La Nuova Venezia, 23 febbraio 2020
Le carceri venete scoppiano di detenuti: non è novità di questi mesi, ma una situazione di grave difficoltà che è stata sottolineata dalla presidente della Corte d'Appello Ines Maria Luisa Marini, anche nel corso della recente cerimonia di apertura dell'anno giudiziario.
Nelle nove carceri venete, solo la Casa di reclusione femminile della Giudecca (con una presenza media di 92 detenute, su una capienza massima di 115 posti) e la casa circondariale di Rovigo non segnalano difficoltà in relazione al numero di detenuti. Tutt'altra la situazione a Santa Maria Maggiore, dove a fronte di una capienza regolamentare di 159 posti e di una capienza "tollerabile" pari a 239 (con il moltiplicarsi dei letti in cella), si registra una media di 263 detenuti. A dicembre un uomo si è tolto la vita. I dati forniti dal Tribunale di Sorveglianza - relativi al periodo tra il luglio del 2018 e giugno 2019 - segnalano però anche ben 11 casi di suicidio sventati dagli agenti penitenziari del carcere di Venezia e 84 atti di autolesionismo.
Anche a Treviso, la situazione è pesante: a fronte di una capienza regolamentare di 141 posti, a giugno 2019 erano ben 213 i detenuti. Nel corso dell'ultimo anno, si sono contati un tentativo di suicidio e 44 atti di autolesionismo. La quotidianità più drammatica alla Casa Circondariale di Verona: 335 posti e una media di 527 detenuti, con ben tre casi di suicidio, 35 tentativi e 166 atti di autolesionismo, l'anno scorso.
"La causa dell'incremento dei fenomeni critici più gravi (dai 2 suicidi dell'anno precedente a 4, da 57 tentati suicidi a 81, da 556 atti di autolesionismo a 674)", si legge nella relazione, in merito alla situazione veneta, "è ravvisabile nel sovraffollamento, nell'insufficienza di risorse umane con specifiche competenze per la gestione dei detenuti con problematiche psicologiche o psichiatriche e con situazioni di disagio derivanti dalla limitata offerta di lavoro e di altre attività formative". Così, ove possibile, il Tribunale di Sorveglianza concede l'esecuzione della pena a domicilio (226 provvedimenti) e permessi premio (1054): 2 soli i mancati rientri, uno dei quali, durato solo pochi giorni.
di Simona Musco
Il Dubbio, 23 febbraio 2020
Il j'accuse del leader di Italia Viva: "Basta giustizia show: saremo con voi". "Noi siamo la terra di Beccaria, non di Bonafede". Dall'inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti, il leader Matteo Renzi lancia la sfida al governo, lanciando strali contro il M5s e il Pd. Il primo, colpevole di un populismo giudiziario che ha trasformato la giustizia in show colpevolista a tutti i costi, il secondo di aver abiurato ai propri principi in nome delle poltrone. Così l'ex premier ha lanciato la sfida, scegliendo come alleati i penalisti italiani, per una "battaglia culturale" contro populisti e giustizialisti. "La giustizia in Italia - ha affermato Renzi - è quella che può permettere di sparare sentenze sui social o nei talk, che sono peggio dei socia. C'è una cultura per cui il colpevole va esposto, come nel caso Battisti: è impensabile che si possa arrestare qualcuno e fare il filmino modello cresima, un racconto con un'esposizione del corpo dell'arrestato che è indegna di un paese civile. Ma su questa battaglia penso ci sia lo spazio poter fare insieme nei prossimi anni una sfida di qualità".
Il raggio d'azione di Renzi, dunque, va ben oltre la prescrizione, "battaglia che è anche la nostra", ha affermato il leader di Iv: "noi non molliamo e siamo certi che non essendoci i numeri anche certe timidezze e ipocrisie di chi si proclama riformista e segue il giustizialismo pentastellato sarà prima o poi messo alla prova dei fatti - ha sottolineato -. I numeri in Parlamento, in questa legislatura, non consentiranno di andare avanti con la proposta attuale. Quindi io non sono preoccupato. Vorrei però facessimo uno sforzo: che si restituisse dignità alla giustizia di essere percepita come tale. Quando si capirà che tra garantismo e giustizialismo c'è la stessa differenza che c'è tra democrazia e dittatura, tra la Costituzione e il populismo mediocre e banale, avremo vinto la battaglia culturale. Io penso questa sia la sfida di oggi". La battaglia dei penalisti contro la prescrizione, ha aggiunto poi Renzi, "è contro il loro interesse": un imputato a vita, ha sottolineato, "farebbe comodo, perché farebbe guadagnare di più. La loro è una battaglia nell'interesse del Paese, non dell'avvocatura. Spieghiamolo a chi non l'ha capito".
