di Luigi Caiazza
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sentenza penale 5113/2020. L'obbligo contrattuale assunto dall'azienda appaltante di fornire all'appaltatore e al subappaltatore energia elettrica, gas e ossigeno, in mancanza di apparecchi sufficienti per l'areazione dei locali e il rifornimento di ossigeno la espone al rischio interferenziale previsto dall'articolo 7 del Dlgs 626/1994 - poi confluito nell'articolo 26 del Dlgs 81/2008 (il Testo unico sulla salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro) - la cui gestione grava sul committente.
Il principio è stato richiamato dalla Corte di cassazione, IV sez. penale, nella sentenza 5113/2020 deposita lo scorso 7 febbraio in cui è stata chiamata a decidere su un ricorso presentato dal committente e dal datore di lavoro di un'impresa appaltatrice, chiamati a rispondere e condannati in primo e secondo grado per l'infortunio mortale di un lavoratore dipendente dell'azienda esecutrice dei lavori di saldatura all'interno di una nave in costruzione a seguito di un incendio avvenuto nel doppio fondo di quest'ultima. L'infortunio era avvenuto per la presenza di ossigeno e di scintille causate dalla smerigliatura effettuata per eliminare le vernici e tagliare la parete dello scafo.
Fermo restando che l'azienda committente aveva assunto il compito di assicurare aspiratori e ventilatori alle imprese operanti sull'imbarcazione, e conseguentemente di coordinarne l'uso, nel corso del giudizio era stato anche rilevato che le lavorazioni eseguite dall'impresa appaltatrice, datore di lavoro del lavoratore deceduto, presentavano un rischio che non era esclusivamente proprio e specifico di tale impresa in quanto l'intera costruzione della nave comportava pericoli collegati all'esecuzione delle operazioni in ambienti angusti, accompagnati da pericolo di sviluppo di gas tossici, polveri e di incendi.
In questo contesto era stata, anzi, evidenziata una ingerenza della ditta committente, tramite proprio personale nella direzione delle lavorazioni eseguite dalle altre imprese operanti sull'imbarcazione, con la conseguente applicabilità del principio secondo cui in materia di infortuni sul lavoro, pur in presenza di un contratto di appalto, quest'ultimo non solleva da precise e dirette responsabilità il committente allorché esso assuma una partecipazione attiva nella conduzione e realizzazione dell'opera, in quanto, in tal caso, rimane destinatario degli obblighi assunti dall'appaltatore, compreso quello di controllare direttamente le condizioni di sicurezza del cantiere). La circostanza concretizza di fatto anch'essa un'interferenza che può verificarsi per gli eventuali contatti rischiosi tra l'attività lavorativa del committente e quelle delle diverse imprese che operano nella sede aziendale con attività differenti.
Relativamente, poi, alla possibile abnormità della condotta del lavoratore, invocata dalla difesa, la Corte di legittimità ha ricordato che essa ricorre soltanto quando il comportamento del lavoratore sia stato posto in essere del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli, fuori di ogni prevedibilità, lontano dalle ipotizzabili e imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro: fatto non successo nel caso di specie.
ivg.it, 12 febbraio 2020
"Dopo un lungo iter, oggi finalmente la proposta di legge sul Garante dei Diritti dei Detenuti è stata approvata in tutti i suoi articoli dalla commissione affari generali da me presieduta, e verrà votata nel prossimo consiglio regionale". Lo annuncia il capogruppo di Cambiamo in consiglio regionale Angelo Vaccarezza.
"All'inizio dei questa legislatura, insieme al consigliere Pastorino, a cui si è aggiunta la collega Salvatore, abbiamo predisposto questo ddl, al quale si sono affiancate altre iniziative che dal nostro testo sono state poi assorbite. Da oggi non siamo più fanalino di coda dell'Italia per quanto riguarda la figura del Garante dei Diritti delle persone detenute o private della libertà. Oggi, é sempre più importante l'esigenza di costituire una figura che promuova il rispetto dei diritti fondamentali delle persone recluse o comunque in condizione di limitazione della libertà personale". "Il Garante è fondamentale: favorisce la collaborazione di tutti gli enti, del mondo associativo e degli istituti penali, ivi compresi quelli per minori, è promotore di interventi utili a migliorare il livello di istruzione, di formazione e garanzia delle persone".
piacenzasera.it, 12 febbraio 2020
Circa 3mila confezioni di fragole vendute. A cui si aggiungono 2mila chili di ortaggi e 120 chili di miele ricavati da tre varietà diverse. E poi vasi, fioriere, accessori per la cucina, portachiavi, oggetti vari di decoro ed uso comune. Tutti realizzati a mano.
Sono questi, in sintesi e numeri alla mano, i frutti del lavoro di sei detenuti della Casa Circondariale di Piacenza coinvolti nel progetto eXnovo. L'iniziativa è promossa dalla cooperativa sociale L'Orto Botanico, che dal 2016 ha attivato una convenzione con il carcere cittadino avviando, nel tempo, quattro diverse attività: coltivazione e produzione di ortaggi, gestione del laboratorio di falegnameria, attività di apicoltura e - a partire dal 2018 nei terreni esterni alle mura di cinta - coltivazione di fragole, che avviene in partnership con l'Università Cattolica del Sacro Cuore (il primo raccolto è stato venduto presso l'Ipercoop di Piacenza).
Occasione per fare il punto della situazione sul progetto e raccogliere spunti di riflessione e suggerimenti, attraverso il confronto con altre realtà operanti nella produzione carceraria, è stata il convegno organizzato nella mattinata del 11 febbraio presso l'Auditorium Santa Maria della Pace in via Scalabrini, dal titolo "Il carcere che produce".
