di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2020
La vigilanza in residenze per anziani e hotspot è tra i compiti dell'autorità. C'è forte preoccupazione all'interno di alcune Residenze Sanitarie assistite (Rsa) per gli anziani dove il contagio aumenta a dismisura. Basti pensare al tragico bilancio della Rsa don Mori di Stagno Lombardo, nel cremonese, dove sono morti, nel giro di un mese, 21 anziani su 70 ospiti.
Per questo motivo, il sindaco Roberto Mariani ha scritto all'Asst di Cremona chiedendo tamponi per personale e ospiti. Non si sa se i decessi siano legati al Coronavirus ma il dato "ha messo in allarme tutti. Per questo motivo - ha spiegato - ho deciso di inoltrare la richiesta".
Anche il consigliere regionale del Pd Matteo Piloni ha chiesto non solo di autorizzare i tamponi per il personale delle Rsa, ma anche di "utilizzare le strutture ospedaliere dismesse per accogliere i pazienti" dimessi per Coronavirus.
Una situazione difficile per gli operatori sanitari, oramai allo stremo. A Trento, ad esempio, si stanno estendendo diversi focolai e le assenze di operatori socio-sanitari per malattia o positività ai tamponi arrivano in alcune strutture anche al 50%.
Da qui la richiesta alla Provincia dell'Ordine delle professioni infermieristiche, di dispositivi di protezione e dotazioni infermieristiche sicure. Il personale è costretto a turni prolungati con carichi assistenziali ed emotivi elevatissimi. "Siamo professionisti - ha spiegato in una nota il presidente dell'ordine Daniel Pedrotti -, stiamo dando il massimo e di più e continueremo a farlo, ma pretendiamo di lavorare in sicurezza".
Di tutto questa situazione se ne sta occupando, ovviamente, il Garante nazionale delle persone private della libertà, perché rientra tra i suoi compiti. Si tratta di una figura di garanzia che copre le diverse aree di intervento: tutte connotate dalla privazione della libertà. Quindi non solo i detenuti. Difficile non considerare privative della libertà strutture come gli hotspot, dove le persone sono ristrette per fini identificativi. Così come è difficile non vedere la privazione della libertà di una persona anziana o disabile che, entrata un tempo volontariamente in una struttura di tipo residenziale, abbia poi perso la capacità legale e i propri riferimenti parentali o assistenziali e sia nel concreto affidata in tutto alla struttura stessa.
Così come è di vitale importanza che il Garante si occupi anche della quarantena, altra limitazione della libertà per evidenti motivi emergenziali. Proprio in momenti come questi una figura di garanzia deve vigilare sui diritti essenziali dell'uomo privato della libertà. Non è un caso che qualche giorno fa - fa sapere i Garante Mauro Palma nel bollettino - l'associazione per la prevenzione della tortura di Ginevra ha svolto una riunione in video-conferenza con 29 partecipanti, la maggior parte rappresentanti di Meccanismi nazionali di prevenzione (Npm) europei, avente come oggetto l'impatto delle misure prese per contenere il virus (a livello regionale o nazionale) e le sfide che la situazione pone per le attività di monitoraggio.
Ma ritorniamo alla questione delle Rsa. L'autorità del Garante fa sapere che, secondo la sua banca dati realizzata per la geolocalizzazione delle strutture sul territorio italiano, le Rsa sono 4.629, di cui 2.651 al Nord, 668 al Centro, 493 al Sud e 817 nelle Isole. Solo in Lombardia, la regione più colpita dalla pandemia, le Rsa sono 689. Seguono il Piemonte con 616 strutture, l'Emilia- Romagna con 565 e il Veneto con 324. Al centro Italia è la Toscana, con 315 strutture, ad avere il primo posto per numero di Rsa, mentre nel Sud la Puglia è la regione nella quale si registra la presenza più elevata.
