di Nando Pagnoncelli
Corriere della Sera, 8 febbraio 2020
La riforma della prescrizione approvata dal precedente governo ed entrata in vigore il primo gennaio scorso ha scatenato un duro scontro nella maggioranza, mettendo a rischio la tenuta dell'attuale governo. Nonostante il clamore suscitato, il provvedimento risulta conosciuto da meno di un italiano su due: in particolare, solo il 5% dichiara di conoscerlo nel dettaglio e il 40% nelle sue linee generali. Per converso il 36% ne ha solo sentito parlare e il 19% ignora la questione.
In generale le opinioni sulla prescrizione sono piuttosto nette, infatti il 57% ritiene si tratti di un provvedimento che spesso consente ai colpevoli di evitare la condanna e propende per l'eliminazione o l'allungamento affinché si giunga a sentenza, evitando l'estinzione del reato; al contrario solo il 20% considera la prescrizione una garanzia per gli imputati, in assenza della quale rischiano di rimanere sotto processo per un tempo molto lungo e all'incirca uno su quattro (23%) non si esprime in proposito.
Siamo di fronte alla consueta contrapposizione tra giustizialisti e garantisti, una delle tante fratture che attraversa il nostro Paese. Tra coloro che conoscono la riforma promossa dal ministro Bonafede, nonostante i primi continuino a prevalere (59%) si registra un significativo aumento dei secondi che salgono al 34%. Con l'eccezione degli elettori di Forza Italia e Fratelli d'Italia, che nell'insieme appaiono divisi a metà (44% garantisti e 43% giustizialisti), tra tutti gli elettorati prevale nettamente l'opinione di chi considera la prescrizione una sorta di scappatoia per i colpevoli, in particolare tra i pentastellati (76%), seguiti dai dem (65%).
Non stupisce quindi che prevalga il favore allo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Infatti, il 49% è del parere che il provvedimento restituisca la certezza della pena, dando maggior efficacia al processo, mentre il 25% è di parere opposto, ritenendo che possa determinare l'allungamento dei processi e una perdita di efficienza degli uffici giudiziari. La prima opinione prevale tra tutti gli elettorati, sia pure con accentuazioni diverse, più elevate tra gli elettori del M5S (di cui è espressione il ministro Bonafede, promotore del provvedimento), con il 64% di consenso, più contenute tra i leghisti (50%), che pure facevano parte della maggioranza che varò la riforma.
Le opinioni sono dunque molto nette perché è diffusa la preoccupazione che i responsabili di gravi reati possano farla franca, rimanendo impuniti. E tra i gravi reati si annovera la corruzione: non a caso la riforma della prescrizione era contenuta nel disegno di legge denominato "Spazzacorrotti". Tenuto conto della dura contrapposizione all'interno della maggioranza tra Italia viva e M5S, in questi giorni viene da più parti evocata la possibilità che la vicenda possa sfociare in una crisi di governo. Ipotesi giudicata negativamente dal 32% degli italiani (76% tra i dem e 68% tra i pentastellati) e positivamente dal 26% (60% tra gli elettori dell'opposizione). Il dato più interessante è rappresentato dal 19% che ritiene che tutto sommato sarebbe meglio approdare a una crisi di governo, perché nonostante siano state fatte cose buone ormai le divisioni nella coalizione sono troppe. Insomma, l'indice di gradimento dell'esecutivo si mantiene su discreti livelli, come abbiamo riportato nel sondaggio della scorsa settimana, ma una quota dei sostenitori ritiene che a fronte di crescenti divisioni sia meglio dare un taglio.
D'altra parte, il tallone d'Achille di qualsiasi esecutivo è rappresentato dalla scarsa coesione delle forze che compongono la maggioranza: indipendentemente dal merito delle questioni, le divisioni interne condite da toni accesi e da ultimatum più o meno definitivi, sono considerate dai cittadini mere questioni di potere e un freno all'azione del governo. E i sistemi proporzionali, favorendo questa dinamica, rischiano di produrre coalizioni da molti considerate abborracciate.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 febbraio 2020
Il lodo Conte last-version: previsti solo lievi benefici. termini di estinzione bloccati per chi viene giudicato colpevole in primo grado, fermi per due anni dopo una prima sentenza di assoluzione.
Cosa cambia con il lodo Conte bis? Pochissimo. Verrebbe da prendere per buona una dichiarazione di Enrico Costa, il castigamatti di tutti i compromessi sulla prescrizione: "Il Pd sdogana la norma Bonafede e spera che nessuno se ne accorga". Al di là della componente emotiva introdotta dal deputato azzurro, la realtà è che, come lui dice, la sostanza è sempre la stessa.
Resta l'enorme rischio di diventare imputato a vita per chi è condannato in primo grado. Nel momento in cui un giudice ti dichiara colpevole, si spalanca dinanzi ai tuoi occhi il baratro del processo senza fine. Non c'è alcun meccanismo tassativo, infatti, che garantisca un tempo di celebrazione ragionevole, e soprattutto certo, determinato, alla fase d'appello. Può durare potenzialmente all'infinito. L'effetto concreto del lodo Conte bis è questo.
Non c'è alcuna concreta tutela per quei malcapitati che si trovassero un domani da innocenti a incappare in una sentenza sbagliata in primo grado. Si prevederanno risarcimenti più veloci e congrui. La possibilità per le difese di reclamare la fissazione dell'appello passati due anni senza che sia accaduto nulla. Ma poi si faranno i conti col carico sovrabbondante delle pendenze, destinato a moltiplicarsi proprio per il venir meno della prescrizione, come spiegato dal presidente della Cassazione Giovanni Mammone. Di sicuro nessuno potrà restituire, all'innocente condannato per sbaglio, la vita portata via dall'angoscia di un ingiusto permanere in stato d'accusa. Nessuno. Inoltre.
