di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 marzo 2020
I reclusi protestavano per il blocco delle telefonate ai familiari e l'isolamento totale dopo il caso di un contagio da coronavirus. Presunte manganellate all'interno della sezione di alta sorveglianza (as3, settimo piano) del carcere di Voghera dopo che i detenuti hanno intrapreso una protesta per il blocco delle telefonate ai famigliari e l'isolamento totale dopo il caso di un recluso contagiato dal coronavirus.
"Mi ha chiamato piangendo mio marito - denuncia al Il Dubbio la moglie di un recluso - raccontandomi che gli stessi agenti penitenziari della sezione, fino all'altro giorno cordiali e disposti con tutti, sono entrati in cella e hanno picchiato un suo compagno di cella perché aveva protestato contro l'isolamento totale e il blocco delle telefonate di ieri. Non tutti, fortunatamente c'era qualche agente che ha cercato di fermare i loro colleghi".
Tutto da dimostrare. Ma secondo la ricostruzione di alcuni familiari, tutto sarebbe cominciato quando un detenuto, da alcuni giorni con sintomi influenzali, è risultato positivo al tampone e ricoverato all'ospedale. Gli stessi agenti, dopo la battitura dei reclusi per chiedere di avvisare i propri cari, hanno dato la possibilità di far fare le telefonate tutti i giorni.
Poi però è scattata la quarantena, isolamento totale senza ora d'aria e il blocco anche delle telefonate. Quindi una nuova protesta. A quel punto alcuni agenti avrebbero sedato la protesta con le manganellate. Ma parliamo di una testimonianza diretta di un recluso e il condizionale è d'obbligo. Tante, troppe le segnalazioni che provengono da più parti.
C'è l'autorità del garante nazionale dei detenuti che è anche impegnato a controllare, in rapporto con le Procure e in talune casi con visite, la consistenza di alcune notizie ricevute circa possibili casi di ritorsione nei confronti di persone che hanno partecipato alle proteste. E continuano anche ad arrivare da parte dei familiari richieste di informazione sui propri congiunti trasferiti a seguito delle proteste. Il garante a questo proposito aveva sollecitato l'Amministrazione penitenziaria al fine di assicurare a tutte le persone trasferite negli altri Istituti di informare i loro riferimenti affettivi circa la nuova assegnazione detentiva.
Nel frattempo buone notizie buone notizie dal fronte dei detenuti contagiati dal Covid-19: due di loro sono guariti, come dimostra l'esito negativo del terzo tampone effettuato, e hanno fatto rientro in istituto dall'ospedale dove erano ricoverati. Per uno il medico dell'istituto ha prescritto la quarantena fino al 24 marzo prossimo e quindi si trova attualmente in isolamento precauzionale in una camera di pernottamento singola, dotata di bagno autonomo. Per l'altro invece non è stato ritenuto necessario l'isolamento e ha quindi fatto rientro nella sezione detentiva.
Rimangono così soltanto otto i detenuti positivi sull'intero territorio nazionale dal 22 febbraio scorso, da quando cioè il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ha varato i primi provvedimenti per fronteggiare il rischio contagio da coronavirus, fra cui l'istituzione dell'unità di crisi per il monitoraggio del fenomeno. Alcuni di questi sono ricoverati presso strutture ospedaliere delle città. Altri si trovano in istituto, isolati dal resto della popolazione detenuta, secondo il protocollo sanitario previsto dalle circolari del Dap e del Ministero della Sanità: in qualche caso hanno contratto il virus all'esterno mentre si trovavano ricoverati, per altri motivi, presso strutture sanitarie.
di Antonella Mollica
Corriere Fiorentino, 20 marzo 2020
la famiglia aveva chiesto il trasferimento: "Irriconoscibile". Si è ucciso il giorno dopo il suo compleanno in una cella del carcere di Porto Azzurro inalando il gas del fornellino. Fiorentino, 54 anni, era detenuto da sei anni per tentato omicidio ed era stato dichiarato parzialmente incapace di intendere e volere. Dopo l'arresto l'uomo era finito a Sollicciano, poi trasferito a Montelupo, infine a Porto Azzurro.
