Il Mattino, 15 febbraio 2020
Niente carcere per le madri di figli gravemente disabili. La Consulta ha stabilito che possono scontare la pena in detenzione domiciliare, qualunque siano l'età del figlio e la durata della pena, sempre che il giudice non riscontri in concreto un pericolo per la sicurezza pubblica.
Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 18, depositata oggi (relatrice la Presidente Marta Cartabia), accogliendo le censure della Corte di cassazione dove non prevede che la detenzione domiciliare "speciale" sia concessa anche alle madri di figli con più di dieci anni, se affetti da grave disabilità.
huffingtonpost.it, 15 febbraio 2020
Il segretario Caputo: "Le sanzioni alle toghe per l'inefficienza del sistema sono una risposta brutale" "Tagliare con la scure i tempi delle indagini preliminari, può depotenziare la risposta dello Stato nei confronti della criminalità organizzata ed economica".
L'Anm lancia l'allarme sugli effetti dei limiti alla durata delle indagini stabiliti dalla riforma del processo penale, che comportano in caso di superamento, l'obbligo per il pm di depositare gli atti, facendo cadere il segreto. "Per le forme più insidiose di criminalità un sistema di questo tipo è pericolosissimo", avverte il segretario Giuliano Caputo.
In un'intervista all'Ansa la seconda carica del sindacato delle toghe concentra l'attenzione sugli aspetti più critici della riforma del processo penale varata nella notte dal Consiglio dei ministri. Tornando a ribadire l'assoluta contrarietà alle sanzioni per i magistrati che non rispettano i tempi di durata fissa dei processi: "è sbagliatissimo stabilire una durata predeterminata per tutti i processi poi scaricare l'inefficienza del sistema sul singolo magistrato.
È una risposta semplicistica, brutale, ingenerosa, e controproducente rispetto a ciò che si attendono i cittadini. Ed è un principio irricevibile". La riforma stabilisce un anno di durata dei processi in primo grado, due in appello e uno in Cassazione. "I magistrati vorrebbero far durare i processi anche la metà di quanto dice il ministro Bonafede, ma devono essere messi nelle condizioni di farlo. Per giudici che hanno centinaia di processi di cui occuparsi può essere difficile rispettare quei tempi".
Il problema è che servono risorse: "per 20 anni non si è investito nel settore giustizia. Ora non basta fare annunci. Bisogna assumere il personale e deve essere qualificato. Sulla carta c'è l'ampliamento degli organici anche della magistratura, ma ci sono uffici con scoperture molto elevati. E si contano sulle dita di una mano gli uffici giudiziari che hanno presenti tutti i magistrati in servizio. Se questo è il quadro, è ingiusto scaricare le inefficienze sui magistrati".
Un discorso che si lega a quello della durata delle indagini, che secondo la riforma non potranno superare i 6 mesi per i reati più lievi e un anno e mezzo per quelli più gravi, con conseguenze disciplinari per i pm che sforano e l'obbligo della discovery degli atti. Un aspetto questo ancora più preoccupante.
"Far vedere gli atti di indagine compiuti alle parti per reati bagatellari non ha conseguenze significative"; tutt'altro è il discorso per i reati di criminalità economica "che richiedono accertamenti bancari, intercettazioni, e perciò tempi lunghi" e in cui gli indagati tendono a sottrarsi ai controlli: l'idea che questi possano "vedere le carte, la troviamo pericolosa e indebolisce la lotta alla criminalità economica". "La magistratura italiana ha una tradizione di impegno. Ma se ci si chiede di rispettare tempi predeterminati e fuori dalla realtà - conclude Caputo - c'è il rischio che lo si faccia a scapito della qualità".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2020
Giuseppe Conte l'aveva detto che non avrebbe ceduto a ricatti, all'opposizione "maleducata" di Matteo Renzi. E così il Consiglio dei ministri notturno, a cavallo tra giovedì e venerdì di San Valentino, ha approvato, con i ministri di Iv platealmente assenti, la riforma del processo penale del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Per la prima volta, come anticipato dal Fatto, si prevedono misure per accorciare iprocedimenti, per impedire che almeno 120 mila processi all'anno vadano al macero per prescrizione. Non solo i processi dovranno durare tra i 3 e i 5 anni complessivi (per mafia e terrorismo nessun tetto) ma sono previste altre misure contro la malagiustizia. A partire dalle notifiche telematiche agli imputati, con una serie di doverose garanzie.
