di Catello Vitiello
Il Riformista, 11 febbraio 2020
Il tema sembra impopolare, ma difendere la prescrizione non significa difendere l'impunità: in un sistema liberale che voglia tutelare il patto sociale tra l'individuo, la comunità e lo Stato, le tutele all'interno del processo penale non sono mai troppe, come confermato dallo straordinario lavoro dei Padri costituenti.
Per sostenere la cancellazione della prescrizione alcuni commentatori - anche illustri - indebitamente si riferiscono a un argomento squisitamente territoriale, dimenticando che l'Italia è l'unico Paese al mondo che fonda - ancora oggi - il proprio sistema penale su un codice pre-repubblicano, voluto nel 1930 dal regime fascista, un codice penale Stato-centrico, che parte infatti dalla difesa della personalità dello Stato e che tutela il bene "vita" dopo oltre 300 articoli. Nonostante le numerose modifiche additive e modificative che hanno garantito la sopravvivenza di questo codice, restano le sue specificità stridenti rispetto all'attuale ordinamento costituzionale e agli odierni orientamenti di politica criminale.
Pur tuttavia, la prescrizione fu inserita già nel codice fascista perché sin da allora si comprese la necessità di bilanciare la pretesa punitiva dello Stato e l'effettività dell'allarme sociale causato dal fatto di reato. La prescrizione è dunque una garanzia indefettibile per una società democratica e per uno Stato di diritto, scolpita fra i capisaldi della nostra Costituzione.
Andando con ordine e partendo dalla fine: la prescrizione è servente alla funzione pubblica ai sensi dell'articolo 111 della Costituzione. Cancellarla in ragione di una - solo presunta - maggiore efficienza dei processi penali comporterà un innegabile "prolasso" processuale in netta antitesi rispetto alle coordinate volute dal legislatore costituzionale del 1999, allorquando ha elevato a principi inderogabili di rango costituzionale sia il giusto processo, fondato sull'effettiva capacità dimostrativa della pretesa accusatoria del pm, sia la ragionevole durata, senza la quale si allenterà la tensione sociale sul disvalore penale della condotta.
La prescrizione è, poi, servente all'individuo, stanti il secondo e il terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione. Mentre dalla considerazione di non colpevolezza discendono numerosissimi corollari relativi al rapporto verità storica/verità processuale, al rapporto pm/giudice e al "sacrificio del giudicare" (come lo definì Leonardo Sciascia), così implicando l'illegittimità di congelare sine die la prescrizione e, di conseguenza, di mantenere un presunto innocente "eternamente giudicabile"; dal principio di rieducazione della pena discende la necessità costituzionale che la sanzione penale punti al recupero e alla risocializzazione del condannato: è tipico di uno Stato illiberale punire una persona dopo tanti anni dalla commissione del fatto di reato.
È giusto che la potestà punitiva dello Stato abbia un tempo, un limite, eccettuati i casi di crimini gravissimi per i quali si prevede un tempo più ampio o, addirittura, la imprescrittibilità, in modo che siano perseguibili in ogni tempo. Uno Stato liberale punisce i colpevoli per risocializzarli e non per vendetta.
Il diritto di difesa previsto dall'articolo 24 della Costituzione rappresenta, inoltre, l'architrave del giusto processo e della presunzione di non colpevolezza perché, vista la sua inviolabilità, prelude il rispetto di tutte le garanzie e destina il doveroso equilibrio in quel patto sociale fra individuo e collettività messo in crisi dal processo penale. E, per questo, una difesa che possa dirsi efficace ed effettiva se, da un lato, non può essere compressa dal tempo, dall'altro deve esplicarsi in modo da verificare il rispetto dell'onere della prova e fronteggiare le distorsioni di un sistema che, gestito dagli uomini e non da superuomini o esseri superiori, è fallibile.
E allora, non esistono "cavilli" tirati fuori da un cilindro come fossero conigli, bensì eccezioni che, se fondate, possono comportare sì una dilatazione dei tempi del processo, ma a causa di errori commessi da chi ha l'esclusiva dell'azione penale o della verifica della stessa. Se a tanto si aggiunge, poi, che ogni rinvio delle udienze, richiesto per impedimenti riconducibili agli imputati o ai difensori, comporta per legge la sospensione del termine prescrizionale, si comprenderà agevolmente come gli avvocati non abbiano alcuna possibilità di procrastinare i processi per arrivare alla prescrizione e come i magistrati debbano essere diligenti e non commettere errori, rispettando le regole processuali poste a base dello Stato di diritto. Del resto, il 60% delle prescrizioni matura nel corso delle indagini preliminari, laddove il difensore non ha poteri di sorta e i tempi dipendono solo ed esclusivamente dai magistrati del pubblico ministero.
In questa disamina di principi costituzionali, l'inviolabilità della libertà personale di cui all'articolo 13 della Costituzione assegna un peso specifico all'individuo, la cui libertà non può essere violata se non in forza di una doppia riserva, di legge e di giurisdizione. La prescrizione avvalora questa inviolabilità rappresentando, in concreto, la cifra della deroga prevista: in tanto potrà violarsi la libertà di un uomo, in quanto la giustizia faccia il suo corso in tempi certi!
