di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 31 marzo 2020
La decisione per evitare la diffusione del virus. L'epidemia di coronavirus è arrivata in Libia, il paese nordafricano aveva già registrato il primo caso martedì scorso, si trattava di un uomo di 73 anni tornato da un soggiorno in Arabia Saudita. Dopo nemmeno una settimana i casi sono diventati 8 (di cui 5 a Misurata) e i numeri sembrano destinati a crescere.
Inizia dunque un'altra guerra dentro il conflitto che dallo scorso anno infuria con forza nel paese, da quando le forze di Khalifa Haftar hanno lanciato una violenta offensiva su larga scala per conquistare Tripoli provocando la morte di centinaia di persone e almeno 150mila sfollati.
La Croce Rossa Internazionale ha avvertito che le violenze in atto rischiano di vanificare gli sforzi per combattere l'infezione in aree con infrastrutture già deboli o in rovina. Sia il governo di Accordo nazionale, riconosciuto dalle Nazioni Unite (Gna), sia l'entità rivale con base a est sotto il controllo di Haftar, hanno adottato misure preventive contro la diffusione del virus: la chiusura di scuole, alcune aziende, mercati e persino cliniche private. Tra queste spicca la decisione, da parte delle autorità Tripoline, di liberare quasi 500 persone prigioniere dalle carceri della capitale. L'annuncio è stato dato dal Ministero della Giustizia ieri, sono stati gli stessi funzionari a rendere noto che saranno rilasciati "466 detenuti dalle strutture di correzione".
Si tratta per la maggior parte di uomini che stanno scontando reati minori, anziani malati o in detenzione preventiva. Tra loro potrebbero esservi stranieri ma è escluso che il provvedimento possa riguardare prigionieri politici. La Libia dunque segue un'analoga decisione presa in Iran dove i numeri degli scarcerati sono decisamente superiori, il timore è che il coronavirus possa diffondersi nelle strutture carcerarie facendo esplodere il contagio e soprattutto rivolte come successo in altri paesi del mondo.
Il Ministero della Giustizia del governo di al Serraji ha aggiunto che seguiranno misure "volte a ridurre la sovrappopolazione delle carceri" come l'amnistiaper coloro che hanno scontato più della metà della pena. L'organizzazione umanitaria Human Rights Watch ha elogiato la decisione giudicandola "un primo passo positivo" anche se "le autorità dovrebbero fare di più per mitigare i rischi di un grave focolaio di Covid-19".
Un'opera difficile da mettere in campo visto lo stato di caos che attraversa la Libia, non a caso le Nazioni Unite hanno sollecitato per un cessate il fuoco per alleggerire il sistema sanitario già sovraccarico dove i medici, a causa della guerra, non percepiscono lo stipendio da mesi. Venerdì scorso le forze di Haftar hanno lanciato un'ennesima serie di attacchi verso Misurata controllata dalle milizie dello Gna. In particolare i combattimenti si sono svolti a Abugrein sancendo l'estensione della guerra a tutta la Libia.
di Cornelia Toelgyes
africa-express.info, 31 marzo 2020
La pandemia coronavirus ha raggiunto 47 Paesi africani. Lo ha twittato sabato il capo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. E domenica mattina il Centro per la Prevenzione e il Controllo dell'Unione Africana ha reso noto che i contagiati in Africa sono saliti a 4.282, mentre i morti a 49.
Quasi tutti i Paesi del continente hanno preso misure importanti, talvolta draconiane, per contrastare l'espandersi della pandemia.
Malgrado le severe restrizioni messe in campo anche in Sudan, ieri si sono verificati gravi incidenti nel carcere di al-Houda, Khartum. I prigionieri hanno manifestato per la grave mancanza di servizi essenziali: poco cibo, spesso manca la corrente elettrica, ma hanno lamentato soprattutto le torture alle quali sono soggetti.
Botte sono all'ordine del giorno. A taluni sono state rotte persino le costole, mentre altri hanno gravi ferite alla testa. La polizia carceraria ha immediatamente tentato di sedare la rivolta con colpi di arma da fuoco. Molti detenuti che si erano ammutinati nei cortili sono stati riportati all'interno, subendo nuove vessazioni.
La scorsa settimana il governo di Khartoum ha rilasciato 4.217 prigionieri e, secondo quanto riportato dalle autorità, prima di essere liberati sarebbero stati sottoposti al test del coronavirus. Il sistema sanitario nel Paese è fragile, negli ultimi anni, sotto la dittatura dell'ex presidente Omar al-Bashir, poco o niente è stato investito in tale campo. In tutto il Paese i prezzi sono saliti alle stelle dopo la dichiarazione dello stato d'emergenza, proclamato dal governo all'indomani del primo caso di Coronavirus e la popolazione è in grave difficoltà. A tutt'oggi i contagiati sono "solamente" sei, tra cui due morti, ma la tensione nel Paese è alle stelle, specialmente dopo il fallito attentato del 9 marzo contro il primo ministro Abdalla Hamdok mentre si recava nel suo ufficio a Khartoum e la morte per infarto, il 25 marzo a Juba, la capitale del Sud Sudan, dove sono in atto i colloqui di pace, del ministro della Difesa.
