di Viviana Mazza*
Corriere della Sera, 21 marzo 2020
La ragazza ha passato due anni in cella. L'udienza rimandata ancora una volta, a causa dell'emergenza coronavirus. L'attivista saudita Loujain Al-Hathloul non è apparsa in tribunale l'altro ieri a Riad: la seduta è stata rinviata di nuovo, come già una settimana fa, a causa dell'emergenza coronavirus. "I nostri genitori hanno il divieto di lasciare l'Arabia Saudita ma potevano andare a trovarla una volta la settimana in carcere. Ora non possono più, anche le visite sono state sospese per timore dei contagi", dice al Corriere la sorella Lina, che vive a Bruxelles. Preoccupata, chiede l'immediato rilascio di Loujain, una dei 17 attivisti per i diritti umani - quindici donne, due uomini - arrestati quasi due anni fa.
Era il 17 maggio 2018. Un giornale pubblicò le loro foto sotto il titolo "Traditrici". Le accuse: minare la stabilità del Regno con l'assistenza economica di "entità straniere" e sovvertire le tradizioni nazionali e religiose. Cinque di loro - Samar Badawi, Naseema al-Sada, Nouf Abdulaziz, Maya'a al-Zahrani e la stessa Loujain al-Hathloul - restano in prigione e dovevano apparire in tribunale. Gli altri sono stati provvisoriamente rilasciati, ma tenuti sotto stretta sorveglianza, con il divieto di usare i social e rilasciare interviste, in attesa di giudizio.
Tra le prove presentate contro Loujain Al-Hathloul, ci sono un noto viaggio in macchina che intraprese nel 2014 dagli Emirati fino al confine saudita e i video condivisi sui social mentre era alla guida; inoltre, un'intervista con una tv americana e una sua domanda d'impiego presso gli uffici delle Nazioni Unite. Nel 2014, dopo aver annunciato le sue intenzioni a 228.000 follower su Twitter, la giovane, allora venticinquenne, con studi in Canada e laurea in letteratura francese, partì da Abu Dhabi con una regolare patente ottenuta negli Emirati. Quando cercò di entrare in Arabia Saudita fu arrestata. Non era la prima volta che attiviste come lei finivano in manette per aver chiesto di poter guidare. Ha colpito comunque che sia successo di nuovo nel 2018, un mese prima che quel diritto fosse finalmente concesso alle saudite. "Loujain è stata fermata mentre guidava da Dubai ad Abu Dhabi. È stata bendata, costretta a salire su un aereo e portata in Arabia Saudita", dice Lina. "Un rapimento".
L'unico loro crimine - ha dichiarato Human Rights Watch - sembra essere l'aver voluto che le donne guidassero prima che lo volesse il principe Mohammad bin Salman, che mira a diventare il prossimo sovrano dell'Arabia Saudita. Le sue recenti riforme economiche e "sociali" - a partire dalla perdita di potere della polizia religiosa - sono state accompagnate dalla repressione del dissenso e di ogni minaccia percepita contro il suo potere. Nell'ottobre 2018, il principe ereditario dichiarò in un'intervista che quelle attiviste erano spie che volevano destabilizzare il Paese e c'erano prove; poi un anno dopo - forse anche a causa dello scandalo dell'omicidio di Jamal Khashoggi per mano dei servizi sauditi- Mohammad bin Salman si è limitato a dichiarare che il caso "è di competenza della magistratura".
Lina afferma che il messaggio è chiaro: le riforme sono concesse dall'alto ai sudditi, non sono diritti per cui si lotta. Giura che continuerà a parlare di sua sorella finché non sarà libera. Nel dicembre 2018 i familiari hanno denunciato che Loujain è stata sottoposta a torture con l'elettroshock, frustate, "waterboarding" e denudata da ufficiali della sicurezza che l'hanno aggredita sessualmente. La famiglia ha chiesto una perizia medica, il Regno ha negato tutto.
Le torture fisiche sono cessate - dice Lina - ma non quelle psicologiche. In uno degli ultimi tweet prima dell'arresto del 2018, Loujain citava una frase del principe Mohammad: "Non abbiamo la situazione migliore al mondo per i diritti umani, ma stiamo facendo grandi passi avanti".
