di Leonardo Clausi
Il Manifesto, 12 febbraio 2020
La politica del cosiddetto hostile environment intesa a disincentivare/dissuadere/scoraggiare l'immigrazione - una delle più detestabili eredità di Theresa May fatta immediatamente sua da Boris Johnson - ha raggiunto nuovi picchi di ostilità. Ieri un volo charter che doveva riportare "nel loro paese" cinquanta cittadini giamaicani con precedenti penali (stupro, omicidio, ma soprattutto spaccio) è decollato con solo diciassette persone a bordo.
Gli altri sono rimasti a terra grazie a una decisione in extremis della corte di appello (motivata dal fatto che alcuni dei "rimpatriati" non erano riusciti a mettersi in contatto con i propri legali dai centri di detenzione dove si trovavano prima della partenza per via di una mancanza di copertura della rete telefonica mobile).
È una deportazione particolarmente repellente perché viola i diritti umani di alcuni di loro, che sono senz'altro più britannici che giamaicani, ed è avvenuta nonostante un centinaio fra deputati e Lord da tutti i partiti avessero scritto un'inutile lettera a Johnson perché desistesse dall'autorizzarla. Come accade sin troppo spesso quando si tratta di cittadini dell'ex-colonia caraibica - alcuni dei quali fin troppo recenti (2017) vittime del rimpatrio forzato della cosiddetta Windrush generation - almeno cinque di ro erano arrivati in Gran Bretagna in un'età compresa fra i due e gli undici anni, e uno è a sua volta figlio della generazione Windrush. Hanno tutti scontato la pena inflittagli, sono stati tutti mandati in centri di detenzione per immigrati e ora alcuni rischiano la vita: secondo il Guardian, sono almeno cinque le persone uccise in Giamaica dopo esser state lì deportate dopo l'affare Windrush.
Abbastanza inquietante la reazione governativa. L'ufficio stampa di Downing Street, in piena modalità intimidatoria, ha così commentato: "Certe parti di Westminster non hanno ancora imparato la lezione delle ultime elezioni".
Insomma tenetevi forte, branco di snowflakes (lett, fiocco di neve, sarcastico epiteto rivolto dai neodestri anglosassoni ai giovani liberali): questo è solo l'inizio. La nota piccata prosegue con la minaccia di intervenire in modo contenitivo sul controllo da parte del tribunale: un altro aspetto del conflitto fra potere esecutivo e giudiziario emerso platealmente quando la corte suprema decretò illegale la sospensione del parlamento da parte di Boris Johnson.
Questo governo sguazza prevedibilmente nell'atmosfera rancorosa nella quale è immerso il paese post elezioni. In piena modalità farlocco-identitaria, manda avanti i propri membri non bianchi come Priti Patel (interni, fa sembrare Salvini un moderato) o il ministro delle finanze Sajid Javid a difendere le proprie azioni semi-totalitarie e discriminatorie.
Ora che è il momento di ringraziare l'elettorato sovranista, niente di meglio di una prova di fermezza con lo straniero criminoso. Peccato l'infausta coincidenza di date: l'aereo partiva a trent'anni esatti dal rilascio di Nelson Mandela dalla galera razzista nella quale avevano cercato di seppellirlo vivo.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 12 febbraio 2020
La piramide del terrore. Twitter esegue la richiesta del Cairo. I media attaccano anche il manifesto. L'avvocato del giovane: "Psicologicamente distrutto". Ma gli affari con le aziende italiane vanno a gonfie vele, da Egypt 2020 al Bit di Milano. "Patrick si trova al momento in una camera di sicurezza del commissariato di polizia Mansoura-2. È psicologicamente distrutto, è arrabbiato": sono le parole consegnate all'Ansa da Hoda Nasrallah, parte del team impegnato nella difesa di Patrick George Zaki, lo studente dell'università di Bologna arrestato venerdì al suo arrivo dall'Italia.
