di Mara Rodella
Corriere della Sera, 20 marzo 2020
Forti critiche al dl in materia di contenimento del virus per detenuti e personale. Senza braccialetti elettronici "non sarà possibile accedere alla detenzione domiciliare nei limiti di pena indicati".
Una decisione "scellerata" e "del tutto insufficiente a fronteggiare la situazione critica delle carceri". È una posizione dura, netta, oltre che - come sottolineano - "doverosa", quella presa in maniera congiunta dal consiglio direttivo della Camera penale e dal Garante per i detenuti di Brescia, in relazione alle disposizioni contenute nell'articolo 123 del decreto legge del 17 marzo sulla detenzione domiciliare, e che "dovrebbero contribuire ad alleviare" le drammatiche condizioni in carcere, dove "a repentaglio" c'è "la salute dei detenuti, della polizia penitenziaria e di tutti gli operatori che ci lavorano".
Le norme introdotte nel decreto, denunciano penalisti e Garante, "sono assolutamente insufficienti per rispondere a sovraffollamento e insicurezza". E non genericamente, ma nel dettaglio. A cominciare dal comma 3, là dove "prevede che, a esclusione dei condannati minorenni o con pena da eseguire non superiore a sei mesi, la concessione della detenzione domiciliare introdotta si applica unitamente alla procedura di controllo con mezzi elettronici o altri strumenti tecnici resi disponibili dagli istituti penitenziari".
Viene da sé il comma 5, per il quale il numero di queste dotazioni viene "individuato" nei limiti delle risorse finanziarie disponibili a legislazione vigente". Quindi, continuano, appare evidente che "senza la concreta disponibilità di braccialetti elettronici" da parte dei singoli istituti "non sarà possibile accedere alla detenzione domiciliare nei limiti di pena indicati" nella norma stessa.
Non solo. "Non è prevista alcuna forma di obbligatoria e immediata messa a disposizione dei dispositivi necessari per attivare la citata procedura di controllo; e da ciò si deve necessariamente desumere che la prevista ed eccezionale misura della detenzione domiciliare non potrà essere applicata se non in un numero esiguo di casi, comunque insufficiente per far fronte alla gravissima emergenza del coronavirus negli istituti penitenziari italiani, atteso che, qualora scoppiasse, anche in uno solo di essi, un focolaio di infezione, la situazione diverrebbe assolutamente ingestibile dal punto di vista sanitario e della sicurezza di detenuti e operatori".
Da qui non solo la denuncia della Camera penale e del Garante di Brescia, ma anche un appello "alle autorità e alle istituzioni", a fronte di una decisione arrivata, peraltro, "dopo che, in precedenza sembrava venisse inserita la locuzione "se disponibili", riferita ai braccialetti elettronici, grazie alla quale si sarebbe evitato l'aberrante effetto qui denunciato".
di Roberto Giovene Di Girasole*
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Violate le regole processuali, i difensori spesso accusati degli stessi reati dei loro clienti. Le cifre: 605 arrestati, 334 condannati 2.086 anni di reclusione. Il Covid-19, con la sua drammatica scia di morti, ricoverati in rianimazione e contagiati ha sconvolto la vita di tutti noi determinando, in un sempre maggior numero di Stati, una grande limitazione dei diritti fondamentali, tra i quali in Italia quelli di movimento e di riunione fisica (certamente giustificata dall'esigenza di tutelare la salute ex art. 32 della Costituzione) attraverso la sospensione di tutte le attività non strettamente indispensabili.
Ha provocato, nel mondo, la chiusura dei monumenti, dei musei più celebri, il rinvio di tutte le più importanti competizioni sportive a livello globale ma non ha fermato, invece, la repressione del dissenso. Quanto accade in Italia, dove nelle carceri c'è un'emergenza sanitaria resa ancora più grave da una situazione di sovraffollamento che le misure adottate dal Governo non sono idonee a mitigare, non può farci dimenticare la situazione di avvocati, giornalisti e difensori dei diritti umani perseguitati per la loro attività in tante parti del mondo.
