di Piero Rossano
Corriere del Mezzogiorno, 26 marzo 2020
Gli amministratori: finora tenuti all'oscuro. I penalisti: dall'istituto non ci danno risposte. Non è più solo il dirigente medico dell'ambulatorio all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere ad essere rimasto contagiato dal Coronavirus. L'episodio era venuto alla luce la scorsa settimana. La notizia di ieri è che dai tamponi effettuati negli ultimi giorni sui sanitari del presidio medico sarebbero emersi altri due casi di positività. Si tratterebbe di due infermieri in servizio nei medesimi uffici e cresce, a questo punto, l'attesa per i risultati degli altri test.
Si teme, e da più parti, che l'istituto di pena possa essere un altro focolaio di contagio in un contesto urbano che si segnala già come quello che ha i numeri più alti in provincia di Caserta. A ieri erano 22 i casi di contagio accertati dall'inizio dell'emergenza, tre persone affette non ce l'hanno fatta. "Ad oggi non ho ricevuto alcuna comunicazione né formale né ufficiosa da parte della direzione del carcere su quanto sta avvenendo al suo interno. Ricordo che sono sempre la massima autorità sanitaria sul territorio" ha commentato un infastidito sindaco Antonio Mirra a metà pomeriggio. "Mi ritrovo, pertanto, a commentare notizie riportate dagli organi di stampa in assenza di qualsivoglia comunicazione. Entro domani (oggi per chi legge, ndr) - ha proseguito - chiederò formalmente notizie dettagliate alla direzione del penitenziario".
La richiesta di chiarimenti alla direzione dell'istituto e all'amministrazione penitenziaria su cosa accade all'interno dell'"Uccella" si leva da più parti. È ancora senza risposta, ad esempio, quella avanzata con una pec nella giornata di martedì dalla Camera penale del tribunale di Santa Maria Capua Vetere (ne dava comunicazione agli avvocati iscritti martedì sera la segretaria Olimpia Rubino specificando che nella lettera si chiedeva "di prendere contezza della situazione in essere, di conoscere eventuali protocolli di sicurezza adottati e, di conseguenza, di apprestare misure idonee a tutela di coloro che avessero necessità di recarsi presso la struttura") mentre a questa ieri si è aggiunta anche la presa di posizione dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo. Attraverso Raffaele Minieri, membro della direzione nazionale dei Radicali italiani, il movimento ha lanciato l'allarme chiedendo alle istituzioni di evitare che "il carcere si trasformi in un focolaio del virus con enormi conseguenze sul sistema sanitario".
Perché il punto resta quello di porre al più presto in essere forme di prevenzione dal contagio nei confronti degli ospiti della struttura. Il carcere di Santa Maria Capua Vetere ospita attualmente 2.020 detenuti (fonte Antigone) a fronte di una capienza di 818.
"È chiaro - ha ripreso il sindaco Mirra - che se si tratta di un fenomeno ristretto, la gestione dell'emergenza resta una questione interna all'amministrazione penitenziaria. Ma se dovesse allargarsi il contagio, la situazione diventerebbe più preoccupante e la comunità ha il diritto di sapere come stanno le cose". Il primo cittadino, attraverso i social e i numeri di call center attivati all'alba dell'emergenza sanitaria, ha un rapporto diretto e quotidiano con i cittadini. "È vero che abbiamo il più alto numero di contagiati in provincia - spiega - ma sono focolai assai circoscritti e seguiti. Dieci casi sono all'interno di un unico nucleo familiare, tre casi in un altro e tre in un altro ancora. Poi abbiamo casi singoli tra ricoveri e quarantena. Confidiamo nella responsabilità dei cittadini perché si attengano scrupolosamente alle prescrizioni ma è chiaro che se dovesse degenerare la situazione nel carcere sarebbe tutto molto più difficile".
