di Marta D'Auria
riforma.it, 7 febbraio 2020
Lunedì prossimo nella Nuova Aula dei gruppi parlamentari sarà presentato il progetto grazie al quale la musica e l'arte incontrano i detenuti. Ne parliamo con l'on. Raffaele Bruno, promotore dell'iniziativa. Lunedì 10 febbraio alle ore 16 nella Nuova Aula dei gruppi parlamentari, si svolgerà il convegno/spettacolo "Gli Ultimi saranno", progetto in cui musicisti e attori si uniscono ai detenuti e tramite l'arte si condividono storie di vita, difficoltà e speranze. Ne parliamo con Raffaele Bruno, deputato del M5s, di fede evangelica battista, promotore dell'iniziativa.
"Gli Ultimi saranno è un progetto che nasce nel dicembre 2018 - in parallelo con l'inizio della mia avventura istituzionale, e in continuità con il lavoro fatto con il collettivo artistico "Delirio creativo" - sull'intuizione che l'arte è un potente strumento di elevazione umana, un modo per permettere a parti lontane della società di trovare un luogo comune in cui incontrarsi. Partendo da questa idea abbiamo organizzato una serie di incontri in carcere, luogo particolarmente simbolico di lacerazioni, difficoltà, e di sofferenza. Così, dal dicembre 2018 insieme ad un gruppo di artisti, abbiamo realizzato 25 incontri in 16 carceri diversi (in alcuni siamo ritornati) e l'evento che si terrà a Montecitorio lunedì prossimo raccoglie le esperienze acquisite fino ad adesso".
Cosa accade durante uno spettacolo de "Gli Ultimi saranno"?
"Più che di spettacolo parlerei di "rito di improvvisazione". Noi andiamo in carcere con un nostro repertorio di testi teatrali e di brani musicali, ma la scaletta è totalmente variabile, infatti, viene contaminata splendidamente dagli interventi dei detenuti. Siccome vogliamo puntare il faro sugli effetti benefici dell'arte, e quindi sui laboratori creativi che avvengono nelle carceri, prima dell'incontro contattiamo i responsabili dei laboratori invitandoli a preparare insieme ai detenuti dei contributi; poi, quando noi arriviamo, mettiamo insieme i loro pezzi con i nostri, e si crea un repertorio completamente nuovo, inedito: tutti insieme portiamo avanti lo stesso discorso. Spesso accade che qualche ospite della struttura chiede in maniera estemporanea di unirsi a noi per recitare o cantare, a quel punto si annulla completamente ogni idea di contrapposizione e tutto diventa condivisione circolare. Ecco, proveremo a riprodurre questo schema anche a Montecitorio".
Chi ci sarà il 10 febbraio a Montecitorio?
"Ci saranno gli artisti che di solito sono con me: Maurizio Capone, Luk (Enzo Colursi) e Blindur (Massimo De Vita), e Federica Palo. Ci sarà poi la realtà delle carceri che fino ad ora abbiamo incontrato e a cui abbiamo chiesto due cose: la prima, di far partecipare alcuni detenuti che reciteranno insieme a noi; è una cosa unica o rarissima che dei detenuti abbiano avuto l'opportunità non solo di entrare alla Camera ma anche di parlare; la seconda, di raccontare le buone pratiche messe in atto negli istituti penitenziari. Sono state invitate anche delle personalità del Governo, della cui presenza stiamo aspettando conferma. Ci auguriamo che ci sia uno scambio di buoni esempi, e soprattutto uno scambio umano di emozioni".
Qual è l'obiettivo di questo progetto?
"Il primo obiettivo è farlo, è vivere questo momento, che noi troviamo straordinario, unico: Poi, altro scopo è quello di stare insieme a partire dall'idea di essere tutti parte di una comunità che è presente quando c'è qualcuno che soffre e che ha bisogno di un sostegno. Il carcere, come ci ricorda l'art. 27 della Costituzione dove si riconosce la funzione rieducativa del carcere, è luogo di opportunità, di salvezza, di aiuto di persone che, spesso, per un concorso di responsabilità, sono arrivate a fare delle scelte sbagliate. Con Gli Ultimi saranno vogliamo puntare il faro su questo concetto e mettere l'accento su tutte le associazioni e i laboratori teatrali che quotidianamente operano nelle carceri, affinché abbiano maggiori tutele e sostegno. Altro obiettivo del progetto è di segnalare altre iniziative legate a questo progetto, come "Dona un libro", lanciata anche dal presidente della Camera, Roberto Fico: una campagna di raccolta e distribuzione di libri con dedica destinati alle biblioteche carcerarie. Si tratta di un altro ponte che vogliamo costruire tra il dentro e fuori, un messaggio di vicinanza verso le persone che stanno vivendo un momento buio".
