di Carlo Giovanardi
loccidentale.it, 21 marzo 2020
La rivolta nelle carceri italiane, in particolare nel carcere di Modena, e le sue tragiche conseguenze pongono una serie di interrogativi ai quali sino ad ora non sono state date risposte adeguate. Premetto di considerarmi un garantista e un convinto sostenitore dei principi costituzionali di non colpevolezza dell'imputato sino a sentenza passata in giudicato e della funzione rieducatrice della pena, negli ultimi anni in minoranza in un paese dove si fa il pieno di voti con slogan del tipo "buttiamo la chiave" e "quello deve marcire in carcere" e dove imperversa il "Davigo pensiero", di cui è devoto sostenitore il Guardasigilli in carica.
Detto questo vorrei intervenire sul punto specifico dei nove detenuti deceduti per overdose di metadone, ad alcuni dei quali mancavano pochi mesi per uscire dal carcere, un fatto gravissimo determinato da varie concause, che come cittadino modenese ho avuto modo di approfondire conoscendo personalmente gli operatori di quella struttura, a cominciare dal segretario regionale del Sappe Francesco Campobasso.
La prima osservazione è che nelle sovraffollate carceri italiane, la sicurezza non è più garantita dalla Polizia Penitenziaria ma degli stessi detenuti che possono, se lo vogliono, magari costretti da pochi facinorosi, impadronirsi dei locali con conseguenti vandalismi o peggio comportamenti autolesionistici una volta occupata la farmacia del carcere.
La seconda osservazione, con l'esperienza maturata come Ministro prima e Sottosegretario poi con delega alle politiche antidroga in tre diversi governi, è la riconfermata convinzione che i tossici in carcere proprio non ci debbano stare. Tutti quelli infatti che hanno demonizzato la legge Fini Giovanardi per ragioni ideologiche, facendo finta di non sapere che è stata il frutto di un serrato confronto con i Sert, le Comunità di Recupero e operatori del diritto come l'attuale Procuratore della Repubblica di Bologna Jimmi Amato, non si sono mai preoccupati della sua attuazione.
La legge, con le successive integrazioni (Testo Unico), dispone la sospensione della pena detentiva per reati commessi in relazione al proprio stato di tossicodipendenza "qualora sia accertato che tale soggetto si è sottoposto con esito positivo ad un programma terapeutico e socio-riabilitativo eseguito presso una struttura sanitaria pubblica od una struttura del privato sociale idonea alla cura ed al trattamento della tossicodipendenza (art 90 e seg.).
La misura alternativa è rivolta ai soggetti tossicodipendenti e alcoldipendenti che debbano espiare una pena detentiva, anche residua e congiunta a pena pecuniaria, non superiore a sei anni o a quattro anni se comminata per reati di particolare gravità o allarme sociale.
L'art 94 prevede l'istituto dell'affidamento in prova, una misura alternativa alla detenzione in carcere, appositamente rivolta ai tossici che abbiano commesso reati a causa della loro dipendenza, sempre nel limite dei 6 e dei 4 anni.
L'art. 73 comma 5bis consente per i reati di "lieve entità" connessi alla tossicodipendenza di sostituire la pena (non superiore ad un anno) con "lavori di pubblica utilità" e l'art 89 stabilisce il divieto di disporre la custodia cautelare in carcere per il tossicodipendente con la previsione della obbligatoria sottoposizione agli arresti domiciliari, da scontare anche presso strutture private di cura ed accoglienza. Nel 2011 avevamo anche in corso progetti per strutture specializzate (vedi carcere di Castelfranco Emilia) per la cura dei tossici con pene da scontare superiori ai 6 anni.
Da 9 anni purtroppo, dopo lo smantellamento di fatto del Dipartimento Antidroga della Presidenza del Consiglio, né Governi nazionali né Regioni, salvo poche lodevoli eccezioni, hanno investito risorse per applicare quello che la legge prevede.
