di Liana Milella
La Repubblica, 30 marzo 2020
Durante l'Angelus Bergoglio lancia un appello per risolvere il problema del sovraffollamento nei penitenziari e per un cessate il fuoco globale nelle zone di guerra. Poco prima, nell'omelia in Santa Marta, ha rivolto un pensiero alla "tanta gente che piange" come gli anziani e i ricoverati e a coloro che non riescono a dare da mangiare ai figli a causa della pandemia.
di Marco Menduni
Il Secolo XIX, 30 marzo 2020
"Ora è tutto fermo e non poteva essere diversamente. C'è anche rammarico, perché il lavoro stava proseguendo bene e ormai veleggiavamo verso il debutto. Ma non si poteva fare diversamente: la tutela della salute è il bene primario da difendere, soprattutto dentro le mura di un carcere". Mirella Cannata è la presidente di una Onlus, Teatro Necessario.
Un progetto che dal 2005 ha portato l'esperienza della recitazione all'interno di una casa circondariale importante come quella di Marassi, a Genova. Nel 2016 nasce il Teatro dell'Arca, esempio unico in Europa di un teatro edificato nell'intercinta carceraria. È stata utilizzata un'area in disuso, alla quale dopo la riqualificazione possono accedere sia i detenuti che il pubblico. La struttura ospita duecento posti a sedere e il suo palcoscenico può accogliere spettacoli professionali.
Presidente, che cosa sta accadendo in questo momento di emergenza alla vostra attività in carcere?
"Abbiamo fermato tutto. Con grande attenzione agli eventi e alla sicurezza, ma anche con rammarico, lo ammetto, perché eravamo ormai in dirittura di arrivo per il debutto, ad aprile, al Teatro della Corte, del nuovo spettacolo".
Che cosa stavate provando in queste settimane, di che pièce di tratta?
"Il titolo è Profughi da tre soldi, ispirato a Brecht. Un argomento davvero attuale, visto che l'azione si svolge in una sgangherata struttura di accoglienza e molti tra gli attori sono stranieri. Loro sono i primi a rammaricarsi, ma hanno capito benissimo la situazione. Noi siamo ottimisti, siamo consapevoli che è assurdo parlare di aprile come di un mese praticabile, ma lo spettacolo è soltanto rinviato a quando sarà possibile rappresentarlo".
Queste attività in carcere hanno sicuramente un particolare valore equilibratore di tante tensioni latenti...
"È assolutamente così. Purtroppo sono ferme le prove e anche i corsi tenuti dai nostri artisti. Consapevole dell'importanza di queste attività, anche la direzione del carcere non era ostile al fatto che si potesse trovare il modo di andare avanti, anche parzialmente, in totale sicurezza".
Poi la decisione diversa...
"Sì, ci siamo parlati, abbiamo capito che bisognava guardare alla salute, tutelare soprattutto loro, i detenuti, in questo periodo non ci si può permettere nessuna sbavatura".
Ora bisogna guardare al futuro...
"Ripeto: siamo ottimisti, L'emergenza non può durare in eterno. Così noi siamo pronti a ripartire appena possibile, con tutti i nostri attori".
di Giuliana Covella
Il Mattino, 30 marzo 2020
I detenuti di Poggioreale scendono in campo contro l'emergenza Coronavirus e scrivono a Mattarella: "Sig. Presidente - si legge nella lettera inviata tramite il garante dei detenuti di Napoli Pietro Ioia - vogliamo donare il sangue ai pazienti ricoverati negli ospedali di Napoli e Campania. Ma vogliamo anche tutele per la nostra salute: siamo senza mascherine in celle anguste e non sarebbe dignitoso morire come bestie.
Non vediamo più le nostre famiglie ai colloqui, non riceviamo più pacchi e sappiamo che è giusto, ma abbiamo paura e ci sentiamo ancora più isolati". Un appello per non dimenticare le condizioni di chi vive ai margini e in questo difficile momento, seppure dietro le sbarre, dimostra solidarietà e dignità umana. Questo il senso della lettera che i detenuti del carcere di Poggioreale hanno inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella affidandola al loro garante comunale Pietro Ioia.