Infine, l'articolo 3 sempre della Carta consente di comprendere in che modo può definirsi incostituzionale sia l'assimilazione fra condannati e assolti sia l'esclusione dei soli assolti proposta dal presidente del Consiglio. Mentre la sospensione sine die (recte, cancellazione) della prescrizione dopo la sentenza di primo grado - di assoluzione o di condanna che sia - vìola il principio di uguaglianza formale di cui al primo comma dell'art. 3, perché assolti e condannati non rappresentano un medesimo punto di partenza. Al contempo, l'abolizione della prescrizione per il solo condannato vìola l'uguaglianza sostanziale indicata dal suo secondo comma, dal momento che in situazioni diverse lo Stato deve predisporre le medesime garanzie per ottenere eguali risultati (in pratica, dinanzi a diversi punti di partenza, occorrono mezzi e strumenti per raggiungere gli stessi obiettivi).
In definitiva, pur salvando l'assolto resta l'incostituzionalità per il condannato ed è, quindi, certamente illegittima una prescrizione a due velocità, per la mancanza di equità nella differenziata sorte processuale (con termini certi per il primo e senza alcun termine per il secondo), in assenza di un fondamento giustificativo della disparità di trattamento.
In realtà, o non si conosce il problema o non si vogliono vedere le soluzioni, visto che in un sistema accusatorio: si dovrebbe, innanzitutto, fare i conti con il principio di obbligatorietà dell'azione penale, posto che un potere di selezione dei fascicoli cui dare priorità già esiste e determina un peso specifico nella statistica delle prescrizioni; in secondo luogo, sarebbe opportuno modificare il regime delle notificazioni e responsabilizzare, così, di più il ruolo dell'avvocato difensore; ancora, sarebbe necessario rivisitare la pianta organica dei tribunali, affinché il rinvio di un processo non superi un tempo compatibile con i principi di oralità e immediatezza della prova; infine, bisognerebbe iniziare a discutere seriamente di separazione delle carriere e di responsabilità dei magistrati prima ancora di immaginare una responsabilità in solido dei difensori in caso di ricorsi inammissibili.
Occorre, infatti, ridisegnare i confini del potere giudiziario come non è stato fatto nel 1988, prima dell'entrata in vigore del nuovo codice, ristabilendo un equilibrio fra indagini e processo, fra magistratura requirente e giudicante, e ricostituendo un sistema processuale democratico che sia presidio dello Stato di diritto senza dimenticare una verità ineludibile: la giustizia è gestita dagli uomini e la sua fallacia sta nella sua necessaria umanità. Proprio per questo il giudizio degli uomini deve essere legato a regole ferree e stringenti, perché non diventi giudizio morale, giudizio etico, giudizio politico o, più semplicemente, pregiudizio.
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
Il leader di Italia Viva: "Se per bloccare il nostro lodo Annibali il governo pone la fiducia sul Mille Proroghe, noi sfiduciamo il ministro". Crimi, capo reggente m5s: "Dite che volete la crisi". Franceschini: "Vuol dire che sfiduciate l'intero governo". L'idea è: non siete voi che ci cacciate dal governo, siamo noi a chiedere che Bonafede non ne faccia più parte. Ecco la logica con cui Matteo Renzi alza ancora la posta in gioco sulla prescrizione, fino ad annunciare "la mozione di sfiducia" nei confronti del guardasigilli.
L'impennata arriva di sera, alla riunione dei parlamentari di Italia Viva. Dopo che il renziano Roberto Giachetti aveva sfoderato per primo l'ipotesi: "Se continuano con le forzature sulla prescrizione, il ministro della Giustizia si troverà con una bella mozione contro, questo è pacifico...". Rilancio che il Movimento 5 Stelle tratta fin dall'inizio senza trascurarlo come un bluff qualunque: il capo politico reggente Vito Crimi replica che "gli attacchi e le costanti minacce sono inaccettabili: se intendono aprire la crisi lo si dica chiaramente, si faccia secondo modi e procedure istituzionali. A quel punto", è la sfida, "gli italiani sapranno chiaramente chi vuole fare il loro interesse e chi no".
Il muro grillino è puntellato da Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali e capo delegazione dem nel governo: "Se un partito di maggioranza minaccia di sfiduciare un ministro, sta minacciando di sfiduciare l'intero governo". Parole che danno la misura della tensione. Il clou arriva con la riunione dei gruppi parlamentari di Italia Viva. Renzi dà ai suoi la seguente linea: "Se per impedirci di emendare il Mille Proroghe col lodo Annibali ponessero la fiducia, noi rilanceremmo con la mozione su Bonafede. Si fa sul serio".
Campo di battaglia definito: primo round sul lodo Annibali, già presentato da Italia Viva a Montecitorio, dov'è destinato a non passare. Proposta come emendamento al Mille Proroghe, la modifica congela per un anno l'efficacia della norma Bonafede sulla prescrizione, in vigore dal 1° gennaio. Il "lodo" porta la firma della deputata Lucia Annibali, capogruppo di Italia Viva nella commissione Giustizia della Camera. Renzi (che è senatore) lo riproporrebbe a Palazzo Madama, dove ha i numeri dalla sua. A quel punto il governo presenterebbe un maxiemendamento depurato dal lodo Annibali e blindato con la fiducia. Italia viva non la farebbe venir meno. Ma presenterebbe appunto la mozione anti guardasigilli. Convinta che sarebbe sostenuta dall'intera opposizione. E forse da qualche franco tiratore dem.
