di Luca Fazzo
Il Giornale, 10 febbraio 2020
Franco Mazzone ha 54 anni e, giudiziariamente parlando, un passato pesante. L'ultima condanna è stata per armi e droga, scontata girando per una lunga serie di carceri: Ancona, Opera, Fermo, Fossombrone. Sette anni. L'ha smaltita senza fare storie o piangersi addosso. Al momento di liberarlo, non lo hanno liberato. Lo hanno portato nella "Casa di lavoro" di Vasto, e ce lo hanno tenuto un altro anno.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 10 febbraio 2020
Non sono colpevoli, non sono innocenti. Sono una via di mezzo, in una categoria dai confini vaghi, aleatori, soggettivi: quella dei pericolosi. E per questo, solo per questo, stanno in carcere. A volte per un anno, a volte per più, e in alcuni casi all'infinito, vittime di quello che un avvocato ha definito efficacemente come "ergastolo bianco".
di Carmelo Lopapa
La Repubblica, 10 febbraio 2020
Questa volta l'ha spuntata Giulia Bongiorno. È riuscita quantomeno a far ragionare Matteo Salvini, raccontano nella Lega, convincendolo a non fare altri colpi di testa sul caso Gregoretti, dopo quello di venti giorni fa in giunta per le autorizzazioni.
L'avvocato e senatrice che allora aveva perso le staffe per le bizze del capo, sembra sia riuscita a far capire nelle ultime ore che un voto favorevole dei leghisti anche in aula per il processo per sequestro di persona chiesto dal Tribunale dei ministri di Catania - nella seduta decisiva di mercoledì a Palazzo Madama - equivarrebbe a un'ammissione di responsabilità o quasi.
E così, il segretario ha già comunicato il dietrofront al capogruppo Massimiliano Romeo: i loro 60 parlamentari lasceranno l'emiciclo (più improbabile l'astensione): ai colleghi di Pd, Italia Viva, M5S e Leu la responsabilità del disco verde al giudizio a carico dell'ex ministro dell'Interno. Non usciranno subito, tuttavia, i leghisti. Ad apertura dei lavori, alle 9,30, spetterà a Erika Stefani il compito di riferire all'aula sull'esito del voto in giunta del 20 gennaio.
Allora i senatori del gruppo avevano votato a favore, adeguandosi al diktat del capo che - in piena campagna elettorale in Emilia Romagna - voleva immolarsi mediaticamente da "vittima" della giustizia per la difesa dei confini nazionali. Il giochetto poi non ha funzionato, quando sei giorni dopo si sono aperte le urne a Bologna e nel resto della regione.
Adesso "meglio non rischiare", anche perché - è stato il ragionamento dell'ex ministra Bongiorno al suo segretario - il voto favorevole anche della Lega, in aggiunta a quello già decisivo e sufficiente della maggioranza, finirebbe col vanificare o quasi l'intera strategia difensiva. Insomma, l'impuntatura potrebbe costare caro quando dinanzi al Tribunale dei ministri si aprirà un processo dall'esito già imprevedibile.
Il primo di una serie, per altro, stando alla sequenza di richieste che stanno piovendo dalle procure. Nella discussione che mercoledì si aprirà subito dopo la relazione in aula, Matteo Salvini quasi certamente prenderà la parola, come ha fatto il 20 marzo dell'anno scorso in occasione del voto sul caso Diciotti. Allora, la richiesta di processo era stata respinta grazie ai senatori del M5S che lui subito ringraziò pubblicamente: "Le cose si fanno in due".
Questa volta si ritroverà da solo. Si difenderà cercando di dimostrare, mail e messaggi alla mano, il coinvolgimento del governo e del premier nella decisione di tenere per quattro giorni al largo di Augusta i 131 migranti a bordo della nave Gregoretti della Guardia Costiera, nel luglio scorso. Gli alleati di Forza Italia e Fratelli d'Italia stanno preparando un ordine del giorno con cui si oppongono alla richiesta di processo, al fine di consentire un voto (non i leghisti perché usciranno dall'aula, appunto).