A oggi si procede con la notifica a mano della polizia giudiziaria: è una delle armi, legittime, degli avvocati per rendere nulli gli atti e puntare così alla prescrizione. Già l'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando aveva previsto notifiche via mail agli avvocati, ma alla fine fu costretto alla rinuncia a causa delle barricate degli uomini di Angelino Alfano e Denis Verdini. Vialibera del Cdm anche alla modifica della prescrizione: il lodo Conte bis, ideato da Federico Conte, LeU.
È il doppio binario per condannati e assolti, una mediazione respinta solo da Iv, tanto davotare per 3 volte con il centrodestra per ostentare il suo peso nella maggioranza. Senza successo, visto com'è andata in Cdm. Ma Renzi è come il can che abbia e non morde. Poiché non vuole andare avotare né uscire dalla maggioranza, ecco che ieri fonti parlamentari di Iv hanno fatto filtrare che voteranno la fiducia al governo sul Milleproroghe. Quanto alla partita avvelenata sulla giustizia si arrampicano sugli specchi: "Il lodo Conte è incostituzionale. Ora è stato inserito in un ddl (con la riforma penale, ndr), quando arriverà in Parlamento si vedrà. Ma la velocizzazione dei tempi della giustizia per noi è una priorità".
La situazione politica è liquida e quindi solo a ridosso del 24 febbraio, quando è previsto alla Camera il voto sul ddl Costa, che chiede l'abolizione della legge Bonafede sulla prescrizione bloccata per tutti dopo il primo grado, si saprà se invece ci sarà il lodo Contebis inserito come emendamento. Il pacchetto votato dal Cdm incassa un giudizio positivo dall'Associazione nazionale magistrati che smentisce la posizione catastrofista di penalisti e dei partiti di centro e destra contrari al blocco della prescrizione, sia pure solo per i condannati: "Il principio è giusto- ha detto il segretario Giuliano Caputo - non ci saranno imputati a vita".
Riconosce che la riforma penale "insieme alle risorse stanziate, può effettivamente aiutare a velocizzare il processo" ma ribadisce che sarebbe "brutale" qualsiasi misura contro le toghe legata a tempi processuali.
Nella riforma, però, non c'è più l'ipotesi di sanzioni disciplinari. Si prevede, invece, che dal 2024 "il dirigente dell'ufficio" debba fare una segnalazione "all'organo dell'azione disciplinare" quando c'è una "negligenza inescusabile".
Invece, resta l'ipotesi che integra un illecito disciplinare", sempre per "negligenza inescusabile", il mancato deposito da parte del pm dell'avviso conclusioni indagini alle parti nei termini stabiliti. Il lodo Conte bis invece funziona così: la prescrizione si ferma definitivamente se c'è condanna in primo grado e in appello. Se, invece, dopo una condanna di primo grado segue un'assoluzione in appello, scatta il recupero dei tempi di prescrizione. Ma ci sono eccezioni importanti che hanno l'obiettivo di ottenere quasi sempre sentenze di merito.
Se c'è un'assoluzione in primo grado la prescrizione continua, se, però, il pm fa appello e il reato contestato si prescrive in un anno, allora la prescrizione è sospesa per 18 mesi. Per la Cassazione, 6 mesi. Tornando alla riforma accorcia-processi, ricordiamo che prevede, tra l'altro, priorità dei reati da perseguire indicate dai procuratori, stretta alle indagini preliminari, su cui l'Anm è critica, processi d'appello pure monocratici. Per velocizzare i processi in corso, previsto l'impiego di giudici onorari ausiliari che passano da 350 a 850. Assunti per due anni mille amministrativi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 2020
Critica la Anm: il rischio è depotenziare la risposta dello Stato alla criminalità Rischiano di passare sottotraccia in una stagione di polemiche esasperate sulla prescrizione, ma, in altri tempi, sarebbero bastate solo alcune delle misure inserite nel progetto di riforma della procedura penale per fare discutere a lungo. Perché, per esempio, si prova a intervenire sulla durata delle indagini preliminari, dove, tra l'altro, matura il maggior numero di prescrizioni.
