di Gioacchino Criaco
Il Riformista , 20 marzo 2020
San Leonardo ebbe il privilegio di liberare i carcerati: ciò che la sua anima riconosceva puro, sciolte aveva le mani dalle catene, liberi i piedi dai pesanti ceppi. Santo diventò Leonardo, santo dei carcerati, la Gallia aveva per re Clodoveo, mica si occupava di giustizia un ministro dj. E la Chiesa aveva Rocco che partiva dalla Francia per abbracciarsi gli appestati Lombardi. Quando il Vangelo era vivo, un folle, votato a una qualunque fede, che si abbracciasse un prigioniero o un infettato, lo si sarebbe trovato. Ora che il Vangelo è morto, giacciono in fila e muti quindici carcerati, periti fra Modena, Rieti e Bologna, che nemmeno un santo potrebbe più liberarli. Quindici vite entrate mosse e uscite stese dalle dita dello Stato.
Ora che il Vangelo è morto gli infettati spariscono lungo i corridoi di linoleum, sbiancati dai neon: si spengono senza abbracci, senza vedere le lacrime nascoste nei volti mascherati. La Chiesa non fabbrica più mistici e folli, sbarra le porte delle cattedrali e lascia fuori il dolore. I soldati di Francesco hanno dato le spalle al fratello, lo consolano con lo streaming, quasi lo interrogassero, pure se non ha le colpe degli imputati collegati in videoconferenza. Nemmeno la società fabbrica più mistici e folli, ci sono pochi pazzi a chiedere conto di quindici morti, ci sono quattro illusi a vestirsi da Leonardo e a implorare che si aprano le porte delle carceri.
Ora che il Vangelo è morto, i cuori e gli intelletti hanno preso il diploma da ragioniere: fanno di conto. Gli piace ciò che piace, aspirano ai like più che alla santità o al martirio. Il Vangelo è morto e non c'è un Pasolini a pagarlo oro perché lo racconti, tacciono quelli che il sistema ha elevato a grandi. Ora che il morbo impazza corrono genti all'impazzata, levano dalle camerette le immagini del Che, le sostituiscono con quelle di Pinochet e non vogliono saperne dei morti carcerati, invocano solo eserciti perché tengano di mira gli appestati.
di Federica Farina*
Left, 20 marzo 2020
L'indulto e l'amnistia sono provvedimenti necessari ma il governo non ci pensa proprio e fatica anche a recepire le soluzioni più snelle che gli vengono offerte per disinnescare la miccia accesa dal coronavirus. In questo periodo tutta l'informazione è concentrata sull'emergenza Covid-19, una minaccia che non conosce barriere, nemmeno le porte del carcere.
Ciò che le strutture carcerarie italiane non sono in grado di impedire è la diffusione del virus al loro interno, dal momento che i detenuti per ragioni oggettive non possono seguire norme di comportamento come lavarsi spesso le mani e mantenere la distanza di sicurezza. Per cercare di evitare i contagi tra i detenuti sono stati adottati alcuni provvedimenti tra i quali l'improvvisa sospensione dei colloqui con i familiari.
Questa decisione ha creato un clima di frustrazione tra i detenuti e ha fatto esplodere una situazione da tempo fortemente critica. Ai detenuti sono state date informazioni tardive, poco chiare e altalenanti, ed alcuni - è bene specificare che si è trattato di pochi elementi - hanno reagito con violenza. Ci sono stati scontri, evasioni, danni alle strutture e suicidi, una rivolta disperata e dall'esito infausto per tutti. La violenza non è mai accettabile, i reati commessi andranno perseguiti, ma questa tragedia impone riflessioni che non possono più attendere.
Le rivolte nelle carceri non si vedevano da qualche decennio ed è evidente che siano la spia che molte cose non vanno al di là del coronavirus. Il sistema carcerario italiano è da troppo tempo fuori dai limiti di legge e della decenza e i governi che si sono succeduti si sono mostrati sordi a ogni richiamo. Nel carcere l'essere umano sparisce, conta solo il reato. I detenuti vivono in celle sovraffollate, il personale della polizia penitenziaria è numericamente insufficiente.
