di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 14 febbraio 2020
Guerra. Human Rights Watch chiede protezione per i migranti, come aveva fatto l'Onu a gennaio. L'aeroporto di Mitiga sotto le bombe di Haftar, mentre il generale della Cirenaica riceveva Di Maio. Il Memorandum d'Intesa firmato da Italia e Governo di accordo nazionale libico (Gna) nel 2017, rinnovatosi automaticamente lo scorso 2 febbraio, deve essere sospeso finché la Libia "non si impegnerà a un piano chiaro per garantire il pieno rispetto della sicurezza e dei diritti dei migranti".
A dirlo è un rapporto pubblicato l'altro ieri da Human Rights Watch. Secondo l'ong, i centri di detenzione dovrebbero essere chiusi e i migranti protetti dai trattamenti inumani e degradanti che continuano a subire. Finora, però, il governo Conte promette fuffa: il ministero degli Esteri italiano guidato da Di Maio ha annunciato lo scorso 9 febbraio di aver inviato a Tripoli delle "modifiche" che, afferma, aumenteranno la loro protezione.
Ma che non cambieranno la sostanza dei fatti: la Libia non è un "porto sicuro" dove rispedire migliaia di persone intercettate in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Lo ha detto a metà gennaio il segretario dell'Onu Guterres e lo ha ripetuto due settimane dopo la Commissaria per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Dunja Mijatovic, che ha invitato il nostro paese "a sospendere urgentemente" la cooperazione con la Guardia costiera libica "fino a quando non ci saranno chiare garanzie sul rispetto dei diritti umani".
Ma il governo finge di non vedere e tira dritto cercando di ritagliarsi un ruolo da protagonista sul dossier libico. Ieri Di Maio ha terminato una visita di due giorni nel paese nordafricano dove ha incontrato a Tripoli e Bengasi i principali protagonisti della crisi libica: il premier del Gna al-Sarraj e il suo nemico giurato, il capo dell'autoproclamato Esercito nazionale libico (Enl) Haftar.
Ha parlato anche d'immigrazione, discutendo con Haftar "della messa in sicurezza dei confini marittimi e di come impedire l'infiltrazione di elementi di gruppi terroristi e criminali via mare". A tutti i suoi interlocutori Di Maio ha poi ribadito di seguire la via politica tracciata nel summit internazionale di Berlino dello scorso 19 gennaio.
Una via morta e sepolta già al suo concepimento: mentre il generale (ex nemico dell'Italia) lo ascoltava, i suoi jet bombardavano l'aeroporto di Mitiga costringendolo nuovamente alla chiusura. Non solo: corpi di mortaio cadevano alla periferia meridionale della capitale, uccidevano una donna e ferivano altre quattro persone. Eppure solo poche ore prima il Consiglio di sicurezza Onu approvava una risoluzione che ribadiva la necessità per un cessate il fuoco duraturo.
Non è la prima volta che la diplomazia parla una lingua diversa da quello che avviene sul campo. La duplicità della Libia non è solo militare esemplificata nella guerra tra Gna e Haftar. Ma è prima di tutto quella raccontata dalla diplomazia e quella invece vissuta dai civili. Quella di Di Maio o del suo omologo tedesco Maas che parla di "progressi" in vista di dopodomani a Monaco dove si incontreranno per la prima volta il Comitato dei seguiti e i gruppi di lavoro per attuare i risultati di Berlino. E quella dei civili sotto attacco e, soprattutto, dei più deboli tra loro: i migranti. Tre giorni fa 116 sudanesi detenuti nel centro di detenzione di Kufra sono stati riportati in Sudan dopo essere entrati "illegalmente". "Oltre 60 di loro - ha detto il direttore della struttura - erano senza documenti ed erano portatori di gravi malattie infettive". Gli untori del 21esimo secolo.
di Andrea Bottalico
Il Manifesto, 14 febbraio 2020
Il progetto nasce dalla mobilitazione dei portuali dello scorso anno contro il cargo saudita Bahri Yanbu. Uno strumento transnazionale di analisi dei movimenti e dei lavoratori per definire la geografia dei produttori di armi e i percorsi. Lo scorso 20 maggio la nave Bahri Yanbu, battente bandiera saudita, è attraccata al Ponte Eritrea del porto di Genova. Il cargo trasportava un carico di armi pesanti destinate all'Arabia saudita e si sospettava che avrebbe caricato altro materiale bellico in Italia.