Da lunedì scorso, intanto, all'interno dei padiglioni del penitenziario sono state allestite salette in cui i detenuti possono fruire di linee telefoniche per restare in contatto con i loro difensori. Una richiesta avanzata proprio dagli avvocati penalisti. "È stato il frutto di una interlocuzione avviata una settimana prima con la direzione - ha commentato il presidente della Camera penale, Francesco Petrillo -. In questo modo, pur non varcando quei cancelli, riusciamo a tenerci in contatto con i reclusi e ad offrire una parola di conforto ai loro familiari che chiedono notizie dei congiunti non potendo più incontrarli". Per Petrillo, inoltre, le disposizioni normative per svuotare parzialmente le carceri (fuori i detenuti che devono scontare solo gli ultimi 18 mesi) "avranno un impatto zero: si tratta di cifre irrisorie". "La soluzione - ha concluso - sarebbe quella della concessione di un indulto ma non certo per killer e capiclan. Vanno ovviamente selezionati i reati di minore allarme sociale".
di Mary Liguori
Il Mattino, 26 marzo 2020
È iniziato ieri lo sciopero della fame e la protesta dei mille detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere che, per tre volte al giorno, faranno la "battitura", ovvero picchieranno con gli utensili contro le sbarre per manifestare pacificamente, ma con molesta decisione, tutto il loro disappunto per la gestione che in questo momento si sta facendo delle carceri a fronte di un rischio epidemiologico che ha già sfiorato, molto da vicino, i detenuti dell'"Uccella".
Un medico e due infermieri del servizio sanitario penitenziario sono infatti risultati positivi al covid-19 nell'ultima settimana. Nessuno di loro, secondo le fonti ufficiali, è entrato in contatto diretto con i detenuti nelle ultime due settimane. Gli infermieri, è stato reso noto ieri, hanno smesso di lavorare il 7 marzo. Dato che dovrebbe generare una certa rassicurazione ma che, come è ovvio, non placa gli animi dei detenuti e dei loro familiari che, nella giornata di ieri, hanno inviato una lettera dal contenuto durissimo al dipartimento del Ministero della Giustizia, al governatore De Luca, al provveditorato regionale per l'amministrazione penitenziaria, al garante dei detenuti, Samuele Ciambriello, e ai presidenti dei tribunali di Santa Maria Capua Vetere e della Sorveglianza.
"Condanniamo le evasioni avvenute in altre carceri durante le proteste del 7 e dell'8 marzo e sottolineiamo che il comandante ha dimostrato grande sensibilità attivando, dopo lo stop ai colloqui, per noi dell'"Uccella" la comunicazione via Skype e le telefonate gratuite, ma in questa fase così difficile avvertiamo l'assenza degli operatori esterni come gli psicologi", scrivono i detenuti.
"Ma siamo preoccupati - si legge, ancora, nella missiva - perché nonostante si siano verificati casi di contagio in diverse carceri, inclusa la nostra, non sono stati adottati provvedimenti specifici. Non si tiene conto della presenza di detenuti ultrasessantenni e malati, non si tiene conto del sovraffollamento che non ci consente di mantenere le distanze che i decreti del presidente del Consiglio impongono per tutti i cittadini italiani, e non si considera che la prevista scarcerazione di coloro che possono ottenere i domiciliari non migliorerà le condizioni di vita nelle case circondariali perché solo in poche decine (60 ndr) posseggono i requisiti per ottenere i domiciliari. Chiediamo che ci sia un intervento sulla politica, perché si intervenga con un indulto. Per queste ragioni, iniziamo uno sciopero della fame e del sopravvitto a oltranza, effettuando una battitura tre volte al giorno (alle ore 11,15 e 18) senza danneggiare la struttura, al fine di non essere dimenticati dalle istituzioni". La lettera è stata sottoscritta da decine di detenuti italiani e di numerose altre nazionalità.
Mentre a Santa Maria monta la protesta, nuove limitazioni si abbattono inevitabili sulla popolazione carceraria dell'"Uccella" e di tutta Italia. Il Dap ha infatti interrotto la consegna dei pacchi da parte dei familiari, facendo proprie le indicazioni della Protezione civile che ha stabilito ulteriori limitazioni di movimento per le persone nell'ottica della stretta anti-contagio. In Italia si trovano in stato detentivo 60mila persone per cui altrettante, ogni settimana, si spostano per consegnare ai reclusi pacchi con alimenti e biancheria pulita.