Il Ministro della Giustizia e la Conferenza Stato-Regioni non hanno nulla da dire al riguardo? Per ultimo, ma non per ordine di importanza, il dato di fatto che tutti i nove deceduti erano extracomunitari, di alcuni dei quali non si conosceva né nazionalità né identità, con automatica perdita dei benefici di cui sopra in un perverso circuito carcere, centri di identificazione, rilascio, di nuovo carcere che nessuno sino ad ora è riuscito ad interrompere.
di Carlotta Di Santo
dire.it, 21 marzo 2020
"Tra i detenuti c'è preoccupazione. Se dovesse scoppiare un'epidemia in carcere sarebbe difficile da contenere, anche da un punto di vista delle infrastrutture. Gli stessi ospedali a volte non sono attrezzati, paradossalmente, figuriamoci un carcere.
Sappiamo che questo virus ha una virulenza importante e, nonostante l'amministrazione sanitaria e quella penitenziaria abbiano disposto tutte le misure di sicurezza, questo non basta a tranquillizzare la popolazione carceraria. Poi ognuno chiaramente ha il suo carattere, c'è chi è più ansioso e chi lo è di meno, ma c'è anche chi è più a rischio perché ha patologie pregresse".
Così la psicologa esperta in tematiche carcerarie, Francesca Andronico, dell'Ordine degli psicologi del Lazio, intervistata dall'agenzia Dire in merito allo stato d'animo dei detenuti in questo periodo di emergenza sanitaria per il Coronavirus.
"Le disposizioni sanitarie sono state quelle di ridurre i contatti, come è accaduto tra la popolazione fuori - ha proseguito Andronico. Non si può far entrare molto personale sanitario, le attività di gruppo sono state sospese, come tutte quelle riabilitative e rieducative, tra cui il teatro o i gruppi psicoterapeutici. E questo per i detenuti è un grosso handicap, perché la riabilitazione e la cura sono fondamentali per l'aspetto umano in carcere".
Nelle carceri si sono quindi ridotte tutta una serie di attività che vedeva impegnati i detenuti, così "anche per questo è aumentato il loro livello di ansia. Il discorso della privazione riguarda in generale tutta la popolazione - ha detto la psicologa - ma ovviamente la problematica aumenta in un'istituzione chiusa e totale come il carcere". La diminuzione dei colloqui con i familiari è stato poi "un problema enorme per i detenuti- ha sottolineato Andronico - perché il carcere già ti 'stacca' totalmente dalle tue appartenenze. I detenuti vivono in funzione del colloquio, per loro parlare con i propri familiari è fondamentale perché è un aggancio alla realtà esterna".
In merito ai colloqui con gli psicologi, invece, quali sono le principali richieste di aiuto che provengono dai detenuti in questo momento? "Chiedono misure di rassicurazione, ma noi operatori sanitari più di "contenerli psicologicamente" non possiamo fare - ha risposto Andronico alla Dire - d'altra parte siamo tutti esposti. Noi abbiamo strumenti per contenere le loro angosce, ansie e paure, ma ci sono dei rischi oggettivi che non possono essere trascurati".
Allora quello che bisogna fare, secondo l'esperta, è distinguere tra il rischio di contagio e la percezione del rischio. "Noi psicologi possiamo lavorare sulla percezione del rischio e sul contenimento - ha spiegato - cercando di far avere ai detenuti una visione il più possibile realistica e concreta di quella che è la situazione. Cerchiamo insomma di ridimensionare tutti gli aspetti che la paura può attivare".
Su cosa sia cambiato in carcere, nello specifico dall'inizio dell'epidemia da Coronavirus, la psicologa Andronico ha così risposto: "Dobbiamo partire dal pregresso: in Italia ci sono penitenziari virtuosi, ma gestire un carcere è sempre molto complesso da vari punti di vista.
C'è il problema del sovraffollamento, i presidi sanitari sono presenti ma gli operatori sono in difficoltà perché sotto organico, così come lo è la polizia penitenziaria. Quindi la risposta non è mai così efficiente rispetto alla domanda di cura. La situazione a volte è esplosiva. Questa emergenza allora non ha fatto altro che far emergere ed aggravare tutta una serie di difficoltà che già c'erano".
Il mandato degli operatori sanitari resta però quello di garantire la continuità dell'assistenza. Oggi questo viene fatto ovviamente con tutte le misure di sicurezza - ha aggiunto la psicologa - con mascherine, guanti e distanza di sicurezza, perché in un momento così difficile i detenuti non si possono abbandonare, altrimenti si perde anche tutto il lavoro svolto in precedenza.