La scorsa estate i familiari, preoccupati dello stato di prostrazione in cui avevano trovato l'uomo durante un colloquio, si erano rivolti al Garante per i diritti dei detenuti segnalando le condizioni disperate dell'uomo. La moglie e il figlio avevano denunciato che l'uomo era irriconoscibile, era diventato uno scheletro e che si stava "lasciando morire": è diventato "una larva umana - avevano scritto al Direttore del carcere di Porto Azzurro - e per evitare di arrivare a una situazione irreparabile bisogna pensare al più presto a una soluzione alternativa".
Ad agosto l'uomo aveva così ricevuto la visita del garante per i detenuti di Porto Azzurro che aveva confermato di aver trovato l'uomo fortemente dimagrito dal momento che, come lui stesso ammetteva, mangiava poco perché non aveva fame. Quando i familiari avevano ventilato la possibilità di farlo andare in una Rems, una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, sembra che lui non avesse preso bene questa possibilità.
A settembre era arrivata la risposta ai familiari dal carcere: i vertici dell'istituto avevano spiegato che erano stati fatti accertamenti, che l'uomo era seguito regolarmente, che "non emergono elementi da segnalare" e sottolineavano che "nessuna informazione ulteriore sullo stato di salute dell'uomo poteva essere fornita ai familiari se non dietro il suo consenso". Quattro giorni fa la decisione di farla finita.
sardegnalive.net, 20 marzo 2020
Svariati i problemi presenti nelle carceri anche prima del Covid-19. Maria Grazia Caligaris, socia fondatrice associazione Onlus "Socialismo diritti riforme" fa un quadro della situazione attuale delle carceri sarde. Secondo la donna i tanti problemi, presenti anche prima dell'emergenza Coronavirus, vano risolti quanto prima.
"Il provvedimento con cui il Governo è intervenuto per alleviare la presenza dei detenuti nelle carceri, con l'intento di dare una risposta all'emergenza Covid-19, non risolverà la condizione di grave sofferenza in cui si trova anche il sistema penitenziario in Sardegna. È un primo passo ma non sufficiente. Occorre ampliare il ricorso alle pene alternative e promuovere una mini amnistia o un indulto", scrive la Caligaris.
"Nella nostra isola al problema del sovraffollamento in alcuni Istituti (Oristano-Massama, Cagliari-Uta e Sassari-Bancali) si aggiungono le carenze 'storiché che il Ministero della Giustizia e il Dap non hanno mai seriamente affrontato e risolto. La costruzione di quattro nuove strutture penitenziarie ha paradossalmente complicato la realtà isolana dove sono aumentati i detenuti in alta e massima sicurezza e la carenza di personale (direttori, agenti, educatori e amministrativi). È inadeguata l'organizzazione sanitaria, deficitaria sotto il profilo dell'efficienza. Aspetti che rendono difficile tenere insieme esigenze diverse nel rispetto dei diritti di tutti. Senza parlare della Magistratura di Sorveglianza che necessita di numeri decisamente più importanti per rendere il ricorso alle pene alternative più snello ed efficace.
Non si può fare a meno di considerare che se nelle carceri isolane non si sono verificati atti inconsulti lo si deve al senso di responsabilità delle persone private della libertà e dei loro familiari ma ha avuto un ruolo determinante il personale. In queste settimane dell'imperativo "restare a casa" abbiamo sperimentato, almeno in parte, che cosa significa vivere con limiti alla libertà. Da cittadini responsabili abbiamo rinunciato a uscire di casa se non per necessità.
Molti hanno sofferto a tal punto questa condizione da non riuscire a portarla a termine completamente. Hanno frequentato le edicole o il market o la farmacia più di una volta, senza neanche l'urgenza. Hanno avuto al loro fianco moglie o marito, figli, nipoti. Hanno avuto momenti di socialità attraverso il computer o il cellulare.