Si sottovaluta l'effetto psicologico che un simile meccanismo produce fin da subito. Qui vacilla pesantemente la tesi più volte accreditata dal ministro Bonafede secondo cui gli effetti della sua prescrizione si sarebbero materializzati solo fra 4 o 5 anni. Non è così per motivi tecnici, perché oltre alle condanne nel processo di primo grado ci sono anche i decreti penali di condanna emessi dal giudice direttamente al termine della fase preliminare, quindi potremo avere i primi "blocchi" della prescrizione già tra non molti mesi.
Ma a parte questo, l'effetto vero, tanto immateriale quanto reale, per dirla coi filosofi, è sia psicologico sia pratico rispetto all'esercizio della difesa. È chiaro infatti che per chi oggi, domani, tra quindici giorni (o anche per chi lo fosse stato in questi prima 40 giorni dell'anno) si trovasse indagato, si squaderna da subito la prospettiva da incubo di cui sopra. Si squaderna da subito, non da qui a qualche anno quando si sarà celebrato il processo di primo grado.
Perché fin da ora l'indagato saprà che nella malaugurata ipotesi di un rinvio a giudizio potrebbe iniziare per lui l'angoscioso cammino verso il tunnel della durata incerta. In caso di condanna in primo grado, magari ingiusta, inizierà una fase d'appello senza limiti. E questo, com'è inevitabile, condizionerà pesantemente la vita delle persone, le loro attività economiche sia libero imprenditoriali sia impegatizie, la loro strategia difensiva, le loro scelte sul procedimento, loro e dei loro difensori. C'è bisogno di aggiungere altro?
Il meccanismo esatto del lodo. Eccolo. Lo ha spiegato Bonafede ieri: dopo una condanna in primo grado, il decorso della prescrizione sarà abolito.
In caso di assoluzione in appello, riprenderà a decorrere. E anzi, verrà reimmesso nel calcolo tutto il tempo durante il quale il "cronometro" della prescrizione era stato fermato. In tal modo potrebbe anche verificarsi che l'estinzione del reato arrivi subito, magari dopo pochi giorni, e che perciò, in caso di ricorso in Cassazione da parte del pm, la Suprema corte dichiari l'intervenuta prescrizione.
In caso di assoluzione in primo grado, basta il ricorso in appello del pm per far sospendere il decorso della prescrizione. Stop ai cronometri per 24 mesi. Se in appello si è assolti, la prescrizione ricomincia a decorrere, e anche qui viene reimmesso nel calcolo il tempo durante il quale il cronometro era stato stoppato. Se invece un assolto in primo grado viene condannato in appello, la prescrizione si blocca di nuovo. La logica è chiara: quello che conta è che il pm possa provarle tutte, pur di arrivare a una condanna.
di Francesca Di Tommaso
Gazzetta del Mezzogiorno, 8 febbraio 2020
La popolazione carceraria della Casa circondariale barese è ai limiti del trattamento considerato "disumano" dalla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo. La dichiarazione, dura e inclemente, arriva dal procuratore generale presso la Corte di Appello, Annamaria Tosto, in visita nella Casa Circondariale. Il primo dei problemi è proprio il sovraffollamento, incompatibile con la finalità rieducativa della pena: il carcere ospita oggi 460 detenuti, a fronte di una capienza di 299 presenze.
L'Osservatorio di Antigone, l'associazione onlus che svolge attività di promozione e tutela dei diritti delle persone private della libertà, riferisce che, al 30 settembre 2019, i detenuti presenti nel carcere erano 453, su una capienza di 299 posti. Il tasso di affollamento è dunque del 147,8%. Costretti in spazi angusti, in celle con 3 o 6 posti letto a castello. Malgrado l'impegno della direzione, del personale amministrativo e della polizia penitenziaria, i problemi di un istituto penitenziario complesso come il "Francesco Rucci" sono strutturali.
Senza dimenticare che si tratta di una casa circondariale di primo livello, con diversi circuiti penitenziari, nei quali sono ospitati detenuti appartenenti a clan contrapposti, motivo per cui esistono due diverse sezioni per allocarli, sia per l'Alta che per la Media Sicurezza. Al sovraffollamento si aggiunge la necessità di creare un reparto di medicina protetta. Il Rucci, infatti, ospita detenuti provenienti anche da altre carceri perché bisognosi di cure specialistiche. Ora, è inconcepibile che un centro clinico penitenziario con 24 posti letto possa tener testa a 11.000 visite specialistiche effettuate all'interno dell'istituto e altre 1.250 all'esterno (dati del 2018).
I detenuti vengono trasferiti volta a volta nei poli sanitari del territorio disponibili; in caso di ricovero, piantonare i detenuti comporta un impegno che grava sulle già esigue risorse di Polizia penitenziaria. Per questo il procuratore ribadisce l'urgenza di creare un reparto di medicina protetta all'ospedale San Paolo, così come disposto da una delibera della giunta regionale che ha trasferito il reparto penitenziario dal policlinico alla Asl.
"Da tempo anche l'associazione Antigone lamenta criticità e stato di emergenza in cui versa la casa circondariale di Bari - rincara Maria Pia Scarciglia, presidente Antigone Puglia e responsabile dello sportello interno al carcere - agli spazi inadeguati corrisponde un sovraffollamento disumano, appunto. Al policlinico c'è un "gabbiotto" - spiega - con soli 10 posti letto per i detenuti degenti. E solo due agenti di polizia penitenziaria.