Il carcere è un'istituzione totale e come tale comporta tutta una serie di difficoltà, non solo per i detenuti ma anche per la polizia penitenziaria. Il discorso vale in generale, ma soprattutto ora in questa situazione, dove noi sanitari, insieme agli agenti di polizia penitenziaria, non possiamo rimanere a casa, ma dobbiamo mandare avanti il lavoro", ha concluso Andronico.
di Maurizio De Zordo*
perunaltracitta.org, 21 marzo 2020
Era solo questione di tempo. Il virus è entrato nelle carceri, quattro detenuti positivi in Lombardia. E sarà un disastro, ma in realtà a ben pochi interessa. Ricapitoliamo alcuni dati: popolazione carceraria di oltre 60.000 detenuti, contro una capienza degli istituti "nominalmente" di 50.000 (in realtà meno, perché si contano anche i reparti chiusi per inagibilità). Situazioni di promiscuità e condizioni igieniche e sanitarie al limite, e spesso sotto il limite. Un terzo delle carceri senza acqua calda, il 67% dei reclusi ha almeno una patologia pregressa. In presenza di una pandemia sembra un panorama scritto apposta per arrivare velocemente ad una catastrofe sanitaria e umanitaria.
Ma quando si è cominciato a prendere provvedimenti per fronteggiare il virus, l'unica misura relativa alle carceri è stata la sospensione dei colloqui con i familiari, degli ingressi in carcere dei volontari, lo stop a tutte le attività di istruzione educazione e animazione. Inutile ricordare l'importanza dei contatti fra detenuti e familiari, aggiungete alla mancanza in sé la mancanza di informazioni sullo stato di salute delle famiglie fuori, e non avere niente da fare dentro se non aspettare di essere contagiato.
Fra il 9 e il 10 marzo scoppiano rivolte in molte carceri, si esauriranno in breve con un bilancio pesantissimo: 14 detenuti morti, per 10 giorni non se ne conoscerà nemmeno l'identità. Overdose per i saccheggi nelle infermerie, dice l'ineffabile Bonafede, ministro della vendetta più che della giustizia. Può darsi, di certo una amministrazione penitenziaria che per 10 giorni non rivela i nomi delle vittime non può vantare una credibilità tale da permettersi di non portare uno straccio di risultato di indagini, accertamenti, verifiche medico legali, e pretendere che la sua versione sia presaper buona.
I nomi intanto li facciamo noi: "Tre di loro erano in attesa di giudizio. Ora non sono più dei numeri, finalmente conosciamo i loro nomi: Slim Agrebi, 40 anni, dal 2017 lavorava all'esterno del carcere in regime di articolo 21. Un suo connazionale sarebbe tornato libero fra 2 settimane, fine pena di 2 anni. Il moldavo Artur Isuzu aveva il processo il giorno dopo il decesso. Nel carcere di Rieti è morto Marco Boattini, 35 anni, ad Ascoli Salvatore Cuono Piscitelli, 40 anni.
Poi ci sono Hafedh Chouchane, 36 anni, Lofti Ben Masmia, 40 anni, e Alì Bakili, 52 anni, tutti tunisini morti a Modena insieme al marocchino Erial Ahmadi. A Rieti sono deceduti anche Ante Culic, croato, 41 anni, e Carlo Samir Perez Alvarez, 28 anni, equadoregno. A Bologna Haitem Kedri, tunisino di 29 anni, a Verona Ghazi Hadidi, 36 anni, ad Alessandria Abdellah Rouan, 34 anni" (grazie a Paolo Persichetti).
Con i nuovi decreti il governo ha fatto timide aperture nei confronti del mondo carcerario, spesso inconcludenti, come per il caso della detenzione domiciliare soggetta a controllo elettronico: i braccialetti non ci sono, e i detenuti non escono. Invece la necessità assoluta sarebbe di diminuire drasticamente la popolazione carceraria (coronavirus-sulle carceri insufficienti le norme previste nel decreto del governo).