Dopo un presidio e uno sciopero è stato impedito alla nave di effettuare le operazioni di carico. "Porti chiusi alle armi, porti aperti ai migranti", era scritto su uno striscione. Nelle stesse ore veniva impedito alla Sea Watch 3 di sbarcare migranti a Lampedusa su pressione del ministero degli Interni. La costituzione di "Weapon Watch - Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo" nasce dal blocco di quella nave saudita e dall'esigenza di esplorare la realtà dell'economia di guerra. All'origine del blocco vi è stata la mobilitazione che ha coinvolto diversi gruppi indipendenti in Belgio, Francia, Spagna, Italia, che hanno seguito i movimenti della "nave delle armi" fino al presidio sulle banchine del porto di Genova.
I lavoratori portuali sono stati capaci di far emergere le contraddizioni a partire da alcuni princìpi che per ragioni storiche sentono propri, facendosi carico di ciò che le autorità hanno ignorato. Piccole ruote di un gigantesco ingranaggio, i portuali avrebbero dovuto favorire con il loro lavoro un'operazione per la guerra dimenticata dello Yemen, condotta dall'Arabia saudita e sostenuta dai suoi alleati nel Golfo e in Occidente in violazione delle Convenzioni di Ginevra, della Carta Onu e del Trattato sulle armi convenzionali.
A questo va aggiunta la questione della sicurezza di chi lavora in porto movimentando merci pericolose come munizioni, bombe o altri esplosivi di Classe 1, secondo l'International Maritime Dangerous Goods Code. È noto agli addetti che le Bahri entrano in porto già cariche di merci esplosive, come potrebbe constatare l'Autorità di Sistema Portuale, a cui tocca il compito del monitoraggio in tempo reale delle merci pericolose giacenti o transitanti nel porto.
Weapon Watch sta pensando di presentare un esposto per la richiesta di accesso agli atti all'Autorità di Sistema del porto di Genova, che dispone del manifesto di carico delle navi in anticipo, allo scopo di esercitare ulteriore pressione. Ma che le navi saudite contengano merci pericolose possiamo affermarlo in base alle testimonianze oculari dei lavoratori dei porti in cui sono state imbarcate munizioni, o a partire dai documenti che le ong hanno potuto ottenere utilizzando il Freedom of Information Act, o ancora guardando la rotta di queste navi, che riguarda spesso porti nordatlantici ed europei militarizzati o da cui transitano i maggiori flussi delle forniture militari verso l'Arabia saudita e gli Emirati.
La presenza di armi in stiva è indirettamente confermata dalle strategie di occultamento della compagnia Bahri, che da tempo ordina ai comandanti delle navi di presentarsi in porto con i portelloni interni chiusi allo scopo di impedire ai lavoratori la vista delle merci trasportate. Anche la presenza di personale di polizia durante le soste delle Bahri entro la cinta portuale testimonia i forti interessi, venuti alla luce con l'azione dello scorso maggio a Genova. Come ha sottolineato Carlo Tombola, coordinatore scientifico di Opal (Osservatorio Permanente Armi Leggere di Brescia), autore insieme a Sergio Finardi del libro La strada delle armi e tra i fondatori di Weapon Watch, è stato il movimento stesso nato dal blocco della Bahri Yanbu a decidere di dotarsi di uno strumento di conoscenza.