Il termine sarà di ianno per la generalità dei reati, di 6 mesi per reati puniti conia sola pena pecuniaria o con pena non superiore nel massimo a3 anni e, infine, di ianno e 6 mesi per i reati di criminalità organizzata o terroristica e, comunque, per quelli più gravi. Una proroga potrà essere richiesta, per una sola volta e per un termine di 6 mesi. Scaduto il termine massimo di durata, il pm sarà obbligato, entro un ulteriore periodo di 3, 6 0 12 mesi a seconda della tipologia di reato, a richiedere l'archiviazione o esercitare l'azione penale.
Trascorso questo termine, il pm dovrànotificare all'indagato la fine delle indagini e dovrà svelare il contenuto degli atti. Saràquindi facoltà delle parti chiedere il rinvio a giudizio o l'archiviazione Polemica l'Anm, che contesta l'intervento perché "tagliare conia scure i tempi delle indagini preliminari può depotenziare la risposta dello Stato alla criminalità organizzata ed economica".
Ma nel testo c'è posto anche per l'estensione della possibilità del patteggiamento atutte le ipotesi di reato alle quali è applicabile una pena inferiore agli 8 anni, rispetto agli attuali 5, riequilibrata da un ampliamento dell'elenco dei reati che escludono a priori il patteggiamento e misure per favorire il ricorso al giudizio abbreviato condizionato, sul calendario delle udienze e sui termini di deposito delle perizie.
Spazio anche all'indicazione da parte del Procuratore dei criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale e all'introduzione della valutazione del giudice sulla eventuale retrodatazione dell'iscrizione dell'indagato nel registro e la conseguente sanzione di inutilizzabilità degli atti di indagine effettuati a termini già scaduti.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 febbraio 2020
Le parti potranno chiedere una sentenza di appello entro sei mesi. Garantire l'appello quando il reato si sta per prescrivere. Alla fine è questo il punto di caduta cristalizzato nell'articolo 14 del disegno di legge delega di riforma del processo penale. Perché alla fine di un Consiglio dei ministri nel quale molto hanno pesato considerazioni politiche davanti al forfait delle ministre di Italia Viva, più che strette valutazioni tecniche, il lodo Conte bis è stato innestato nel corpo del provvedimento.
Con alcune novità sul punto che da giorni era apparso il più critico, quello del trattamento da riservare agli assolti in primo grado. Se per chi è condannato in primo grado la soluzione è quella nota: interruzione dei termini con possibilità di recupero in appello anche del tempo trascorso in precedenza, da utilizzare in caso (raro, peraltro) di ricorso della Procura generale, se il giudizio di secondo grado è stato di proscioglimento e stop definitivo in caso di conferma della condanna, è sulla sospensione che si è giocato il trattamento degli assolti. Contrariamente a quanto prefigurato in un primo momento, non in tutti i casi di assoluzione la prescrizione continuerà a correre.
Per consentire la possibilità di impugnazione da parte del pm, quando il reato per il quale si procede, o anche solo uno di questi in caso di pluralità di capi d'imputauzone, si prescriverà entro i anno dal deposito della motivazione della sentenza di assoluzione di primo grado, il corso della prescrizione è sospeso per un periodo massimo di i anno e 6 mesi tra il primo grado e l'appello e di 6 mesi tra la pronuncia di assoluzione in appello e il verdetto definitivo.
Barocco per alcuni, incostituzionale per altri. Se per il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si tratta del frutto di "un lavoro collegiale con le altre forze di maggioranza in circa io incontri", per le Camere penali è "uno dei più incomprensibili obbrobri mai concepiti in materia di diritto penale e processuale". Matteo Renzi rilancia il tema costituzionalità e ribadisce la volontà di cambiare il lodo prima che venga bocciato dalla Consulta, "come già avvenuto in settimana alla legge Bonafede (la "spazzacorrotti", ndr).