Un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio (quindi ancora non condannati in via definitiva, mentre la custodia cautelare in carcere dovrebbe essere una extrema ratio); più del 30% sono ristretti per violazione della legislazione sulle droghe, legislazione criminogena che sull'altare della punizione ad ogni costo, del fascino delle manette in salsa M5S (che non distingue i padroni della Thyssen Krupp da chi fuma 4 spinelli) o leghista (cui basta trovare un nemico verso cui indirizzare l'orda rabbiosa con la bava alla bocca, salvo poi, come ci raccontano le cronache, avere a che fare con la 'ndrangheta o intascare i famosi 49 milioni) sacrifica ogni ragionamento sul contenimento del danno e sulla necessità di depenalizzare a fronte (anche, non certo solo) del fallimento di ogni politica proibizionista.
Intanto le Associazioni Yairaiha Onlus, Bianca Guidetti Serra, Osservatorio Repressione, Legal Team Italia, attive nella difesa dei diritti dei detenuti alla salute e all'incolumità - così come previsti dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo - mettono a disposizione un indirizzo unico per ricevere segnalazioni in merito all'attuale situazione igienico sanitaria nelle carceri, ed in particolare alle reali misure di prevenzione adottate a fronte dell'estendersi dell'epidemia di Covid-19.
A tale indirizzo mail si possono segnalare abusi e trattamenti inumani e degradanti nei confronti dei detenuti, in particolare a seguito delle rivolte carcerarie dei giorni scorsi, e richiedere la relativa assistenza legale:
Mentre il solito Salvini sputa veleno (i detenuti sono più sicuri in carcere, 5.000 delinquenti per le strade, ecc.), Bonafede vede come il fumo agli occhi qualunque ipotesi di revisione dell'attuale ordinamento, che non sia in senso restrittivo, per non parlare di misure quali indulto o amnistia di fronte al palese fallimento nella gestione delle carceri, è una necessità mantenere viva l'attenzione su questo universo, che è parte del nostro, non dimentichiamolo mai.
*Architetto, ha fatto parte del Laboratorio per la Democrazia di Firenze
di Evelina Cataldo*
articolo21.org, 21 marzo 2020
Pochi i colloqui con i detenuti, non ne chiedono. Hanno, probabilmente, paura. La paura è collettiva ma silente: Di contrarre la malattia, di averla contratta senza saperlo, di svilupparla in futuro.
La contraddizione della certezza del tempo della pena si misura con l'incertezza dettata dal tempo dell'emergenza sanitaria, della pandemia che non presenta data di scadenza.
E così, siamo tutti invischiati nel carcere "desolato" che diventa comunità liquida e comunità del rischio, e, come teorizza Z. Bauman, liquidità imperativa che è sinonimo di incertezza.
Il carcere diventa silenzioso, fa sentire con maggiore pervasività il dramma dell'umanità perché gli esseri umani che sono in carcere, lavoratori o detenuti, sono l'estensione o la rappresentazione di relazioni affettive non sempre visibili.
I responsabili del governo delle carceri dovrebbero guardare oltre quell'umanità in presenza, perché il rischio non riguarda il solo lavoratore o il ristretto "sospeso" ma si estende a quella rete invisibile delle relazioni familiari e personali, interrotta momentaneamente ai detenuti ma sussistente per gli operatori.
I funzionari pedagogici vivono la desertificazione obbligatoria delle attività istruttive e socio ricreative, vivendo l'inutilità della loro funzione in solitaria, perché l'équipe, il lavoro di squadra, è l'unico che riesce a generare coerenza di intenzione pedagogico-risocializzativa nei ristretti. Solitudine e lentezza si impongono, caratterizzazioni che per una volta diventano specchio della società, azzerando le distinzioni tra dentro e fuori. Il tempo congelato della vita esterna è identico a quello del penitenziario, un aspetto che dovrebbe far riflettere la politica, gli esperti, i sociologi e parte degli operatori nel proporre modifiche sostanziali nell'organizzazione della vita della pena del pianeta carcere.
*Funzionaria giuridico pedagogica Amministrazione penitenziaria
di Ivana d'Amore*
inliberauscita.it, 21 marzo 2020
In questi giorni d'isolamento collettivo, costretti a stare in casa per le disposizioni urgenti approvate dal Governo atte a contenere il contagio del Covid-19, tutte le attività si sono fermate, siamo come immersi in una quotidianità irreale nell'attesa di autorizzazioni per tornare alla libertà di sempre.
