veneziatoday.it, 29 marzo 2020
L'appello della Funzione Pubblica Cgil veneziana: "Tamponi estesi, mascherine adeguate, visiere e il camice. Sveltire le procedure di trasferimento agli arresti domiciliari.
Armi spuntate quelle della polizia penitenziaria per combattere la guerra contro il coronavirus. Lo dice in una lettera il sindacato Fp Cgil veneziano, lanciando un appello affinché i poliziotti in servizio al carcere Santa Maria Maggiore vengano dotati di dispositivi di protezione uguali a quelli del personale della sanità. "Mascherine, ma non quelle chirurgiche, guanti, visiera, come nei reparti più a rischio, e un camice da indossare sopra la divisa e da gettare alla fine del servizio. Solo così si garantisce la sicurezza di chi lavora e di chi è detenuto".
Questo è tanto più vero, spiega il sindacato, nel caso dei trasferimenti delle persone in reclusione. È chiaro che tutto avviene nel rispetto delle precauzioni. E che le persone che passano da una casa di reclusione a un'altra vengono sottoposte a tampone e restano, in attesa di esito, in un ambito differenziato rispetto a quello degli altri detenuti. "Perché - chiede il sindacato - non estendere il tampone a tutti gli agenti? Non può esserci improvvisazione nella gestione di questa emergenza".
Il personale penitenziario che presta servizio nei reparti diversificati, dove ci sono le persone in quarantena, "deve essere dotato di mascherine FFP2, non della classica mascherina chirurgica. Non lo diciamo noi, ma il capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria", aggiunge il sindacato. Questa situazione sta creando preoccupazione in una condizione straordinaria come quella attuale.
È impossibile gestire il funzionamento di una struttura così complessa senza le misure adeguate, che per lo meno riducano lo stress e la tensione presente nelle case di reclusione, che si aggiungono alla carenza di organico. "Siano più rapide e più numerose - infine dice il sindacato - le procedure di trasferimento agli arresti domiciliari dei detenuti che hanno pene fino a un anno al massimo da scontare". Anche questo aiuterebbe".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 29 marzo 2020
Innesco accidentale. Distrutti gli uffici dei gip e la cancelleria centrale. Nessun ferito. Mancano solo le cavallette ormai. E poi - dopo l'incendio che ieri all'alba ha reso inagibili tre piani su sette - il Palazzo di giustizia di Milano, già alle prese con il Covid-19 come ogni lembo di Paese, le avrà viste tutte: falle nei metal detector quando un imputato sparò a morte a un avvocato e a un giudice e a un coimputato, l'arresto per contiguità mafiose del titolare di una società di vigilantes del tribunale, pluriennali negligenze sui parapetti culminate nella caduta dalle scale di un avvocato rimasto paralizzato, da un mese la contabilità dei giudici o cancellieri positivi al virus e i relativi salti mortali per assicurare almeno i servizi essenziali, magistrati issati su una gru a San Vittore per cercare di raffreddare una rivolta di detenuti, e adesso appunto il rogo.
Che, per cause accidentali ancora da chiarire, prende a serpeggiare forse già di notte al VII dei sette piani (dove lavorano i giudici delle indagini preliminari e il Tribunale di Sorveglianza), incenerisce all'alba la cancelleria centrale Gip oltre al Punto informativo per il pubblico, e "gassa" l'antistante ala dei giudici di sorveglianza.
Quello che non fa in tempo a fare il fuoco, soffocato a fatica da tre ore di gran lavoro di sette automezzi e due scale dei pompieri, finisce di farlo l'acqua nei tre piani posticci, sopraelevati decenni fa con materiali approssimativi: acqua che non solo infradicia i fascicoli nella parte inferiore degli armadi del Tribunale di Sorveglianza, ma allaga i sottostanti VI e V piano dove lavorano i pm del pool Antimafia e alcuni giudici civili.
L'acqua percola sino ad alcune zone del IV piano della Procura, dove si staccano controsoffitti di cartongesso vicini agli uffici di due procuratori aggiunti. "Al momento non ci sono evidenze diverse da un fatto accidentale, ma è stato un incendio violentissimo", rileva il pm Alberto Nobili, accorso sul posto, mentre il presidente gip Aurelio Barazzetta constata "un danno importante, la cancelleria centrale è distrutta".