Chiosa di Renzi alla pre-riunione di mezza sera: "Non si molla neppure di un centimetro. Dicono che mi fermo per aspettare le nomine. Si vede che non mi conoscono". Concetto sdoganato, nel giro di pochi minuti, dal limbo dei retroscena: l'ex premier lo mette per iscritto anche sui social network. Mentre lui affila le armi, il resto della maggioranza ha le polveri bagnate. Almeno sul lodo Conte bis. Resta problematica l'idea di proporlo come emendamento al solito Mille Proroghe. Parte anche la contraerea di Forza Italia: "Tutti i costituzionalisti ritengono illegittimo inserire nel decretone una norma di quel tipo sulla prescrizione", dice Mariastella Gelmini, "se il presidente della Camera Fico desse via libera, ci rivolgeremmo al Capo dello Stato Mattarella affinché preservi le prerogative del Parlamento". Sempre nel pre-mach della riunione di Italia Viva, la ministra renziana Teresa Bellanova conferma che "se la prescrizione resta com'è il governo rischia". Tanto per chi non l'avesse capito.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
Il Radicale Quintieri: "abusato da quattro persone mentre era sotto psicofarmaci". Alla Casa circondariale di Udine si sarebbe verificato uno stupro nei confronti di un giovane detenuto da parte di alcuni reclusi. A denunciarlo è Emilio Quintieri, già consigliere nazionale dei Radicali Italiani. La vittima, giovanissima, alla sua prima esperienza detentiva, da tempo affetto da problemi psichici ed in cura presso il Centro di Salute Mentale di Udine.
"Lo stupro - denuncia Quintieri - stando a quanto riferitomi, sarebbe avvenuto all'interno della camera di pernottamento ad opera di quattro detenuti che avrebbero approfittato di lui mentre era sotto l'effetto di psicofarmaci".
Ma non sarebbe finita qui. Sempre secondo la ricostruzione di Quintieri, dopo un breve periodo di degenza nel Reparto Infermeria dell'Istituto ove gli sarebbero stati applicati alcuni punti di sutura al retto, pare che il giovane sia stato riportato nella stessa camera ove precedentemente è stato oggetto di violenza sessuale.
"Secondo quanto mi è stato riferito - continua Quintieri - dopo aver subito lo stupro non parlerebbe più e avrebbe l'intenzione di suicidarsi, cosa che, peraltro, ha già più volte tentato di fare nel recente passato". Dopo aver appreso questa storia agghiacciante, tutta ancora da verificare, Emilio Quintieri ha prontamente segnalato il caso al garante locale del Comune di Udine, della Regione Friuli Venezia Giulia e all'autorità del garante nazionale delle persone private della libertà. Ha chiesto alle Autorità Garanti di attivarsi, con la massima urgenza, "per verificare di persona quanto accaduto, sollecitando l'immediato trasferimento di questo ragazzo presso una struttura sanitaria esterna attrezzata per il trattamento delle problematiche di cui è portatore verificando, altresì, se i responsabili del reato di violenza sessuale siano stati deferiti all'Autorità Giudiziaria competente".
Ma è possibile che un giovane ragazzo, appena maggiorenne, con problemi mentali sia stato messo in una cella con quattro detenuti adulti? Se è così, possibile che non ci sia stata una maggiore attenzione? Restano sullo sfondo due grandi problemi. Uno il discorso della salute mentale in carcere, l'altro è quello degli stupri che avvengono nelle case circondariali. Quest'ultimo problema è un vero e proprio tabù.
Ai dati sul sovraffollamento e i trattamenti inumani e degradanti che inducono molti detenuti a togliersi la vita, devono essere aggiunti quelli legati agli abusi sessuali. Violenze sessuali che vengono taciute, alcune volte, persino dalle associazioni umanitarie per un incomprensibile senso del pudore.
Gli attivisti di EveryOne - un'associazione che si occupa dei diritti umani - tramite una non recente ricerca stimarono, considerando anche la mancanza di strumenti atti a tutelare gli internati dagli abusi, che si verificano nelle case circondariali italiane almeno 3mila casi di stupro ogni anno. È un dato che corrisponde al 40% degli stupri totali che avvengono in Italia.
"Quando entri in carcere - rivelarono alcuni ex - detenuti a EveryOne - se sei giovane o comunque hai un aspetto gradevole, c'è il rischio di essere violentato dai reclusi che hanno più potere e considerazione nella gerarchia che esiste dietro le sbarre". Ma non solo, gli ex detenuti raccontarono all'associazione che "molti ragazzi si tagliano le braccia, le gambe, il petto, il viso e compiono altri atti di autolesionismo per sottrarsi a tali pratiche, mentre altri tentano il suicidio".