E nel silenzio della mia stanza distesa sul letto con lo sguardo fisso al soffitto, penso ai detenuti e mai come adesso li sento ancora più vicini, sarà per la situazione che sto vivendo in questi giorni ma quel mondo carcerario così lontano e sconosciuto per lo più da molti mi manca.
Penso ai detenuti, alle ansie per le loro famiglie, ai figli che non potranno riabbracciare, alla polizia penitenziaria costretta a turni massacranti per mancanza di personale, ai direttori, ai medici, agli infermieri, agli educatori, psicologi e ai volontari, chi sa quando potremo ritornare in carcere a svolgere i nostri servizi!
Mi tornano in mente le immagini trasmesse nei giorni scorsi dai dai tg nazionali: le urla di rabbia e di dolore delle donne fuori dalle mura delle carceri di Modena, Firenze, Napoli, Bologna, Bollate, Foggia; i poliziotti in tenuta antisommossa; l'agitare dei manganelli degli agenti della polizia penitenziaria, il correre dei detenuti sui tetti degli Istituti di Pena.
La protesta è nata per le decisioni prese dal Ministro della Giustizia Bonafede: sospendere i colloqui con le famiglie e con i volontari.
Si stima che siano stati coinvolti circa 6 mila detenuti rivoltosi, 13 detenuti morti per overdose, 40 agenti feriti, 16 evasi ancora latitanti a Foggia.
E nel silenzio della mia stanza, penso a ciò che non è stato o che poteva essere e penso a ciò che potremmo sperare di poter fare noi volontari con concretezza accanto all'Istituzione Penitenziaria.
Il ruolo efficace del volontario in carcere è ormai da molti anni approvato dall'Ordinamento Penitenziario. L'azione del volontariato è decisiva già dal momento dell'ascolto, della condivisione e del sostegno che si realizza durante i colloqui con i detenuti o dando sostegno alle loro famiglie. Incidendo su questi legami affettivi, si riesce non solo a ridurre gli effetti negativi della detenzione ma ad avvicinare il detenuto alla vita esterna, alla vita sociale.
Addirittura, con la riforma dell'Ordinamento Penitenziario del 2 ottobre 2018, si riserva al Volontariato un ruolo inedito quale "facilitatore dell'inclusione sociale" attraverso un percorso formativo dal titolo "Volontari per le misure di comunità". Con tale progetto - in conformità alle direttive europee - s'intende sensibilizzare l'opinione pubblica verso l'accoglienza di detenuti in esecuzione penale esterna. Il principale obiettivo è infondere nel tessuto sociale la fiducia nelle pene non detentive, come l'affidamento in prova ai servizi sociali.
Il senso di queste misure sta nel comprendere che la sicurezza, non è: "buttare le chiavi", "chi sbaglia paga", "ammazziamoli tutti", "la certezza della pena"! Al contrario, essa passa attraverso la possibilità del recupero del detenuto come dettato dall'art. 27 della Costituzione Italiana, che mira alla rieducazione del reo durante il periodo in cui la pena viene scontata.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Avviene così nella realtà? Ossia le pene tendono al recupero del soggetto ed al suo inserimento nel tessuto sociale? La pena non deve essere contraria al senso di umanità. Ma cos'è il senso di umanità? Gli avvenimenti di questi giorni non possono scorrere via come acqua, che almeno ci aiutino a riflettere ancora su queste domande.
*Volontaria dell'Associazione Vol.A.Re.
triesteprima.it, 21 marzo 2020
Il Procuratore capo propone anche una sanzione di almeno 500 euro per chi viola il Dpcm:
"Attualmente le denunce arrivano a centinaia al giorno, si rischia di ingolfare la giustizia".
Il procuratore capo Carlo Mastelloni ha proposto un'amnistia o un provvedimento analogo che "decongestioni" le carceri per ridurre il rischio di contagi da Coronavirus. Inoltre, per i cittadini che si muovono contravvenendo al Dpcm, la proposta è quella di comminare "una costosa sanzione amministrativa", che risulterebbe più efficace della denuncia penale che fa riferimento all'art. 650 del Codice penale. Quest'ultima, secondo Mastelloni, rischierebbe di ingolfare l'attività giudiziaria ed ha tempi lunghi con istruzione e celebrazione dei processi.