Patrick, la cui detenzione è stata prorogata per 15 giorni, "ha chiesto di essere visitato da un medico legale - continua l'avvocata dell'Eipr, la stessa organizzazione con cui in passato ha collaborato Zaki - per mettere agli atti le tracce della tortura subita". Colpi e scosse elettriche subite nelle prime 24 ore del sequestro, "ma in maniera da non far vedere tracce sul suo corpo".
La mobilitazione dal basso intanto prosegue, anche al di fuori dell'Italia. Al coro di chi chiede la liberazione immediata di Patrick si è unito tutto il consorzio di università del master Gemma in Studi di genere e delle donne, a cui è iscritto il ricercatore. Sette atenei europei di cui è capofila Granada, dove ieri si è tenuto un partecipato presidio di studenti e docenti.
La pressione dell'opinione pubblica continua a smuovere anche i livelli istituzionali. Dopo la pronuncia dell'Ue che tramite un suo portavoce si è detta pronta a "sostenere pienamente" le autorità italiane in caso di azioni necessarie, la delegazione Pd a Bruxelles ha scritto all'ambasciatore egiziano in Belgio e presso l'Unione europea, Khaled Aly El Bakly: "Dato il partenariato tra Egitto e Unione europea, ai sensi dell'accordo di associazione che prevede significativi fondi di cooperazione per l'Egitto e di cui il rispetto dei diritti umani è un elemento essenziale, chiediamo alle autorità egiziane di rilasciare immediatamente Patrick George Zaki".
Anche l'ambasciatore italiano al Cairo Giampaolo Cantini si è mosso sulla vicenda, incontrando il presidente del Consiglio nazionale per i diritti umani egiziano, organo governativo che ha ribadito la posizione del ministero dell'Interno: Patrick, dice il Consiglio, "risulta essere stato fermato in base a un'ordinanza della Procura generale ed è attualmente sotto inchiesta presso la stessa".
La vasta risonanza ricevuta dalla vicenda non è stata particolarmente gradita dalle autorità del Cairo, che hanno subito messo in atto le loro contromosse. L'account Twitter ufficiale della campagna Free Patrick è stato sospeso domenica per aver "violato le regole di Twitter", senza specificare ulteriori motivazioni.
Non è la prima volta che la divisione Medio Oriente di Twitter, basata a Dubai, silenzia voci critiche su pressione dei vari regimi arabi. Era già accaduto a settembre durante l'ondata di proteste in Egitto: centinaia di utenti si erano ritrovati bannati per aver espresso critiche ad al-Sisi, mentre il regime faceva arrestare oltre 4mila persone.
Un nuovo account è stato immediatamente creato, ma i gestori della pagina chiedono a Twitter "spiegazioni subito". Nel mirino della stampa pro-regime è finito di nuovo anche il manifesto, che in una trasmissione sul canale TenTv (la stessa in cui si denigrava Patrick e il suo lavoro) è stato additato come presunto agitatore di una campagna mirata a colpire i rapporti economici e militari tra Italia ed Egitto.
L'articolo in questione, con tanto di screenshot dal sito del giornale, è quello che riportava la vendita delle due navi militari Fincantieri al Cairo. Un affare milionario che, se messo in discussione, rischia di mandare all'aria tutta una serie di altre vendite di armamenti, che fanno molta gola all'industria militare italiana.
Gli affari comuni a ogni modo proseguono indisturbati in diversi settori. In questi giorni il Cairo è stata teatro di Egypt 2020, la fiera egiziana del settore petrolio e gas in corso fino a domani, di cui Eni è uno degli sponsor principali. All'evento, inaugurato ieri dal presidente al-Sisi in persona, hanno preso parte 24 aziende italiane.
Di queste, undici partecipano attraverso una missione collettiva di Ice, l'Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane, un organismo del governo che ha favorito la presenza dei privati all'evento cairota. A Milano contemporaneamente era in corso la quarantesima edizione della Bit, la Borsa internazionale del turismo, che ha celebrato il "ritorno" dell'Ente del turismo egiziano.
