di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 28 marzo 2020
Lo studente è accusato di attività eversive. Il regime del generale al Sisi usa il carcere e le misure punitive come mezzo per condannare all'oblio coloro che sono perseguitati per il loro orientamento politico o l'attività di difesa dei diritti umani. Ecco perché c'è preoccupazione, a livello internazionale, per la sorte di Patrick Zaki, lo studente ventisettenne che studiava a Bologna che all'inizio di febbraio è stato tratto in arresto non appena sceso dall'aereo che lo aveva riportato al Cairo dove vive la sua famiglia.
Attualmente Zaki si trova in una sezione di massima sicurezza del carcere di Tora in attesa che si tenga un'ennesima udienza, alla quale si è arrivati dopo una serie di sconcertanti rinvii, fissata per il 30 marzo. Una situazione apparentemente inspiegabile dal punto di vista del diritto ma che sembra essere proprio la pratica del governo egiziano per tacitare i suoi oppositori. Lo studente infatti frequentava il master in Studi di genere dell'Alma Mater, un corso internazionale chiamati Genna. L'accusa che gli è stata mossa è quella di aver rilasciato informazioni false sulla politica dell'Egitto. In realtà sono proprio i suoi studi e le opinioni espresse attraverso i social ad averlo fatto oggetto di attenzione" da parte delle autorità di polizia del Cairo.
Inoltre Zaki ha lavorato anche con coloro che si sono occupati della vicenda tragica di Giulio Regeni, cosa che lo ha posto ancora di più sotto una luce pericolosa secondo il regime. Patrick Zaki dunque è a tutti gli effetti un prigioniero di coscienza del quale in questo momento non si conosce la sorte finale. Pochi giorni fa la famiglia aveva cercato ancora di non far spegnere la luce sul suo caso attraverso un appello: "Non sappiamo nulla di Patrick da due settimane e chiediamo il suo immediato rilascio, in quanto soffre di asma ed è a rischio per il coronavirus".
Ripercorrendo le tappe della vicenda si comprende quale sia la strategia persecutoria nei suoi confronti. Dopo il suo arresto il 7 febbraio, il ragazzo venne tenuto bendato, ammanettato e interrogato per 17 ore da parte degli uomini dell'Agenzia di sicurezza nazionale (Nsa).
Poi portato nella prigione di Mansoura in detenzione preventiva in attesa di ulteriori indagini su presunti crimini terroristici. Il 22 febbraio la prima udienza e un ulteriore rinvio di 15 giorni Il 5 marzo un nuovo trasferimento nel penitenziario di Tora, nei dintorni del Cairo, il suo legale Hoda Nasrallah dette notizia il giorno 7 che, per decisione della Procura per la sicurezza dello Stato, Zaki sarebbe stato di nuovo trattenuto per un tempo analogo alla precedente occasione. Ciò, nonostante si fossero attivati l'ambasciatore italiano in Egitto e all'udienza fossero presenti anche diplomatici italiani, dell'Unione europea e svizzeri. Sembrava che una decisione definitiva potesse arrivare il giorno 21 ma c'è stato un nuovo e inspiegabile allungamento del tempo di carcerazione motivato ufficialmente con l'epidemia di coronavirus. Ora la speranza è che tra poco si possa giungere alla conclusione di questo calvario.
Il Riformista, 27 marzo 2020
Sono 257 in totale i detenuti in isolamento precauzionale nelle carceri italiane. E un nuovo caso, asintomatico, si è registrato nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Gradisca d'Isonzo. È quanto riporta il bollettino del Garante Nazionale dei detenuti del 26 marzo. Un report limitato a causa della sanificazione che nel pomeriggio è stata effettuata nella stessa sede del Garante Nazionale.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 27 marzo 2020
Scontro sull'ipotesi di alleggerire le carceri. Il Consiglio superiore della magistratura ha votato ieri il parere sulle recenti misure previste dal governo per contrastare l'emergenza Covid-19. La parte più dibattuta è stata quella relativa alle "disposizioni in materia di detenzione domiciliare" e alle "licenze premio straordinarie per i detenuti in semi libertà".