"Tutto allagato, tutto buio, abbiamo dovuto inoltrare gli atti urgenti a Pavia, stavamo già dando risposte oltre le nostre forze e ora i nostri uffici sono chiusi", non crede ai propri occhi Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza. Per ora sono inagibili VII, VI e parte del V piano, poi occorrerà verificare tre tipi di danni: ai fascicoli (quanti andati persi e se recuperatili da versioni informatiche), alla staticità delle strutture, e alla utilizzabilità o meno dell'impianto elettrico. Al momento sono state recuperate in qualche modo 8 stanze al IV piano per sistemarvi i primi "esuli" in via di sgombero.
Ai vertici giudiziari arriva la telefonata del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ringrazia il personale per il "puro ed encomiabile spirito di servizio" che va "oltre quello che è dovuto allo Stato", aggiungendo che "è giusto che i cittadini sappiano che il ministero sta dando e darà tutto il sostegno possibile".
"Non può tacersi - osservava appena lo scorso primo febbraio all'Anno giudiziario la presidente della Corte d'Appello, Marina Tavas si - dei gravissimi ritardi con i quali il ministero della Giustizia risponde alle richieste urgenti reiterate insistentemente" per "molti interventi di adeguamento rispetto alle norme sulla sicurezza sul lavoro", tra i quali proprio "il rifacimento del sistema antincendio del Palazzo, non funzionale e necessitante di integrale ristrutturazione".
di Salvatore Porcaro
napolimonitor.it, 29 marzo 2020
In queste giornate, cupe e desolanti, continuo a ripensare alla protesta nel carcere di San Vittore, in particolare a due immagini che col passare del tempo invece di rarefarsi diventano sempre più nitide ed eloquenti. La prima ha come protagonista una bambina, probabilmente la figlia di un detenuto, che gioca nei giardinetti di piazzale Aquilea.
Siamo in viale di Porta Vercellina, in una zona centrale di Milano, dove termina uno dei bracci della Casa circondariale di San Vittore, una struttura costruita alla fine dell'Ottocento secondo il modello del panopticon con una torre centrale e sei raggi ciascuno di tre piani.
La rivolta è iniziata da qualche ora, le strade che circondano il carcere sono state chiuse al traffico dalla polizia, che ora presidia la zona, mentre all'esterno delle mura si sono raggruppate alcune persone. Ci sono giornalisti che riprendono e commentano la protesta in diretta, un gruppo di anarchici che sta organizzando un presidio, familiari o amici dei detenuti che dalla strada cercano di comunicare con chi è all'interno della struttura.
Al termine del braccio che affaccia su piazzale Aquilea ci sono tre finestre, strette e alte, alle quali è appeso un lenzuolo con la scritta "Libertà". Dietro le finestre, nell'oscurità che contrasta con la luce del giorno, si percepiscono appena alcune figure umane. La loro voce al contrario ci arriva chiara e forte. "Vai a casa!", urla un detenuto. "Mo' vado", gli risponde una giovane donna. "Libertà, libertà!" grida un altro.
"Libertà, libertà", gli fa eco la voce esile di una bambina. E poi di nuovo: "Libertà, libertà", ripete quella stessa voce con un tono sempre più sfumato e distaccato. Mi volto per capire chi pronuncia quei suoni simili a una preghiera, e nel farlo mi immagino di vedere una bambina che stringe la mano della mamma, con il volto triste rivolto a quelle finestre che incombono sulla strada, e invece scopro che a emetterli è una bambina che gioca da sola nel piccolo giardino dando le spalle al carcere e a tutto quello che le sta accadendo intorno.
La seconda scena si svolge a poche centinaia di metri dalla prima. Siamo davanti a un altro braccio del carcere di San Vittore, quello che affaccia su via Gian Battista Vico. Qui alcuni detenuti sono riusciti a salire sul tetto, e ora sono pacificamente seduti sul colmo. Sotto di loro, ma al di fuori delle mura, la polizia in tenuta antisommossa si è disposta davanti a un accesso della Casa Circondariale.
Poco distante, gli anarchici gridano: "Fuoco, fuoco alle galere! Tutti liberi, tutte libere!". Intorno a loro, giornalisti, fotografi e videomaker documentano quello che sta accadendo. Alla protesta assistono in silenzio alcuni familiari dei detenuti. Dal basso guardo i movimenti dei detenuti sul tetto, osservo i volti parzialmente coperti, ascoltando distrattamente le cronache dei giornalisti e le domande che alcuni manifestanti rivolgono ai detenuti con un megafono.
