di Marta Serafini
Corriere della Sera, 25 marzo 2020
Con la stagione delle piogge si temono nuovi contagi. L'allerta dell'inviato Onu: se arriva il coronavirus qui sarà una tempesta perfetta. Lo stallo delle trattative e l'attendismo saudita. Un'epidemia già in corso e una pandemia che rischia di indebolire ulteriormente il Paese più povero del mondo arabo mentre non si fermano i bombardamenti che da cinque anni colpiscono la popolazione e che hanno fatto fin qui 100 mila vittime. È la fotografia drammatica dello Yemen che entra oggi nel suo sesto anno di conflitto e che, sebbene non abbia ancora registrato alcun caso di Coronavirus, è più esposto di altri alla crisi sanitaria globale data la mancanza di strutture sanitarie.
L'arrivo della stagione delle piogge rischia di provocare, nelle prossime settimane, un nuovo esponenziale picco di colera in Yemen. Da inizio anno sono più di 56 mila le persone contagiate, e oltre 2,2 milioni dal 2017. Nel 2019, si era già registrato il secondo più alto aumento di contagi dallo scoppio dell'epidemia: oltre 860 mila casi sospetti, con oltre mille vittime, poco meno del milione registrato nel 2017.
"Mentre il sistema sanitario è ormai al collasso, con solo la metà delle strutture in funzione in tutto il paese a causa dei bombardamenti e degli scontri degli ultimi anni, il numero di contagi potrebbe aumentare con l'arrivo della stagione delle piogge in aprile", spiega Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia. Dopo aver registrato nel 2017 il più alto numero di casi di colera, il nord dello Yemen, rimane la zona a maggior rischio per la quasi totale mancanza di fonti d'acqua pulita, soprattutto nei cinque governatorati di Sana'a, Hajjah, Houdeida, Taiz e Dhamar. Un'epidemia che quindi dall'aprile del 2017 - quando sfuggì subito dal controllo contagiando 360 mila persone nei primi tre mesi - continua a dilagare nel Paese con il numero di casi che sono tornati a salire l'anno scorso, dopo una leggera flessione nel 2018.
"La popolazione dello Yemen ancora una volta deve affrontare una prova durissima, nella quasi totale indifferenza del resto del mondo. - continua Pezzati - La mancanza di acqua e cibo espone la popolazione, soprattutto le comunità più povere e vulnerabili, ad epidemie come questa. 10 milioni di persone sono sull'orlo della carestia, più di 17 non hanno accesso ad acqua pulita e servizi igienico sanitari". La proiezione di Oxfam è che potrebbero esserci poco più di 1 milione di casi nel 2020. Inoltre negli ultimi 5 anni si sono verificati, secondo i dati dell'Oms e dei suoi partner, oltre 142 attacchi su ospedali e strutture sanitarie.
Secondo Save the Children il colera colpisce in particolare modo i bambini: la Ong ha reso noto che più di 190 bambini sono morti di colera dall'inizio dell'anno e che 9 milioni di minori sono senza accesso all'acqua potabile. Tra loro la storia del piccolo Khalid, un neonato di soli 70 giorni nato nel governatorato di Hadramawt, territorio isolato dal resto del paese a causa dell'assenza di collegamenti stradali, un accesso reso quasi impraticabile anche alle organizzazioni umanitarie. Khalid è malnutrito, il tempo è un orologio che batte sulla sua vita in pericolo. Con delle cliniche mobili, la Ong Intersos è riuscito a raggiungere Khalid, visitarlo, e avviare le cure necessarie per farlo tornare in salute.
"Il conflitto in Yemen entra nel suo sesto anno e una soluzione in grado di alleviare le sofferenze della popolazione appare ancora lontana - sottolinea Kostas Moschochoritis, segretario Generale di Intersos - Milioni di yemeniti sono più affamati, più malati e versano in condizioni peggiori di un anno fa. Per molti, l'aiuto umanitario rappresenta l'unica ancora di salvezza.