La violenza su un giovane in carcere non è considerata un atto omosessuale, ma una manifestazione di forza virile e di potere. La questione della salute mentale è una criticità notoria nel sistema penitenziario. Si tratta di un disagio che non trova sufficienti strumenti di trattamento nell'istituzione penitenziaria: ad oggi sono soltanto 44 le articolazioni di salute mentale attive nei quasi 200 istituti penitenziari e soltanto due sono i reparti psichiatrici. È un fenomeno che ogni giorno mette alla prova il personale di polizia penitenziaria chiamato a gestire situazioni di natura patologica che non sono comprese nella sua formazione professionale e nei suoi compiti.
di Beniamino Caravita
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
La Costituzione non può essere sacrificata. Ma quel che lascia perplessi è che la discussione sia tutta ideologica e senza approfondimenti. Se si vuole giocare a tombola (una tombola un po' più lunga, perché tarata sui 139 articoli della nostra Costituzione) con le violazioni della Costituzione compiute dalla nuova disciplina della prescrizione, anche secondo quanto sembra di capire dal cosiddetto lodo Conte2, la cinquina è presto trovata: il primo numero sorteggiato è sicuramente il 27: nel nostro ordinamento vigono i principî della presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva di condanna, principio messo in pericolo dal rischio di "fine processo mai", innescato da una prescrizione infinita, e della finalità rieducativa della pena, finalità che viene messa nel nulla dall'esercizio della pretesa punitiva statale che arriva dopo decenni dalla commissione del fatto). Il secondo numero estratto è il 111, vale a dire l'articolo in cui viene sancita una riserva rinforzata di legge, con cui la Costituzione chiede al legislatore di intervenire per garantire la ragionevole durata del processo, nella sua connessione con il 117, che richiama il rispetto degli obblighi internazionali, tra cui la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, alla cui stregua siamo stati più volte condannati.
Sul tabellone poi compaiono il 3, che tutela l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, messa invece a rischio dallo strampalato meccanismo secondo il quale la prescrizione continua a decorrere in caso di assoluzione in primo grado, mentre è sospesa nel caso di condanna, salvo un retroattivo recupero in caso di assoluzione in secondo grado; il 24, che sancisce il diritto di difesa, quale principio supremo e inviolabile della nostra Costituzione, in grado di resistere anche alle norme di derivazione europea, diritto di difesa il cui esercizio non distingue tra eccezioni sostanziali e eccezioni procedurali (potrebbe mai un avvocato rinunziare ad eccepire un errore di notifica o una erronea composizione del collegio?); il 97, che fissa il principio di buon andamento e imparzialità, che per giurisprudenza consolidata si applica anche all'attività giurisdizionale, che viene messo a rischio da riforme non pensate e non tarate sulla realtà degli uffici giudiziari, senza tener conto dei numeri reali dell'impatto della prescrizione e della fase in cui l'istituto interviene.
E, in un sistema processuale dominato da un perverso e sregolato collegamento tra mezzi di comunicazione di massa e uffici giudiziari, il "fine processo mai" lede in modo irreparabile la dignità dell'uomo, quale diritto inviolabile, garantito dall'art. 2, senza dare nessuna garanzia alle vittime dei reati, assoggettate anch'esse alla infinita lunghezza dei processi.
Due cose stupiscono infine in questo dibattito infinito, stucchevole e poco tecnico. Da un lato, l'oblio in cui è caduta la recente, memorabile e vittoriosa, battaglia della Corte costituzionale per affermare, davanti alla Corte di giustizia europea, il carattere sostanziale - e non meramente processuale - della disciplina italiana della prescrizione, che impedisce la retroattività e la indeterminatezza, facendo delle caratteristiche costituzionali un profilo di identità nazionale da tutelare (le famose sentenze Taricco). Dall'altro, la mancanza di dati.
Ma non bastano i dati sulle prescrizioni (che intervengono in realtà già davanti al Pm o in primo grado, a testimonianza di un cattivo funzionamento processuale sin dall'inizio); occorrono anche i dati sulle assoluzioni nei differenti gradi dei processi: se, come è possibile, le assoluzioni attingono cifre del 40% - 50% dell'input in ogni grado processuale, al netto delle prescrizioni, forse il tema è la lunghezza dei processi per inutile sovraccarico di lavoro al giudice, (in particolare quello monocratico), come sottolineato nelle relazioni di apertura dell'anno giudiziario di Presidenti di Corti d'appello.
I principi costituzionali non possono in alcun modo essere sacrificati. Ma quel che lascia perplessi è che questa discussione, che tocca nodi cruciali della civiltà giuridica e della vita delle persone, sia tutta ideologica e avvenga senza mettere a disposizione i dati completi e organici della attività giudiziaria nel settore penale. Solo alla luce di questi dati, nel rispetto dei principi costituzionali, può essere elaborata e organizzata una seria riforma del processo penale.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
I pm chiedono di determinare il numero di procedimenti che può essere trattato dal singolo giudice in un anno. I tempi previsti nella riforma della giustizia voluta da Alfonso Bonafede, "un processo completo in quattro anni", sono destinati a rimanere nel libro dei sogni di via Arenula. E con essi lo spauracchio delle sanzioni disciplinari per le toghe che non abbiano rispettato tale cronoprogramma.