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 27 marzo 2020
Per molti "inefficace" sul sovraffollamento. Per Di Matteo è "indulto mascherato". Palazzo dei Marescialli giudica "inadeguato" l'operato del governo: "La magistratura di sorveglianza si troverà a svolgere un difficile ruolo di supplenza, con l'assunzione di gravi responsabilità". Secondo decesso tra gli agenti penitenziari.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio Quotidiano, 27 marzo 2020
L'attuale emergenza sanitaria da Covid19 - com'è noto - comporta rischi di enorme gravità e crea, di conseguenza, gravissimi problemi nell'universo penitenziario. Non a caso, su questo giornale sono stati più volte evidenziati i molti limiti delle misure deflattive già varate dal governo ed è stata prospettata l'esigenza di più efficaci disposizioni normative tendenti ad allargare l'area dei detenuti potenzialmente beneficiari.
Il Dubbio, 27 marzo 2020
Ecco il drammatico appello dell'Associazione Italiana Professori di Diritto Penale: decongestionare gli istituti, a inizare dai reclusi più deboli. Sul rischio di un'apocalisse da Covid-19 nelle carceri italiane si leva da giorni un grido d'allarme, in cui si uniscono più voci.
di Maria Miceli
Il Sole 24 Ore, 27 marzo 2020
La questione carceri ai tempi del coronavirus sembra essere relegata a una questione di secondo piano; eppure, il totale dei detenuti nelle carceri italiane - secondo l'ultimo dato Istat - è pari a 60.581 detenuti: di cui 58.308 uomini e 2.273 donne. Nelle scorse settimane si sono susseguite ondate di ribellioni in diversi istituti di pena, culminate con evasioni, morti e feriti in diverse carceri. I detenuti protestano perché esasperati dal rischio di contagi da Covid-19, e inoltre sono insofferenti per le nuove misure prese dal Governo, che hanno imposto restrizioni su visite parentali e colloqui.
Tali decisioni, quindi, si innestano in un sistema carcerario già al collasso: il sovraffollamento è pari al 120%, con punte del 140 % in Lombardia. Appare di tutta evidenza che le misure per contenere l'emergenza Covid -19 siano - ad oggi - assolutamente impraticabili all'interno delle carceri, basti pensare al metro di distanza da mantenere per evitare il contagio; a questo si aggiunge anche la necessaria tutela del personale della polizia penitenziaria, e di operai e impiegati amministrativi.
A questa situazione di sovraffollamento le limitazioni dovute alle misure adottate dal Governo per contenere l'epidemia, fino al prossimo 3 aprile hanno comportato, altresì, che i colloqui in carcere si svolgeranno in video o al telefono, e saranno limitati i permessi e la libertà vigilata, mentre maggiore libertà è stata riconosciuta alla detenzione domiciliare. Ad oggi, e in un momento di piena emergenza sanitaria, l'attuale sistema carcerario presenta il 90,1 % di personale di custodia, mentre la media europea è del 68,6 % [Fonte: Antigone]: negli altri Paesi europei, infatti, è molto più pregnante la presenza di altro tipo di personale, in particolare di educatori professionali, il cui numero è invece ridottissimo nei nostri istituti di pena.
Questo dato ci indica come il nostro sistema carcerario, per quanto il dato costituzionale ci indichi diversamente (la Carta costituzionale all'art. 27 espressamente prevede la funzione rieducativa della pena) sia orientato verso una dimensione custodiale più che, appunto, rieducativa.
A più voci i garanti regionali dei diritti della persona avevano richiamato il senso di responsabilità dei magistrati di sorveglianza, a cui è stato chiesto di applicare in misura maggiore le misure alternative alla detenzione previste dalla legge, in particolare la detenzione domiciliare, che potrebbe contribuire allo sfollamento delle carceri indispensabile nella attuale situazione sanitaria.
I garanti, inoltre, chiedono che presso le case circondariali vengano predisposti i necessari presidi sanitari, a tutela di tutti gli operatori del settore. La gestione dei nuovi ingressi così sarebbe guidata adottando i protocolli sanitari elaborati dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria del Ministero della Salute, nel caso d'ingresso di soggetti risultati positivi al virus, l'ISS dovrà provvedere a porre in isolamento il detenuto, valutando ove possibile anche le misure alternative al carcere di detenzione domiciliare.
Così, il Decreto Cura Italia del 17 marzo 2020 oltre ad aver introdotto misure di sostegno economico per famiglie, lavoratori ed imprese per contrastare gli effetti sull'economia provocati dall'emergenza epidemiologica da Covid-19, dopo le rivolte scoppiate all'interno di numerose carceri italiane a causa dell'emergenza sanitaria ha introdotto disposizione che dovrebbero interessare circa 4000 detenuti, prevedendo la detenzione domiciliare per chi ha meno di 18 mesi di pena da scontare.