Inoltre, il Garante rileva che il rischio di diffusione del Covid-19 nelle strutture socioassistenziali e sanitarie residenziali, per minori e adulti è particolarmente elevato. Basti pensare che il totale di posti letto in queste strutture è pari a 340.593. Solo al Nord sono 226.516, al Centro 45.124, al Sud 36.562 e infine nelle Isole 32.391. Il Garante ha inviato un questionario finalizzato ad acquisire informazioni sulla gestione di eventuali casi di sospetto o conferma di positività al Covid- 19 e adottare strategie di rafforzamento dei programmi di prevenzione delle infezioni correlate all'assistenza.
centroterritorialevolontariato.org, 27 marzo 2020
Consegnati anche generi alimentari di prima necessità e prodotti per l'Igiene. L'isolamento a cui siamo tutti tenuti in questi giorni per contenere la diffusione del coronavirus, l'incertezza della situazione e il rincorrersi di notizie preoccupanti tocca in particolare le persone più fragili: tra queste i detenuti e le detenute. Abbiamo visto tutti quello che è successo a livello nazionale. Per garantire la salute di tutti le Case Circondariali hanno sospeso i colloqui con i famigliari e questa misura in alcuni casi ha generato delle tensioni.
Senza giustificare in nessun modo i fatti che si sono verificati in alcune carceri, conoscendo però un po' questo mondo complesso, è importante provare a immaginare che cosa voglia dire tagliare quel sottile filo che lega chi è in carcere con il mondo esterno (si prova paura, non si comprende la situazione, si hanno preoccupazioni per sé e per i propri cari).
Per ovviare a questo, in sostituzione dei colloqui, il Carcere di Vercelli ha subito aumentato la possibilità di telefonare a casa, ma non tutti i detenuti e le detenute sono in grado di pagare le telefonate. Il Tavolo Carcere insieme a Sant'Egidio si è quindi attivato con una raccolta fondi, arrivando a 1050 euro che sono ora a disposizione dei detenuti in condizioni economiche più difficili. Il Tavolo Carcere è nato circa due anni fa su un preesistente gruppo di Caritas ed è facilitato da Ctv, riunisce associazioni e volontari che operano in carcere.
di Fabio Pace
telesudweb.it, 27 marzo 2020
I detenuti della casa circondariale "Pietro Cerulli" di Trapani hanno raccolto una somma da donare in beneficenza per l'acquisto di materiale sanitario da destinare al reparto di terapia intensiva dell'ospedale Sant'Antonio Abate di Trapani. I reclusi sono riusciti a raccogliere quasi 1500 euro. La somma sarà consegnata nei prossimi giorni dal comandante della Polizia Penitenziaria, Giuseppe Romano, al direttore generale dell'ASP, Fabio Damiani.
Non appaia, quella di 1.500 euro, una piccola somma: è il frutto di sacrifici personali. Per chi è recluso ogni euro è fondamentale per i piccoli acquisti consentiti: sigarette e sopravvitto, in prima battuta. Vogliamo leggere questa raccolta di denaro da destinare al reparto di terapia intensiva come un segnale, un messaggio che possa far comprendere al mondo di fuori, a noi, come la preoccupazione per il coronavirus sia vissuta allo stesso modo, e forse perfino in maniera amplificata, all'interno delle carceri.
Questa preoccupazione, manifestata con i gesti eclatanti delle rivolte, non può certo giustificare gli atti di violenza, i danneggiamenti, l'atteggiamento di sfida verso la polizia penitenziaria e le forze dell'ordine in generale. Bisogna tuttavia ammettere che proprio la protesta ha acceso una attenzione generale sulle carceri italiane che è approdata fino al Parlamento dove ieri s'è svolto il question time nel corso del quale, attraverso interpellanze e interrogazioni, diversi esponenti, di maggioranza e opposizione sono arrivati a chiedere le dimissioni e la rimozione del capo del Dap, il dipartimento della amministrazione penitenziaria.