L'attivista commentava: "Dichiarazioni come questa sono rassicuranti, riflettono un chiaro interesse per le norme internazionali. Possiamo fare un salto avanti, migliorare la reputazione del Regno e provare la serietà di queste affermazioni rivedendo i casi dei prigionieri di coscienza". Un appello che ora viene rilanciato da Lina: "Mia sorella e gli altri non sono criminali, ma prigionieri di coscienza. Lasciateli andare se volete provare che il Regno è cambiato".
*Ha collaborato Farid Adly
di Rossella Grasso
Il Riformista, 20 marzo 2020
Negli ultimi giorni l'emergenza Coronavirus ha imposto misure ancora più dure nelle carceri limitando i colloqui tra detenuti e parenti e scatenando così proteste in tutta Italia. Per sopperire all'emergenza ci ha pensato la Cisco, la grande multinazionale delle telecomunicazioni che ha aperto svariate Academy nelle carceri Italiane tra cui Bollate. Ed è proprio da qui che è partita la sperimentazione di video-colloqui che sono stati possibili grazie alla piattaforma Webex. Così i detenuti hanno potuto vedere e parlare con i propri familiari ed evitare ulteriori tensioni all'interno dell'istituto.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 20 marzo 2020
"Aspettiamo che il decreto "Cura Italia" dia i primi risultati". Mauro Palma, Garante Nazionale delle persone Private delle Libertà Personali, fornisce dati e ragiona sulla delicatissima situazione del Paese e dei sui detenuti nel tempo del Covid-19. Dopo le insurrezioni, i morti e il primo caso di Covid-19 nell'Istituto penitenziario di Voghera, in attesa che si torni all'ordine in seguito ai decessi nei giorni scorsi, Mauro Palma - Garante Nazionale delle persone Private delle Libertà Personali - riflette sullo scollamento tra carcere e società, preesistente al Covid-19. Restando vigili, affinché i provvedimenti del Decreto Cura Italia si rivelino efficaci, oppure vadano rivisti.
di Giorgio Spangher
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Si prevedono domiciliari e dispositivi elettronici per chi sconta residui di pena. Ma in realtà decide il magistrato e ci sono poche cavigliere. E si lascia in carcere chi è in custodia cautelare, cioè non colpevole. Pochi braccialetti, ultima parola al magistrato di sorveglianza, imminente accesso di altri detenuti ai requisiti che prevedono i domiciliari per i detenuti. Sono molte le perplessità suscitate dalle misure contenute nel decreto Cura Italia per limitare la diffusione del virus nelle carceri.
di Amedeo La Mattina
La Stampa, 20 marzo 2020
I Dem Verini e Mirabelli: si rischia una bomba sanitaria negli istituti penitenziari. Decongestionare le carceri, evitare la bomba sanitaria innescata nelle celle, neutralizzare la tensione che ha messo a ferro e fuoco molte istituti di pena, diminuire lo stress della polizia penitenziaria: il Pd vuole convincere il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a rendere più facile la concessione dei domiciliari, snellendo le procedure.
di Ornella Favero
Vita, 20 marzo 2020
La presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia commenta le misure del Decreto #CuraItalia relative al carcere: "Soluzioni deboli e inadeguate, in luoghi in cui c'è fame di tutto, di spazi più accettabili, di cure, di informazioni attendibili".
di Enrico Deaglio
Venerdì di Repubblica, 20 marzo 2020
Quando tutto ciò finirà - sì, ma quando? - i sopravvissuti racconteranno le mille storie del tempo del primo Coronavirus. Temo che gli "avvenimenti di Modena" saranno dimenticati; resteranno comunque, grazie a questi annali. Dunque, le cose precipitarono domenica 8 marzo 2020, alla notizia delle misure restrittive del governo; in 27 penitenziari ci furono proteste, per il timore del contagio, per le condizioni di vita, per la sospensione dei colloqui con i famigliari.