Imporre restrizioni a chi vive una condizione limitata, violando così anche le norme vigenti che permettono ai detenuti di vedere almeno i propri familiari (principio peraltro fondamentale per il reintegro sociale e per mantenere relazioni con i figli) oppure i volontari ha creato non pochi problemi a Direttori e Comandanti di Reparto. Ha imposto agli Agenti e agli Educatori un surplus di lavoro costringendoli, in un momento della loro vita condizionato da una grave emergenza sanitaria, a fare leva quasi solo sull'arma della comunicazione.
Non è stato facile spiegare perché, condividere lo scopo delle nuove più rigide limitazioni palesando un fine comune per il rispetto della vita di tutti. Tutto questo è stato fatto, anche con il contributo dei Cappellani, durante le ultime tre settimane costruendo un nuovo modo per stare insieme in una realtà chiusa. A questo equilibrio delicato e sempre instabile ha contribuito il personale sanitario in grande difficoltà. Tutti, anche i volontari, aspettano un ulteriore provvedimento del Ministro Bonafede che con senso di responsabilità, senza il condizionamento degli insensati allarmi per la libertà a vantaggio di violentatori, pedofili e assassini, assuma una decisione in grado di incidere più opportunamente per alleviare una situazione che, forse non si è ancora capito, è molto delicata.
Non basta riconfermare un dispositivo di legge esistente (199/2010), come ha fatto. Non basta garantire l'uscita dal carcere a chi deve scontare ancora 18 mesi. Serve coraggio e determinazione per consentire a chi sta concludendo il percorso detentivo di andare a casa, seppure in detenzione domiciliare. Una mini amnistia e/o un indulto sarebbero l'ideale, anche perché la situazione dei Tribunali non è facile. Il Ministro non aspetti oltre intervenga affinché la salute di tutti sia salvaguardata in condizioni di vita in cui l'igiene sia davvero garantita ed esclusa o almeno controllata la promiscuità".
di Agostino Pantano
ilreggino.it, 20 marzo 2020
Il garante regionale si appella al Presidente Santelli: "Nel piano di emergenza si pensi ad un capitolo dedicato all'assistenza sanitaria". La governatrice Iole Santelli inserisca nel piano per l'emergenza coronavirus, un capitolo dedicato all'assistenza sanitaria in caso di contagio nelle carceri. È questa la richiesta forte che arriva da Agostino Siviglia, Garante regionale per i diritti dei detenuti, che offre un quadro della situazione nei 12 istituti penitenziari calabresi, a partire dall'unica emergenza per ora riscontrata nella struttura di Arghillà.
"Qui manca il referente sanitario - spiega - e solo dopo un nostro sollecito l'Asp ha potenziato il personale infermieristico". A parere del Garante per ora la situazione nei 12 istituti penitenziari sparsi nella regione è sotto controllo, "ma - afferma - visto che il Dap ha comunicato che sono già 10 i casi di contagio rilevati in tutto il territorio nazionale, la Regione tramite le Asp deve appontare misure idonee ad evitare che nel caso di espansione anche nelle nostre strutture dell'epidemia, la situazione possa precipitare".
E mentre è di un detenuto di Vibo Valentia il primo caso di passaggio ai domiciliari, per via di un quadro clinico che secondo il giudice lo renderebbe più vulnerabile se subisse un contagio, la condizione calabrese si inserisce in un quadro nazionale che continua a preoccupare dopo le proteste violente dei giorni scorsi, tenuto conto che anche in Calabria sono stati trasferiti i carcerati protagonisti delle varie sommosse.
Un allarme che non riguarda solo i detenuti e gli agenti penitenziari, ma anche gli operatori volontari, come riferisce il cappellano del carcere di Palmi, don Silvio Mesiti, che chiosa: "Siamo preoccupati, ma se un detenuto mi chiede un colloquio, io più che mettere la mascherina non posso fare".
di Luigi Mastrodonato
wired.it, 20 marzo 2020
Il virus non è una grande livella: un dramma ulteriore si sta consumando lì dove tendenzialmente
lo sguardo non arriva, nel mondo degli ultimi, degli emarginati e dei soggetti fragili.