Poi i ragazzi sul tetto, come se fossero appagati da quel momento di libertà, ci salutano e in fila indiana si allontanano uno alla volta. Sembra la conclusione della rivolta, invece, inaspettatamente, uno di loro torna indietro, si sporge verso di noi, allarga le braccia, porta il petto all'infuori e con tutta le energie che ha grida disperatamente: "Aiuto! Aiuto! Aiuto!".
Qualche giorno dopo la rivolta incontro Ileana Montagnini, responsabile area carcere della Fondazione Caritas Ambrosiana, che da molti anni segue percorsi di reinserimento sociale di persone in esecuzione penale esterna.
"Il carcere convince un po' tutti - mi confida - forse perché l'idea di prendere, chiudere e isolare parla alla pancia delle persone. Eppure così com'è non funziona. In Italia abbiamo una recidiva che sfiora il settanta per cento e ci sono organismi come Antigone, come la Conferenza nazionale volontariato e giustizia che denunciano sistematicamente il mancato rispetto dell'art. 27 della Costituzione, che parla di esecuzione penale in termini di rieducazione.
Già è difficile usare la parola "rieducazione" con gli adulti, però se ci atteniamo al testo costituzionale, noi dovremmo avere delle strutture volte a questo scopo. Invece, a noi sembra che le condizioni di sovraffollamento, di precarietà e di carcere vissuto come discarica sociale non rispettino questo articolo. Al contrario ci sembra che funzioni meglio l'esecuzione penale esterna.
Sulla quale però non ce la sentiamo di dire che la recidiva crolla al venti per cento, perché è un dato che si basa su un campione per il momento poco rappresentativo, quello di coloro che accedono alla misura alternativa. Quindi è vero che la recidiva crolla, però sarebbe più corretto fare degli studi su campioni più vasti".
In Italia, aggiunge, ci sono circa 67 mila persone che eseguono la pena intra-moenia, cioè all'interno di strutture circondariali o penali, e 45 mila che eseguono la pena extra-moenia. I progetti della Caritas si rivolgono soprattutto a questi ultimi, cioè a chi è fuori dal carcere o chi ha diritto a uscire ma, per mancanza di requisiti sociali, resta all'interno delle strutture penitenziarie. Sono gli educatori, i cappellani e i volontari che segnalano alla Caritas le persone che possono accedere ai progetti esterni, abitativi o di orientamento al lavoro.
L'accesso alle misure alternative è fortemente legato a condizioni sociali, come per esempio la presenza di un'abitazione idonea per richiedere la detenzione domiciliare. Per questo la Caritas mette a disposizione una rete di appartamenti, dando la possibilità di usufruire di una comunità per gli arresti domiciliari e offrendo un servizio di orientamento al lavoro.
"Tante persone in carcere - continua Montagnini - azzardo una cifra, il trenta per cento, hanno problemi di natura psicologica o psichiatrica, un altro trenta per cento è costituito da persone dipendenti da sostanze, alcol o comportamenti. Un numero crescente è costituito da persone straniere prive di mezzi. Non tanto perché le persone straniere commettono più reati, le statistiche dimostrano il contrario, quanto perché le condizioni di precarietà dovute alla criminalizzazione del fenomeno migratorio, hanno creato un substrato favorevole alla commissione di reati.
Tutte queste categorie hanno poco a che fare con quello di cui dovrebbe occuparsi il carcere, cioè la delinquenza. In più di dieci anni di esperienza ho incontrato principalmente poveri, malati, persone ignoranti - nel senso che ignoravano anche i propri diritti - persone con problemi di dipendenza, persone senza reti. E queste non mi sembrano che siano le categorie che studiano i criminologi. Almeno, non è quello che ho studiato io".
Queste condizioni di inadeguatezza per alcuni istituti e indecorose per altri, hanno fatto sì che in un momento di emergenza come quello che stiamo vivendo non ci fosse uno spazio per il dialogo e che le preoccupazioni delle persone in carcere - alimentate dall'unica fonte di informazione che hanno: la tv - sfociassero in rivolte.