"Attualmente a Poggioreale siamo in 2mila, rispetto a una capienza di 1.600 - scrivono i carcerati. In una cella viviamo in 8-10 persone ed è giusto che scontiamo la nostra pena per i reati commessi, ma siamo terrorizzati all'idea di ammalarci e fare la fine di topi in trappola". Paure e preoccupazioni che i reclusi di tutti i padiglioni (incluso il "Sex offender" per i reati sessuali) hanno espresso a Ioia, che continua a effettuare visite in carcere nonostante le sue precarie condizioni di salute (un mese fa ha avuto un infarto): "Vado a Poggioreale tre volte a settimana - dice - con il nuovo direttore Carlo Berdini abbiamo instaurato un fattivo rapporto di collaborazione che mira al dialogo con i detenuti.
Molti temono il contagio e grazie all'associazione Fevoss Santa Toscana di Verona con il progetto "Cuci e cura" circa 800 detenuti, per lo più i lavoranti di sezione, quelli che fanno lo spesino o stanno in cucina e i nuovi aggiunti, avranno le mascherine. Ma - sottolinea Ioia - le istituzioni sono sorde di fronte alla tragedia di chi vive in una cella, non ha più colloqui né riceve pacchi dalla famiglia".
Nonostante ciò i carcerati hanno manifestato la volontà di rendersi utili per la collettività contro l'emergenza Covid. Firmatari sono i detenuti dei padiglioni Avellino (Alta sicurezza), che "vogliono donare sangue a tutti gli ospedali campani"; ma anche Roma, Milano e Firenze che "vogliono elargire donazioni in denaro per le strutture sanitarie che hanno reparti Covid"; o ancora il padiglione Napoli che "vuole confezionare in laboratorio mascherine per medici e infermieri in prima linea per salvare vite umane".
di Aldo Natalini
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2020
Modello Seul anche nel nostro Paese? Da più parti lo si invoca, con i dovuti adattamenti. La tracciabilità digitale dei potenziali contagiati da Covid-19 aprirebbe la strada all'utilizzo, da parte del Governo, dei dati geo-referenziati di flusso telefonico, per fini emergenziali di sanità pubblica.
Si attuerebbe così, con app e algoritmi, la regola delle "quattro T" dell'Oms: "Trova il contagiato, isolalo, Testalo, Tratta ogni caso e Traccia ogni contatto".
In applicazione dell'articolo 76 del Dl Cura Italia è nata una task force governativa guidata da Walter Ricciardi per "studiare soluzioni innovative, tecnologiche e di digitalizzazione al fine di contrastare e contenere il diffondersi del coronavirus".
Obiettivo del gruppo di lavoro è emulare, con i dovuti adattamenti, le migliori pratiche internazionali, sperimentando tecnologie digitali di contact tracing attraverso i telefonini che consentono di ricostruire la catena di contatti, prevenire le trasmissioni di contagio.
Tutto questo grazie alla geo-referenziazione dei soggetti più esposti al virus - contagiati (asintomatici, paucisintomatici) o a rischio contagio (anziani) - e attraverso l'identificazione dei singoli focolai su mappe molto precise che permettono di controllare il fattore di riproduzione.
Parallelamente il ministro per l'Innovazione tecnologica, Paola Pisano, il 23 marzo scorso ha diramato un invito pubblico alle aziende, università, enti e centri di ricerca "che hanno già a disposizione piattaforme o le possono in brevissimo tempo adattare, tecniche e algoritmi di analisi e intelligenza artificiale, robot, droni e altre tecnologie per il monitoraggio, la prevenzione e il controllo del Covid-19 nel rispetto dei principi della privacy, sicurezza ed etica, che possano essere utilizzati per il supporto ai pazienti così come dalla Protezione civile e gli altri Enti interessati". "Innova per l'Itala" insomma è alla ricerca di tecnologie all'avanguardia: non solo app, ma anche robot che svolgano attività generalmente effettuate dagli operatori sanitari e droni per disinfettare le aree pubbliche e monitorare dall'alto il rispetto dei presidi sanitari.