Gli agenti si trovano a lavorare in condizioni critiche e, data l'impossibilità di garantire un adeguato controllo, in alcune carceri è molto limitata la possibilità di svolgere attività per i detenuti che trascorrono gran parte del loro tempo chiusi in cella. Oltre il 35% della popolazione detenuta è in carcere per violazione delle leggi sulle droghe e ci sono anche i malati psichiatrici, "parcheggiati" in attesa di essere trasferiti in una struttura sanitaria. Parlando con i dati alla mano, al 30 aprile 2019 i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 60.439, quasi 10mila in più dei 50.511 posti letto ufficialmente disponibili, per un tasso di affollamento medio che supera il 120% ed arriva al 150% in alcune Regioni.
In numerose carceri ci sono celle che non garantiscono i tre metri quadrati di spazio a persona, soglia considerata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) come parametro minimo perché non si configuri un trattamento inumano o degradante. Nel 2013 la Corte ha sanzionato l'Italia per la violazione dei diritti più elementari ma la situazione non è stata ancora riportata nei limiti della legalità. Il sovraffollamento è un problema che è stato troppo a lungo rinviato e lo Stato non si sta attivando neanche ora che sono stati riscontrati casi di coronavirus in carcere.
Il contagio potrebbe esplodere ai massimi livelli in ambienti come questi, senza contare che l'epidemia riguarderebbe anche gli operatori che poi la porterebbero a casa. Davanti a questo scenario drammatico il nostro ministro della Giustizia si è limitato a ringraziare la polizia e ha detto che bisogna "riportare tutto alla legalità>; legalità, a quanto pare, a senso unico dato che le carceri sono da tempo fuori legge e non vi è alcun interesse ad intervenire.
Le carceri sono all'ultimo posto nei pensieri del governo, ce lo diceva la settimana scorsa su Rita Bernardini del Partito radicale intervistata da Valentina Stella e il ministro con questa affermazione non ha fatto che confermarlo. Consapevoli della gravità della situazione, le Camere penali italiane hanno proposto al governo una soluzione che garantisce comunque di scontare la pena adottando però ove possibile la detenzione domiciliare per tutti i casi di pena inferiore a due anni.
La legge già prevede questa possibilità per pene residue fino a 18 mesi, gli avvocati propongono di innalzare il limite a 24 mesi e di applicare il principio con decreto legge, lasciando quindi ai tribunali di sorveglianza solo il compito di verificare l'esistenza del domicilio familiare disponibile. Considerando che i detenuti che si trovano a dover scontare meno di due anni sono circa 16mila, si capisce bene che il problema del sovraffollamento verrebbe presto ridimensionato e i detenuti che dovrebbero rimanere in carcere potrebbero vivere in condizioni più umane. Questo governo è chiamato ad intervenire in fretta ma va detto che questa situazione è un risultato imputabile anche alla politica poco coraggiosa di chi lo ha preceduto.
L'ex ministro Orlando aveva avviato una riforma che avrebbe potuto migliorare la situazione ma il suo lavoro non è stato portato a compimento ed è stato poi spazzato via dall'esecutivo Lega M5s e, purtroppo, anche l'attuale esecutivo non sembra fare di meglio. L'indulto e l'amnistia sono provvedimenti necessari ma il governo non ci pensa proprio e fatica anche a recepire le soluzioni più snelle che gli vengono offerte per disinnescare la miccia accesa dal coronavirus.
A questo punto viene da chiedersi perché succede tutto questo, perché non si è ancora corsi ai ripari? Il problema parrebbe essere sia politico che culturale. La sinistra non ha trovato il coraggio di fare le scelte giuste, ha rinunciato da tempo alla sua componente garantisca lasciandosi spesso superare, per quanto riguarda la giustizia, perfino da una certa destra di matrice liberale.
La sinistra dovrebbe rivedere le sue priorità e ritrovare un'adeguata collocazione all'interno dello Stato di diritto tutelando gli esseri umani, senza distinzioni perché uguali per nascita, ed i loro diritti. Se la sinistra si ritrova con gli occhi annebbiati in tema di diritti e non riesce ad affrontare situazioni gravissime come quella del sistema carcerario, a loro volta le persone, e quindi l'elettorato, si lasciano confondere, perdendosi nella spasmodica e continua ricerca di un capro espiatorio.
Bisognerebbe riappropriarsi dell'idea di recupero sociale, tornare a recepire quanto indicato dalla nostra Costituzione che è molto chiara: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" (art. 27) e, soprattutto, bisognerebbe recuperare un'idea più profonda di essere umano. Occorre una rivoluzione culturale in cui tutti dobbiamo fare la nostra parte, con tutta la sensibilità e l'onestà intellettuale di cui siamo capaci.