Purtroppo l'impegno del direttore del carcere, Valeria Pirè, e del dirigente sanitario, Nicola Buonvino, si scontra contro inadeguatezze organizzative che mi auguro siano affrontate e risolte una volta per tutte". La risposta della direzione generale Asl allo stato di criticità lamentato prima di tutto dal procuratore non si fa attendere: il progetto preliminare è stato già inviato al Provveditore per l'amministrazione penitenziaria per la condivisione e approvazione. Sono stati individuati i locali destinati ad ospitare il nuovo reparto del San Paolo e in corso le operazioni di ricollocazione, con la priorità al completamento di un nuovo reparto di Psichiatria.
Tra gli interventi all'interno della Casa Circondariale, il potenziamento dell'apparecchiatura diagnostica attualmente presente, grazie alla installazione imminente di un telecomandato digitale, un sistema che consente la trasmissione in remoto degli esami, utile per evitare o diminuire i frequenti spostamenti di detenuti.
La chiusura dei lavori relativi è prevista tra 60 giorni. La dotazione diagnostica del Carcere sarà infine arricchita da un nuovo Opt (Ortopantomografo) installato anche questo a breve. Tutto questo, oltre a rispondere alle più recenti disposizioni normative in materia di assistenza sanitaria alla popolazione detenuta, consentirebbe una razionalizzazione del servizio, minori costi di gestione, garanzia della salute e della dignità del detenuto nonché delle condizioni lavorative del personale e degli operatori in genere.
di Marco Traini
cronachemarche.it, 8 febbraio 2020
Lo scorso gennaio ha preso avvio negli Istituti Penitenziari di tutta la regione il 'Progetto Carceri' della Croce Rossa Italiana Comitato regionale Marche in collaborazione con l'Ufficio del Garante dei diritti della persona, che proseguirà con una serie di incontri intramurari sulla legalità fino al mese di giugno 2020.
L'idea nasce proprio dalla volontà dei nostri Volontari - impegnati anche come professionisti nel settore della giustizia - di dare concreta attuazione alla finalità rieducativa della pena così come prevista e garantita nella nostra carta costituzionale. Intento, questo, che ha trovato terreno fertile in particolare nell'Obiettivo Strategico 2 Sociale della nostra associazione, inteso alla promozione dello sviluppo dell'individuo anche in termini di prevenzione e risposta ai meccanismi di esclusione quale percorso per costruire comunità più forti e inclusive. Non può non rilevarsi la vicinanza di tale proposito a quanto insito nella nostra Costituzione, anche qui, all'art.2 laddove si riconosce e si garantisce la persona umana e rispettivi diritti sia in quanto singolo sia all'interno delle formazioni sociali all'interno delle quali è inserito e per far ciò è richiesto l'adempimento dei doveri di solidarietà anche sociale a ciascuno spettanti.
Fondamentale l'apporto del Garante dei diritti della persona, Avv. Andrea Nobili, che ha creduto nel nostro progetto e ha fatto sì che, tramite questa sinergia di intenti, giungesse a realtà. Come, anche, fondamentale è stato l'apporto di altri professionisti della giustizia che con noi hanno deciso di credere e dare risposta a questo inderogabile dovere di solidarietà. Ad oggi si sono finalmente aperte le porte per un dialogo in divenire fra istituzioni coinvolte per difendere questa prerogativa del nostro Ordinamento di riabilitazione di quanti abbiano deviato dalle regole di convivenza sociale, in un'ottica per lo più di continua responsabilizzazione di tutti rispetto alle cause della condotta deviante ma altresì rispetto al percorso trattamentale del singolo detenuto quale anch'esso persona e del suo futuro reale ed efficace reinserimento positivo e proattivo nella comunità.
Un percorso lungo ma improcrastinabile: "la Costituzione italiana - ha sottolineato il Garante Andrea Nobili - stabilisce che la finalità della pena è la risocializzazione ed è per questo che occorre fare in modo che chi entra in carcere ne esca migliore. Iniziative come quella della Croce Rossa forniscono un apporto importante in questa direzione perché affrontano con i detenuti i grandi temi della legalità, offrendo loro nuovi strumenti per un rientro consapevole nella società. Quello del reinserimento resta uno dei problemi fondamentali e ho già avuto modo di evidenziare che attraverso una progettualità diffusa, frutto di condivisione tra diversi soggetti, è possibile attivare percorsi in grado di fornire risposte positive su più versanti, come quelli della recidiva e della devianza, prospettando una società più sicura".
di Domenico Schiattone*
gnewsonline.it, 8 febbraio 2020
Il lavoro per i detenuti rappresenta una delle leve essenziali nel percorso trattamentale e un obiettivo prioritario dell'Amministrazione Penitenziaria. Negli ultimi anni, lo sforzo di potenziare occasioni di lavoro a favore della popolazione ristretta ha visto il coinvolgimento strategico di più attori istituzionali nell'utilizzo, sempre più diffuso, dell'istituto del Lavoro di Pubblica Utilità (LPU), previsto dall'art. 20-ter dell'Ordinamento Penitenziario.
Il LPU - è bene ricordarlo - consiste nella prestazione di un'attività non retribuita a favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, unioni di comuni, aziende sanitarie locali, enti o organizzazioni, anche internazionali, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato, sulla base di apposite convenzioni. Il rafforzamento dei LPU, in linea con le linee programmatiche del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (DAP), ha determinato il coinvolgimento della Cassa delle Ammende che ha destinato dei fondi per sussidi ai detenuti attivi nei lavori di pubblica utilità.
Nel 2019, il Provveditorato penitenziario della Campania, in aderenza alle linee programmatiche del DAP, in merito ai LPU e ai parametri operativi individuati dall'Ufficio del Capo del Dipartimento "Mi riscatto per... " ha provveduto a individuare un referente presso ogni Istituto del distretto e ha avviato una politica di promozione per l'attivazione di Protocolli per LPU con tutti i soggetti.