Come si traduce tutto questo impegno sul piano istituzionale?
"Sono il primo firmatario di una mozione, che dovrebbe essere discussa in aula a breve, per chiedere al Governo di supportare le amministrazioni penitenziarie nell'organizzazione di progetti con finalità culturali, concentrandosi in particolare sui laboratori teatrali, con la prospettiva di definire un quadro normativo per gli operatori all'interno delle carceri e rendere il teatro parte integrante delle strutture. La mozione chiede anche una mappatura dei diversi progetti per verificare le correlazioni con il tasso di recidiva dei detenuti, nella convinzione che l'arte ha un valore enorme nel ridare speranza a una persona che prima o poi uscirà dal carcere. Concludo, portando un piccolo esempio di come da un incontro umano, in cui si vivono delle emozioni, si possa innescare una catena virtuosa. Durante una visita al carcere di Salerno, un agente penitenziario ci ha segnalato che una grande sofferenza per i detenuti era che i loro figli non avevano la possibilità di giustificare le assenze a scuola quando andavano a fargli visita. Da questa segnalazione si è messa in moto una serie di passaggi che hanno portato alla nascita di una circolare emanata dal Miur lo scorso ottobre proprio sulla deroga per le assenze dei figli di detenuti che possono andare a trovare il genitore senza rischiare di perdere l'anno scolastico".
Cosa ha significato e significa per lei l'impegno nelle carceri?
"L'impegno nelle carceri è parte della mia vocazione, un modo in cui riesco a vedere plasticamente il senso del mio essere credente, del mio essere un artigiano dell'arte, e adesso anche del mio ruolo istituzionale. Andare in carcere è trovare un po' una sintesi tra tutte queste anime, e un luogo in cui portare l'insegnamento cristiano che ho avuto fin da piccolo di che cos'è una comunità e di come si vive in comunità. Anche il carcere è una comunità, quindi andare lì e raccontare l'esempio cristiano di stare insieme è per me un seme. Con la nostra presenza e l'arte proviamo a far sì che il carcere non sia come un terreno roccioso e sabbioso in cui cade invano il benefico seme, ma cerchiamo di costruire insieme una terra fertile in modo che il seme che proviamo a portare possa fiorire".
di Andrea Martella
La Repubblica, 7 febbraio 2020
La lettera "Nei quasi cinque mesi della mia esperienza di governo, non c'è stato praticamente giorno in cui non sia arrivata la segnalazione di un operatore dell'informazione vittima di un'intimidazione, di una minaccia, come, ancora l'altro giorno, a Bari ai danni della troupe del Tgr Rai della Puglia".
Caro direttore, siamo immersi in un tempo che sembra davvero dominato dall'intolleranza e dall'odio. Quando la ministra Lamorgese parla, come ha fatto ieri su queste pagine, di una vera e propria "emergenza culturale e civile", non esagera. È un'onda cupa, quella che avanza, che investe le prime sentinelle dei principi di libertà e democrazia sanciti dalla nostra Costituzione: i giornalisti.
Se accade che vengano recapitate lettere intimidatorie a uno dei simboli del giornalismo italiano, l'allarme dovrebbe essere ancora più grande rispetto a quello che c'è stato. Tutti dovrebbero rendersi conto che quando si colpisce Eugenio Scalfari, si colpisce la libertà d'informazione. E le minacce inviate a lei, direttore, e al vostro Paolo Berizzi, sono solo i più recenti e gravissimi casi. Nei quasi cinque mesi della mia esperienza di governo, non c'è stato praticamente giorno in cui non sia arrivata la segnalazione di un operatore dell'informazione vittima di un'intimidazione, di una minaccia, come, ancora l'altro giorno, a Bari ai danni della troupe del Tgr Rai della Puglia.
Di fronte al ripetersi di casi come questi la solidarietà serve, è importante. Ma non basta, non è più sufficiente. Ecco perché già lo scorso novembre ho chiesto alla ministra dell'Interno di riattivare, come è stato tempestivamente fatto, il Centro di coordinamento dell'attività di analisi e scambio di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti, così da rafforzare la rete di protezione e le tutele per chi fa informazione. Ed ecco anche la decisione, che ho assunto, di ricostituire la Commissione per l'equo compenso, perché, i giornalisti, per essere davvero liberi devono veder riconosciuti i propri diritti ed essere retribuiti come meritano.