Diversamente, se non ci fosse alcuna proposta, non si voterebbe nemmeno: si darebbe per acquisito il pronunciamento della giunta per le autorizzazioni. In ogni caso, il responso è scontato (si voterà a scrutinio palese fino alle 19), Salvini andrà a processo. Storia destinata a ripetersi: già il 27 la stessa giunta dovrà pronunciarsi sull'analogo caso Open Arms.
Tanti divieti di sbarco, altrettanti processi che incombono. L'incubo che si sta facendo largo in casa leghista è quello di una serie di condanne che potrebbero far scattare la mannaia della Severino sul leader che sogna Palazzo Chigi. E che intanto dovrà indossare la felpa da imputato.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 10 febbraio 2020
La legge Bonafede, espressione di una concezione illiberale, ha messo in moto una imprevedibile dinamica. La vera novità è che l'apparente (solo apparente) compattezza della magistratura è saltata: il disaccordo è alla luce del sole. Conseguenze inattese. Dal male, talvolta, può nascere un po' di bene. La legge Bonafede sulla prescrizione, espressione di una concezione illiberale dei rapporti fra i cittadini e lo Stato, ha messo in moto un'imprevedibile dinamica, sia fra i magistrati che fra le forze politiche.
Fino a ieri e per tanti anni, in materia di giustizia si recitava sempre il medesimo copione. Sia gli attori che gli spettatori conoscevano ogni battuta a memoria. C'era di qua un gruppo di magistrati, più o meno compatto, e più o meno sempre gli stessi, che pretendeva di parlare a nome dell'intero ordine giudiziario e che recitava sempre lo stesso mantra: guai a voi se "delegittimate" la magistratura. Non c'erano (o per lo meno non c'erano pubblicamente) voci togate dissenzienti. Apparentemente, la magistratura sembrava muoversi come un solo uomo (pronta certo a dividersi, e anche a dilaniarsi, nelle lotte fra le correnti ma compatta e unita contro il "nemico esterno", ossia la politica). C'era poi la politica, appunto: anche qui sempre lo stesso copione.
La divisione era (rigidamente) per schieramenti. Da un lato quelli che, di volta in volta, entravano nel mirino delle procure e che cercavano di difendersi (da Craxi a Berlusconi, da Renzi a Salvini); dall'altro, i difensori tutti d'un pezzo dello "Stato di diritto" e della "indipendenza della magistratura" ma solo quando la botta giudiziaria colpiva l'avversario politico. Quando toccava a loro o ai loro amici la musica cambiava. In ossequio al famoso detto di Giovanni Giolitti "In Italia le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici".
Grazie al ministro Bonafede e alla sua legge ci sono novità. Non dico che il vecchio copione sia stato buttato via. Questo no. Ma per lo meno qualcosa è cambiato, soprattutto si sentono battute mai udite in precedenza. La cosa certamente più importante, la vera novità, è che l'apparente (solo apparente, ovviamente) compattezza della magistratura è saltata: sulla prescrizione il disaccordo fra i magistrati è ora alla luce del sole. È come se un ambiente chiuso si fosse aperto improvvisamente al mondo. Pur con la necessaria cautela, possiamo dire che si tratta di un passo avanti, una buona cosa per la nostra vita democratica.
Non più un gioco "noi contro loro" ma un pubblico dibattito in cui diventa possibile portare le proprie idee ed esperienze senza preclusioni e senza farsi scudo con le appartenenze professionali. Si era sempre saputo naturalmente che ci sono tanti magistrati - per lo più sconosciuti, poco propensi a pavoneggiarsi in pubblico e ad accumulare "capitale politico" usando le inchieste giudiziarie - che cercano di fare il loro difficile mestiere al meglio delle capacità, che non si credono gli "unti del Signore", che sono consapevoli dei propri limiti e delle proprie imperfezioni (che condividono con tutti gli altri esseri umani), consapevoli anche dei limiti dei loro strumenti professionali, nonché attenti alle sofferenze che la macchina giudiziaria può provocare.