Per quanto riguarda la Turchia il 12 marzo scorso ben tredici avvocati sono stati arrestati, subendo anche la perquisizione dei loro studi, nelle provincie del sud est, a maggioranza curda, di Urfa e di Diyarbakir, città quest'ultima dove, nel novembre 2015 venne barbaramente assassinato il presidente del consiglio dell'Ordine degli avvocati Tahir Elci. Alcuni di essi avevano denunciato le violenze perpetrate dalla polizia nei confronti di 54 persone nel giugno 2019.
Un ennesimo episodio di repressione in Turchia, dove agli avvocati viene impedito il libero esercizio della professione, mediante intimidazioni, violenze, arresti, processi e condanne, ottenute anche mediante il ricorso a testimoni la cui identità resta sconosciuta, negando alla difesa ogni possibilità di contraddittorio. La possibilità per gli avvocati di essere accusati di concorso nei medesimi reati contestati ai loro clienti è altissima.
Sempre in Turchia, il 3 febbraio scorso hanno iniziato lo sciopero della fame otto avvocati turchi, appartenenti all'associazione Çhd, Çagdas Hukukçular Dernegi (Progressive Lawyers Association), attualmente detenuti nel carcere di Sliviri (località a circa 70 KM dal centro di Istanbul), che hanno subito pesanti condanne fino a 18 anni e 6 mesi di reclusione, il 20 marzo 2019, poi confermate in appello. Un processo caratterizzato dalle violazioni delle più elementari regole processuali. Non si hanno notizie certe sulle loro condizioni di salute, a causa della cessazione della possibilità di colloqui per l'epidemia.
Il Dubbio ha pubblicato le motivazioni del loro sciopero. Purtroppo la pandemia sta paralizzando anche le missioni di osservazione dei processi all'estero e quelle all'interno delle carceri, non solo in Turchia, Paese che per primo ha bloccato i voli da e per l'Italia, ma anche in altri Stati, ma non ferma certamente l'azione di informazione sulle repressioni e le violenze e la solidarietà verso chi subisce, ingiustamente, la privazione della libertà.
Il 5 aprile prossimo si celebra, come ogni anno, la giornata dell'avvocato in Turchia, Anche quest'anno, pur con tutti i problemi derivanti dal Covid-19, ci si prepara ad una mobilitazione internazionale, soprattutto sui mezzi di informazione e sui social, affinché sulla repressione del dissenso non cada il silenzio.
Per l'occasione il Consiglio Nazionale Forense pubblicherà, in lingua italiana, il rapporto 2019 dell'associazione Arrested lawyers Initiative, composta da avvocati turchi in esilio. 605 arrestati e 334 condannati, complessivamente a 2086 anni di prigione, queste le drammatiche cifre della repressione a carico degli avvocati. Un modo per non spegnere la luce, ma tenere, invece, accesa la speranza per quanti pagano, dal carcere, con la loro prigionia un prezzo molto alto anche per difendere la nostra libertà.
*Componente commissione rapporti internazionali e Paesi del Mediterraneo del C.N.F.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Si tratta di persone che hanno una condanna a meno di 5 anni, molti sono prigionieri politici. L'annuncio è arrivato è improvviso e sorprendente. Oggi in Iran si festeggia l'inizio del nuovo anno, il Nowruz, e per questa importante data il regime degli Ayatollah ha deciso di liberare definitivamente 10mila prigionieri.
Il provvedimento è partito direttamente dalla Guida Suprema Alì Khamenei, come riportato dal portavoce della magistratura islamica Gholamhossein Esmaili attraverso la Tv di Stato: "quanti riceveranno il perdono non torneranno in prigione". Chi riceverà il "perdono" tra gli 85mila già liberati temporaneamente all'inizio della crisi non dovrà tornare in cella. Fino ad ora nel Paese si sono registrati 17mila casi e 1.135 vittime, i guariti invece sono 4mila.
Almeno la metà dei rilasciati, sono prigionieri per reati legati alla sicurezza, in pratica oppositori politici e molti degli arrestati (con meno di 5 anni da scontare) durante le proteste contro la crisi economica del novembre scorso. Non è ancora chiaro se usufruiranno della misura anche alcuni cittadini stranieri di origine iraniana. A partire dall'operatrice umanitaria britannica Nazanin Zaghari- Ratcliffe, condannata a 5 anni nel 2016.