In questo momento circa 900 operatori di Intersos, yemeniti e internazionali, sono in prima linea per portare aiuto ai più vulnerabili. Quella per salvare vite umane è spesso una corsa contro il tempo. Per questo, nel quinto anniversario della guerra, vogliamo lanciare un appello chiaro: non abbassiamo l'attenzione su quanto sta avvenendo, la guerra non resta a casa, e l'azione umanitaria non si ferma, anzi, va sostenuta e intensificata".
Per quanto riguarda la pandemia di Coronavirus, fin qui lo Yemen non ha fatto registrare ufficialmente nessun caso. Tuttavia è chiaro come l'assenza di casi positivi possa ricondursi alla totale assenza di controlli e di strutture dove poter effettuare i tamponi. "Se questo virus dovesse arrivare in Yemen sarebbe una tempesta perfetta", ha dichiarato il rappresentante dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Altaf Musani. Musani ha anche spiegato come attualmente lo Yemen abbia una capacità di test pari a 200 tamponi.
Per fare fronte all'emergenza lunedì scorso le autorità Houthi che controllano il nord del Paese hanno dichiarato di aver chiuso i confini terrestri con parti dello Yemen controllate dal governo per due settimane tranne che per il traffico merci. La scorsa settimana hanno poi fermato i voli delle Nazioni Unite dall'atterraggio all'aeroporto di Sana'a, gli unici aerei autorizzati dalla coalizione a guida saudita, che controlla lo spazio aereo.
Sia gli Houthi che il governo sostenuto a livello internazionale hanno spinto i viaggiatori all'auto-quarantena. Il governo di Aden ha anche ordinato la chiusura delle scuole. Ma non basta. "In un momento in cui il mondo sta affrontando una pandemia, l'attenzione delle parti in conflitto deve cambiare" e spostarsi dal conflitto verso la tutela della sicurezza sanitaria, ha tuonato l'inviato speciale dell'Onu nel paese, Martin Griffiths. "I pericoli dovuti al #Covid19 rendono ancora più urgente il rilascio di tutti i prigionieri di guerra - ha aggiunto - Le parti devono consentire alle persone di tornare a casa in sicurezza".
di Daniele Priori
Il Riformista, 24 marzo 2020
Sono 13mila i detenuti in sovrannumero nelle carceri italiane e, in quanto oggettivamente fascia più debole a livello sociale, maggiormente a rischio in questo momento di pandemia da Covid-19. Il Partito Radicale non molla di un centimetro e torna oggi, per bocca del segretario Maurizio Turco e della tesoriera Irene Testa, a rivolgersi al Capo dello Stato chiedendo una inedita (ma non del tutto) grazia di massa.
La richiesta arriva con una lettera al presidente Mattarella che segue di pochissimi giorni gli appelli della scorsa settimana di Rita Bernardini e dell'associazione Nessuno Tocchi Caino per gli arresti domiciliari, l'indulto e l'amnistia, sostanzialmente ad oggi disattesi, tanto da necessitare una denuncia a carico del Guardasigilli, Alfonso Bonafede per procurata epidemia colposa.
"Abbiamo scritto al Presidente della Repubblica a seguito del suo intervento per garantire dignità nelle carceri e, visto il silenzio del Governo, prospettargli una iniziativa che possa raggiungere almeno l'obiettivo di liberare i 13mila detenuti in sovrannumero rispetto alla capienza prevista dalla legge".
"Al Presidente Mattarella chiediamo di operare al più presto un massiccio esercizio del potere di grazia a partire dal valutare con disponibilità, attenzione e celerità le istanze di grazia che Le sono state sin qui avanzate e che lo saranno nei prossimi giorni. E agli avvocati di avanzare con la massima urgenza le richieste" dichiarano i due portavoce radicali.
"Nei giorni scorsi il gip distrettuale di Catanzaro ha posto agli arresti domiciliari un detenuto in attesa di giudizio con l'accusa di associazione mafiosa perché, in caso di coronavirus, la struttura penitenziaria di Lanciano, dove era ristretto, non sarebbe in grado di curarlo e, essendo stato in passato operato per altre gravi patologie, alto sarebbe il rischio di decesso e "si imporrebbe un immediato ricovero in una struttura specializzata in terapia intensiva" si legge nella lettera.