*Avvocato
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2020
Prim'ancora di scrivere quello che sto per scrivere, già sento gli strilli dei "garantisti" alle vongole, dei penalisti organizzati e dei radicali liberi che, da quando è partita l'epidemia, passano il tempo a invocare amnistie, indulti, leggi, norme e cavilli per "svuotare" e "aprire le carceri" allo scopo di non farvi entrare il coronavirus.
Ora, a parte il fatto che il coronavirus è entrato dappertutto, persino nei luoghi che dovrebbero salvarci la vita, una premessa s'impone: la vita di un detenuto vale tanto quanto quella di un cittadino a piede libero, dunque non va escluso in via di principio nessun atto di clemenza che garantisca l'incolumità dei nostri 61mila e rotti carcerati.
Ma, in base ai dati al momento disponibili, non è questo il caso. I numeri degli "infetti" dicono che si è più sicuri in carcere che fuori. Ieri gli italiani positivi al Covid-19 erano 33.190, di cui 33.182 liberi e 8 detenuti (l'altro ieri erano 10, poi 2 sono guariti). Cioè abbiamo 1 contagiato ogni 1.800 italiani liberi e 1 contagiato su 7.600 detenuti.
Quindi, a oggi, chi sta in casa rischia l'infezione quattro volte più di chi sta in cella. Può darsi che nei prossimi giorni i numeri mutino o addirittura si ribaltino. Nel qual caso bisognerà intervenire, ma con misure che riducano i pericoli di contagio. E non che li moltiplichino, come quella di mandare il maggior numero possibile di detenuti a casa (cioè ai domiciliari). Tanto più che a casa sono già reclusi quasi tutti gli italiani, a cui si ordina di non uscire per evitare contagi attivi e passivi.
Anche dal punto di vista logico, è contraddittorio chiudere in casa chi sta fuori e mandare fuori chi è già chiuso dentro, col rischio che fuori si becchi quel virus che non si era beccato dentro. O con l'effetto collaterale di far scontare la pena a moglie e figli che si erano finalmente liberati di lui. Con l'aggiunta di un altro paradosso: quello degli ex "garantisti" passati in un paio d'ore al giustizialismo manettaro, che insultano come untore chi fa due passi o la corsetta, invocano pene esemplari e sorveglianza Gsm per chi si macchia del delitto di passeggio ("3 mesi non bastano, carcere vero!", cioè 4 anni di pena minima), addirittura esecuzioni capitali in piazza (il feldmaresciallo De Luca reclama l'esercito e rimpiange le "fucilazioni terapeutiche" cinesi).
E poi non spiegano in quali carceri recluderebbero i nuovi detenuti (negli stadi, come Pinochet?) e come pensano, con migliaia di nuovi arrivi, di ovviare al sovraffollamento. A meno che l'ideona non sia mettere fuori mafiosi, assassini, stupratori, pedofili, trafficanti di droga e terroristi per metter dentro i passeggiatori abusivi.
Le rivolte di 6mila detenuti in 27 carceri, usate dai fautori della decarcerazione alla Sofri e Manconi (ex leader ed ex capo del servizio d'ordine di Lotta Continua), col contorno di renziani, pidini, ultrasinistri e radicali, non c'entrano nulla col coronavirus. Infatti chi le ha promosse ha preso a pretesto proprio una misura sanitario-profilattica del Guardasigilli e del Dap: la sospensione dei colloqui de visu per evitare che parenti infetti portino il virus fra le mura del carcere, dove galopperebbe più rapidamente che fuori per gli spazi esigui, le carenze igieniche e la promiscuità.
Ora, che i detenuti approfittino del Covid-19 per forzare la mano ai politici nella speranza di uscire prima, possibilmente subito, è comprensibile, per quanto esecrabili siano le evasioni e le violenze con 13 morti (non per il virus, per le rivolte): i disagi causati dal sovraffollamento sono un problema reale e drammatico, anche se non dipendono dai troppi detenuti, ma dai pochi posti-cella in rapporto al fabbisogno.
Ma è disgustosa e criminogena la legittimazione politica dei rivoltosi da partiti e parlamentari irresponsabili, che chiedono la testa del capo del Dap perché non piace ai detenuti sfascia-tutto armati di bastoni. E così l'attacco concentrico al ministro Bonafede che non libera subito "6mila detenuti" (il Pd Mirabelli), "almeno 10 mila" (Gonnella di Antigone), "15mila" (Manconi), "25mila con una pena residua inferiore ai 3 anni" (Sofri), ma solo "poche centinaia" (con lo snellimento delle procedure per la svuota-carceri Alfano del 2010, votata da Salvini e da tutta la Lega che ora strillano ai "criminali a spasso", come se non fosse roba loro).