Infine va sottolineato come ancora in corso sia il dibattito, tra giuristi, avvocati penalisti, magistrati e garante dei detenuti, sulla opportunità, a fronte dell'affollamento delle carceri, di ridurre la popolazione carceraria applicando misure restrittive alternative, almeno per le pene comminate per i reati meno gravi e per quelle in scadenza.
di Matteo Angeli
ytali.com, 27 marzo 2020
Mentre centinaia di detenuti sono già in quarantena, gli istituti penitenziari cercano di isolarsi dai contatti esterni e di mettere al sicuro i soggetti più deboli. Se uno si ammala, si ammalano tutti, perché in carcere non c'è posto dove ripararsi. Suona così, come una condanna senza appello, uno dei grandi enigmi che attanagliano le autorità pubbliche di fronte alla crisi da coronavirus: come proteggere la popolazione carceraria dall'avanzata dell'epidemia, là dove lo spazio a disposizione è molto ridotto ed è praticamente impossibile mettere in atto pratiche di distanziamento sociale?
Negli Stati Uniti, dove centinaia di detenuti sono già in quarantena e, in molti stati, le visite di famigliari e avvocati sospese, le amministrazioni degli istituti penitenziari hanno scelto, per far fronte al panico, di liberare alcuni detenuti e di confinarli ai domiciliari. Solo nella scorsa settimana, il New Jersey, ad esempio, ne ha liberati a centinaia.
L'obiettivo è di ridurre l'affollamento nelle prigioni e contenere così la diffusione del virus tra i 2,3 milioni di persone che stanno scontando una pena in America, ma anche tra il personale penitenziario e sanitario. La maggior parte dei carcerati vive infatti in spazi angusti, simili a dormitori. Se uno si ammala, gli altri non possono scappare: è come una condanna a morte per i soggetti più deboli. Non è solo un problema di spazio. Le autorità sanitarie e i direttori degli istituti penitenziari mettono l'accento anche sulle condizioni igieniche, che lascerebbero a desiderare nella maggior parte dei casi e che farebbero delle prigioni americane l'habitat perfetto per la propagazione del virus.
In questo contesto, c'è chi chiede al presidente Donald Trump di concedere la grazia a quei detenuti che sono gravemente malati e ad altri soggetti potenzialmente a rischio, come le persone anziane e quelle con problemi di salute. Quest'appello è stato attivamente sostenuto da un gruppo bipartisan di quattordici senatori - tra i quali figurano quattro ex candidati alle primarie democratiche (Elizabeth Warren, Amy Klobuchar, Cory Booker e Kamala Harris), che ha inviato una lettera al Dipartimento della giustizia, chiedendo di rilasciare gli anziani (più di sessant'anni), i malati terminali e i detenuti "poco pericolosi", commutandone la pena in un arresto ai domiciliari. Una richiesta che, a dire la verità, le associazioni che lottano per una riforma del diritto penale avevano avanzato già a partire da fine 2018, quando Trump aveva firmato una legge che estende i casi in cui si possono applicare gli arresti domiciliari.
Finora, il Dipartimento di giustizia non aveva ceduto a queste pressioni, ma ora la situazione di estrema eccezionalità rende urgente e inderogabile il rilascio dei detenuti più a rischio. A questo proposito, domenica, in conferenza stampa, Trump ha rivelato di stare riflettendo alla possibilità di adottare un ordine esecutivo che permetterebbe ai detenuti anziani e non violenti di uscire dalle carceri federali. Solo quelli "totalmente non violenti", ha tenuto a rimarcare il presidente. Ma intanto il panico dilaga, colpevole anche la notizia di un contagio illustre come quello di Harvey Weinstein. Il produttore cinematografico, condannato a ventitré anni di prigione per aggressione sessuale, sta scontando la sua pena nel Walden Correctional Center di Alden, una cittadina appena fuori Buffalo, nello stato di New York. Domenica, Weinstein, che ha sessantotto anni, e un altro prigioniero dell'istituto penitenziario sono risultati positivi al Covid-19 e sono stati messi in quarantena, così come alcuni membri del personale carcerario.