Gwi-Yeop Son, coordinatore per l'ONU in Sudan ha richiamato tutte le parti alla calma e ha chiesto un cessate il fuoco, sottolineando la vulnerabilità del sistema sanitario, specie nelle zone di conflitto, come Jebel Marra in Darfur.
In Mali la popolazione è stata chiamata alle urne domenica per eleggere il nuovo Parlamento - il secondo turno è previsto per il 19 aprile - e questo in un contesto tutt'altro che facile. Mercoledì scorso la temibile patologia è arrivata anche nella ex colonia francese, dove finora sono stati registrati 18 casi e una vittima. A Bamako sono stati distribuiti sapone, disinfettante e maschere.
Soumaïla Cissé, capo dell'opposizione maliana, rapito vicino a Tumbuktu
Nel Paese vige tutt'ora un clima di grave insicurezza. Il 26 marzo è stato sequestrato Soumaïla Cissé, il maggiore esponente dell'opposizione, insieme a 6 membri della sua squadra durante la campagna elettorale a Niafounké, la sua roccaforte, nell'area di Timbuktu, nel nord del Paese. Secondo un politico del luogo, i rapitori molto probabilmente appartengono alla formazione terrorista Front de libération du Macina (Flm), fondato nel 2015 da Amadou Koufa (nome di battaglia Amadou Diallo), un predicatore estremista fulani. Nel 2017 l'FLM, insieme a altri quattro formazioni terroriste, ha fondato il "Gruppo di sostegno dell'Islam e dei musulmani", guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine - in italiano: ausiliari della religione (islamica) - operativo per lo più nel nord del Mali.
Anche la Nigeria il presidente Muhammadu Buhari ha ordinato la chiusura totale della capitale federale Abuja e di Lagos, metropoli e capitale commerciale che conta oltre 20 milioni di abitanti. Secondo quanto riportato da Nigeria Centre for Disease Control, nella ex colonia britannica sono stati confermati 111 casi di contagio e una persona deceduta. I malati si trovano per lo più a Lagos e Abuja. Buhari ha inoltre promesso di stanziare 26 milioni di dollari destinati a arginare l'espandersi di Covid-19. Il presidente ha inoltre specificato che le imbarcazioni in navigazione da oltre 14 giorni potranno attraccare nei porti nigeriani. Le navi di petrolio e gas sono tuttavia esenti da tali misure. I due aeroporti internazionali sono già chiusi da una settimana.
Il Paese con il maggior numero di pazienti affetti da coronavirus è il Sudafrica: 1280 sono risultati positivi al test e due persone sono morte. Il presidente ha decretato l'isolamento venerdì a livello nazionale per 3 settimane e così 57 milioni di sudafricani dovranno restare confinati nelle loro abitazioni. I militari controllano le strade per far rispettare le severe norme. È vietata la vendita di alcolici, non sono permessi passeggiate con i cani e jogging. Il giorno prima che entrasse in vigore l'isolamento, si sono formate lunghe code alle stazioni dei bus perché molti sudafricani hanno cercato di raggiungere i villaggi di origine, non curanti del fatto che potrebbero trasmettere l'infezione virale agli anziani genitori. Nosiviwe Mapisa-Nqakula, ministro della Difesa è stato molto chiaro: chi sarà trovato in strada senza giusta causa, sarà punito con una pena amministrativa o 6 mesi di carcere. Ma nessuno ha pensato ai senzatetto, violentemente picchiati dai militari fin dal primo giorno del blocco.
Anche il Kenya ha messo in campo misure draconiane pur di evitare l'espandersi del coronavirus. Tutti voli internazionali sono stati sospesi e da venerdì è stato proclamato anche il coprifuoco dalle 19.00 alle 05.00 e come nella maggior parte dei Paesi africani, sono vietati assembramenti, cerimonie religiose e quant'altro. Come spesso succede in momenti di tensione, scontri con le forze dell'ordine non sono rari e così la polizia ha usato gas lacrimogeno per disperdere un gran numero di pendolari in attesa dei mezzi di trasporto pubblici; altrove gli agenti hanno picchiato giovani con bastoni.
Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe, già fortemente provato da una grave crisi economica, ha imposto il blocco totale del Paese per 3 settimane a partire da oggi per arginare la diffusione del virus. Esenti dalle restrizioni gli impiegati statali e operatori sanitari.
Mentre funerali con meno di 50 persone sono autorizzate. Secondo quanto precisato dal governatore della Banca centrale, John Mangudya, è stato reintrodotto l'utilizzo di valuta estera per le transazioni interne, vietata dallo scorso giugno. Molti abitanti sono disperati, non hanno soldi per procurarsi il cibo, come il mais, alimento principale nella dieta degli zimbabwiani. Il tasso di disoccupazione nel Paese ha raggiunto livelli altissimi, altrettanto l'inflazione che a febbraio ha toccato il 500 per cento.