Un aggettivo, "esigibile", incombe sugli ambiziosi progetti del ministro pentastellato. La richiesta di determinare il carico esigibile, cioè il numero di procedimenti che può essere trattato dal singolo giudice in un anno, sta rimbalzando in questi giorni con sempre maggiore insistenza nei congressi dei gruppi della magistratura associata in vista delle elezioni, previste fra un mese, per il rinnovo del Comitato direttivo centrale dell'Anm. A favore del carico esigibile si è schierata anche Unicost, la corrente di centro delle toghe.
Nel suo congresso straordinario, in cui sono state rinnovate le cariche, presidente Mariano Sciacca, segretario Francesco Cananzi, la fissazione di carichi esigibili è stata inserita nella risoluzione finale. Il tema, va ricordato, non è nuovo essendo da anni fra i cavalli di battaglia di Magistratura indipendente, il gruppo moderato. Mi, criticata in passato dagli altri gruppi per la sua visione "burocratica" dell'attività del magistrato, è ora però in buona compagnia: sembra che pure i davighiani di Autonomia & Indipendenza non siano pregiudizialmente contrari alla proposta.
L'unica incognita riguarda chi dovrà determinare il numero di fascicoli per singolo magistrato: il Csm o il Ministero della giustizia. Se dovesse andare in porto la proposta dei carichi esigibili, diventerebbe dunque irrealizzabile il rispetto delle tempistiche volute da Bonafede: come conciliare i tempi certi per i processi sei i magistrati ne possono trattare solo un numero prefissato? Che fine faranno quelli che "splafonano" tale numero?
I fautori dei carichi esigibili affermano che sono indispensabili per garantire un prodotto finale di qualità: un giudice non può scrivere più di tante sentenze in un anno. La proposta, che sta creando qualche imbarazzo agli attuali vertici dell'Anm dopo il loro endorsement al blocco della prescrizione, ha raccolto invece il consenso della stragrande maggioranza dei neo magistrati. A differenza dei colleghi anziani, le giovani toghe sono molto sensibili ai temi delle condizioni di lavoro. Alle elezioni di marzo saranno oltre mille i magistrati che voteranno per la prima volta: un voto che è destinato a modificare i futuri equilibri nell'Anm.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 11 febbraio 2020
Il Pd che l'aveva voluta oggi è tra le principali forze della maggioranza di governo: che paradosso. Ritorno alla gogna mediatica e utilizzazione del processo penale come strumento di lotta politica?
C'è da scommettere che da qui a breve il dibattito sulla giustizia tornerà ad infiammarsi su un altro tema delicato: il futuro della riforma Orlando e delle nuove normative relative all'utilizzo delle intercettazioni, la cui definitiva approvazione potrebbe definitivamente segnare il ritorno alle storture del processo mediatico. Infatti, entro il prossimo 29 febbraio dovrà essere convertito il decreto legge n. 161 del 2019, voluto con forza dal Ministro Bonafede, che ha decisamente sconfessato la legge Orlando nella parte in cui prevede la sostanziale pubblicazione di tutte le informazioni e le notizie raccolte in occasione delle operazioni di intercettazione in un processo penale, senza alcun filtro.
1. Come nel caso della prescrizione, anche in questa occasione il rischio è che possano nuovamente infiammarsi i due fronti contrapposti rappresentati: da un lato da chi ritiene che le intercettazioni siano uno strumento per conoscere gli arcana imperi (con la conseguenza di non prevedere alcun limite alla pubblicazione sui giornali degli atti e delle notizie, anche non rilevanti, raccolte nel processo penale (c.d. fronte giustizialista); dall'altro da chi ritiene necessario operare una selezione a monte del materiale intercettato per evitare la gogna mediatica e tutelare il diritto alla riservatezza, tenendo fuori dal processo fatti privi di rilevanza penale per evitare che le intercettazioni stesse possano diventare l'occasione per raccogliere informazioni e notizie da utilizzare per altri fini (c.d. fronte garantista). Ma come e perché si è arrivati al d.l. Bonafede?
2. La selezione del materiale intercettato ante riforma Orlando Già dal 1973, la Corte Costituzionale con la sentenza n. 34 aveva sottolineato la necessità di predisporre un sistema a garanzia di tutte le parti in causa per l'eliminazione del materiale non pertinente in base al principio secondo cui non può essere acquisito agli atti se non il materiale probatorio rilevante per il giudizio. L'articolo 268 del nuovo codice di procedura penale non prevedeva nessun divieto di trascrivere comunicazioni o conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini limitandosi a stabilire che "nel verbale è trascritto, anche sommariamente, il contenuto delle comunicazioni intercettate".
L'avvento del processo mediatico e la pubblicazione di intercettazioni clamorosamente irrilevanti (si pensi ai numeri di telefono degli indagati, alle abitudini sessuali, opinioni politiche etc. etc.) da parte degli organi di stampa ha fatto accendere il dibattito sin dai tempi del d.d.l. Mastella del 2007, senza tuttavia arrivare a nessun esito a causa dell'ostracismo delle categorie interessate. Un revirement interno alla magistratura è iniziato il 17 aprile del 2015, quando gli allora Procuratori della Repubblica di Roma e di Milano, durante una audizione alla commissione giustizia della Camera dei deputati, si pronunciavano contro la indebita diffusione di intercettazioni irrilevanti acquisiti nell'ambito di un processo penale.