Intanto, i legali di un altro detenuto famoso, l'attore e comico Bill Cosby, ottantadue anni, anche lui in carcere per violenza sessuale, ne chiedono l'immediato rilascio e la messa agli arresti domiciliari, perché preoccupati per il suo stato di salute. Fanno notare che un dipendente del carcere della Pennsylvania in cui è detenuto Cosby sarebbe stato trovato positivo al virus e già questo, di per sé, rappresenterebbe una gravissima minaccia per la salute del loro cliente.
Se per i detenuti più anziani e malati gli istituti penitenziari aprono le loro porte, per il resto della popolazione carceraria il messaggio è l'opposto: è il momento di chiudere le prigioni, isolarle dai contatti esterni per evitare l'ingresso del temuto virus. Basta visite (avvocati e famiglia), meno trasferimenti di carcerati da un prigione all'altra e rigidi controlli sanitari per i nuovi arrivati. Meno libertà, meno diritti. Per chi è già prigioniero il confinamento ha un sapore particolarmente amaro.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 27 marzo 2020
"Irini" comincerà ad aprile. Oggi il via libera degli Stati. Previsto un meccanismo su base volontaria per la distribuzione dei profughi. Alla fine tutto si è risolto come al solito, offrendo soldi e riconoscimenti politici al Paese che accetta di farsi carico dei migranti. Dimostrando di essere sempre meno capace di esprimere solidarietà, dopo settimane di trattative l'Unione europea è riuscita a trovare un accordo sulla nuova missione europea "Irini" che sostituisce la vecchia operazione Sophia destinata ad essere archiviata dal prossimo 31 marzo.
Nata dopo la conferenza di Berlino con il mandato esplicito di far rispettare l'embargo Onu di armi alla Libia, fino a ieri la missione era rimasta bloccata su un punto in teoria secondario, visto che non rappresenta il suo core business, ma in realtà ritenuto decisivo dagli Stati: dove sbarcare i migranti che verranno salvati nel Mediterraneo, intervento reso obbligatorio dal diritto internazionale. La soluzione è arrivata ieri al termine di una riunione del Coreper, il Comitato dei rappresentati permanenti, durante la quale è stata indicata la Grecia come porto di sbarco per i naufraghi. Soluzione accettata da Atene in cambio di non meglio precisate compensazioni economiche e politiche, con il rischio di rendere ancora più invivibile la condizione dei numerosi migranti che già si trovano nel Paese. I dettagli, e l'eventuale via libera definitivo alla missione dovrebbe arrivare dagli Stati entro oggi con la procedura del silenzio-assenso.
A rendere più complicati i negoziati fino a bloccarli, è stata la posizione assunta dall'Italia decisa a non essere più considerata, come avvenuto in passato con Sophia, l'unico Paese nel quale far arrivare i migranti. Una posizione assunta fin dall'inizio dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e motivata in seguito anche con l'insorgere dell'emergenza coronavirus. Francia, Spagna, Germania e Finlandia affiancheranno l'Italia nella missione che dovrà far rispettare l'embargo deciso dalle Nazioni unite e potrà disporre nuovamente delle navi insieme ad aerei, elicotteri, droni e satelliti. Previste anche missioni a terra, ma solo dopo aver ricevuto l'autorizzazione da parte delle autorità di Tripoli e comunque dopo una nuova risoluzione dell'Onu. Per quanto i migranti, è previsto un meccanismo di distribuzione su base volontaria tra i paesi che partecipano alla missione.