Servono azioni concrete. E insieme è fondamentale portare avanti una diffusa opera di sensibilizzazione rivolta in particolare ai più giovani, da coinvolgere in una battaglia culturale contro ogni forma di discriminazione e di intolleranza. Contro la violenza verbale online, che è un serbatoio continuamente alimentato e sempre pronto a traboccare. Per questo il Governo, dopo la nomina della coordinatrice nazionale della lotta contro l'antisemitismo, ha istituito anche un gruppo di lavoro di studiosi ed esperti per contrastare l'hate speech, il discorso che fomenta l'odio, particolarmente velenoso quando poggia in maniera perversa sulle fake news.
E a questo proposito, non posso fare a meno di dire che la politica per prima dovrebbe imporsi delle regole di comportamento, stabilendo dei confini da non oltrepassare mai. Il libero confronto delle idee, persino lo scontro aperto e trasparente, non può avere nulla a che fare con l'insulto, con la trasformazione dell'avversario in un nemico da annientare. Serve responsabilità.
Serve amore per la democrazia, che è un bene delicato e prezioso. Credo davvero che sia arrivato il momento di dar vita ad un "patto" civico e culturale per tutelare chi di fatto rappresenta un pilastro della nostra democrazia, che poggia necessariamente sul pluralismo, sull'indipendenza e sulla libertà dell'informazione. È proprio questa, la buona informazione, l'arma migliore che abbiamo per rispondere all'emergenza dell'odio. Sconfiggerlo, invertire la rotta e far sì che non diventi questa la cultura dominante nel nostro Paese, è il compito che il Governo sente su di sé e per cui spenderà le sue migliori energie.
di Antonella Soccio
bonculture.it, 7 febbraio 2020
Un documentario di Luciano Toriello. Nel carcere, "un mondo deprivato della parola", è arrivata la telecamera discreta e rispettosa di Luciano Toriello con "La luce dentro", il documentario, diretto e prodotto dal regista lucerino e realizzato in partnership con l'Associazione Lavori in Corso e la Cooperativa Paidos di Lucera in collaborazione con il Garante regionale dei Diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà.
Il docu-film risponde all'obiettivo del bando Social film Fund Con Il Sud, ossia raccontare per immagini il Sud attraverso i fenomeni sociali che lo caratterizzano. Si tratta di una iniziativa nata dal comune interesse della Fondazione Apulia Film Commission e della Fondazione Con Il Sud, che insieme hanno messo a disposizione complessivamente 400 mila euro per la produzione e la diffusione di 4 cortometraggi e 6 documentari.
Con una peculiarità: promuovere l'incontro tra imprese cinematografiche con enti del Terzo Settore meridionale, per favorire percorsi di coesione sociale e contribuire alla diffusione di temi sociali di rilievo nel Sud Italia. L'idea de "La luce dentro" è quella di focalizzare l'attenzione su argomenti diversi rispetto a quelli della quotidianità del carcere.
"Non possiamo indossare maschere, si rischia così tanto di recitare un ruolo da non sapere più chi siamo. Liberiamoci, buttiamo via le maschere per avere solo il nostro vero essere", dice un detenuto nel documentario. Le storie gravitano intorno alla Casa Circondariale di Lucera, dove al fianco delle famiglie e dei detenuti operano quotidianamente due associazioni di volontariato: ogni giorno al lavoro fuori e dentro le mura del carcere, sempre dalla parte dei bambini e dei loro genitori. Mario e Christian, come tanti altri uomini che stanno scontando la loro pena in carcere, si impegnano ogni giorno per far valere il loro diritto alla genitorialità. Da una parte i reati, dall'altra le pene. In mezzo i figli, condannati a pagare per colpe che non hanno.
"La luce dentro" ha la rara capacità di raccontare le storie dei protagonisti senza alcun cliché. Chi sta fuori - compresi i figli dei detenuti, arrabbiati, delusi, sconfitti o desiderosi di veder ricostruita la propria famiglia e la propria identità - non capirà mai le emozioni di chi è dentro ed è come se la telecamera di Toriello lo evidenziasse con grandissimo pudore.
Noi di "bonculture" abbiamo potuto vedere in anteprima il documentario e abbiamo rivolto qualche domanda a Luciano Toriello.
Luciano, hai ridotto all'osso l'uso della musica e di altri effetti emotivi. Non temevi che così facendo il documentario potesse essere poi troppo specifico e legato ad un dato momento storico? Che fosse quindi poco "universale"?