Così come l'accademico anglo- australiano Moore- Gilbert, detenuto a Teheran per 18 mesi dopo essere stato condannato a 10 anni per spionaggio. I Guardiani della Rivoluzione hanno arrestato negli ultimi anni dozzine di stranieri con doppia nazionalità tra cui persone degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia, Austria, Francia, Svezia, Paesi Bassi e Libano.
Teheran ha sempre negato di detenerli per motivi politici e ha principalmente accusato i prigionieri di essere agenti segreti. Il perdono di Khamenei avviene in un paese che conta almeno 189mila detenuti. È il caso del famigerato carcere di Evin. Qui è rinchiusa dal 13 giugno 2018 l'avvocata e attivista per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, condannata a 33 anni di carcere e 148 frustate per reati che riguardano proprio la "sicurezza nazionale". Ma purtroppo l'amnistia non la riguarderà.
di Andrea Zanello
La Stampa, 20 marzo 2020
Una sessantina di detenuti del carcere di Biliemme ha deciso di rinunciare al vitto donandolo all'Associazione Don Luigi Longhi dell'Aravecchia. I reclusi hanno deciso di non usufruire di quello che ogni giorno il carrello porta in cella: colazione, pranzo e cena. Si arrangiano con quello che arriva loro da fuori da parte dei parenti e con quello che riescono ad acquistare. Il loro non è uno sciopero della fame.
Lo fanno per l'iniziativa #perlepersonedetenute:nonvogliamomoriredentro. È una forma di protesta pacifica come quelle messe in atto da diversi giorni attraverso la battitura delle inferriate per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle condizioni di sovraffollamento delle carceri. Condizione che si è aggravata con l'emergenza legata al Covid-19.
Tra le misure per affrontarla infatti sono stati sospesi i colloqui fisici. A Vercelli però sono stati potenziati i servizi per mettere in contatto i detenuti con le famiglie. Oltre a poter usufruire di postazioni con Skype ogni detenuto ha diritto a fare una telefonata al giorno.
L'associazione Sant'Egidio, insieme ad altri sodalizi legati al mondo del volontariato che si occupano del carcere, ha anche versato dei fondi a favore dei detenuti indigenti. La popolazione carceraria della casa circondariale di Vercelli è di circa 320 unità. Per ora, anche grazie alle misure prese con il protocollo dell'Asl, la situazione sanitaria interna al carcere non desta preoccupazione. Tutti i detenuti che entrano in struttura affrontano un periodo di quarantena.
di Roberta Polese
Corriere del Veneto, 20 marzo 2020
Il procuratore Cappelleri: "Questa è la strada". Il comandante dei carabinieri: "Anche tra noi qualche positivo". Al via le direttissime on line in tribunale a Padova. Dopo Milano e Vicenza anche al Palazzo di giustizia di via Tommaseo verrà adottato l'uso di piattaforme web per la convalida degli arresti. Il tribunale, la procura, le varie forze dell'ordine e gli avvocati si stanno coordinando in questi giorni par partire già lunedì con le nuove disposizioni.
Il piano, adottato in primis dal tribunale di Milano, prevede che il detenuto venga portato dalle varie forze dell'ordine nella caserma, o questura, o sede del comando della Guardia di Finanza, competente per territorio. Chi esegue l'arresto si preoccuperà di avvisare il magistrato e il giudice e di stabilire l'ora della direttissima, alla quale parteciperà anche l'avvocato difensore il quale potrà essere fisicamente presente in caserma o in questura o collegarsi in remoto. La piattaforma indicata dal ministero è "Team" che consente un collegamento temporaneo con più utenti.
L'avvocato difensore potrà parlare da con l'arrestato qualche minuto prima solo dell'udienza. "È una misura che diminuisce ancora di più gli spostamenti delle forze dell'ordine - spiega il procuratore capo Antonino Cappelleri - serve ancora qualche riunione per definire alcuni dettagli ma questa è la strada".