In senso analogo a questa posizione si è espresso anche il Consiglio superiore della magistratura che il 29 luglio del 2016, approvando una delibera, affermava il dovere del pubblico ministero titolare delle indagini di compiere il primo delicato compito di filtro nella selezione delle intercettazioni inutilizzabili e irrilevanti per evitarne l'ingiustificata diffusione.
3. La selezione del materiale intercettato nella riforma Orlando In questo contesto si è inserita la riforma Orlando che, con il nobile e dichiarato intento di meglio tutelare la riservatezza delle persone coinvolte senza in alcun modo pregiudicare le indagini, ha introdotto il divieto di trascrivere comunicazioni o conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini, inserendo un comma 2 bis al citato articolo 268 del codice di procedura penale. Tale riforma ha trovato però un inaspettato dietro front dei magistrati, evidentemente spaventati dal punto di forza della riforma, che richiedeva al pubblico ministero un maggior impegno professionale e una costante attenzione selettiva, al fine di realizzare una puntuale azione di separazione dell'utile dall'irrilevante. A tale coro di insoddisfazione della magistratura si è unito anche il mondo dell'informazione, che dal suo lato prospettico ha temuto di non poter più attingere a un patrimonio di notizie potenzialmente di interesse, in ragione della previsione di segretezza sull'irrilevante.
4. La selezione del materiale intercettato nel d.l. Bonafede 161 del 2019 Il mutato contesto politico e la nuova maggioranza giallorossa hanno portato a una drastica inversione di rotta rispetto ai principi introdotti nella riforma Orlando. Infatti, il 30 dicembre del 2019, per volontà del ministro Bonafede è stato approvato il decreto legge n.161 che interviene in modifica della riforma della disciplina delle intercettazioni con cui si era chiusa la precedente legislatura e, tra le altre disposizioni in materia, abolisce il divieto di trascrizione del materiale irrilevante. Il paradosso è che tale disciplina, come visto, era stata fortemente voluta dal Partito democratico, oggi una delle principali forze politiche della attuale maggioranza di governo. Insomma una specie di gioco dell'oca che fa ritornare tutti al punto di partenza e consentirà, dunque, alla stampa di pubblicare qualsiasi notizia senza alcun limite, con buona pace del diritto alla riservatezza.
5. Dopo la prescrizione addio anche alla riservatezza? In conclusione, l'eventuale approvazione del decreto legge n. 161 del 2019 determinerà inevitabilmente il rischio che le indagini penali e le intercettazioni possano trasformarsi in una occasione per raccogliere informazioni e notizie per finalità estranee al processo penale, strumentalizzando ulteriormente il ruolo della magistratura anche nei confronti degli altri poteri dello Stato.
Per queste ragioni, è quanto mai necessario che le informazioni e il sapere prodotti per il processo debbano servire solo ed esclusivamente al processo, consentendo all'informazione di svolgere correttamente il suo compito in questo ambito.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
I numeri non lasciano dubbi sul dissesto del Tribunale di Sorveglianza di Napoli: su 57 unità previste, sono in servizio 34 persone. A Napoli ed Avellino manca il 42 per cento del personale e a Santa Maria Capua Vetere il 37 per cento; contemporaneamente, però, è in aumento il carico di lavoro, pari a 39mila procedure in più, con 50mila procedimenti pendenti.
I dati sono stati resi nota in una conferenza stampa presso il Tribunale partenopeo indetta dalla Camera Penale di Napoli, dal Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Napoli e dall'associazione '"Carcere Possibile Onlus". "Si tratta di una situazione gravissima - ha commentato, durante l'incontro con i giornalisti, la Presidente del Tribunale di sorveglianza di Napoli, Adriana Pangia - che non consente un accettabile esercizio delle funzioni proprie della magistratura di sorveglianza". Il ministero della Giustizia è stato allertato più volte ma "non sono state adottate misure adeguate" ; addirittura Pangia si è recata a gennaio a via Arenula, previo appuntamento per illustrare la situazione, ma poi non è stata ricevuta dai funzionari ministeriali.
Un viaggio a vuoto a cui si è deciso di reagire unendo avvocati e magistrati per alzare l'attenzione. L'avvocato Ermanno Carnevale, presidente dei penalisti napoletani, al Dubbio dice che "appena ci è giunta la missiva della presidente Pangia che denunciava questa grave carenza dell'organico amministrativo, ci è sembrato doveroso accogliere questo grido di dolore che è anche il nostro e, coinvolgendo la stampa, renderlo pubblico. La situazione è ormai insostenibile, per questo la conferenza stampa è stata solo la prima di una serie di iniziative". Come si legge in una nota del Carcere Possibile Onlus, "la carenza di organico del personale, soprattutto amministrativo, ha inginocchiato il funzionamento di un settore strategico della giustizia penale, quello deputato all'esecuzione della pena, quella tanto bistrattata esecuzione della pena che non interessa a nessuno, se non a parole ed esclusivamente in funzione di slogan usati per invocare la famosa certezza della pena che, in conseguenza della predetta carenza di mezzi, non può veramente essere assicurata".