La scelta registica di cui parli è una scelta che mi porto dietro in molti dei miei lavori e, nello specifico, questa volta l'idea di trattare in questo modo la colonna sonora è stata condivisa assieme all'autore delle musiche originali Riccardo Giagni, già autore di numerosi film di Bellocchio. Con lui sentivamo che l'eco del carcere o il silenzio assordante che accompagnava le parole dure di Priscilla rappresentassero già un suono di per sé, e a quella verità non abbiamo sentito l'esigenza di aggiungere nient'altro. Di qui, tra le righe, viene fuori il lavoro delle associazioni, nel creare modelli di vita non stereotipati. Ed è proprio dalla volontà di raccontarmi una storia fortemente personale da parte di Priscilla, ragazza cresciuta nell'associazione Paidòs, che vengono fuori tra le lacrime le parole più dure e nette, probabilmente per liberarsene definitivamente nel tentativo di essere d'aiuto ad altre donne che hanno bisogno di non sentirsi sole per poter denunciare.
Perché hai scelto un linguaggio filmico così poco "edificante"? Colpisce molto la tua scelta nettamente diversa da molti prodotti che si leggono o vedono in giro sulla detenzione...
Esistono "prodotti carcerari" edulcorati o altri che danno troppo valore enfatico alle attività delle associazioni che entrano all'interno, con una narrazione esasperata e psicologistica, spesso anche banalizzante. In La luce dentro è quasi il contrario: è come se le attività fossero "normalizzate", non sono viste come l'eccezionale mondo di fuori che arriva in cella, dentro.
Era questo il senso che volevi dare? La chiusura del cancello alla fine è questa cesura tra il dentro e il fuori?
In effetti il mio tentativo non è mai stato quello di santificare il carcerato - d'altronde se si è ristretti un motivo di fondo esiste - né tantomeno di edulcorare il seppur nobile lavoro delle associazioni che operano in carcere. Del resto le due associazioni che hanno lavorato con me, Lavori in Corso per la parte della Casa Circondariale di Lucera e per tutte le riprese a casa dei bambini e Paidòs per la parte delle riprese all'Opera San Giuseppe di Lucera dove c'è la Casa famiglia e il Centro Diurno, lavorano da sempre a riflettori spenti e sin da subito si è manifestato da parte loro il desiderio di non raccontare se stessi se non in funzione del racconto degli altri. Il mio focus è sulle pene che i bambini vivono esternamente, le colpe non proprie che pagano e l'esempio più lampante di questo concetto viene da Christian che da dietro le sbarre si rivede bambino e, attraverso la narrazione delle proprie pene, riesce, in un momento di altissima lucidità, a trovare la forza di osservarsi dall'alto e a vedere il parallelismo tra la sua storia di bambino e quella di sua figlia. Ho filmato personalmente tutte queste storie e in ognuna ho provato delle emozioni fortissime.
Il documentario è girato con uno sguardo dalla parte dei bambini e dei ragazzi, che non le mandano a dire, come Priscilla. Cosa hai provato filmandoli?
Mentre giravo la scena della bambina, assolutamente improvvisata come del resto quasi tutte le scene del documentario, che urla da fuori al carcere nel disperato tentativo di far sentire la propria voce al padre detenuto avevo il viso pieno di lacrime, ma le lacrime e il nodo alla gola mi sono venute soprattutto con Christian dal quale la mia telecamera non si staccava mai, perché le sue micro espressioni narrano ancora di più delle sue seppur forti parole. Io sono nato e cresciuto in un quartiere della periferia di Lucera e per me il linguaggio di questi luoghi e i suoi problemi non sono certo estranei, la famiglia Battista è praticamente mia vicina di casa e con loro ho passato più tempo che con gli altri. Nel documentario ad un certo punto si dice che una delle molle che può far scattare la volontà di cambiamento sono i figli e infatti questo è proprio l'esempio di Loredana e Mario che hanno mostrato, anche mentre li osservavo da lontano, un forte pentimento nei confronti delle loro azioni passate motivato proprio dal desiderio di poter rimediare per poter dare una prova, un segno tangibile ai loro figli che insieme si può andare avanti. Questa redenzione che passa attraverso l'attaccamento alla famiglia mi è sembrata di per sé una cosa rispettabilissima.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 7 febbraio 2020
Sarà l'Ue in grado di sfruttare le nuove divergenze tra Russia e Turchia sugli scenari libico-siriani? Sino a poche settimane fa la domanda appariva superata. Sarà l'Europa in grado di sfruttare le nuove divergenze tra Russia e Turchia sugli scenari libico-siriani? Sino a poche settimane fa la domanda appariva superata. Sebbene divisi da storiche contrapposizioni, Putin ed Erdogan negli ultimi mesi avevano raggiunto un grado di coordinamento sorprendente.