Il presidente dell'ente Emad Abdalla, nel promuovere le mete nel paese delle piramidi, si è rallegrato della crescita esponenziale dell'afflusso di italiani registrata nel 2019: +46% rispetto al 2018, pari a 619mila presenze, come riferisce askanews. "Aspettiamo tutti gli italiani - ha commentato Abdalla - In Egitto si possono fare tutti i tipi di vacanza e gli italiani sono sempre i benvenuti in Egitto". Un invito che suona come macabra beffa
di Khaled Said
Il Manifesto, 12 febbraio 2020
Aumentano i casi di insulti e abusi nel paese nordafricano, casa a circa sei milioni di migranti, la metà da Sudan e Sud Sudan. In assenza di politiche governative, con scuole off limits e lavori sottopagati, è l'Unhcr a tentare la via (anche social) all'integrazione. Il Nilo e i grattacieli della città sono nascosti da una fitta nebbia sopra il ponte 6 Ottobre al Cairo, una delle arterie che porta al quartiere Zamalek, sede di ambasciate e uffici internazionali. Qui c'è anche una delle quattro sedi dell'Unhcr presenti in Egitto: "Tre sono qui al Cairo e una ad Alessandria", ci dice Radwa Sharaf delle relazioni pubbliche dell'agenzia che fa campo alle Nazioni unite. Il personale della sicurezza è ovunque, sorvegliano i piani tra un tè e l'altro verificando chiunque entri nell'edificio.
L'Egitto ospita circa sei milioni di immigrati secondo l'Oim, la metà dal Sudan e dal Sud Sudan, dove la guerra civile ha provocato l'esodo di oltre due milioni di rifugiati. Solo nel 2019 circa 29mila immigrati hanno avanzato richiesta di asilo politico, stando ai dati dell'Unhcr, molto più bassi perché riferiti ai soli migranti registrati. "Abbiamo 129.426 siriani di cui 122.416 richiedenti asilo e 7.010 rifugiati. I sudanesi sono circa 47mila di cui 25mila richiedenti asilo", afferma Radwa elencando i numeri a memoria. "Siamo convinti che i numeri siano molto più alti, non tutti vengono a registrarsi nelle nostre sedi per prendere la residenza". Le altre nazionalità più presenti sono i sud-sudanesi, gli eritrei e gli etiopi. I siriani arrivano con i corridoi umanitari, mentre gli altri, in particolare i sudanesi, attraversano illegalmente il confine sud. I numeri sono alti, a dimostrazione che i flussi migratori sono preponderanti anche nella sponda sud del Mediterraneo.
"Una volta fatta la registrazione - spiega Radwa - ci sono tre soluzioni durature offerte ai migranti: la prima consiste il rientro nel loro paese di origine, la seconda è il ricollocamento in un altro Stato e infine la terza opzione è quella dell'integrazione ma non è molto diffusa". Si parla poco di integrazione. Le difficoltà economiche in cui versano gli egiziani rischiano di alimentare sentimenti discriminatori contro gli immigrati in caso di misure di integrazione percepite come onerose dalla popolazione. Una linea politica, quella adottata da al-Sisi, molto simile a quella dei paesi europei dove il tema migrazione è sempre scottante.
tuttavia, un'inchiesta pubblicata ai primi di gennaio dalla Ap ha evidenziato l'incremento di attacchi a sfondo razziale nel paese, registrando un aumento di sentimenti xenofobi contro gli immigrati di origine sub-sahariana. A farne le spese maggiori, si legge nel testo, sono le donne, prese di mira con insulti e abusi sessuali soprattutto nei luoghi di lavoro. Secondo l'inchiesta dell'Ap la maggior parte degli immigrati vive in quartieri poveri dove cercano di dare vita a piccole comunità per proteggere le famiglie e i nuovi arrivati, più vulnerabili ad attacchi e violenze. Molti di loro vengono sfruttati nei negozi o nelle aziende con salari molto bassi per intere giornate di lavoro durante le quali subiscono costanti trattamenti denigratori. Tuttavia, Radwa afferma che all'Unhcr non dispongono di dati o rapporti che possano confermare un aumento o una diminuzione degli episodi di razzismo, ma sono molte le iniziative messe in campo contro la discriminazione razziale. "Per sensibilizzare la popolazione - continua - cerchiamo di portare avanti anche campagne social attraverso personaggi famosi come attori e cantanti che abbracciano la causa dei rifugiati e cercano di fare informazione sull'argomento".