È stato in questo modo intrapreso in Campania un percorso nuovo e virtuoso che ha portato alla sottoscrizione di 25 protocolli con altrettanti Enti locali. A inizio 2020 ne è stato sottoscritto uno con la Procura Generale di Napoli, che prevede l'impiego di detenuti nel lavoro di trasporto dei fascicoli giudiziari con la supervisione di personale giudiziario. In base a un accordo con il Garante regionale dei detenuti, è stato stabilito che sia proprio l'ufficio del Garante a provvedere a sostenere, nei confronti dei detenuti impiegati, il rimborso delle spese del pasto e del trasporto. In più rientrerà nella discrezione del Garante l'assegnazione di 'borse lavoro' pensate per incentivare l'adesione volontaria in tutti gli Istituti della Regione.
Inoltre, nell'ambito delle iniziative sostenute dal DAP a livello nazionale per favorire il coinvolgimento e l'affiancamento dei settori produttivi privati in percorsi di riqualificazione sociale e culturale attraverso percorsi LPU, il Provveditorato ha aderito al progetto "Mi riscatto per il futuro...". L'accordo prevede la collaborazione con il Consorzio per l'Area di Sviluppo Industriale per la provincia di Caserta, attraverso l'istituzione di un "Tavolo tecnico di coordinamento e programmazione" per progettare, promuovere e realizzare in modo permanente progetti e percorsi di reintegrazione sociale e lavorativa in favore dei detenuti. Un ulteriore impulso ai progetti LPU sarà dato dalla possibilità prevista dall'INAIL di estendere la copertura assicurativa prevista dalla legge 208/2015 ai detenuti e agli internati impegnati in lavori di pubblica utilità.
*Rereferente per la comunicazione del Prap Campania
di Beniamino Migliucci
Il Riformista, 8 febbraio 2020
A Il Fatto Quotidiano la battaglia dell'Unione camere penali contro la riforma Bonafede non va proprio giù. E così il giornale, strenuo quanto unico sostenitore di quella scriteriata legge, ha ripescato la parte di una audizione che ho tenuto quando presiedevo l'Unione, nella quale avrei affermato che la prescrizione non incide sulla ragionevole durata del processo.
In merito l'estensore dell'articolo rileva che, richiamando la tesi dei professori Giostra e Padovani, avrei dichiarato che "la prescrizione è inidonea a garantire la durata ragionevole del processo", "diciamo che anzi non c'entra nulla. Diciamo, anzi, che allungare i tempi della prescrizione può portare ad un allungamento dei tempi del processo".
L'intento del giornalista è evidente: dimostrare che l'Unione ha cambiato idea nel tempo, ed è dunque in contrasto con se stessa. Nulla di più infondato e immaginario. E che le cose non stiano così è evidente persino dallo stralcio riportato nell'articolo, dando per ammesso che sia stato correttamente riportato quanto affermato durante l'audizione.
Basta leggere, infatti, per rendersi conto che le dichiarazioni attribuitemi sono estrapolate da un contesto più ampio e articolato nel quale l'Unione contrastava la riforma Orlando i cui sostenitori, sbagliando, ritenevano che dilatare i termini della prescrizione avrebbe consentito di rendere più spediti i processi, in ossequio al principio della ragionevole durata degli stessi. Da qui la risposta dell'Unione, che faceva rilevare esattamente il contrario di quanto strumentalmente sostiene il Fatto Quotidiano: si affermava infatti che l'allungamento dei termini di prescrizione non solo non avrebbe inciso sulla ragionevole durata del processo, rendendolo più breve, ma anzi si sarebbe ottenuto l'effetto contrario.
Desidero rammentare anche, perché non vi siano altre strampalate e maliziose interpretazioni, che l'Unione si oppose energicamente all'entrata in vigore della riforma Orlando, proclamando circa quaranta giorni di astensione che costrinsero il governo a chiedere un doppio voto di fiducia su materie riguardanti la giustizia penale.
Per verificare il corretto punto di vista dell'Unione sono ovviamente a disposizione, anche de Il Fatto Quotidiano, delibere di astensione, documenti e interviste dell'epoca. Il quotidiano potrà così verificare che le idee dell'Unione di ieri sono le stesse di oggi, confortate anche da tutta la migliore accademia. Ieri come oggi si sono segnalati i rischi connessi a un processo senza fine e i profili di incostituzionalità di riforme, come quella oggi in vigore, che rendono imputati e persone offese ostaggi dello Stato per un tempo indeterminato.
Presunzione di innocenza, risocializzazione del reo, diritto alla vita inteso come possibilità di poter organizzare la propria esistenza senza essere sottoposti ad un ergastolo processuale, sono principi che vengono mortificati. E di certo entra in gioco anche il principio della ragionevole durata del processo, perché, abolendo la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, i processi saranno senza fine violando quel principio, consacrato anche dall'art. 6 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo, secondo il quale "ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole".
Su una cosa ha però ragione l'articolista: per assicurare la ragionevole durata del processo non bisogna modificare la prescrizione, ma reagire all'ipertrofia penale, rafforzare i riti alternativi e sostenere altre riforme, sostanziali e processuali, proposte, ieri come oggi, dall'Unione. Si rassicuri dunque il Fatto Quotidiano, né io né l'Unione soffriamo di una perniciosa crisi di identità o siamo in contrasto con noi stessi. Siamo, invece, coerentemente, propositivamente quanto vibratamente contrari ad una delle più dissennate riforme in materia di giustizia penale, che ha come scopo ultimo quello di cancellare il processo liberale e democratico, per tornare a quello autoritario e inquisitorio tanto caro al Dott. Davigo.
affaritaliani.it, 8 febbraio 2020
Lezioni di taglio e cucito per i 15 allievi più promettenti. Carcere e moda si incontrano per dare una seconda possibilità ai detenuti che stanno scontando la propria pena tra le mura di Rebibbia. L'Accademia Sartori ha lanciato il progetto "Made in Rebibbia", che prevede l'avvio di un corso triennale dedicato ai 15 detenuti più promettenti in materia di taglio e cucito. Al termine degli studi, i partecipanti saranno pronti ad affrontare il mondo del lavoro con un bagaglio di competenze specialistiche nel settore della moda.