"Con il logo eXnovo, che significa da capo, si esprime pienamente il senso di un passaggio da un passato fatto di errori a una nuova vita all'insegna della legalità - ha evidenziato Consuelo Sartori, rappresentante della Cooperativa Sociale l'Orto Botanico, nello spiegare l'iniziativa. Un passaggio che si concretizza attraverso il lavoro: i numeri di questi primi anni di progetto sono enormi per un'attività che avviene all'interno del carcere.
Da un solo detenuto impiegato all'inizio, oggi se ne contano sei e, nel corso del 2020, l'obiettivo è arrivare ad undici. Per quanto riguarda la coltivazione di fragole, miriamo a triplicare la nostra capacità produttiva: è stata acquisita una nuova serra, grande il doppio rispetto all'attuale, per arrivare ad una teorica produzione di 12mila chili".
Il direttore della casa Circondariale di Piacenza, Maria Gabriella Lusi, ha quindi rimarcato i fondamentali aspetti sociali del progetto. "Un carcere che produce stimola tante riflessioni importanti - le sue parole -. Significa innanzitutto un carcere che vive e non sopravvive; che trasforma il tempo dei detenuti in un tempo di produzione e non di ozio.
Ma è anche un carcere che agisce in funzione delle norme dello Stato che fanno leva sull'importanza del lavoro. Lavoro - ha sottolineato - che non è solo retribuzione, ma soprattutto occasione personale di crescita, acquisizione di competenze e abitudine a tendere verso l'obiettivo. Ma si tratta di un servizio che va al di là del muro di cinta: il carcere che produce è un carcere che si apre al territorio, si apre al mondo libero per evolversi, se non altro perché riflette la società, nei suoi aspetti di forza e di criticità".
E poi un appello ai detenuti (uno di loro era presente al convegno, e al termine ha portato la sua testimonianza). "Il lavoro che state svolgendo - ha detto Lusi - è una grande opportunità, per riconoscere voi stessi un una dimensione di vita allineata e conforme alla normalità. Vi invito a non prenderlo come un punto d'arrivo, solo in questo modo potrà essere quell'auspicato ponte tra carcere e vita libera".
L'intervento del direttore del carcere di Piacenza è stato preceduto dalle parole del Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria dell'Emilia Romagna, Gloria Manzelli. "L'amministrazione penitenziaria non può essere lasciata sola - il suo appello - il resto deve arrivare dal territorio, dal tessuto sociale.
Fondamentale è il principio di responsabilità sociale della pena: il detenuto ha bisogno dell'aiuto di tutti per rientrare con dignità della società, in questo senso il lavoro costituisce l'elemento fondamentale all'interno del penitenziario. Nonostante gli sforzi c'è molto da fare, per questo chi vuole investire all'interno del carcere è benvenuto".
Il convegno è stato aperto dai saluti dell'Amministrazione comunale, rappresentata dagli assessori Paolo Mancioppi e Federica Sgorbati, e ha visto intervenire tutti i rappresentanti delle parti coinvolte nel progetto eXnovo: Tania Giovannini, per Coop Alleanza 3.0; Niccolò Rizzati, per l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza; Maria Teresa Filippone, Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria Casa Circondariale di Piacenza; Corinna Asta, Responsabile area educativa Casa Circondariale di Piacenza; Antonio Sartori, Volontario della Coop. soc. l'Orto Botanico. Inoltre è stato possibile anche ascoltare alcune testimonianze di altre realtà sociali che svolgono attività di produzione in istituti di detenzione italiani. Il convegno si è concluso con un rinfresco allestito da Piccoli Mondi - Asp Città di Piacenza.
Corriere di Como, 12 febbraio 2020
La rassegna "I classici dentro e fuori il Bassone" è un ponte culturale che lega i lettori reclusi con i lettori liberi. Promossa e organizzata dall'Associazione Bottega Volante, coinvolgerà anche quest'anno, per la terza edizione, un gruppo di detenuti della Casa Circondariale di Como. Un giorno al mese, da febbraio a dicembre, si leggeranno classici antichi e contemporanei per assaporarne l'intramontabile bellezza e ritrovare l'essenza della nostra umanità. Novità di quest'anno, tra i titoli scelti ci saranno anche cinque graphic novel. Il mondo dell'illustrazione è entrato nel progetto anche grazie all'associazione Slow comix: ventisei disegnatori hanno infatti reinterpretato i classici 2019 per il sito www.bottegavolante.org.
Quest'anno si scoprirà come Agota Kristof, Ismail Kadaré, Alan Bennett, Mary Shelley e Agatha Christie abbiano tanto da insegnare. E alcuni capolavori della letteratura - illustrati da disegnatori del calibro di Lorenzo Mattotti, Tim Hamilton, Marjane Satrapi e Art Spiegelman - regaleranno la bellezza delle immagini insieme a quella delle storie.
Con l'illustratrice romana Rita Petruccioli, ospite a Como il 23 marzo, si andrà invece alla scoperta del mondo degli illustratori italiani. Venerdì 21 febbraio alle 18, alla Libreria Feltrinelli di Como, il primo appuntamento del 2020 che sarà con "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury, uno dei più importanti testi di fantascienza distopica del Novecento (proposto anche nella versione graphic novel di Tim Hamilton).
