di Francesco Grignetti
La Stampa, 12 febbraio 2020
Circolano le prime bozze della legge che dovrebbe arrivare domani in Consiglio dei ministri. Nel provvedimento c'è anche il "lodo Conte Bis", ovvero la mediazione sulla prescrizione. La riforma del processo penale è virtualmente pronta. Domani andrà all'esame del consiglio dei ministri. E il ministro Alfonso Bonafede già ha iniziato a battere sul punto.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 12 febbraio 2020
L'intervento alla Consulta: il divieto di misure alternative al carcere per i corrotti non può essere retroattivo. La decisione della Corte potrebbe arrivare già domani. Colpo di scena alla Corte costituzionale: con un'iniziativa di cui non si ricordano precedenti l'Avvocatura dello Stato ha "bocciato" la legge chiamata "Spazza-corrotti" nella parte in cui vieta retroattivamente ai condannati per reati contro la pubblica amministrazione la possibilità di accedere alle misure alternative al carcere.
La riforma varata un anno fa dal governo Cinque stelle-Lega ha introdotto, tra le altre novità, l'equiparazione della corruzione e altri reati simili a quelli cosiddetti "ostativi" (come mafia, terrorismo e traffico di droga), per i quali sono precluse le misure alternative alla detenzione normalmente applicate ai condannati a pene inferiori ai quattro anni di carcere. La norma è entrata in vigore il 31 gennaio 2019 ma non essendo previsti regimi transitori è stata applicata anche a tutti coloro che, prima di quella data, erano state condannate a pene per le quali avrebbero potuto beneficiare dell'affidamento ai servizi sociali, alla detenzione domiciliare, senza dover entrare in prigione.
A partire dal primo febbraio 2019 quei condannati sono stati invece portati in cella, e contro questa situazione sono giunti alla Corte costituzionale ben 17 ricorsi di tribunali e corti che - sollecitati dai difensori dei condannati - ipotizzavano l'incostituzionalità della legge. Stamane, al palazzo della Consulta s'è svolta la discussione alla quale hanno partecipato, tra gli altri, gli avvocati Vittorio Manes e Giandomenico Caiazza, quest'ultimo presidente dell'Unione camere penali. Ribadendo ciascuno la necessità di bocciare quel pezzo della legge Spazza-corrotti, perché in contrasto con l'articolo 25 della Carta secondo il quale "nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso".
I legali hanno spiegato che, incidendo sulla libertà personale dei condannati, il principio di irretroattività delle norme deve applicarsi anche a questa legge, poiché riguarda il "diritto sostanziale". E al termine dei loro interventi l'avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi s'è detto d'accordo con i difensori che reclamano la bocciatura della legge.
"In particolare dopo aver ascoltato il professor Manes e i suoi richiami alla comparazione con gli altri Paesi europei - ha spiegato - devo parzialmente correggere le nostre conclusioni. Non mi sento controparte rispetto ai colleghi difensori, perché lo Stato di diritto dev'essere un riferimento per tutti gli operatori del diritto. Questa norma non può essere retroattiva, e tuttavia non vi chiedo la dichiarazione di incostituzionalità bensì una sentenza interpretativa di rigetto: la legge deve essere infatti interpretata secondo i principi costituzionali, e quindi anche nella sua attuale forma i giudici possono non applicarla retroattivamente".
Al di là delle formulazioni giuridiche, almeno in questa parte la legge "Spazza-corrotti" - fiore all'occhiello del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dei Cinque stelle, nella quale fu inserita anche la norma che abolisce la prescrizione dopo la sentenza di primo grado - viene dunque sconfessata anche dall'avvocatura dello Stato. Una bocciatura della norma, e dunque del governo che l'ha proposta e del Parlamento che l'ha approvata, da parte di chi solitamente è chiamato a difendere le leggi davanti alla Corte costituzionale. Che deciderà domani o nei prossimi giorni.
di Alberto Cisterna*
Il Riformista, 12 febbraio 2020
La prescrizione era concepita come il prezzo che le istituzioni dovevano pagare al cittadino per risarcirlo di inefficienze o lungaggini. Interromperne il decorso esenta i magistrati da ogni colpa: ci rimette solo chi finisce alla sbarra. Stando ai numeri ufficiali alcuni milioni di italiani sono in attesa di conoscere, in un' aula civile o penale, quale sorte toccherà ai propri beni, alla propria retribuzione o peggio ai propri figli o alla propria libertà.