Con aria soddisfatta ricorda che l'hashtag #isirianiilluminanolEgitto è stato trend topic su Twitter, ma confida che "per i siriani l'integrazione diventa più semplice rispetto agli immigrati africani, perché c'è una sorta di fratellanza solidale tra gli appartenenti al mondo arabo". Oggi molti di loro lavorano nel settore della ristorazione, principalmente come cuochi o pasticceri. Di al-Sisi e del governo non ne parlano: "I rifugiati tendono a vivere per conto loro - ci spiega Radwa - Non si interessano alla vita politica egiziana, cercano di aiutarsi a vicenda per trovare un lavoro o un appoggio dove stare". Trovare lavoro non è facile, soprattutto per chi aspira a qualcosa in più rispetto a una mansione come manodopera a basso costo. "Recentemente abbiamo organizzato un workshop su come curare una mostra per aiutare gli artisti che hanno difficoltà a entrare nel mercato del lavoro - afferma Radwa - Abbiamo esposto le opere di artisti provenienti da sei nazionalità diverse, per dieci giorni. Sono venute tante persone, molte delle quali hanno pure acquistato alcune opere".
L'integrazione però avviene anche attraverso l'accesso all'istruzione pubblica, non garantita a tutti gli immigrati, ma solo a chi proviene dal mondo arabo "perché il sistema scolastico egiziano è diverso e l'ostacolo della lingua è molto grande", conferma Radwa. Chi non è arabo, dunque, non può iscriversi a una scuola pubblica rimanendo ancora più escluso all'interno della società. Il modo migliore per alimentare le distanze e le disuguaglianze tra gli immigrati e gli egiziani.
antigone.it, 11 febbraio 2020
Gratteri torna a parlare di lavoro gratuito in carcere. Ma non è altro che un altro nome per definire i lavori forzati. Ieri il Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri è tornato a parlare di lavoro in carcere, riconoscendone il ruolo fondamentale per il reinserimento delle persone ma proponendo che, in assenza di risorse, questo avvenga in forma gratuita. Ma il lavoro gratuito non è altro che lavoro coatto.
di Marina Caneva*
gnewsonline.it, 11 febbraio 2020
È stata avviata nei giorni scorsi la valutazione congiunta tra il Provveditorato per il Triveneto, i rappresentanti dell'Unione Comunità Africane d'Italia (Ucai) e il sodalizio Diritti in Movimento Toscana sulla fattibilità del progetto Exodus, che si propone di ricondurre in Africa le persone detenute nelle carceri italiane intenzionate a fare ritorno nelle comunità di origine.
francomirabelli.it, 11 febbraio 2020
"Qualche mese fa con alcuni altri parlamentari siamo stati invitati ad un incontro a San Vittore con le persone detenute del reparto chiamato La Nave, amministrato dall'azienda sociosanitaria territoriale degli ospedali San Carlo e San Paolo.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 11 febbraio 2020
Molti italiani quando sentono parlare di immigrati dicono di provare paura: è questa la sensazione di doversela vedere da soli con il proprio disagio. Giacciono oggi in Parlamento, e molto probabilmente torneranno in discussione nelle prossime settimane, almeno tre proposte di legge volte a consentire agli immigrati di acquisire la cittadinanza italiana in misura più larga di quanto sia possibile oggi. Personalmente penso che sia un obiettivo giusto.