Tutto questo non c'entra nulla col sacrosanto dovere di "salvare la pelle ai detenuti" (Manconi) o con le fesserie che han portato il Partito radicale a denunciare Bonafede ai pm nientemeno che per "procurata epidemia colposa" (e perché non dolosa?).
Infatti le misure del governo in via di attuazione, bocciate sia dai sedicenti garantisti sia da Salvini, quindi ragionevoli, riducono al minimo il rischio che chi viene da fuori porti il coronavirus dentro: parenti e avvocati hanno i colloqui personali sospesi e sostituiti con collegamenti Skype; i nuovi giunti sono sottoposti a pre-triage e, prima di andare nelle celle con gli altri, trascorrono una quarantena in aree isolate; gli agenti penitenziari e gli amministrativi vengono anch'essi visitati in pre-triage e dotati progressivamente di mascherine; i detenuti semiliberi non rientrano più la sera, ma dormono a casa; e chi deve scontare un residuo di 18 mesi può farlo a domicilio se ne ha uno (come previsto dalla legge Alfano-Lega), purché non abbia una storia criminale che lo renda molto pericoloso, non abbia in casa le vittime dei suoi reati, indossi il braccialetto elettronico già disponibile in un migliaio di esemplari (restrizioni inserite da Bonafede).
E, naturalmente, non abbia partecipato alle rivolte: limitazione che Sofri giudica "ottusa" perché "chi aderisce a una ribellione in carcere non è particolarmente delinquente". Anzi, merita un premio. Così la prossima volta, anziché 6 mila, si rivoltano tutti e 61 mila.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 20 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione VI penale - Ordinanza 19 marzo 2020 n. 10371. Dubbi di costituzionalità per la Cassazione sulla legge delega 117/2019 per il recepimento delle direttive europee, per la parte (articolo 18-bis) in cui non prevede il rifiuto facoltativo della consegna, nell'ambito del mandato d'arresto europeo, del cittadino extra Ue che dimori nel territorio italiano. Sempre che la Corte d'Appello disponga, come nel caso esaminato, dall'ordinanza 10371 del 19 marzo, che la pena o la misura di sicurezza si possano eseguire in Italia. La Corte di cassazione sulla possibilità di estendere anche al cittadino extracomunitario le possibilità previste dall'articolo 18-bis per i cittadini italiani ed europei cambia passo.
I giudici di legittimità avevano, infatti, escluso che si potesse prospettare una questione di incostituzionalità, per il fatto di tagliare fuori i cittadini di uno Stato non membro dell'Unione europea dal raggio d'azione di una legge che prevede la possibilità di rifiutare la consegna quando esiste un radicamento sul territorio. Ora rinvia invece al giudice delle leggi ritenendo l'articolo in esame in contrasto sia con le norme comunitarie, e in particolare con la decisione quadro 2008/909/Gai, sul reciproco riconoscimento delle sentenze, da applicare nel rispetto dei principi di equità ed uguaglianza, sia con quelle sovranazionali, sul diritto alla vita privata e familiare.
Nello specifico la persona per il quale c'era la richiesta di consegna, aveva un regolare permesso di soggiorno, era di nazionalità albanese ma aveva scelto l'Italia come luogo per espiare una pena per reati legati al traffico di stupefacenti. In Italia risiedeva da anni con la sua famiglia, sempre sul territorio lavorava, fino al momento dell'arresto, alle dipendenze di un'impresa. Per i giudici l'articolo 18-bis presenta profili di incostituzionalità nella parte in cui non prevede, in casi come questo, la possibilità di opporre il rifiuto facoltativo. Una discriminazione che si pone in contrasto con il principio di uguaglianza e che entra in rotta di collisione con la prospettiva di risocializzazione del condannato
di Fulvio Fiano
Corriere della Sera, 20 marzo 2020
Ordinanza del giudice per un uomo già affetto da patologie. Nel Lazio potrebbero uscire in 300 dai penitenziari ma mancano i braccialetti elettronici. "Avuto riguardo, da un lato, alla maggiore flessibilità della misura nell'affrontare il complesso percorso terapeutico e, dall'altro lato, alle attuali restrizioni agli spostamenti dei detenuti dal carcere verso strutture sanitarie esterne, a motivo della diffusione del Covid-19", il giudice monocratico della settima sezione penale ordina il trasferimento del detenuto in una struttura della Caritas.