In Siria in autunno si erano accordati per il controllo delle zone curde e delle milizie ribelli sunnite a nord di Aleppo. Quindi, ai primi di gennaio era apparsa possibile una loro intesa per imporre il cessate il fuoco in Libia, scavalcando totalmente il ruolo europeo. Erdogan avrebbe dovuto tenere a bada le milizie pro Sarraj a Tripoli e Misurata, mentre Putin s'impegnava a frenare il maresciallo Haftar a Bengasi. In quel contesto, la conferenza di Berlino il 19 di gennaio era apparsa quasi inutile, penalizzata dall'immagine della diplomazia europea imbelle contro due potenze disposte ad un impiego spregiudicato della forza militare.
Ma la situazione si era complicata già pochi giorni prima del summit tedesco, quando Putin non era riuscito a imporre le briglie ad Haftar. Deciso a proseguire la violenta offensiva lanciata il 4 aprile scorso, questi si era sentito abbastanza garantito dal sostegno militare egiziano e degli Emirati. Erdogan ha quindi ripreso a mandare rinforzi alle milizie libiche, inclusi i controversi "volontari" siriani, che in realtà sono gli stessi guerriglieri da lui utilizzati per elidere i curdi e radicalizzati da nove anni di battaglie contro il regime di Damasco assieme agli alleati russi e sciiti filo-iraniani. Ad aggiungere fuoco al fuoco sono adesso i gravi scontri scoppiati nella regione di Idlib, dove i soldati siriani violano le intese tra Mosca e Ankara, spingendo Erdogan a rispondere a suon di cannonate. Da qui le nuove opportunità per l'Europa in Libia. L'impasse della forza rilancia la carta della diplomazia, che però deve parlare con una voce sola e soprattutto avere un puntello militare in grado di imporre l'embargo totale all'invio di soldati e armi.
di Maria Teresa Meli
Corriere della Sera, 7 febbraio 2020
L'intervista al deputato del Pd. Emanuele Fiano, sui decreti Salvini vi accusano di non aver fatto niente...
"Critica giusta e accettata. Però Zingaretti metterà questo tema sul piatto della verifica, come priorità. Noi avversiamo questi decreti che peraltro non sono serviti nemmeno dal punto di vista della sicurezza del Paese. Quindi c'è una priorità che non è solo politica, ma è dovuta al fatto che con questi provvedimenti sono aumentati i problemi. Sono aumentati perché si è abolito completamente il permesso di soggiorno per motivi umanitari e perché si è sostanzialmente disattivato il sistema di accoglienza diffuso nei Comuni. Insomma, invece di ragionare su come migliorare il sistema dell'integrazione e dell'accoglienza per quelli che ne hanno diritto si è pensato che eliminando una parte dell'accoglienza si risolvesse la questione".
Quindi agirete su questi punti ma non li cancellerete...
"Noi riteniamo che vadano cancellati quasi completamente, come abbiamo sempre detto. Ma siamo in un governo di coalizione nato non a inizio legislatura e quindi sappiamo che dobbiamo trovare un punto di incontro con i nostri alleati".
Ci riuscirete?
"Noi abbiamo delle ragioni da spiegare ai nostri alleati di governo. Quelle che le ho illustrato prima. E poi altre, che conoscono anche il M5S e il premier Conte, perché sono alla base dei rilievi di Mattarella. Riguardano l'incongruenza tra le sanzioni ai comandanti delle navi che raccolgono dei disperati in mezzo al mare e l'ordinamento internazionale che prevede l'obbligo, per dei trattati che abbiamo firmato, di accoglierli a bordo. Mattarella infatti fece notare che la sanzione prevista era spropositata e facendolo ha ricordato l'accordo di Montego Bay".
Matteo Salvini vi attaccherà...
"Bisogna che qualcuno sfati questa leggenda che quando c'è qualcuno della destra al governo si risolvono i problemi della sicurezza e quando c'è qualcuno della sinistra no. È successo il contrario negli ultimi sette-otto anni. Con i governi di centrosinistra sono diminuiti tutti reati e sono aumentati tutti gli investimenti".
Però Salvini ci farà la campagna delle prossime Regionali...