Tra i 33 contagiati riscontrati in Uganda, c'è anche un bambino di solo 8 mesi. Il governo ha sospeso tutti voli internazionali già dal 23 marzo, ad eccezione dei cargo. Nessun straniero o ugandese potrà varcare le frontiere marittime e terrestri, salvo camion per il trasporto di merci. Robert Kyagulanyi Ssentamu, in arte Bobi Wine, parlamentare dell'opposizione in Uganda e pop star, ha inciso una nuova canzone per la lotta contro il Covid-19. Nel testo Bobi Wine ha focalizzato anche l'importanza dell'igiene personale per combattere la pandemia.
di Gaia Sartori Pallotta*
contropiano.org, 31 marzo 2020
I lavoratori immigrati senza documenti detenuti presso il penitenziario della contea di Essex a Newark (New Jersey) sono in sciopero della fame da martedì 17 marzo. Protestano contro le pessime condizioni in cui vivono all'interno del carcere che non fanno altro che aumentare notevolmente la possibilità di contrarre il Coronavirus. Pertanto chiedono all'Immigration and Customs Enforcement (Ice) statunitense l'immediato rilascio in libertà.
Il penitenziario di Essex può ospitare fino a 928 detenuti maschi e dal 2010 ha un accordo di servizio con l'ICE per detenere coloro che vengono dai Cie. E proprio da questi ultimi è partito lo sciopero martedì scorso coinvolgendo un'intera unità del carcere che vi ha partecipato subito nell'arco di 24 ore.
"Chiediamo ai nostri fratelli in carcere di unirsi a noi" hanno detto i detenuti immigrati "Chiediamo anche ai detenuti addetti alla cucina che lavorano qui dentro di non andare al lavoro. Lo scopo di tutto questo è chiedere il rilascio dei detenuti in particolar modo di coloro che sono ingiustamente trattenuti qui, senza aver compiuto alcun reato ma si ritrovano qui a causa della detenzione amministrativa! Che sia un rilascio vero e proprio, tramite cauzione o braccialetto e coloro che hanno l'ordine di espulsione finale che vengano fatti salire sull'aereo il prima possibile in modo da ricongiungersi alle proprie famiglie". "Non dovremmo rimanere rinchiusi durante una pandemia mortale come questa. Speriamo che vi unirete a noi perché siamo tanti e questa è una lotta non solo per la nostra libertà, ma anche per la salute e la sicurezza di tutti".
Le linee guida dell'ICE indicano che "i detenuti che rifiutano il cibo per un lungo periodo devono essere trattenuti e alimentati con la forza attraverso i tubi nasali" ma questo non ha intimorito chi ha proclamato lo sciopero non lasciandosi condizionare dall'ennesima tortura dell'alimentazione forzata, spesso usata per destabilizzare momenti di ribellione in carcere e sottomettere psicologicamente i detenuti (tecnica usata a Guantanamo nel 2013).
A sciopero iniziato, grazie a famigliari e solidali che hanno fatto eco al di fuori delle mura carcerarie di quello che stava succedendo all'interno, i media hanno riportato la notizia e il giorno dopo l'inizio dello sciopero, mercoledì 18 marzo, è stato annunciato dall'ICE che avrebbe limitato gli arresti in giro per gli Stati Uniti ma non li avrebbe terminati.
Venerdì 20 marzo sette detenuti immigrati irregolari nelle carceri della contea di Bergen, Hudson e dell'Essex (NJ) hanno intentato una causa - attraverso i legali solidali - nel distretto meridionale di New York contro alcuni importanti funzionari federali, tra cui Thomas Decker, direttore dell'ufficio sul campo dell'ICE di New York, e Chad Wolf, segretario ad interim del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale (DHS) in quanto essendo persone che soffrono di una serie di disturbi, tra cui patologie renali, polmonari ed epatiche e diabete sono fortemente a rischio per l'infezione da Covid-19 e chiedono quindi di essere rilasciati immediatamente.
Un avvocato del team legale Bronx Defenders (organizzazione in sostegno agli immigrati a basso reddito che devono affrontare cause, processi, etc) ha dichiarato: "Il modo più semplice e umano in cui l'ICE può aiutare a prevenire l'imminente contagio disastroso del coronavirus tra i detenuti è quello di rilasciare tutti coloro che si trovano in carcere e farli stare vicini alle loro famiglie mentre aspettano le udienze di convalida o meno dell'espulsione dagli Usa. Quello che chiediamo è che i tribunali agiscano subito per costringere l'ICE a cominciare dal minimo indispensabile, ovvero mettere le persone più vulnerabili fuori pericolo prima che sia troppo tardi".
Le condizioni del penitenziario di Essex sono state atroci per anni come ad esempio: cibo scaduto, pane inutilizzato conservato in sacchi della spazzatura in modo da poter essere trasformato in budino di pane; celle con perdite di acqua e muffa estesa dalle docce ai corridoi. Non c'è alcuna opportunità di svago all'aperto e nemmeno un cuscino sul quale dormire. Uno dei molti detenuti è stato mandato in carcere per il possesso di un'arma e per resistenza: "Molti ragazzi hanno finito di pagare qualunque fosse il loro debito verso la società e noi siamo qui trattenuti contro la nostra volontà dal governo e dall'ICE... è una follia! Potrebbero lasciarci tornare a casa su cauzione e potremmo stare a fianco dei nostri famigliari in un periodo di pandemia come questo... Nessuno vuole morire in prigione".