La raccolta dei big data - Ci ha già pensato da tempo la Nso - l'azienda israeliana specializzata in spyware - che ha annunciato di aver sviluppato una tecnologia in grado di dare un contributo importante al contrasto all'epidemia da coronavirus analizzando enormi volumi di dati per mappare i movimenti delle persone contagiate e per identificare con chi sono venute in contatto. I Big data, per l'appunto.
Nell'attuale contesto informatizzato in cui pressoché tutti i contenuti media sono resi disponibili in digitale e gran parte delle attività economiche e sociali sono migrate su internet, le interazioni di noi utenti, sia di tipo online che offline, generano grandi quantità di dati (sulle condizioni di legittimità della rilevazione effettuata mediante cookies v. Corte di giustizia, Grande Sezione, 1° ottobre 2019, causa C-673/17).
I servizi online, spesso alimentati dagli utenti stessi, costituiscono una fonte enorme di Big data: dalla posta elettronica, alla navigazione satellitare, ai social networks, i cui i fruitori caricano i propri contenuti (foto, video, testi), condividendoli pubblicamente sulle piattaforme, sulle app e sui siti internet. A ciò si aggiunge la raccolta dei dati generati dalle funzionalità dei dispositivi personali (quali smartphone, tablet e pc).
Le attività degli utenti, anche in assenza di interazione diretta col dispositivo, generano dati (offline) e possono fornire informazioni rilevanti sui comportamenti e sulle preferenze degli individui: si pensi, per tutti, ai dati di geolocalizzazione degli individui forniti dagli smartphone.
I social e molte applicazioni - come Fb, Google maps, mytaxi, Uber, Find-my-phone, Deliveroo - usano il Gps degli smartphone per dare l'esatta posizione del telefonino, autorizzata dal possessore nelle condizioni iniziali. E si tratta di localizzazioni precisissime, che leggono l'indirizzo di casa (numero civico compreso).
Allo stesso modo, le videocamere di sorveglianza, nel riprendere la presenza e i movimenti degli individui in una certa zona, acquisiscono dati che poi possono essere elaborati al fine di inferire informazioni sui flussi delle persone. Ma anche gli strumenti di pagamento elettronici consentono di acquisire informazioni sui comportamenti di acquisto e sulle preferenze degli utilizzatori.
Dopo la Corea, l'esperimento lombardo - Ora si tratta di capire come poter utilizzare - legittimamente - questa massa di dati per sconfiggere il nemico invisibile che ci attanaglia.
La Corea del Sud, dopo aver puntato sui test a tappeto, sfruttando la propria legislazione sanitaria, ha fatto largo impiego delle applicazioni mobili, attingendo a Gps per il contact tracing ei dati delle transazioni delle carte di credito per creare una mappa del contagio in tempo reale, utile anche per allertare le persone che potrebbero aver incrociato un infetto.
Da par nostro, nelle scorse settimane la regione Lombardia, dopo il lockdown, per capire quanti abitanti ancora fossero in movimento, ha analizzato gli spostamenti "da cella a cella" dei telefonini usando i dati messi a disposizione dalle compagnie (registrando un calo solo del 60 per cento).
In questo caso, a legislazione vigente, sono stati utilizzati dati anonimi sui flussi di mobilità aggregati, offerti da Vodafone e Tim sul numero di cellulari agganciati alle antenne in un dato momento, senza risalire all'identità degli utenti.
È stata una versione light rispetto a soluzioni più articolate e delicate che si stanno studiano in questi giorni per controllare la diffusione dell'epidemia. L'acquisizione di trend di mobilità, purché effettivamente anonimi, è la strada più facilmente percorribile e la meno invasiva, ma serve solo per fini di intelligence politica.
Tecnologie di contact tracing - Per fini di prevenzione epidemiologica, solo un sistema di tracing dei singoli contagiati e dei loro contatti stretti può essere realmente utile nel contrasto all'epidemia. Nondimeno per poter trattare (legittimamente) i dati identificativi degli utenti, senza il loro consenso, sono necessarie adeguate garanzie che solo una disposizione di legge e per di più a efficacia temporalmente limitata può assicurare.