È la prima ordinanza di scarcerazione ai tempi del coronavirus. L'ha emessa il giudice Angelo Giannetti per un sudamericano arrestato a dicembre per spaccio e da allora in custodia cautelare a Regina Coeli. Incensurato e affetto da una grave patologia fisica, l'uomo aveva presentato istanza tramite l'avvocato Simona Filippi. I presupposti per la scarcerazione c'erano già ma l'emergenza sanitaria, la rivolta nelle carceri e il conseguente decreto della Presidenza del consiglio per alleggerire l'affollamento negli istituti di pena hanno rafforzato queste ragioni: "La decisione tutela sia il diritto del mio assistito a curarsi adeguatamente fuori dal carcere, dato che gli spostamenti sarebbero altrimenti vietati, sia la sua stessa salute come soggetto già debilitato e quindi maggiormente esposto ai rischi del Covid-19", dice il legale. Una linea alla quale sono improntate decine di istanze analoghe presentate in queste ore. Anche perché la situazione nei penitenziari resta tesissima. In quello di Civitavecchia, ad esempio, è in corso da sabato uno sciopero della fame.
Secondo una stima del garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, la platea di detenuti che potrebbero beneficare del decreto sono 1400 nelle carceri della regione. Ma la cifra effettiva va scremata di molto, fino a trecento o poco più. Dalla possibilità di uscire se si hanno pene residue inferiori ai 18 mesi sono infatti esclusi i detenuti per reati violenti, quelli per reati associativi (Mondo di mezzo, ad esempio), chi ha altre misure cautelari in corso o ha partecipato alle rivolte. Senza contare poi altri impedimenti per andare ai domiciliari.
La mancanza di una fissa dimora, ad esempio, o l'incompatibilità con il proprio nucleo familiare. Ma, su tutti, il problema principale è la mancanza di braccialetti elettronici che impediscano eventuali evasioni. Al momento la carenza di questi strumenti è pressoché totale ed acquistarli richiede tempi lunghi: "Il provvedimento del governo è molto al di sotto delle nostre aspettative - dice Anastasia - e ci sono difficoltà oggettive ad applicarlo anche per chi ne avrebbe diritto. La Cassazione però ha già chiarito che la mancanza di braccialetti non può essere un ostacolo e spetterà agli attori del sistema applicare il decreto nel miglior modo possibile".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 20 marzo 2020
La modesta deflazione del sovraffollamento delle carceri, abbozzata nell'ultimo decreto sul Covid-19, trascura chi sia detenuto non per condanna definitiva ma per custodia cautelare, e allora alcuni giudici di merito fanno da soli. "Senza ipocrisie": scrive proprio così la I sezione del Tribunale di Milano nel motivare perché con un obbligo di dimora sostituisca la custodia cautelare in carcere a un arrestato nel dicembre 2019 per istigazione alla corruzione.
"Senza ipocrisie va marcato - scrivono i giudici Fazio-Donadeo-Burza - come l'attenuazione sia giustificata anche dall'inevitabile allungamento dei tempi del processo implicato" dal rinvio dei processi ordinari, "e risponda in questo momento di emergenza nazionale pure all'esigenza di alleggerire le condizioni delle carceri e il conseguente crescente disagio psicologico dei detenuti".
Un metro poi usato - qui già su richiesta del pm Stefano Civardi - per sostituire la custodia cautelare in carcere con un divieto di espatrio anche nel caso dell'imprenditore arrestato nel maggio 2019 per bancarotta di una società di intercettazioni consulente della Procura di Brescia. Mentre il sindacato Spp segnala la morte di un primo agente penitenziario, che si sarebbe contagiato in missione a Bergamo, dovunque i giudici di sorveglianza cercano di applicare tutto l'applicabile: ieri i 61mila detenuti in 47.200 posti disponibili erano scesi a 59.419.
Sempre 12mila in più. Una situazione per la quale il Partito Radicale (con il segretario Maurizio Turco, la tesoriere Irene Testa, quindi Rita Bernardini e Giuseppe Rossodivita) denuncia a tutte le Procure il ministro Bonafede e il capo del Dap Basentini per l'ipotesi di "procurata epidemia colposa mediante omissione".