Ospite il giornalista Paolo Moretti che dialogherà con Eletta Revelli e Katia Trinca Colonel. I commenti, le idee, le critiche e le impressioni dei detenuti verranno condivise con il pubblico in un'ottica di scambio tra "dentro" e "fuori". Info: www.bottegavolante.org.
ideawebtv.it, 12 febbraio 2020
La prima "lezione" si è tenuta il 20 gennaio e il programma prevede un percorso in 10 lezioni di affrancamento alla lettura dell'immagine fotografica, per poi arrivare a produrne alcune personalmente.
Tra le tantissime attività dell'associazione Progetto Har, sicuramente la più innovativa riguarda il percorso fotografico organizzato all'interno della casa di reclusione di Fossano e cominciato alcune settimane fa. "Il mondo inaspettato", così è stato intitolato.
L'idea è venuta ad Alice Borgogno, affiliata dell'associazione, che, dopo aver assistito a diversi spettacoli tra le mura penitenziarie, ha iniziato a chiedersi in che modo anche lei avrebbe potuto essere utile alla comunità della casa di reclusione. In un lampo l'idea di coinvolgere Ober Bondi, il presidente, che le è sembrata la persona giusta per questo tipo di iniziativa e che in effetti ha risposto subito con l'entusiasmo che lo contraddistingue. Il confronto con la direttrice dell'istituto Assuntina Di Rienzo e con la responsabile degli educatori Antonella Aragno hanno reso possibile il concretizzarsi dell'idea.
"Vogliamo offrire una diversa chiave di lettura della realtà che ci circonda, uno strumento in più per capire e abitare questo mondo" spiegano Alice e Ober "Dare un'altra via a chi ha trovato nel delinquere la sua via. È ormai dimostrato che i gruppi di detenuti che partecipano a programmi rieducativi e di lavoro nel periodo di carcerazione, hanno poi un tasso di recidiva (ovvero la probabilità di tornare a compiere reati al termine della pena) inferiore a coloro che non hanno questa opportunità. È dunque un vantaggio sì per il singolo, ma anche per l'intera comunità". La prima "lezione" si è tenuta il 20 gennaio e il programma prevede un percorso in 10 lezioni di affrancamento alla lettura dell'immagine fotografica, per poi arrivare a produrne alcune personalmente. Una mostra finale accoglierà gli scatti dei partecipanti.
di Giulia Melani e Katia Poneti
Il Manifesto, 12 febbraio 2020
Sono passati quasi tre anni dall'11 maggio 2017, l'antivigilia del trentanovesimo anniversario della legge Basaglia, giorno in cui l'ultimo internato uscì dall'Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Tre anni che hanno visto l'assestamento degli effetti del loro superamento, l'emersione e la denuncia di criticità, tentativi falliti di revisione (parziale) del sistema delle misure di sicurezza. La ricerca e la riflessione sulla disciplina relativa al malato di mente autore di reato non si sono arrestate. In questo filone, si inserisce il convegno che si è tenuto all'Università di Trento il 31 gennaio e 1 febbraio, organizzato dalla Facoltà di Giurisprudenza e dalla Camera Penale, sul tema "Infermità mentale, imputabilità e disagio psichico in carcere", trattato in chiave multidisciplinare.
È superata quell'emergenza Opg, che nel 2012 spinse il legislatore ad una riforma repentina, ma lasciava il codice invariato. Oggi diventa necessario ricentrare l'analisi su alcuni aspetti cruciali, quali: i rapporti tra psichiatria e diritto; i concetti di imputabilità e pericolosità sociale; il doppio binario e le misure di sicurezza; il disagio psichico in carcere.
Gli psichiatri e gli psichiatri forensi presenti al convegno hanno evidenziato la discrezionalità e opinabilità dei giudizi di incapacità e pericolosità sociale, spesso influenzati, come rilevato da Stefano Ferracuti, da bias del perito, alimentati dalla vaghezza dei concetti giuridici ed acuiti, come osservato da Gabriele Rocca, dalla mancanza di linee guida e standard nella formulazione dei quesiti. La denuncia di incertezza che proviene dalla stessa psichiatria chiama i giuristi ad una nuova riflessione sul concetto di imputabilità e sul doppio binario, che incarna, come ci ricorda autorevolmente Francesco Palazzo, l'approccio autoritario del Codice Rocco. La riforma che ha superato l'Opg, ha delineato una disciplina efficacemente definita da Marco Pelissero "a metà del guado", che manca di definire un'organizzazione condivisa delle Rems, apre all'ibridazione penitenziario/sanitaria e mostra i suoi limiti applicativi nel numero crescente di persone in lista d'attesa e nell'uso smodato delle misure provvisorie; nonché, come ricordato da Antonia Menghini, nella mancata definizione della condizione del malato di mente autore di reato, con infermità sopravvenuta.
Di fronte a un quadro denso di problematiche, la discussione vira sulla proposta, non nuova, ma rilanciata in questi giorni da Franco Corleone, di abolire la distinzione tra imputabili e non imputabili per vizio di mente (contenuta nel testo "Il muro dell'imputabilità"). Proposta nobile - come osserva il prof. Palazzo - ed ideologica, in quanto guidata dall'alto principio di equiparazione del folle e del sano. Un disegno assiologicamente fondato - come rilevato da Pelissero - ma che suscita perplessità sul piano attuativo, per timore che possa prodursi l'appiattimento del trattamento psichiatrico sulla logica custodiale e di quello penitenziario su quella psichiatrica.