Renzi ha citato il populismo sanitario, quello che prima portava a considerare Roberto Burioni o Ilaria Capua come nemici numero uno e che oggi li consacra. Perché il populismo - "e il giustizialismo ne è una forma, il populismo dei mediocri" -, ha evidenziato, verrà zittito dalla storia, "così com'è stato per i no vax". Durante il suo discorso, prima di lasciare il palco di Brescia per tornare alla convention di Italia Viva, Renzi ha citato il processo Cusani, nel 1994. "Ricordo perfettamente un momento di quel processo, che per me era diventato uno show: il momento della conclusione, con la relazione finale di Di Pietro, fatta con il computer, e l'avvocato della difesa che fece iniziare la sua arringa dall'immagine di Aiace. Quel difensore stava concorrendo al fare giustizia esattamente come la roboante, scenografica arringa dell'accusa. Ma non era considerato tale, perché tutti i media fecero credere che fosse soltanto l'accusa a fare giustizia".
Renzi ha puntato il dito anche contro "chi dice che gli innocenti non vanno in carcere e chi dice che la giustizia si può praticare attraverso i processi show - ha sottolineato. Prima o poi dovremmo interrogarci sul fatto che se può capitare l'errore giudiziario non può capitare il fatto che il responsabile di quell'errore faccia carriera anche grazie a quell'errore e diventi un punto di riferimento del Csm".
Nonostante ciò, Renzi ha espresso critiche contro il ddl sul processo penale, che prevede sanzioni per i magistrati che non rispettano i termini di deposito della sentenza. "Il tema dei tempi è un grande tema - ha evidenziato - ma l'idea che la responsabilità civile si possa esercitare lì e si permetta a chi invece è responsabile di errori giudiziari di diventare procuratore capo o membro del Csm è una cosa che per me non sta né in cielo né in terra". Il leader di Italia Viva ha poi svelato un retroscena: il tentativo del ministro Bonafede di dare al lodo Conte sulla prescrizione il nome di Lucia Annibali. "Bonafede ha avanzato una proposta indecente - ha raccontato - ovvero di poter modificare il suo lodo in un "Annibali bis". Lei è saltata dicendo: col mio nome certe schifezze non le fate".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 23 febbraio 2020
La giustificazione è anche più grave del fatto in sé: ti becco un paio di volte con un paio di canne e ti sbatto in galera. E perché? Perché altrimenti le forze dell'ordine sono "demotivate". Lo ha detto l'altro giorno il ministro dell'Interno, la già prefetta Lamorgese, annunciando la novella di queste politiche imbecilli, irresponsabili, criminogene, di presunto contrasto al consumo di stupefacenti.
La ministrona ha detto proprio così: che i poliziotti le hanno spiegato che c'è tanta droga in giro, e loro sono stufi di arrestare gli spacciatori per poi ritrovarli in strada il giorno dopo. Questo andazzo (testuale) "incide anche sulla motivazione del personale di polizia che tanto si impegna su questo versante e vede la propria attività finire nel nulla": e quindi alè con il carcere.
Dimentichiamoci pure del fatto che l'apparato proibizionista e criminalizzante in materia di droga ha dimostrato tutta la propria incapacità di risolvere il problema. Ma che questo sistema si perfezioni in un ulteriore trionfo di manette perché ce lo chiedono le forze dell'ordine è un supplemento insopportabile nella degenerazione civile cui stiamo assistendo. Ma perdio! Assumiamo provvedimenti di legge in campo criminale secondo le istanze della polizia?