In particolare, sino al 30 giugno 2020 potranno ottenere la detenzione domiciliare i detenuti che debbono scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi, il tutto grazie ad una procedura semplificata. Il Consiglio dei Ministri, con una propria nota, ha chiarito le misure contenute all'interno del decreto ed ha stabilito che la misura sarà applicata dal magistrato di sorveglianza, non solo su istanza del detenuto, ma anche per iniziativa del pubblico ministero o della direzione del carcere.
Queste misure - come riferito dall'avvocato Valentina Restaino, portavoce di Mga sindacato nazionale forense - non sono state stabilite in modo uniforme per tutto il territorio nazionale "ma lasciate dal Governo alle decisioni delle singole amministrazioni carcerarie": il sindacato, per ridurre le presenze nelle carceri in tempi di emergenza sanitaria, chiede ad esempio di: sospendere il rientro serale presso l'istituto di detenzione dei semiliberi, di rendere quotidiana la possibilità dei colloqui telefonici dei detenuti con i congiunti; infine chiede altresì di disporre che gli operatori carcerari e gli impiegati la cui attività sia a ciò compatibile proseguano il loro lavoro in modalità smartworking. La questione carceraria in Italia, quindi, continua a ricoprire un ruolo scomodo. Da una parte si sgomberano i parchi e dall'altra prevale l'istinto punitivo. Il contagio è già dentro le carceri.
*Analista giuridico
agi.it, 27 marzo 2020
I sanitari chiedono tamponi e controlli su chi entra e spiegano che, oltre il coronavirus, sono molti i problemi all'interno delle carceri italiane. I medici penitenziari, dopo le rivolte di inizio marzo, tornano a lanciare l'allarme sulla situazione nelle carceri legata al rischio coronavirus e non solo. Le misure prese, come i casi sintomatici dei nuovi ingressi messi in isolamento, i colloqui in modalità telefonica o video e la limitazione di permessi e libertà vigilata, "si sono scontrate con una realtà non semplice", sottolinea il Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria - Simspe, Luciano Lucanìa.
"Gli istituti penitenziari italiani soffrono di problemi cronici che periodicamente vengono affrontati ma non del tutto risolti. Ad oggi rispetto all'effettiva capienza delle carceri, in grado di ospitare intorno ai 51 mila detenuti, i reclusi effettivi sono oltre 60 mila, di cui circa un terzo stranieri".
"Nel sistema carcere - aggiunge - ravviso molta buona volontà, ma assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare l'emergenza coronavirus, già assolutamente gravissima nel contesto nazionale per i suoi riflessi sulla salute generale e sull'economia. Nelle carceri potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata".
"Vi è una perdurante mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale - evidenzia Lucanìa. - Abbiamo fatto numerose segnalazioni: siamo certi che le nostre richieste verranno accolte, ma il problema è sovranazionale. Noi operatori della salute, medici e professionisti sanitari, abbiamo il mandato, che oggi diventa una missione, di tutelare la salute e la vita all'interno del sistema carcere, essendo operatori provenienti dalla sanità pubblica, dalle Aziende Sanitarie del Sistema Sanitario Nazionale. È dall'inizio di questa epidemia che per le carceri si susseguono lettere circolari dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed indicazioni più specificamente sanitarie provenienti dalle sanità regionali e dal Ministero della Salute".
Ad oggi tra i positivi al Covid-19, risulta un numero di 15 detenuti, mentre rimane non conosciuto tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari. "Il carcere è un servizio essenziale e le conseguenze dell'ingresso dell'infezione, anche in una singola sede, possono avere ripercussioni di estrema gravità, non solo per le persone, ma per l'intero sistema - afferma Lucanìa - Credo che dovremmo invocare un forte comportamento pro-attivo e, oltre alle comuni misure di pre-triage. Di concerto con la Sanità territoriale, dovremmo procedere con lo screening dei soggetti che quotidianamente fanno accesso alla struttura penitenziaria e hanno contatti con i detenuti, anche indirettamente".
"Gli screening, nonostante la complessità ed i presumibili costi, devono realizzarsi mediante tamponi naso-faringei da ripetersi in maniera regolare, anche a cadenza settimanale, nelle aree che registrano le maggiori prevalenze di infezione. In questa fase, nell'attesa che le curve epidemiologiche evidenzino sostanziali fasi di regressione, un simile approccio è indispensabile. Inoltre, si devono sviluppare iniziative omogenee fra gli attori del sistema, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e la sanità dei territori".