La Repubblica, 20 marzo 2020
Le denunce raccolte dall'Associazione Antigone. Molte segnalazioni di violenze negli istituti di pena finora tutte concordanti. Coinvolte alcune carceri italiane, Milano-Opera compresa. "Esprimiamo grande preoccupazione per le numerose segnalazioni di violenze e abusi che sarebbero stati perpetrati ai danni di persone detenute a noi arrivate negli ultimi giorni".
A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. "Le segnalazioni - sottolinea Simona Filippi, avvocato dell'associazione - hanno riguardato alcune carceri italiane, tra le quali quella di Milano-Opera. In relazione a quest'ultimo istituto di pena, ben otto diverse persone (madri, sorelle, compagne di detenuti ivi reclusi) si sono rivolte ad Antigone raccontando quanto sarebbe stato loro comunicato dai congiunti o da altri contatti interni. Le versioni riportate, le quali parlano di brutali pestaggi di massa che avrebbero coinvolto anche persone anziane e malati oncologici e che avrebbero portato a mascelle, setti nasali e braccia rotte, risultano tutte concordanti".
Necessarie indagini rapide per accertare la veridicità. Tali azioni violente sarebbero avvenute, in tutte le carceri interessate, in momenti successivi a quelli in cui sono stati attuati gli interventi per far fronte alle rivolte che hanno coinvolto 49 istituti penitenziari. "Antigone - spiega l'avvocato Filippi - ha inviato alla procura competente le segnalazioni su Opera, presentando un esposto al riguardo. La stessa cosa si appresta a fare per gli altri istituti".
"Non abbiamo naturalmente alcuno strumento per poterci accertare della veridicità o meno delle segnalazioni che ci sono pervenute, ma oggi, in cui gli istituti sono chiusi a qualsiasi occhio esterno a causa dell'emergenza sanitaria e alle politiche messe in atto per tentare di limitare il diffondersi del coronavirus, è ancor più di fondamentale importanza che si proceda a un'indagine rapida e capace di fare chiarezza sugli eventi" dichiara Patrizio Gonnella.
Occorre eventualmente un segnale chiaro di condanna. "Parallelamente all'azione penale, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria deve avviare subito un'indagine interna urgente che sappia dare un segnale chiaro e mai ambiguo di condanna assoluta del possibile utilizzo della violenza ai danni delle persone detenute" afferma ancora il presidente di Antigone che ricorda, infine, come l'associazione abbia presentato un proprio esposto relativo a quanto accaduto nel carcere di Modena nella giornata dell'8 marzo, "ritenendo - conclude Patrizio Gonnella - che sia un valore per l'intera collettività che si chiariscano con la massima trasparenza i fatti che hanno portato alla morte di nove detenuti".
varese7press.it, 20 marzo 2020
Si è svolta in video-collegamento la riunione del Tavolo tecnico regionale sulla situazione carceraria, con la partecipazione dei principali esponenti istituzionali del mondo carcerario tra i quali Garanti dei detenuti, direttori di istituti carcerari, rappresentanti dei Tribunali di sorveglianza, degli enti del Terzo settore e della Curia.
Al centro del confronto le problematiche delle carceri in relazione all'emergenza Covid-19 e in particolare la proposta di alleggerire la pressione delle presenze non necessarie nel carcere che, viene detto nella nota conclusiva, "mai come in questo periodo costituisce l'extrema ratio nel sistema dell'esecuzione penale".
"Come evidenziato in modo anche drammatico dagli eventi recenti - ha commentato il Garante dei detenuti di Regione Lombardia, Carlo Lio - al mondo carcerario dobbiamo riservare un'attenzione massima. Sono perciò molto soddisfatto di questa nostra tempestiva iniziativa che costituisce la premessa per interventi concreti che sicuramente andranno nella giusta direzione. Oggi sentiamo ancora maggiore la responsabilità di fare cose che servono alla popolazione dei detenuti ma anche alle direzioni delle carceri e a tutta la polizia, non dimenticando quelle aree di sostegno necessarie a dare servizi utili a quella comunità".
Il Garante Carlo Lio ha voluto anche indirizzare un pensiero di apprezzamento particolare per la grande sensibilità istituzionale e morale dimostrata dalla dottoressa Giovanna Di Rosa, Presidente Tribunale di Sorveglianza di Milano, e dalla dottoressa Monica Lazzaroni, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Brescia.
Nel merito, nel corso della riunione è stato condiviso che il Provveditorato e le Direzioni delle carceri avvieranno una "celere selezione" dei detenuti meritevoli e con posizioni giuridiche che ne consentano l'ammissione alla proposizione di istanze alla Magistratura di Sorveglianza in vista delle misure liberatorie previste.