Lo stop alla consegna dei pacchi porta con sé una triplice problematica. Da un lato rappresenterà un costo finora non supportato perché le eventuali spedizioni a carico dei familiari saranno affidate solo alle Poste, e quindi a pagamento, con evidenti limitazioni sul peso e il volume dei pacchi, dall'altro creerà, nel penitenziario di Santa Maria come in altre case circondariali, un ingolfamento del servizio di lavanderia. E, nell'istituto di pena casertano, il servizio di igienizzazione degli abiti è insufficiente per tutti i detenuti che sono oltre mille a fronte di una capienza di 800 posti. Un aspetto beffardamente contraddittorio in un momento in cui l'igiene personale è una delle principali misure anti-virus adottate e sponsorizzate in tutto il Paese.
teleromagna24.it, 26 marzo 2020
Sono una ventina i casi di persone detenute ufficialmente positive al Coronavirus nelle carceri italiane, non considerando quindi i casi di positività tra personale sanitario, amministrativo e penitenziario. Al momento non ci sarebbero infettati nelle strutture della nostra Regione, ma questo dato non fa certo abbassare la guardia a chi si preoccupa di esecuzione della pena, come il volontariato. Che però è bloccato come i colloqui con i familiari, uno dei motivi per cui a inizio marzo sono esplose rivolte devastanti, alcune con esiti drammatici, come a Bologna dove è morto un detenuto, o a Modena dove ne sono morti addirittura nove.
Paola Cigarini, che è volontaria proprio in quest'ultimo istituto, è anche la Presidente della Conferenza regionale volontariato e giustizia, un ente che riunisce le associazioni attive dentro e fuori gli istituti penitenziari della regione per sensibilizzare, intervenire e partecipare al processo trattamentale, laddove possibile. Proprio il Terzo Settore ora è stato interpellato per contribuire alla lotta intramuraria al coronavirus, aprendo però una contraddizione in termini, evidenziata proprio da Cigarini.
ansa.it, 26 marzo 2020
È la Casa circondariale di Napoli Poggioreale il primo carcere italiano in cui è stato installato il termo-scanner grazie al quale sarà possibile analizzare la temperatura di chiunque entri o esca dall'istituto penale. Lo rende noto l'Uspp. "Diamo atto all'impegno del direttore del carcere, Carlo Berdini, e a quello del provveditore Antonio Fullone - affermano in una nota il presidente dell'Unione Sindacati di Polizia Penitenziaria Giuseppe Moretti e il segretario regionale della Campania Ciro Auricchio - che hanno fatto installare all'ingresso della casa circondariale di Napoli Poggioreale il primo termo-scanner. Sarà in uso per tutte le persone che accederanno nel penitenziario e va ad aggiungersi alla tensostruttura, già istallata, destinata al triage dei detenuti che fanno ingresso nel carcere".
parmatoday.it, 26 marzo 2020
L'iniziativa è promossa dal Garante dei detenuti del Comune di Parma, insieme con le associazioni Rete Carcere, Per Ricominciare, San Cristoforo e Svoltare Coop. Sociale. L'emergenza Coronavirus che ha coinvolto tutta la nostra Comunità e le misure adottate per la tutela della salute pubblica, hanno radicalmente cambiato il nostro stile di vita. Tuttavia, restare al proprio domicilio per la maggior parte dei cittadini, significa comunque poter contare su strumenti, tecnologie e servizi che consentono una qualità di vita accettabile. La stessa cosa non può accadere all'interno dei nostri istituti penitenziari.
Dal 23 febbraio, data di pubblicazione del primo decreto con indicate le misure restrittive, è passato quasi un mese durante il quale le persone recluse in carcere hanno smesso di ricevere le visite dei propri famigliari e non possono nemmeno contare su modalità alternative di comunicazione come, ad esempio, la videochiamata che oggi aiuta la maggior parte di noi a tamponare l'impossibilità di vedersi di persona. Ma questo non è che un aspetto del problema di essere detenuti al tempo del Coronavirus. Il Garante dei detenuti del Comune di Parma, nella sua funzione di organismo indipendente con potere di controllo sui luoghi di privazione della libertà personale, insieme con le associazioni Rete Carcere, Per Ricominciare, San Cristoforo e Svoltare Coop. Sociale annuncia l'apertura del Fondo Emergenza Carcere istituito presso MUNUS Fondazione di Comunità e l'avvio della campagna di raccolta fondi per l'acquisto di prodotti per l'igiene personale, la sanificazione degli ambienti di vita, l'acquisto di tessere telefoniche per mantenersi in contatto con i famigliari, per il sostegno ai detenuti più poveri e per il supporto ai detenuti interessati dal Decreto Cura Italia recentemente approvato dal Governo.