E il prossimo qual è? Magari a qualche colonnello non piace poi tanto questa roba della democrazia rappresentativa, e sai quant'è demotivato davanti all'impiccio delle libere elezioni e a questa noia dei diritti individuali: che facciamo, se chiede un bel giro di vite militaresco non gli diamo ascolto? Probabilmente, e tragicamente, tutto questo è la semplice riprova che le acquisizioni civili e democratiche non sono mai acquisite per sempre e trovano banalissimi motivi di revoca: per esempio, nell'azione di una pericolosa schiatta di analfabeti issata al potere da un Paese indolente.
Il Mattino, 23 febbraio 2020
Si presenta domani, alle ore 17, presso la sede della "Pastorale Carceraria" in via Buonomo 39 a Napoli, il progetto "accogliere per ricominciare" alla presenza del cardinale Crescenzio Sepe. Molto spesso ai margini di una società che non offre una concreta possibilità di reinserimento sociale, l'esigenza di un progetto in grado di sistematizzare un modello di intervento complesso e multidimensionale a favore dei detenuti ed ex detenuti, offrendo un'opportunità di integrazione con il tessuto sociale che si fonda sul reinserimento lavorativo delle persone con problemi di detenzione in area penale, sulla ricostruzione dei legami familiari e sul soddisfacimento dei bisogni contingenti, come quello abitativo e lavorativo.
Con Sepe, saranno presenti il direttore della Pastorale Carceraria, Don Franco Esposito; dal il presidente di "Fondazione per il Sud", Carlo Borgomeo; il referente dell'associazione "Liberi di Volare", Valentina Ilardi; il presidente della cooperativa "Articolo 1", Marina D'Auria; il Garante delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello. Modera Emanuela Scotti. Il progetto è sostenuto, tra gli altri, dalla curia Arcivescovile di Napoli.
La Stampa, 23 febbraio 2020
I Consiglieri e il Sindaco hanno constatato il degrado della struttura. Infiltrazioni e muffa sui muri. Perdite dagli impianti, mobili deteriorati, corridoi e stanze in abbandono. Saranno migliaia di metri quadri di edificio, tra le quattro sezioni che ospitano quelle che erano le 80 celle da due, con ambienti dedicati alle infermerie, barberie, sale per calcetto e calciobalilla, e ancora il blocco della didattica, la biblioteca che contiene ancora i libri.
Nella zona cinema il programma delle proiezioni segna "gennaio 2016". É a quella data che si è fermata la vita del carcere "Giuseppe Montalto". Un moderno istituto penitenziario consegnato alla città di Alba nel 1987, "promosso" nel 2014 da casa circondariale a casa di reclusione e poi chiuso dopo 4 casi di legionella che hanno costretto le autorità a far evacuare in fretta e furia la struttura. Da allora, solo una minima parte dell'istituto - la vecchia sezione collaboratori di giustizia - ha ripreso l'attività ospitando una cinquantina di detenuti in un'area pensata per 35, per uno dei carceri che risulta così con il più alto tasso di sovraffollamento in Italia. Paradosso per un istituto di fatto chiuso.
Dopo un ordine del giorno presentato dal gruppo consigliare Per Alba Cirio che chiede conto dei lavori promessi da quattro anni e mai avviati, ieri la IV Commissione presieduta da Gionni Marengo si è riunita al "Montalto". Guidati dalla direttrice Giuseppina Piscioneri e il comandante Giuseppe Colombo, consiglieri di maggioranza e opposizione hanno visitato la struttura constatando quello che si sta dicendo da tempo: il carcere albese sta andando in malora.
"É così - ha commentato il sindaco Carlo Bo. Se la nostra città e il territorio continuano a perdere pezzi che dipendono da enti sovracomunali è evidente che dobbiamo iniziare ad alzare di più la voce". Ministero e amministrazione penitenziaria hanno sempre dato per prossimi i lavori e sulle carte continua a essere confermato lo stanziamento di 4 milioni e 500 mila euro. Cifra che, ora non basterà più viste le condizione dell'edificio. "Sono contento che il Consiglio abbia potuto prendere coscienza della situazione" dice il garante comunale dei detenuti, Alessandro Prandi.
di Cesare Burdese
Ristretti Orizzonti, 23 febbraio 2020
Apprendo, leggendo La Stampa del 20 febbraio scorso, che il Sindaco di Asti Maurizio Rasero "sarebbe furente" per " la decisione calata dall'alto e senza alcuna condivisione o informazione" di costruire un secondo carcere ad Asti.