Peraltro la valutazione relativa alla geo-localizzazione, quale strumento di ricostruzione della catena epidemiologica, ha un senso solo se esiste, a monte, un divieto assoluto di spostamento per una certa categoria di persone (ad esempio per quelli isolati individualmente o per quelli residenti in una "zona rossa"); diversamente, potrebbe apparire una misura del tutto sproporzionata se non anche inutile quando dovesse coinvolgere soggetti che, sia pure a certe condizioni, possono muoversi.
Si tratta, insomma, di compiere scelte legislative e tecnologiche trasparenti, efficienti, proporzionali e coerenti tra obiettivi perseguiti e strumenti utilizzati, sulla base di progetti concreti fondati su dati e algoritmi, per i quali va garantita esattezza, gradualità, qualità e revisione ove necessario.
La cornice sovranazionale - Il margine di manovra normativa per comprimere la privacy, senza annientarla del tutto, è fissato nell'articolo 23 del regolamento Ue n. 679/2016, che prevede "limitazioni", tra l'altro, per fini di sicurezza pubblica e per importanti obiettivi di interesse pubblico generale dell'Unione o di uno Stato membro quali quelli in materia di sanità pubblica.
Lo stesso l'articolo 15 della Direttiva e Privacy n. 58/2002 dà la possibilità agli Stati membri di adottare ogni "misura necessaria, opportuna e proporzionata all'interno di una società democratica per la salvaguardia della [...] della sicurezza pubblica".
Prospettive de iure condendo: la sedes materiae - Entro questa cornice sovranazionale di riferimento, la sedes materiae "domestica" per un possibile intervento sul contact tracking ci sarebbe già: l'articolo 14 del Dl Sanità n. 14/2020 (in "Guida al Diritto", 2014, n. 14, pagine 77 e 78), in fase di conversione in legge (Atto Camera n. 2428, assegnato alla Commissione affari sociali di Montecitorio).
La nuova norma, per garantire la protezione dall'epidemia transfrontaliera del coronavirus, autorizza al trattamento dei dati sanitari dei pazienti gli operatori della protezione civile, i soggetti attuatori, l'Istituto superiore di sanità e le strutture (pubbliche e private) del Ssn; ciò anche allo scopo di una più efficace gestione dei flussi informativi e dell'interscambio dei dati clinici, più che mai indispensabile per fini di medicina preventiva e di indagini epidemiologiche.
Potrebbe allora prevedersi, per via emendativa, un'integrazione all'articolo 14 che autorizzi gli stessi operatori della protezione civile, i soggetti attuatori, il ministro della salute e le regioni, fino a cessata emergenza (31 luglio 2020: termine previsto dalla deliberazione del Cdm del 31 gennaio 2020) al trattamento dei dati di traffico telefonico, telematico e di geo-localizzazione, nonché a quelli disponibili sui dispositivi elettronici degli utenti, prevedendo altresì una verifica periodica in ordine alla persistenza della necessità, proporzionalità ed efficacia delle misure di tracciamento digitale che potrebbe essere affidato - sotto forma di parere obbligatorio - all'autorità garante per la privacy, che sarebbe chiamata a valutare in maniera indipendente la coerenza tra l'obiettivo pubblico perseguito e gli strumenti in concreto utilizzati.
Dovrebbe poi definirsi, sempre per legge, chi ha il dovere di tenere i dati digitali (provider telefonici, fornitori di servizi), i limiti di tempo della loro conservazione e da quando scatta l'obbligo di cancellazione, sempre nel doveroso rispetto dei principi di ragionevolezza, necessità e di gradualità del trattamento. L'emergenza può implicare una perdita di quota delle nostre libertà costituzionali, purché non avvenga in modo irreversibile e sproporzionato.
di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 30 marzo 2020
"Noi ci siamo. Il tribunale per i minorenni è aperto e attivo. Le misure organizzative adottate in questa prima fase di emergenza ci consentono di continuare a lavorare per dare risposta tempestiva alle richieste di intervento urgente, su questo posso rassicurare tutti.