Il carcere di Essex non è l'unico in cui i lavoratori immigrati sono detenuti nel New Jersey e a New York in condizioni pessime. I detenuti del penitenziario della contea di Hudson a Kearny (NJ) hanno riferito di essersi visti negare il sapone e il disinfettante per le mani. Un detenuto è stato trasferito bruscamente in una cella totalmente sporca e gli è stato ordinato di limitare il numero di volte in cui tira lo sciacquone. Un altro detenuto ha detto alla moglie che il personale non gli avrebbe permesso di farsi la doccia regolarmente. Inoltre, il carcere non offre ai detenuti la possibilità di richiedere assistenza medica. Il personale chiede ai detenuti se hanno lamentele, annota le loro risposte e poi le mette da parte senza seguire la vicenda. Un detenuto della prigione della contea di Bergen, a Hackensack (NJ), ha dichiarato che, sebbene il personale del carcere abbia accesso al lisol e alla candeggina, ai detenuti vengono negati mentre viene addirittura centellinata la sola acqua per pulirsi le celle.
Le condizioni sono simili nella Orange County Jail a Goshen (NY), dove vi sono solo gli immigrati senza documenti. I funzionari del carcere considerano l'igienizzante per le mani come un articolo da contrabbando perché contiene alcol e vietano ai detenuti di averlo. Un detenuto e sua moglie hanno riferito che i nuovi detenuti vengono portati in cella e viene negato loro di lavarsi per una settimana.
Queste condizioni mostrano un modello di negligenza e di abuso che è durato per anni. Le carceri stanno esponendo i detenuti immigrati, il personale e la comunità in generale al rischio di infezione e di morte durante la peggiore crisi di malattie infettive dai tempi della pandemia di AIDS iniziata negli anni 80.
Si tratta delle stesse politiche inflitte agli immigrati e ai richiedenti asilo che sono stati trattenuti in campi di concentramento sovraffollati e sporchi al confine tra Stati Uniti e Messico. Lo Stato capitalista non è disposto a spendere gli sforzi più elementari per proteggere la salute dei suoi prigionieri. Nel contesto della pandemia di coronavirus, questa riluttanza rischia di trasformare un'emergenza sanitaria pubblica in una catastrofe.
La notizia dello sciopero ha coinvolto anche i detenuti di Rikers Island (NY) che dal 22 marzo sono in sciopero. Nella loro dichiarazione si legge: "In due dormitori del carcere, più di 45 detenuti si rifiutano di lasciare i dormitori per lavoro o per i pasti. Scioperiamo contro la mancanza di dispositivi di protezione individuale (DPI) e di prodotti per la pulizia che non ci vengono forniti; contro le condizioni di vita affollate che ci sono state imposte prima della pandemia e che sono state aggravate dall'aggiunta quotidiana di nuovi detenuti provenienti da altre strutture, alcuni dei quali sono stati molto probabilmente esposti al COVID-19. Dalla mattina dell'inizio dello sciopero, inoltre, hanno tolto la connessione ai nostri telefoni togliendoci la possibilità di comunicare con l'esterno. Vogliamo quindi la riconnessione, subito! E vogliamo che tutti i detenuti, soprattutto quelli ad alto rischio per le condizioni di salute e per coloro che hanno meno di un anno di condanna, siano immediatamente rilasciati".
"Scioperiamo in solidarietà con i prigionieri in sciopero della contea di Hudson" - Il primo caso confermato di Covid-19 per un detenuto di Rikers Island è stato annunciato il 18 marzo, poche ore dopo la conferma che una guardia di un posto di controllo di sicurezza era risultata positiva. Da allora, il numero di persone detenute a Rikers risultate positive al virus sono state almeno 38. Date le condizioni insalubri, il sovraffollamento e la mancanza di accesso alle cure mediche a Rikers (le infermerie non hanno ventilatori polmonari), è necessario e doveroso dare priorità alla scarcerazione prima che questa popolazione vulnerabile e prigioniera venga decimata.
Un giornalista di "The Intercept" denuncia: "Sono rinchiusi in luride celle con decine di altre persone per giorni interi, confinati in dormitori con decine di altre persone, dipendenti dal personale per l'uso del sapone e dipendenti dai secondini per il permesso di andare in una clinica medica. I circa 5.400 uomini e donne detenuti nelle carceri cittadine di Rikers Island non hanno nulla per proteggersi dal virus, anche se sono costantemente esposti ai contagi del mondo esterno attraverso il continuo alternarsi di tre turni giornalieri di agenti penitenziari e personale amministrativo".
Il carcere di Rikers Island, uno dei più famosi e peggiori di New York City ha una lunga storia di iper-sfruttamento del lavoro dei detenuti che rientrano appieno nel sistema produttivo dell'intera città e lo sciopero contribuirà sicuramente a frenare l'ingranaggio capitalista. Le risposte a questa pandemia globale mostrano che il momento attuale non è avulso da secoli di storia violenta all'interno e all'esterno delle mura del carcere. Ma il governatore Andrew Cuomo ha annunciato che lo Stato di New York intende utilizzare il lavoro dei detenuti per produrre 100.000 galloni di disinfettante per le mani alla settimana (circa 378.000 litri). I detenuti riceveranno 1,15$ all'ora o meno per il loro lavoro e nessun disinfettante per le mani in quanto considerato di contrabbando in prigione!