Alla furia del Sindaco astigiano si aggiunge la trepidazione dell'assessore ai servizi sociali Mariangela Cotto, che è "in attesa della risposta del Ministro e la convocazione al Dipartimento della Polizia penitenziaria" (attenzione questo dipartimento è inesistente, esiste il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria). Non è da meno lo sconforto del deputato della Lega, alla sua " terza interrogazione" senza esito, in merito alla imminente paventata edificazione del secondo carcere ad Asti. Come riporta l'articolo, nell'ambiente dell'amministrazione locale, si paventa una popolazione detenuta che potrebbe raggiungere le 500 unità.
La notizia è stata fornita al Sindaco Rasero un mese fa dal Garante Regionale Bruno Mellano che l'avrebbe riportata nel suo dossier annuale sullo stato delle carceri in Piemonte, essendone venuto a conoscenza "per caso".
Ricapitolando, da un articolo apparso sulla Stampa di oggi, apprendo che i principali soggetti istituzionali regionali e locali vengono a sapere in maniera quasi fortuita che ad Asti è prevista la prossima edificazione di un carcere (se non addirittura è già avviata) per alcune centinaia di posti, che di questo l'Amministrazione Penitenziaria non li ha mai avvisati e che il ministro della Giustizia Bonafede non risponde.
Leggendo l'articolo, la prima cosa che ho pensato è che quell'articolo fosse stato scritto da una mano inesperta e un po superficiale, che le frasi seppur virgolettate, non fossero proprio quelle dette dagli intervistati, che le interrogazioni parlamentari fossero in lista di attesa.
Non potevo rassegnarmi ad quadro di impotenza istituzionale così desolante. La seconda che ho pensato è che tutti fossero male informati, in quanto per la cognizione di causa che ho sulla questione penitenziaria, un nuovo carcere ad Asti mi sembra improbabile.
D'istinto avrei voluto tranquillizzarli tutti, spiegando loro che in Italia comunque per costruire un carcere, e preciso non per aprire un carcere perché se no i tempi si allungano, ci vogliono almeno dieci anni. La terza cosa ragionevole che ho pensato e che ho fatto, è stata quella di prendere in mano il telefono (cellulare) e di chiamare, dall'Olanda dove mi trovavo, chi di dovere al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per sapere la verità. (non al Dipartimento della Polizia Penitenziaria perché il telefono non avrebbe squillato). Cosi ho fatto e questo è quello che con certezza ho appreso: Asti non avrà un secondo carcere, non è al momento in programma.
Certamente quello esistente di alta sicurezza sarà prossimamente (avverbio di tempo incerto per le infrastrutture in Itali) ampliato con un nuovo padiglione da 120 posti (attualmente ne dispone di 200/250).
Il padiglione sarà costruito dentro il recinto detentivo, non vi saranno per questo espropri. Potrebbe succedere che il nuovo padiglione sia costruito sulla base di un " progetto tipo" e pertanto risulti all'uso più funzionale ed umano.
La cosa mi sembra sufficiente per tranquillizzare gli animi degli amministratori locali. Mi auspico che in questo modo essi riacquistino la dovuta serenità per far sì che l'attuale carcere di Asti possa realmente diventare, anche grazie al loro interessamento istituzionalmente dovuto, il carcere della nostra Costituzione. Firmato Cesare Burdese
Il Gazzettino, 23 febbraio 2020
"La situazione richiede le stesse misure di emergenza eprevenzione anche per le carceri". Lo dice il sindacato degli agenti penitenziari, Spp, per bocca del segretario nazionale Aldo Di Giacomo e il collega Leonardo Corrado.