L'arte sartoriale diventa quindi strumento di rieducazione. Il corso prenderà il via il 25 settembre grazie alla Scuola dell'Accademia Sartoriale più antica d'Italia della quale fanno parte le grandi firme della sartoria su misura. Oltre a formare figure professionali in grado di rispondere alle richieste del mercato e ad incentivare un ricambio generazionale, l'Accademia si interessa al sociale con progetti di tipo diverso.
L'attività didattica sarà curata da due maestri sarti con la supervisione del Presidente dell'Accademia Ilario Piscioneri che, settimanalmente, monitorerà il lavoro svolto dagli studenti. Bmw Roma ha scelto di supportare il progetto finanziando l'acquisto di attrezzature come macchine da cucire, banchi di lavoro, ferri da stiro che sono strumenti essenziali per allestire le aule dove i detenuti inizieranno il loro percorso.
Il Mattino, 8 febbraio 2020
"Una scopertura del 42 per cento a Napoli e ad Avellino, del 37 per cento a Santa Maria Capua Vetere, mentre il carico di lavoro permane notevole (più di 17mila procedure sopravvenute nel 2019 per il Tribunale di Sorveglianza e più di 39mila per il solo ufficio di Napoli".
È il bilancio del presidente del Tribunale di Sorveglianza Adriana Pangia, a proposito delle carenze di personale amministrativo finora registrate. Dopo aver scritto al Ministero, dopo essersi recata in via Arenula, il presidente Pangia ha scandito i numeri dell'emergenza durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario, ribadendoli ieri mattina, ospite di una conferenza stampa organizzata dalla giunta della camera penale di Napoli e dalla Onlus "Il carcere possibile".
Ha spiegato il presidente Pangia: "Una gravissima situazione che non consente un accettabile esercizio delle nostre funzioni". Sono migliaia le istanze indirizzate al Tribunale di Sorveglianza, spesso riguardanti detenuti che potrebbero aspirare a lasciare il carcere per svolgere un ruolo socialmente utile, o - in situazioni ancora più gravi - per essere curati in strutture ospedaliere. Fascicoli che si fa fatica a consultare, in mancanza del personale adeguato, mail che in alcuni casi non vengono scaricate, e istruttorie al buio. Mancano le gambe e le braccia di un ufficio decisivo per assicurare la tutela della dignità dei detenuti, per garantire inserimento e formazione a chi ha subito una condanna.
Una denuncia che trova sostegno nel direttivo di piazza Cenni, guidato dal presidente Ermanno Carnevale, dal segretario Gaetano Balice, dagli avvocati Roberto Giovene di Girasole, Sergio Schlitzer, dal consigliere dell'ordine Gabriele Esposito, dalla penalista rappresentante della onlus "Carcere possibile", dagli esponenti della giunta di piazza Cenni Sabina Coppola, Andrea Abbagnano Tirone, Giuseppe Carandente, Mattia Floccher, Mario Fortunato. Poche settimane fa, si è rivelato vano il confronto tra il presidente Pangia e alcuni dirigenti del Ministero, che si sono limitati a recepire i numeri del caso napoletano.
di Fabrizio Rostelli
Il Manifesto, 8 febbraio 2020
Il progetto di portare la creatività contemporanea all'interno dell'istituto penitenziario di Palermo attivo fin dal 1842. Lo scirocco ha spazzato con violenza le vie di Palermo per tutta la notte. È una mattina di dicembre ma il clima è mite e il sole illumina di giallo ocra le mura borboniche dell'Ucciardone.
Il cancello esterno del carcere si apre, entriamo, passiamo i controlli e ci incamminiamo verso la quinta sezione. Attraversiamo il viale interno in silenzio, costeggiando i ficus secolari che rendono l'atmosfera surreale, gli alberi monumentali sembrerebbero gli unici abitanti del luogo. Ci accompagnano Elisa Fulco (Associazione Acrobazie) e Antonio Leone, ideatori e curatori del progetto "L'arte della libertà". Entriamo nella sezione e raggiungiamo una ampia stanza all'ultimo piano dove, da un anno, 15 detenuti hanno intrapreso un viaggio alla scoperta dell'arte contemporanea.
"È un percorso che ha previsto diversi passaggi - mi spiegano i curatori - il primo è stato quello di creare un gruppo di lavoro, composto da circa 30 persone, sufficientemente omogeneo. Abbiamo messo insieme detenuti, operatori penitenziari, inclusa la polizia penitenziaria, e operatori sociosanitari e culturali che provengono dai partner del progetto: Fondazione Sicilia e Fondazione con il Sud, che sostengono il programma, Galleria d'Arte Moderna e Azienda sanitaria provinciale di Palermo. La questione che ci siamo posti è se l'arte e la creatività possono avere un ruolo centrale nei processi di cambiamento.
Siamo convinti che proprio attraverso l'arte e la sua orizzontalità si offra l'occasione per sviluppare la creatività in maniera paritaria. Durante gli incontri si crea una sorta di sospensione dei ruoli che ci permette di lavorare sul senso di comunità. Non si tratta di arte terapia ma di porre l'attenzione su ciò che abbiamo in comune e quindi anche gli strumenti tecnici utilizzati devono permettere ad ognuno di sentirsi alla pari.