Le due proposte sono state lanciate oggi dal Procuratore capo, che ha risposto alla Rai Fvg a proposito della situazione nelle carceri. Mastelloni ha spiegato, a proposito del Dpcm, che "Quotidianamente pervengono in Procura centinaia di verbali contravvenzionali relativi all'art.650. Visti anche i tempi lunghi per questo tipo di procedimento, credo che un deterrente maggiormente incisivo sarebbe una sanzione amministrativa di importo elevato, penso ad almeno 500 euro".
Il Resto del Carlino, 21 marzo 2020
L'attacco del Sinappe: "Previsti 40 tamponi al personale di servizio, ma solo a campione anziché in modo mirato". La Camera Penale: "Si valutino misure alternative". Ancora tensione alla Casa circondariale Rocco d'Amato. A quanto pare infatti tre operatori sanitari che lavorano nel carcere sono risultati positivi al Covid-19. Una situazione ora al vaglio tra gli altri della direzione della Dozza, dove si dovrà valutare il da farsi anche in vista della riapertura dei colloqui visivi per i detenuti, fissata per questo lunedì.
Intanto, fa sapere Nicola D'Amore del Sinappe "stanno valutando di fare quaranta tamponi a campione a membri del personale", anziché mirati a chi potrebbe essere entrato in contatto con gli operatori positivi. Il sindacato peraltro da giorni chiede a gran voce "di attivare tutte le misure di prevenzione e tutela previste, dotare degli appositi dispositivi di protezione il personale, di sospendere gli ingressi non necessari e di sottoporre tutti i poliziotti al tampone del Coronavirus per scongiurare la presenza di asintomatici".
Così, la situazione rischia di diventare scottante, dopo la rivolta dei piani del reparto giudiziario di poco più di una decina di giorni fa. Elemento su cui punta anche la Camera penale, che sottolinea come "ai detenuti vada chiesta responsabilità, condivisione per le limitazioni che stanno sopportando ed è giusto si incrementino i contatti via Skype anche con i difensori, ma al contempo bisogna che le istituzioni preposte, l'amministrazione penitenziaria e la sanità pubblica, dicano con chiarezza come intendono affrontare l'emergenza nei luoghi di reclusione. È quindi opportuno che venga incrementato il ricorso alle misure alternative". Ora 55 detenuti del piano giudiziario sono stati trasferiti, ma gli altri stanno in cella tutto il giorno a causa dei danni riportati dall'istituto nella rivolta.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 marzo 2020
Continuano a ricevere telefonate dei reclusi in quarantena. I parenti del contagiato, ricoverato a Milano, non sono stati ancora autorizzati a parlare con i medici.
I familiari dei detenuti reclusi alla Sezione di Alta sorveglianza del carcere di Voghera continuano ricevere telefonate dei loro cari in quarantena, i preoccupati di una eventuale diffusione del contagio. Come già riportato da Il Dubbio, alla notizia del contagio i detenuti reclusi nel reparto As3 del settimo piano hanno protestato pacificamente, tanto poi da ottenere la possibilità di telefonare giornalmente ai familiari.
Sicuramente per ora c'è un black-out: diversi avvocati hanno mandato una Pec per chiedere spiegazioni, ma finora non hanno ottenuto alcuna risposta. Dare delle comunicazioni sarebbe opportuno per rasserenare gli animi che sono, comprensibilmente, agitati. Intanto il detenuto affetto da coronavirus è ricoverato al San Paolo di Milano.
Sono passati giorni e ancora i familiari non hanno avuto l'autorizzazione di poter comunicare con i medici per conoscere le sue condizioni. I legali hanno anche fatto istanza al Gip di Catanzaro per avere la possibilità di effettuare colloqui via Skype, sottolineando la disponibilità dei familiari nel donare un Pc o un tablet da mettere a disposizione per i pazienti del reparto ospedaliero. Ad oggi ancora nessuna risposta.
Il detenuto è entrato in carcere - in custodia cautelare - a dicembre scorso. L'uomo aveva parlato con i familiari lamentando di stare male, poi il ricovero presso l'ospedale civile cittadino. All'esito del tampone, poi trasferito all'ospedale milanese per la sua positività al Covid-19. Il suo legale spiega a Il Dubbio che hanno chiesto una relazione dalla direzione, ma finora ancora nulla.