Non solo Coronavirus, perché come emerso già nel Congresso Simspe di fine 2019, tra i detenuti continuano a prevalere patologie psichiatriche e infettive, la cui gestione e cura costituisce in larga parte l'attività di Simspe. La prevalenza di detenuti HIV positivi è discesa dal 8,1% del 2003 al 1,9% attuale.
"Questi dati - spiega Sergio Babudieri, Direttore Scientifico Simspe - indicano chiaramente che, nonostante i comportamenti a rischio come lo scambio delle siringhe ed i tatuaggi non siano diminuiti, la circolazione di hiv non avviene più perché assente dal sangue dei positivi in terapia antivirale. Questi farmaci non sono in grado di eradicare l'infezione ma solo di bloccarla. Di fatto con l'aderenza alle terapie viene impedita l'infezione di nuovi pazienti".
Risulta poi dai dati ufficiali del Ministero della Giustizia che un terzo della popolazione sia straniera, e, con il collasso di sistemi sanitari esteri, con il movimento delle persone, si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale. Se in Italia tra la popolazione generale si stima un tasso di tubercolosi latenti, cioè di portatori non malati, pari al 1-2%, nelle strutture penitenziarie ne abbiamo rilevati il 25-30%, che aumentano ad oltre il 50% se consideriamo solo la popolazione straniera.
di Marina Lomunno
lavocedeltempo.com, 27 marzo 2020
Sebbene le proteste nelle carceri italiane causate dai provvedimenti restrittivi per l'emergenza coronavirus sembrano per il momento rientrate, non si placa l'apprensione degli operatori e dei reclusi in strutture spesso sottodimensionate e obsolete.
A questo proposito, il Garante dei detenuti della Regione Bruno Mellano con il coordinamento dei garanti dei Comuni piemontesi, ha espresso nei giorni scorsi preoccupazione per la situazione di emergenza causata dal coronavirus nella popolazione carceraria auspicando che al più presto, laddove è possibile si mettano in atto - come è accaduto nel carcere di Rebibbia a Roma - gli arresti domiciliari, provvedimento ancora a rilento per via della carenza dei braccialetti elettronici indispensabili per il controllo dei ristretti.
Dopo il Papa che non manca mai nelle sue preghiere di ricordare i detenuti che in questo tempo di isolamento soffrono l'impossibilità di essere visitati da parenti e volontari, anche il Presidente della Repubblica Mattarella, ringraziando i reclusi delle carceri del Veneto che hanno avviato una raccolta fondi per il reparto di Terapia intensiva dell'ospedale di Mestre, ha inviato una lettera rivolgendosi a tutti i carcerati italiani: "Ho ben presente la difficile situazione delle nostre carceri, sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana e mi adopero, per quanto è nelle mie possibilità, per sollecitare il massimo impegno al fine di migliorare la condizione di tutti i detenuti e del personale della Polizia penitenziaria che lavora con impegno e sacrificio".
Anche nel carcere minorile torinese "Ferrante Aporti", come sottolinea Emma Avezzù, Procuratore per i minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta, in questi giorni difficili i ragazzi reclusi raggiungono la capienza massima dell'Istituto: "L'auspicio" sottolinea il Procuratore "è che si possano mettere in atto per i giovani detenuti definitivi misure alternative come la detenzione domiciliare in modo da alleggerire un momento difficile in cui, a causa dell'emergenza coronavirus, non si possono mettere in atto attività sia dentro che fuori dal carcere".
Stessa preoccupazione espressa dal cappellano del "Ferrante", il salesiano don Domenico Ricca che, a causa dell'impossibilità di ingresso dei volontari, ha dovuto sospendere la Messa quindicinale nella cappella dell'Istituto a cui partecipano regolarmente decine di ragazzi ristretti di tutte le confessioni religiose.
"Il carcere per ora regge grazie a chi lo presidia, allo staff di direzione, agli agenti della Polizia Penitenziaria in continuo contatto con i ragazzi, al personale educativo e di supporto psicologico, ai Servizi Sociali. Siamo rimasti noi. Grazie ai ragazzi, che reggono questo stato di privazione, ma sono troppi, speriamo che con i nuovi decreti alcuni possano trovare altre strade con le misure alternative" spiega don Ricca.
"Dopo l'interruzione della Messa avevo invitato i ragazzi a venire in cappella la domenica per una riflessione quaresimale ma abbiamo dovuto interrompere anche questi incontri per motivi di sicurezza. I giovani mi chiedono un ricordo nella preghiera per loro e le vostre famiglie. Lo faccio ogni mattina nella celebrazione della Messa prima di andare in carcere con la mia comunità religiosa".