A San Vittore, racconta Montagnini, circa quindici giorni fa, per evitare contagi da coronavirus, gli ingressi sono stati fortemente contingentati, così come in altri istituti lombardi e poi italiani; dopo pochi giorni, per gli stessi motivi i colloqui con i familiari sono stati sospesi, e tutte le attività sociali, come la scuola, sono state interrotte.
Queste restrizioni hanno fatto crescere ansia e tensione fino all'esplosione di giorni scorsi. "Se si toglie un beneficio così importante - dice Montagnini - come quello di vedere i propri familiari, è chiaro che si innesca una miccia, che va spenta con il dialogo ma anche con la concessione delle misure ordinarie, non solamente quelle straordinarie, che già si possono mettere in campo.
Più di un anno fa, per esempio, il Dipartimento di amministrazione penitenziaria ha emesso una circolare in cui concede la possibilità di effettuare videochiamate tramite Skype e gli istituti si devono attrezzare per poterle garantire. A San Vittore l'accesso alle telefonate per tutti è stata un'assicurazione che ha fatto rapidamente placare l'ansia".
"È naturale - aggiunge infine - che in questi momenti di crisi si avanzino delle richieste particolari. Ma non ci dovrebbe essere bisogno di questi momenti per chiedere misure di riduzione del sovraffollamento delle carceri. Oggi in Italia ci sono 17 mila detenuti sotto i due anni di pena che potrebbero essere tutti fuori dagli istituti, questo lo dice la legge, non lo dice la Caritas, non lo dicono le associazioni".
di Rossella Grasso
Il Riformista, 29 marzo 2020
"Poggioreale è una potenziale bomba a orologeria solo se succedesse un caso di Coronavirus all'interno. Sono 2.000 detenuti stipati in celle a 9 o a 10 persone. Non è immaginabile cosa potrebbe succedere se scoppiasse il virus".
Così, Pietro Ioia, garante dei detenuti di Napoli, ha espresso le preoccupazioni sue e dei detenuti di uno delle carceri più grandi e affollate d'Italia. Il garante, accompagnato dalla sua collaboratrice Sarah Meraviglia, ha fatto una lunga visita presso la Casa circondariale "G. Salvia" di Napoli Poggioreale per incontrare il Direttore dell'Istituto, Carlo Berdini, e i delegati dei detenuti ristretti al fine di monitorare l'impatto e le ripercussioni dello stato d'emergenza sulle condizioni di vita e di salute dei detenuti.
Una visita durata sette ore di colloqui con le delegazioni rappresentanti ciascuno degli undici reparti dell'istituto che hanno portato all'attenzione del Garante le preoccupazioni della popolazione ristretta circa l'emergenza sanitaria che tutti stanno vivendo in queste ore. Numerosissimi detenuti hanno richiesto a gran voce la possibilità di donare il proprio sangue, effettuare donazioni in danaro o contribuire alla fabbricazione di mascherine sanitarie.
Inoltre hanno mostrato consapevolezza circa la necessità delle misure governative anti-contagio in seguito alle quali sono stati sospesi i colloqui con i familiari fino a data da destinarsi. Hanno condannato l'uso improprio della forza da parte di quei detenuti che lo scorso 8 marzo hanno provocato tramite azioni violente danni da oltre un milione di euro.
Ai detenuti è stata data la possibilità di continuare ad avere contatti con i propri cari attraverso due videochiamate a settimana della durata di 10-15 minuti. Tra le principali problematiche di cui si farà carico il Garante figura la questione relativa alla gestione della procedura che assicura il recapito ai familiari dei pacchi dei detenuti in uscita dall'istituto. Secondo quanto riportato da Ioia, il nuovo direttore Carlo Berdini si è dimostrato determinato nell'ascoltare le istanze e le preoccupazioni dei detenuti. Oltre a mettere in atto una serie di misure di prima necessità quali la fornitura di detergenti disinfettanti per l'igiene all'interno delle celle nonché l'acquisto di mascherine e di guanti per il personale della polizia penitenziaria (potenziale vettore per il contagio avendo contatti costanti con l'esterno), la direzione ha reso possibile l'installazione di uno scanner termico all'ingresso dell'istituto, a tutela dei detenuti e di tutto il personale.