In ogni caso, è all'appello che il disegno di legge dedica la maggiore attenzione, tanto da dedicargli un articolo, i113. Qui si legge, in dichiarato collegamento con le misure sulla prescrizione, che i difensori, con l'obiettivo di accelerare i tempi di trattazione, una volta esauriti i 2 anni che il ddl fissa come limite per lo svolgimento del secondo grado di giudizio (fanno eccezione i procedimenti per alcuni gravi reati, come quelli di mafia e terrorismo), possono fare richiesta di immediata trattazione processo.
A quel punto l'impugnazione dovrà essere definita entro i successivi 6 mesi. E se il dirigente dell'ufficio giudiziario non provvederà a organizzare il lavoro per assicurare il risultato, allora potrà essere colpito da illecito disciplinare. La prossima settimana, il ministero della Giustizia dovrebbe mettere poi in campo una commissione, nella quale dovrebbero essere rappresentati anche magistrati e avvocati, per misurare gli effetti della riforma Bonafede.
Perché, si fa notare, se è vero che le conseguenze principali saranno visibili solo tra qualche anno (5 per il presidente della Cassazione, quando andranno in prescrizione i primi illeciti contravvenzionali), da subito potrebbe essere verificato l'allungamento dei tempi di durata del primo grado, visto che comunque, al netto delle correzioni è qui che potrebbe maturare la prescrizione.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 15 febbraio 2020
Dopo settimane di scontri feroci sulla riforma della prescrizione, ha vinto il tandem Bonafede-Travaglio. Il Consiglio dei ministri, nella serata di giovedì, ha dunque approvato il disegno di legge che prevede deleghe al governo per l'efficienza del processo penale e disposizioni per la celere definizione dei procedimenti giudiziari pendenti presso le Corti d'appello, al cui interno è presente il lodo Conte bis.
La prescrizione, nella nuova disposizione si bloccherà quindi dopo la sentenza di condanna di primo grado. Se l'imputato sarà assolto in appello, gli verrà riconosciuta la prescrizione in maniera "retroattiva". Per chi è stato assolto, invece, continuerà a correre
Molte le conseguenze nefaste di questo doppio binario, da tutti i giuristi dichiarato anticostituzionale in quanto affievolisce il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva. La principale è che gli appelli dei pm contro le assoluzioni saranno fissati celermente, per evitare che il processo si prescriva, mentre quelli contro le condanne andranno in coda. Oltre il danno, la beffa. Se la riforma della prescrizione è cosa fatta, sui modi per aumentare i tempi del processo lo scontro con i magistrati è però solo rinviato. Vediamo in dettaglio le norme su cui a breve si scatenerà la furia togata.
Ridefinizione della durata delle indagini preliminari. La delega individua tre termini di durata, legati alla gravità del reato su cui si indaga. I termini saranno di sei mesi per i reati meno gravi, di un anno per quelli ordinari e di diciotto mesi per i reati di maggiore allarme sociale e per quelli associativi di stampo mafioso o di natura terroristica o definibili di particolare complessità per il numero di imputati o di capi di imputazione. La durata sarà prorogabile una sola volta, di sei mesi, su istanza del pm, con provvedimento del giudice per le indagini preliminari.
Scaduto il termine massimo di durata delle indagini preliminari, il pm sarà tenuto, entro un ulteriore lasso di tempo di tre, sei o dodici mesi a seconda della tipologia di reato, a richiedere l'archiviazione o esercitare l'azione penale. Decorso tale termine, il pm sarà tenuto a notificare all'indagato la fine delle indagini e a svelare il contenuto degli atti relativi. Sarà quindi facoltà delle parti richiedere il rinvio a giudizio o l'archiviazione.
Fra i primi a replicare sul punto al ministro, le toghe di sinistra di Area. "Giudici con il timer", il titolo della loro campagna contro Bonafede. "Il giudice che ha necessità di approfondire, giunto al 365simo giorno cosa dovrebbe fare? Lanciare una moneta o rischiare un disciplinare? Si tutelano così le vittime e gli imputa-ti? Per paradosso, si può stabilire in anticipo quando il paziente dovrà uscire dalla sala operatoria? Se il medico non fa guarire entro l'anno lo si sanziona? E poi? Chi curerà il malato?", si legge nel loro comunicato.