Gli episodi più gravi avvennero nel carcere S. Anna di Modena (aperto m1991, pensato per 369 posti, ma occupato da 548 detenuti). La tv mostrò incendi e colonne di fumo, i cronisti parlarono di locali devastati, di scontri con le guardie, di feriti. Poi giunse la notizia di un morto. Poi, di due. Passò la notte e i morti erano diventati tre. Poi, di un balzo, sei.
Tutti i detenuti vennero trasferiti in altre carceri. Tre feretri furono fatti uscire tra due spaventate e minacciose file di poliziotti in tenuta antisommossa più mascherina. Alcuni, probabilmente famigliari, erano lì per chiedere notizie. Un breve filmato mostra un battibecco tra un poliziotto in borghese e un maturo signore. Si coglie solo la frase, in pesante accento emiliano: "Allora aveva ragione Hitler che li mandava tutti nelle camere a gas".
Ma non era finita. Nei giorni successivi, si apprese che altri detenuti erano morti, in altre carceri; ma erano sempre quelli di Modena, trasferiti. La cifra finale, denuncia la Camera Penale di Modena, "lascia sgomenti": tredici morti. Sicuramente un record per l'orribile sistema carcerario italiano, che pure ha conosciuto le raffiche di mitra alle Murate di Firenze (1975), la strage nel carcere di Alessandria (1974), il massacro nel carcere di Poggioreale durante il terremoto del 1980, le torture nel carcere di Bolzaneto nel 2001, i misteri dell'Ucciardone e del 41bis.
Una settimana dopo ancora non si sapeva quasi nulla. Chi erano i detenuti, di che nazionalità, di che età, per quale reato erano in carcere? Erano morti per botte, coltellate, spari? No. Secondo i responsabili del penitenziario, "ufficiosamente", i tredici sarebbero morti per un'overdose di metadone, il succedaneo dell'eroina legalmente usato per alleviare le crisi di astinenza dei tossicodipendenti.
Per legge, il metadone in carcere è conservato in bottiglie da un litro nella cassaforte dell'infermeria e viene distribuito, alla bisogna, in bicchierini di plastica da personale autorizzato. Si lascia quindi pensare che un gruppo di detenuti abbia forzato la cassaforte (o se la sia fatta aprire) e abbia bevuto il metadone a garganella.
Perché? Nessuno lo sa, ma si può pensare a una sorta di ebbrezza di libertà, o a una pulsione suicida. Ma, dicono gli esperti, il metadone raramente provoca overdose negli adulti, e tantomeno a scoppio ritardato. E quindi forse è stato un mix di farmaci. Si potrà sapere solo dopo i risultati della perizia tossicologica, tra cinque o sei mesi. Ma chissà se avremo tempo per questa storia, tra cinque o sei mesi.
di Franco Corleone
dirittiglobali.it, 20 marzo 2020
Il rischio che si sta correndo nelle carceri in questo tempo malato è l'ecatombe. Va detto a chiare lettere e ad alta voce, perché troppi non vogliono vedere e sapere. E soprattutto, chi ne ha il potere e il dovere, non sembra voler provvedere. Ciò accade per la situazione obiettivamente drammatica e difficile che questo maledetto virus ha creato nel mondo e - in modo almeno per il momento più tragico e accentuato - in Italia, ferita da oltre 30mila contati e 2.500 decessi. Anche e assieme, per non dire soprattutto, le carceri si trovano a rischio tracollo per gli errori catastrofici sin qui commessi dal ministro della Giustizia e dal vertice del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
Mancata prevenzione, scarsa lungimiranza, incompetenze, comunicazione imprecisa, disattenta o sbagliata. L'ultima lunedì 17 marzo sera, con una nota del Dap che, confermando la notizia del primo caso di positività al Covid-19 di un detenuto nella Casa circondariale di Voghera, ha aggiunto un inciso esplosivo, dagli effetti imprevedibili, come ben immagina chiunque capisca qualcosa di carcere e della contagiosità della paura, specie se costretti in luoghi chiusi e affollati: "Si tratta di uno dei rari casi, dieci fin qui, di positività che sono stati riscontrati fra i detenuti sull'intero territorio nazionale in oltre venti giorni", ha comunicato il Dap.