Per donare IBAN IT25S 06230 12700 000041824762 intestato a MUNUS - Fondo Emergenza Carcere. I contributi versati godono dei benefici fiscali riservati alle onlus Con il supporto di CSV Emilia-Forum Solidarietà, le medesime iniziative saranno promosse anche a favore delle associazioni che operano sui territori di Piacenza e di Reggio Emilia.
piacenzasera.it, 26 marzo 2020
Dallo Svep una raccolta fondi in favore del carcere di Piacenza. "L'emergenza Coronavirus - spiega il Centro di Servizio per il Volontariato presentando l'iniziativa - che ha coinvolto tutta la nostra comunità e le misure adottate per la tutela della salute pubblica, hanno radicalmente cambiato il nostro stile di vita. Tuttavia, restare al proprio domicilio per la maggior parte dei cittadini, significa comunque poter contare su strumenti, tecnologie e servizi che consentono una qualità di vita accettabile. La stessa cosa non può accadere all'interno dei nostri istituti penitenziari".
"Dal 23 febbraio - continua - data di pubblicazione del primo decreto con indicate le misure restrittive, è ormai passato quasi un mese durante il quale le persone recluse in carcere hanno smesso di ricevere le visite dei propri famigliari e non possono nemmeno contare su modalità alternative di comunicazione come, ad esempio, la videochiamata che oggi aiuta la maggior parte di noi a tamponare l'impossibilità di vedersi di persona. Ma questo non è che un aspetto del problema di essere detenuti al tempo del Coronavirus".
"Il Garante dei detenuti del Comune di Piacenza - informa lo Svep - nella sua funzione di organismo indipendente con potere di controllo sui luoghi di privazione della libertà personale, insieme con le associazioni che si occupano di questa tematica, annuncia l'apertura del Fondo Emergenza Carcere istituito presso MUNUS Fondazione di Comunità e l'avvio della campagna di raccolta fondi per l'acquisto di prodotti per l'igiene personale, la sanificazione degli ambienti di vita, l'acquisto di tessere telefoniche per mantenersi in contatto con i famigliari, per il sostegno ai detenuti più poveri e per il supporto ai detenuti interessati dal Decreto Cura Italia recentemente approvato dal Governo". Per donare: IBAN IT25S 06230 12700 000041824762 intestato a MUNUS - Fondo Emergenza Carcere. I contributi versati godono dei benefici fiscali riservati alle onlus. Con il supporto di CSV Emilia, le medesime iniziative vengono promosse anche nei territori di Parma e di Reggio Emilia.
agenzianova.com, 26 marzo 2020
Più di 4 mila detenuti saranno rilasciati in Etiopia nell'ambito delle misure adottate dal governo per arginare la diffusione del coronavirus. È quanto annunciato oggi in conferenza stampa dal procuratore generale Adanech Abiebie, secondo cui il provvedimento riguarderà i prigionieri condannati per reati minori e le donne con bambini, oltre agli stranieri accusati di essere coinvolti nel traffico di stupefacenti e nel traffico di droga che saranno rimpatriati nei loro paesi di origine. Il Consiglio dei ministri ha nel frattempo approvato ieri il provvedimento che prevede il telelavoro per i dipendenti statali, tranne il personale strettamente necessario. Nei giorni scorsi il primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato la chiusura di tutti i confini dell'Etiopia per prevenire la diffusione del nuovo coronavirus nel paese. Secondo quanto riferisce l'emittente "Fana", alle forze di difesa nazionali è stato ordinato di bloccare il movimento delle persone lungo tutti i confini, ad eccezione che per i beni essenziali in arrivo nel paese.