Il testo contiene, poi, una novità di rilievo: Bonafede ha stabilito che il procuratore indichi i criteri di priorità nell'esercizio dell'azione penale, da concordare con il procuratore generale e con il presidente del Tribunale, sulla base della specifica realtà criminale e territoriale e delle risorse umane, finanziarie e tecnologiche a disposizione dell'ufficio.
Anche in Francia esiste una norma del genere. Con una piccola differenza: in Francia non esiste l'obbligatorietà dell'azione penale e le priorità vengono date dal ministro della Giustizia che ne risponde, insieme al governo, agli elettori. Il pm, a cui Bonafede affida il potere di indicare su cosa indagare o meno, risponde solo a stesso. Per smaltire la mole di arretrato è poi prevista una task force. Di precari.
Saranno assunti, con contratto a tempo determinato di 24 mesi, 1.000 unità di personale amministrativo. Se i processi non termineranno entro due anni sarà un problema di chi verrà dopo. Oltre ai precari, verranno impiegati nel penale "giudici onorari ausiliari", che oggi hanno la possibilità di esercitare soltanto la funzione di integrare il collegio nel settore civile. Non sono previsti limiti alle pene che potranno irrogare. Dulcis in fundo la tanto annunciata riforma del Csm per voltare pagina dopo lo scandalo Palamara è sparita. Le correnti dell'Anm possono dormire sonni tranquilli.
di Marco Bisiach
Il Piccolo, 15 febbraio 2020
Arriva il giorno della svolta per il carcere goriziano di via Barzellini. Questa mattina infatti saranno presentati i rinnovati padiglioni della casa circondariale, recuperati dopo i lunghi lavori di ristrutturazione che avevano ridotto notevolmente la capienza della struttura. Pronta, adesso, ad ospitare almeno una cinquantina di ulteriori detenuti. L'appuntamento per i rappresentanti istituzionali, tra i quali il provveditore triveneto Enrico Sbriglia e il sindaco Rodolfo Ziberna, e per i media è previsto alle 10.30.
"È una giornata importante sotto tanti punti di vista - commenta il sindaco Ziberna -. Da un lato si creeranno condizioni di vita migliori per i detenuti, dall'altro con l'inaugurazione di questo ampliamento del carcere si mette in sicurezza il futuro di una struttura che fino a qualche anno fa sembrava dover essere sull'orlo della chiusura. E con essa, viene rinsaldato anche il ruolo e il futuro del Tribunale di Gorizia. Insomma, un po' come anche nel caso della sanità stiamo assistendo a segnali di inversione di tendenza che salutiamo positivamente, nonostante rimangano criticità sulle quali dobbiamo lavorare".
Tra i passi avanti da compiere si attende con ansia anche la firma definitiva e ufficiale sull'accordo di massima per il passaggio dell'ex scuola Pitteri dal Comune allo Stato, per la sua successiva trasformazione in struttura annessa al carcere: progetto per il quale sono già stati stanziati 4,5 milioni di euro. Parlando delle criticità non si può dimenticare che se il problema degli spazi in parte viene risolto, resta pressante quello del personale.
"Questo resta il problema più grande - sottolinea il segretario triveneto dell'Uspp Leonardo Angiulli - ed è destinato ad aggravarsi con l'aumento della presenza di detenuti in via Barzellini in seguito all'inaugurazione. L'organico della polizia penitenziaria è sotto dimensionato, si riescono a garantire solo 22 dei 37 posti di servizio giornalieri, con gli agenti che svolgono turni di 8 ore per sei giorni alla settimana, senza veder assicurati diritti come congedi, ore di recupero non pagate e accantonate. Oltretutto di qui a breve andranno perse altre tre unità, per quiescenza".