Cause civili e penali tengono prigionieri, spesso per anni, i destini di tante donne e di tanti uomini, troppe volte di bambini che attendono una pronuncia definitiva per una separazione, un'adozione, un affido. Migliaia e migliaia di vite che consumano, con i propri "carcerieri", un terribile destino d'attesa con gli uni che invocano giustizia e gli altri che sanno di non potercela fare, che ci vorrà tempo, spesso tanto tempo.
Per la giustizia civile in verità c'è poco o nulla da fare; forse nessuna riforma potrà ottenere che i giudici possano leggere atti e pronunziare più sentenze di quanto oggi accada, pena il torneo impazzito della fretta e della superficialità che produrrebbe solo altro contenzioso tra appelli e ricorsi. Più di quanto già oggi succeda.
Per la giustizia penale la prescrizione era stata concepita nella sua essenza come il prezzo che lo Stato doveva pagare per le proprie inefficienze investigative (reati scoperti tardi) o per le proprie insopportabili lungaggini processuali. Una sorta di tacito patto tra Stato e cittadini per cui - dopo un tempo ragionevole - si era sempre ritenuto giusto che la prigione processuale spalancasse le proprie porte e mettesse in libertà carcerati e carcerieri perché fossero restituiti gli uni alla propria vita e gli altri alle urgenze di nuovi fascicoli.
Un patto che nulla ha a che fare, si badi bene, con lo Stato liberale o con la democrazia rappresentativa, se è vero che la prescrizione fascista del Codice del 1930 ha attraversato i decenni sostanzialmente immutata nei suoi caposaldi. I paesi che non conoscono la prescrizione non hanno processi lunghi come in Italia.
Da noi, dopo qualche anno, lo Stato ha sempre ritenuto indispensabile deporre le armi e rinunciare non già alle condanne (si badi bene), ma all'accertamento dei fatti e alla ricerca della verità, lasciando insoluta l'alternativa tra colpevolezza e innocenza. E ciò è tanto vero che lo Stato ha rimesso ai cittadini-imputati l'ultima parola potendo loro rinunciare alla prescrizione e affrontare il torneo processuale.
Un gesto tutt'altro che raro tra gente comune e, talvolta, imputati eccellenti (lo ha fatto, a esempio, il tanto bistrattato governatore De Luca per un'accusa pesante da cui venne, infatti, assolto) che segna forse il più alto grado di fiducia verso il sistema processuale. Rompere quel patto e ricusare quell'alleanza ha aperto il vaso di Pandora e scatenato le Erinni dell'uno e dell'altro fronte. Un gesto sicuramente ispirato da buone intenzioni, ma che ha drammaticamente messo in discussione chi debba pagare le inefficienze del sistema.
Finora uno Stato-Pantalone pagava per tutti, apriva le gabbie del processo e considerava equo rinunciare a ogni verifica sulla responsabilità dell'imputato. Neppure le parti civili subivano un vero danno perché la prescrizione consentiva loro di ottenere un risarcimento in sede civile contro lo stesso imputato. Dal gennaio improvvisamente si è deciso che a pagare il conto non sia più lo Stato il quale, a fronte di un mare di inefficienze quasi impossibili da sradicare, ne ha girato il costo sulle spalle degli imputati serrando le porte del processo praticamente senza fine e buttando via la chiave.
Il sistema garantisce solo un grado di giudizio, forse due, per il resto si è chiamato fuori dal problema con vaghe promesse di un mondo nuovo in cui nessuno, invero, crede. Nel furore della polemica qualcuno ha anche pensato di poter accollare il prezzo sui magistrati suggerendo di mandare sotto procedimento disciplinare tutti i "rei" de ritardi, tutti quelli che non dovessero rispettare i nuovi protocolli e le nuove scadenze del nuovo mondo.