L'abolizione della non imputabilità si fonda, come ricorda Corleone, sul riconoscimento di piena soggettività al malato di mente autore di reato e sul principio per cui "la responsabilità è terapeutica"; mentre il rischio di carcerizzazione del malato di mente autore di reato appare scongiurato dalla previsione di misure alternative (specifiche) al carcere e dalla maggiore attenzione alla salute mentale negli istituti penitenziari assicurata da una gestione esclusivamente sanitaria. A fronte di posizioni favorevoli, contrarie o critiche, appare positivo che su una proposta, spesso considerata provocatoria e scandalosa, si apra finalmente una seria riflessione. Del resto, come ricorda nelle conclusioni Gabriele Fornasari, questa opzione non è estemporanea, ma presente in alcuni ordinamenti, come quello svedese.
di Giulia Scatolero
La Stampa, 12 febbraio 2020
Aperte le prenotazioni per il nuovo spettacolo che Voci Erranti ha allestito con i reclusi del Morandi di Saluzzo. "Ulisse. Una storia sbagliata". È il titolo della nuova pièce che Voci Erranti organizza insieme ai detenuti del carcere di Saluzzo offrendo l'opportunità al pubblico esterno di entrare nel teatro della casa di reclusione. Le prenotazioni si sono aperte nelle scorse ore e si chiuderanno il 23 febbraio: lo spettacolo andrà in scena il 6, 7 e 8 marzo, alle 15 e alle 17. Per partecipare occorre scrivere a
È il 18º spettacolo saluzzese di Voci Erranti, nata nel 2000 all'interno dell'ex ospedale psichiatrico di Racconigi dopo l'esperienza di un laboratorio teatrale con un gruppo di malati ed infermieri psichiatrici. Dal 2002, al Morandi, organizza il laboratorio teatrale. "Siamo partiti con il desiderio di dare voce alle persone che vivono ai margini e con loro narrare e celebrare, fare memoria - spiega Grazia Isoardi, direttore artistico di Voci Erranti. Ulisse è l'eroe che più di ogni altro ci è vicino, contemporaneo, perché è imperfetto, non si sottrae all'avventura e si contraddice continuamente, non è mai sazio di scoprire e superare i propri limiti".
Il gruppo di detenuti ha già rivisitato il mito insieme a Isoardi, autrice del testo, Marco Mucaria, alla regia, e Simona Gallo, alle luci. Il risultato è la rappresentazione di una storia al contrario che semina dubbi e mette in risalto le fragilità umane.
"Si sono identificati nei compagni di Ulisse immaginando di invertire la storia perché sono loro a ritornare a casa e non l'eroe - specifica Mucaria. È una storia sbagliata così come sono state le loro vite caratterizzate dal forte desiderio di oltrepassare il limite di essere uomini invincibili, eroi improvvisati, padri inaffidabili, figli ingrati, compagni infedeli".
Uno spettacolo speciale perché inserito all'interno del progetto nazionale "Per aspera ad astra", portato in Granda grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo. "Mamma" dell'iniziativa tutta italiana è la compagnia teatrale della Fortezza di Volterra, tra le storiche realtà nate in una casa di reclusione: era l'88 quando il regista Armando Punzo la fondò. Accanto alla compagnia toscana l'Acri, associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa di cui la Crc fa parte.
Cuore del progetto stimolare la condivisione di esperienze e buone pratiche per "fare il punto", cogliere eventuali opportunità di sviluppo e insegnare un lavoro. "Siamo stati scelti dalla Fondazione Crc per un'esperienza che riteniamo sarà importantissima per la nostra associazione, ma anche per tutto il "mondo" carcere - spiega Isoardi. L'obiettivo è insegnare una metodologia per l'apprendimento dell'arte teatrale nelle case di reclusione".
Primo risultato, la messa in scena, con "Ulisse", di uno spettacolo in più rispetto alla tradizionale unica pièce annuale. Secondo aspetto positivo avere un'occasione per imparare e formare. "Saranno coinvolti 30 detenuti - prosegue Isoardi: 20 reciteranno sul palco, 5 impareranno il mestiere di tecnico dell'audio e delle luci altrettanti quello di tecnico della scenografia".
Tutti detenuti di alta sicurezza, vista la recente trasformazione dell'istituto a carcere esclusivamente dedicato ad internati appartenenti alla criminalità organizzata. "Faranno formazione attraverso corsi e workshop anche gli operatori che operano nel Morando a partire da noi di Voci Erranti" conclude il direttore artistico.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 12 febbraio 2020
Se la Libia costituisce un assaggio delle nostre potenzialità, come minimo resta moltissimo da fare. Da quando russi e americani hanno cancellato di comune accordo (anche se non lo ammetteranno mai) il trattato Inf che vietava gli euromissili, la questione della sicurezza europea ha acquistato una nuova urgenza. Troppo passivo davanti alle nuove minacce del dopo-guerra fredda e troppo sicuro di una protezione statunitense meno scontata di un tempo, il Vecchio Continente ha incassato a fatica i dissensi transatlantici degli ultimi tre anni. E ora che aumentano le probabilità di rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, in Europa cresce in parallelo un inedito tormento strategico: dove e con quale consenso sociale si possono trovare le risorse per far avanzare il progetto della difesa europea, oppure quello, più realizzabile, di un pilastro europeo all'interno della Nato e dell'alleanza con l'America? Come evitare di essere schiacciati in un futuro prossimo dalla tenaglia strategica e tecnologica Usa-Cina, con la Russia che non starà certo a guardare? E ancora, come promuovere l'unità di intenti almeno tra i principali Stati della Ue, essendo chiaro a tutti che non può esistere una sicurezza comune senza volontà politica comune? La Russia e la Turchia, davanti al tardivo risveglio dell'Unione, hanno avuto di recente l'involontaria cortesia di offrire all'Europa un banco di prova capace di collaudare le sue nuove inquietudini: la Libia.