Proprio chi è convinto dell'importanza della nostra identità storica e civile, della sua capacità di incarnare ed esprimere valori di carattere universale, non può non credere anche nella sua capacità di accogliere e alla fine d'integrare nella propria visione del mondo e della vita pure coloro che provengono da altre culture e i loro figli.
Senza contare che se domani l'Italia sarà rappresentata da cittadini di un colore dalla pelle diversa dal bianco o con ascendenze e retaggi culturali estranei alla sua storia, ciò assai probabilmente accrescerà le possibilità d'irradiamento nel mondo del nostro Paese, di diffusione dei suoi commerci e della sua influenza. Da un punto di vista storico che però guardi anche all'avvenire, una nuova legge sulla cittadinanza corrisponde insomma a un vero e proprio interesse nazionale.
Ma dire questo non basta. Come non basta invocare motivazioni di carattere etico del tipo che sarebbe immorale discriminare gli immigrati privandoli di quello che molti considerano un diritto. Nel momento di prendere una decisione così importante come l'allargamento del diritto di cittadinanza, accanto al criterio dell'obbedienza ai principi ne dovrebbe essere sempre preso in considerazione anche un altro: quello di commisurare i principi alle conseguenze più o meno prevedibili della loro applicazione. Il "si deve" è certo importante, ma in politica come nella vita è perlomeno altrettanto importante chiedersi "si può?".
Cioè: quali saranno gli effetti? Non a caso solo poche settimane fa mezzo mondo politico nostrano - vasti settori della sinistra inclusi - si è rivoltato contro una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, la quale - in nome per l'appunto di un sommo principio etico, il carattere non afflittivo della pena - ha dichiarato illegittimo il cosiddetto ergastolo ostativo, quello cioè previsto dal nostro ordinamento che impedisce ai condannati per reati di mafia di usufruire di qualsiasi sconto o alleviamento della pena se si rifiutano di collaborare con la giustizia. Se è opportuno una volta non obbedire ai principi, perché un'altra volta bisogna obbedire?
Dunque, prima di pensare ad approvare una nuova legge sulla cittadinanza sembrerebbe meglio pensare all'atmosfera sociale del Paese in cui una legge del genere dovrebbe essere applicata.
Come è ampiamente noto se si parla d'immigrazione una parte molto grande d'italiani dice di non sentirsi in generale "sicura", di avere "paura" (parola sicuramente eccessiva che adopero perché è quella entrata ormai nell'uso del dibattito politico).
Certo, inevitabilmente vi sono anche esponenti e forze politiche che si fanno "imprenditori" di tale paura, cioè che la cavalcano a fini elettorali. Ho detto inevitabilmente perché è un carattere proprio della politica cavalcare le paure della gente, motivate o meno che siano. Da che mondo è mondo è così, e non si vede per quale ragione, ad esempio, cavalcare la paura della "guerra" e additare come un pericoloso guerrafondaio questo o quell'avversario politico - come si fece molto spregiudicatamente a suo tempo da parte del Partito comunista - sarebbe stato una cosa tanto diversa da quella a cui assistiamo oggi. Per sua natura, infatti, la politica si alimenta delle paure e delle speranze: e spessissimo perciò anche delle più rovinose illusioni. Chi pensa che dovrebbe invece ispirarsi esclusivamente a razionalità e bon ton è meglio che si occupi d'altro.
Dunque molti italiani, forse la maggioranza, quando sentono parlare d'immigrazione dicono di provare qualcosa di abbastanza simile alla "paura".
Coloro che amano passare per perfetti democratici attribuiscono perlopiù tale sentimento a un puro pregiudizio e/o alla perversa manipolazione degli "imprenditori della paura" di cui sopra. Sbagliano. Il razzismo e Salvini non c'entrano per niente. Converrebbe piuttosto chiedersi, invece, di che cosa in realtà quegli italiani abbiano paura. Principalmente di una cosa, io penso, di una cosa, che tenendo conto della loro età in genere avanzata e della loro condizione economica in genere non floridissima non è certo da poco: di essere lasciati soli. Soli a vedersela con l'immigrazione.