Ovviamente l'Anm è insorta all'unisono con una buona dose di ragione e, dopo varie oscillazioni e un po' di confusione, sembra aver deciso che - a ben considerare - sia tutto sommato meglio girare il pacco agli imputati anziché ai giudici. Soluzione un tantino, come dire, corporativa, ma si tratta pur sempre di un sindacato ed é giusto che faccia il proprio mestiere.
In attesa che venga alla luce un improbabile sindacato degli imputati che, badate bene, correrebbe subito a solidarizzare con i giudici (nessuno vorrebbe essere giudicato da un magistrato strangolato disciplinarmente se non si sbriga a decidere), non resta che riconsiderare quali siano le ragioni profonde e le matrici ultime di una riforma che - come ha ricordato bene il procuratore di Catanzaro pochi giorni or sono - doveva solo servire a porre il tema della celerità dei processi e non a rendere perenne il limbo del processo scatenando una guerra tra sommersi e salvati.
*Magistrato
di Valentina Stella
Il Dubbio, 12 febbraio 2020
"Tutti hanno sempre diritto a un'altra chance e ognuno deve fare la sua parte. Sento anche io il dovere di costruire questa chance. La persona che entra il carcere lascia fuori il delitto che ha commesso e intraprende un altro percorso. Una società democratica dà sempre un'altra possibilità a tutti", così il Presidente della Camera Roberto Fico ha concluso lo scorso 10 febbraio il convegno spettacolo de "Gli Ultimi Saranno", tenutosi all'Aula dei nuovi gruppi parlamentari a Roma.
Il tema dell'incontro era: "Laboratori creativi e buone pratiche in carcere". Gli "Ultimi Saranno" è un collettivo nato nel 2018 da una idea dell'onorevole del Movimento 5 Stelle Raffaele Bruno ed è composto da artisti, musicisti, attori. Il progetto ha l'obiettivo di creare e potenziare i legami tra la società civile e gruppi di persone appartenenti a realtà socialmente periferiche, come i detenuti. E proprio il carcere è stato il primo luogo di sperimentazione del progetto: 20 sono gli eventi realizzati sino a questo momento in 15 strutture diverse e altri 9 ne sono in programma.
"Anche chi viene messo ai margini deve avere la libertà e la speranza di immaginarsi chi vuole essere dopo. Non dobbiamo mai permettere a nessuno di mettere un bollino a qualcuno, tutti siamo momentaneamente in una situazione, e da questa posizione ci si può evolvere" ha detto l'onorevole Bruno, che poi ha lasciato la scena a cantanti, musicisti, attori che per tre ore hanno deliziato il pubblico con la recitazione di monologhi teatrali, lettura di brani, performance musicali, quasi tutte della tradizione napoletana.
Tra loro detenuti di istituti minorili, maschili e femminili, ma anche Maurizio Capone, fondatore del gruppo musicale i "Capone & Bungt Bangt", che suona utilizzando solo strumenti fatti con materiali riciclati, per spiegare che "niente e nessuno è un rifiuto".
L'evento è stato l'occasione per rilanciare una mozione a prima firma Raffaele Bruno che deve ancora essere calendarizzata: nell'atto si chiede al governo di "supportare le amministrazioni penitenziarie nell'organizzazione di progetti con finalità culturali, concentrandosi in particolare sui laboratori teatrali", con la prospettiva di definire un quadro normativo per gli operatori all'interno delle carceri e rendere il teatro "parte integrante delle struttura".
A sostegno dell'impegno dell'onorevole Bruno e del collettivo (gliultimisaranno.it) è intervenuta anche la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina: "L'importanza della scuola in carcere è una necessità e deve essere un'opportunità. Penso con gratitudine ai docenti impegnati in queste classi, così come a quelli che insegnano negli ospedali. La loro passione supera le barriere, rimuove gli ostacoli, ci fa sentire comunità che accompagna questi giovani e non li lascia soli". A fine ottobre scorso Azzolina e Bruno hanno ottenuto l'invio da parte del Miur di una circolare che permette di giustificare le assenze dei figli che vanno a trovare i genitori in carcere".
Ma il vero senso della riconciliazione della società con coloro che hanno sbagliato lo ha incarnato la storia di Lucia Montanino. Gaetano, il marito, conosciuto sui banchi di scuola lavorava come guardia giurata e fu ucciso mentre era al lavoro la sera del 4 agosto 2009 a Napoli da quattro giovanissimi che volevano rapinargli la pistola.