I singoli istituti penitenziari, gli Uepe (Uffici locali per l'esecuzione penale) e i Serd (Servizi per le dipendenze patologiche) effettueranno i programmi terapeutici ragionati, richiamando le linee guida elaborate di concerto con la magistratura di sorveglianza. Naturalmente le procedure prevedono tutta una serie di verifiche e approfondimenti che interessano anche le sfere della situazione familiare nonché le situazioni sanitarie all'interno dei nuclei familiari.
di Gemma Brandi*
quotidianosanita.it, 20 marzo 2020
Gentile Direttore, tutti gli italiani sono ormai prigionieri e scoprono la sofferenza di limitazioni imposte alla routine e alla fuga dalla routine. Quando ti trovi a confrontarti con una diagnosi potenzialmente mortale di cosa provi immediatamente nostalgia? Delle imposizioni noiose che disegnano le nostre giornate, tenendole dentro confini obbligati, e della sfida quotidiana alla routine cui carpire attimi di presunta libertà. La malattia distrugge con un colpo di spugna l'insopportabile quotidianità e le sue ineffabili trasgressioni, spalancando una voragine buia.
E d'improvviso potremmo trovarci ad invidiare i pensieri di un uomo che deve far quadrare il pranzo con la cena, i tormenti amorosi di una fanciulla che vede svanire l'interesse del partner, la fatica di una madre che rincorre i compiti domestici e la cura dei figli, dovendo conciliarli con un lavoro fuori casa. Oggi, anche coloro che malati non sono, si sentono minacciati da un potenziale contagio e solo la rinuncia alla routine permette alla collettività di ridurre il danno che, una entità vivente che ha preso ad interessarsi alle nostre cellule, potrebbe causare a molti o a moltissimi, specie ai più fragili.
La scoperta della prigionia, inoltre, apre alla eventualità di assaporare il vissuto della detenzione. Questa rende impossibile, ad esempio, procurarsi le piccole cose che consolidano la routine; spostarsi per entrare in contatto con altri esseri, per catturare delle viste, per collezionare esperienze note o nuove; lasciare che il nostro corpo si muova e che l'energia circoli in noi e tra di noi. La detenzione priva non solo di tali libertà modeste in apparenza, ma sostanziali per vivere. Essere reclusi rischia di assottigliare la dignità stessa della vita.
Come ovviare a questo pericolo esistenziale? Intanto esaminando cosa davvero valga la pena ritrovare e cosa potremmo mandare in discarica, pianificando un nuovo presente e un nuovo futuro. Dobbiamo vedere il momento attuale come una guerra per disegnare il nostro dopoguerra. Cosa di quanto c'era una volta desideriamo ritrovare e di cosa vale la pena privarci?
Presumibilmente non siamo disposti a perdere l'ironia e il sorriso, la qualità degli alimenti e le capacità culinarie, la inventiva e la vivacità, l'eleganza naturale e l'estro creativo, il sole, il mare, le montagne, una storia e una geografia bene assortite, i musei e le città d'arte, la varietà delle tradizioni e la quiete gentile e luminosa della provincia, le capacità diplomatiche e la raffinatezza artigianale, il clima e i colori, i pani e le paste, i tetti in coppo e tegola e le architetture di pregio, la pietas per chi soffre e una apertura al nuovo che avanza, la musica e la recitazione, l'esperienza di naviganti e la nostra dolce lingua, la socievolezza e gli abbracci che tutti conquistano. Ebbene tutto ciò è là ad attenderci, non scompare con il coronavirus. Dobbiamo solo non dimenticarlo e mantenerne viva la memoria in noi.
E però c'erano una volta molte cose che vorremmo cancellare: il tenace complesso di inferiorità nei riguardi del potere; l'inclinazione a cercarci un padrone e delle appartenenze, con il dilagare della corruttela che ha danneggiato e impoverito le istituzioni pubbliche; la faciloneria con cui rinunciamo ai nostri prodotti sopraffini, specie tra i nutrienti, per dare spazio a sostanze dozzinali e difettose; lo sforzo di mettere a tacere la voce interiore che ci porterebbe a salvaguardare la nostra impareggiabile geografia; la disponibilità a cedere il passo a interessi impresentabili che inquinano la terra, incattiviscono gli allevamenti, peggiorano respirazione e vitto; l'attitudine a contrabbandare per buonsenso lo spazio dato agli yesmen di comodo e a mettere la malleabilità al posto della competenza.