Quella che stiamo vivendo in questi giorni è una tragedia collettiva, continuiamo a ripeterci. Nella Covid-19 non ci sono privilegiati a cui è concesso di continuare normalmente la propria vita e condannati a cui è richiesto di cambiare in toto le proprie abitudini: siamo tutti sulla stessa barca, una barca in un mare in tempesta, e a tutti sono richiesti gli stessi sacrifici, in una sorta di mal comune mezzo gaudio che nella sua drammaticità può aiutare a farci forza.
Eppure va da sé che queste settimane di pandemia, con tutto quello che si stanno portando dietro, hanno impatti differenti sui differenti profili sociali. Il Covid-19 è una tragedia globale, che ci riguarda tutti, ma è anche una tragedia soggettiva, nel senso che la sua violenza è variabile. Non esiste la grande livella, quando si parla di virus.
I precari, tra gli altri, usciranno maggiormente sconfitti da questa situazione, perché la sospensione lavorativa avrà effetti molto più netti sulle loro finanze e la loro sopravvivenza: perché l'accesso alle cure sanitarie e psicologiche sarà economicamente più difficile, perché il contesto abitativo in cui si trovano renderà la quarantena meno sopportabile rispetto a chi può permettersi una villetta a schiera con giardino. Ma al di là di queste disuguaglianze attuali e, soprattutto, future, che riguardano la società visibile, un altro dramma si sta consumando lì dove tendenzialmente lo sguardo non arriva, nel mondo degli ultimi, degli emarginati. Dei soggetti già fragili. Un mondo sommerso, già tormentato nella normalità, ancora più messo in ginocchio ora.
Il paradosso più significativo di questi giorni riguarda le denunce nei confronti dei senza dimora, colpevoli di stare all'aperto quando le ordinanze chiedono di non uscire. Una concretizzazione della scritta homeless go home diventata virale grazie alla sua assurdità. Di fatto si chiede a chi una casa non ce l'ha di stare a casa, mettendo il dito nella piaga di fragilità con cui queste persone sono già costrette a confrontarsi. In queste settimane, per scongiurare gli assembramenti, sono peraltro state chiuse diverse mense, sono stati limitati gli accessi ai dormitori, e alla distribuzione dei pasti caldi si è sostituita l'offerta in qualche piazza di alimenti essenziali da consumare a distanza. Sono stati sospesi i servizi di docce e lavaggio e il numero di volontari che assistono i senza dimora si è ridotto, a causa delle limitazioni negli spostamenti. Il Covid-19 ha insomma accentuato la solitudine e la fragilità di chi vive in strada, in parallelo a una criminalizzazione di questa condizione (che tanto piacerà ai teorici del decoro).
Ma il virus è entrato con tutta la sua violenza anche in altri mondi invisibili, come quello delle carceri. Ai detenuti da ormai un mese sono stati sospesi alcuni diritti per contenere il contagio, annullando di fatto i contatti con l'esterno. Se noi fatichiamo a stare 24 ore senza una corsetta al parco, ci lamentiamo dai nostri salotti con Netflix su uno schermo e Facetime sull'altro che squilla dieci volte al giorno con la fidanzata o l'amico pronti a tenerci compagnia, immaginiamoci cosa può significare - per chi in quarantena vive da anni - perdere anche quell'ora settimanale di contatti con i parenti. Le rivolte in decine di istituti nelle scorse settimane, le vittime che sono state avvolte nel silenzio e su cui ancora non si è fatta chiarezza, sono un dramma nel dramma del coronavirus.
Ma altre conseguenze tragiche sono dietro l'angolo. Nelle scorse ore le Ong hanno dichiarato che si trovano costrette a sospendere le loro operazioni di soccorso nel mar Mediterraneo, a causa delle restrizioni in corso. È un problema, perché per quanto i sovranisti urleranno ai megafoni che questo comporterà l'azzeramento degli sbarchi a causa della fantomatica legge del pull factor, nella realtà i barconi continueranno a solcare il mare, senza però poter contare sull'assistenza umanitaria in caso di difficoltà. Durante la politica dei porti chiusi di Salvini, nel mar Mediterraneo sono morte 1.151 persone, a riprova di quanto la presenza delle Ong sia fondamentale per scongiurare queste tragedie.