Aveva 45 anni, una bambina ancora piccola. Antonio invece era il più giovane del commando: diciassette anni, fu catturato e condannato a 22 anni. Se al compimento del venticinquesimo anno di età non è stato trasferito dall'istituto minorile di Nisida a Poggioreale è stato anche grazie a Lucia, e al suo rapporto di riconciliazione.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 12 febbraio 2020
La Spazza-corrotti, come l'hanno chiamata con un linguaggio da trivio, è una delle leggi peggiori e più reazionarie mai approvate dal Parlamento della Repubblica. In due parole spieghiamo cos'è. Una norma che equipara i reati di corruzione ai reati di mafia. Dal punto di vista di principio, questa legge ha stabilito che Roberto Formigoni - per esempio - deve essere trattato non come tutti gli altri condannati per reati vari (rapina, stupro, omicidio o cose così) ma come un mafioso: come Riina, o Provenzano, o Bagarella.
Non solo in linea di principio, ma anche in linea pratica. Formigoni non può godere dei benefici penitenziari riservati a un assassino qualunque, perché lui - anche se non ci sono le prove - ha commesso un reato molto, molto più grave di quello commesso da chi - in un momento di confusione - ha - mettiamo - massacrato la moglie o sgozzato una figliola: Formigoni si è fatto ospitare in barca da un amico col quale - forse - aveva avuto rapporti politico-professionali nel suo ruolo di amministratore. Abuso: al rogo.
Perché la Spazza-corrotti è una pessima legge? Per tre ragioni. La prima è abbastanza evidente. Equiparare un reato, anche piccolo, di corruzione, a un reato di mafia, è un atto evidente di insolenza e di sfida a tanta gente che ha dedicato la vita a capire e a combattere la mafia. Penso sempre a Falcone e a tanti che lavorarono con lui, e impiegarono anni, e tanta della loro credibilità, per spiegarci cosa fosse la mafia, come funzionasse, quanto e perché fosse pericolosa. Poi sono arrivati questi ragazzi a 5 Stelle e hanno deciso che mafia o traffico di influenze sono la stessa cosa.
Seconda ragione. Proclamare una nuova gerarchia di reati nella quale abuso d'ufficio è molto più grave di stupro è qualcosa di orribile, di atroce, che può provocare - anzi, che provoca - una ferita difficile da rimarginare nel senso comune.
Terza ragione, ma questa è più complessa e non riguarda i 5 Stelle ma chi ha governato prima di loro e ha aperto loro la strada: la giustizia, in un vero Stato di diritto, è uguale per tutti. Ci sono i reati più gravi e quelli meno gravi, ma ci dovrebbe essere un solo binario della giustizia. Il doppio binario è uno sgarro anche alla ragionevolezza. Sia il doppio binario nelle procedure e nei metodi di indagine, sia il doppio binario nelle punizioni. Riusciremo mai ad abolire questa anomalia? Intanto noi proviamo a chiederlo. E facciamo scandalo.
Il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2020
Gulotta: "Io in carcere 22 anni da innocente. Giustizia per i carabinieri uccisi". L'organo parlamentare ascolta il racconto dell'uomo accusato di aver partecipato al duplice omicidio di due carabinieri, all'interno della casermetta di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, nel 1976. Il giovane fu condannato all'ergastolo, ha scontato 22 anni di carcere da innocente ed è stato assolto solo nel 2012, dopo aver subito nove processi.
È uno dei tanti misteri italiani. Solo che questo è costato la vita non solo ai morti, ma pure ai vivi. Dopo 44 anni la strage di Alcamo Marina arriva in commissione Antimafia. L'organo parlamentare presieduto da Nicola Morra ha ascoltato il racconto di Giuseppe Gulotta che nel 1976, quando aveva 18 anni, venne arrestato con l'accusa di aver partecipato al duplice omicidio di due carabinieri, all'interno della casermetta di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Il giovane fu condannato all'ergastolo, ha scontato 22 anni di carcere da innocente ed è stato assolto solo nel 2012, dopo aver subito nove processi.