Il premier ha inoltre affermato che saranno rafforzate le misure adottate dal governo per interrompere gli assembramenti di un grosso numero di persone e mantenere le distanze sociali. Ahmed ha anche invitato le istituzioni governative, compresi i partiti politici, ad aderire al distanziamento sociale e alle misure preventive durante le riunioni e ha invitato le istituzioni governative a facilitare le misure per evitare il sovraffollamento. Il governo, ha poi annunciato il premier, ha anche stanziato 5 miliardi di birr (circa 142 milioni di euro) per combattere la diffusione del virus. La scorsa settimana la compagnia Ethiopian Airlines ha sospeso tutti i voli da e verso 30 paesi nell'ambito delle misure per arginare la pandemia di Covid-19). Il governo ha inoltre deciso di rilasciare i detenuti con figli, la cui pena sta per scadere e tutti i detenuti arrestati per reati minori. Annunciata anche la chiusura dei locali notturni mentre le istituzioni religiose decideranno autonomamente le misure da prendere per prevenire la diffusione del virus. In Etiopia sono finora 12 i casi confermati di contagio da Covid-19.
askanews.it, 26 marzo 2020
Un uomo di 84 anni - riferisce il Guardian - è diventato il primo detenuto britannico a morire dopo aver contratto il coronavirus. L'uomo era detenuto nel carcere di Littlehey, una prigione per colpevoli di reati sessuali nel Cambridgeshire, ed è morto in ospedale domenica.
Secondo quanto riferito, aveva problemi di salute pregressi. Un portavoce del Servizio penitenziario ha dichiarato: "Un prigioniero di 84 anni dell'HMP Littlehey è morto in ospedale il 22 marzo. I nostri pensieri sono con la sua famiglia in questo momento. "Come per tutti i decessi in custodia, ci sarà un'indagine indipendente da parte delle prigioni e del difensore civico".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 26 marzo 2020
Dagli Stati Uniti alla Francia, con l'eccezione Germania: ecco come hanno reagito i sistemi giudiziari stranieri alla pandemia. Il sistema giudiziario italiano sta lentamente ingranando la marcia, dopo le prime settimane di dubbi sulla gestione dell'emergenza coronavirus nei tribunali. Gran parte degli uffici si sono attrezzati - grazie ai protocolli siglati tra magistratura, consigli degli ordini e forze dell'ordine - per lo svolgimento di udienze da remoto o in teleconferenza. Per quanto riguarda i termini, invece, l'ultimo decreto ha definitivamente confermato il rinvio d'ufficio delle udienze non urgenti e la sospensione di tutti i termini processuali fino al 15 aprile. Anche l'accesso ai palazzi di giustizia e alle cancellerie è strettamente regolato per rispettare le norme di sicurezza sanitaria. Dubbi, invece, rimangono solo nella gestione degli studi legali: l'ultimo Dpcm li considera servizi essenziali e dunque non ne impone la chiusura (anche se il decreto Lockdown Italia prevede che sia possibile disporla in futuro, sia da parte dello Stato che delle regioni), ma le ordinanze di Lombardia e Piemonte li hanno inclusi tra le attività da sospendere, salvo che per il compimento di atti necessari e non soggetti alle sospensioni di legge. All'estero, dove l'emergenza sanitaria è arrivata con qualche settimana di ritardo rispetto all'Italia, si sta affacciando ora il tema della gestione della giustizia e di come coniugare i servizi essenziali con la necessità di ridurre la diffusione del virus.
GRAN BRETAGNA - Da lunedì 23 marzo, tutti i processi con giuria di Inghilterra e Galles sono stati sospesi temporaneamente, ma senza indicare un termine preciso. L'annuncio è stato dato dal Lord Chief Justice Burnett of Maldon (il vertice del sistema giudiziario di Inghilterra e Galles e presidente delle Corti), dopo le numerose proteste degli addetti ai lavori riguardo la sicurezza di continuare le udienze d'aula mentre tutto il Paese è in quarantena.