"Le carceri sono sovraffollate - spiega l'avvocato Giuseppe Alfi del foro di Perugia e uno dei legali del recluso affetto da coronavirus - e la probabilità che possano verificarsi casi di contagio all'interno degli istituti penitenziari è elevata ed è da evitare in tutti i modi, anche perché si rischia di farli diventare dei lazzaretti. La cosa però più vergognosa da denunciare è che, questo mio cliente è stato male per due giorni con febbre altra e problemi respiratori senza essere preso in cura dal personale medico del carcere".
Prosegue ancora il legale: "Gli agenti penitenziari, non sapendo cosa fare e soprattutto non per colpa loro, avrebbero fornito al cliente della semplice tachipirina e dopo 4 giorni in queste condizioni sarebbe stato ricoverato presso l'ospedale San Paolo di Milano. A questo punto - si chiede l'avvocato Alfi - mi domando come è possibile che in un carcere dove i detenuti sono tenuti lontano dalla società sia stato possibile un contagio, soprattutto considerando che il detenuto non vedeva i propri parenti dal 15 di febbraio".
L'avvocato lamenta il fatto che l'uomo "è stato ricoverato senza avvertire familiari e gli avvocati. I familiari hanno avuto notizia del ricovero solo perché, preoccupati di non aver ricevuto la telefonata programmata del proprio parente hanno chiamato il carcere e dopo aver insistito per avere informazioni sono stati notiziati del ricovero". Infine il legale fa un appello al ministro della Giustizia e al presidente del Consiglio l'appello "affinché nell'ottica di evitare possibili contagi si evitino gli affollamenti negli istituti penitenziari concedendo gli arresti domiciliari ed assicurando una forte presenza di cure ed assistenza medica ai detenuti".
Intanto in altre carceri ci stanno pensando i magistrati di sorveglianza in sinergia con i direttori degli istituti. C'è l'esempio del carcere di Brescia dove hanno giocato di anticipo rispetto al governo. La direttrice Francesca Lucrezi si è mossa in autonomia già da qualche settimana fa, facendo istruire - in accordo con la magistratura di sorveglianza - già le pratiche per chi ha i requisiti per la detenzione domiciliare. Alcune difficoltà però le ha incontrate. Quali? La mancanza dei braccialetti elettronici. A pensare che, secondo la relazione tecnica del governo, i braccialetti già c'erano. O forse no?
di Sandra Lucchini
voxpublica.it, 21 marzo 2020
"L'abolizione dei colloqui con i famigliari, decretata dal governo Conte, non ha esasperato la quotidianità dei detenuti. La sostituzione via Skype li ha rasserenati". Giuseppe Porta, funzionario giuridico-pedagogico della Casa Circondariale, di Brissogne, riferisce la situazione di assoluta normalità all'interno dell'istituto penitenziario regionale. "La vita degli ospiti scorre come sempre - assicura. Abbiamo previsto un aumento dei colloqui con l'obiettivo di rasserenarli dopo l'annuncio della sospensione degli incontri con le famiglie".
L'educatore puntualizza una realtà penalizzante, di non facile soluzione: "Si è creata una spaccatura fra detenuti italiani ed europei con famiglia in Italia e detenuti extracomunitari a cui è preclusa ogni forma di contatto con i parenti. Situazione angosciante per molte di queste persone". Sottolinea: "Già in precedenza l'impossibilità di colloquiare con la famiglia era determinata dall'assenza di documenti per molti validi. Nessun clandestino ha accesso al carcere". Questo scoglio può essere superato nei casi in cui le famiglie hanno la possibilità di produrre alla direzione del carcere un contratto di telefonia fissa corredato delle generalità del detenuto per permettergli la comunicazione.
L'impegno della Polizia Penitenziaria, degli operatori sociali e del direttore ha scongiurato le insurrezioni accadute in molti altri penitenziari italiani. Il sovraffollamento di 240 detenuti a fronte di una capienza massima di 180, non ha scatenato ribellioni. I numeri, tuttavia, sono molto variabili. L'applicazione della normativa di 'svuotamento carceri' "penalizzerebbe gli stranieri - fa notare Giuseppe Porta -. I detenuti di Stati africani non avrebbero alcuna detenzione alternativa".
