali che risolvano subito il problema delle tensioni che si sono sviluppate nelle carceri in questi giorni e che rischiano di diventare esplosive".
Tipo?
"Arriviamo subito al punto: serve l'indulto".
Addirittura l'indulto. Non le sembra di esagerare?
"Assolutamente non esagero. Non parlo di un indulto generico e generalizzato ma di qualcosa che in modo razionale metta le carceri in condizione di poter svolgere il proprio compito".
E quale è il compito delle carceri?
"Rieducare per cercare di inserire di nuovo in società chi ha commesso reati; l'articolo 27 della Costituzione così recita "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Lei ritiene che questa situazione non esista oggi nei nostri penitenziari?
"Parliamo di numeri; oggi in Lombardia ci sono 8.547 detenuti e le strutture possono contenere massimo 6.199 persone. Millecinquecento detenuti in più solo in Regione Lombardia sono una enormità. Il livello nazionale ben più grave anche percentualmente. Un altro esempio più piccolo è il carcere di Busto Arsizio ci sono 440 detenuti contro i 240 posti disponibili. Come crede sia possibile rieducare se c'è una situazione di esubero così importante?".
Chi rappresenta la maggioranza della popolazione carceraria?
"Guardi, le dico soltanto una cosa: che circa il 10/15 per cento di chi è dietro le sbarre è rappresentato da persone in custodia cautelare".
E la sua proposta in cosa consisterebbe?
"Dobbiamo ridurre la popolazione carceraria in modo drastico. Questa emergenza esisteva anche prima naturalmente ma adesso diventa quasi una priorità".
Come pensa di agire?
"Lunedì (oggi per chi legge) ci sarà una riunione via Skype assieme alla dottoressa Di Rosa (Presidente del Tribunale di Sorveglianza) e il dottor Pietro Buffa per cercare di condividere questa idea e portarla su un tavolo nazionale. Va precisato che la mia idea è quella di scontare ai domiciliari la pena per chi è sotto i due anni da scontare significherebbe di diminuire, nella sola Lombardia, di circa duemila unità la popolazione carceraria".
Così si arriverebbe ad un numero consentito di presenze...
"Certamente e si potrebbe iniziare a parlare di dignità all'interno dei penitenziari, altrimenti".
Altrimenti che cosa?
"Altrimenti si cambi la Costituzione, si agisca con la pancia e non con il cervello e si punisca per il desiderio spasmodico di una informazione che appare assetata di sangue".
La società è pronta per una simile iniziativa?
"Io spero di sì. L'informazione deve fare la sua parte e la politica non deve soffiare sul fuoco. Se noi pensiamo sia necessario rieducare, per esempio, questo avviene soltanto con la semilibertà. Ma se su 100 casi di semilibertà uno scappa non si deve bloccare quel processo; ad oggi è questo che succede".
Non crede che sia necessario anche da parte dei detenuti un comportamento diverso? Non è stato certo edificante il comportamento tenuto settimana scorsa in tutti i penitenziari...
"Capisco ciò che mi dice ma vorrei fare presente come la direttrice del carcere di Monza mi ha informato dell'accordo fatto con tutti i detenuti che eviteranno ogni azione di tensione comprendendo il grave momento. Questo è un grande gesto di responsabilità che apprezzo moltissimo e esprimo a ognuno di loro la mia vicinanza e umana solidarietà. Apprezzamento che invio a tutti gli operatori sanitari e assistenziali che unitamente alla direzione e al personale della polizia penitenziaria hanno reso possibile questa bellissima assunzione di responsabilità".
Però come non comprendere un desiderio di Giustizia?
"Tutti noi vogliamo Giustizia ma non possiamo permetterci una società giustizialista. Mercoledì sera ho molto apprezzato le parole di un uomo come Vittorio Feltri che nel programma su Rete 4 condotto da Paolo Del Debbio ha dichiarato "Amnistia per farli uscire, gli uomini sono tutti uguali".
Una frase molto forte soprattutto se detta da un uomo "d'ordine" come il direttore Feltri...
"Ma paradossalmente questo virus, questa emergenza, ci ha messo di fronte ad un problema che tutti noi sapevamo esisteva da tempo".
La Lombardia, assieme al Veneto, è stata la Regione più colpita da virus ma anche quella che ha dato le linee guida più stringenti per combatterlo. Queste linee guida sono diventate riferimento per i DCPM del Governo. Pensa che anche sulle carceri e l'indulto possa accadere questo?
"Credo di sì. La Lombardia è un riferimento operativo e morale che può essere seguito. Le voglio dire una cosa".
Mi dica...
"Non saremo mai una civiltà evoluta e compiuta tendo i penitenziari in questo modo. Serve un tavolo urgente, questo è il momento! Anche perché il tema della dignità dei detenuti si ribalta immediatamente sulla polizia penitenziaria che non è in grado di sedare sempre queste tensioni".
Nelle carceri ci sono molti extracomunitari. Non crede sia giusta anche la proposta di inviare nei Paesi d'origine a scontare la pena tutti gli extracomunitari?
"Sarebbe una bellissima idea ma è più complicata da attuare. Servirebbe che gli accordi internazionali si attivino ma la vedo dura".
Perché?