L'associazione nasce dunque dalla volontà di creare uno strumento trasversale di analisi e un luogo critico in cui discutere, confrontare idee, creare dibattito e conflitto. "Il nostro progetto - spiega Tombola - è definire una geografia dei produttori di armi che trasportano questa merce attraverso i porti, che rappresentano il perno della filiera logistica militare. Dobbiamo e vogliamo osservare le armi che transitano nei porti attraverso la creazione di una rete nazionale e transnazionale, sia perché è nei porti che queste merci diventano meno nascoste, sia perché i lavoratori dei porti e i marittimi sulle navi non amano maneggiare queste merci mortifere".
di Marìka Surace*
Il Foglio, 14 febbraio 2020
Grazie al carcere di Nisida, grazie alla legge italiana. Arrestata da adolescente a Malpensa, ha cercato sua madre, ha sbagliato ancora, ha rischiato il rimpatrio e si è meritata la sua chance. L'incontro con Elizabeth, che preferisce essere chiamata Liz, è in centro storico, a poche centinaia di metri dalla stazione di Napoli Piazza Garibaldi. Qui, nell'edificio che ospitava un vecchio lanificio, c'è la sede della Cooperativa Dedalus, uno dei punti di riferimento cittadini per le fasce più deboli della popolazione, soprattutto vittime di tratta e minori. Queste strade, sempre affollate, rumorose di voci e traffico, sono le stesse che Liz ha percorso la prima volta che è uscita da Nisida. Grazie all'intervento coordinato di avvocati e operatori, ma grazie anche all'attenzione del direttore del carcere, Gianluca Guida, e del magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, nonché alla disponibilità della questura, si è applicata al caso di Elizabeth una norma del nostro ordinamento troppo spesso ignorata: l'articolo 18 comma 6 del Testo Unico Immigrazione.
La norma prevede che a fine pena venga rilasciato un permesso di soggiorno a coloro che hanno compiuto il reato da minorenni. E che, durante l'esecuzione della pena, abbiano intrapreso un programma di integrazione con un'associazione accreditata. Uno strumento importante che, dopo il caso di Elizabeth, è stato applicato altre due volte, sempre a Napoli.
E che consente al minore autore del reato (che, ricordiamolo, a volte è anche vittima, poiché, come nel caso di Liz, è spesso eterodiretto da adulti) di proseguire in libertà il reinserimento già intrapreso in carcere. "Non ci credevo. E non ci ho creduto fino all'ultimo giorno. Fino a quando le porte di Nisida, per me, si sono aperte. E non c'era l'incubo dell'ignoto ad aspettarmi, ma una nuova vita". Una nuova vita che non le fa dimenticare il passato.
Il cuore di Liz, che ora vive in una piccola comunità e segue dei corsi di cucito e fotografia presso la cooperativa Dedalus, è ancora in carcere. "Non posso che pensare a tutti quelli che sono rimasti lì, a quelli che usciranno presto o che hanno pene più lunghe. Cammino per le strade, ogni tanto devo ripetermi che sono libera, che sono fuori. Ma sento la loro mancanza, ci scriviamo. Vorrei che a tutti loro venisse data un'altra possibilità.
Tutti sbagliamo, siamo esseri umani. Ma se inizi a credere che un altro modo di vivere è possibile, meriti una chance. Soprattutto se impari la cosa più importante di tutte: farsi aiutare, fidarsi di chi ne sa più di te. Perché non c'è niente di male a dire che da sola non ce la fai".
*Avvocato immigrazionista
di Jamelle Bouie
Internazionale, 14 febbraio 2020
Il penitenziario statale di Parchman, nel Mississippi, ha un lungo passato di violenza. E non è un caso isolato, ma solo un esempio delle condizioni carcerarie negli Stati Uniti. All'inizio del 2020 nelle prigioni dello stato del Mississippi sono morte 15 persone, la maggior parte nel penitenziario statale di Parchman.