L'audizione di Gulotta - "Ho sempre avuto fiducia nelle istituzioni, ho continuato ad averla nonostante aver subito tutto questo, ma ho sempre avuto la speranza di arrivare alla verità che per me c'è stata. Oggi non c'è ancora verità nei confronti dei carabinieri che sono morti. Io spero si arrivi a capire perché questi due ragazzi sono stati uccisi", ha detto Gulotta ai commissari di Palazzo San Macuto.
La sua confessione, è stata estorta in caserma "dopo una notte di sevizie e torture" tanto che a un certo punto il giovane dice: "Ditemi cosa devio dire, basta che la finitè. Non c'era l'avvocato e non c'era il pm". Gulotta, davanti alla Commissione Antimafia, ha chiesto "giustizia per i due carabinieri morti". "Io non ce l'ho con i carabinieri, la divisa per me è importante e anche io volevo indossare la divisa" ha spiegato facendo riferimento al fatto che, prima di essere coinvolto in tutta la vicenda, fece un concorso per entrare nella Guardia di finanza.
"Ma questa - ha continuato - è una verità ancora a metà. Io la mia giustizia l'ho ottenuta, speravo che la verità venisse fuori e alla fine è arrivata. Spero si possa fare luce e capire perché i due carabinieri sono stati uccisi - ha continuato - Chiedo giustizia anche per loro, sarei felice se questo caso si potesse riaprire per capire perché sono morti". "Le torture ci sono state, mi hanno fatto confessare duramente - ha proseguito - E in carcere ho passato i miei anni più belli".
"Mai ricevuto scuse da nessuno" - A riassumere la vicenda all'organo parlamentare è stato il giornalista Nicola Biondo, già capo della comunicazione del M5s alla Camera, che con Gulotta ha scritto un libro sul mistero di Alcamo Marina (Alkamar, edito da Chiarelettere). Nella serata del 12 febbraio l'uomo venne portato nella caserma di Alcamo, sua città d'origine, insieme con altri ragazzi molto giovani, due suoi amici e vicini di casa di 16 e 17 anni.
I tre furono oggetti di pressanti interrogatori, sevizie e torture fino ad una sorta di esecuzione simulata. L'accusa era aver ucciso due carabinieri che prestavano servizio nella frazione balneare della cittadina: solo nel 2012 si è aperto un processo di revisione che si è concluso con l'assoluzione di Gulotta per non aver commesso il fatto. "Io non ho ricevute le scuse da nessuna parte, ma le scuse dovrebbero esserci nei confronti dei familiari dei due carabinieri morti ai quali, per 36 anni, hanno dato dei falsi colpevoli", ha detto Gulotta. Anche dopo i processi di revisione, infatti, non sono mai stati identificati gli assassini dei due militari assassinati, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo.
Torture per una confessione - Ad accusare Gulotta e i due amici Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli (che tra un processo e l'altro erano fuggiti in Sudamerica) fu Peppe Vesco, un ragazzo che veniva considerato vicino agli anarchici. Vesco fu arrestato un mese dopo l'eccidio dai carabinieri del colonnello Giuseppe Russo. Le indagini sulla strage vennero però depistate subito.
È lo stesso Vesco che lo racconta nelle lettere scritte in carcere: per fargli fare i nomi dei presunti complici, i carabinieri lo tortureranno con botte e scariche elettrice nei genitali. Stesso destino che toccherà a Gulotta, Santangelo e Ferrandelli. Otto mesi dopo, Vesco cercherà di scagionare i tre ragazzi accusati ingiustamente, senza però riuscirci: verrà infatti trovato impiccato in carcere. Il ragazzo aveva una menomazione, aveva una mano sola: ma nessuno si chiede come sia riuscito in quel modo a fare il nodo scorsoio.
Un anno dopo, il 10 agosto 1977, tocca al colonnello Russo finire assassinato a Corleone. Con la morte di Russo, uno dei responsabile delle torture, la verità sulla strage di Alcamo Marina sembra allontanarsi per sempre con il classico epilogo dei tanti misteri italiani: colpevoli perfetti, ma falsi, in carcere, quelli veri e insospettabili liberi.