"Se noi non la impostiamo ideologicamente no. Quando si affrontano questi argomenti bisogna essere molto pratici e poco ideologici. Porteremo i numeri di ciò che è successo a coloro che hanno perso il permesso di soggiorno per trattamento umanitario, di ciò che non è successo con le promesse di Salvini in campagna elettorale, che avrebbe rimpatriato 500 mila irregolari in pochi mesi e i numeri che spiegano come con la ministra Lamorgese siano aumentati i rimpatri di coloro che non avevano diritto a restare nel nostro Paese. E ancora: noi abbiamo investito sette miliardi nelle forze dell'ordine con i governi Letta, Renzi e Gentiloni. Possiamo anche dimostrare quante assunzioni hanno fatto i governi di centrosinistra e quanti investimenti sul contratto delle forze dell'ordine. Anzi, adesso utilizzo questa intervista per chiedere alla ministra Lamorgese di dire alla sua collega della Pubblica amministrazione che va aperto immediatamente il tavolo per il nuovo contratto perché noi abbiamo stanziato i soldi".
di Giovanna Vitale
La Repubblica, 7 febbraio 2020
La deputata di Forza Italia: "Si è diffusa una cultura dell'aggressività contro i media che in passato non esisteva". Non solo governo e maggioranza. Pure fra le fila del centrodestra inizia a montare una certa preoccupazione per il clima pesante che si va diffondendo nel Paese. Testimoniato anche dalle intimidazioni contro il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, e il direttore Carlo Verdelli. La deputata di Fi Stefania Prestigiacomo lo dice chiaro: "Viviamo in un Paese che purtroppo ha sdoganato la violenza. Credo sia arrivato il momento di intervenire".
Onorevole Prestigiacomo, la ministra Lamorgese ha detto a "Repubblica" che l'odio in Italia sta diventando un'emergenza. Lei è d'accordo o pensa che esageri, come sostengono Salvini e Meloni?
"Non amo il Conte due, credo sia una sventura per il Paese, ma in questo caso concordo appieno con Lamorgese. La violenza verbale e purtroppo, sovente, anche fisica, è stata sdoganata, derubricata a espressione "normale" di dissenso, di opinione. Non voglio fare sociologia a buon mercato, ma certo la rete ha contribuito ad alimentare un fenomeno che ovviamente non è solo italiano".
Negli ultimi tempi i messaggi che incitano all'odio si sono moltiplicati. Spesso a farne le spese sono i giornali che denunciano questa pericolosa deriva antidemocratica. Lei come se lo spiega?
"Negli ultimi anni s'è diffusa una cultura dell'aggressività contro i media che in passato non esisteva. Io sto dentro Forza Italia dal 1994, sono stata ministra dei governi Berlusconi: non sempre con la stampa abbiamo avuto buoni rapporti, ma mai, dico mai, in quegli anni da parte nostra è venuto un incitamento all'odio nei confronti dei giornalisti. Diventati un bersaglio con l'avvento dei grillini, che li vedono come nemici da colpire e come tali li additano ai militanti. Anche se poi si sono presi i Tg pubblici e ci hanno messo a capo gente a loro vicina".
I 5S avranno pure responsabilità, ma neanche il leader della Lega scherza in quanto a toni e metodi aggressivi. Cosa pensa della citofonata al presunto spacciatore?
"Mi è parsa una cosa di pessimo gusto. Ma anche molto enfatizzata dai media schierati con Bonaccini alla vigilia delle elezioni".
"L'indifferenza è complice dei misfatti peggiori" avverte Liliana Segre. Ma ormai è come se ci fossimo assuefatti: minacce e insulti sono considerati "normali". Con quali rischi?
"Di perdere un elemento fondamentale delle democrazie: la libertà di espressione, di parola, di pensiero. Vale per tutti, ma specie per la stampa. Continuando così temo possa passare, pian piano e silenziosamente, l'idea che in fondo i giornalisti 'se la sono cercata'".
Come si combattono gli odiatori?
"Con la cultura, l'educazione, l'esempio. Ma anche con una gestione attenta e moderna dei social network, in grado di evitare che diventino strumenti di odio e di violenza. Ripetendo sempre e ovunque - fra i banchi di scuole e università, nei luoghi di lavoro, in tv, sulla rete - che i giornalisti sono "intoccabili" perché sono strumenti fondamentali della democrazia".
Cosa devono fare le istituzioni?