Diversi alti e illustri magistrati, credo anche a nome di quei loro colleghi, sono venuti allo scoperto sul tema della prescrizione manifestando il loro dissenso nei confronti della legge Bonafede e dell'opinione di altri magistrati. Con interventi e interviste dalle quali i non addetti ai lavori, e anche i politici, possono apprendere molto. Questa vicenda della prescrizione, per giunta, sta dando maggiore peso anche agli argomenti degli avvocati penalisti, per lungo tempo ridotti al silenzio dal circo mediatico-giudiziario, trattati più meno come complici dei delinquenti da magistrati che all'Università erano distratti o assenti quando il professore trattava il tema delle garanzie costituzionali.
Queste novità in seno alla magistratura hanno effetti sulla sfera politica. Perché, almeno sul caso della prescrizione, la classe politica non ha l'impressione di trovarsi di fronte a una corporazione giudiziaria compatta e pronta alla guerra. Per conseguenza, essa diventa meno propensa a rinserrarsi entro i vari schieramenti, è più fluida, più libera di dividersi lungo linee trasversali. Certamente in questo momento è Matteo Renzi che, nell'area di governo, guida il fronte degli oppositori alla legge Bonafede.
Ma è anche interessante la posizione del Pd. Ci fu un tempo in cui il Pd (al pari dei suoi predecessori, dal Pci al Pds ai Ds) cavalcò ogni giustizialismo, per colpire gli avversari ma anche per "tenersi buoni" i magistrati. Ora le cose sono diverse. Sicuramente, dopo tanti anni di propaganda giustizialista e di conseguente "diseducazione civica", una parte dei militanti e degli elettori di quel partito continua ad essere attratta dalle sirene dell'autoritarismo giudiziario. Ma sembra proprio che la maggioranza dei parlamentari del Pd sia su altre posizioni. Il loro problema ha ora a che fare prevalentemente con gli equilibri di governo: come neutralizzare la legge Bonafede senza provocare la caduta dell'esecutivo e nuove elezioni? Tutt'altra cosa rispetto ai furori giustizialisti del passato.
Certamente le vecchie cattive usanze non verranno abbandonate. Né da certi settori della magistratura né dalla politica. Non cesserà l'epidemia di inchieste giudiziarie in grande stile che, dopo tanti clamori, furori, e sofferenze, finiscono qualche anno dopo senza nemmeno una condanna. Con gravi danni per la vita collettiva e anche per la democrazia. Non solo fanno vittime innocenti. Continuano anche ad alimentare certe false convinzioni dell'opinione pubblica: per esempio, la convinzione secondo cui la corruzione in Italia sia molto più diffusa di quanto in realtà non risulti alla luce delle conoscenze disponibili. Né cesserà la cattiva abitudine di certi magistrati di usare le inchieste come trampolino per carriere politiche.
Nemmeno la politica si libererà dei propri vizi. I vari raggruppamenti continueranno a fare tutto ciò che possono al fine di ottenere che venga eliminato per via giudiziaria l'avversario che essi si sentono incapaci di battere politicamente. Né scompariranno quelle propensioni illiberali (figlie di un'antica storia e di un'antica tradizione) che sono proprie di molti nostri connazionali, coloro che hanno fin qui avallato con il loro consenso diverse patologie giudiziarie. Però è arrivato, improvviso, un raggio di sole. Finalmente.
di Antonio Ciccia Messina
Italia Oggi, 10 febbraio 2020
I dati sui processi nella relazione ministeriale per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2020. Giustizia senza pace. Novelle periodiche (in media ogni sei anni) continuano a modificare le leggi vigenti, ma i numeri sull'amministrazione della giustizia non riescono a dare, neppure quest'anno, grandi soddisfazioni, ma solo piccoli risultati.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 10 febbraio 2020
Italia bacchettata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Abolire l'isolamento diurno per gli ergastolani e rivedere il regime del "41bis" offrendo ai detenuti un minimo di attività utili e sottoponendolo a verifiche periodiche.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 10 febbraio 2020
"Non sarà breve né prevedibile". La senatrice leghista e avvocato consiglia il leader: "Il cortocircuito istituzionale fa sì che il ministro dell'Interno non possa esercitare uno dei suoi compiti principali, la difesa dei confini nazionali".