L'obiettivo del progetto è quello di portare l'arte contemporanea all'interno del carcere Ucciardone. Con la guida dell'artista Loredana Longo, che sta seguendo i workshop, arriveremo a fine febbraio con una mostra, dal titolo Quello che rimane, che presenteremo il 28 a Palazzo Branciforte e che sarà il risultato di un lavoro di gruppo".
Dentro e fuori - Siamo in anticipo e la stanza è ancora vuota, la luce filtra dai finestroni in alto proiettando sulla parete opposta i contorni delle sbarre. Sulle mensole sono appoggiati alcuni dipinti realizzati dai detenuti. "In questi mesi si sono sviluppati dei laboratori settimanali - prosegue Fulco - con artisti ed esperti che hanno raccontato la storia dell'arte, ascoltando il contesto e preparando delle lezioni calibrate per il gruppo.
La cultura deve essere accessibile anche ai detenuti e per questo sono state organizzate delle visite guidate di gruppo all'esterno, nei musei e nelle istituzioni cittadine. Tutto ciò ha permesso di sviluppare una relazione tra dentro e fuori.
Questo è un aspetto fondamentale per cui riteniamo che la rete degli stakeholder vada sempre di più ampliata, mettendo a sistema tutte le potenzialità positive e dimostrando come la formazione artistica abbia un valore di coesione sociale e di riabilitazione. Programmi di questo tipo non vanno mai costruiti pensando che gli unici destinatari siano i detenuti ma è il gruppo nella sua interezza che porta ricchezza e crescita al progetto".
Dal corridoio arrivano le prime voci, accento siciliano. Il clima è informale. Caffè, sigaretta, foglio delle firme, ci si aggiorna su quanto accaduto in settimana. Si uniscono i tavoli, tutti sono seduti intorno e possono guardarsi negli occhi.
Arrivano anche gli operatori della polizia penitenziaria, vestiti in borghese; se non fosse per le pesanti chiavi che portano con loro si confonderebbero con il resto del gruppo. Persone che, per le asimmetrie del luogo, tendono a non incontrarsi mai sullo stesso piano, si ritrovano insieme a parlare di arte e di libertà. Il lavoro di creazione artistica, coordinato da Longo, oggi verterà sulla concezione del tempo. Prima di iniziare il laboratorio pratico, si discute a lungo su come il tempo trascorra in carcere, sui modi per tenere, o non tenere, il conto dei giorni e per fare in modo che le ore scorrano più velocemente.
C'è un'atmosfera da ultimi giorni di scuola, si scherza ma si respira la malinconica consapevolezza che sarà l'ultimo workshop dell'anno. Su lunghe strisce di stoffa ognuno disegna il proprio modo di scandire lo scorrere del proprio tempo: lunedì, martedì, mercoledì... finita bombola del gas, colloqui, spesa, permessi, croci, linee, disegni...
Presa un po' di confidenza con l'ambiente, i ragazzi reclusi iniziano a raccontarmi del progetto, qualcuno decide anche di farsi intervistare davanti ad una telecamera dopo aver rotto il ghiaccio. Guido mi spiega che: "questo è un progetto diverso ed unico, non avevo mai assistito agli eventi che sono accaduti durante questo corso. Non c'è discriminazione fra il detenuto e gli altri, non l'avevo mai vissuto. Riusciamo poi a stare bene con noi stessi e tra di noi, c'è un'aria di serenità, uno arrivando qui si sente 'tutta una persona' (sorride ndr)".
Secondo Filippo: "Il semplice fatto di essere a contatto con gli educatori, con la polizia penitenziaria, con gli assistenti, a volte è capitato anche con qualche magistrato, ti permette di oltrepassare una frontiera; qui c'è un rapporto più umano. Non c'entra niente con quello che c'è fuori, con gli operatori o gli assistenti in divisa, lì trovi un muro. Anche il fatto di mangiare insieme è importante, non ti potresti mai permettere di mangiare con un assistente in una sezione o all'esterno perché c'è sempre quel distacco. Questo muro è stato superato dal coinvolgimento tra tutti noi, si è formato un gruppo, una famiglia, non c'è il detenuto e l'operatore, siamo tutti uguali, almeno qui dentro".
Visione diversa - Alexander inizialmente aveva dei pregiudizi sul progetto ma oggi conferma l'impressione dei suoi compagni: "In questo gruppo non ci sono limiti imposti dai ruoli, ognuno si può esprimere come vuole e questo mi ha dato veramente una bella emozione, una visione diversa e nuovi stimoli per continuare il progetto.
Abbiamo un rapporto più sincero fra noi perché ognuno ha cercato di dare il meglio di sé stesso. Abbiamo cercato di farlo capire anche ai nostri compagni che non hanno partecipato e molti vorrebbero avere questa possibilità in futuro".
Sergio Paderi, psichiatra specializzato in problemi di tossicodipendenza e supervisore scientifico del progetto, evidenzia le dinamiche che si sono sviluppate durante questi mesi: "Volevamo costruire un gruppo a più voci, dove le parti e i ruoli venissero messi in crisi, così come le sovra-strutturazioni ed i pregiudizi nei confronti dei detenuti e che i reclusi stessi producono. L'idea era quella di costruire un luogo terzo attraverso l'arte.