Invece nel 2006, quando Gulotta si è ormai rassegnato a convivere con la sua condanna, spunta a sorpresa un brigadiere in pensione che racconta la verità. Renato Olino è stato infatti il teste chiave del processo di Reggio Calabria, che raccontando in aula le sevizie e le torture che caratterizzarono quelle indagini ha consentito a Gulotta di tornare in libertà seppur dopo decenni passati in galera da innocenti.
Tra Gladio e Cosa nostra - Ma perché i carabinieri cercarono in tutti i modi di depistare le indagini sugli assassini dei loro colleghi? E chi e perché uccise Apuzzo e Falcetta nella casermetta di Alcamo Marina? Domande queste che sono destinate probabilmente a restare senza risposta. Il pentito Leonardo Messina ha detto che già negli anni Settanta "Cosa Nostra aveva pianificato una serie di attacchi allo Stato".
Sul vicenda della casermetta indagò anche Peppino Impastato che in un volantino scriveva a questo proposito di stragi di stato e servizi deviati. Volantino sequestrato dopo la sua morte e mai più ritrovato. Dettaglio inquietante se si aggiunge che a sequestrarlo fu un carabiniere che sarebbe stato tra i torturatori di Gulotta.
Proprio nel periodo in cui furono assassinati i due militari, Alcamo Marina era un vero scalo franco per il contrabbando di sigarette e il traffico di armi. Ambiente in cui si muoveva il fascista Pierluigi Concutelli. E in cui vanno inseriti i movimenti di Gladio che proprio in provincia di Trapani aveva un centro d'addestramento.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2020
Corte costituzionale - Sentenza 14/2020. Il cambio di imputazione non può impedire la messa alla prova. Questa la conclusione della Corte costituzionale con la sentenza n. 14 depositata ieri e scritta da Francesco Viganò. La Corte conferma così una linea interpretativa assai risalente e ispirata alla considerazione della scelta dei riti alternativi da parte dell'imputato come una delle più significative espressioni del diritto di difesa.
Sono considerati così legittimi i dubbi di costituzionalità sull'articolo 516 del Codice di procedura penale avanzati dal tribunale di Grosseto che censurava come ostativa alla concessione della sospensione del procedimento con messa alla prova nel caso di contestazione di un fatto diverso. Per i giudici toscani, la disposizione era in contrasto, in particolare, con l'articolo 24 della Costituzione che riconosce il diritto alla difesa. A corroborare ulteriormente la questione di legittimità un precedente della stessa Consulta che, nel 2018, dichiarò l'illegittimità della norma del Codice (articolo 517) che impediva la messa alla prova nel caso di contestazione di una nuova circostanza aggravante.
La sentenza muove anch'essa dalla sottolineatura di alcuni precedenti nei quali venne riconosciuta l'illegittimità di alcune preclusioni, tutte accomunate dalla lesione del principio di eguaglianza, perché l'imputato veniva irragionevolmente discriminato, quanto a possibilità di accesso ai riti speciali per effetto della maggiore o minore completezza della valutazione fatta dal pm dei risultati delle indagini preliminari.
In una prima fase, si legge, le dichiarazioni di illegittimità costituzionale erano state spesso circoscritte all'ipotesi in cui la diversa o nuova contestazione riguardasse un fatto già risultante dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale (così le sentenze n. 184 del 2014, n. 333 del 2009 e n. 265 del 1994). Questo criterio è stato però progressivamente abbandonato dalle pronunce più recenti (sentenze n. 82 del 2019, n. 141 del 2018, n. 206 del 2017, n. 273 del 2014 e n. 237 del 2012), nelle quali si è in sostanza sottolineato che, in ogni ipotesi di nuove contestazioni, indipendentemente dalla circostanza per cui ciò sia o meno addebitabile alla negligenza del pubblico ministero nella formulazione dell'originaria imputazione, all'imputato deve essere restituita la possibilità di esercitare le proprie scelte difensive, compresa la decisione di chiedere un rito alternativo.