Sono solo alcuni esempi della violenza soggettiva con cui il Covid-19 si sta abbattendo sulla popolazione. Se è vero dunque che siamo tutti sulla stessa barca, è anche vero che si tratta di una barca con business class, prima classe e seconda classe. Il mare in tempesta c'è per tutti, ma per alcuni - gli ultimi - il dramma si sta facendo sentire in modo ancora più violento.
Il Gazzettino, 20 marzo 2020
Le autorità italiane non sono responsabili per la morte di un detenuto avvenuta alla fine del maggio 2005 nel carcere veneziano di Santa Maria Maggiore, e hanno condotto un'inchiesta efficace per determinarne le cause.
Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha assolto l'Italia dall'accusa, formulata dai parenti del detenuto, di aver violato il suo diritto alla vita perché le autorità penitenziarie non hanno preso misure adeguate ad evitare la tragedia, e le autorità inquirenti non hanno condotto un'inchiesta efficace per verificare i fatti.
A ricorrere alla Corte di Strasburgo, nel 2013, sono stati due parenti del carcerato, un uomo con problemi di tossicodipendenza, trovato morto nella sua cella alla fine del maggio 2005.Gli accertamenti disposti dalla procura consentirono di accertare che l'uomo morì a causato "dell'inalazione volontaria del gas contenuto nella bombola usata per cucinare".
Gli atti di autolesionismo sono uno dei problemi più preoccupanti nei penitenziari della regione, che soffrono di cronico sovraffollamento di detenuti (a fronte di una capienza regolamentare di 1.942 posti i penitenziari della regione hanno ospitato mediamente 2.394 detenuti) mentre il numero di agenti di polizia penitenziaria è sempre più carente.
Nell'ultimo anno censito dalle statistiche ufficiali, sono raddoppiate le morti per suicidio, passate da 2 a 4 (una a Padova e tre a Verona), mentre i tentati suicidi sono lievitati da 57 a 81 e gli episodi di autolesionismo da 556 a 674. Il 2020 si è aperto a gennaio con il suicidio di un colombiano, detenuto per droga, che è riuscito a togliersi la vita dopo un tentativo non andato a buon fine.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 marzo 2020
Mentre per le rivolte in carcere sono stati aperti dei fascicoli di indagine su presunti maltrattamenti nei confronti di alcuni rivoltosi, è in corso una verifica per quanto riguarda una presunta aggressione a un detenuto al 41bis ristretto nel carcere milanese di Opera. Il fatto sarebbe avvenuto il 23 febbraio.
Cinque agenti della polizia penitenziaria, capitanati dal Comandante, sarebbero entrati nella cella. Quest'ultimo, per far aprire la cella, avrebbe sfidato il detenuto fronteggiandolo in maniera diretta e lo avrebbe spinto con un colpo al petto, facendo perno con le proprie braccia sui montanti che sorreggono l'inferriata posta all'ingresso della cella. In questa maniera avrebbe fatto arretrare il detenuto, consentendo a tutti di entrare.
A quel punto, con il supporto degli agenti che avrebbero accerchiato il detenuto, il comandante avrebbe continuato a sfidarlo verbalmente, fino a quando lo avrebbe preso per il collo con entrambi le mani, ma con una tale forza da lasciargli i segni della stretta. Il detenuto avrebbe quindi reagito, con una testata nel volto del presunto aggressore, per interrompere l'atto di violenza.
La denuncia è arrivata sul tavolo della Procura milanese da parte dell'avvocato difensore Eugenio Rogliani. Ma per capire meglio la vicenda, bisogna partire dall'inizio. L'avvocato spiega che il suo assistito, nel corso del suo lungo periodo al regime duro, ha più volte manifestato segni di grave instabilità psichiatrica con atti di autolesionismo.
A causa della sua patologia, il detenuto è sottoposto a una massiccia somministrazione di antidepressivi, ansiolitici e antipsicotici. L'avvocato Rogliani sottolinea che purtroppo non basta, non essendo sottoposto ad alcun programma di psicoterapia. Condizioni che ovviamente accentuate, essendo sottoposto al regime del 41bis.