La causa principale è la violenza tra detenuti: risse e accoltellamenti. Ma c'è stato almeno un caso di suicidio. I funzionari statali hanno promesso di mettere fine alla violenza. A gennaio il governatore repubblicano Tate Reeves, entrato in carica all'inizio dell'anno, ha dichiarato che avrebbe affrontato la questione il prima possibile. La cosa impressionante di questa faccenda è che non è affatto una novità. La prigione di Parchman, costruita nel 1904, ha un lungo passato di violenza. È stata riformata più volte.
Ma nessun cambiamento è riuscito a spezzare il circolo vizioso della brutalità. E perché mai avrebbe dovuto? La storia di Parchman è un esempio di come la disumanizzazione e l'abbandono siano intrinsechi all'esperienza carceraria. Il Mississippi alla fine dell'ottocento era uno stato modellato sull'apartheid, in cui il sistema giudiziario si fondava sul castigo crudele e gratuito.
Arrestati spesso per piccoli reati come furto o "vagabondaggio" (se si spostavano senza un permesso di lavoro), gli abitanti neri dello stato venivano multati e messi in prigione. Poi il loro lavoro veniva messo a disposizione di aziende private che li sfruttavano come schiavi nelle piantagioni. Le loro condizioni di vita erano terribili.
"Mangiavano e dormivano per terra, senza materassi e spesso senza vestiti", scrive lo storico David Oshinsky. Negli anni ottanta dell'ottocento il tasso di mortalità annuale della popolazione carceraria del Mississippi era tra il 9 e il 16 per cento. Alla fine dell'ottocento il "prestito" dei detenuti stava scomparendo, ma l'élite bianca del Mississippi rimase ossessionata dalla "criminalità negra".
A quel punto entrò in scena il governatore James K. Vardaman. Eletto nel 1903 con un programma a base di sciovinismo rurale e suprematismo bianco, Vardaman era una specie di riformatore, contrario al prestito dei detenuti. Voleva invece creare una prigione che permettesse ai criminali neri di socializzare all'interno di "un'appropriata disciplina, una forte abitudine al lavoro e il rispetto dell'autorità dei bianchi", spiega Oshinsky.
Voleva anche rendere la cosa redditizia. Sotto la sua guida, lo stato liberò migliaia di ettari di terreno vicino al delta dei fiumi Yazoo e Mississippi. Lì fu costruito il penitenziario di Parchman, dal nome della famiglia proprietaria dei terreni. Negli anni dieci era ormai autosufficiente, e si basava sugli stessi princìpi di una piantagione prima della guerra civile, con i neri al lavoro sotto la supervisione dei bianchi. Parchman sarebbe presto diventato tristemente noto per le dure condizioni di lavoro e la brutalità.
Una riforma arrivò con il movimento dei diritti civili, grazie alla causa collettiva Gates contro Collicr. La sentenza del 1974 impose degli standard minimi per la detenzione negli Stati Uniti. A Parchman questo significò fine della segregazione, libertà di culto, spazio minimo per ogni detenuto e fine dei lavori forzati e spinse lo stato del Mississippi a creare un supervisore per il dipartimento penitenziario.
Ma la riforma aveva dei limiti: le strutture nuove non cambiano il fatto che le prigioni siano un luogo di esclusione, in cui la società isola i cittadini più vulnerabili. Negli anni novanta, secondo un rapporto dell'Unione americana per le libertà civili (Aclu), i prigionieri del braccio della morte di Parchman dovevano sopportare "isolamento, inoperosità e monotonia ininterrotte, impossibilità di praticare esercizio fisico, puzza intollerabile e sporcizia diffusa e una costante esposizione agli escrementi umani".
Le aggressioni tra detenuti erano ancora diffuse. Parchman non è un caso isolato. È solo un esempio estremo delle condizioni delle carceri statunitensi. C'è anche di peggio. Nel 2019 il dipartimento di giustizia ha diffuso un rapporto di 56 pagine sul sistema carcerario dell'Alab ama, dove le guardie sono poche, i prigionieri devono fare i conti con alti tassi d'omicidio e aggressione sessuale e, come ha scritto il New York Times, "un detenuto era morto da così tanto tempo che, quando è stato scoperto faccia a terra, aveva il viso appiattito".