Una nuova proverbiale scintilla lasciata distrattamente cadere in una polveriera. Si tratta di una reiterazione diabolica, dopo i disordini degli scorsi giorni.
Per confermare il caso di Voghera, insomma, il Dap comunica per la prima volta l'esistenza di altri nove detenuti colpiti dal virus, senza premurarsi contestualmente di fornire dettagli e rassicurazioni, sui luoghi, le ipotesi sulle origini ed eventuali rischi di estensione del contagio, sulle modalità di isolamento e trattamento dei reclusi risultati positivi. Magari lo farà in seguito, ma intanto la miccia è stata accesa, con la diffusione della notizia nei telegiornali della sera.
Lo stesso era accaduto nei giorni scorsi con la relazione al Parlamento da parte del ministro Bonafede: approssimata, lacunosa, reticente. E dunque pericolosa. Senza che, peraltro, alcun parlamentare abbia ritenuto di eccepire, di esigere le informazioni e i dettagli che il ministro aveva colpevolmente e incredibilmente omesso.
I vertici politici e amministrativi delle carceri sono così riusciti in una impresa straordinaria: siamo tornati ai detenuti sui tetti, alle rivolte che avevamo visto quaranta o cinquanta anni fa, alla disperazione, alla violenza e alla repressione. E al silenzio di Stato.
La morte di tredici persone (9 detenute a Modena, di cui 4 dopo il trasferimento; 3 a Rieti; 1 a Bologna) è stata archiviata come un dettaglio irrilevante, forse perché "stranieri" e "tossicodipendenti", almeno secondo le parzialissime, e altrettanto lacunose e omissive, informazioni di stampa. Di quelle 13 persone per molti giorni non sono stati neppure diffusi i nomi. Trattati come morti anonime, simili alle tante migliaia lasciate altrettanto colpevolmente morire nel cimitero marino del Mediterraneo.
Intanto, un altro detenuto si è suicidato a Porto Azzurro, uno è morto a Udine: corpi a perdere.
Garanti delle persone private della libertà, magistrati di sorveglianza, operatori, associazioni e volontari, chiunque abbia buon senso e non sia accecato dal populismo penale (come purtroppo parte non piccola e anzi crescente delle forze politiche e dei loro rappresentanti in Parlamento) chiedono da tempo, e con più urgenza in questi giorni, provvedimenti seri e tempestivi per consentire l'uscita dal carcere in affidamento sociale o in detenzione domiciliare a quelle migliaia di persone attualmente recluse con pene, o residue di pene, brevi da scontare.
Il governo invece ha disposto misure ridicole, palliativi, che rischiano di alimentare in chi è chiuso in una cella - per giunta sovraffollata -paura e disperazione, e dunque poi facilmente anche rabbia, con grandi rischi per la salute e per la convivenza in un momento delicatissimo.
Bisogna pure necessariamente ricordare che il sovraffollamento è in buona parte determinato dalla legge antidroga in vigore, decennale parto insano e criminogeno di una visione ideologica, proibizionista e a-scientifica promossa o sposata da diversi partiti e governi succedutisi nel tempo.
Certo è difficile che rivedere quella normativa diventi una scelta di questo governo che, per bocca della ministra Lamorgese, solo un mese fa annunciava un decreto per mandare in galera anche i responsabili di fatti di lieve entità. Ricalcando così le orme e l'impostazione in materia del governo e ministro precedenti, quel Salvini che evidentemente ha fatto scuola.
Tutto ciò ha prodotto la situazione disastrosa di oggi. Anche perché nessun responsabile si dimette o viene rimosso. Se mai, prima o poi, viene promosso (do you remember Genova 2001?)
Il diritto alla vita e alla salute è maggiormente in pericolo nel luogo proprio dove le persone sono affidate allo Stato; quei diritti costituzionali sono attribuiti al servizio sanitario nazionale, ma le Regioni sono distratte e poco sensibili.
Da qui, da queste consapevolezze, dobbiamo partire. Anzi, ripartire. Dalla Costituzione e da una visione del carcere e della pena centrata sul reinserimento sociale.