Nonostante l'obiettivo dichiarato di Irini (che in greco significa "pace") sia quello di contribuire alla pacificazione della Libia, specie dopo il fallito cessate il fuoco decretato dal presidente turco Erdogan e quello russo Putin il 9 gennaio scorso, è proprio sui migranti che i negoziati si sono impantanati a lungo. Al punto che prima è stato deciso di spostare l'area di intervento della missione più a Est rispetto a dove operava Sophia, in modo che le navi si trovino lontane dalle rotte abitualmente percorse dai barconi carichi di migranti (come richiesto da alcuni Paesi tra i quali Austria e Ungheria) e lungo le quali opera la cosiddetta Guardia costiera libica. Infine, secondo indiscrezioni filtrate ieri da Bruxelles, inserendo una clausola che prevede la possibilità per il comandante di Irini di chiedere il riposizionamento delle navi nel caso dovesse ritenere che la missione rappresenti un incentivo per le organizzazioni criminali per aumentare le partenze sfruttando la presenza dei mezzi europei al largo delle coste libiche. Il cosiddetto pull factor attribuito più volte in passato anche alla missione Sophia e alle navi delle ong, ma mai dimostrato. Il mandato di Irini durerà un anno e sono previste verifiche ogni quattro mesi.
agenzianova.com, 27 marzo 2020
Sono stati rilasciati circa 200 detenuti dalle carceri azerbaigiane. È quanto riferito dal ministero della Giustizia secondo cui si tratta di una delle misure adottate dal governo di Baku per prevenire la diffusione del coronavirus nel paese. Secondo quanto riportato i servizi penitenziari stanno lavorando a un regime rafforzato per garantire il rispetto delle misure di prevenzione adottate dall'esecutivo. "Non sono consentiti incontri con i condannati e gli accusati, nonché il trasferimento dei pacchi. Lo stato di salute dei dipendenti, nonché dei prigionieri, è sotto controllo medico e viene effettuata una visita medica ogni giorno con annesso controllo della temperatura corporea", si legge nella nota del dicastero. Il sovraffollamento delle carceri è uno dei problemi riscontrato in molti paesi fra le necessità da risolvere per affrontare al meglio l'emergenza del coronavirus.
di Alberto D'argenio
La Repubblica, 27 marzo 2020
La missione che sostituirà Sophia ha richiesto mesi di negoziati e scontri tra governi. I governi dell'Unione trovano un accordo su Irini, la missione navale europea che da aprile sostituirà Sophia per garantire l'embargo di armi alla Libia. Ci sono voluti mesi di negoziati e scontri tra governi prima che la Grecia tirasse fuori dall'imbarazzo i partner e facilitasse l'intesa: tutti i migranti salvati dai vascelli militari a dodici stelle saranno sbarcati nei porti dell'Ellade, a meno che qualche Paese di volta in volta non si offra volontario. Dunque stop agli sbarchi in Italia, approdo unico di Sophia. Il comando invece rimane in mani tricolori, con Roma confermata centro operativo della missione.
L'accordo è stato raggiunto a Bruxelles dagli ambasciatori dei Ventisette e sarà operativo dal primo aprile. Irini, nome scelto dai greci, conterà su diverse navi militari con una copertura aerea, satellitare e di droni. La missione sarà spostata a Est rispetto a Sophia: non più nel Canale di Sicilia, ma nelle acque tra Egitto e Creta con gli occhi puntati sulla Cirenaica. Il salvataggio dei migranti non entra nel mandato della spedizione, ma se le imbarcazioni Ue incroceranno dei barconi ovviamente dovranno salvare coloro che rischiano la vita in conformità con il diritto internazionale. Il nuovo quadrante scelto per la missione, tuttavia, dovrebbe rendere esiguo il numero di persone da soccorrere. Almeno questo è quanto prevedono (e sperano) i governi.