Fatte le dovute premesse, cosa è accaduto? Il recluso, a causa di una grave infiammazione al nervo sciatico, è stato costretto ad assumere un farmaco a base di cortisone. L'episodio è avvenuto la mattina del 23 febbraio, intorno alle 9, quando il detenuto ha chiesto agli agenti di poter ricevere una cassa d'acqua, per smaltire correttamente il farmaco. Ma gli agenti non avrebbero acconsentito. A quel punto il recluso al 41bis avrebbe reiterato la sua richiesta più volte nel pomeriggio. Ma senza ottenere nulla. A causa delle continue richieste rigettate, e in considerazione del suo profilo psichico, il detenuto, per reazione, si è opposto all'ispezione giornaliera degli agenti. In sostanza non ha voluto far entrare gli agenti nella sua cella. Ed è lì che sarebbe avvenuta l'aggressione come ritorsione alla sua opposizione.
Secondo l'avvocato Rogliani, il suo assistito sarebbe stato vittima di un chiaro travalicamento dei limiti legislativamente imposti all'uso della forza nei confronti dei detenuti. "Infatti - sottolinea l'avvocato a Il Dubbio - gli agenti intervenuti non hanno avuto il minimo riguardo del criterio di proporzionalità che dovrebbe ispirare la scelta dei meccanismi e degli strumenti di coercizione del detenuto sulla scorta delle modalità con le quali viene attuata la resistenza ad opera dello stesso".
Allo stesso modo, spiega l'avvocato, "deve segnalarsi che il ricorso alla forza è intervenuto a scopo eminentemente punitivo e intimidatorio, giacché la passiva resistenza opposta dal mio assistito all'ingresso degli agenti in cella era stata vinta già da diversi istanti prima dell'aggressione". In tutto questo, ci sarebbe anche l'aggravante che il recluso è affetto da una grave patologia psichiatrica, quindi l'approccio sarebbe dovuto essere, a maggior ragione, diverso.
di Erminia Voccia
Il Messaggero, 20 marzo 2020
Le carceri sono luoghi ideali per l'incubazione e la rapida diffusione delle malattie infettive. Su questo punto gli esperti sono tutti d'accordo. Ambienti chiusi, sovraffollati, dove le persone vivono in condizioni igieniche non certo ottimali, le carceri sono per queste ragioni il veicolo perfetto per la trasmissione del nuovo coronavirus, in tutto il mondo.
Già nel 2018 uno studio della celebre rivista The Lancet aveva avvertito che il rischio che i detenuti possano contrarre malattie come l'HIV, l'epatite B e C, la sifilide o la tubercolosi, è molto più alto rispetto agli altri individui. Ma spesso, specificava lo studio, i detenuti soffrono di altre patologie croniche, malattie non infettive, come problemi cardiaci. Ciò non fa che aumentare il rischio di infezione da Covid-19.
La questione è esplosa drammaticamente in Italia nelle scorse settimane, ma anche nel resto del mondo si iniziano a prendere misure per provare a contenere la diffusione del virus nelle carceri. Il pericolo riguarda la possibilità che il personale impiegato, guardie, operatori sanitari, personale di altro tipo, possa trasmettere il virus ai detenuti, ponendo le premesse per la trasmissione del contagio a centinaia di persone.
Le prigioni cinesi sarebbero state particolarmente colpite dal Covid-19, ma il problema è emerso anche in Iran, dove il regime ha permesso il rilascio temporaneo di 85mila persone, inclusi prigionieri politici. Nella Repubblica islamica la situazione è molto critica. Il 9 marzo l'Iran ha annunciato la liberazione di 70mila prigionieri come misura contro la diffusione del coronavirus, ma nessuno di questi era prigioniero politico. Come scive il New York Times, lo Special Rapporteur per i diritti umani in Iran ha chiesto al governo di Teheran di liberare tutti i prigionieri politici dalle affollate prigioni iraniane.