Al momento le piattaforme web sono state attivate per l'ufficio gip, per interrogatori di garanza o convalide, in questo caso i collegamenti si fanno direttamente dal carcere. Sotto gli occhi di tutti c'è un evidente calo dei reati, tuttavia le forze dell'ordine sono tra le categorie di persone esposte per via dei controlli per il rispetto del Dpcm per mantenere il contagio. "La direttissima via web diminuisce ancora di più gli spostamenti e sicuramente questo va nella direzione imposta dal governo - spiega il comandante provinciale dei carabinieri Luigi Manzini - c'è ancora qualche dettaglio tecnico da definire ma siamo attrezzati per supportare questa nuova iniziativa. Ad oggi anche i carabinieri devono far fronte a nuove esigenze organizzative, anche tra le file dei carabinieri di Padova abbiamo avuto delle positività al coronavirus, si tratta di una manciata di persone su 1.000 carabinieri, abbiamo preso immediatamente tutte le misure di contenimento necessario".
"L'iniziativa del Procuratore della Repubblica trova concorde il Consiglio dell'ordine degli avvocati, che si dichiarerà disponibile alla sottoscrizione del protocollo, atteso il momento di emergenza per la salute collettiva e individuale - dice il presidente dell'ordine degli avvocati Leonardo Arnau -. Conosco perfettamente e condivido le perplessità più volte segnalate dalla Camera penale "Francesco de Castello" in ordine allo svolgimento delle udienze con metodi "a distanza", ma sappiamo che si tratta di misure eccezionali, dettate dall'emergenza sanitaria per il coronavirus non reiterabili in situazioni di ordinario svolgimento dell'attività giurisdizionale".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 20 marzo 2020
Tre rilasciate su cauzione, la quarta trasferita: è Laila Soueif, la madre di Alaa Abdel Fattah. Il regime mette il bavaglio a chi parla di coronavirus: cacciata una giornalista britannica. Il rischio coronavirus minaccia anche le carceri egiziane. E rischia di avere effetti disastrosi. L'epidemia ha ormai investito in pieno il più grande paese arabo (nonostante il regime continui a sottovalutare il pericolo) e per la popolazione carceraria il pericolo è massimo.
A lanciare l'allarme già da settimane sono solidali, organizzazioni per i diritti umani e parenti dei detenuti, che adesso pagano a caro prezzo la loro richiesta di tutele per i prigionieri. Martedì sono state arrestate quattro donne che stavano protestando davanti alla sede del governo con lo slogan "Liberate i prigionieri". Si tratta della matematica Laila Soueif, della biologa Mona Seif, della scrittrice Ahdaf Soueif e della politologa Rabab el-Mahd, figure di intellettuali e attiviste di primo piano, tutte molto note anche all'estero. Le prime tre sono rispettivamente la madre, la sorella e la zia di Alaa Abd El Fattah, uno degli attivisti più importanti della rivoluzione di piazza Tahrir, arrestato per l'ennesima volta lo scorso settembre. La quarta è una professoressa dell'Università Americana del Cairo, autrice di numerosi studi di rilievo internazionale sulla politica egiziana, che è stata anche tutor di Giulio Regeni durante la sua permanenza al Cairo.
Per le attiviste è già stata pagata la cauzione, ma mentre ieri sera dopo diverse ore tre di loro sono state rilasciate, al momento in cui scriviamo Laila Soueif resta in stato di fermo ed è stata trasferita in una località sconosciuta. La madre di Alaa Abdel Fattah, 63 anni, è in sciopero della fame e della sete a oltranza dal momento dell'arresto. Nei giorni scorsi Laila Soueif aveva inviato una lettera pubblica al procuratore generale avvertendo del pericolo che rappresentano le carceri come "focolai di contagio", non solo per i detenuti ma per tutto il personale impiegato nelle strutture detentive, e di conseguenza per l'intero paese. Nella lettera l'attivista chiedeva la liberazione di tutti i prigionieri che, come suo figlio Alaa, sono sottoposti a misure di custodia cautelare, sotto processo o in attesa di processo.