Coloro che verranno salvati, saranno sbarcati in Grecia e di volta in volta redistribuiti tra i Paesi che volontariamente si presteranno. Inoltre la zona operativa di Irini verrà spostata se si dovesse verificare un effetto pull factor, ovvero se la presenza delle navi militari dovesse far aumentare il traffico di barconi in quel tratto di mare nella speranza di salvataggio e trasporto verso l'Europa. L'Italia ha fatto allegare al mandato di Irini una dichiarazione con la quale informa i partner che a causa dell'emergenza da coronavirus almeno fino alla prossima revisione della missione, tra quattro mesi, non offrirà porti per lo sbarco alternativi a quelli greci e non parteciperà alla redistribuzione dei migranti.
Atene, già in difficoltà per il numero di rifugiati siriani sbarcati sulle sue coste dopo l'apertura delle frontiere turche decretata da Erdogan, accetta l'ulteriore peso che verrà indennizzato finanziariamente dall'Europa, che pagherà le spese legate agli sbarchi e ai migranti. La Grecia ha preferito farsi carico di altri rifugiati pur di avere una flotta Ue davanti alle sue acque, un modo per controllare i movimenti dei vascelli militari turchi le cui attività nella parte orientale del Mediterraneo negli ultimi mesi hanno fatto salire la tensione tra i due vicini.
La missione prevede la possibilità di allargare il monitoraggio alle frontiere terrestri della Libia, dunque con personale Ue a terra, ma solo se arriverà una richiesta delle autorità locali. Difficile che in questo momento Haftar e Serraj trovino un accordo in tal senso. E questo sembra essere il tallone d'Achille della missione. Il vantaggio, invece, è che l'Europa ritrova un minimo di coesione e riprende a monitorare la Libia anche con attività di intelligence condivisa grazie al nuovo dispiegamento di navi. Lo scorso anno infatti Salvini aveva imposto ai partner di far rientrare i vascelli di Sophia pur di non far sbarcare i migranti salvati dalle sue imbarcazioni. Scelta contestata, visto che i numeri erano esigui e che ritirando le imbarcazioni a dodici stelle al momento dell'escalation tra le fazioni libiche l'Unione si è trovata completamente scoperta nel Mediterraneo e senza un ombrello comune sulla Libia. Ora con Irini l'Europa torna in campo.
agenzianova.com, 27 marzo 2020
Il capo della sezione della polizia giudiziaria di Tripoli, il brigadiere Abdel-Ghani al Harati, ha annunciato la scarcerazione di 82 detenuti dal carcere centrale della capitale libica. Il rilascio di questi detenuti comuni rientra nelle procedure previste dal piano di emergenza contro la diffusione del coronavirus. La polizia giudiziaria sta cercando di ridurre il sovraffollamento nelle carceri libiche. Prima di essere rilasciati, i detenuti verranno sottoposti a esami clinici. Nella giornata di ieri la polizia giudiziaria ha deciso di rilasciare 70 detenuti che erano stati "arrestati in relazione a casi di droga e alcolici", riducendo così la congestione nelle carceri della capitale.
di Errico Novi
Il Dubbio, 26 marzo 2020
L'Alto commissario delle Nazioni Unite: "Fuori dalle galere almeno gli anziani e i malati". Ma al question time Bonafede dice candidamente che, col Dl "Cura Italia", sono usciti solo "200 reclusi", di cui "50 col braccialetto". Nonostante il sovraffollamento sia a quota 10mila. Sgarbi lo chiama "untore". Ma il problema è la Lega. Che parla di "svuota-carceri mascherato".
di Franco Corleone
Il Riformista, 26 marzo 2020
Le norme sull'emergenza virus vincolano la detenzione domiciliare all'uso del dispositivo elettronico, misura costata dal 2002 al 2011 ben 10 milioni all'anno, per appena 15 apparecchi utilizzati. Ancora oggi sono oggetti del desiderio e i detenuti restano in cella.
In uno degli innumerevoli decreti del Governo emessi sulla base dell'emergenza virus, una norma che interessa il carcere (art. 123 del decreto legge 18/2020) si ripropone la soluzione tecnologica di condizionare una misura alternativa alla detenzione all'utilizzo del controllo a distanza affidato al cosiddetto braccialetto elettronico.
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