"L'articolo 123 del decreto-legge n. 123 del 2020 poco o nulla fa per alleviare tale carico, che richiederebbe misure di assai più incisiva portata, in una situazione tanto straordinaria come l'attuale, nella quale ci sono stati già dieci contagi, un agente di polizia penitenziaria ed un medico carcerario" prosegue la missiva.
"Per questi motivi occorre dare corso a tutti gli strumenti di deflazione carceraria esistenti nel nostro ordinamento: gli atti di clemenza di competenza parlamentare (amnistia e indulto) restano la prima richiesta del Partito radicale, ma non ci nascondiamo che nelle Sue dirette competenze vi è il potere di grazia e che esso può contribuire alla risoluzione delle criticità sopra denunciate".
"In una situazione di emergenza nazionale come il secondo dopoguerra, due Suoi predecessori - Einaudi e Gronchi - adottarono varie centinaia di decreti cumulativi di grazia, riferibili complessivamente a 20mila persone. Sappiamo che la prassi successiva del Quirinale è mutata e che i principi costituzionali sono meglio serviti dall'istruttoria individuale e dall'atto di clemenza rivolto alla singola persona.
Purtuttavia - aggiungono Turco e Testa - il Ministro della Giustizia non si fa carico di questa emergenza come dovrebbe, anche in questo campo: siamo perciò a rammentarle che la Corte Costituzionale (con sentenza n. 200 del 3 maggio 2006) riconfermò al Capo dello Stato il potere esclusivo ed incondizionato di grazia; pur assegnando al ministro guardasigilli il diritto di 'rendere note al Capo dello Stato le ragioni di legittimità o di merito che, a suo parere, si oppongono alla concessione del provvedimento'. la Corte negò al Guardasigilli la possibilità di "rifiutarsi di dare corso all'istruttoria e di concluderla".
Al presidente della Repubblica, dunque, l'ultima parola in una vicenda delicata che - come tutte di questi tempi - incrocia emergenza sanitaria, diritto e diritti dei cittadini, in questo caso dei più deboli in assoluto che tuttavia, come proprio Mattarella ha ricordato rivolgendosi alle detenute e ai detenuti delle carceri del Nord Est, fanno parte delle collettività.
Una pietra su cui fondare la speranza di un positivo ancorché tardivo ritorno a una "epidemia di diritto", doppiamente necessaria a limitare l'aumento del contagio.
Firma l'appello: https://www.change.org/p/tutti-dramma-carceri-e-coronavirus-firma-l-appello-al-governo-di-camere-penali-e-riformista
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 24 marzo 2020
La cronaca della protesta e le paure raccontate direttamente dai detenuti delle redazioni di Voci di dentro di Chieti e Pescara, le preoccupazioni dei loro parenti, la prima chiamata Skype "tesoro prezioso, unico momento di umanità" come lo definisce Ludovica.
Questo e tanto altro nel numero speciale della rivista dell'associazione Voci di dentro, 40 a pagine (per ora solo on line), realizzato in questi giorni di emergenza utilizzando Skype e telefono. Dal carcere gli scritti ci sono arrivati per posta ordinaria o sono stati dettati ai familiari durante i colloqui telefonici. Tutto il lavoro è frutto dell'impegno di volontari e di esperti che conoscono a fondo gli istituti penitenziari.
La rivista ha per titolo "Metamorfosi", ovvero cambiamento di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, ma anche modificazione funzionale o strutturale di un animale. Trasformazione dunque, parola più che mai appropriata per descrivere questi nostri giorni al tempo del Covid-19. Giorni che d'ora in poi saranno giorni del prima e del dopo Coronavirus e che stanno trasformando il nostro mondo e le nostre vite. In copertina in uno sfondo verde brillante si affaccia il "nostro mostro-virus" che in poche settimane, prima in Cina, poi in Italia e ora anche nel resto del mondo, ha infettato migliaia di persone.