"Al Due Palazzi di Padova - racconta il segretario aggiunto Corrado - la psicosi è totale. Questo è un posto chiuso dove un'epidemia può diffondersi molto in fretta. Un nostro detenuto è stato curato a Montagnana vicino ad una persona che è stata anche in stanza a Schiavonia con l'uomo poi deceduto. I due agenti che lo controllavano hanno fatto il tampone e l'esito è stato negativo, ma c'è bisogno di mascherine per tutti anche qui".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 23 febbraio 2020
Nella guerra dei vasi comunicanti tra Siria e Libia a perdere non saranno i rivali-alleati Putin ed Erdogan ma proprio gli europei, oltre che le popolazioni locali travolte da immani tragedie umanitarie e sacrificate agli interessi regionali e internazionali.
Compresi quelli italiani che, per la verità, sembrano sempre meno garantiti. Se è vero, come scriveva ieri sul manifesto Michele Giorgio, che Erdogan fa appello a Macron e alla Merkel per una tregua a Idlib che impedisca a russi e siriani di prendere la città, per il leader turco - diventato anche il maggiore attore straniero a Tripoli - l'obiettivo strategico è mantenere gli accordi con la Russia: in gioco ci sono i rifornimenti energetici europei. Erdogan è stato abile a sfruttare le ambiguità europee sulla Libia ottenendo alla conferenza di Berlino un chiaro appoggio dalla cancelliera Merkel, sotto ricatto anche per i 3,5 milioni di profughi ospitati dalla Turchia.
Ha rifornito Sarraj di armi e milizie jihadiste, violando ogni embargo, mentre otteneva dal vulnerabile leader libico l'appoggio allo sfruttamento delle risorse di gas nel Mediterraneo orientale. E tutto questo agendo "a casa" dell'Eni, che in Libia con l'80% del gas e buona parte del petrolio è il maggiore fornitore di energia per tutta la Libia, compresa la Cirenaica del generale Khalifa Haftar. Quattro quinti delle esportazioni sono per ora bloccate ai terminali ma in futuro Edogan vuole avere voce in capitolo anche in Libia. Se pensiamo che Sarraj e il rivale Haftar dipendono dall'export di petrolio per pagare milizie, armi e spesa pubblica e che gran parte delle entrate sono assicurate dalle attività dell'Eni, si capisce bene che l'Italia con il memorandum d'intesa libico-turco ha ricevuto dal duo Erdogan-Sarraj un bello schiaffo.
Tra gli obiettivi di Eni c'è proprio quello di triplicare l'export di gas dalla Libia per alleggerire la dipendenza dal gas russo. Se è vero che l'Eni ha una quota fondamentale dei giacimenti egiziani a Zhor, a Cipro greca e interessi estesi in tutto il Mediterraneo, appare sempre meno probabile che queste risorse verranno convogliate con una pipeline East-West, destinata a restare sulla carta per i costi elevati e le oscillazioni nei rifornimenti ai mercati. Erdogan non ha molte chance di vincere la partita libica ma ha già ottenuto l'obiettivo di dare fastidio a tutti con un appoggio ai Fratelli Musulmani di Tripoli che va soprattutto nella direzione di rafforzare degli interessi turchi nel Mediterraneo e tenere sotto pressione Egitto, monarchie del Golfo ed europei.
Anche a Idlib, dove la Turchia sostiene con le sue truppe i jihadisti di Al Qaeda, Erdogan ha davanti un sfida assai complicata. Ma anche qui il suo scopo non è vincere ma sfruttare la sua posizione per negoziare sia Est che a Ovest. Gli americani si sono subito infilati nello scontro tra Turchia e Russia a Idlib. Sarraj ha appena incontrato l'ambasciatore americano ad Ankara e nei giorni scorsi l'inviato Usa James Jeffrey ha definito dei "martiri" i soldati turchi uccisi a Idlib nei raid aerei russi. "A Idlib stiamo con il nostro alleato nella Nato", ha detto Jeffrey. Frasi zuccherose che però non faranno cancellare ai turchi la fornitura di batterie russe anti-missile S-400.
Per Ankara, tenendo salva la "fascia di sicurezza" già acquisita nel Rojava massacrando i curdi, è più importante fare la guerriglia sul gas offshore di Cipro alla joint venture Eni-Total che strappare a Mosca e Damasco lembi, sia pure importanti, di territorio siriano. Erdogan stesso lo conferma: "Nessun progetto nel Mediterraneo che ci escluda può essere realizzato".