Un conflitto a noi vicino, legatissimo agli interessi europei a cominciare da quelli italiani, e per di più osservato con scarso interesse dagli Stati Uniti che più volte hanno invitato gli alleati a provvedere per proprio conto. Ebbene, se di collaudo si è trattato va detto che i risultati sono stati sin qui assai deludenti. Alla vaghezza retorica e agli errori passati dell'Italia si sono aggiunti i timori di fallimento della Germania, e così la conferenza di Berlino è diventata un esercizio diplomatico troppo affollato che ha prodotto un libro dei sogni senza impegni precisi da parte di chi tiene il dito sul grilletto. Tutti hanno detto "sì" ma ognuno si regola come vuole, la tregua e lo stop ai rifornimenti militari sono rimasti concetti in gran parte astratti, si parla anche in Italia di "missione europea" senza precisarne il ruolo e senza valutarne le necessarie premesse, restano inevasi interrogativi come quello che riguarderebbe Misurata (dove c'è un ospedale italiano protetto da forze italiane) nel caso il cirenaico Haftar decidesse di attaccarla, e le linee del confronto militare disegnano di fatto una spartizione della Libia che nessuno dichiara di volere.
Se la Libia è un assaggio delle potenzialità di una nuova sicurezza europea, il meno che si possa dire è che resta moltissimo da fare. Ma sul tavolo dell'Europa prossima ventura non c'è soltanto la Libia. C'è, anche, quel Boris Johnson che ha appena celebrato la parte più facile della Brexit e si prepara a una guerra negoziale con Bruxelles su quella più difficile. Non solo, perché resta da scoprire quale sarà la politica estera di Johnson. Quella nazionale e spesso vicina all'Europa esibita in tema di Huawei e 5G, oppure quella appiattita sugli Usa (i precedenti non mancano) mostrata pochi giorni dopo elogiando, nell'imbarazzo degli altri alleati, il "piano del secolo" di Trump sul conflitto israelo-palestinese? L'interrogativo è cruciale, perché gli europei vorrebbero mantenere inalterata, se non allargare, la collaborazione con Londra in tema di sicurezza e di difesa. Cosa che potrebbe non piacere a Washington, particolarmente in campo industriale. C'è la nevrosi politica tedesca davanti al declino dei partiti tradizionali e della cancelliera Merkel, che si traduce in un indebolimento dell'intero progetto europeo.
E poi c'è la Francia, diventata grazie al divorzio con Londra l'unico Stato europeo a possedere un seppur modesto arsenale nucleare. Cosa intendeva Emmanuel Macron quando nei giorni scorsi si è detto disposto ad associare altri Paesi europei al potere deterrente della Force de frappe? L'Eliseo ha respinto un suggerimento venuto da un parlamentare tedesco volto a porre le forze atomiche transalpine sotto comando Ue o Nato, ma se esiste davvero una via alternativa da mettere al servizio dell'autonomia strategica dell'Europa, fin dove vorrà e potrà spingersi un Macron che alle ultime europee ha soltanto pareggiato con Marine Le Pen e che tra poco dovrà affrontare una nuova campagna presidenziale? Di certo le parole del capo dell'Eliseo hanno fatto risuonare un campanello in molte cancellerie europee a cominciare da quella di Berlino, e le prospettive della mezza apertura di Parigi sembrano migliori, e soprattutto meno divisive, del coinvolgimento della Russia sollecitato da Parigi.
L'Italia, se non fosse per l'industria della difesa che di norma difende bene occasioni e interessi, brillerebbe per la sua assenza da un simile dibattito. Indipendentemente dalla sorte futura dei progetti europei, si tratta di un errore non nuovo che soltanto in parte può essere giustificato dalla demagogia propagandistica e dalle liti permanenti che caratterizzano la nostra politica interna. A mancare è una consapevolezza fondamentale, che la pace si difende con una valida struttura di sicurezza, non con l'arrendevolezza, la vulnerabilità o l'incertezza dei trattati. Anche perché così si lascia spazio a una non nuova suggestione di certa destra americana, secondo cui l'Italia starebbe meglio rompendo con l'Europa e assumendo, con l'aiuto Usa, una ipotetica quanto poco probabile leadership nel Mediterraneo. Come dirci che continuiamo a essere il ventre molle dell'Europa, quello che più facilmente può essere allontanato dai suoi veri interessi nazionali.
di Gennaro Malgieri
Il Dubbio, 12 febbraio 2020
Dalla Francia, al Sud America all'Africa e all'Oriente le classi dirigenti sotto accusa per l'avanzare delle povertà. La sfiducia genera inquietudine e per tenerla sotto controllo i governi scelgono di solito la strada più breve: l'adozione di politiche "securitarie" per ristabilire l'ordine.
Ma la repressione, doverosa in molti casi onde evitare tragedie, provoca l'indignazione le cui motivazioni sono quasi sempre riconducibili alle reazioni contro corruzione, costo della vita, disordine sociale, emergenza climatica, compressione dei diritti civili, pensioni. Il tutto fa parte di un quadro dai colori lividi che possiamo, senza esagerazione, intitolare al neo- liberismo che ispira tanto le scelte economico- sociali che le modalità per difenderle. Insomma, il popolo contro le élites o le oligarchie è un fenomeno contagioso che se fino a poco tempo fa era diffuso nelle società affluenti adesso si verifica anche in quelle meno progredite sotto il profilo della ricchezza e della dilatazione dei bisogni e dei desideri.