Altro che invincibili e padroni della natura: eccoci invece fragili, indifesi, in uno stato di panico collettivo, terrorizzati, mortali. E trasformati: non più gruppi, comunità, società, incontro. Tutti soli, isolati, rinchiusi nelle nostre case, obbedienti alla regola, "prigionieri" in uno mondo militarizzato per "stato d'eccezione per gravi motivi di salute e sicurezza pubblica". Irrazionali e istintivi (come sempre) dopo il sogno di poter governare la natura con la tecnica.
Convinti che il male fosse portato dall'esterno, dal diverso, dallo straniero, è così che ora scopriamo (non tutti perché tanti sono fortemente distratti e accecati da un perfetto e funzionale sistema mediatico e penale) che il male viene da noi, è dentro di noi. Le foto dai satelliti ce lo mostrano bene: strade vuote, niente traffico, pochi aerei nei cieli, niente più nubi grigie di particolati e ossido di carbonio che ci avvelenano ed uccidono molto più del Covid-19. Disciplinati e comandati (non sappiamo fino a quando) stiamo a casa, anche noi ora prigionieri, quasi agli arresti domiciliari "in una strana affinità di animali in gabbia" come scrive Silvia Civitarese.
Senza nessuna via di fuga come non ce l'hanno gli oltre 60 mila detenuti nelle carceri italiane, ignorati come persone e inascoltati: 13 di loro hanno trovato la morte nella loro folle rivolta tra il 9 e il 10 marzo. Tempo e inchieste ci diranno il come e il perché di questa strage di vite umane. Vite ai margini, esplose per il Coronavirus, ma soprattutto per "cause trascurate, sottovalutate, o volutamente ignorate da chi istituzionalmente ha il dovere morale e giuridico di scandagliare e indagare, nella consapevolezza che tutto ciò che accade lì dentro non è altro che lo specchio del loro fare o non fare", scrive Internal Observer. Senza voler comprendere, rammenta Domenico Silvagni, che un carcere umano conviene a tutti.
C'è una parola che usa dire Ennio: questa parola è riappacificazione. Chissà che la metamorfosi in atto ci porti a questo, "a una primavera senza inferriate" come auspica lo scrittore Giovanni D'Alessandro. È una speranza, un grido contro l'isolamento che Christian Bardeglinu lancia con queste parole: "Mi voglio unire a voi che lì fuori state combattendo una grande battaglia e voglio combattere con l'unica mia arma a disposizione, unendomi a voi in un solo grido: "andrà tutto bene, ce la faremo".
*Giornalista, direttore di "Voci di dentro"
di Grazia Zuffa
studiquestionecriminale.wordpress.com, 24 marzo 2020
Ci sono già stati due decreti della presidenza del Consiglio per "governare" (si fa per dire) l'emergenza coronavirus in carcere. Di mezzo, una rivolta sanguinosa che ha fatto tredici morti fra i detenuti. Il ministro della Giustizia ha dichiarato in Parlamento che "quasi tutti sono morti per assunzione di farmaci".
Di quali farmaci siano rimasti vittime, in che modo gli intossicati siano stati soccorsi in quella situazione, perché siano morti i pochi che non hanno assunto i farmaci, sono questioni che il ministro non ha affrontato senza peraltro rimandare a ulteriori indagini. Possiamo accettare che la consueta nebbia (di indifferenza e di disattenzione) che avvolge il carcere si faccia oggi più spessa, complice l'emergenza, fino a rinunciare alla verità su quelle morti? Non si può, e infatti molti cittadini e cittadine si sono mossi firmando l'appello per un Comitato di Verità e Giustizia.
È dovere civile non dimenticare i morti, lo è altrettanto preoccuparsi dei vivi che rimangono dietro le sbarre. Con questo spirito, cerco di esaminare le misure governative alla luce di principi etici generalmente riconosciuti nell'affrontare la questione carcere e opportunamente riassunti nel parere del Comitato Nazionale di Bioetica del 2013 (La salute dentro le mura): ai carcerati va riconosciuto il diritto a essere tutelati nella salute psicofisica alla pari degli altri cittadini; avendo chiaro che questo diritto "entra in contraddizione con la condizione stessa di privazione della libertà". Da qui il forte richiamo alla "responsabilità etica nei confronti dei detenuti, in quanto gruppo ad alta vulnerabilità bio-psico-sociale".