Anche per rinverdire questa cultura, quella del "liberarsi dalla necessità del carcere", sta nascendo - e speriamo che, con il concorso di molti riesca presto a decollare e a produrre risultati - questo Comitato per la verità e giustizia sulle morti in carcere.
Perché non c'è riforma e cambiamento possibili se la prigione continua a essere non solo una discarica sociale, ma anche un antro buio e opaco, dove i suoi responsabili non sono chiamati alla chiarezza, alla responsabilità, alla legalità.
Verità e giustizia, dunque. Il Parlamento faccia il suo mestiere e chieda conto. Chi ne ha l'obbligo istituzionale risponda, non gli sia più consentito di balbettare o di omettere come ha fatto sinora. Noi, come associazioni, come Garanti, come cittadini impegnati, continueremo a fare il nostro dovere e tutto ciò che ci sembra necessario per sollecitare, denunciare, approfondire.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Denuncia del Partito Radicale contro il Ministro della Giustizia e il Capo del Dap. Il reato ipotizzato è quello di procurata epidemia colposa mediante omissione. Il Partito Radicale, impegnato nell'iniziativa "messaggio alle istituzioni" in relazione alla situazione delle carceri in tempo di coronavirus e all'organizzazione della Marcia di Pasqua-Amnistia per la Repubblica, ha ieri inviato a tutte le Procure della Repubblica una denuncia nei confronti del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini.
Il reato ipotizzato è quello di procurata epidemia colposa mediante omissione. La denuncia è stata presentata dai dirigenti del Partito Maurizio Turco, segretario; Irene Testa, tesoriera; Rita Bernardini e l'avvocato Giuseppe Rossodivita, membri del Consiglio generale.
La denuncia parte dal presupposto che il governo ha adottato misure "draconiane" volte a garantire l'unico presidio al momento esistente per evitare il diffondersi dell'epidemia: la distanza tra le persone fisiche. In caso di violazione dei divieti posti con una serie di Dpcm vi sono infatti varie sanzioni penali. Ma i dirigenti radicali sottolineano che ciò è valido per tutte le categorie di persone, tranne le persone detenute e per coloro che con i detenuti sono a stretto contatto come gli agenti penitenziari. Tutto questo, si legge sempre nella denuncia, mentre persino in uno Stato caratterizzato dal dispotismo teocratico, qual è l'Iran, si sono liberati oltre 50.000 detenuti per contenere il contagio, i malati, i morti, sia tra la popolazione detenuta, sia tra la popolazione non detenuta.
I membri del Partito Radicale denunciano che è in atto un sovraffollamento carcerario che riporta ai numeri precedenti la nota sentenza pilota della Cedu, cd. Torreggiani (da ricordare che l'esponente radicale Rossodivita è stato l'avvocato che ha difeso davanti alla Corte Europea, due dei detenuti che con i loro ricorsi hanno prodotto la nota sentenza), dove i giudici di Strasburgo evidenziarono come il sovraffollamento delle carceri italiane porti ad una strutturale violazione dei diritti umani fondamentali.
Ma nonostante ciò, si legge nella denuncia, nulla è cambiato. Quindi la distanza sociale, secondo la denuncia mandata a tutte le procure d'Italia, è di difficile attuazione. Infatti viene ricordato che, ad oggi, i contagiati con il Covid sono 10. Un sovraffollamento che rende l'assenza degli spazi fisici per consentire un eventuale isolamento per i detenuti contagiati. Secondo i membri del Partito Radicale i provvedimenti sinora assunti dal Ministro Competente e dal Capo del Dap "sono stati e sono del tutto insufficienti ad evitare la propagazione dell'epidemia in carcere ed anzi hanno provocato delle inammissibili rivolte violente in 27 carceri su tutto il territorio nazionale, con un bilancio di guerra: 15 morti tra i detenuti, oltre 50 agenti feriti, fughe di massa".