Questo principio è stato applicato anche dalla sentenza n. 141 del 2018 alla contestazione di nuove aggravanti nel corso dell'istruttoria dibattimentale di cui all'articolo 517 del Codice di procedura penale, in relazione all'istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova; istituto che, ha osservato in passato la Consulta, "ha effetti sostanziali, perché dà luogo all'estinzione del reato, ma è connotato da un'intrinseca dimensione processuale, in quanto consiste in un nuovo procedimento speciale, alternativo al giudizio". E allora, osserva in conclusione la Corte, il principio non può che essere esteso al caso in cui a venire cambiata è la stessa imputazione originaria, come nel caso approdato alla Consulta, dove il pm, a un'originaria imputazione di ricettazione aveva ritenuto di doverne sostituire una di furto in abitazione.
di Simona Musco
Il Dubbio, 12 febbraio 2020
Intervista alla della compagna del presentatore Rai. "Il mio Enzo rappresenta, oggi, l'innocenza assoluta. E allora uso il paradosso Tortora per spiegare a tutti questa norma sulla prescrizione. Fu condannato a dieci anni di galera, a settembre dell'85, da innocente, morendo a maggio dell'88: se ci fosse stata l'applicazione della legge per cui, dopo la condanna in primo grado, si cancella la prescrizione, Enzo sarebbe morto da colpevole. Un innocente, una persona perbene, una persona di grande dignità e moralità, sarebbe morto con la macchia della colpevolezza".
A parlare è Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora, che ha raccolto il suo testimone per portare avanti una battaglia a difesa delle vittime della malagiustizia. Una giustizia, racconta Scopelliti al Dubbio, che nelle sue storture è rimasta tale e quale a quando il presentatore finì nella macchina del fango, il 17 giugno 1983, quando venne arrestato a favore di telecamera con l'accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico.
Un clamoroso errore giudiziario risolto soltanto dopo due processi, quanto servì per stabilire la verità e riabilitare l'onore di uomo nel frattempo diventato leader di una battaglia civile, affiancato dal suo amico Marco Pannella, che fece di lui anche un leader politico. "Nel caso di Enzo i problemi dei tempi della giustizia non ci furono, perché i tre gradi di giudizio si conclusero in quattro anni - racconta. Ma immaginando la situazione attuale, che richiede anche 15 anni per un processo, e con la norma Bonafede, allora le cose sarebbero state diverse. E questo in un Paese civile non è accettabile".
Per Scopelliti, l'errore giudiziario, oggi, è diventato una consuetudine. E a dirlo, spiega, sono i dati sulle assoluzioni in appello, "numeri enormi", che rendono la prescrizione "necessaria per limitare il fine processo mai che molte volte colpisce un innocente". Le critiche di Scopelliti sono indirizzate anche a chi, come il procuratore Nicola Gratteri e il consigliere Csm Piercamillo Davigo, definiscono "fisiologici" i casi di innocenti in carcere. "Dire ciò è il male della giustizia - sottolinea - specie quando si è così tanto sotto i riflettori. Non ci si rende conto che la persona che finisce in galera da innocente vede la sua vita stravolta come in uno tsunami. Non si recupera più l'equilibrio di prima.
Perché non ci provano loro? Perché non provano a vedere cosa succede ad un uomo perbene che si vede accusare delle peggiori cose? Perché non parlano con tutte le vittime della giustizia?". Come Angelo Massaro, arrestato da innocente quando suo figlio aveva 40 giorni e tornato in libertà quando aveva 21 anni; o Giuseppe Gulotta, rimasto in carcere 30 anni senza aver alcuna colpa.
"Chi ridarà loro indietro la vita persa?", si chiede la Radicale, che ricorda: "meglio un colpevole fuori che un innocente dentro. Perché lo Stato non può disporre della vita di una persona e non può abusare delle vite senza motivo. È per questo non che in Italia non c'è la pena di morte".
La battaglia di Scopelliti va avanti soprattutto sul piano culturale, portando in giro le lettere che Tortora le ha inviato dal carcere e confluite in un libro. Un atto di denuncia attraverso le parole con le quali il presentatore tracciò un'analisi dei mali della giustizia, partendo dal proprio caso per parlare del caso Italia. "Quei problemi sono ancora attuali - sottolinea Scopelliti.