"Io spero davvero che Matteo Salvini decida di non avallare la linea dell'autorizzazione a procedere nei suoi confronti". Giulia Bongiorno, a due giorni dal voto in Senato sul processo all'ex ministro dell'Interno per i fatti della nave Gregoretti, dà voce al sentimento che nella Lega è diffuso: "È sbagliato che da molti anni a questa parte la politica abbia rinunciato a molte delle sue funzioni".
Perché avrebbe rinunciato?
"È evidente che il Parlamento abbia abdicato al potere di legiferare in alcune materie sensibili e che per una sorta di pudore abbia rinunciato a tutelare la sua indipendenza. Basta guardare ai molti via libera alle autorizzazioni degli ultimi anni, che nasce anche dal timore dei parlamentari di essere considerati dei privilegiati. I poteri dello Stato devono essere separati e indipendenti, ma se uno dei poteri viene meno, il vuoto è riempito dal potere giudiziario che è proprio quello che invece dovrebbe controbilanciare".
Nel caso specifico cosa accade?
"Il cortocircuito istituzionale fa sì che il ministro dell'Interno non possa esercitare uno dei suoi compiti principali, la difesa dei confini nazionali".
In parecchi, in questi giorni, la mettono giù piatta: Salvini scappa dal processo...
"Tutti non fanno che chiedere se salveremo o non salveremo Salvini. Non è questo il punto. Il Senato deve verificare se ha agito nell'interesse pubblico. E quel che vale oggi per Salvini tutelerà in futuro chi svolge questa funzione".
Non è normale che un ministro possa essere processato se la magistratura ritiene che abbia commesso reati?
"Non ha commesso alcun reato: rallentare lo sbarco in attesa della redistribuzione dei migranti non è sequestro di persona. Ma la legge prevede che il Senato sia giudice su un tema cruciale. E cioé, se il ministro abbia agito nell'interesse pubblico. E il Senato su questo aspetto fondamentale è l'unico giudice altrimenti da domani sarà la magistratura a stabilire se un atto politico è di interesse pubblico".
Salvini ha chiesto alla giunta delle Immunità di votare a favore del processo. Dovrebbe dire ai senatori di comportarsi in modo opposto?
"Io ribadirò a Salvini che deve essere orgoglioso di quello che ha fatto e capisco che lui voglia dimostrare che non scappa dal processo. Ma deve tutelare il dovere del ministro di difendere i confini. La strada giusta non è rinunciare alla valutazione sull'interesse pubblico: compete solo al Senato".
Salvini rischia comunque il processo. La preoccupa?
"Io parlo di principi costituzionali e non di tifoserie. E posso assicurarle che il mio timore non è l'esito del processo ma i tempi. L'idea che un uomo possa rimanere per anni e anni a processo non dovrebbe piacere a nessuno. E questo certamente lo farò presente a Matteo Salvini. Lui pensa di andare in aula e dimostrare davanti a tutti in tempi brevi che ha ragione. Però, questo rischia di non succedere. I tempi potrebbero essere lunghissimi e c'è il problema di restare bloccati per anni, ostaggi del processo".
C'è anche chi sostiene che, al contrario, ci potrebbe essere l'interesse che il processo venga definito quanto prima in modo da far scattare per Salvini l'incandidabilità prevista dalla legge Severino...
"Resto convinta dell'insussistenza del sequestro di persona. Non significa che si tratterà di un processo che si risolverà in breve né è possibile prevederne l'esito. Il mio maestro, il professor Coppi, mi ha insegnato che la legge è uguale per tutti, ma i giudici no".
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 10 febbraio 2020
Non sappiamo quale sarà l'epilogo delle attuali convulsioni della maggioranza governativa sulla prescrizione. L'incertezza maggiore riguarda l'atteggiamento di Italia Viva che forse voterà la fiducia, o forse insisterà per una sospensione lunga, cioè un rinvio della riforma Bonafede, che nel frattempo è stata imbastardita dal cosiddetto Lodo Conte bis.