I sindacati di polizia penitenziaria denunciano anche l'assenza di servizi (sale per i colloqui, spazi a norma per cucine e postazioni degli agenti). "Se non dovessero arrivare rinforzi al personale potremmo pensare a sit-in di protesta, o forme di astensione dal lavoro da concordare", dice Angiulli. Di tutto questo i sindacati vorrebbero parlare in prossimi incontri anche al governatore della Regione Fedriga e al sindaco di Gorizia Ziberna, che più volte ha manifestato al Ministero la sua preoccupazione in merito. "Ci deve essere un rapporto adeguato tra il numero di agenti e i detenuti, così come devono essere rispettate le condizioni di lavoro del personale", sottolinea il primo cittadino.
di Fernando Pellerano
Corriere di Bologna, 15 febbraio 2020
Lettera dalla Dozza al prof. Lederman: siamo con voi. Venti detenuti della Dozza hanno preso carta e penna per esprimere vicinanza al professor Henri Lederman, vittima di un episodio di antisemitismo. "Siamo venuti a conoscenza di alcuni vergognosi atti antisemitici (così nel testo, ndr). Noi generalmente siamo stati puniti per azioni socialmente riprovevoli e penalmente perseguibili. Le persone colpite da questi atti vengono discriminate senza aver commesso azioni penalmente punibili. Troviamo questo assurdo e ingiustificabile. È vergognoso assistere a tutto questo e vorremmo anche noi essere presenti fisicamente a questa fiaccolata silenziosa e pacifica per dire basata a questo razzismo ingiustificabile". Inizia così la lunga lettera di solidarietà di un gruppo di carcerati della Dozza inviata al professor Henri Lederman, sul cui campanello il 30 gennaio scorso è stata disegnata una stella di David con un pennarello. Un gesto inaccettabile e non certo isolato (vedi il caso della svastica disegnata sul muro del liceo Copernico), che hanno spinto Lederman a organizzare, insieme a molte altre reti cittadine, la fiaccolata silenziosa e senza bandiere, contro l'odio, il razzismo e l'intolleranza che si svolgerà mercoledì prossimo.
Fra le tante adesioni, inaspettata e fuori dall'ordinario arriva anche quella da carcere della Dozza. "La storia umana ci ha insegnato che l'odio verso il nostro simile non ha mai portato a un mondo migliore. In una società cristiana come si definisce la nostra, sarebbe meglio per tutti noi sforzarsi di mettere in pratica le parole della bibbia che ci esorta a perseguire la pace con tutti", prosegue la lettera che porta in calce la firma autografa di una ventina di detenuti. Consci della loro condizione, così concludono il messaggio di solidarietà, "mercoledì dalle nostre celle saremo con voi fortemente a favore del massimo rispetto che dobbiamo avere per il nostro simile a prescindere dal suo colore, dalla sua nazionalità, dalla sua religione, lingua e cultura. Con affetto...".
Nella passeggiata di "fratelli umani", come è stata definita dai promotori, ci saranno tante comunità straniere: islamica, ebraica, indiana, ortodossa e anche quella cinese, impegnata ieri in una cena solidale, con piatti orientali, alle Cucine Popolari di via del Battiferro. La fiaccolata vuole metaforicamente far uscire dalle tenebre ogni genere di discriminazione e intolleranza, compresa quella sottile e pericolosa prodotta dalla paura del Coronavirus nei confronti dei cittadini cinesi. L'ultima adesione è arrivata dalla presidenza del Collegio dei Maestri Venerabili dell'Emilia Romagna che, "con tolleranza, uguaglianza e libertà", invita tutti i fratelli a partecipare alla fiaccolata che per raggiungere piazza del Nettuno attraverserà il ghetto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 febbraio 2020
Monitoraggio dell'Osservatorio Carcere dedicato al militante Radicale Lucio Bertè. Le carenze più evidenti riscontrate in entrambe le carceri visitate sono quelle sul numero degli educatori e dei medici psicologi e psichiatri. In Lombardia è nato da poco l'Osservatorio Carcere "Lucio Bertè" che opera sotto l'ala esperta dell'associazione Nessuno Tocchi Caino. L'Osservatorio, dedicato al militante radicale Lucio Bertè, scomparso lo scorso 24 dicembre e da sempre impegnato nella difesa dei diritti del detenuto ignoto, si propone di monitorare le condizioni delle carceri lombarde nello spirito della storica battaglia di Marco Pannella "Spes contra Spem", attraverso la partecipazione delle diverse anime radicali del territorio accomunate dall'intento di tenere accesa l'attenzione sulle condizioni della comunità carceraria e sulle sue criticità.