Si ha la sensazione che il disordine mondiale stia prendendo piede senza alcun coordinamento, creando le premesse di una sorta di "rivoluzione permanente" contro il potere "ammaestrato" dal grande capitale finanziario, che non di rado alimenta il malaffare tanto nei regimi militari che quelli sedicenti democratici.
Insomma, la sfiducia generale nelle pratiche globaliste che attengono alla distribuzione della ricchezza e all'alimentazione di necessità fittizie, veicolate da una tecnologia sempre più aggressiva della quale, paradossalmente, gli "indignati" sono attratti ed affascinati salvo poi contestarne gli esiti che si riassumono nelle devastanti ineguaglianze sociali, sta facendo breccia ovunque, ma soprattutto nei Paesi nei quali sono piuttosto consolidati gli aspetti democratici e di controllo.
Il "caso francese" è emblematico al riguardo. E giornali e televisioni non possono fare a meno di documentare la più massiccia e continuativa contestazione al potere in un Paese europeo dalla fine della guerra che ha delegittimato il presidente e il suo governo.
La Francia di Emmanuel Macron è un laboratorio di contraddizioni che sono fuori controllo. E sul banco degli imputati, per quanto lo si nasconda, vi sono le politiche neo-liberiste del presidente nato e cresciuto negli ambienti dell'alta finanza che al momento opportuno se n'è servito per consolidare le sue posizioni turbo- capitaliste.
Il malessere ha cominciato a manifestarsi nell'autunno 2018. I gilets jaunes lanciarono il primo sasso. Macron si era messo in testa di aumentare il carburante agricolo per incamerare quattrini ai danni degli agricoltori. Il ceto medio comprese che non era soltanto una categoria ad essere penalizzata poiché la filiera del disagio avrebbe coinvolto tutti e si unì ai contestatori. Sbocciò da qualche parte l'idea, tutt'alto che peregrina, secondo la quale Macron era davvero il "presidente dei ricchi" che lo avevano eletto costruendogli un partito in grado di eliminare quelli tradizionali.
Si sono poi aggregati i ferrovieri e gli studenti, ma le fiamme si sono alzate quando il governo ha varato la riforma delle pensioni che sta facendo diventare la Francia incandescente poiché riguarda tutti anche gli avvocati che disertano le udienze e platealmente gettano le toghe davanti ai Palazzi di Giustizia.
Con la riforma pensionistica, che non tocca i più abbienti, Macron ha istituzionalizzato una rottura generazionale, dal momento che i lavoratori nati prima del 1975 non rientreranno nel nuovo sistema che contemporaneamente stabilisce, come ha scritto Serge Halimi su "Le Monde diplomatique", "con il pretesto dell'uguaglianza, che i quadri superiori non avranno più una pensione a ripartizione oltre un certo stipendio".
Ciò significa che dovranno rivolgersi ai fondi pensionistici per assicurarsi la quota complementare. Chi gestisce tali fondi sono i privati che si arricchiranno maggiormente con la trovata macroniana, mentre il Presidente ha promesso un regime derogatorio per tutti coloro che "assumono funzioni sovrane di protezione della popolazione", vale a dire i poliziotti, le forze dell'ordine. I beneficiari della politica "securitaria".
A Macron ovviamente interessa far quadrare i conti, ma a spese delle classi più deboli. Come ha osservato Sylvain Cipel sull'americano "The New York Review of Books", la riforma porterà "necessariamente un appiattimento verso il basso delle pensioni per milioni di lavoratori, e i vantaggi persi non saranno compensati da stipendi più alti". Perché lo sta facendo? Certo, per ridurre il debito pubblico mettendo le mani nelle tasche dei cittadini più indifesi, come i pensionati appunto. Tuttavia il vero obiettivo, come ha sottolineato il giornale americano, "non è tanto gestire in modo più efficiente le pensioni, ma ridurre i costi. E la strategia del governo per farla approvare è stata dividere i lavoratori, dicendo a quelli del settore privato che per tutelare le loro pensioni era necessario abolire i privilegi di quelli del settore pubblico".
Insomma, teoria e prassi della diseguaglianza formulate e portate avanti da un presidente che, come ha detto un intellettuale tra i più noti in Francia, il quale da giovanissimo previde la fine dell'impero sovietico con un libro di raro acume, La chute finale, Emmanuel Todd, "la lotta di classe è tornata". Contro ogni possibile immaginazione mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri e tutti insieme contro il governo, dagli agricoltori ai pensionati, dagli studenti ai ferrovieri, agli avvocati a coloro che immaginavano, dopo aver letto il libro-manifesto di Macron, Révolution del 2016, che una nuova stagione s'apriva, ma non pensavano nel modo opposto a come la descriveva il giovanotto di Amiens. Per fortuna, tutti hanno capito che a beneficiare della riduzione delle pensioni e dei salari sarà l'élite che ha "inventato" Macron verso il quale la stragrande maggioranza dei francesi comincia a pensare che nutra "obiettivi nascosti".
In aggiunta, per compiacere l'industria del lusso o del superfluo, legata all'establishment, il sindaco socialista di Parigi, Anne Hidalgo, mentre finge di perorare cause ecologiste, lascia che i grandi edifici della città vengano rivestiti di luminescenti ed obbrobriosi cartelloni pubblicitari di marchi glamour e telefoni cellulari; il ministro dei trasporti sponsorizza carriere nel suo settore e fa sapere che nei prossimi anni serviranno trentamila autisti per mettere sulle strade gli "autobus Macron" in un Paese nel quale l'ecosistema non è dei migliori.