Si tratterebbe di migliaia, se non decine di migliaia di persone, una misura immediata per decongestionare il popolatissimo sistema carcerario egiziano, dove almeno 60mila sono soltanto i prigionieri politici. Lunedì anche l'udienza per lo studente Patrick Zaki era saltata, insieme a quelle di tutti i detenuti del carcere di Tora, per le precauzioni dovute all'epidemia da Coronavirus. Una delle prime misure prese dal governo è stata quella di sospendere tutte le visite nelle carceri. Ora però le famiglie non possono più accertarsi dello stato di salute dei loro cari, né consegnare loro cibo o indumenti. "Le carceri egiziane sono già un ammasso di malattie. - afferma Mona Seif in un video su Facebook poco prima di essere arrestata in diretta - Celle sovraffollate, poco arieggiate, per lo più senza luce solare. In queste prigioni le patologie proliferano in tempi normali".
In molti casi, associata alla deliberata negazione di cure adeguate, questa situazione conduce alla morte dei detenuti, come accaduto anche all'ex presidente islamista Mohamed Morsi. Il numero di contagi accertati in Egitto si è moltiplicato nelle ultime settimane. Dopo che per giorni le autorità avevano smentito e ridimensionato la diffusione della malattia, l'enorme numero di turisti stranieri risultati positivi al virus dopo un soggiorno in Egitto ha alimentato il sospetto che le cifre ufficiali fossero ampiamente sottostimate. Finora secondo l'Oms in Egitto ci sono 210 casi confermati, su oltre 3mila casi sospetti e sottoposti al test. Ma non è chiaro il numero totale di test effettuati.
Secondo il britannico Guardian sono almeno 97 gli stranieri tornati dall'Egitto e risultati positivi o con sintomi. Tra i morti secondo il ministero della Sanità egiziano ci sarebbe anche una turista italiana di 78 anni. Basandosi su un modello statistico, uno studio condotto da specialisti di malattie infettive dell'università di Toronto afferma che una "stima prudente" sulla diffusione del virus porterebbe a calcolare il numero dei contagiati in Egitto tra i 6mila e i 19mila.
Sono almeno tre i problemi che impediscono di ottenere dati realistici e attendibili dal Cairo. Per prima cosa, il regime sta scatenando la repressione contro chi diffonde notizie diverse da quelle ufficiali. In seguito a un suo articolo, Ruth Michaelson, giornalista del Guardian, si è vista ritirare l'accreditamento come corrispondente dal Cairo. Anche Declan Walsh del New York Times ha ricevuto un "avvertimento" per alcuni suoi tweet, colpevoli di diffondere false informazioni.
Soprattutto, il sistema sanitario egiziano, piagato da inefficienze e malagestione, è gravemente impreparato ad affrontare l'emergenza dal punto di vista diagnostico e terapeutico. La notizia che per i lavoratori egiziani emigrati nel Golfo fosse necessario un certificato di negatività al tampone ha generato assembramenti di centinaia di persone nei dintorni pochissimi laboratori attrezzati.
Infine, in molti preferiscono non dichiararsi alle autorità in caso di sintomi sospetti, per timore delle misure draconiane adottate nei confronti delle persone o comunità colpite. Il governo ha da pochi giorni adottato alcune misure per contrastare la diffusione del virus, poche, insufficienti e tardive. Scuole e università chiuse, tutti i voli bloccati, vietato il narghilè nei locali e chiusura serale per bar e ristoranti, ma molti siti turistici restano aperti, la preghiera comunitaria nelle moschee e nelle chiese è solo "sconsigliata". E in molti luoghi di lavoro poco o nulla è cambiato. In uno dei paesi con la densità abitativa più alta al mondo, il compito del virus non potrebbe essere più semplice.