Le parole di Enzo valgono più di qualsiasi altra parola e spero servano per fare un percorso di cultura. Le porto nelle scuole, affinché il mio sogno di una riforma della giustizia con il nome di Tortora sia esaudito dai magistrati del futuro, sperando che i 18enni di oggi facciano tesoro della sua vicenda". La battaglia culturale deve, soprattutto, a incidere su una politica "oggi sorda e timorosa". Una politica "che non ha il coraggio di fare riforme strutturali, perché ha sempre paura che ci possa essere una ritorsione".
Ma deve incidere anche sulla società, "diventata rancorosa per colpa del populismo, che ci rende giustizialisti". Tutti colpevoli a prescindere, insomma. "Non dimenticherò mai quando un ministro, davanti al ponte Morandi crollato da poche ore - aggiunge - accusò la famiglia Benetton di essere colpevole. Io non voglio assolvere la famiglia Benetton, però non ci si comporta così come ministro. Si aspettano le indagini".
Scopelliti ha ora affidato a Matteo Renzi una proposta di legge per far sì che il 17 giugno diventi il giorno in ricordo di Tortora e di tutte le vittime della giustizia. "Voglio che Enzo diventi il tedoforo di questa giornata - conclude -, costringendo tutti a non lasciarlo mai più nel dimenticatoio".
di Laura Montanari
La Repubblica, 12 febbraio 2020
Ventisette a sei. Passa con questa maggioranza la proposta di legge presentata da Leonardo Marras, capogruppo del Pd in Regione, Giacomo Bugliani e altri consiglieri, per l'affettività e la sessualità in carcere. La Toscana è la prima regione a viaggiare su questa linea e ad inviare la proposta di legge in parlamento.
"Ce l'abbiamo fatta, è un'assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni" spiega il garante regionale per i diritti dei detenuti Franco Corleone che da tempo porta avanti questa battaglia. In cosa consiste? "Da tempo ho chiesto una sala colloqui riservata per i detenuti dove non ci sia la videosorveglianza in modo che in una apposita unità abitativa ci possano essere incontri appartati con i familiari" precisa Corleone che con questa battaglia chiude il suo mandato, ma che ricorda le parole pronunciate nel 1999 da Alessandro Margara: "Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre alla perdita della libertà".
Il diritto all'affettività in carcere è riconosciuto in diversi Paesi a cominciare per esempio da Spagna, Svizzera, Finlandia, Svezia, Norvegia, Austria e altri. Sul diritto all'affettività e al sesso in carcere aveva scritto anche Adriano Sofri e nel 2012 si espresse la Corte Costituzionale su un ricorso del Tribunale di Firenze e pur dichiarando inammissibile la questione, richiamava l'attenzione del legislatore.
Il Garante toscano, Franco Corleone è in scadenza e la Regione dovrebbe nominare il suo successore prima della fine della legislatura. Diversi i nomi in lizza anche se, stando alle indiscrezioni, due sarebbero i candidati più accreditati, Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo e Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria e autore del libro "Uomini come bestie, il medico degli ultimi" con la prefazione di Adriano Sofri.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 11 febbraio 2020 n. 5427. Via libera, nei procedimenti che riguardano il Daspo, alla presentazione con la Posta elettronica certificata, di richieste e memorie difensive, al giudice competente per la convalida per provvedimento. La Corte di cassazione, con la sentenza 5427, accoglie il ricorso contro il provvedimento con il quale il questore vietava l'accesso del ricorrente per 5 anni nei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive. Tra gli altri punti del ricorso la difesa lamentava un vizio di motivazione in relazione all'omessa valutazione di una memoria, malgrado fosse stata tempestivamente inviata alla cancelleria del Gip a mezzo posta elettronica certificata.
La Cancelleria aveva, infatti, comunicato al difensore che la memoria non sarebbe stata presa in considerazione a causa dell'irritualità dell'invio. Per la Suprema Corte però è una conclusione sbagliata. I giudici, della terza sezione penale, ricordano che è possibile utilizzare la Pec nel Daspo, per la particolarità della procedura stabilita nel procedimento di convalida, caratterizzata dall'assenza di indicazioni specifiche sulla modalità di deposito degli atti. Il via libera si giustifica anche in considerazione del fatto che il mezzo telematico garantisce sicura affidabilità sulla provenienza e la ricezione di quanto inviato.
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