Le prigioni che ospitano chi è in attesa di processo o di condanna non sono migliori. Secondo i dati più recenti, nel 2014 in queste prigioni sono morte 1.053 persone. Il 35 per cento si è suicidato. È quasi sicuro che, a Parchman e in altre strutture, qualcosa cambierà. Ma una riforma è sempre temporanea. All'interno del sistema carcerario il margine di cambiamento è ridotto. Una prigione può essere più o meno umana, ma sarà sempre disumanizzante.
La mancanza di libertà è incompatibile con la vita umana. L'unico modo di "risolvere" un problema come il sistema carcerario statunitense è porvi fine. Ma, per una società disuguale come quella statunitense, un obiettivo simile è in un orizzonte lontano. Ammesso che un orizzonte ci sia.
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 14 febbraio 2020
Il segretario alla difesa Esper ha annunciato al vertice Nato di Bruxelles che americani e talebani afghani sono pronti a una intesa. Ma sono fondati i dubbi sulle reali intenzioni dei talebani e sulla capacità dei loro rappresentanti di controllare un movimento tutt'altro che unito o prevedibile.
La prudenza è d'obbligo, dopo che Donald Trump ha mandato all'aria nel settembre scorso un accordo con i talebani che sembrava fatto. Ma stavolta c'è anche il crisma dell'ufficialità, perché il segretario alla difesa Mark Esper ne ha parlato ieri con gli alleati al vertice Nato di Bruxelles: americani e talebani afghani sono pronti alla firma di una intesa, in verità non troppo diversa da quella negoziata lo scorso anno.
È previsto un seguito di colloqui inter-afghani per cancellare l'impressione che l'amico governo di Kabul sia stato in qualche modo tradito, i talebani si impegnano a non permettere attività terroristiche come quelle che prepararono l'attacco alla Torri Gemelle, e soprattutto, perché è questo che interessa a Trump in piena campagna elettorale per la conferma alla Casa Bianca, i 13.000 soldati Usa presenti oggi in Afghanistan saranno ridotti a scaglioni successivi in modo da poter fare del ritiro un solido argomento elettorale prima del voto di novembre.
Secondo quanto ha riferito Esper, l'elemento più innovativo (e singolare) è però un altro: gli Usa avevano chiesto 10 giorni senza violenza da parte dei talebani dopo l'annuncio dell'accordo, altrimenti Trump avrebbe rischiato un diluvio di critiche. I talebani hanno detto no e alla fine è stata trovata una intesa su 7 giorni di tregua.
Il che non può che confermare i dubbi sulle reali intenzioni dei talebani, e anche sulla capacità dei loro rappresentanti di controllare un movimento tutt'altro che unito o prevedibile. Del resto i dubbi sull'operazione sono molteplici, riguardano il futuro della società afghana e delle donne in particolare, coinvolgono i contingenti di altri Paesi che stanno addestrando le forze afghane (gli italiani sono 850) che con la Nato dovranno decidere come comportarsi, e si riassumono nel pronostico che dopo 18 anni di guerra non vinta l'Afghanistan sia avviato a diventare un nuovo Vietnam. Ma in America si vota.
La Repubblica, 14 febbraio 2020
Lunedì a Bologna corteo con sindaco e rettore per lo studente arrestato in Egitto. La procura di Mansoura ha fissato a sabato 15 febbraio l'udienza per valutare la richiesta di scarcerazione presentata dai legali di Patrick Zaky, lo studente egiziano dell'università di Bologna arrestato al suo ritorno in Egitto, una settimana fa, e posto in detenzione preventiva per 15 giorni. Secondo il suo legale, rischia l'ergastolo.