Il Garante ha voluto anche rassicurare i familiari dei detenuti circa l'espletamento all'interno della struttura dei protocolli ASL di contenimento del contagio (come il triage per i nuovi giunti) nonché la predisposizione di un reparto intero attualmente non ospitante detenuti in vista di eventuali futuri casi di sospetto coronavirus. Il Garante si unisce alla popolazione detenuta tutta nel rivolgere un appello alla Magistratura di Sorveglianza affinché vengano velocizzate le procedure per la concessione di misure alternative al fine di ridurre le presenze.
di Fabio Mandato
paroladivita.org, 29 marzo 2020
Il garante Siviglia: la situazione nelle carceri calabresi in questo momento è sotto controllo. Non c'é nessun contagio e anzi alcuni problemi di assistenza sanitaria si stanno risolvendo.
"In considerazione dell'emergenza coronavirus, le detenute del carcere S. Pietro di Reggio Calabria hanno dato disponibilità a cucire delle mascherine, intanto ad uso interno, per quanto riguarda gli stessi detenuti, la polizia penitenziaria, i medici e gli infermieri che lavorano in carcere in tutti gli istituti penitenziari della Calabria ed eventualmente per i cittadini".
È quanto spiegato da Agostino Siviglia, garante dei detenuti della Calabria. Un'iniziativa che nasce dai magistrati di Area democratica per la giustizia di Reggio Calabria grazie al progetto 'Ricuciamo', "che avevamo iniziato lo scorso anno facendo cucire alle donne detenute le pettorine sia per gli avvocati che per i magistrati per le udienze". Le detenute del carcere reggino, ormai in possesso di una professionalità che merita di essere valorizzata, riescono a realizzare 250 mascherine al giorno - spiega Siviglia.
Considerando che negli istituti penitenziari della Calabria ci sono più di 2000 detenuti, l'obiettivo è quello di fare fronte anzitutto a alle esigenze interne. Man mano le mascherine potrebbero essere anche esternalizzate". Il tessuto acquistato da Area Democratica "è quello indicato dall'Istituto Superiore di Sanità. L'amministrazione penitenziaria ha comprato gli elastici e quanto mancava, quindi tutto è fatto secondo le prescrizioni".
Relativamente alla situazione nelle carceri calabresi, Siviglia evidenzia che "in questo momento la situazione è sotto controllo, nel senso che non ci sono stati episodi di rivolta come negli altri istituti italiani nelle settimane scorse; i detenuti hanno compreso il grave momento di difficoltà per tutti, anche l'impossibilità di visite da parte dei familiari, dimostrando un grande senso di responsabilità". "Non c'è al momento in Calabria nessun contagio - sottolinea il garante - ed anzi qualche problematica che c'era di assistenza sanitaria, ad esempio nel carcere di Arghillà, si stanno risolvendo. Infatti mancavano gli infermieri e li stanno reclutando con l'Asp provinciale".
di Loredana Lombardo
ilcapoluogo.it, 29 marzo 2020
Centralino staccato e nessuna notizia dei detenuti reclusi nel carcere teramano di Castrogno. Da giorni alcuni congiunti di persone detenute nel carcere teramano di Castrogno non riescono a mettersi in contatto con i propri cari dopo che sono state sospese le visite e i permessi a causa dell'emergenza Coronavirus.
La segnalazione arriva al Capoluogo da alcuni aquilani che non riescono ad avere notizie dei propri cari che si trovano reclusi nel carcere di Castrogno. La redazione ha provato a contattare direttamente il centralino del carcere di Castrogno al numero 0861/414777 ed effettivamente non è possibile prendere la linea; il numero sembra staccato.
Il decreto del governo emanato per arginare la diffusione del Coronavirus dispone che fino al 3 aprile per alzare il livello di guardia anche in tutte le carceri italiane, i colloqui potranno avvenire solo tramite video o al telefono, così come sono stati sospesi i permessi e la libertà vigilata. Anche in questo caso, in base a quanto riferito alla redazione, non è stato possibile mettersi in contatto con il carcere di Castrogno nemmeno tramite Skype e effettuare quindi i colloqui con le modalità emergenziali previste dal decreto.
Il Capoluogo ha sentito l'avvocato aquilano Vincenzo Calderoni che difende una persona che attualmente si trova reclusa in carcere a Castrogno. L'avvocato calderoni ha riferito di aver visitato il detenuto in carcere la scorsa settimana e di aver sentito in questi giorni i parenti del suo assistito, preoccupati, perché non hanno notizie del proprio congiunto e non riescono a mettersi in contatto.