L'impegno di magistrati, giudici onorari e personale amministrativo, ai quali sono personalmente grata, non è tuttavia sufficiente a rendere non solo tempestivo, ma anche efficace l'intervento del giudice minorile nel vasto territorio di competenza, che coincide sostanzialmente con la regione Lazio. Per questo, occorre avere tutti, autorità centrali e territoriali, enti del Terzo settore e privati cittadini, consapevolezza che i minorenni in situazioni critiche sono esposti ad altissimo rischio".
Alida Montaldi da quasi tre anni presiede il tribunale per i minorenni di Roma. Presidente, quali sono le difficoltà che affrontate in questi giorni?
"Le attività di vigilanza e sostegno alle famiglie in difficoltà e di tutela di minorenni in abbandono o esposti a pregiudizio non possono certo svolgersi tutte "da remoto". Vi è stata un'inevitabile riduzione della capacità dei servizi sociosanitari, che già prima si confrontavano con una grave carenza di risorse, di garantire continuità alle loro attività. Lo stesso vale per le case famiglia che faticano a garantire ai loro ospiti tutto ciò cui avrebbero diritto e di cui hanno bisogno (contatti almeno da remoto con le famiglie, attività educativa, assistenza terapeutica etc.). Su questo vorrei richiamare l'attenzione delle istituzioni, ma anche dei cittadini del nostro territorio: tribunale e procura per i minorenni si sono dati un'organizzazione tale da poter garantire un "presidio giudiziario" ma questo non è sufficiente se la rete di tutela, anche emergenziale, avesse punti deboli, o addirittura "rotture", prima e dopo l'intervento dell'autorità giudiziaria".
Il tribunale come si è organizzato?
"Le udienze penali continuano a tenersi regolarmente, nei casi previsti dalla legislazione di urgenza. Nel settore civile, la normativa ha escluso dal rinvio di ufficio quasi tutte le procedure di nostra competenza. Per questo, oltre all'organizzazione necessaria a garantire continuità alle udienze e ad ogni altra attività nelle procedure di adottabilità, in quelle relative a minori allontanati dalla famiglia e stranieri non accompagnati, la situazione ha richiesto e continuerà a richiedere per molto tempo il responsabile impegno di magistrati e giudici onorari per bilanciare, nelle circa 4.500 procedure pendenti, le esigenze di tutela della salute con quelle del minore. Io stessa effettuo una valutazione "dell'urgenza nell'emergenza" per le procedure che arrivano, potendo contare anche sulla valutazione già effettuata dal pubblico ministero. La dirigenza amministrativa ha poi garantito i necessari presidi del personale di cancelleria".
E se l'emergenza dovesse durare?
"Abbiamo comunicato i provvedimenti assunti per l'emergenza in modo capillare, raggiungendo tutti i comuni, tramite le prefetture, e tutti i soggetti, pubblici e privati, coinvolti. Perdurando le attuali restrizioni, occorrerà organizzare il periodo successivo al 15 aprile, in modo da ripristinare gradualmente l'attività istruttoria che ora è ridotta al minimo. Per le udienze penali già ci siamo organizzati come possibile, date le poche risorse disponibili, ma contiamo sugli interventi di potenziamento tecnologico che il ministero della Giustizia si è impegnato ad attuare. Penso che si debba anche raggiungere i destinatari degli interventi dell'intero sistema di tutela delle relazioni familiari e della condizione minorile, nelle case come nelle comunità in cui si trovano, per far loro sentire che, anche in questa situazione, la rete di tutela "regge" ed è in grado di attivarsi a loro protezione".
Quali sono le situazioni che più la preoccupano?