A gennaio hanno inaugurato la nascita dell'osservatorio facendo le prime visite nelle carceri. Per ora sono due, ovvero quelle di Monza e Como dove inevitabilmente hanno riscontrato delle criticità in comune: il sovraffollamento, carenza di educatori per la effettività della finalità rieducativa della pena, quella di psicologi e psichiatri per il diritto alla salute mentale del detenuto e la mancanza dei garanti locali dei detenuti.
Sabato scorso due delegazioni si sono quindi recate in visita nelle carceri di Como e Monza. In entrambe le carceri il dato che emerge è l'elevato sovraffollamento che si assesta al 200%. A Monza la delegazione (guidata da Simona Giannetti, del direttivo di Nessuno tocchi Caino, e composta da Francesca Bertè, Serena Marchetti, Paola Maria Gianotti, Lorenzo Ceva Valla, Chiara Villa e Simona Artesani) ha riscontrato che per 400 posti di capienza regolamentare - ma solo 300 circa disponibili - i detenuti presenti erano 631: in questa condizione di sovraffollamento la delegazione ha constatato che in quasi tutte le celle c'era la terza branda che durante il giorno viene chiusa e risposta sotto un letto.
Anche a Como la delegazione (guidata da Mauro Toffetti, del direttivo di Nessuno tocchi Caino, e composta da Giulia Crivellini - tesoriera di Radicali Italiani, Riccardo Giorgio Frega - Segretario dell'Associazione Tortora Radicali Milano, Gianni Rubagotti - Associazione Cazzavillan- Francesco Condò, Andrea Miglio, Fabrizio Pesoli e Maurizio Pistorio) ha riscontrato che per nel carcere del Bassone c'è sovraffollamento che si avvicina al 200%.
Le carenze più evidenti riscontrate in entrambe le carceri visitate sono quelle sul numero degli educatori e dei medici psicologi e psichiatri. A Monza è la Direttrice Maria Pitaniello a segnalare alla delegazione la carenza: per il numero di 9 educatori previsto dalla pianta organica, presenti in servizio sono solo 4 per 631 detenuti. Lo stesso accade a Como dove per 4 previsti da organico presenti in servizio sono solo 2 per 442 detenuti.
Oltre all'alto numero dei tossicodipendenti (la metà del totale), i detenuti psichiatrici sembrano essere in gran numero in entrambe le carceri. L'osservatorio carceri Bertè ha riscontrato che tra questi ci sono anche i detenuti che assumono prestazioni di tipo calmante, visto anche le condizioni di sovraffollamento che aggravano lo stato psicofisico dell'individuo.
C'è anche il problema degli internati in lista d'attesa. Al carcere di Como ce ne sono due, mentre a Monza la direttrice ha riferito che da poco era stato trasferito un internato che aveva trascorso in carcere ben 6 mesi in attesa di poter raggiungere la Rems. A Como, sempre a proposito delle problematiche collegate con il diritto alla salute mentale, la delegazione ha riscontrato una criticità nella gestione dei detenuti transgender, alcuni dei quali hanno profili psicologici piuttosto particolari, al punto da rendere difficile la convivenza con quelli che sono sani e che hanno subito anche atteggiamenti violenti dai primi. In entrambi le carceri manca il garante locale dei detenuti: l'osservatorio carcere Lucio Bertè fa sapere che vigilerà affinché venga istituito questa figura fondamentale.
di Giorgio Mannino
Il Riformista, 15 febbraio 2020
Il caso della strage di Alcamo Marina, nella quale il 27 gennaio 1976 furono uccisi i due carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, è approdato martedì scorso per la prima volta, a distanza di quarantaquattro anni, sul tavolo della commissione parlamentare Antimafia presieduta da Nicola Morra. Un fatto storico che riaccende i riflettori su una pagina ancora buia della storia italiana, gravida di buchi neri e soprattutto rimasta senza colpevoli.