Il grottesco spettacolo cui stiamo assistendo è così umiliante per chi abbia a cuore quel che resta della nostra civiltà giuridica che possiamo solo attendere gemendo, con fatalistica rassegnazione. Quando, su queste colonne, definimmo l'originario progetto un mostro giuridico, intendevamo usare questo termine nel suo significato originario coniato dai latini, cioè di monstrum, vel portentum vel prodigium: una strana creatura che nella sua singolarità ha qualcosa di terrificante.
E in effetti la mostruosa proposta del ministro Bonafede vaporizzava, come poi autorevoli giuristi hanno confermato, i principi elementari del diritto. Tuttavia un monstrum possiede un connotato di potente identità, per quanto negativa: esso ispira appunto terrore e sgomento, non disgusto. Peggio del mostro c'è invece il mostriciattolo. Il quale senza tenere la valenza dirompente del fratello maggiore, suscita solo un sentimento di ripugnanza.
Il lodo Conte bis, che dovrebbe, nell'accordo compromissorio del governo, sostituire la proposta del guardasigilli, è proprio un mostriciattolo, una copia deforme del parto originario. Essa infatti introduce una bizzarra distinzione: per chi è assolto in primo grado, la prescrizione continua a correre; per chi è condannato, si sospende. Se poi quest'ultimo è assolto in appello, la prescrizione riprende, recuperando anche il tempo della precedente sospensione. Un tortuoso marchingegno che non considera l'attuale complessa disciplina delle impugnazioni, e crea un'incredibile confusione.
Mentre infatti l'originario progetto aveva il pregio di una chiara immutabilità parmenidea (dopo la prima sentenza la prescrizione si blocca sempre, e il processo può non finire mai) ora subentra l'opposta filosofia di Eraclito dove il processo, come tutte le cose, scorre con dinamismo indeterminato e mutevole. Facciamo alcuni esempi che chiariranno il concetto. Tizio viene assolto in primo grado: la prescrizione continua. Il Pubblico Ministero impugna, si va in Appello, e Tizio viene condannato.
La prescrizione (a quanto pare) si sospende. Ma Tizio ricorre in Cassazione, che annulla la condanna e rinvia a un'altra Corte. Quest'ultima assolve. Che fine farà al prescrizione? Mah! E mica è finita. Perché se contro questa assoluzione ricorre il Procuratore Generale, e la Cassazione accoglie il ricorso, si fa un nuovo processo.
Se stavolta la Corte d'Appello condanna, la prescrizione si sospende (pare) di nuovo. Ma se Tizio ricorre a sua volta, e la Cassazione annulla la condanna, la nuova Corte può assolvere, con la conseguenza di una nuova impugnazione del Procuratore Generale. E così via senza tregua, perché nel nostro sgangherato sistema il processo può effettivamente andare avanti all'infinito, con corsi e ricorsi che ricordano, tanto per restar nella filosofia greca, la dialettica degli stoici. E badate che questo è solo un aspetto del problema.
Perché può esservi il caso opposto e simmetrico a quello di Tizio: Caio è condannato in primo grado (la prescrizione si ferma) ma assolto in Appello (la prescrizione riprende); poi un annullamento della Cassazione e condanna nel giudizio di rinvio. Altro ricorso, eccetera eccetera. Nel frattempo, come l'omino di Cartesio, la prescrizione si è perduta nella foresta normativa. L'esausto e allibito lettore si domanderà se abbiamo scherzato.
No, non abbiamo scherzato affatto. Questa interminabile tiritera si è realizzata molte volte, coinvolgendo centinaia di disgraziati finiti nelle maglie inestricabili della nostra (si fa per dire) Giustizia, e soltanto la prescrizione ha posto fine al loro estenuante calvario. Talvolta, pietosa, è intervenuta la morte, che risolve ogni cosa. Con il lodo Conte bis, essa sarebbe l'unica speranza di un accertamento definitivo, naturalmente nell'Altro Mondo
di Diotato Pirone
Il Messaggero, 10 febbraio 2020
Italia Viva: scandaloso inserire la modifica nel Mille proroghe. Zingaretti: buon punto di arrivo. Rinviato a domani il Consiglio dei ministri con la riforma Bonafede del processo penale.