Questa attenzione specifica va tenuta presente, guardando alla cornice generale di legittimità delle misure eccezionali, che in questi giorni vengono adottate dai governi. Come nota il Nuffield Council on Bioethics, i provvedimenti che in nome della salute pubblica comportino limitazioni o sospensione della libertà personale e dei diritti devono rispettare criteri di proporzionalità, in rapporto all'efficacia prevista; e all'onere che queste comportano sulla vita delle persone, specie le più deboli e vulnerabili.
Detto in termini semplici: sospendere i diritti individuali non è cosa da prendere alla leggera, può essere decisa in nome della salute pubblica a fronte di aspettative di risultati significativi e valutando con attenzione il peso di tale sospensione sulla quotidianità delle persone. E questa valutazione deve tenere conto delle differenze, in primis delle disparità, economiche e sociali fra le persone. Tanto per fare un esempio: può essere ammissibile confinare le persone a casa, a patto che nel contempo ci si preoccupi di offrire un riparo il più possibile sicuro a chi la casa non ce l'ha.
Nella valutazione delle misure eccezionali da prendere, va inclusa l'aspettativa circa il livello di aderenza delle persone alle nuove regole. Come dire: trattandosi di sospensione di diritti e libertà che scandiscono l'ordinarietà della vita quotidiana, l'onere del rispetto delle nuove regole non può essere tutto sulle spalle del cittadino obbediente, ma anche del decisore politico che deve con sapienza bilanciare fra i due beni, l'individuo e i suoi diritti da una parte, la salute pubblica dall'altro. Di nuovo, tenendo conto delle differenze e delle disparità: se il livello di sopportabilità delle misure varia a seconda delle persone e dei gruppi, anche la compliance seguirà di conseguenza, a differenti livelli.
Sulla base di questa cornice generale, possiamo valutare le prime misure governative sul carcere (soppressione dei permessi e della semilibertà, soppressione dei colloqui). Cominciamo dall'onere sulla vita dei detenuti e delle detenute. Non c'è dubbio che queste misure incidono in profondità sulla loro condizione, in misura più rilevante di quelle, assai pesanti, che riguardano i cittadini "fuori". La reclusione domestica dei cittadini "fuori" non è assoluta, ed è comunque mitigata dai contatti telematici, alla portata di quasi-tutti.
La sospensione di colloqui e permessi preclude al detenuto le poche possibilità di contatto con l'esterno. In più, per chi vive una condizione di ordinario e assoluto "non- controllo" della quotidianità, tale sospensione si inserisce - aggravandola- in questa ordinarietà di incertezza totale circa il proprio orizzonte di vita: a differenza del cittadino "fuori", che, pur costretto in casa, ha tuttavia coscienza della straordinarietà della sua condizione attuale, contribuendo ad alleviarla.
È questo un aspetto della particolare "vulnerabilità" psicosociale del detenuto e della detenuta, già citata dal parere del CNB. Non sembra che se ne sia tenuto conto nel predisporre le misure. Non solo non si è fatta opera di informazione capillare per spiegare la ratio degli interventi; si è rimandato ad un tempo successivo (il secondo decreto della Presidenza del Consiglio) la previsione di adeguamento telematico degli istituti e di incremento della detenzione domiciliare, che avrebbe potuto alleggerire l'impatto delle prime misure. In altri termini, si è proceduto ripercorrendo la via della "ordinaria incertezza" del carcere.
Tanto per fare alcuni esempi: la detenzione domiciliare è subordinata all'uso dei braccialetti elettronici. Che però mancano, sebbene le procedure per attivarli siano partite anni fa. Ancora: ho notizia che nel penitenziario di Sollicciano il collegamento via skype funziona parzialmente per gli uomini, mentre per le donne non funziona affatto. Come si vede, l'ordinaria incertezza si snoda attraverso le ordinarie gerarchie di priorità. C'è da supporre che in molti altri istituti la situazione sia la stessa.