"Mettiamo in pausa i processi per un breve periodo di tempo, in modo da poter mettere in atto le precauzioni necessarie", è stata la sua dichiarazione, specificando che queste precauzioni consisteranno nello svolgimento di più udienze possibile attraverso il telefono, la videoconferenza e altre tecnologie. "Le corti superiori e i tribunali stanno lavorando ventiquattro ore su ventiquattro per predisporre i nuovi strumenti". Però, è stato specificato, "i processi con la giuria non potranno venire svolti da remoto: dunque dal 23 marzo non inizierà nessun nuovo processo e quelli in corso dovranno essere aggiornati". I giurati sono dunque stati congedati ma verranno chiamati di nuovo quando saranno stati predisposti idonei accorgimenti per garantire la loro presenza.
La discrezionalità sulla sicurezza è demandata ai giudici: "I giudici e il loro staff decideranno se il processo può essere svolto in condizioni di sicurezza", ma i magistrati dovranno continuare a svolgere tutte le pratiche urgenti oltre a favorire lo svolgimento delle udienze da remoto. Già la settimana scorsa, in materia civile e di famiglia, si sono svolte udienze via Skype. Gli avvocati, tuttavia, hanno protestato, contestando il fatto che continuano a svolgersi udienze con anche trenta persone nella stessa stanza, "contro il loro volere". Il tema, sollevato dall'associazione degli avvocati penalisti, è diventato centrale anche per il governo: "La politica non ha mostrato alcuna preoccupazione per i ritardi endemici e i problemi della giustizia penale e ora è inaccettabile che eserciti pressione perché i processi continuino. È sbagliato, pericoloso e non permette di rispondere alla richiesta di giustizia dei cittadini".
STATI UNITI - Anche negli Stati Uniti è in corso un dibattito tra magistrati e avvocati su come bilanciare la necessità di giustizia con i rischi dovuti alla pandemia. Per ora, la situazione si presenta diversa da stato a stato, ma in moltissime delle 94 corti federali si stanno verificando ritardi nella gestione dei casi, corti semideserte e una corsa per trovare soluzioni tecnologiche che permettano di svolgere le udienze da remoto. Il sistema delle corti federali ha costituito una task force che permetta di condividere informazioni e linee guida tra distretti, ma non sono ancora state emanate direttive omogenee. Nel distretto della Columbia, per esempio, le 30 corti statali hanno ridotto gli orari e sospeso tutti i procedimenti con presenza fisica delle parti. In Ohio, invece, i giudizi continuano come sempre senza alcun rinvio.
La Corte Suprema, pur confermando che rimarrà aperta, il 16 marzo ha deciso il rinvio d'ufficio "a tempo indeterminato" di tutte le arringhe orali dei procedimenti programmati per le due settimane successive (ora sta estendendo la decisione anche al mese di Aprile). Alcuni giudici già hanno iniziato a svolgere i loro giudizi da casa, ma - come del resto nel Regno Unito - il problema principale riguarda i processi con giuria. Il fatto di avere 12 giurati crea problemi logistici e di rispetto delle norme di sicurezza sanitarie (la Casa Bianca ha emanato la raccomandazione che vieta gruppi di più di 10 persone).
Il Ministero della Giustizia ha avanzato alcune proposte che hanno sollevato polemiche nella comunità giuridica: in particolare, l'ipotesi di permettere la detenzione indeterminata per gli indagati ha sollevato dubbi di costituzionalità e anche di sovraccarico di un sistema carcerario già molto provato. Per ora, i tribunali ordinari stanno seguendo le linee guida del ministero della sanità, limitando i procedimenti che vedono coinvolte più di 10 persone. Gli uffici, però, stanno chiedendo ai giudici di primo grado e di corte d'appello di organizzarsi per il lavoro da casa attraverso sistemi di videoconferenza e di limitare i procedimenti da svolgersi in aula solo ai "casi eccezionali".