E il trasporto ferroviario? Va penalizzato perché il numero dei dipendenti è eccessivo, come in tutte le imprese pubbliche. L'iper-liberismo viaggia su gomma a Parigi. La Francia fa più notizia degli altri Paesi, ma non è sola nel quadro della disintegrazione del sistema economico, finanziario ed anche morale.
La rivolta tunisina che dieci anni fa inaugurò la mostruosità politica delle "primavere arabe"; la nascita coeva del movimento degli Indignados in Spagna che mise soqquadro il Paese, ma si fermò prima di varcare i confini per la risibilità di una organizzazione senza idee, animata da rancore e risentimento; la successiva mobilitazione degli studenti cileni, e nel 2009, l'apparizione a Wall Street di Occupy, fenomeno poco indagato che comunque diede voce ad un malessere diffuso, sono stati derubricati ad episodi estemporanei di insoddisfazione delle classi subalterne. Ma quei fuochi si sono mai del tutto spenti. E di tanto in tanto in altre forme emanano bagliori.
Per esempio, nessuno poteva immaginare disordini a Beirut, dove si protesta contro la corruzione che le élites finanziarie mondialiste stanno alimentando a scapito dei ceti più deboli, appropriandosi delle ricchezze nazionali e dove infuria la "guerra islamica" tra bande contrapposte.
A Santiago del Cile, dove nell'ottobre scorso una rivolta, tenuta in qualche modo sotto controllo, originata da una protesta studentesca per l'alto costo dei biglietti dei mezzi pubblici, tiene il agitazione la popolazione: da più di tre mesi, infatti, i manifestanti si riuniscono a Plaza Italia (ribattezzata Plaza Dignidad) che divide i quartieri ricchi da quelli poveri della capitale, invocando una società più giusta; le rivendicazioni, che riguardano la sanità, l'istruzione, il sistema pensionistico, i trasporti, hanno un dato comune: il cambiamento della Costituzione che è ancora quella dell'80 voluta da Pinochet.
Il fuoco di Santiago potrebbe incendiarne il Cile e in allarme non è non soltanto il presidente Sebastian Pineira, bensì la popolazione immiserita da una gestione dissennata da parte del governo la cui politica è funzionale alla tutela delle classi più agiate contigue al potere che ha progressivamente depauperato il Paese fino a creare sacche di vero e proprio disagio sociale al quale hanno tentato di reagire sia i più poveri che cospicue fasce del ceto medio.
Anche in Sudan (la rivolta del Pane) si lotta contro il carovita responsabile dell' impoverimento progressivo di tutti coloro che non partecipano al banchetto dell'oligarchia, mentre l'Iraq non si sa più se è una nazione e la mattanza continua "normalmente", favorita dall'Iran dove pure manifestazioni di segni diversi e contraddittori hanno mandato in confusione gli ayatollah e nello Yemen si uccide per un boccone di pane o per un'oncia di khat, la droga dei poveri.
Ogni giorno in questi Paesi - al netto di quelli dove sono in corso vere e proprie guerre, a cominciare dalla Siria - c'è qualcuno che muore o viene arrestato. Come a Hong Kong, dove da mesi, il regime cinese ha lanciato un'offensiva che non si placa per zittire chi protesta contro l'estradizione verso Pechino (che non era nei patti del ricongiungimento), mentre è alle prese con la conquista del mondo ed una strana malattia che sta facendo centinaia di migliaia di vittime.
L'America Latina, dall'Ecuador al Perù, dalla Bolivia al Brasile, è attraversata da un malcontento diffuso alimentato da profonde diseguaglianze socio-economiche. Per non parlare della crisi endemica che sta letteralmente facendo saltare il Venezuela una volta tra le più floride nazioni sudamericane.
L'Algeria - e non è il solo Paese africano dove tensioni acutissime rischiano di sfociare in violenze di regime e riapparizione di terroristi - vive giorni di grande incertezza dopo le elezioni- farsa del successore di Bouteflika ed il controllo ossessivo dei militari sulla società, mentre l'inquietudine attraversa il Marocco dove da mesi non si sa che fine abbia fatto la regina: lotte di potere che minano l'azione di governo. Nel contempo tra Marocco, Algeria e Mauritania, popoli dimenticati come i Saharawi si stanno letteralmente estinguendo perché non rientrano nei piani del Fondo monetario internazionale: la fame e l'indignazione li distrugge, il loro capitale è la povertà assoluta, senza patria e senza speranza di averne una.
L'anno appena passato, insomma, è stato segnato da una serie di rivolte popolari che hanno contestato duramente l'ordine economico globale, chi nutre la corruzione a spese dei più deboli, chi se ne frega del mondo che soffoca nei miasmi della produttività che deve garantire il profitto a pochi, gli avanzi a tutti.
E megalopoli oscene, dall'Africa all'America Latina, si popolano di disperati e di immondizia nociva che dal mondo dei ricchi viene venduta a chi si nutre di scarti e veleni, prima o poi esploderanno e non sarà per dare ad esse un nuovo ordine, ma per reclutare il terrorismo nelle pieghe del malessere, come avviene in Nigeria, nel Mali, in Sierra d'Avorio, mentre la malavita imperversa tra la povertà delle favelas brasiliane, ecuadoregne, boliviane, chiudendo bocche e lo stomaci con droga e prostituzione (da consumare nel nord del mondo, ovviamente) a milioni di disgraziati.