L'avvocato ha contattato allora Gianmarco Cifaldi, Garante per i diritti delle persone detenute in Abruzzo per avere delucidazioni in merito. Il dottor Cifaldi ha risposto di inviare una mail all'indirizzo istituzionale per sottoporre la questione. L'avvocato ha già provveduto a inoltrarla ma ancora non ha ricevuto risposta. Auspichiamo che in un momento così delicato, la nostra civiltà non si dimentichi che anche i detenuti hanno dei diritti e che soprattutto vanno rispettati soprattutto nei momenti difficili come l'attuale", è il commento dell'avvocato Calderoni rilasciato al Capoluogo.
La sospensione dei colloqui e dei permessi ha reso la situazione nelle carceri italiane incandescente; sono diverse le proteste e le rivolte scoppiate in queste ultime settimane nelle carceri da Nord a Sud del Paese, in alcuni casi molto affollate. Anche nel carcere di Castrogno, nelle scorse settimane i detenuti hanno protestato dopo le restrizioni imposte a causa dell'emergenza Coronavirus.
Ci sono state rivolte nella sezione detenuti comuni della struttura (430 contro i 250 previsti), tanto che la voce dei detenuti è stata sentita anche a distanza, con le suppellettili battute contro le inferriate delle celle. Anche le detenute della sezione femminile di Castrogno si sono fatte sentire dando alle fiamme cartoni e un materasso. La protesta è stata poi contenuta dal personale di polizia penitenziaria che è riuscito a convincere i reclusi (soprattutto quelli della sezione Alto rischio) a rientrare nelle stanze.
torinotoday.it, 29 marzo 2020
Nella tarda mattinata e nel primo pomeriggio di sabato 28 marzo, due detenuti al carcere Lorusso e Cutugno, riscontrati positivi al tampone da Covid-19, sono stati ammessi alla detenzione domiciliare mediante accompagnamento con automezzi e personale del Corpo di Polizia Penitenziaria.
A darne notizia l'Osapp (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria) per voce del segretario generale Leo Beneduci che aggiunge. "Nel merito dell'iniziativa preoccupa fortemente la scelta di adibire al trasporto di soggetti positivi al contagio da Covid-19 automezzi e personale di Polizia Penitenziaria come se si trattasse di una operazione attuata in condizioni normali che invece, in questo momento non sussistono".
"Soprattutto - indica ancora il leader dell'Osapp - oltre all'impiego di automezzi di cui non si è certi che sarà effettuata l'idonea sanificazione, desta non poca perplessità il fatto che pur conoscendo da un lato, l'insufficiente dotazione di dispositivi di protezione individuale e dall'altro il fatto che durante tali operazioni naturalmente non si rispetti la distanza di oltre un metro tra i soggetti, si sia scelto di adottare tali modalità e non l'utilizzo di ambulanze e personale sanitario.
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 29 marzo 2020
Almeno una cinquantina gli agenti in malattia con febbre. La denuncia del sindacato Ciisa: "Non rispettate le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro". Una dottoressa dei servizi sanitari all'interno del carcere Don Bosco e due agenti della polizia penitenziaria sono risultati positivi al coronavirus. Per un agente, di 45 anni, è stato necessario il ricovero.
Le sue condizioni sono stabili. Gli altri due contagiati sono seguiti a domicilio. Come conseguenze collaterali all'ingresso del virus nel carcere ci sono quasi una cinquantina di poliziotti con febbre e in malattia. Una situazione che rischia di innescare un effetto dominio capace di trasformare il Don Bosco in un fronte sanitario. Romeo Chierchia, segretario della Ciisa penitenziaria, denuncia i ritardi con cui è stata affrontata l'emergenza.
"L'utilizzo improvviso dei dispositivi di protezione personali dal 21 marzo solo per gli operatori sanitari, ci aveva insospettito circa il fatto che l'area sanitaria Asl e la direzione fossero a conoscenza dell'esito del test della dottoressa, classe 1958, risultata positiva al Covid-19 - afferma.