Si è formata inoltre una rete di relazioni tra soggetti che lavorano stabilmente nel carcere che sta facilitando il nostro lavoro quotidiano. Ho partecipato ad altri laboratori in carcere ma l'innovazione di questo corso è che non siamo noi ad insegnare qualcosa ai detenuti o ad assumere un ruolo diverso dal loro, siamo tutti condotti dall'artista, che ha un ruolo eccentrico rispetto alla vita in carcere e rispetto ai nostri ruoli. L'artista dirige i laboratori e il linguaggio dell'arte, non essendo precostituito, ha costretto ognuno a mettersi alla prova in un processo creativo da dove partiamo tutti alla pari".
Il rapporto con l'arte è uno dei temi più sentiti dai detenuti. Benito con semplicità mi spiega: "Mi sono ritrovato in questo progetto senza sapere niente di niente di arte moderna, nuova, contemporanea, morta e ho imparato tanto". Le visite guidate all'esterno hanno rappresentato un momento cruciale per il percorso.
"Ho avuto l'opportunità di uscire e di visitare i musei della mia città dove magari passavo davanti ogni giorno senza sapere cosa fossero - ci racconta Guido - prima Sciascia lo sentivo solo nominare, ora lo leggo e so di chi sto parlando; prima non avrei mai avuto né il tempo né la voglia di imparare. Chi sapeva ad esempio chi era Frida Kahlo? Ora lo so da quello che abbiamo studiato, so riconoscere una sua opera. Queste cose sono diventate importanti anche perché ora ne parlo con i miei figli e riesco a capirli, non sono loro che devono capire me".
Alexander aveva già un "Bel rapporto con l'arte ma questo progetto mi ha permesso di capire meglio il prossimo e quale emozione voleva esprimere. In questo ambiente non è facile che uno possa esprimersi al meglio facendo uscire le proprie emozioni. Per poter capire la sofferenza dell'altro, bisogna prima capire cosa soffre e poi immedesimarsi".
I ragazzi continuano a disegnare sulla stoffa la loro personale raffigurazione del tempo che, nella stanza riservata al progetto, trascorre come in una bolla. Silvio mi illustra la sua singolare concezione di arte: "Per me l'arte è amicizia pura, condividiamo tutto con tutti. Nell'arte un singolo soggetto fa una cosa ma alla fine del gioco siamo tutti una cosa sola perché uniamo i pezzi, le cose personali le uniamo per fare una cosa grande e se non c'è amicizia questo non si può fare perché non c'è fiducia; per questo per me l'arte è amicizia".
Anche lui mi racconta delle visite ai musei. "La chiave del progetto è confrontarsi con altre persone, cosa che non succede negli altri corsi. Quando c'è un'uscita, mi preparo prima, leggo, mi informo. Durante le visite ci sono delle guide ma noi interveniamo prima di loro, ci sostituiamo quasi agli addetti del museo. È una sensazione bellissima, ora posso spiegare un'opera d'arte anche alle mie figlie. Non ho più paura di dire la mia o di affrontare un discorso su un argomento che non conosco, prima stavo zitto, ora mi butto. Questo gruppo mi ha dato la forza di affrontare qualsiasi cosa".
Longo, come una direttrice d'orchestra, ha condotto i lavori del workshop la cui frase manifesto è "volare per una farfalla non è una scelta". L'artista e performer catanese mi spiega di aver aderito al progetto accettando una scommessa: "Perché ho sempre pensato che il carcere fosse una città nella città e quindi sono entrata in un luogo sconosciuto con persone sconosciute. Non ho mai avuto un'intenzione voyeuristica perché avevo un'idea ben definita del progetto: realizzare delle opere d'arte insieme ad altri in un processo collettivo.
Per la prima volta ho dato il mio lavoro in mano ad altri, in questo caso è come se le opere fossero co-firmate da tante persone, oppure sono io a firmare il lavoro di altri che forse è anche più bello da pensare". L'esposizione, costruita dall'artista come un diario di bordo, documenterà, con scritte, disegni e oggetti, il processo artistico che ha trasformato l'esperienza del tempo condiviso in installazioni, video e performance, che funzionano come capitoli di una storia, volutamente in bianco e nero, disseminata negli spazi labirintici di Palazzo Branciforte, attraverso cui rileggere le tappe del progetto.
Con Leone torniamo a parlare delle dinamiche di gruppo: "Mi ha sorpreso l'empatia che si è creata con il gruppo. Questo è un progetto che non ti lascia indifferente. Si sono sviluppati dei rapporti umani intensi, è cresciuto il dialogo e la voglia di aprirsi, di raccontarsi. Uno dei ragazzi ci ha confessato di essersi sentito per la prima volta un soggetto e non un oggetto dei corsi. Ci ha spiegato che qui ha trovato delle persone interessate ai suoi pensieri e questo lo ha fatto sentire libero di esprimersi senza sentirsi giudicato".
Continuità cittadina - Veniamo interrotti dall'arrivo, in visita non ufficiale, del sindaco Leoluca Orlando che si siede con i detenuti per ascoltare i loro racconti e le impressioni sul corso. Anche in questa occasione il dialogo è alla pari. Senza parlarne in modo esplicito, di fatto, si sta già mettendo in atto un'idea rivoluzionaria di carcere.
Ne approfittiamo per domandare al sindaco se gli attuali strumenti legislativi sono sufficienti per promuovere programmi simili. "Gli strumenti ci sono, quello che spesso non c'è è la sensibilità culturale di chi deve applicare le leggi - precisa Orlando - Ho spesso ripetuto che l'Ucciardone è Palermo e Palermo è l'Ucciardone. Per noi è normale sostenere queste iniziative, quest'anno ad esempio il carro e la statua di Santa Rosalia sono stati realizzati da undici detenuti che hanno partecipato ad uno dei momenti più importanti della vita della città". La visita si conclude con un pranzo informale di gruppo a base di arancine e pane e panelle.