Se poca attenzione è stata concessa all'impatto delle nuove regole sulla vita dei detenuti, tanto meno si è considerato come queste sarebbero state accolte. Ancora meno si è pensato che questa delicata valutazione fosse in carico all'istituzione: e infatti il biasimo si è totalmente riversato sui detenuti che si sono ribellati, senza una parola sulla natura improvvida delle misure, o quanto meno sulle modalità discutibili con cui sono state messe in campo. Biasimo che si è tradotto in punizioni esemplari, compresa l'esclusione dalla detenzione domiciliare.
Il che è tanto più grave perché la detenzione domiciliare è in questo caso direttamente collegata alla tutela della salute. Trattarla come un privilegio per meritevoli può configurarsi come un vulnus alla parità nell'accesso alla tutela della salute, fra chi sta "dentro" e chi sta "fuori". Governare l'emergenza coronavirus non è facile, tanto meno lo è in carcere. Tuttavia, aggrapparsi ai "ganci etici" di cui si è detto permette di intravedere il sentiero.
Per prima cosa: il coronavirus è emergenza sanitaria, dunque la prima parola è al Servizio Sanitario Nazionale. Il governo non perde occasione per ricordare che le decisioni prese hanno alle spalle i suggerimenti della scienza epidemiologica. Ebbene, si è pensato a un comitato ad hoc di esperti sanitari, in grado di approfondire la particolare situazione del carcere, per tutelare detenuti e operatori?
Le domande da porre sono tante. Quali possono essere le misure di screening più opportune in un luogo chiuso come quello? Qual è il piano per fronteggiare le ahimè probabili emergenze cliniche? Come attuare le misure di prevenzione basilari prescritte a chi sta "fuori", ossia la "distanza di sicurezza", il "non assembramento", le precauzioni di igiene personale?
In presenza di uno sforzo serio per tutelare diritti e salute, l'adesione ai doveri sarà più convinta perché anche i detenuti si sentiranno parte della "comunità Italia", di cui tanto si parla. All'assunzione di responsabilità collettiva, farà seguito una più convinta risposta di responsabilità individuale. Altrimenti, vinceranno l'incomprensione e il risentimento.
di Giuseppe Conte*
Il Gazzettino, 24 marzo 2020
Alle donne e uomini degli istituti penitenziari di Padova, Venezia e Vicenza Vi ringrazio per il senso civico con il quale avete espresso il vostro pensiero e per la solidarietà che avete mostrato con il vostro gesto di generosa partecipazione.
di Giuseppe Pietrobelli
Il Fatto Quotidiano, 24 marzo 2020
Mattarella: "Grande generosità, mio impegno a garantire dignità nelle carceri". I detenuti del Veneto hanno scritto una lettera al presidente della Repubblica e a Papa Francesco per avere maggiori tutele: "Ci meritiamo la pena, non questa tortura". Il Capo dello Stato risponde sul Gazzettino e ringrazia: "Avete trovato la sensibilità e la forza per aiutare chi soffre".
di Domenico Ciruzzi
Il Riformista, 24 marzo 2020
Il bluff del governo non deve farci smettere di chiedere che si cambi rotta e che si mettano al sicuro migliaia di detenuti. Le carceri già sovraffollate, ora a rischio virus. Fuggono anche i detenuti qualche volta, ma troppo di rado, e io vorrei che le evasioni fossero ben più numerose: me lo augurerei di cuore" (E. Turati, "Il cimitero dei vivi", da un discorso alla Camera dei Deputati sulle condizioni del sistema carcerario del 1904).
A fronte delle grida di dolore che si levano dalle carceri e dal personale penitenziario, il Governo ha tecnicamente risposto con una presa in giro - un "cinico bluff" come definito, con parole vere e chiare, dal presidente dell'Unione camere penali, Gian Domenico Caiazza - che, nella migliore delle ipotesi, consentirà a poche centinaia di detenuti di scontare il residuo di pena all'interno delle proprie abitazioni.