Inoltre New York City ha un piano di emergenza per la gestione delle morti dentro e fuori dagli ospedali che descrive minuziosamente l'uso del lavoro dei detenuti di Rikers per seppellire i corpi nelle fosse comuni di Hart Island se i depositi di cadaveri e le strutture di cremazione della città sono sovraccarichi. Basti ricordare che negli anni 80 e 90 i detenuti scavavano fosse ad Hart Island, dove venivano seppelliti i corpi inviati da varie parti del Paese di coloro che morivano di Aids.
Nel carcere di Rikers le condizioni stanno rapidamente peggiorando e sia il sindaco De Blasio che il governatore Cuomo non hanno nessuna intenzione di intervenire. Il fatto che non stiano dando priorità al rilascio delle persone dalla detenzione sta preparando il terreno per un genocidio. Inoltre in questi giorni è nata anche una campagna che chiede la chiusura di Rikers Island e la liberazione immediata di tutti i prigionieri.
Che si tratti di milioni di persone criminalizzate e incarcerate negli Stati Uniti o delle centinaia di migliaia di migranti detenuti all'interno dei violenti confini degli Usa, dobbiamo liberare tutti. Questo momento, e ogni momento, ci dice di usare le nostre risorse per dare risposte concrete, non gabbie.
*Attivista e sociologa
Il Riformista, 31 marzo 2020
In questo clima di emergenza dettato dall'epidemia del coronavirus uno dei temi più delicati resta quello delle carceri. Molti si oppongono al sovraffollamento e rivendicano la dignità dei detenuti soprattutto per evitare che un contagio non sfiori in una vera e propria tragedia, a partire dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e da Papa Francesco.
In Italia ci sono state rivolte da varie carceri del Paese e i detenuti che hanno contratto il covid-19 sono arrivati a quota 15, sebbene nel carcere di Parma un'intera area è stata messa in quarantena. Questo tipo di problema sembra riguardare non soltanto la nostra penisola ma anche altre nazioni come ad esempio gli Stati Uniti. Come ha dichiarato Tom Dart, sceriffo della contea di Cook a Chicago, i casi positivi al coronavirus nella prigione della contea di Cook sono saliti vertiginosamente nel giro di pochi giorni salendo ad 89 con ancora molti da testare con il tampone.
In una situazione come quella carceraria è molto difficile riuscire a mantenere la distanza non soltanto tra i detenuti, ma anche tra i carcerati e il personale penitenziario. Per questo la contea di Cook ha pensato bene di ridurre al minimo il numero di detenuti che sono a rischio controllando e rilasciando imputati accusati di crimini non violenti, le persone anziane e quelle più fragili.
Il campo di quarantena costruito ad hoc per ovviare all'emergenza coronavirus è il primo caso di soluzione temporanea in tutti gli Stati Uniti. Una vecchia struttura di igiene mentale è stata riconvertita in un campo da quarantena in soli tre giorni per mantenere i detenuti infetti da Covid-19 e quelli sospettati di essere positivi in modo che siano separati dal resto della popolazione carceraria. Una troupe di medici professionisti si occupa di loro visitandoli prima di assegnarli a un edificio specifico.
Questa decisione è stata presa come conseguenza dei numerosi casi che stanno aumentando giorno dopo giorno non soltanto a New York ma nell'intera area degli Stati Uniti. La contea di Cook è stata definita come una delle aree più a rischio sotto questo punto di vista, per questo anche il carcere è stato attrezzato in modo da ridurre al minimo la strage da coronavirus. In una sola settimana, lo stato dell'Illinois è passato da centinaia di casi confermati a oltre 3.000, inclusi oltre 34 decessi.
di Lorenzo Padovan
La Stampa, 31 marzo 2020
Per i detenuti nei Centri di permanenza per il rimpatrio non c'è la possibilità di ottenere il braccialetto elettronico. Il destino dei 380 ospiti delle varie strutture di questo tipo, disseminate sul territorio nazionale, è quasi sempre l'espulsione. Soltanto che in questo frangente nessuno Stato accetterebbe mai il rientro di un connazionale proveniente dall'Italia.
E comunque la pandemia ha bloccato, anche a livello amministrativo, l'esecuzione di tutti i provvedimenti, comprese le espulsioni e i rimpatri. Per questo dai Cpr arrivano, da giorni, notizie di inquietudini e proteste. Nella notte tra domenica e ieri la cinquantina di ospiti di quello di Gradisca d'Isonzo (in provincia di Gorizia), dove un paio di mesi fa, morì un cittadino georgiano, hanno appiccato 4 distinti incendi a materassi e suppellettili, per protestare contro le condizioni di detenzione in relazione al Coronavirus.
"Sono stati momenti delicati - ammette il prefetto di Gorizia, Massimo Marchesiello. I roghi dolosi sono stati spenti grazie al tempestivo intervento dei vigili del fuoco. È stato necessario mobilitare anche le forze dell'ordine, che hanno riportato la calma, senza che ci fossero persone ferite gravemente nel corso dei tafferugli o intossicate dal fumo".