Viene evidenziato che secondo il quadro disegnato dall'ordinamento penitenziario, in estrema sintesi, la persona detenuta è presa ' in cura' dallo Stato il quale, almeno per ciò che concerne l'esecuzione di pene definitive, lo priva della propria libertà e lo coinvolge, ("almeno in teoria", si evidenzia nella denuncia) in percorsi trattamentali rieducativi per poi riconsegnarlo alla società, dopo l'espiazione della pena, quale persona migliore di quella che è entrata.
Così lo Stato avrebbe vinto, ma secondo il Partito Radicale così non è e "che esiste una distanza siderale tra ciò che è scritto nelle norme, pur esse precettive, e la disastrosa situazione reale e ciò già di per sé segna la distanza con uno Stato di diritto". Nella denuncia si cita un'analisi del magistrato e presidente di Md Riccardo De Vito apparso su Questione Giustizia e un articolo de Il Dubbio sull'emergenza sanitaria che ha scoperchiato una pentola in ebollizione, "lasciando in superficie tutta la drammaticità di una situazione carceraria, ormai al collasso".
di Elisabetta Costa*
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Gherardo Colombo, in un'intervista sul Corriere della Sera del 18 marzo, oltre a citare l'articolo 27 della Costituzione - le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità - in un inciso dice che "non sarebbe disdicevole" usa una formula diplomatica "avere notizie precise" - non dice "indagare", troppo diretto e presterebbe il fianco a obiezioni e critiche - sui 13 morti nelle carceri italiane a seguito delle proteste dei giorni scorsi.
Nei giorni delle proteste Daria Bignardi era davanti a San Vittore mentre persone sul tetto con lo striscione "indulto" gridavano: "Non siamo bestie". Colombo non crede alla versione del furto di metadone nelle infermerie del carcere e di morti per overdose. Non ci credo neppure io.
Non solo perché è davvero fantasioso che 13 (ho sentito anche 14) persone siano morte tutte per lo stesso motivo, ma perché l'overdose potrebbe esser stata di calmante iniettato dal personale carcerario per sedare gli animi, e non solo. È prassi nelle carceri (milanesi per quanto io sappia ma forse non solo) utilizzare punture di sedativi per calmare i detenuti. Le testimonianze sono tante, così come l'invito molto forte, spesso accompagnato da minaccia di non accesso a benefici, di assumere psicofarmaci durante la detenzione. Sono ipotesi molto gravi a cui non si può opporre indifferenza.
Il coronavirus è arrivato nelle carceri. Il sovraffollamento non aiuta. Occorre immediatamente trovare vie liberatorie, misure differenti, offrire occasioni di riscatto sociale. Il cpv dell'art. 27, "tendere alla rieducazione dei condannati" come va inteso, se non come opportunità di riscatto. La civiltà non può erigere un muro alla speranza senza sparire.
Lo sperimentiamo in questi giorni di permanenza domiciliare per ragioni sanitarie, in cui sopportiamo la compressione massima di vari diritti di rango costituzionale: l'art. 2, i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle forme sociali ove si svolge la sua personalità, l'art. 4, il diritto al lavoro, l'art. 13, la libertà personale è inviolabile, l'art. 16, libera circolazione nel territorio nazionale, l'art. 17, il diritto di riunione, per il valore della salute espresso nell'art. 32 della Costituzione.
L'art. 32, al cpv, prevede che "la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana". Siamo solidali con i medici, con il personale sanitario, con il personale carcerario e dobbiamo trovare la via della salute in ciascun settore della società.
Anche le case per gli anziani stanno vivendo giorni difficili, con il personale che li assiste e con i parenti che non possono avvicinarsi. Desidero portare loro un grazie e il messaggio che l'immunità esige l'accoglienza, esige l'ascolto, esige la sospensione di ogni giudizio sull'Altro (che non è altro se non il contraltare del giudizio di sé, posto che l'Altro resta inconoscibile, irrappresentabile, insopprimibile, come ci dice all'estremo l'esperienza di questi giorni) e rimanere aperti al miracolo, a ciò che va oltre il nostro sguardo, il nostro calcolo. Il miracolo: ciò che va oltre la nostra mira.
*Avvocato