Che per loro, a differenza della fascia benestante della popolazione, significa volti, cose, abitudini, situazioni, radicalmente diversi da quelli a cui sono abituati e che essi sentono come minacciosi, non fosse altro perché minacciano di cambiare significativamente il loro habitat. E di fatto lo cambiano, mettiamocelo in testa. Solo una somma ipocrisia può far credere, infatti, che non faccia alcuna differenza avere o non avere nel proprio palazzo tre o quattro famiglie di immigrati ovvero abitare o non abitare nei pressi di un campo nomadi.
È una paura che deriva dalla sensazione, di non poter contare - fatte salve condizioni di assoluta emergenza - su alcun aiuto o salvaguardia reali da parte dello Stato. Dalla consapevolezza che ognuno sarà chiamato a vedersela con il proprio disagio, con le proprie difficoltà, con la difesa del proprio buon diritto dovendo contare unicamente sulle proprie forze. L'esperienza insegna: nel caso dell'Italia l'immigrazione ha rappresentato una gravissima occasione di esercizio dell'illegalità, un'illegalità diffusa e capillare, di cui la gente non ha potuto non prendere atto. Per anni decine e decine di migliaia di persone sono entrate nel Paese contravvenendo a qualsiasi regola, si sono stabilite dove e come hanno voluto o potuto sostanzialmente indisturbate: spesso occupando abitazioni in modo abusivo, lavorando spessissimo fuori dalla legge, spesso dedicandosi alla malavita.
Senza che lo Stato facesse valere il peso delle leggi (che finché esistono si fanno osservare, se no si cambiano). Che a tutt'oggi, per dirne una, questori e prefetti di molte province meridionali non ricevano dal Ministero degli interni disposizioni stringenti per spazzare via la vergogna di un mercato del lavoro agricolo che impiega in condizione di sostanziale semi-schiavitù legioni di immigrati, è solo una delle mille prove dell'ormai congenita propensione dello Stato italiano a venire largamente a patti con l'illegalità, a lasciare che le cose vadano per conto loro quando si tratta di questioni che riguardano il fenomeno migratorio (e che insieme, magari, riguardano anche gli interessi di un buon numero di agrari negrieri...).
La gente ha visto tutto ciò e ha tratto le sue conclusioni. Si è convinta sulla base dell'esperienza che lo Stato e la politica non abbiano né la volontà né la capacità di governare realmente il flusso degli immigrati. Se dunque si vuole che una legge sulla cittadinanza non sia percepita come l'ennesimo allentamento dei freni, come l'ennesima prova di una sgangherataggine permissiva che ha già fatto molti danni, il Parlamento farà bene ad accompagnarla ad altre norme che rafforzino la tutela degli italiani deboli, li garantiscano dai molti inconvenienti, spesso dai veri e propri piccoli e grandi soprusi quotidiani che per loro l'immigrazione ha fin qui significato.
di Carlo Bertini
La Stampa, 11 febbraio 2020
Prescrizione, ultima offerta a Italia viva: la nuova normativa finirà nel ddl Costa. Ma Zingaretti non crede al "bluff". Malgrado Teresa Bellanova dica "noi non vogliamo far cadere il governo", la minaccia lanciata ieri da Matteo Renzi di presentare una mozione di sfiducia al Senato contro il ministro Alfonso Bonafede per il "caso prescrizione", suona come una campana a morto per l'esecutivo. Almeno così la pensa Dario Franceschini, capofila di una schiera di pezzi grossi Dem, convinti che a questo punto Renzi faccia sul serio.