Le proteste erano iniziate la settimana scorsa, dopo il primo contagiato tra i detenuti: "Il soggetto in questione, che era giunto dalla Lombardia, non era mai entrato in contatto con gli altri ospiti - precisa Marchesiello. Resta ancora in isolamento, pur senza sintomi. Stessa procedura è stata adottata per il personale e per i poliziotti che lo avevano incontrato e scortato durante il trasferimento: saranno monitorati fino a giovedì, quando terminerà il periodo di osservazione e potranno tornare in servizio".
Per gli ospiti dei Cpr italiani una speranza viene da una recente sentenza favorevole del Tribunale di Roma, che non ha considerato legittimo il trattenimento di uno straniero che aveva richiesto protezione internazionale. Per i giudici, "la privazione della libertà personale, in spazi ristretti, renderebbe difficoltoso garantire le misure previste a garanzia della salute dei singoli".
È proprio "l'emergenza sanitaria in atto" - come sottolinea la pronuncia - che "impone di interpretare in termini restrittivi" le norme contro l'immigrazione clandestina e limitative della libertà personale, rendendo necessario "operare un bilanciamento tra tali norme e il diritto alla salute costituzionalmente garantito a ogni persona".
di Goffredo Adinolfi
Il Manifesto, 31 marzo 2020
"Togliere la protezione sociale ad alcuni ha effetti nefasti per l'intera collettività". Che i virus non conoscano confini oramai lo si era capito. Tantomeno sono in grado di distinguere tra cittadini e non cittadini. Così, in un momento di crescente diffusione in Portogallo del Covid-19 si è posto il problema di quegli immigrati che, pur avendo fatto richiesta di regolarizzazione al Serviço de Estrangeiros e Fronteiras (Sef), ancora non avevano ottenuto risposta.
Prima di andare avanti un piccolo passo indietro. Per fare fronte alla pandemia l'Assembleia da República approva il 18 marzo scorso lo stato d'emergenza. Un tempo limitato di 15 giorni e ampissimi poteri per il governo guidato dal socialista António Costa. Seguendo il modello adottato in altri paesi anche il Portogallo decide di chiudere tutto il chiudibile e promuovere, dove possibile, il telelavoro.
Il grande tema non è del tutto dissimile da quello italiano: cosa fare di fronte a uno scenario apocalittico? Servono soldi se non si vuole lasciare indietro nessuno. Ad ora gli internati negli ospedali sono 500, 120 i morti e circa 6 mila i contagiati confermati (+14% in un solo giorno). Le notizie dal mondo del lavoro sono drammatiche: solo l'aeroporto di Lisbona ha deciso di licenziare 500 lavoratori.
Il clima è teso come non mai. Dopo la riunione dell'Eurogruppo della scorsa settimana Costa perde la pazienza e attacca il ministro delle finanze olandese Wopke Hoekstra. Definisce ripugnante e contraria allo spirito europeo l'idea di voler aprire un'indagine contro Spagna e Italia per cercare di capire davvero quali siano gli effetti sui bilanci della pandemia. Parole forti ma non scelte a caso e che vengono confermate in un'intervista il giorno seguente.
Tra le fasce più deboli ci sono senza dubbio coloro che non hanno la cittadinanza europea che sono senza visto o il cui visto è in scadenza. Come fare? Il 20 marzo, un paio di giorni dopo l'approvazione dello stato di emergenza, varie associazioni di immigrati sollevano il problema. In una lettera indirizzata alla segretaria di Stato per l'immigrazione Cláudia Pereira Olho Vivo, Casa do Brasil e altre organizzazioni manifestano preoccupazione per le condizioni di coloro che, pur lavorando in Portogallo, non hanno diritto alla protezione sociale perché ancora non hanno ancora ottenuto un permesso ufficiale.
Un problema, quello della regolarizzazione, certamente non nuovo. Il Sef, vista la crescita dell'immigrazione e i tagli al personale negli ultimi anni, è perennemente ingolfato. Si aspetta fino a un anno solo per avere un appuntamento. Ora, con gli sportelli semi-chiusi a causa delle misure adottate per limitare la diffusione del contagio, la questione minaccia di diventare ancora più drammatica.
Così l'esecutivo decide di procedere per decreto e azzerare tutto: regolarizzazione temporanea almeno fino a fine giugno per tutti quelli che possono dimostrare di avere già fatto richiesta al Sef. Questo permetterà agli immigrati di potere usufruire dello stato sociale allo stesso modo dei cittadini portoghesi. Il ministro degli Interni Eduardo Cabrita spiega in questo modo la natura del decreto: "in uno stato di emergenza la priorità è la difesa della salute e la sicurezza collettiva. È in questi momenti che diventa più importante garantire i diritti dei più fragili come è il caso degli immigrati".