"Penso ai tanti bambini costretti a casa in famiglie già in situazione difficile, che possono essere maltrattati, anche per le condizioni di povertà che andranno accentuandosi. O non adeguatamente curati. Penso ai tanti bimbi e alle loro famiglie nei campi rom, in condizioni spesso inaccettabili a prescindere dall'emergenza. Quella che stiamo vivendo è una condizione che può scatenare e aggravare le situazioni a rischio e rendere sempre più difficile proteggere i più vulnerabili e indifesi e per questo c'è bisogno di particolare attenzione, responsabilità e coesione, delle istituzioni preposte alla tutela come di ogni privato cittadino. Perciò, pur nel rispetto della rigorosa consegna a "stare a casa", occorre che ciascuno si organizzi per non venir meno alle proprie responsabilità nei confronti dei più vulnerabili".
agenzianova.com, 30 marzo 2020
Le autorità del carcere Tihar di Nuova Delhi hanno rilasciato oltre 400 detenuti nel tentativo di decongestionare una delle più grandi prigioni dell'Asia meridionale nel quadro della pandemia di Covid-19 in corso. Lo riferisce l'emittente "Ndtv", precisando che come annunciato dalle autorità carcerarie 365 detenuti sono stati rilasciati su cauzione per 45 giorni, mentre 63 altri sono stati dimessi in libertà vigilata. Il tentativo di ridurre il sovraffollamento carcerario cade dopo che nel paese sono stati confermati finora 25 decessi per cause legate al coronavirus, e segue l'indicazione della Corte suprema, che lo scorso 23 marzo ha ordinato a tutti gli Stati e territori indiani di valutare la possibilità di rilasciare in libertà vigilata i detenuti condannati per reati che comportano fino a sette anni di carcere, nel quadro dell'epidemia di coronavirus. La direzione del carcere di Tihar prevede di rilasciare in totale 3 mila detenuti, esclusi i casi considerati più pericolosi. Nel paese, che dal 25 marzo osserva una serrata totale, sono stati confermati finora 987 casi.
Il primo ministro Narendra Modi ha annunciato lo scorso 24 marzo che dalla mezzanotte l'intera India, un paese con una popolazione di oltre 1,3 miliardi di persone, si sarebbe sottoposto a "lockdown" per 21 giorni. Il premier ha richiamato l'attenzione su quello che sta succedendo su scala globale e sulla difficoltà, anche nei paesi avanzati, di far fronte all'emergenza: "Questo virus si è diffuso molto rapidamente in tutto il mondo. Si diffonde come un incendio. Guardando l'esperienza di questi paesi e ciò che dicono gli esperti, l'unico modo efficace per contrastare la diffusione del virus è il distanziamento sociale"; non c'è altra strada: la catena del contagio deve essere spezzata
Il capo del governo ha precisato che il distanziamento riguarda tutti, non solo i pazienti, come alcuni credono, e che i comportamenti irresponsabili si ripercuotono sugli altri. Modi ha ricordato che già adesso la maggior parte degli Stati e dei Territori dell'Unione hanno disposto il blocco di tutte le attività non essenziali e degli spostamenti delle persone. Da mezzanotte tutto il paese adotterà lo stesso protocollo. Il premier ha spiegato che sarà come il "coprifuoco del popolo" indetto domenica 22 marzo, una sorta di prova generale della capacità di isolamento in casa, ma più stringente, e ha sottolineato che si tratta di una misura necessaria e che i prossimi 21 giorni saranno cruciali per il futuro del paese.
di Marco Ruotolo
dirittopenitenziarioecostituzione.it, 30 marzo 2020
La sospensione dell'esecuzione della pena in Nordreno-Vestfalia. Come annunciato dal Ministro Biesenbach, il Nordreno-Vestafalia assume un'iniziativa straordinaria, proponendo l'interruzione della espiazione della pena residua per i detenuti con condanne fino a diciotto mesi da scontare entro fine luglio. Esclusi dalla sospensione dell'esecuzione della pena i condannati per reati sessuali, per violenze gravi o in attesa di espulsione.