Tenere nascosta una notizia per la tutela alla salute pubblica, è gravissimo, dal momento che non sono stati predisposte le misure previste dalla norma Covid-19. Per chi ha lavorato in stretto contatto deve essere messo in quarantena, provvedere alla sanificazione degli ambienti di lavoro. Intanto tutto è taciuto. Ma non c'è l'obbligo del datore di lavoro di predisporre tutte le misure necessarie a garantire l'integrità fisica e la personalità morale dei propri dipendenti?" Il sindacalista annuncia l'ipotesi di una denuncia per lesioni personali gravi/gravissime "aggravate dalla violazione delle norme antinfortunistiche qualora non siano state adottate le misure necessarie a prevenire il rischio di contagio dei lavoratori, cagionando la malattia o la morte del lavoratore". Gli agenti si ammalano con una frequenza ormai quotidiana.
Dall'inizio della prossima settimana inizierà un controllo attraverso i tamponi per tutto il personale del Don Bosco. La Ciisa proclama lo stato di agitazione del personale di polizia penitenziaria non escludendo di arrivare allo "sciopero bianco" ad oltranza. "Un'altra cosa che non va bene sono i colloqui con l'accesso dei familiari dei detenuti - riprende il sindacalista -. Si permettono ingressi che in questo momento sono inopportuni".
di Alessandra Coppola
Corriere della Sera, 29 marzo 2020
Lo stato d'emergenza è da sempre l'alibi perfetto per i delitti contro la libertà. Il peggio, in questi tempi di quarantena, è per chi si muove in spazi stretti, dove già si respirava poca libertà: lo stato d'emergenza è da sempre l'alibi perfetto per i delitti del leader autoritario (o del politico che aspira a diventarlo).
Non è necessario attraversare i Continenti, l'ha raccontato sul Corriere di mercoledì Paolo Valentino: il premier ungherese Viktor Orbán ha presentato un disegno di legge che di fatto gli consentirà di esautorare il Parlamento, in una condizione d'allerta indeterminata. Non è passato ancora, ma questa settimana i voti dovrebbero essere sufficienti per stravolgere la democrazia a Budapest e permettere al capo di governare per decreto. "Emergenza coronavirus" e da settimane in Egitto non viene fissata un'udienza; pertanto lo studente di Bologna, Patrick Zaki, resta in carcerazione preventiva al Cairo.
Allo stesso modo e con la stessa motivazione, in Arabia Saudita è stato posticipato a data da destinarsi il processo che Loujain Alhathloul attende da due anni in prigione, per aver infranto (appena prima che fosse abrogata) la legge che impediva alle donne di guidare: ne ha scritto Viviana Mazza. Il mondo è concentrato sulla pandemia e la polizia algerina arresta l'attivista e presentatore tv Khaled Drareni, che ha raccontato i mesi di "hirak", di protesta, e ora è accusato di "attentato all'integrità del territorio nazionale". Scendere in piazza non si può più, è evidente: che ne sarà delle primavere che stavano appena rifiorendo?
C'è il pericolo di contagio, il primo ministro Narendra Modi ha gioco facile a proibire a New Delhi la marcia che da dicembre lo sfida, contestando la discriminazione dei musulmani in India. Di questi tempi, si cita spesso "Cecità" di José Saramago, un contagio bianco che appannava la vista e imbestialiva gli uomini. Ecco: stiamo in allerta, tenendo gli occhi aperti sul morbo ma anche sulla violazione dei diritti fondamentali che rischia ugualmente di aggravarsi.
di Alessandro Gilioli
L'Espresso, 29 marzo 2020
Il sindaco di Nembro, ieri sera, spiegava a Radio Popolare che i numeri ufficiali sui deceduti di Covid-19 nel suo comune sono tutti falsi: "Bisognerebbe almeno moltiplicarli per quattro. La maggior parte sono morti nelle loro case o nella residenza per anziani. Poi non li hanno nemmeno tamponati. Quindi non risultano alle statistiche".
È esattamente la stessa cosa che mi diceva l'altro giorno Elena Testi, la brava collega che scriverà da Bergamo sul prossimo numero dell'Espresso: "Quando si parla dei numeri ufficiali qui tutti mi spiegano che non significano niente. C'è molta gente che muore a casa e gli ospedali non impegnano certo le macchine per fare i tamponi a chi è già morto. Quindi nessuno di loro compare nei dati".