"Perseguire e sanzionare chi diffonde messaggi d'odio, ormai veicolati da canali diversi e molto più veloci rispetto al passato. Ma anche, se necessario anche con interventi legislativi, individuare e punire aspramente chi inneggia alla pulizia etnica, al genocidio, ai campi di sterminio. Qui siamo oltre l'odio, siamo alla esaltazione degli omicidi di massa. Una barbarie intollerabile".
di Don Antonio Mazzi
Corriere della Sera, 7 febbraio 2020
Non dobbiamo solo invadere le piazze, ma interpretare la politica in modo nuovo, purificandola da infiltrazioni egoistiche lontane dai concetti democratici. Caro direttore, comincio male, ma ad uno che ha compiuto 90 anni è permesso tutto, tranne quello che io in questo periodo sto pensando. Ho sempre vissuto tra i giovani, belli e brutti, buoni e cattivi, sapienti e somari, sani e disabili. Perciò, appena leggo e ascolto giovani, divento giovane. Strano, ma vero! Mi contagiano. D'altra parte non ho mai avuto casa. Negli ultimi 35 anni, poi, sono vissuto e vivo giorno e notte nella Cascina "Molino Torrette" nel Parco Lambro di Milano con ragazzi troppo avventurosi. Per chi ama vivere realmente per i giovani, non perché è prete o genitore, o professore, o educatore, ma "coltivatore diretto" deve fare con loro famiglia.
E senza accorgersi viene divorato dalle urla dentro le sue orecchie, dalle canzoni strapazzate, dalle parolacce, dalle malattie, dalle allegre spintonate, dalle furbate sul filo della legalità, dalle baruffe per una sigaretta e alla fine si trova quasi soffocato da abbracci improvvisi e impensati. E tu, con loro, mangi e bevi la vita non segnando i giorni sul calendario, ma alzando ogni mattina il sipario di una commedia, che non ha niente a che fare con i palchi, ma con una sequenza di giornate, mesi, anni che ti cascano addosso e ti danno l'età che hanno deciso loro di darti. Farsi educare dai giovani è l'unico modo di educarli. Questo teorema non credo sia tanto algebrico e tanto meno psicopedagogico, ma, almeno per me, è stato ed è vitale.
Torno alla mia pensata un po' fuori dalla normalità. Se non avessi 90 anni chiederei a Papa Francesco di lasciarmi entrare nel mondo a 360 gradi. Chi lavora nel sociale e anche nell'educativo, deve avere un occhio alle persone, ai giovani, a coloro che deve educare e salvare dalla povertà fisica e culturale come dalle particolari situazioni della esistenza; ma l'altro occhio lo deve tenere spalancato sui progetti politici, restando però il prete che sono. Non voglio essere laicizzato o usufruire di permessi eccezionali. Vorrei solo, insieme ai giovani che hanno ripreso coscienza di quanto sia urgente e parte integrante del loro cammino verso l'immersione autentica nel sociale, invadere non solo le piazze, ma interpretare il politico in modo nuovo, purificandolo dalle infiltrazioni egoistico-paranoiche lontanissime dai concetti democratici, funzionali allo stare meglio insieme. Urge fare società, comunità, convivenza positiva, alleanza vera. E io voglio essere lì in mezzo. Mi pare che oggi fare il prete sia incarnarsi per incarnare, correndo il rischio di rendere sacro soprattutto ciò che fino a ieri chiamavamo profano.
Papa Francesco dice: "Mai come ora c'è bisogno di unire gli sforzi in una ampia alleanza per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto delle relazioni per una umanità più fraterna".
Per arrivare a questi livelli, dobbiamo superare il vecchio concetto di politica, di partito, di clericità, per arrivare, come ci suggerisce Enzo Bianchi, sempre attento nel coniugare Chiesa e mondo, a creare soggetti politici che siano un insieme di voci e di azioni ispirate alla stessa visione di società polietnica e senza frontiere.
Cristo non è entrato nel mondo per portare il mondo dentro al Tempio, come segno di potere religioso e politico, ma per testimoniare che i cercatori della liberazione dalla schiavitù creata dal potere, dovevano battere le stesse strade, correre gli stessi rischi, mangiare lo stesso pane e combattere le stesse ingiustizie. Cristo con i dodici ha voluto essere un uomo fino in fondo, per riportare tutto ad unità. Qualcuno, ridendo, si è domandato se i dodici Apostoli erano dodici sindacalisti. Quasi quasi rischio di credere che non sia una battuta. Perché il Vangelo ha reso umano tutto, anche quello che fino a trent'anni prima era "con-templativo" (prendete la parola come interpretazione elementare) ed esclusivamente rinchiuso nel "sancta santorum".Riporto ancora Enzo Bianchi: "Non possiamo più accontentarci di slegare la fede dalla vita e urge trovare altri contenitori capaci di non avvelenare le azioni quando divengono politiche. Siamo arrivati alla ricerca urgente di movimenti salvagente".