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 20 marzo 2020
Oms e Onu chiedono la tregua per poter affrontare l'epidemia. Da Bengasi arriva la denuncia: gli zero casi dovuti alle carenze degli ospedali e alla corruzione diffusa. Ma il generale prosegue con la guerra. Sebbene non si registri ufficialmente nemmeno un caso, nella Libia lacerata da una violenta guerra civile il coronavirus è più di una semplice minaccia. L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha messo nero su bianco i suoi timori martedì quando ha chiesto alle parti rivali libiche - il Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli riconosciuto internazionalmente e quello rivale di Tobruk in Cirenaica - di porre fine alle ostilità per "consentire alle autorità sanitarie nazionali e ai partner sanitari di rispondere alla potenziale diffusione del virus nel paese".
Sulla stessa lunghezza d'onda è la missione Onu in Libia (Unsmil): ha esortato le parti a una "tregua umanitaria" perché "il virus non ha affiliazioni e supera tutti i fronti di guerra". Di fronte agli appelli internazionali e ai rischi di un ulteriore aggravamento delle condizioni umanitarie a causa dell'epidemia, le amministrazioni rivali di Tripoli e di Bengasi hanno promesso fondi ai servizi sanitari locali e applicato rigide restrizioni. In Cirenaica il generale Haftar - capo dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl), braccio armato di Tobruk - usa il pugno di ferro per prevenire la diffusione del coronavirus. Il suo obiettivo non è solo sanitario, ma anche politico: legittimarsi agli occhi della comunità internazionale e del popolo libico come il solo leader capace di domare l'epidemia. Chiuse moschee, scuole, porti, frontiere. Sospesi voli, sterilizzate le strutture pubbliche e annunciato il coprifuoco dalle 18 alle 6 del mattino. Formato anche un ente ad hoc (l'Alta commissione per la lotta al Covid-19) che avrà sede a Rajma, fuori Bengasi.
Al momento si registrano due persone in isolamento. In "quarantena precauzionale" si è posto Ahmed al-Mismari, portavoce Enl. Più lento ad agire è stato il Gna che ha decretato solo quattro giorni fa lo stato d'emergenza che si è tradotto in una serie di misure restrittive. Ma l'assenza di contagi nell'intera Libia non deve trarre in inganno: nel gigante nordafricano, infatti, le risorse e le strutture di rilevazione dell'infezione sono inappropriati. "Gli ospedali non rispettano i più semplici standard internazionali nell'affrontare malattie del genere, il personale medico non ha formazione ed esperienza, per non parlare poi della diffusa corruzione amministrativa, della cattiva gestione e della mancanza di trasparenza", ha denunciato ad Agenzia Nova un funzionario del Centro medico di Bengasi che prevede un "disastro peggiore di quanto visto in Iran e Italia" se il coronavirus dovesse arrivare. Anche perché la guerra continua indifferente agli appelli internazionali. Il Gna ha denunciato mercoledì l'uccisione a Tripoli di quattro persone (tre bambini e una donna) ad opera degli uomini di Haftar. Sempre nella capitale, sono intensi gli scontri tra forze rivali sulla strada per l'aeroporto e nelle zone di al-Sadiyya e a Ramla.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 19 marzo 2020
Briciole di libertà, briciole di salute: questa ci sembra la sostanza dei nuovi provvedimenti per fronteggiare il rischio di coronavirus nelle carceri. Soluzioni deboli e inadeguate, in luoghi in cui c'è fame di tutto, di spazi più accettabili, di cure, di informazioni attendibili.
di Tatiana Mario
difesapopolo.it, 19 marzo 2020
Intervista a Ornella Favero, presidente della Conferenza nazionale volontariato e giustizia. Alla luce del decreto del Governo "Cura Italia" già in vigore, le misure introdotte per contenere il contagio fuori dalle carceri italiane sono del "tutto inadeguate", come denuncia Ornella Favero. E intanto, fuori dal circondariale e dalla casa di reclusione Due Palazzi il triage nella tenda della Protezione civile non viene effettuato né per i nuovi arrestati né per tutto il personale interno alle strutture detentive.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 19 marzo 2020
Va bene, non facciamolo per filantropia, e tantomeno per un senso di appartenenza alla medesima comunità umana. Va bene, non facciamolo per questo, dal momento che per molta parte dell'opinione pubblica i detenuti non hanno diritto ad avere diritti: e non va riconosciuta loro quella dignità che è la qualità essenziale della persona.