Chega - il partito di estrema destra di André Ventura che aveva ottenuto l'1% alle scorse elezioni legislative, un deputato al parlamento e che ora veleggia nei sondaggi all'8% - prova a buttare benzina sul fuoco. In un post sulla sua pagina Facebook si legge: "mentre si lasciano morire gli anziani la preoccupazione dei governanti è quella di approvare una legge per integrare gli immigrati". Inaspettatamente molti dei follower - autodefinitisi simpatizzanti e classificati da Fb come i "fan più attivi" - discordano con la linea Ventura. Alcuni per ragioni di solidarietà, altri per il semplice fatto che gli immigrati in fondo in fondo pagano le tasse come tutti gli altri e quindi perché privarli dei loro diritti?, altri semplicemente per ragioni di umanità. Non tutti certo, ma molti. Sullo sfondo un tema che non è secondario: il virus colpisce tutti indistintamente e quindi diventa un problema di tutti. Come ha sottolineato anche il ministro Cabrita: togliere la protezione sociale ad alcuni ha effetti nefasti per l'intera collettività.
di Farid Adly e Marta Serafini
Corriere della Sera, 31 marzo 2020
Una rivolta e un'evasione di prigionieri dell'Isis. È accaduto ieri nel Nord Est siriano, ad Hasakah, nel carcere di Ghwairan controllata dalle Forze democratiche siriane (Fds), in cui sono detenuti dai 3 mila ai 5 mila prigionieri, di varie nazionalità, molti dei quali militanti dello Stato Islamico. A darne notizia sono le stesse Fds che affermano anche di aver ripreso oggi il controllo della prigione e di aver arrestato quattro dei detenuti fuggiti.
Alle operazioni per il recupero dei prigionieri - come confermato dal portavoce militare della coalizione anti Isis, il colonnello Myles Caggins - hanno partecipato anche le forze statunitensi. "I terroristi dell'Isis detenuti" hanno abbattuto con successo le porte delle loro celle e "preso il controllo del piano terra della prigione", si legge nella nota.
L'intervento delle forze antiterrorismo delle Fds, prosegue il comunicato, "ha posto fine all'ammutinamento mettendo in sicurezza il centro di detenzione". Nessun detenuto risulta evaso, hanno precisato le Fds. L'Osservatorio siriano per i diritti umani ha confermato il ritorno alla calma nella prigione aggiungendo che i quattro detenuti fuggiti domenica sera sono stati ripresi. La tv siriana parla però di 12 evasi, non è chiaro dunque se qualcuno sia rimasto in libertà o meno.
Intanto le immagini delle televisioni locali mostrano una breccia nel muro della prigione e gruppi di detenuti con striscioni e in piedi nelle loro celle. Ivan Hassib, un giornalista locale, ha pubblicato un video dall'esterno del carcere che mostra dozzine di soldati delle Sdf di stanza fuori dal perimetro e sul tetto della grande struttura.
"Ci sono oltre 4.000 membri combattenti di Daesh (Isis, ndr) in questo carcere a sud di Hasakah,, dove si svolge una rivolta da ieri. Secondo quanto ci ha riferito il responsabile della sicurezza del carcere, la rivolta è ancora in corso e le forze di sicurezza si stanno preparando un'incursione all'interno del carcere per riprenderne il controllo. I detenuti dell'Isis sono riusciti a prendere possesso di alcune parti del carcere e hanno divelto porte che separavano le stanze dormitori dove sono ammassati i combattenti. Alcuni dei detenuti sono riusciti a fuggire,ma non si sa quanto siano", ha spiegato il reporter.
"La situazione è ancora tesa all'interno della prigione", ha scritto su Twitter il portavoce della Sdf Mustafa Bali, aggiungendo che gli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro Isis hanno assistito nelle ricerche durante la notte e fino a lunedì mattina. Una tv curda ha riferito come "Sono entrate forze speciali per riportare ordine nel carcere e subito dopo sono state sentite raffiche di mitra e sparatorie singole dei cecchini; sono state fatte affluire ambulanze per evacuare i feriti. Non si sa se ci sono anche morti tra i detenuti".
L'Isis ha perso il controllo di tutti i suoi territori in Siria un anno fa, dopo una campagna terrestre e aerea durata cinque anni condotta dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Da allora le Sdf hanno in custodia 12 mila miliziani detenuti in prigioni sovraffollate nel nord-est della Siria, di questi 4.000 sono stranieri. Sempre i curdi hanno in custodia anche 100 mila donne e bambini, parenti dei miliziani, detenuti campi di detenzione.
Dopo che lo scorso ottobre la Turchia ha attaccato la regione del nord est siriano, 249 donne e 700 bambini con legami con Isis sono scappati dal campo di Ain Issa dopo un raid turco. Le autorità curde hanno ripetutamente invitato la comunità internazionale a rimpatriare i loro cittadini affiliati al gruppo terroristico, avvertendo di non avere le risorse per ospitare i sospetti dell'Isis a tempo indeterminato. Anni di silenzio da parte dei governi occidentali, tuttavia, hanno portato i curdi a suggerire che cittadini stranieri possano essere processati nei tribunali dell'amministrazione curda. Human Rights Watch e altri gruppi affermano che molti detenuti nelle carceri maschili sono minori o sono stati arrestati con accuse deboli o giustiziati dopo processi sommari.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 31 marzo 2020
Il premier ungherese potrà chiudere il parlamento, cambiare le leggi e sospendere le elezioni. "Orbán ha gettato la maschera e oggi comincia la sua dittatura" lancia l'allarme Bertalan Toth, il leader dei socialisti ungheresi. E perfino uno come Peter Jakab, alla guida del partito di estrema destra Jobbik, non si perde in inutili giri di parole e definisce quanto accaduto ieri nel parlamento di Budapest "un colpo di stato".