"Perché in questa emergenza nessun paese vuole "indietro" per scontare la pena per chi proviene dall'Italia".
Mi fa capire che nei penitenziari esiste una vera e propria bomba batteriologica...
"Mi sembra evidente ma siamo in grado (qualora ci fosse la volontà politica) di risolvere tutto. Io ci credo davvero che questo periodo storico possa cambiare le nostre coscienze e renderle più attente al prossimo. Ci credo e voglio che accada".
di Maurizio Turco e Irene Testa*
Libero, 16 marzo 2020
Dodici morti in un solo giorno nelle carceri italiane. Sì, il virus è di certo entrato anche nelle patrie galere. Questa è già un'emergenza drammatica che richiederebbe una presa di coscienza che la classe politica che esprime un ministro della Giustizia come l'avvocato Bonafede non raggiunge. In 27 carceri italiane sono scoppiate le rivolte, dentro e fuori. Fuori le carceri, i familiari dei detenuti protestavano per il blocco imposto dal ministero, per ragioni sanitarie, che impedisce i colloqui. Sospendere le attività trattamentali come i colloqui non era una decisione che andava presa con leggerezza.
Un ministro della Giustizia competente non può non saperlo. Ma è evidente che quanto è accaduto è la spia di qualcosa che va ben oltre. Sono le frustrazioni di riforme annunciate e mai realizzate. Di sentenze della Corte europea dei Diritti dell'Uomo che condannano l'Italia per la violazione dei più elementari diritti nella detenzione.
Di carceri che sono lazzaretti, che devono sopperire alla mancanza di strutture per il trattamento delle tossicodipendenze e dei malati psichici. Sono il frutto di decenni che i detenuti vivono in celle sovraffollate oltre i limiti di legge e di decenza civile.
Sono la mancanza cronica di fondi e di personale. Nell'emergenza è urgente sfollare le carceri per rientrare nei limiti di legge, riconoscendo a chi deve scontare pene residue fino a due anni l'accesso a pene alternative.
L'unica solidarietà che ci sentiamo di esprimere è quella ai direttori, in prima linea di fronte al disastro; al coraggio della Direttrice del carcere di Rebibbia che ha concesso a 50 detenuti in semilibertà di rientrare nelle loro abitazioni; agli agenti penitenziari, ai sanitari, agli educatori che, in numero non adeguato, cercano di sopperire a una politica penitenziaria in totale abbandono.
A tutti quei detenuti che con il Partito Radicale continuano a scegliere la lotta non violenta contro la dirompenza della violenza di cui lo Stato è legittimo e finale titolare. Siamo fermamente convinti che lo Stato non deve indietreggiare nei confronti delle minoranze di detenuti e di agenti che infrangono la legge. Va altrettanto detto con forza che i problemi del carcere non sono causati né dai detenuti né dagli agenti, ma dalla violenza dello Stato che viola la Costituzione, i trattati internazionali sottoscritti, le proprie leggi.
*Segretario e Tesoriere del Partito Radicale
ansa.it, 16 marzo 2020
Il Conams, che rappresenta i magistrati di sorveglianza, sottolinea il rischio rebound "del contagio penitenziario sull'intero sistema nazionale e sulla salute collettiva dei cittadini". E si offre di collaborare per stilare il piano. Adottare "misure serie e celeri di prevenzione e di contenimento della diffusione virale" nelle carceri "nella consapevolezza della maggiore velocità del contagio negli universi concentrazionari, della mancanza strutturale degli spazi necessari all'isolamento sanitario e alla cura ospedaliera delle persone contagiate e dei rischi di rebound del contagio penitenziario sull'intero sistema nazionale e sulla salute collettiva dei cittadini". Lo chiede il Conams, coordinamento nazionale magistrati di sorveglianza.
Il documento del Conams arriva dopo i gravi disordini dei giorni scorsi, in varie carceri italiane. "Nella prospettiva - di esclusiva competenza delle autorità politiche - di un piano ragionato, ordinato e non indiscriminato di scarcerazioni che almeno riporti il sistema penitenziario entro la sua capacità regolamentare, con strumenti ordinari e straordinari sia nel campo delle misure cautelari sia in quello delle misure alternative alla detenzione", il coordinamento avverte "la stringente necessità di urgentissime provvidenze di eccezionale sostegno ai settori giurisdizionali che sovraintendono a tali misure".
Con "destinazione mirata di personale magistratuale e amministrativo, di tecnologie telematiche e informatiche che consentano la gestione, anche da remoto, dei relativi procedimenti e con potenziamento delle equipe di osservazione e trattamento, degli uffici di esecuzione penale esterna e degli Uffici dedicati delle Forze dell'Ordine chiamati all'espletamento istruttorio, in modo snello ed efficace, delle verifiche e delle indagini necessarie ai fini delle decisioni ponderate e rapide nell'interesse individuale e collettivo di tutela della salute pubblica e della sicurezza nazionale".
La magistratura di sorveglianza associata si dice infine "disponibile a ogni interlocuzione istituzionale, anche immediata, utile ai fini del miglior contrasto delle emergenze sanitarie e penitenziarie in drammatica evoluzione, nelle sedi appropriate in cui riversare il proprio contributo di scienza ed esperienza".
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