GERMANIA - La macchina giudiziaria tedesca sta rispondendo in modo contrario rispetto al resto d'Europa. Se il coronavirus ha fatto ovunque rallentare la risposta della giustizia, in Germania i giudici hanno accelerato il deposito delle sentenze: in tutte le corti regionali, infatti, i giudici hanno iniziato a depositare le loro decisioni prima dei termini, con l'obiettivo di chiudere quanti più giudizi possibili prima chela crisi del coronavirus blocchi la giustizia. La magistratura tedesca ha deciso di adottare il principio di accelerazione perché, in Germania, i processi penali possono essere interrotti per un massimo di tre settimane. Passato questo termine, il processo deve ricominciare e l'intera assunzione di prove deve essere ripetuta. Una previsione di questo tipo, in periodo di pandemia, rischia di mandare in tilt la giustizia e dunque il ministero della Giustizia Federale è corso ai ripari, annunciando un regolamento che consente ai tribubnali di estendere l'interruzione del processo penale a tre mesi e dieci giorni, nel caso in cui esso non possa procedere a a causa delle misure di protezione dalle infezioni.
Il Ministro federale della Giustizia Christine Lambrecht ha chiarito: "Il diritto processuale offre già alle autorità giudiziarie una varietà di modi per rispondere in modo adeguato alla situazione, mantenendo al contempo la capacità giudiziaria di funzionare come necessario. Tuttavia, dobbiamo evitare che i procedimenti penali scoppino e ricomincino se i procedimenti vengono interrotti per lungo tempo è inevitabile. Ora stiamo creando una soluzione temporanea". La programmazione delle udienze è in mano ai giudici, che hanno libertà di scelta nell'organizzazione e possono decidere di svolgere le udienze a porte chiuse.
Sono inoltre state presentate delle linee guida, che però differiscono da Land a Land, per cui ogni tribunale decide per sé stesso. In tutti, di fatto, si prevede il divieto di accesso al tribunale di persone provenienti da aree a rischio e uso preferenziale di telefono e mail per tutte le comunicazioni. In Baviera, il ministero della Giustizia del Land ha emanato una raccomandazione ai pm di convertire le accuse esistenti in decreti penali di condanna quando possibile, in modo da evitare controversie. Inoltre, in materia civile, sono vietate le trattative orali per un valore di controversia inferiore ai 600 euro. Ad Amburgo, invece, gli interrogatori di garanzie si svolgono in videoconferenza. Allo stesso tempo, tutti i tribunali hanno messo in atto misure per ridurre drasticamente il numero di attività per cui è necessaria la presenza fisica in tribunale: annullati tutti gli incontri per la negoziazione; preferenza per le comunicazioni via posta elettronica o per telefono; rinvio a discrezione dei giudici. Tuttavia, rimangono garantite tutte le decisioni in materie urgenti.
SPAGNA - Il governo spagnolo ha emanato un Regio decreto che ha sospeso i termini processuali e le udienze su tutto il territorio nazionale, a partire dal 15 marzo. Pertanto, il cosiddetto scenario previsto per una situazione estrema - Scenario 3-, è esteso a tutto il territorio spagnolo, in cui vengono mantenuti solo i servizi essenziali dell'amministrazione della giustizia (gli ordini di protezione dei minori e di violenza di genere, matrimoni, licenze di sepoltura, internamenti urgenti e custodia dei detenuti hanno la precedenza, così come "qualsiasi procedura giudiziaria che, se non praticata, potrebbe causare danni irreparabile "). Ai magistrati è stato chiesto di svolgere le udienze avvalendosi della videoconferenza e degli strumenti elettronici.
Inoltre, gli avvocati possono presentare solo documenti procedurali collegati a procedimenti giudiziari urgenti, sempre elettronicamente. Fino a che questa situazione persiste, "l'archiviazione di documenti procedurali che non sono urgenti o che non possono essere rinviati non è applicabile in nessun caso". Ovviamente, ciò non impedisce l'adozione di quelle azioni giudiziarie "che sono necessarie per evitare danni irreparabili ai legittimi diritti e interessi delle parti nel processo". A Madrid, la città spagnola più colpita dal coronavirus (e la prima dove era stata disposta la sospensione dei processi), il Consiglio dell'ordine degli avvocati ha messo in campo un massiccio pacchetto di misure a tutela degli iscritti: è stato sospeso il pagamento della seconda rata delle quote di iscrizione per chiunque lo chieda espressamente e l'Ordine ha stanziato 1 milione di euro per il sostegno al reddito degli avvocati in difficoltà.