Le conversazioni continuano: si parla di aspettative, di futuro, del tempo ancora da trascorrere in carcere, di figli. Ci si può sorprendere anche in carcere, come testimonia Guido quando ci confessa visibilmente emozionato che: "Quello che mi ha sorpreso è l'attesa di venire, io attendo questo momento per incontrare il gruppo... l'entusiasmo e la serenità di stare qua anche stando dentro il carcere. Penso che questa sia una sorpresa grande anche per me stesso".
Alexander è convinto dell'importanza di far uscire i detenuti ma al tempo stesso crede che anche le persone all'esterno dovrebbero entrare nelle carceri per comprendere la vita da recluso. "È vero che abbiamo commesso degli errori ma molti non riescono a sopportare la galera e vanno in depressione. Basterebbe che chi è fuori vivesse un'ora come la viviamo noi e capirebbe sentire la chiave che si apre, dover chiedere l'autorizzazione anche per avere un foglio su cui scrivere... Dopo aver vissuto un'esperienza simile potremmo dialogare insieme e condividere le sensazioni che hanno avuto, le paure".
Arrivano infine delle proposte per la possibile seconda edizione del progetto. "Ancora non l'ho detto pubblicamente - ci spiega Silvio - ma la mia proposta è di proseguire questo percorso e di inserire anche le nostre famiglie. Per il singolo detenuto è importante partecipare ma sarebbe ancora più bello se loro vivessero questa esperienza con noi, far istruire anche i nostri bambini, sarebbe una cosa fantastica che ci rimarrebbe dentro per sempre. Questo è un posto dove la solitudine ti assale e tendi sempre a tirarti un po' indietro ma puoi anche sconfiggerla, io l'ho fatto grazie a questo progetto. Ringrazio tutti per avermi dato l'opportunità di andare oltre il carcere, perché l'arte ti porta oltre, sei chiuso qui dentro ma con la mente sei fuori".
La luce che filtra è diventata più calda, il tempo è scaduto ed inesorabile arriva il momento della separazione. Si scatta una foto di gruppo. Ci si abbraccia e ci si scambiano gli auguri di fine anno. Il momento dei saluti si replica ogni volta come un trauma collettivo perché al termine della giornata sembrerebbe ci sia spazio solo per due ruoli: chi rimane dentro e chi è libero. Eppure è proprio in quegli istanti che ognuno intimamente può capire se e quanto il lavoro di gruppo abbia avuto i suoi benefici, poiché, se il viaggio è stato condiviso, ci si allontana fisicamente ma non ci si separa.
blogsicilia.it, 8 febbraio 2020
Al centro Pio La Torre si parla di antimafia delle religioni. "C'è stato per anni questo falso mito del mafioso benigno, a fronte di un delitto considerato come un fatto individuale di fronte al quale si era solo personalmente responsabili, senza alcuna responsabilità sociale. Oggi invece parliamo di peccato strutturale: il nostro è un popolo che si deve liberare dalla schiavitù della mafia". È l'appello lanciato da Padre Francesco Michele Stabile e che sintetizza l'evoluzione della percezione del fenomeno mafioso alla quinta conferenza del Progetto educativo antimafia e antiviolenza promosso dal Centro studi Pio La Torre.
A discutere con lui di Evoluzione dell'impegno antimafia delle religioni nell'Italia repubblicana al cinema Rouge et noir di Palermo sono stati: Peter Ciaccio, pastore della Chiesa Valdese di Palermo e Adham Darawsha, assessore alla Cultura del Comune di Palermo, moderati dal vicedirettore del Giornale di Sicilia, Marco Romano.
"A partire da quel cortile deserto al carcere Ucciardone dove la messa della vigilia di Pasqua fu disertata dai detenuti, come risposta all'omelia di Pappalardo. Per questo - ha concluso Padre Stabile - è una memoria di lotta e liberazione quella che portiamo avanti oggi nelle scuole". Vicario episcopale del cardinale Salvatore Pappalardo, autore della durissima omelia contro la mafia pronunciata ai funerali del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro, ha ricostruito il clima di oppressione di quegli anni.
"Nei secoli non sempre le chiese sono state attente: è successo con le dittature, ma anche con la mafia - ha detto Peter Ciaccio - la mancata comprensione del fenomeno ha portato a una sua sottovalutazione. Per fortuna c'è stata una presa di coscienza della stessa Chiesa: come rappresentante di quella Valdese cito il manifesto affisso da Pietro Valdo Panascia a Palermo nel 1963, dopo la strage di Ciaculli, che ricordava il comandamento divino Non uccidere".
"La mafia è prevaricazione e il terrorismo islamico che ha usato la dottrina per giustificare ogni crimine, come l'Isis, per me è mafia. L'errore comune che si fa è l'indifferenza o la sottovalutazione dietro l'alibi non ci riguarda", ha detto l'assessore Adham Darawsha. Circa 800 i partecipanti alla conferenza, tra studenti siciliani presenti in sala, alunni in videoconferenza di altre regioni, e detenuti dalle carceri di Trieste e Catania che hanno potuto rivolgere anche domande ai relatori.
"Abbiamo lanciato un appello trasversale ai rappresentanti di diverse fedi religiose per confrontarci sul contrasto alla mafia - ha detto Vito Lo Monaco, presidente del centro Pio La Torre - per ribadire che ogni Chiesa ha l'autorità morale nella prevenzione della criminalità. Un messaggio che ribadiremo con la riedizione della marcia antimafia da Bagheria a Casteldaccia il prossimo 26 febbraio alla quale parteciperanno credenti e non, e con la prossima conferenza il 6 marzo sulla violenza di genere, perché ogni violenza è un brodo di coltura delle mafie".
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