Nel gioco dei vasi comunicanti tra i conflitti in Siria e Libia la strategia di Erdogan è saldata a quella di Putin. L'obiettivo primario è diventare l'hub del gas russo in Europa che per Mosca si affianca alla possibilità di raddoppiare il Nord Stram 2 con la Germania, in stallo a causa delle sanzioni americane. È la strategia definita dai russi "a ferro di cavallo". La Russia è il più grande fornitore di gas per l'Unione europea, in contrasto con la politica energetica dell'Ue che punta, insieme agli Stati Uniti, a diversificare le fonti energetiche per evitare che Mosca rappresenti un elemento decisivo. Ma è proprio questo che si avvia a diventare la Russia con la collaborazione di Erdogan. Il Turkish Stream è la dimostrazione della spregiudicatezza di Erdogan a condurre azioni diplomatiche e belliche su più tavoli: la Turchia, in alleanza con la Russia, ha posto una forte ipoteca per diventare il crocevia del gas incrinando gli obiettivi europei e quelli italiani.
Del resto è sempre più chiaro che se l'Unione non ha la forza politica per definire obiettivi comuni al suo interno, non può certo proiettarli all'esterno, come dimostrano i conflitti in Libia e in Siria. Vedremo se la nuova missione europea per far rispettare l'embargo Libia sarà davvero efficace o diventerà la solita barzelletta da raccontare agli amici al bar.
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 23 febbraio 2020
Quella missione senza nome né comandante è l'ennesimo buco nell'acqua collezionato dall'Italia e dall'Europa in Libia. A spiegarne le ragioni, a Il Riformista, è Emma Bonino, già ministra degli Esteri e Commissaria Ue, oggi senatrice di +Europa.
Si può affermare che la missione Ue di cui si sta da giorni dissertando sia un altro errore dell'Europa sulla Libia?
Penso proprio di sì. Intanto è un oggetto misterioso, come le operazioni precedenti, il cui progetto non è mai stato presentato in Parlamento né discusso. Aspettiamo che qualcuno dica qualcosa di puntuale e non, per favore, di titoli. Ho cercato di seguire puntualmente per capire cosa abbiamo realmente deciso.
Risultato?
Sconsolante. Qui passiamo da un fallimento all'altro, anche se lo spacciano per un successo, vedi la Conferenza di Berlino, per riferirci solo all'ultima puntata. Probabilmente il Consiglio affari esteri che si è riunito lunedì scorso, era tenuto a fare qualcosa. Peccato che quel qualcosa è così approssimativo e confuso da dare pochissime speranze. Se capisco bene, si tratta di un'operazione che non ha né un nome né un comandante, però deve essere totalmente differente da "Sophia" e dedicata soprattutto al contrasto del traffico d'armi. Teatro dell'operazione sarebbe essenzialmente l'Est della Libia e i più ottimisti pensano da fine marzo. Ma i punti da chiarire sono talmente tanti da rendere alquanto dubbiosi su tempi ed effettiva realizzazione di questa missione.
Qual è, a suo avviso, uno dei punti cruciali da chiarire?
Bisognerà vedere le regole d'ingaggio. Se una nave di questa futuribile missione intercetta o sospetta che una nave, ad esempio turca, stia portando armi, violando l'embargo trionfalmente confermato a Berlino, che fa? Si limita a segnalarlo, interviene con un abbordaggio? O cos'altro?
Per realizzare la innominata missione ci sarebbe bisogno del via libera dei due contendenti libici, il premier del Governo di accordo nazionale Fayez al-Sarraj e del suo agguerrito competitore, il generale Khalifa Haftar...
Per lo meno. Ma la definizione delle regole d'ingaggio molto probabilmente avrebbe bisogno di un passaggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di cui possiamo prevedere l'esito. Tanto più che solo qualche giorno fa Stepanie Williams, la vice dell'inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamè, che l'embargo sulle armi sembrava una barzelletta. Non basta. Il ministro Di Maio in più occasioni ha ipotizzato una presenza a terra, puntualizzando, bontà sua, se le autorità libiche lo autorizzeranno. Ma di quali autorità libiche parliamo? Perché ce ne sono a volontà! Non solo Sarraj e Haftar, ma anche il presidente del Parlamento, e miriadi di milizie di tutti i tipi. E quindi? C'è solo una cosa che non è "misteriosa" in questa misteriosissima missione.