Queste riflessioni, non vorrei che fossero recepite paranoie di un prete di strada. Dentro di me vive una grande sofferenza. Perché il Vangelo, nel 2020, non possiamo giocarcelo tra la strada e il tempio, tra il corpo e l'anima. Dobbiamo essere interi mentre preghiamo, ma anche mentre viviamo. Come fare non lo so. So solo che dobbiamo avere il coraggio di essere "interi" in tutte le situazioni. Se siamo "sale" lo siamo solo se diamo gusto ai menu quotidiani.
dailymuslim.it, 7 febbraio 2020
Allarme sul piano del governo del Regno Unito di modificare la regola di rilascio anticipato della prigione. Gli esperti affermano che cambiare la legge sulla liberazione anticipata per i condannati di atti terroristici potrebbe danneggiare le libertà civili e creare un sistema giudiziario a due livelli. Lo scrive la giornalista Anealla Safdar in un focus su Al Jazeera. Dopo gli ultimi due attacchi terroristici a Londra a opera di due detenuti scarcerati di recente, il governo ha promesso di modificare le regole di rilascio anticipato della prigione per chi ha commesso reati anche lievi connessi con il terrorismo.
Attualmente, un detenuto che sconta una determinata pena viene normalmente rilasciato a metà della pena. Se la pena dura più di un anno, viene rilasciato in libertà vigilata. Ma la legislazione di emergenza, che il governo spera di introdurre in pochi giorni, porterebbe a non tenere i trasgressori del "terrore" in considerazione per il rilascio anticipato, prima di scontare almeno i due terzi di una pena. Sarebbero quindi valutati da uno specifico comitato e se giudicati colpevoli di costituire ancora una minaccia per la società, rimarrebbero in prigione.
Gli esperti hanno avvertito che le nuove regole potrebbero creare un sistema carcerario discriminatorio a due velocità in cui i musulmani sono trattati in modo diverso. "La cessazione del rilascio automatico per un gruppo di autori di reato alla luce di un piccolo numero di casi in cui tali autori hanno continuato a reprimere crea un sistema ingiusto e distorto sia per i trasgressori che per le vittime", lo ha detto ad Al Jazeera Mandeep Dhami, professore alla Middlesex University di Londra, che ha lavorato in due carceri britanniche e ha studiato mediazione in contesti carcerari.
Descrivendo la risposta del governo del Regno Unito alla lotta contro l'estremismo come "terribilmente inadeguata", ha aggiunto: "Ci sono altri gruppi di autori di reato che si ribellano anche dopo il rilascio automatico e le loro vittime dovrebbero chiedere perché il governo non desidera proteggerli dalla criminalità violenta. "Allo stesso modo, la creazione di un sistema che sembra favorire alcuni criminali servirà solo a alienare ulteriormente quelle persone che si sentono private del diritto e che possono essere attratte da ideologie estremiste che indicano pregiudizi sociali sistemici".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 febbraio 2020
L'associazione nazionale dei Centri di servizio per il volontariato (Csv), rappresentata all'interno del Consiglio nazionale del Terzo settore, mette in risalto la crescita esponenziale delle misure alternative al carcere.
Questo grazie ai dati della messa alla prova presentati dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità dove emerge quasi 40mila casi presi in carico nel 2019, oltre 7mila le convenzioni stipulate tra tribunali ed enti pubblici e non profit, tra cui Croce rossa italiana, Lega italiana lotta ai tumori, Legambiente e anche tanti Centri di servizio. Sono i numeri che caratterizzano a livello nazionale la messa alla prova e i lavori di pubblica utilità, due istituti sui quali non tutti inizialmente avevano creduto e che invece registrano un aumento esponenziale che stupisce perfino gli addetti ai lavori.
di Luciano Capone
Il Foglio, 6 febbraio 2020
Catanzaro è la capitale italiana delle ingiuste detenzioni, lo dice il ministero. Mentre l'Italia televisiva era incollata al debutto di Sanremo, su La7 Giovanni Floris intervistava un importante magistrato. Non il solito Piercamillo Davigo ma il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, per quanto non si notino sfumature di pensiero tra i due.