Quali sono le domande più frequenti della popolazione carceraria? "L'applicazione dei benefici di legge, con liberazione anticipata, in primis - risponde l'educatore. È possibile ottenerla se il detenuto dimostra un comportamento ineccepibile per almeno sei mesi. Se, poi, qualcuno, ha già un lavoro esterno, può sperare nella semilibertà".
La seconda richiesta, altrettanto frequente, è riferita all'articolo 21. Ovvero, l'opportunità di lavorare al di là delle mura. "È indispensabile, in questo caso, la compiacenza di un datore di lavoro. Il detenuto rientra in carcere dopo la giornata lavorativa". Il lavoro, vera àncora di salvezza per chi vive le giornate senza tempo dei penitenziari. Per tutti coloro che ambiscono al riscatto sociale, famigliare, lavorativo, affettivo.
E, quindi, un'occupazione, anche all'interno del carcere, rappresenta uno spazio vitale di notevole spessore per un dignitoso recupero esistenziale.
"È possibile, ma non nei settori dove sono richieste presenze fisse, con competenza consolidata. In altri ambiti, al contrario, vige la rotazione trimestrale", specifica Giuseppe Porta, con 34 anni di attività nell'istituto penitenziario, di Brissogne.
Tre decenni di esperienza lavorativa scandita da realtà emblematiche: "Ho vissuto il passaggio storico dell'agente di custodia, i famosi secondini, alla Polizia Penitenziaria. Ho accolto la nuova classe dirigente e, soprattutto, ho assistito al progressivo e notevole cambiamento del mondo dietro le sbarre, con l'arrivo, negli Anni Ottanta, di un numero consistente di detenuti stranieri ed extracomunitari", i ricordi di Giuseppe Porta.
di Sabina Coppola*
giustizianews24.it, 21 marzo 2020
Come Camera penale di Napoli avevamo chiesto un intervento a tutela della popolazione detenuta attraverso misure che consentissero di sfollare, nel più breve tempo possibile, gli istituti penitenziari. La rivisitazione della L. 199 del 2010 (prevista dal D.L. 18/2020, all'art. 121), contemplando l'adozione di misure ancora più stringenti, dimostra, purtroppo ancora una volta, che il Governo non ha la reale percezione di ciò che accade nei Tribunali e nelle carceri.
Alcuni Tribunali di Sorveglianza, tra i quali quelli di Napoli e Salerno, fortunatamente si sono subito attivati per limitare il più possibile il sovraffollamento carcerario (luogo di inevitabili assembramenti) ma eravamo tutti in attesa che il nuovo D.L. (arrivato, per i detenuti con 9 lunghissimi giorni di ritardo rispetto al 9 marzo) consentisse alla Magistratura di Sorveglianza di applicare una sorta di automatismo nella scarcerazione di quei soggetti che, per il residuo pena da scontare, per l'età o per le condizioni di salute, fossero più fragili o, comunque, più meritevoli di un regime alternativo alla detenzione.
La scelta del Governo rende la procedura ancora più difficile, finendo in concreto, per limitare la scarcerazione anziché favorirla!
Il detenuto che abbia un residuo pena da scontare tra i sei ed i diciotto mesi dovrà presentare una richiesta di detenzione domiciliare, la Polizia Penitenziaria - in piena pandemia - dovrà verificare la idoneità del domicilio, a quel punto bisognerà fare richiesta di un braccialetto elettronico e forse, quando l'emergenza sarà terminata, il Magistrato di Sorveglianza potrà concedere la misura alternativa. Non c'è polemica nella mia ricostruzione ma solo forte rabbia e dispiacere nel constatare che chi avrebbe il potere di intervenire a tutela degli ultimi della società, che al momento sono in pericolo di vita stando uno addosso all'altro, non perde occasione per non farlo.
Ed intanto inizia a circolare la notizia dei primi detenuti contagiati: cosa accadrà quando il virus si sarà esteso all'interno degli istituti penitenziari? Vieteremo le scarcerazioni e li lasceremo morire tutti nelle carceri per evitare che ci contagino?
*Avvocato e Consigliere della Camera Penale di Napoli
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