Per Franceschini, vuole le urne - "Se vuole sfiduciare un ministro, sfiducia l'intero esecutivo", chiarisce il capo delegazione Pd. Il quale, ben conoscendo l'ex premier, con i suoi vari interlocutori solleva il dubbio che possa aver deciso che sia meglio andare al voto con la legge elettorale in vigore. Perché garantisce porte aperte ai partiti che superano il 3%: anche se si andasse alle urne a giugno dopo il referendum di marzo, con un terzo di seggi in meno, Italia Viva non rischierebbe di restare fuori. Ma al di là del fatto che il leader Pd non crede al bluff, Pd e 5 stelle vogliono vedere se Renzi fa sul serio: e lo aspettano al varco per vedere se depositerà la mozione di sfiducia dopo che verrà bocciata la proposta di Italia Viva (emendamento Annibali al milleproroghe) di sospendere per un anno la riforma del ministro che abolisce la prescrizione.
L'ultima mediazione - Per sminare il terreno e offrire un appiglio a Renzi, il governo non presenterà più un emendamento al decreto mille proroghe: che avrebbe obbligato Italia Viva a votare la fiducia obtorto collo; e che comporterebbe un doppio profilo di incostituzionalità. E non sarà varato un decreto legge ad hoc, per non scaricare su Mattarella la responsabilità di firmare un atto controverso. L'ultima decisione è che verrà "parlamentarizzata" la questione, come si fa quando si vuole mettere al riparo il governo: trasferendo il contenuto del "lodo Conte bis", che attenua l'abolizione secca della prescrizione, nel disegno di legge Costa in votazione il 24 febbraio. Un ddl che abroga la riforma Bonafede, gradito a Italia Viva. Sarà riscritto, con un emendamento che contiene l'abolizione della prescrizione dopo la seconda condanna in appello e il suo permanere per gli assolti in secondo grado.
L'ex premier: non mi fermano - "Se davvero chiedono di sfiduciare Bonafede, è crisi", avverte Zingaretti, sicuro però che "non lo faranno". Il leader Pd cita Shakespeare del "Tanto rumore per nulla", per dare idea di quanto poco consideri la minaccia renziana, bollata come un bluff. Renzi scommette tutte le sue carte su una battaglia fortemente identitaria e se tirasse dritto, il timore dei Dem è che non ci sarebbe una maggioranza blindata grazie ai voti di delusi di Forza Italia. L'ex premier è infatti sicuro di avere "tutti i voti di IV, tutti quelli delle opposizioni - perché è difficile ipotizzare il soccorso azzurro proprio sulla giustizia - e qualcuno anche del Pd. Noi non molliamo di un centimetro", dice Renzi ai suoi riuniti ieri sera a Palazzo Giustiniani. "Dicono che io mi fermo per aspettare le nomine. Si vede che non mi conoscono".
Il Pd: così fa un favore a Salvini - "Come volevasi dimostrare, dicevano di voler allargare il campo ai moderati per sconfiggere Salvini e invece gli fanno un favore", è lo sfogo del segretario Pd. "Della sconfitta della destra, del lavoro, della crescita non si parla più. Solo polemiche ad arte per nascondere la loro crisi. Salvini e Meloni brindano. Complimenti".
Ecco lo stato dei rapporti tra l'attuale e l'ex segretario Pd. Il quale, stando ai veleni che piovono copiosi dal Nazareno, non avrà però il seguito che spera al suo atto di ostilità al governo. "Vediamo quanti dei suoi lo seguono...". Quel che è certo è che dopo questa giornata, cresce l'insofferenza del Pd verso Renzi, "che cala pure nei sondaggi, mentre noi cresciamo di un punto". "Stavolta sta davvero esagerando", lo rimprovera l'ex renziana di ferro,oggi sottosegretario, Alessia Morani.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 11 febbraio 2020
La minaccia di una mozione di sfiducia contro il Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede agita il governo e rafforza il partito del voto anticipato. Ma potrebbe anche finire nel nulla. La domanda è se si assista all'ultima sceneggiata, o a un annuncio di suicidio politico. Non si può escludere che la prima ipotesi porti, al di là delle intenzioni, al secondo.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 11 febbraio 2020
Tra il lusco e il brusco, siamo in attesa di questo ormai leggendario lodo sulla prescrizione da almeno un mese. Con tutto il garbo possibile, e con l'autentico rispetto che nutriamo per chi ha il difficile compito di governare un Paese dovendo fare i conti con maggioranze politiche disomogenee, dicemmo subito - allora la riforma Bonafede non era ancora entrata in vigore- che dubitavamo vi fosse una soluzione praticabile all'infuori di un ulteriore rinvio. Le ragioni che avevano convinto il Ministro e la sua parte politica ad accettarlo nel 2019 erano perfettamente immutate nel 2020. Lo chiedemmo anche al Guardasigilli: perché cambiare idea?