In particolare, per l'avvocato Elena Cimmino "l'assenza di risorse umane, illustrate dalla dottoressa Pangia, nei fatti si traduce in un'assenza di diritti poiché gli avvocati che li tutelano, e che sono chiamati ad assicurare che la pena sia espiata nel modo più utile al condannato in funzione della sua rieducazione, hanno una difficoltà enorme a trovare l'indispensabile personale amministrativo a cui rivolgere solleciti o evidenziare criticità particolari" e denuncia anche "che se al Tribunale viene inviata dalla direzione sanitaria di un carcere una nota che segnala un'emergenza, può succedere che questa nota non trovi nessuno a riceverla prontamente, con conseguenze anche fatali per il detenuto".
di Elia Sanna
L'Unione sarda, 11 febbraio 2020
L'oristanese Paolo Mocci è il coordinatore regionale dei garanti dei detenuti. La sua nomina è stata formalizzata nel corso del primo incontro avvenuto a Oristano tra i garanti comunali delle altre province dell'Isola: Antonello Unida (Sassari), Edvige Baldino (Tempio), Giovanna Serra (Nuoro). All'incontro erano presenti anche Grazia Maria De Matteis, la garante dei diritti dell'infanzia della Regione, l'assessore comunale Angelo Angioi, i consiglieri comunali Carmen Murru, Lorenzo Pusceddu, Peppi Puddu e la presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", Maria Grazia Caligaris.
Nell'incontro si è parlato delle numerose criticità che i garanti hanno riscontrato nel corso delle visite effettuate nelle carceri isolane, in occasione dei colloqui con i detenuti. "Per la prima volta ci siamo riuniti a livello regionale e con la mia nomina abbiamo ufficializzato il coordinamento - dice Mocci - le criticità emerse negli istituti penitenziari isolani sono tante e comuni. In primo luogo la necessità di avere un direttore stabile in ogni carcere, e la mancanza delle figure dei responsabili che si occupino, ad esempio, dei casi di suicidio e di autolesionismo. Infine, due problemi ben noti che riguardano L'affollamento dei detenuti e la carenza degli agenti della polizia penitenziaria".
Mocci ha inoltre annunciato che a Massama sarà realizzata un'area di accoglienza per i figli dei detenuti grazie al progetto presentato dal garante dei diritti dell'infanzia della Regione Sardegna, favorendo l'accesso per i minori secondo quanto prevede il protocollo sottoscritto dal ministero della Giustizia e dell'Autorità garante nazionale per l'infanzia e l'adolescenza.
stamptoscana.it, 11 febbraio 2020
Le Associazione di tutela dei diritti dei detenuti (Arci Toscana, Associazione Progetto Firenze, Associazione volontariato penitenziario, Diaconia Valdese Fiorentina, Società della Ragione, L'altro diritto), i rappresentanti delle Camere penali di Firenze e di Prato, i Garanti comunali di Firenze e di San Gimignano hanno inviato oggi alla Consigliera Serena Spinelli una lettera che chiede attenzione alla procedura di nomina del nuovo Garante regionale dei diritti dei detenuti e la invita a chiedere un confronto aperto sulle candidature nell'ambito della Prima Commissione.
Che la decisione sul nome del nuovo Garante sia fatta a partire dalle competenze e dal programma di lavoro presentato, non concordata nelle riunioni di partito. I medesimi soggetti avevano già scritto al Presidente del Consiglio, al Presidente della Prima Commissione e ai Presidenti dei Gruppi politici, con lettera inviata lo scorso 17 gennaio, per porre la questione urgente della nomina del nuovo Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, sottolineando l'opportunità, oltre che di una celere presa in carico della questione da parte della Prima Commissione, anche di considerare gli indirizzi contenuti nelle Linea d'indirizzo sugli Organi di Garanzia prima di procedere alla nomina.
Ma, purtroppo nessuna risposta è seguita e la Prima Commissione si è già riunita due volte senza esaminare nel merito le candidature e senza invitare i candidati a presentarsi. Il Consiglio della Regione Toscana aveva all'unanimità una mozione, il 23 ottobre 2019 scorso, presentata dalla Consigliera Spinelli, in cui si impegnava a valutare le Linee di indirizzo in merito alla disciplina degli Organi di Garanzia prima della nomina del nuovo Garante, esaminando in particolare le nuove Linee d'indirizzo delle Regioni e delle Province Autonome di Trento e Bolzano, già adottate dalla Conferenza dei Presidenti dei Consigli Regionali, tese a rafforzare le prerogative e le condizioni operative del ruolo del Garante. Ma la mozione non ha avuto seguito, nonostante ci fossero i tempi necessari per esaminare il testo.
Ora i tempi sono strettissimi per esaminare quella proposta, siamo oramai in una condizione di vacatio della figura del Garante, che ha concluso anche il periodo di prorogatio previsto dalla Legge il 24 gennaio scorso.