Ne dà notizia in una nota l'Egyptian initiative for personal rights, ong che sta seguendo il caso del giovane ricercatore, e con cui Zaky collabora in difesa dei diritti umani e di genere. Secondo l'Eipr, "oggi Patrick - detenuto nella stazione di polizia di Mansoura dall'8 febbraio scorso - è stato trasferito alla stazione di polizia di Talkha, non lontano dalla prima centrale e dall'abitazione in cui risiede la sua famiglia. La famiglia di pPtrick e un collega dell'Eipr- si legge ancora - hanno potuto visitarlo per un brevissimo momento questo pomeriggio a Talkha".
In merito alle condizioni dell'attivista, l'eipr fa sapere che zaky "è detenuto in condizioni meno favorevoli rispetto al suo primo luogo di detenzione, ma ha confermato durante il colloquio col legale e i famigliari che non è stato maltrattato o discriminato in alcun modo nel suo nuovo luogo di detenzione". Amnesty International aveva dichiarato che Zaky è stato picchiato e torturato con scosse elettriche per 17 ore durante un interrogatorio ammanettato. Patrick Zaky è accusato di diffusione di notizie false attraverso i social network, incitamento alle proteste non autorizzate, apologia di crimini di terrorismo e attività volte a destabilizzare la sicurezza nazionale.
"Questa data intermedia ci conferma che sono giorni cruciali in cui l'Italia può fare la differenza": così Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. "A caldo - spiega Noury - dico che gli avvocati se la stanno giocando bene e che ci sono piccoli segnali di attenzione, ma sul caso deve esserci ancora molta cautela".
"Bene il richiamo di ieri del presidente del Parlamento europeo David Sassoli, bene anche le parole del sindaco di Bologna Virginio Merola che ha dichiarato Patrick 'cittadino bolognesè - sottolinea Noury - e immagino anche il lavoro non pubblico della Farnesina". Sono giorni "cruciali" per Patrick, ripete, "l'Italia può fare la differenza".
"Il vostro supporto e la voce ci stanno aiutando molto. I prossimi due giorni saranno cruciali per tutti noi, continuate a parlare di Patrick". Così Amr, amico egiziano dello studente di Bologna arrestato al Cairo venerdì scorso in un tweet riferendosi all'udienza fissata il 15 febbraio per discutere dell'appello dei legali di Zaki alla custodia cautelare.
"È assolutamente una buona notizia - dice all'Ansa l'amico di Patrick che vive a Berlino e che ha denunciato di aver subito rapimento e torture nel 2015 - perché non è comune fissare qualcosa prima dell'udienza canonica per il prolungamento della custodia cautelare. Speriamo non sia una trappola per far pensare all'opinione pubblica che abbiamo vinto in modo che cali l'attenzione. L'hanno anche trasferito in una prigione di qualità inferiore, per così dire, dove ora è circondato da criminali, mentre prima era circondato solo da detenuti politici".
Intanto è stata indetta per lunedì 17 una manifestazione, promossa dagli studenti dell'università di Bologna per esprimere solidarietà e chiedere la liberazione di Patrick Il corteo è stato annunciato ieri e intanto la data è stata concordata con il sindaco Virginio Merola e il rettore Francesco Ubertini, che saranno presenti. Il corteo partirà alle 18 dal rettorato e arriverà in piazza maggiore. Al termine del corteo, in piazza, sono previste le letture di alcuni brani. L'invito a manifestare "è rivolto - dai promotori - a tutta la comunità universitaria", docenti compresi, ma anche "a tutta la città e in generale a chiunque voglia venire insieme a noi a manifestare solidarietà".
di Lucio Malan
Il Riformista, 14 febbraio 2020
Violazioni dei diritti umani, sostegno al terrorismo, minacce di guerra, repressione. C'è un solo Paese che mette insieme sanguinosa repressione di pacifiche manifestazioni di protesta, sostegno evidente al terrorismo internazionale, promesse di annientare uno stato sovrano (Israele) e sistematica e grave violazione dei diritti umani, in particolare di dissidenti, donne e omosessuali.