Popoli in rivolta. Angosce planetarie. Il fashion style illumina la povertà più indecente. E l'Occidente libero e l'Oriente rosso sono sempre di più la stessa cosa. Del resto si sono spartiti la disperazione pagandola con le illusioni a poco prezzo. È la prassi dei coloni del neo-capitalismo per chi non l'avesse capito.
di Marco Perduca
Il Riformista, 12 febbraio 2020
Il 15 giugno del 2000 Enrico (Chico) Forti fu ritenuto colpevole di "aver personalmente e/o con altre persone, allo stato ancora ignote, agendo come istigatore e in compartecipazione, ciascuno per la propria condotta e/o in esecuzione di un comune progetto delittuoso, provocato dolosamente e preordinatamente la morte di Dale Pike".
Life without parole, ergastolo senza condizionale, fu la pena comminatagli da una giuria di Miami per "omicidio di primo grado a scopo di lucro". Il processo durò poco più di un mese senza che elementi di prova consolidati venissero portati dall'accusa. Life without parole solitamente si riserva per crimini efferati o a criminali incalliti. Da quasi 20 anni Chico, che non intende dichiararsi colpevole, lotta perché il suo processo venga riaperto. Le prove raccolte successivamente, grazie all'incessante minuzioso lavoro di amici, parenti, esperti e persone che negli anni si sono interessate al suo caso, potrebbero sovvertire la sentenza. Occorre trovare il bandolo della matassa.
L'amministrazione della giustizia negli Usa, come dappertutto del resto, è tutt'altro che senza macchia: a conflitti d'interessi, uso politico di casi clamorosi, corruzione diffusa s'aggiunge un intreccio procedurale degno d'un percorso di guerra dove, inciampati sul primo ostacolo, non si ha una seconda possibilità. Secondo la Farnesina gli italiani detenuti all'estero sono 3.278 (non pochi se paragonati ai 60.971 ristretti in Italia al 31 gennaio scorso), uno su 5 ha riportato una condanna, tre su 4 sono in attesa di giudizio: l'80% è in Europa, il 14% nelle Americhe, il resto in giro per il mondo. Se ne parla poco e alle volte basta "poco" per migliorare le loro condizioni detentive o riportarli a casa.
Ci sono innocenti, colpevoli, adulti, ragazzi, a volte anche a rischio di pena di morte, dietro ogni storia ci sono altrettante famiglie che vivono l'incubo della lontananza e quello dell'impotenza di fronte a errori giudiziari, sciatterie, corruzione, macchinazioni o mancanza di democrazia nel Paese dov'è arrestato il parente. Dal 2008 esiste Prigionieri del silenzio, un'associazione che di questo s'interessa - non sempre il Governo è presente per come potrebbe.
Sono anni che, con fortune alterne, si parla di Chico Forti - recentemente in particolare grazie alle Iene - ma anche quando l'attenzione istituzionale era ai massimi livelli è mancato quel "coraggio politico" necessario per inquadrare la complessità del caso nella cornice del rispetto dei diritti umani, degli obblighi del giusto processo e delle relazione Italia-Usa.
E proprio su questo, grazie al lavoro del giudice Ferdinando Imposimato e delle certosine ricostruzioni della criminologa Roberta Bruzzone, che assieme al Senatore Giacomo Santini ci confrontammo a più riprese con la Farnesina di Frattini e quella di Terzi nella speranza che un passo nei confronti del Governatore della Florida potesse esser fatto. Parte di quella documentazione è diventata poi un libro, ma il dossier con oltre 100 elementi di prova non è mai stato utilizzato per riaprire il processo - complice anche qualche errore procedurale dei primi legali statunitensi di Chico.
La sentenza Forti lasciò esterrefatto chiunque avesse seguito il processo, pareva infatti impossibile che una giuria potesse ritenere Chico colpevole di omicidio "oltre ogni ragionevole dubbio" a fronte delle prove flebili e confuse del Procuratore che tra l'altro non trovarono mai riscontri fattuali. Una successiva verifica indipendente della fondatezza di quelle "prove circostanziali" produsse una tale quantità di dubbi che il sospetto che i fatti fossero andati in modo completamente diverso è divenuto certezza per tutti coloro che hanno partecipato alla ricostruzione di quelle ore tragiche.
Nel febbraio del 2012 da Senatore, e l'anno successivo da semplice cittadino, ho incontrato Chico in carcere in Florida su segnalazione di Marco Pannella. Durante le nostre visite, più simili a riunioni di lavoro, Chico ripercorse per filo e per segno gli ultimi tre giorni della sua vita da libero cittadino. Racconti a cui ero stato preparato da Roberto Fodde, l'amico che mi aiutò in quelle occasioni e che, successivamente, cronometro alla mano, mi fece fare il giro dei luoghi del delitto per come descritti dai documenti processuali incrociandoli con le contro-deduzioni preparate dall'attento studio delle carte. Un sopralluogo illuminante mai effettuato dall'accusa.
Forti non chiede trattamenti speciali, offre l'opportunità di unirsi a lui nella ricerca dell'affermazione di una versione dei fatti alternativa alle speculazioni pregiudizievoli dell'accusa. Il recente interessamento di diversi parlamentari e membri del Governo lascerebbe ben sperare. L'8 febbraio è stato il compleanno di Chico, le curve di San Siro gli hanno dedicato un enorme striscione, ricevere un chiaro impegno da parte della Repubblica italiana per ridargli una speranza di giustizia gli farà sicuramente altrettanto piacere.
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