La presa in giro si annida nella parte finale del provvedimento: la concessione della detenzione domiciliare è subordinata (salvo che per i detenuti con un residuo di pena inferiore a sei mesi) alla disponibilità dei braccialetti elettronici. Sì, proprio quegli introvabili braccialetti elettronici la cui cronica e colpevole indisponibilità è la causa di quasi la totalità delle custodie cautelari in carcere: è irridente; è disumano.
Pochissimi dunque usciranno dal carcere e a turno - come in una sorta di tragica riffa - via via che i braccialetti si liberanno Quella moderazione, quell'evitare fughe in avanti, quella sana logica del miglior compromesso possibile a cui ci si è sottoposti per tentare di raggiungere un risultato intermedio in grado di salvare numerose vite umane sembrerebbe essere risultata vana. Il confronto sembra essere impossibile con gli integralisti delle manette, veicolo sicuro per attrarre il consenso. Ma non vogliamo e non possiamo arrenderci.
Continuiamo ad invitare ed esortare il Governo e il Parlamento a cambiare rotta e ad assumere provvedimenti che realmente mettano al sicuro la salute delle decine di migliaia di detenuti, guardie penitenziarie ed operatori del carcere in questo momento sottoposti ad inaccettabili rischi. Aggiungiamo, inoltre - anche attraverso un appello al Presidente della Repubblica perché svolga quel compito di moral suasion che costituisce l'essenza fondamentale del suo ruolo all'interno degli equilibri costituzionali - la necessità di emanare provvedimenti di amnistia e indulto che possano consentire al nostro paese di rientrare nei confini della civiltà e dell'etica.
Mantenere lo status quo significa rappresentarsi ed accettare non già il possibile rischio bensì il più che probabile evento che moltissimi detenuti e guardie penitenziarie possano contrarre il virus ed in alcuni casi morire. Agire (o non agire) pur sapendo che necessariamente una simile condotta produrrà certi risultati significa assumere su di sé la responsabilità politica e giuridica delle eventuali morti.
Si è davvero disponibili a tutto questo pur di restare coerenti alla brutale e demagogica propaganda? Quattordici detenuti sono già morti nei giorni delle rivolte, "perlopiù" - come improvvidamente riferito in Parlamento dal Ministro di Grazia e Giustizia - per intossicazione da abuso di farmaci e metadone. Evitiamo tra qualche mese di contare decine di decessi tra i detenuti, perlopiù a causa del coronavirus. Nel 2020, cosa direbbe Filippo Turati sul carcere al tempo del coronavirus?
di Lucia Capuzzi
Avvenire, 24 marzo 2020
Preghiamo "per i fratelli e le sorelle che sono in carcere". Più volte nelle ultime settimane, Papa Francesco ha rivolto un pensiero speciale ai detenuti che vivono l'ansia perla pandemia separati dal mondo esterno. Una bolla in cui paura e rabbia si amplificano come dimostra la fibrillazione due settimane fa con tumulti in 49 istituti penitenziari.
Ai disordini ha partecipato il 10 per cento della popolazione reclusa. Una minoranza, dunque. L'estensione del fenomeno, però, ha squarciato il velo, mostrando alla società il dramma di chi deve affrontare il virus dietro le sbarre.
"Che cosa vuoi dire? Il detenuto sente dai media che si deve stare a un metro di distanza dagli altri e che è necessario lavarsi le mani di continuo. Lui, però, riesce a ritagliarsi appena un centimetro di spazio, ha il rubinetto spesso rotto e il familiare non viene più al colloquio a portargli il sapone. Può comprarlo, certo ma il malessere aumenta. Si sente due volte ingabbiato. Alla prigionia fisica si somma quella mentale. Da questo deriva il corto circuito".