Rehman ha affermato però che solo chi ha da scontare una pena inferiore a 5 anni è stato liberato, mentre chi ha pene più pesanti è rimasto in cella, compreso chi ha partecipato alle proteste contro il regime degli ultimi mesi. Mercoledì 18 marzo, inoltre, nel Regno Unito è stato registrato il primo caso confermato di coronavirus in un carcere di Manchester. A riferirlo il Guardian.
In Cina la diffusione del coronavirus nelle carceri e nei campi di detenzione è una questione che afferisce, non solo ai diritti umani, ma anche alla credibilità di Pechino sulla scena mondiale. L'opacità e la mancanza di trasparenza sui dati, la comunicazione tardiva delle informazioni sulla diffusione della malattia, anche in relazione alle prigioni, gettano nuove ombre sulla Repubblica Popolare.
Secondo la rivista The Diplomat, gli oltre 550 casi di contagio nelle prigioni cinesi hanno svelato le mancanze della Cina nella gestione dell'emergenza, delle crepe preoccupanti nelle misure di contenimento del coronavirus. Molto difficile avere dati aggiornati sulla diffusione della malattia nelle prigioni cinesi. Il 26 febbraio il Ministero della Giustizia di Pechino ha diffuso la seconda parte di uno studio su Covid-19 e sistema detentivo.
In data 25 febbraio c'erano almeno 555 casi di infezione in cinque carceri di tre province cinesi: Hubei, Shandong e Zhejiang, un numero certamente destinato a salire. Il 26 febbraio la Cina non riferiva di alcun caso di decesso nelle carceri. Il carcere femminile di Wuhan risultava già il più colpito, tanto che il dirigente è stato licenziato.
Anche in questo caso la Cina ha informato delle infezioni solo molto tempo dopo i primi casi riscontrati. I media di stato cinesi hanno provveduto ad annunciare il licenziamento degli ufficiali e dei responsabili della giustizia a livello locale, nel tentativo di trovare un colpevole.
A preoccupare anche la condizione dell'oltre un milione di uiguri detenuti nei campi di detenzione della regione autonoma dello Xinjiang. Ad Hong Kong, inoltre, riferiscono alcuni media, le detenute sono sfruttate per la produzione di mascherine protettive. Lavoro a basso costo richiesto proprio a chi è più vulnerabile al virus.
di Laura Barbuscia
La Repubblica, 20 marzo 2020
A 11 giorni dalla rivolta, a Rebibbia è tornata la calma apparente, un reparto è stato liberato nell'eventualità di una quarantena, alcuni tamponi sono stati fatti ma sono risultati negativi, trasferimenti e domiciliari previsti dovrebbero alleggerire il sovraffollamento, ma la tensione e le preoccupazioni restano alte. E poi c'è la conta dei danni.
Nelle ore della rivolta sono andati a fuoco arredi e suppellettili, ma anche i libri. Non un danno da poco, visto che nel carcere sono tanti i reclusi che provano ad agguantare un diploma o una laurea, come accaduto a Renata Sejdic, prima rom a laurearsi, come raccontato da Repubblica.
Il rogo dei giorni scorsi ha mandato in fumo i volumi e in parte i sogni di Roberto, detenuto comune e studente di Lettere dell'Ateneo di Roma Tor Vergata, che ha scritto di suo pugno una lettera post sommossa - avvenuta all'interno del suo stesso reparto, il G11 - indirizzata al tutor, Fabio Pierangeli: "Sono stati bruciati molti libri della biblioteca, anche i miei di studio, compreso il computer si legge nero su bianco nella missiva inviata al prof. dagli agenti per email - Anche per noi qui è una sorta di quarantena, niente colloqui, niente visite di volontari, sala universitaria chiusa". Ora a tenere banco è la questione della salute di agenti e detenuti.
Le mascherine sono arrivate, ma non bastano. E se la bocca e il naso degli agenti sono protette con quelle con il filtro FFP2, lo stesso non si può dire per quelli dei carcerati, coperti dalle maschere monouso. Altre ne verranno prodotte, e arriveranno dalla Toscana entro il fine settimana. Per tamponare l'emergenza, dal laboratorio sartoriale interno a Rebibbia escono mascherine antivirus con pelle d'uovo e cotone al 100%, riutilizzabili previo lavaggio e bollitura, da donare a chi opera e si trova dentro il carcere, ma anche a chi ne ha bisogno dall'esterno. Procede l'installazione delle attrezzature per i video-colloqui.