Più che una crisi sanitaria, come nel resto d'Europa, quella in corso da giorni in Ungheria è una crisi di democrazia che ieri è arrivata al culmine. Approfittando dell'emergenza dettata dalla pandemia di coronavirus Viktor Orbán ha fatto approvare dal parlamento (153 voti a favore su 190, solo 53 quelli contrari) una legge speciale che gli consegna pieni poteri per un periodo di tempo illimitato. Con la scusa di contenere il dilagare del virus da oggi il premier magiaro può quindi governare il Paese a colpi di decreti, decidere un'eventuale chiusura dello stesso parlamento, sospendere o cancellare le elezioni, cambiare o abrogare leggi già esistenti.
Le nuove norme permettono inoltre di punire con pene che possono arrivare fino a otto anni di carcere chi - risultato positivo al virus - non rispetta la quarantena, mentre anche la poca stampa rimasta ancora libera rischia pene severe - da uno a cinque anni di reclusione - se verrà ritenuta responsabile di aver diffuso "false notizie".
utto il Paese in mano a un uomo solo e al suo partito Fidesz, che grazie ai numeri con cui controlla il parlamento, e ad alcuni voti dell'estrema destra, ieri ha votato il nuovo pacchetto di misure che cesseranno di essere in vigore solo se e quando verrà deciso dallo stesso Orbán. Inutile ogni tentativo delle opposizioni di porre un limite di 90 giorni al potere assoluto del premier. "L'opposizione sta dalla parte del virus", ha sentenziato con la solita retorica sovranista il premier.
Da quando l'emergenza coronavirus si è diffusa in Europa in Ungheria sono stati registrati 447 casi di contagio con 15 vittime, ma i dati reali potrebbero essere molti più alti. Inoltre i test effettuati, 13.300 secondo la cifra fornita dallo stesso governo, sarebbero insufficienti e negli ospedali mancherebbero tute, guanti e mascherine mentre i respiratori sarebbero in tutto 2.560.
I primi casi di positività al virus risalgono al 4 marzo scorso e hanno riguardato due studenti iraniani, saliti a otto pochi giorni dopo. Studenti, non migranti, ma questo non ha impedito al premier magiaro di tornare ad attaccare quanti cercano disperatamente di raggiungere il nord Europa. L'11 marzo è stato dichiarato lo stato di emergenza con il successivo lockdown che dovrebbe concludersi l'11 aprile.
Le misure restrittive decise da Budapest sono però più leggere rispetto a quelle adottate da altri governi europei. Gli ungheresi possono uscire di casa per andare al lavoro, dal medico e per svolgere commissioni importanti, ma secondo i media locali sarebbe anche permesso loro di partecipare a matrimoni e funerali, svolgere attività sportive e accompagnare i bambini all'asilo. Sono state previste anche delle fasce di età per recarsi in determinati negozi: alimentari e farmacie sono aperti dalle 9 a mezzogiorno solo per gli ultra sessantacinquenni, riservando il resto della giornata alle persone più giovani.
Nei giorni scorsi, una volta che le intenzioni di Orbán sono state chiare per tutti, le istituzioni europee non hanno nascosto la preoccupazione per le ulteriori restrizioni allo stato di diritto verso le quali stava andando l'Ungheria. "Ho risposto ai frignoni europei di non avere il tempo di discutere questioni giuridiche senz'altro appassionanti ma teoriche" quando ci sono "vite da salvare", ha risposto ieri a tutti Orbán.
di Franco Giubilei
La Stampa, 30 marzo 2020
I Sindacati degli agenti chiedono tamponi per chiunque acceda alle carceri. Venti giorni fa le carceri italiane venivano scosse dalle rivolte più violente degli ultimi decenni, innescate dallo stop ai colloqui coi familiari deciso per arginare il coronavirus. Ora i sindacati di polizia penitenziaria lanciano un nuovo allarme, dopo quelli sulla carenza di mascherine e protezioni in dotazione agli agenti, stavolta sul pericolo di contagio all'interno degli istituti: a partire da quello di Parma, dove "un'intera sezione detentiva sarebbe stata sottoposta a quarantena preventiva per la presenza di un detenuto che avrebbe manifestato sintomi para influenzali, verosimilmente riconducibili al Covid-19", denunciano Sappe, Osapp e Sinappe.
deputatipd.it, 30 marzo 2020
"Sull'emergenza carceri il Governo faccia scelte coraggiose. Dopo l'invito di Papa Francesco e le parole del Garante dei diritti dei Detenuti, si abbia la forza di decongestionare i nostri penitenziari senza fare necessariamente ricorso ai braccialetti elettronici. Chi pensa di potere usare questi strumenti per migliaia di detenuti dovrebbe prima verificare se, alle condizioni attuali, le nostre forze di polizia sono in grado di farsi carico dello sforzo connesso ai sopralluoghi preventivi, ai controlli successivi e agli eventuali interventi straordinari connessi ad un numero così elevato di braccialetti.
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