Mauro Palma, Garante nazionale peri detenuti, non intende giustificare le violenze degli ultimi giorni. "Vorrei solo aiutare a decodificarle. Già di norma i detenuti si sentono ininfluenti, marginali rispetto alle discussioni sui problemi che riguardano tutti, anche loro. Hanno la sensazione di subire le decisioni, senza aver alcuna voce in capitolo. Se interviene un fattore esterno a fare da amplificatore - in questo caso il coronavirus - la paura si trasforma in angoscia e in panico", sottolinea.
Il Garante ha definito un passo avanti l'iter semplificato per i domiciliari per quanti, hanno una pena, anche residua, fino a diciotto mesi, disposto dal decreto legge del 18 marzo scorso. Ma chiede "ampia possibilità" di accedervi a quanti hanno i requisiti. "Non si tratta solamente di andare incontro alle istanze dei carcerati. Si risponde a una necessità sanitaria, con grande beneficio della comunità esterna. Quest'ultima, per il suo stesso bene, non può consentire che i penitenziari diventino bubboni infetti, pronti ad esplodere".
Oltretutto, i reclusi sano un settore particolarmente vulnerabile al Covid-19. "La gran parte ha il sistema immunitario compromesso. Molti hanno l'epatite C, altri sono sieropositivi, altri ancora dipendenti. L'impatto del coronavirus su di loro rischia di essere davvero forte. La mortalità potrebbe essere il triplo di quella di fuori", afferma Andrea Maria Scarpa, medico penitenziario in servizio al carcere di Pontedecinio di Genova.
Una struttura riservata alle donne e ai cosiddetti "protetti", ovvero i detenuti per crimini sessuali, con una popolazione di meno di un centinaio di persone. "Oggi termina l'isolamento del primo gruppo di cinque nuovi giunti. Non è stato facile trovare uno spazio idoneo. Abbiamo riservato il piano terra alla quarantena, spostando i detenuti negli altri due piani. Ma sei numeri dovessero aumentare si porrebbe un problema enorme. Ripeto: il contesto è già difficile, la popolazione penitenziaria è fragile di fronte al virus", ribadisce il medico.
I dati lo confermano. Un quarto dei quasi 6Omila detenuti ha problemi di abuso di sostanze legali - come alcol e psicofarmaci - e illegali, ovvero droghe, secondo l'ultimo rapporto di Antigone. "In Liguria, dove lavoro, la percentuale è più alta. Nell'istituto di Marassi, al 31 dicembre scorso, 411 dei 680 prigionieri erano in carico al Sert, racconta Ratnon Presta, operatore del Ceis di Genova, impegnato nella Conferenza volontariato e giustizia della Liguria e in quella nazionale. Le tredici vittime delle scorse settimane erano dipendenti. Questi ultimi, in genere, hanno un ruolo defilato nell'organizzazione dei disordini.
La loro fragilità li porta a divenirne, però, le prime vittime. "Nel marasma, il loro malessere autodistruttivo li ha spinti a saccheggiare la farmacia alla ricerca di sostanze e ad assumerle senza freni - conclude l'operatore del Ceis. Già nel 2017-2018, gli Stati generali del ministero di giustizia avevano sottolineato l'importanza di puntare sulle pene alternative per questa fascia di popolazione. Purtroppo, però, il loro appello è rimasto inascoltato".
di Franco Corleone
Il Riformista, 24 marzo 2020
Per ricostruire un clima di nonviolenza e di comprensione, di responsabilità e di autonomia nell'universo carcerario bisogna imporre la discussione in questo momento, nel fuoco della crisi, non rimandandola al futuro. Nell'immediato bisogna immaginare non i pannicelli caldi ma misure serie per rispondere alla possibile se non probabile emergenza e per impedire solo l'ipotesi dell'ecatombe.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 24 marzo 2020
Il capo dello Stato conforta i detenuti. Ma dal mondo penitenziario sale un coro: "Rischi gravissimi di contagio, subito altre misure". "Carceri sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana". È la versione laica del "preghiamo per i carcerati" pronunciato da Papa Francesco, la lettera che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha inviato a Il Gazzettino in risposta al drammatico appello dei detenuti del Nordest lanciato nei giorni scorsi ("Ci meritiamo la pena, non questa tortura", scrivevano).
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