Lo stesso sindaco Giorgio Gori, seppure con toni meno diretti, ha detto cose simili: nella mia città i conti non tornano. Ieri alla conferenza stampa della Protezione civile un collega (chiedo scusa se non ricordo chi) ha fatto proprio questa domanda ad Agostino Miozzo, il dirigente della protezione Civile che sostituiva Borrelli: avete idea di quanta gente muore in casa? Non ha avuta alcuna risposta. Nessuna. Miozzo ha replicato parlando d'altro, mascherine, furbetti, ciclisti, le solite cose.
Il che forse pone anche questioni di altro tipo, cioè che senso ha fare conferenze stampa se poi non si risponde alle domande, a questa come ad altre poste dai colleghi più svegli (ad esempio, senza ottenere risposta è stato chiesto: perché Nembro e Alzano non sono stati dichiarati zone rosse come Codogno? Ha inciso o no quella mancata decisione sull'attuale mattanza di Bergamo e provincia? Quanti sono i cittadini stranieri e gli immigrati contagiati? Ha funzionato l'autoisolamento della comunità cinese a Prato o è una fake?). Se quelli della Protezione civile incontrano i giornalisti per non rispondere, ci mandino un video su Facebook come tutti gli altri e chiudiamo la finzione.
Ma il punto non è nemmeno questo. Il punto è quello dei numeri quotidiani, a cui siamo tutti attaccati per capire se possiamo sperare o no. Ed è ormai evidente che questi numeri sono, se non del tutto falsi, comunque molto, molto, molto approssimativi. Le cifre sui morti, appunto, nascondono chi se n'è andato in casa.
Quanto ai numeri quotidiani dei contagiati, quelli che ossessivamente guardiamo tutti alle sei del pomeriggio, dipendono da almeno due varianti: la quantità di tamponi effettuati e la tempistica con cui vengono forniti i risultati dai diversi laboratori. Che a volte rallentano, a volte invece si accavallano. Quindi questo stillicidio quotidiano di cifre non ha alcun valore reale. "Ci sono fluttuazioni dovute al caso", spiega oggi a Repubblica Vittorio Demicheli, epidemiologo della task force lombarda in campo contro il virus.
Ma sul numero dei contagiati c'è anche una terza variabile, forse più sottovalutata. E cioè che - come testimoniano i medici di famiglia - ci sono tantissime persone che restano a casa, con tosse e sintomi da Coronavirus, ma che non hanno abbastanza febbre o ipossia da essere ricoverati, quindi nemmeno tamponati. I loro medici di famiglia li curano come possono, con Tachipirina o altro. Sono contagiati fantasma, fuori dai numeri delle sei di sera. Del resto ce lo aveva già rivelato Borrelli, che le cifre dei contagiati erano false, quando l'altro giorno ha ammesso che "è verosimile il rapporto uno a dieci tra contagiati ufficiali e quelli veri".
Insomma, siamo tutti attaccati quotidianamente a numeri che sono, diciamo così, molto approssimativi. O più semplicemente farlocchi, almeno nel day-by-day. Eppure siamo tutti lì a studiarne le varianti anche minime, oggi più cento, ieri meno trenta, stasera va un po' meglio, stasera va un po' peggio.
Che dire, che fare, allora? L'ideale sarebbe non guardarli ogni pomeriggio, staccarsi da questa tortura quotidiana per almeno una settimana: magari dopo un po' di giorni le cifre hanno un po' più senso, come tendenza, come curva. Lo dice, in linguaggio più tecnico, sempre Demicheli: "I numeri vanno letti per la tendenza e non per i valori puntuali".
Guardando più a ritroso, la settimana scorsa, si vede ad esempio che in Lombardia la percentuale dei contagiati aumentava ogni giorno a doppia cifra, adesso no, siamo tra il più 7,9 per cento di ieri e il più 5,4 di mercoledì.
In sintesi nasce come una bella idea, questa conferenza stampa quotidiana: nasce come un esercizio di trasparenza e di confronto tra istituzioni e media-cittadini in un momento di emergenza. Ma è diventata un'altra cosa, un esercizio di reticenze, di mezze bugie e soprattutto di numeri sbilenchi.
Colpa di nessuno, probabilmente: le cose vanno in modo inaspettato quando accadono catastrofi così inaspettate. Dovremmo staccarci, da quel rito quotidiano, soprattutto dal suo sciorinamento di cifre ballerine. Ma è difficile, e non ce la faccio neppure io, s'intende: ogni sera, alle sei, come a prendere una droga che sai che ti fa male ma di cui non riesci a fare a meno.