Quale sarebbe?
Il contenimento dei migranti, che per l'Italia, o almeno per chi la governa, conta molto di più del blocco delle forniture di armi ai protagonisti di questa guerra in Libia. Senza contare che, se la geografia non è una opinione, i flussi di armi per Haftar arrivano via terra, perché le può ricevere attraverso il confine egiziano? Quindi? Qualcuno, prima o poi, dovrebbe venire in Parlamento e spiegarcelo.
Anche alla luce di questa ipotetica missione, qual è la politica dell'Italia sulla Libia?
Non lo so, perché io non la conosco. A parte l'ossessione per i migranti, per il resto è buio fitto. E sì che di questioni cruciali da cui dipende il futuro della Libia ce ne sono a iosa.
Ad esempio?
Il blocco dei pozzi petroliferi, deciso da Haftar a gennaio, è un grosso problema per la Libia, perché è chiaro che venendo meno gli introiti del petrolio, le ricadute sulle condizioni di vita della popolazione libica saranno pesantissime. Chi pagherà i salari? Anche da questo punto di vista, la Libia rischia seriamente il collasso e la paralisi. E una Libia ulteriormente destabilizzato è una mina vagante per l'intero Mediterraneo, e dunque anche per noi.
Ora la missione innominata, prima Sophia. Tutto per far dimenticare l'unica missione che aveva dato dei risultati, Mare Nostrum?
Quella fu bloccata dall'altra premier Matteo Renzi perché "costava troppo". Quello è stato un duplice errore: primo, averla cancellata, e poi sostituita con Triton, - scattata nel novembre 2014 e che aveva come finalità la sorveglianza delle frontiere marittime dell'Unione europea nel Mediterraneo e il piano operativo fu concordato da Frontex con l'Italia come Paese ospitante - e successivamente con "Sophia". Avviata nel luglio 2015.
La questione migranti porta anche ai decreti sicurezza. Su questo terreno, c'è stata una modifica di linea da parte dell'attuale governo rispetto al Conte I?
Per il momento niente di nuovo, al di là dei toni. Perché i decreti sicurezza ad oggi sono ancora lì con tutte le conseguenze nefaste per gli irregolari nel nostro Paese, con tutti i risultati penosi che vediamo.
Da ex ministra degli Esteri, che idea si è fatta della politica estera del governo?
Che la politica estera non è una priorità, e questa è una miopia di prospettiva di cui non abbiamo chiari neanche i costi, e ci interessa solo e quando ci siano eventuali impatti sulla politica interna, perdendo di vista quello che si muove nel mondo e in Europa. L'ossessione rimangono i migranti. Peraltro vale la pena segnalare che in attesa di questa futuribile missione, nel Mediterraneo oggi ci sono soltanto le tanto vituperate Ong. E va aggiunto che dopo tre anni di inchieste, di insulti, non c'è una condanna una e le navi delle Ong vengono dissequestrate: su 11 sequestrate, i dissequestri sono stati 9 e delle 11 indagini contro le Ong, nessuna condanna e 5 archiviazioni.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 23 febbraio 2020
Migranti, armi, droghe, aborto. Tutti temi che si possono affrontare in modo intelligente e pratico. E che invece vengono branditi a scopo di "trend topic".
Non esistono tanti modi per affrontare temi importanti, ma solo due: uno di buonsenso e uno stupido. Salvini affronta tempi importanti in modo stupido. Non è l'unico, ovviamente, ma oggi è il campione. Consapevole. felice e orgoglioso di esserlo. Parlare di armi e invitare le persone a farsi giustizia da sé è un modo stupido di affrontare la presunta emergenza sicurezza.
Presunta perché i dati, che tutti possiamo leggere facendo una rudimentale ricerca in rete, dicono chiaramente che i reati predatori sono in diminuzione. Cosa significa questo? Che non ci sono più ladri, scippatori, rapinatori? No, certo che ci sono, ma significa che c'è una tendenza alla costante diminuzione perché evidentemente le forze dell'ordine lavorano meglio di quanto l'ex ministro voglia farci credere.