Eppure ha generalmente buoni rapporti con quasi tutti i paesi del mondo, Unione Europea inclusa. Se ne è parlato ieri in una conferenza stampa al Senato, per iniziativa di Elisabetta Zamparutti di Nessuno tocchi Caino, insieme a Laura Harth, rappresentante del Partito Radicale Trasnazionale presso l'Onu, Elisabetta Rampelli, presidente del Tribunale delle Libertà Marco Pannella, con la partecipazione dell'ex ministro degli esteri Giulio Terzi, del sottoscritto, da tempo impegnato contro gli abusi del regime di Teheran, del senatore del Pd Roberto Rampi, autore di un disegno di legge per introdurre sanzioni individuali contro i responsabili di gravi violazioni di diritti umani, e di Mahmoud Hakamian, del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Elisabetta Zamparutti ha presentato il dossier "I volti della repressione", i profili di 23 esponenti del regime iraniano.
I protagonisti, tra l'altro, del massacro di trentamila prigionieri politici nel solo 1988, e quelli della gravissima repressione delle recenti proteste in tutte le province dell'Iran contro il regime degli ayatollah, al quale imputano di usare i soldi della gente per portare la guerra in paesi esteri anziché migliorare la vita della popolazione.
La proposta concreta è di inserire quei 23 nomi nella lista Uedelle persone da sottoporre a misure restrittive. Di questi gravi fatti, però, non si parla molto, forse perché si tratta dell'Iran, paese potente, maestro nel coltivare relazioni internazionali da almeno 2500 anni - quando si chiamava Persia.
Quando ci si chiede come mai al regime iraniano vengano sostanzialmente condonate le sue condotte inaccettabili, ricordo che, secondo lo storico Plutarco, Alessandro Magno trovò negli archivi persiani le lettere del re di Persia che ordinava di pagare il grande oratore e politico Demostene perché portasse la sua potente città, Atene, su posizioni convenienti per la Persia. Sono passati più di 2300 anni, ma qualcosa mi dice che la tradizione è rimasta.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 13 febbraio 2020
Si parla spesso di vittime di illeciti e vittime di ingiustizie, mai però delle vittime più fragili di tutte: i bambini separati dai loro genitori incarcerati. Una vergogna che interroga l'intera società. E che dimostra l'inciviltà del carcere.
Si parla sempre delle "vittime", ma solo di alcune. Perlopiù ci si riferisce alle vittime degli illeciti: nei discorsi di quelli che, per vederle ripagate, vogliono sanzioni più gravi e "certezza della pena". Altre volte si tratta delle vittime dell'ingiustizia: nei discorsi di quelli che della giustizia denunciano errori e abusi.
a cura di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 13 febbraio 2020
"Io esco poco, il meno possibile, basta un niente a suscitarmi emozione. Devo correre in bagno. Mi succede da quella volta: ero finito in carcere, e non ci ero abituato, anzi era una cosa a cui non avevo mai pensato. Era stato per via di una foto in cui ero stato ritratto con dei miei paesani, poi qualche rimpatriata al ristorante, una telefonata di tanto in tanto.
Il carcere lo conoscevo per i film americani, cercavo di non urtare gli altri, li assecondavo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 febbraio 2020
Il 5 maggio si esaminerà la illegittimità costituzionale del comma secondo quater, lett. f. La Corte costituzionale ha fissato la data dell'udienza pubblica in merito alla questione di illegittimità costituzionale del 41bis, relativamente alla parte del comma secondo quater, lett. f), secondo periodo, che impone all'Amministrazione penitenziaria di adottare tutte le misure di sicurezza volte ad assicurare l'assoluta impossibilità per i detenuti di scambiare oggetti tra loro, anche se appartengono al medesimo gruppo di socialità. Si terrà il 5 maggio prossimo e a discuterla per il detenuto Giambò Carmelo saranno gli avvocati difensori Barbara Amicarella e Valerio Accorretti Vianello.