Matteo Renzi annuncia di voler proseguire la battaglia sulla prescrizione in Parlamento. Minaccia spuntata, secondo gli alleati, se è vero che Italia Viva al dunque voterà la fiducia al governo. Tanto che Nicola Zingaretti già volta pagina e dice che sulla prescrizione si è raggiunto un "buon punto di arrivo": ora il governo deve avviare una nuova fase senza "picconate", ripete.
Lo schema concordato dal ministro Alfonso Bonafede con i Dem prevede la presentazione, probabilmente oggi, di un emendamento al decreto Milleproroghe per sospendere per circa un mese la legge Bonafede e intanto modificarla con il cosiddetto "lodo Conte bis", che rende definitivo il blocco della prescrizione solo dopo una doppia condanna. Non appena la norma sarà votata in Commissione, probabilmente domani, si riunirà il Consiglio dei ministri per approvare la riforma del processo penale, che mira a ridurre i tempi dei processi. Attendere l'approvazione dell'emendamento serve ad accertarsi che il percorso per "blindare" il lodo sulla prescrizione funzioni. E non è scontato. Anzi, secondo Italia Viva il piano salterà.
Perché, come denuncia Forza Italia con Enrico Costa, l'emendamento rischia di non essere ammissibile: il decreto Milleproroghe dovrebbe contenere solo proroghe e non la modifica di una norma penale. "Sarebbe uno scandalo", denuncia da IV Ettore Rosato, secondo il quale Italia Viva "contrasterà qualsiasi forzatura istituzionale". Cinque stelle e Dem si mostrano ottimisti: gli uffici legislativi di via Arenula stanno limando la norma perché passi ogni vaglio. Ma le opposizioni già si preparano a protestare, facendo appello innanzitutto ai presidenti delle Camere perché blocchino il "blitz".
A quel punto, se l'emendamento non passasse, il "lodo Conte bis" potrebbe essere inserito nella riforma del processo penale o affidato a un percorso del tutto parlamentare (in commissione alla Camera si stanno discutendo le proposte di FI e Leu sulla prescrizione). Ma i tempi si allungherebbero, prolungando uno scontro politico che anche il premier Conte auspicherebbe di archiviare al più presto. Anche i Dem spingono per chiudere la partita al più presto: la norma nel Milleproroghe sarebbe blindata con la fiducia alla Camera e al Senato. Iv protesterebbe, magari diserterebbe il Consiglio dei ministri sulla riforma del processo penale, ma poi si andrebbe avanti.
In maggioranza c'è però chi cerca ancora di mediare. E spera in un percorso - ma Bonafede resta contrario - che includa un rinvio di sei mesi e poi il confronto in Parlamento. Il Dem Michele Bordo, in mattinata, vede una "marcia indietro" di IV nella scelta di confermare la fiducia al governo. Ma i renziani si affrettano a smentire: non faranno cadere l'esecutivo ("Sono gli altri a volerci cacciare") ma potrebbero non partecipare al voto sulla fiducia per manifestare il loro dissenso. Perché, dice Rosato, "l'unica soluzione è il prudente rinvio" di un anno "previsto dal lodo Annibali".
"Non accetteremo mai di diventare grillini. Meno che mai sulla giustizia", sottolinea Renzi, punzecchiando i Dem. E preannuncia che tornerà alla carica al Senato, dove Iv è determinante, con una sua proposta di legge sulla prescrizione. I renziani fanno notare che anche Nicola Gratteri definisce il "lodo Conte bis" sulla prescrizione "una mediazione al ribasso". E non depongono le armi: "M5s e Pd se sono furbi dovrebbero cambiare schema subito, l'emendamento al Milleproroghe non funzionerà e se glielo ammettono protesteremo in ogni sede", annunciano.
Corriere della Sera, 10 febbraio 2020
L'emendamento limato fino all'ultimo: Consiglio dei ministri sulla riforma verso il rinvio. Montecitorio, domenica sera. I corridoi del Transatlantico sono deserti, ma nel chiuso degli uffici i tecnici della maggioranza sono chini sul dossier che da settimane agita il governo. Il testo ha ancora bisogno di limature, ma salvo altri colpi di scena il destino della prescrizione è deciso. Niente decreto legge.