FRANCIA - La Francia, paese colpito quasi quanto l'Italia dal virus, ha scelto di adottare misure simili alle nostre: dal 16 marzo i tribunali francesi sono stati chiusi, salvo che per la gestione dei procedimenti urgenti come le udienze che decidono sulla detenzione, i processi per direttissima e il riesame e tutti i procedimenti che riguardano minori. Sono state rinviate tutte le udienze non essenziali e con alto rischio di contagio, ad esempio perché con la presenza di giurati. Anche le cancellerie hanno ridotto gli orari, riducendo gli accessi allo stretto necessario.
Il ministro della Giustizia, Nicole Belloubet, il 15 marzo ha spiegato: "I processi possono essere rinviati, entro i limiti del tempo ragionevole e rispettando i termini per la detenzione preventiva". Dunque, "a parte i contenziosi essenziali, le audizioni saranno rinviate". Tuttavia, ha indicato che "i servizi di emergenza penale e civile dei tribunali, l'incarcerazione in condizioni degne di detenuti o l'accoglienza di minori affidati alla protezione la giustizia giovanile deve poter essere mantenuta in un quadro che impedisce la diffusione del virus". Anche in Francia si è favorito il ricorso alle videoconferenze, sia per le udienze che per gli incontri tra indagati in carcere e difensori. Inoltre, i giudici possono decidere di svolgere le udienze a porte chiuse. Le misure di gestione dell'emergenza carceri sono state invece significative: il 23 marzo il ministro della Giustizia, infatti, ha autorizzato la messa in libertà di 5000 detenuti con buona condotta che stanno per finire di scontare la pena per reati minori o malati con patologie precedenti. I magistrati emetteranno le ordinanze di scarcerazione nei prossimi giorni, anche nei casi in cui il braccialetto elettronico non sia disponibile. In Francia, la situazione delle carceri è fonte di grande preoccupazione: il virus ha già contagiato i detenuti e la densità raggiunge il 138% della capacità operativa.
La Stampa, 26 marzo 2020
Gli avvocati del fondatore di WikiLeaks avevano chiesto che fosse rilasciato in quanto a rischio coronavirus. Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, resta in carcere a Londra. I giudici inglesi gli hanno negato la libertà su cauzione dopo che i suoi avvocati hanno dichiarato che avrebbe dovuto essere rilasciato perché era altamente vulnerabile al coronavirus. Il 48enne, che si trova nella prigione di Belmarsh a Londra, è ricercato dagli Stati Uniti con l'accusa di 18 episodi relativi all'hackeraggio di computer governativi e per violazione di una legge di spionaggio. Assange potrebbe passare decenni in prigione se condannato.
Il suo avvocato, Edward Fitzgerald, ha dichiarato alla Corte di Westminster che Assange aveva sofferto di quattro infezioni del tratto respiratorio durante gli anni trascorsi a vivere nell'ambasciata ecuadoregna a Londra. Fitzgerald ha anche affermato che Assange ha avuto problemi cardiaci che lo hanno messo a rischio maggiore. "Abbiamo puntato non tanto sui rischi di un volo verso gli Stati Uniti (dove lo attende un processo) ma sulla sopravvivenza", aggiungendo che non vi era alcun rischio serio di fuga.
L'avvocato ha spiegato che se il fondatore di WikiLeaks si ammalasse del virus in prigione, "il rischio potrebbe essere fatale". Ma il giudice Vanessa Baraitser ha respinto le argomentazioni, rilevando che lo stesso Assange era in regola dicendo che avrebbe preferito suicidarsi piuttosto che affrontare l'estradizione negli Stati Uniti. "Allo stato attuale delle cose, questa pandemia globale non fornisce di per sé motivi per la liberazione di Assange". "La condotta passata di Assange ha mostrato fino a che punto era disposto ad andare per evitare i procedimenti di estradizione - ha concluso il giudice - e c'erano fondati motivi per credere che se fosse stato rilasciato sarebbe fuggito di nuovo".
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