Niente da fare, qui la ragione non detta legge. La partita è quella di chi vuole piantare la bandierina ideologica, demagogica, irresponsabile. La legge entra in vigore: chi la votò (ottenendo però almeno quel rinvio condizionato, diamone lealmente atto alla Lega) grida allo scandalo; chi la avversò (il Partito Democratico) inizia un'opera di mediazione, in nome della responsabilità di governo. Ma mediazione tra cosa e cosa? Questo è il punto.
Lo abbiamo ripetuto fino alla nausea: il disegno di legge del PD, che ripropone la "Orlando" leggermente rivisitata, è perciò stesso abrogativo della Bonafede. Non stiamo parlando del prezzo di una merce, ma di principi tra di loro irriducibili, l'uno alternativo all'altro. L'unica dichiarata intenzione comune - e non è poco se ci pensate - è l'obiettivo di ridurre drasticamente i tempi del processo: si lavori a quello, rimuovendo nel frattempo la materia del contendere, anche solo con una sospensione temporanea della sua efficacia.
Invece, impazza il lodo. Ed alla fine, impazzisce. Si annuncia oggi con squilli di tromba che la vituperata abolizione della prescrizione viene confermata per chi è condannato in primo grado, ma non per chi è assolto. Cioè ciò che il PD aveva giudicato insufficiente già due settimane fa. Quale è la novità? Che se il condannato (se e quando vedrà finalmente celebrato l'appello, anche dieci anni dopo per esempio, tanto non c'è più fretta) dovesse essere assolto (succede), recupera la prescrizione perduta. Avete presente la tessera-punti che danno al supermercato? Ecco, una cosa del genere. Domanda, così, solo per curiosità: ma se sono stato assolto, cosa dovrei farmene del recupero della prescrizione?
Complimenti, lei ha vinto una prescrizione! Eventualmente utilizzabile - intuiamo - laddove mai il Procuratore generale (ipotesi invero percentualmente marginale), non pago di averti tenuto prigioniero del processo per molti lustri, volesse ricorrere per Cassazione. Dovrebbe in tal caso calcolare se nel frattempo non fosse maturata la prescrizione dalla data della ingiusta sentenza di condanna di primo grado, tale da rendere inammissibile il suo ricorso. O dovrebbe comunque calcolarla poi la Cassazione al momento del giudizio. A questo punto si impone una seconda domanda: siamo su "Scherzi a parte", o qualche burlone versa nei caffè del Consiglio dei ministri sostanze allucinogene all'insaputa dei partecipanti?
Tu tieni un povero cristo, ingiustamente imputato e che doveva essere assolto, prigioniero di un processo ingiusto per un tempo indefinito, e quando infine ti decidi ad assolverlo, gli regali la prescrizione che avrebbe maturato se fosse stato assolto in primo grado? E deve dirti anche grazie? Ma lui prende un bastone, e ti insegue fino a quando non ti raggiunge (sto parlando al lucido inventore di questo capolavoro), e noi francamente non sapremmo dargli torto. Anzi, faremmo il tifo.
Diciamo lodo addio (nell'alto dei cieli), e facciamola finita con queste follie, prima che la neurodeliri si porti via tutti. Il limite della decenza lo abbiamo da tempo superato, cerchiamo almeno di non smarrire il senso del ridicolo.
- Prescrizione e impunità non sono la stessa cosa, anche i fascisti lo capirono ma Bonafede no
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