A Palazzo San Macuto è stato ascoltato - insieme al giornalista Nicola Biondo che ha raccontato in un libro la sua storia - Giuseppe Gulotta, considerato dai giudici di due corti, uno degli autori della strage. Ma i processi che lo hanno condannato insieme a Giovanni Mandalà, Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli, erano viziati - come ha stabilito trentotto anni dopo una sentenza di Cassazione - da prove false e abusi di ogni genere.
Una frode processuale che ha consegnato all'opinione pubblica una verità preconfezionata, scritta a tavolino, in un truce inganno di sangue, ancora tutto da chiarire, capace di stritolare la vita di quattro ragazzi alcamesi finiti all'ergastolo poco più che maggiorenni. Mandalà morì di morte naturale nel 1998, Santangelo e Ferrantelli si rifugiarono in Brasile.
A pagare il prezzo più alto è stato Gulotta, 61 anni. Ne ha trascorsi più della metà nelle aule dei palazzi di giustizia e ben ventidue dietro le sbarre, da innocente. "Mi venne offerto, all'epoca, di fuggire con un nuovo passaporto ma decisi di restare per non dare la sensazione di essere colpevole". La sua confessione è stata estorta in caserma "dopo una notte - prosegue Gulotta in Antimafia - di sevizie e torture".
Le stesse che subì il suo accusatore, Giuseppe Vesco, un ragazzo considerato vicino agli anarchici, arrestato un mese dopo l'eccidio, dai carabinieri guidati dal colonnello Giuseppe Russo, che poi sarà ucciso dai corleonesi il 10 agosto 1977. "Russo la notte delle torture che ho subito era lì, in divisa", racconta Gulotta. "In molti contestano questa cosa perché si dice che il colonnello non portasse quasi mai l'uniforme, ma io riconosco Russo molti anni dopo su una foto apparsami su internet. Dopo quella notte non lo vidi mai più".
Le manette a Vesco costituiscono il primo atto del depistaggio. Otto mesi dopo l'arresto, Vesco cerca di scagionare i nomi urlati sotto tortura ma verrà trovato impiccato nella cella di detenzione nonostante avesse una mano sola, l'altra l'aveva persa anni prima in un incidente. Morti Vesco e Russo, Gulotta sembra arrendersi all'ingiusta condanna, ma nel 2009 - tre anni dopo la cattura dell'ultimo boss corleonese Bernardo Provenzano - Renato Olino, un ufficiale dei carabinieri testimone di quelle torture, rompe il silenzio e racconta la verità.
Per Gulotta è la fine di un incubo. "Ho sempre avuto fiducia nelle istituzioni, ho continuato ad averla nonostante tutto. Purtroppo oggi non c'è ancora verità per i familiari dei due carabinieri uccisi. Ho ottenuto la mia giustizia ma siamo di fronte a una verità a metà. Sarei felice se questo caso si potesse riaprire", ha detto Gulotta rivolgendosi ai membri dell'organo parlamentare.
Seduto al suo fianco, il giornalista Nicola Biondo ha fornito alcuni spunti per provare a dare una risposta a quelle domande che restano ancora aperte: "Dovete chiedervi perché e chi ripete il metodo Alkamar (così veniva chiamata la piccola caserma, ndr) e fino a dove arriva. Ci sono tre casi in Sicilia in cui investigatori eccellenti, come lo erano Giuseppe Russo o Arnaldo La Barbera, usano la tortura, da cui nasce solo la menzogna per coprire la verità.
Bisogna ripartire dalla scena del delitto. La procura di Trapani ha aperto un nuovo fascicolo per strage, fatevi ritrovare dalla procura le foto dell'assalto alla casermetta, gli atti che sono coperti da segreto. I testimoni ci sono ancora". Input che, come confermato dal presidente Morra, saranno raccolti "per aprire uno squarcio su una vicenda oscura in terra di mafia che non possiamo ignorare".
Intanto per Gulotta la battaglia contro lo Stato che lo ha lasciato solo non è finita: dopo l'ottenuto risarcimento di sei milioni e mezzo di euro ha chiesto 66 milioni di danni all'Arma dei carabinieri e ai ministeri della Difesa e dell'Interno. L'Avvocatura dello Stato però si è opposta, parlando di "lite temeraria" e precisando che "non ci sono prove degli abusi".
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