Le Associazioni, considerando che i tempi per la nomina si stanno allungando a causa di rinvii senza discussione nel merito, hanno chiesto alla Consigliera di sostenere la sua mozione, approvata all'unanimità dal Consiglio, e di portare nella Prima Commissione la discussione in merito alle Linee d'indirizzo, e in ogni caso di invitare alla sua seduta del prossimo 18 febbraio le persone che hanno presentato le autocandidature e procedere alla loro audizione, in modo che possano esporre il proprio programma di lavoro come eventuali Garanti.
mauroleonardi.it, 11 febbraio 2020
Don Francesco, parroco di Valderice e cappellano della casa circondariale di Trapani, è un caro amico sacerdote. Ha aperto le porte di casa sua ai ragazzi che, finito il periodo di detenzione, escono di prigione e non sanno dove andare. Da circa due anni le porte della casa di don Francesco sono aperte alle persone che, uscite dal carcere dopo aver scontato una pena, non hanno piani per il proprio futuro e nessuno che le accolga.
Per don Francesco, parroco di Valderice (paese in provincia di Trapani), l'esperienza della pastorale per i detenuti non è una novità, come lui stesso racconta: "Già da seminarista il Signore aveva messo nel mio cuore questo seme, perché in alcuni periodi dell'anno ospitavamo in parrocchia dei detenuti per mezza giornata, e quando ero diacono ho predicato un triduo pasquale proprio in un carcere. Già allora mi resi conto che le persone che si trovano in carcere sono persone che hanno un grande bisogno di essere ben volute".
Una scelta scomoda - La vita da parroco di don Francesco è proseguita in maniera ordinaria sino a due anni fa. Il vescovo stava cercando un cappellano per il carcere. "Io credevo che il Signore me lo stesse chiedendo - ricorda don Francesco - per mezzo del vescovo, ma non mi soffermavo troppo su questa sensazione. Dopo l'incontro con un amico sacerdote sentii come una voce interiore che mi diceva: Ti devi scomodare, dì di sì al vescovo! Telefonai al vescovo che mi disse che ci saremmo visti tra qualche giorno, ma io insistetti di vederlo quanto prima per non perdere lo slancio interiore".
Oggi per don Francesco, che è un Sacerdote della Società Sacerdotale della Santa Croce, accogliere in casa propria chi esce dal carcere e non ha dove andare è la normalità, ma tutto è nato gradualmente, passo dopo passo. "Un giorno il responsabile dell'area educativa del carcere mi ha chiesto di accogliere un ragazzo che usciva. Poi si sono aggiunti altri ragazzi che godevano di permessi premio. Si trattava di passare con loro una giornata: vedevamo insieme qualcosa della città, facevamo delle piccole escursioni nei dintorni".
Qualcosa però è scattato quando don Francesco è entrato in contatto, a Trapani, con un Centro di permanenza per il rimpatrio, comunemente detto Centro di espulsione. "Vidi un giovane appoggiato a un pilastro. Non stava facendo niente, e gli ho chiesto che cosa stesse aspettando. Si trattava di un ragazzo del Gambia che non sapeva dove sarebbe andato a dormire. Decisi di lasciargli il mio numero di telefono. Giusto il tempo di tornare in parrocchia e lui mi aveva già chiamato".
Una nuova famiglia - Dopo il primo nuovo "ospite" ne sono arrivati tanti altri. Alcuni trovano lavoro, altri se ne vanno in cerca di nuove opportunità, "a volte con troppa fretta perché manca la pazienza", osserva don Francesco, con un po' di rammarico.
Ognuno ha un piccolo incarico domestico - La vita in casa diventa per i nuovi arrivati una vita di famiglia: "a pranzo e cena ci ritroviamo insieme, - spiega don Francesco - e ognuno ha un piccolo incarico domestico. Chi apre le finestre, chi chiude, chi controlla le luci, chi prepara da cucinare. Parallelamente alla vita di casa continua la ricerca, molto difficile, di un lavoro regolare. Quando mi sembra di avere fretta, di voler cambiare tutto e subito, ritorno a quello che diceva san Josemaría: Non dimenticare che sulla terra tutto ciò che è grande è cominciato piccolo. Ciò che nasce grande è mostruoso e muore (Cammino, 821)".
La cena di Natale - "Può sembrare che papa Francesco esageri quando parla di poveri, immigrati e carcerati. - aggiunge don Francesco - Ma chi vive in mezzo agli altri, senza isolarsi, capisce quanto sia giusto che il Papa dia voce a questi nostri fratelli meno fortunati. Io penso di avere appena iniziato a capire".
"Il vescovo Pietro Fragnelli - conclude don Francesco - al quale devo tutto questo, non mi ha mai lasciato senza sostegno e ha voluto passare la notte di Natale con noi. Ha voluto ricordare quella sera con delle parole molto toccanti: è stata una serata ricca di emozioni: abbiamo avuto video-telefonate per augurare buon Natale ai loro bambini e familiari lontani. Quattro persone che stanno cambiando vita e hanno bisogno dell'aiuto e della fiducia di tutta la Chiesa e di tutta la società per redimersi da un passato che ha meritato la detenzione. Una fiducia che comincia anche da te".
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