Lo strumento parlamentare individuato è un emendamento al Milleproroghe, per quanto i renziani ritengano "uno scandalo" modificare con queste procedure il diritto penale. Il via libera sull'ammissibilità della materia dovrà darlo Roberto Fico e i 5 Stelle si aspettano che il presidente non ponga ostacoli.Per rendere accettabile l'escamotage occorrerà una proroga. Si parla di "un paio di mesi al massimo", che scatterebbero retroattivamente dall'inizio dell'anno.
Il che vuol dire che ai primi di marzo l'efficacia della riforma Bonafede cesserà ed entrerà in vigore il lodo "Conte bis": l'intesa di merito raggiunta dalla maggioranza (senza i renziani), che prevede il blocco della prescrizione in via definitiva solo per i condannati in primo e secondo grado. Su questa delicatissima e complessa materia, la tensione non sembra destinata al allentarsi. Renzi darà battaglia in commissione e in Aula, cercando con tutte le possibili tecniche parlamentari di "tornare allo stato di diritto". E anche se Ettore Rosato parla di "battaglia civile, trasparente e senza trappole", Pd, M5S e Leu si stanno attrezzando per parare i colpi del fuoco amico. "Conoscendo Matteo - prevede un esponente dem del governo - cercherà in Parlamento ogni occasione di scontro sul tema della giustizia, che gli è congeniale".
Se l'iter sarà confermato, il Consiglio dei ministri che era in agenda oggi si terrà domani. E mentre ai piani alti di Palazzo Chigi il ministro Bonafede illustrerà ai colleghi la riforma del processo penale, nelle commissioni Bilancio e Affari costituzionali della Camera si voteranno gli emendamenti al Milleproroghe. E qui il primo iceberg da superare per la maggioranza di Conte sono i subemendamenti dell'opposizione, per quanto i voti di Italia Viva non siano determinanti e la possibilità che il governo vada sotto è assai remota.
Se non ci saranno slittamenti, mercoledì il decreto arriverà nell'aula di Montecitorio, dove l'approvazione con il voto di fiducia può dirsi scontata. Dopodiché, sarà corsa contro il tempo. Il decreto Milleproroghe deve essere convertito entro il 28 febbraio e al Senato arriverà blindato, anche qui con la fiducia. I renziani hanno indossato l'elmetto. "Ogni soluzione che non sia il prudente rinvio previsto dal lodo Annibali ci vedrà votare contro", ha promesso il coordinatore di Italia Viva, Ettore Rosato. E se Renzi decidesse di fare sua la proposta dell'azzurro Enrico Costa? L'antidoto del governo è un emendamento che riproponga il lodo "Conte bis".
La tensione della vigilia è altissima, anche se alla Camera in Commissione i numeri sono favorevoli all'alleanza giallorossa. I tecnici governativi stanno limando anche le virgole. L'obiettivo è fare in modo che l'emendamento del governo precluda quello dell'azzurro Enrico Costa e l'insidioso "lodo Annibali", con cui l'avvocatessa di IV chiede la sospensione di un anno della riforma Bonafede. Ma Renzi ha pronta la contromossa: ripresentarlo al Senato, dove senza i suoi voti il governo non ha i numeri.
Nel Pd nessuno scommette un euro sull'ipotesi che Italia Viva voglia strappare, non votando la fiducia e mettendosi fuori dal governo. Eppure i capigruppo fanno di conto: al Senato la maggioranza senza i 17 di Renzi ha 158 voti, tre sotto la soglia. Cifre da brivido. I parlamentari di Italia Viva sospettano che Conte stia tramando per sostituirli con un drappello di venti "responsabili", pescati dentro al gruppo Misto e tra le file di Forza Italia ed ex 5 Stelle. E per quanto sembri difficile che possano muoversi verso Conte in chiave anti-renziana senatori come Romani, Causin e Mallegni, nel grande caos di questi giorni i loro nomi hanno ripreso a girare, assieme a quelli di De Falco, Nugnes, Fattori e altri ex 5 stelle.
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