Al femminile sono in funzione 5 postazioni Skype, al penale invece 3, i tablet sono 5. ne arriveranno altri per aumentare le videochiamate. All'interno delle mura carcerarie intanto un'altra protesta, questa volta pacifica, prende forma. E sul tavolo del Capo dello Stato arriva una lettera in cui i detenuti chiedono rispetto. Oltreché l'estensione delle misure alternative.
Tra quelle previste nel decreto "Cura Italia", la possibilità di richiedere i domi - ciliari per chi deve scontare meno di 18 mesi. E braccialetti elettronici per coloro che hanno pene residue.
di Mary Liguori
Il Mattino, 20 marzo 2020
C'è anche un dirigente del servizio sanitario penitenziario del carcere "Uccella" di Santa Maria Capua Vetere, tra i dieci casertani positivi al coronavirus per i quali il risultato del tampone è arrivato nella giornata di ieri. Il medico, che era in isolamento da alcuni giorni, non avrebbe mai avuto contatti diretti con i detenuti, in quanto ricopre un ruolo di dirigente e lavora prevalentemente in ufficio e non in infermeria.
Proprio per questa ragione, tra ieri e oggi, sono stati eseguiti una decina di tamponi sulle persone che hanno avuto contatti diretti con lui. Si tratta di personale sanitario, medici e infermieri, e di alcuni agenti di polizia penitenziaria. Nessun detenuto, invece, fino a ieri, era stato sottoposto al tampone. Tra le persone che attendono il test, ci sono un poliziotto e un infermiere che hanno avuto con il medico più contatti prima che lo stesso andasse in isolamento in attesa dell'esito del tampone.
È chiaro che il fatto che il medico contagiato non abbia avuto contatti diretti con i detenuti, non basta a placare gli animi già agitati dell'"Uccella" dove sono un migliaio per persone recluse a fronte degli 800 posti disponibili. Dieci giorni fa, sulla scia di quanto accaduto a Foggia, Modena, Poggioreale e in altre carceri italiane, anche all'Uccella c'è stata una rivolta contro lo stop ai colloqui tuttora in vigore e disposto nell'ambito delle misure di contenimento del contagio.
Un blocco non gradito né dai carcerati né dai detenuti che hanno protestato in alcuni casi con epiloghi drammatici: evasione di massa da Foggia, otto morti a Modena. Meno irruenta l'iniziativa dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere che, lo scorso 10 marzo, hanno approfittato dell'ora d'aria per scavalcare una balaustra e protestare dai passeggi esterni del terrazzo mentre una trentina di familiari raggiungeva l'area esterna del penitenziario.
La rivolta investì anche l'Alta sicurezza, con cinquanta "reclusi" eccellenti che presero possesso del reparto e distrussero suppellettili e letti. La notizia del medico contagiato ha ovviamente gettato nel panico i familiari dei detenuti che, da ieri pomeriggio, stanno telefonando agli avvocati per ottenere notizie su quanto sta accadendo all'interno delle mura carcerarie. La situazione dei penitenziari è apparsa come una polveriera già dopo il boom di contagi in Italia e i conseguenti decreti per il contenimento del virus che hanno interrotto le visite. È evidente che un contagio tra il personale non può che alimentare altre pericolose tensioni.
In questi giorni per effetto delle misure di contenimento, i detenuti in ingresso vengono sottoposti prima al triage nella tenda allestita all'ingresso del perimetro carcerario e poi tenuti in isolamento in un reparto predisposto ad hoc in attesa del risultato dei test cui tutti i nuovi arrivati debbono sottoporsi. Una strategia che mira a evitare contagi in prigione dove il sovraffollamento è un humus pericolosissimo. Al momento, comunque, all'"Uccella" si è in attesa dei risultati degli altri tamponi eseguiti sul personale che ha avuto contatti con i detenuti e solo dopo si potrà capire se all'"Uccella" esiste un'emergenza sanitaria.
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