E significa anche che un episodio singolo non può essere preso a regola generale. L'invito di un politico non dico serio, ma normale, dovrebbe essere quello a fidarsi delle forze dell'ordine, a sporgere denuncia e non a prendere il porto d'armi per eventualmente sparare a chi ti entra in casa. Anche perché, mi è capitato di scriverlo, se spari e uccidi, la tua vita cambia irrimediabilmente.
Anche perché, mi è capitato di viverlo, se reagisci a una rapina non sai come va a finire e non vale davvero la pena rischiare la vita per la propaganda stupida, ma fatta per calcolo, di un politico incosciente. E poi ancora sulle droghe: nessuna tolleranza verso gli spacciatori di morte!, dice Salvini: li andremo a prendere casa per casa. Quante volte l'ho sentita questa cosa del "casa per casa"!
Che enorme buffonata. Possibile ci sia ancora chi ci crede? Le droghe vanno legalizzate, subito e vanno legalizzate tutte perché è l'unico modo per raggiungere due obiettivi che considero rivoluzionari. Il primo è che a circolare siano sostanze controllate e non la merda che oggi "i nostri ragazzi", come amano chiamarli i politici più inconsistenti, si iniettano nelle vene, sniffano o fumano.
Perché anche qui, basta davvero fare una banalissima ricerchina in rete: se le droghe sono legali non aumentano i consumatori; che aumentino con la legalizzazione è leggenda metropolitana come quella dello spinello anticamera dell'eroina. Il secondo è prosciugare la prima voce di guadagno delle organizzazioni criminali, ovvero i proventi del narcotraffico.
Chiudere quel rubinetto significa dare alle mafie un colpo da cui difficilmente si rialzeranno. Anche se le sostanze stupefacenti venissero legalizzare, ci sarebbe ancora un mercato parallelo e illegale, obbiettano alcuni. Può darsi, ma chi rischierebbe sanzioni e un processo se può procurarsi hashish. erba e magari anche cocaina ed eroina in maniera legale? Abbiamo davvero tutti gli strumenti per sbugiardare chi si presenta, come farebbe il condomino più rompipalle del quartiere, al citofono di una famiglia di immigrati per disturbare a ora di cena.
Che dire poi sul come ha comunicato, più che gestito, l'immigrazione. Gli effetti dei decreti sicurezza sono disastrosi e oggi bisogna correre ai ripari provando a non far fare al Presidente del Consiglio e agli ex alleati di governo la figura degli scendiletto di un buffone. Sarà difficile. Ma veniamo all'ultima: Salvini ha parlato di aborto e ne ha parlato come se abortire fosse una cattiva abitudine, uno stile di vita sbagliato.
Fai tardi la sera? Bevi uno spritz di troppo? Abortisci? Ecco, il piano è lo stesso. Ma cosa sto qui a dire che l'aborto, in verità, in Italia è un diritto negato... Cosa sto qui a dire che ci sono regioni in cui mancano medici abortisti negli ospedali pubblici... Parliamoci chiaro, il gioco orma è scoperto: dico una cazzata, occupo tutti gli spazi possibili, tutti replicano perché le sparo davvero grosse e così do l'impressione di esistere.
Anzi, esisto. Il giochino dura qualche giorno: sono sempre primo in trend topic, me la gioco con Mussolini, un giorno lui, un giorno io: bene, altro "padre nobile", un sempreverde. Guardate che il problema non è il fesso che occupa il segmento del fesso; il problema. riflettiamoci, non è Salvini, che ogni questione importante la affronta alla maniera del giullare cattivello, un po pignolo ma comunque perdigiorno, inconcludente, come quegli studenti impreparati che per far passare l'ora dell'interrogazione fanno ammuina.
Il problema è che l'opzione di buonsenso non sia percorsa da nessuno: una strada deserta, vento, qualche rotolacampo. Mi perdoni Emma Bonino, che ha sempre un'opinione pragmatica, ma da sola, a bilanciare, non può farcela. Allora non chiediamoci perché ci sia stupidità nella politica, ma dove sia il suo contrario e perché in trend topic non ci arrivi mai.
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