Il cappellano ha poi mandato a tutti i detenuti un messaggio: "Sono sempre disponibile per un incontro personale anche solo per condividere una preghiera. Fatemelo sapere tramite solita domandina. Siamo in tempo di Quaresima, ma guardiamo alla Pasqua. Il Signore risorto è il fondamento della nostra speranza. E in questo momento abbiamo bisogno di speranza. Coraggio ragazzi".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 27 marzo 2020
Il virus e le misure di contenimento degli spostamenti ridisegnano la geografia del crimine nel Paese. Mai così pochi furti e rapine, allerta maltrattamenti. Nel Paese chiuso e pressoché immobile causa misure anti coronavirus diminuiscono i reati, com'è naturale che sia. Calano di due terzi, il 64 per cento in meno se si raffrontano i primi 22 giorni di marzo del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Tutti i tipi di reati, a cominciare da quelli "da strada". Tranne per una categoria, che invece si consuma normalmente tra le mura domestiche: i crimini informatici, e in particolare l'adescamento dei minori on line. Sul sito del ministero dell'Interno è comparso un allarme fondato sui dati raccolti dalla Polizia postale, che non si ferma alle denunce (in calo anche su questo fronte) ma si basa su altri sensori; in particolare un monitoraggio del web attraverso algoritmi che consentono di rilevare i traffici che più interessano gli investigatori telematici.
Il risultato è che l'obbligo di restare a casa si trasforma in maggior tempo da trascorrere davanti al computer. E "i pedofili che usano i social network per individuare le vittime, sfruttano l'attitudine dei più giovani a "postare" larga parte della loro vita pubblica e privata, fornendo così agli adescatori tutta una serie di dati preziosi. Servizi come WhatsApp, Snapchat, Telegram e quelli di messaggistica istantanea vengono scelti dai pedofili on line come territori di "caccia" dove tentare l'aggancio delle potenziali vittime, privilegiando quei social network che rendono tecnicamente più difficile l'identificazione dei "predatori".
Anche i tentativi di truffa telematica sono in aumento, proprio nel tentativo di sfruttare l'emergenza: "False raccolta fondi, siti civetta per la vendita di mascherine e prodotti igienizzanti per le mani, oppure la vendita a prezzi aumentati anche del 5000 per cento". Attraverso messaggi ben confezionati vengono indicati Iban truffaldini dove inviare soldi, o finti messaggi dell'Organizzazioni mondiale della sanità sui dati della diffusione del coronavirus, che una volta aperti scaricano malware in grado di prelevare dati sensibili come quelli delle carte di credito; oppure di rubare i dati di studi professionali per i quali si chiede un immediato pagamento del riscatto in bitcoin.
"Bisogna fare grande attenzione - avverte Nunzia Ciardi, dirigente della Polizia postale e delle comunicazioni - perché ormai queste truffe sono confezionate in maniera efficace e suggestiva, e anche tra le persone più avvedute è facile cadere nella trappola. Occorre diffidare della propaganda digitale, e verificare sempre ogni informazione che rimanda a raccolte fondi o comunicazioni ufficiali controllando sempre sui siti istituzionali". Come quelli informatici, ci sono altri tipi di reati rispetto ai quali al calo delle denunce certificato dal Viminale non corrisponde - probabilmente - una diminuzione nella realtà. È il caso dei maltrattamenti in famiglia, che registrano una riduzione del 43,6 per cento (dunque inferiore alla media generale), ma l'obbligo di rimanere a casa, o di tornarci dopo essersi rivolti a polizia o carabinieri, non facilita l'emersione di queste situazioni. Che anzi potrebbero aumentare in virtù della convivenza forzata.
Per altre categorie di crimini, invece, la riduzione è reale, a partire dagli omicidi (- 65 per cento), i furti (-67,4 per cento, quelli in abitazione -72,5) e le rapine (54,4 per cento). Tuttavia i furti e le rapine nelle farmacie sono tra i reati che calano meno (rispettivamente -13,8 e -24,6 per cento). Analizzando la realtà delle singole regioni si scopre che tra quelle dove si registra il maggior calo di reati ci sono Lombardia e Veneto, dove le limitazioni alla circolazione sono entrate in vigore prima che altrove; ciò nonostante la Lombardia resta la regione dove sono stati commessi più reati, anche in tempi di riduzione causa virus.
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