Ebbene, lavoriamo in queste settimane di sosta alla messa a punto del piano per il dopo-coronavirus, pretendendo da noi stessi per primi che le qualità da proteggere siano protette e che il marcio che corrode il bene della comunità sia infine scattivato. E soprattutto troviamo una determinazione condivisa nell'impedire a coloro che hanno dato pessima prova di sé, mentre erano al comando, di ritentare. Sono numerosi gli inviti che, persone della cui correttezza non dubito, rivolgono affinché si legga questo o quel saggio di questo e quel figuro transitato per decenni di prima e seconda repubblica e oggi pronto a prendere la parola per condannare atteggiamenti che ha contribuito a diffondere. Sarebbe sbagliato concedere a Lorsignori una seconda, terza, quarta occasione.
Meglio non leggere quanto scrivono, anche se il contenuto sembrasse degno di nota, perché si tratta dei travestimenti del demonio, capace di criticare oggi i suoi cavalli di battaglia di ieri, ma pronto a imboccare domani quella stessa via. Pretendiamo che siano le qualità da tutelare il canovaccio del futuro piano di navigazione del Paese e che a tessere la trama del dopoguerra siano altri da quelli che ci portarono in guerra.
*Psichiatra psicoanalista, esperta di Salute Mentale applicata al Diritto
di Carmelo Musumeci
agoravox.it, 20 marzo 2020
Penso che l'attuale Ministro della Giustizia rimarrà nella storia perché sarà ricordato come colui che senza proporre nessun provvedimento di amnistia o indulto riuscirà a svuotare le carceri, e a riempire i cimiteri. Spero ovviamente di sbagliarmi.
Leggo: "Coronavirus, contagi a San Vittore, Pavia e Voghera. Il garante denuncia possibili maltrattamenti a Opera." Credo, purtroppo, che siamo solo all'inizio. Il governo per l'emergenza coronavirus ha preso vari provvedimenti per tutte le fasce sociali, ma nulla per i detenuti e per gli operatori penitenziari e, come se non bastasse, alcune persone delle istituzioni si sono anche arrabbiate per le rivolte spontanee di migliaia di detenuti, che si sono sentiti in trappola come dei topi. Penso che per tornaconto e consenso politico questo governo abbia deciso di abbandonare al proprio destino sia i detenuti che le guardie carcerarie.
Da quello che leggo in questi giorni, le uniche persone che stanno tentando di prendere provvedimenti sono i magistrati di sorveglianza, ma hanno le mani legate dalle leggi emergenziali. La cosa che non riesco a capire è perché le guardie non si ribellino, perché se scoppia una pandemia nelle carceri subiranno la stessa sorte dei detenuti.
Se "fuori" devi stare ad un metro di distanza, "dentro" non è possibile, per questo le carceri devono essere subito svuotate, presto e il più possibile, come hanno fatto in Iran. Quello che sta avvenendo in questo periodo nelle carceri non è lontanamente paragonabile al passato della storia penitenziaria italiana. Ci sono detenuti che da moltissimi anni vivono con la proibizione di toccare un familiare, vedere oltre le sbarre il cielo, la luna e le stelle.
Ci sono detenuti murati vivi che vengono puniti nello stesso tempo con tre regimi diversi, applicati in successione o contemporanea: l'isolamento diurno, lo stato di tortura del 41bis e il regime di sorveglianza particolare del 14 bis. Ci sono detenuti che sono entrati a diciotto, diciannove, venti anni, sono invecchiati in prigione e probabilmente molti di loro moriranno in carcere di vecchiaia.
Nelle nostre "Patrie Galere", avvallato dalla scusa che ciò faccia parte della lotta alla criminalità organizzata, i detenuti vengono ormai annientati con una sofferenza sterminata e incommensurabile, vengono torturati nell'animo, negli affetti e nella dignità. Adesso però è ancora peggio perché i detenuti hanno un problema in più: la paura del coronavirus. Se ricominceranno le rivolte sappiate che è perché se fuori hanno paura, dentro ne hanno di più.
Ecco cosa mi ha scritto un detenuto del carcere di Voghera: "Carmelo, come è possibile che nessuno faccia niente per noi... sì, è vero, abbiamo fatto dei reati e siamo carne da macello, ma non ci sono mascherine neppure per le guardie: c'è qualcosa che non va. Che cazzo di paese cosiddetto "democratico". Complimenti buonisti di cuore, e poi saremmo noi i cattivi, eh!"
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