L'applicazione del rinvio o della sospensione della pena è "consigliata" anche per i detenuti non in grado di pagare sanzioni pecuniarie. Pur non risultando al momento casi di Covid-19 negli istituti del Land, il provvedimento intende "liberare" mille posti da destinare quali spazi per l'eventuale quarantena di detenuti che risultino positivi. Non si tratta di un provvedimento clemenziale, né di uno sconto-Corona ("Es gibt keinen Corona-Rabatt"), come afferma il Ministro Biesenbach, ma di una misura prudenziale per fronteggiare il rischio della diffusione del Covid-19 negli Istituti penitenziari.
tvsvizzera.it, 30 marzo 2020
Per contenere l'epidemia di coronavirus è necessario mantenere condizioni umane nei campi profughi e nelle prigioni: l'appello giunge dal presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) Peter Maurer. Se invece profughi e detenuti continueranno ad essere costretti a vivere in condizioni miserevoli è probabile che il virus imperverserà rapidamente sia all'interno che all'esterno delle strutture, afferma Maurer in un'intervista alla NZZ am Sonntag. "La pandemia può fermare l'attività in Europa o a New York, ma guerre e violenze non si arrestano", osserva il 63enne. Il Cicr rimane impegnato, ma la sua attività è resa ulteriormente complicata dalla chiusura delle frontiere.
Nell'attuale situazione si vede anche il motivo per cui sono essenziali buone condizioni nelle carceri: non solo perché i detenuti hanno diritto a un trattamento umano, bensì anche perché i problemi dopo si riflettono sull'insieme della società, si dice convinto l'ex alto funzionario della Confederazione. Secondo Maurer è necessaria la piena solidarietà della comunità internazionale. Il Cicr sta cercando di fornire in Siria, ma anche in Yemen, Iraq, Somalia, Sudan meridionale o Nigeria, ciò che è attualmente essenziale nella lotta contro la pandemia. Nella provincia siriana di Idlib la situazione rimane estremamente difficile, continua il presidente del Cicr. Le organizzazioni umanitarie hanno un accesso molto limitato: "voliamo alla cieca".
Anche la protezione del personale del Cicr rappresenta una sfida. "Abbiamo i materiali di base e ne stiamo acquistando altri; ma gli aspetti materiali sono minori rispetto agli ostacoli politici e amministrativi". Inoltre si deve evitare che chi aiuta porti il virus nei paesi in questione.
Maurer dice di non essere sorpreso per lo scoppio della pandemia. Negli ultimi anni si è osservato un ritorno di malattie, come la polio e l'ebola, che si pensava fossero state sconfitte. Il presidente del Cicr conta quindi sulla solidarietà internazionale e spera che gli stati continuino a donare ingenti fondi per l'aiuto umanitario, nonostante la crisi del coronavirus che si trovano a loro volta ad affrontare.
di Riccardo Noury*
focusonafrica.info, 30 marzo 2020
Il 27 marzo il presidente dello Zimbabwe Emmerson Mnangagwa con un provvedimento ispirato alla necessità di contenere il contagio da coronavirus nelle carceri del Paese, ha disposto la clemenza nei confronti di diverse categorie di detenuti, con eccezioni relative alla lunghezza della pena e alla gravità del reato commesso.
Ecco l'elenco:
1. Le detenute che abbiano scontato almeno metà della pena.
2. I detenuti (da qui in avanti di ogni genere) minorenni che abbiano scontato almeno un terzo della pena.
3. I detenuti condannati a pene non superiori a 36 mesi che abbiano scontato almeno metà della pena.
4. I detenuti in cattive condizioni di salute, certificate dalle direzioni sanitarie delle carceri.
5. I detenuti inseriti nel sistema delle "prigioni aperte", un regime di semi-libertà che prevede periodi di uscita dalle carceri per visite familiari e altre attività di reinserimento sociale.
6. I detenuti ultrasettantenni che abbiano scontato almeno metà della pena.
7. I detenuti condannati all'ergastolo che abbiano trascorso almeno 25 anni in carcere.
Nel decreto di clemenza è prevista anche la commutazione in ergastolo della condanna alla pena capitale di chi ha trascorso nel braccio della morte almeno 10 anni.
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 29 marzo 2020
Se è vero che, come in molti si dice, dopo il coronavirus nulla sarà più come prima, è il caso di approfittarne, e iniziare subito a rinnovare il nostro linguaggio. Se il mondo è nelle parole che pronunciamo... La prima parola da cancellare? "Indifferenza". E parole buone arrivano, nonostante tutto, da chi è in carcere.
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