camerepenali.it, 30 marzo 2020
La Giunta interviene nuovamente sull'emergenza carcere, dopo l'appello odierno di Papa Francesco. Papa Francesco ha voluto oggi esprimere, urbi et orbi, parole chiare sulla necessità indifferibile di interventi immediati ed efficaci sulle carceri italiane, flagellate dal più alto sovraffollamento europeo, e perciò esposte ad un rischio epidemico che solo una miopia politica ottusa ed irresponsabile può ostinarsi ad ignorare. Lo ha fatto, per di più, citando espressamente l'inequivocabile appello del Consiglio d'Europa.
di Massimiliano Tamanti
italiasera.it, 30 marzo 2020
Chi sbaglia paga, e su questo non ci piove. È anche vero però che, pur esercitando un ruolo punitivo, la detenzione deve saper offrire anche un'opportunità di recupero e di re-inserimento nella società.
di Marcello Matté
settimananews.it, 30 marzo 2020
Sono cappellano al carcere della Dozza. In questi giorni mi sento molto "confratello" dei vostri parroci e di quanti esercitano un ministero pastorale verso questa porzione di Chiesa costretta agli "arresti domiciliari". In questi giorni sentiamo il peso di dover stare in casa. "Loro" sono costretti - senza deroghe - a stare in un edificio che si chiama casa (circondariale) ma casa non è. Voi da innocenti, "loro" a convivenza stretta col proprio rimorso (e a volte anche con la certezza della propria innocenza). (Penso anche ai tanti, troppi, che starebbero volentieri in casa se solo ne avessero una).
Ordine e separazione
In questi giorni, come le persone detenute, dobbiamo stare al chiuso perché ciascuno può essere una minaccia all'incolumità dell'altro. Benché, a differenza delle persone detenute, voi siate innocenti. Sperimentiamo quanto sia insopportabile sentirsi inclusi dentro una zona rossa dove ciascuno è pericoloso per il semplice fatto di abitarci. E senza nemmeno conoscere la data del "fine pena".
In questi giorni, come i reclusi e le recluse, molti, troppi sperimentano la solitudine e l'isolamento. Il dramma nel dramma di questa pandemia è che separa dai propri cari proprio mentre si avrebbe più bisogno di una vicinanza affettuosa. Si è costretti a soffrire e perfino a morire senza che alcuno possa tenerti per mano, e, viceversa, senza poter tenere la mano della persona amata che soffre. Non poter essere presenti al momento della malattia, dell'agonia, dell'ultimo saluto: esperienza comune (e disumana) del condannato, ora esperienza degli innocenti.
In questi giorni, l'impossibilità di incontrare i propri cari a colloquio ha innescato una miscela di rabbie che è esplosa in una violenza senza giustificazione alcuna e, peggio, senza una finalità. Possiamo, in soggettiva, comprendere il dolore per tutti quegli innocenti che devono subire la pena indiscriminata di non poter vedere nemmeno per un'ora il marito, la moglie, il figlio o figlia, il papà o la mamma che si trovano nella zona ancor più rossa del carcere.
In questi giorni l'incontro con la porzione di Chiesa, che vive da sempre reclusa, è precluso a me e a quanti - ministri, volontari, semplicemente amici - cercano ogni giorno di tessere la tela di rapporti umani che possano ospitare il desiderio di Dio: lui si accontenta di un quorum molto basso (due o tre) pur di abitare in mezzo a noi. Non ha bisogno di chiese affollate. Tantomeno di carceri sovraffollate.
Tela di Penelope, perché a ogni giorno succede una notte nella quale un qualche maligno - cangiante come un virus - semina la zizzania della divisione, del rifiuto, dell'esclusione. Non smettiamo di tessere, perché ad ogni notte succede un giorno. In questi giorni non possiamo celebrare l'eucaristia. La pandemia ci sta costringendo a una forma del nostro essere Chiesa che ci farebbe bene capire comunque. La vita cristiana e la vita di Chiesa nascono molto scarne nelle manifestazioni esteriori e l'eucaristia, che pure è "fonte e culmine" della vita di fede, non si identifica con le forme che nella storia ha assunto e che l'hanno portata, anche nel nostro tempo, a essere "la" forma della liturgia e della vita di Chiesa. Ma "in principio non fu così". La pandemia ci sta togliendo alcune forme preziose e incastonate (cosa molto positiva in sé) nell'espressione quotidiana e ordinaria della nostra vita di fede.
Possiamo vivere questi momenti come invito a riscoprire l'essenza della nostra vita ecclesiale. Ritrovare il significato e il gusto della Chiesa domestica. Riscoprire il valore sacramentale del pane spezzato in casa. Perfino nella cella di un carcere. Perseverare attaccati all'essenziale: la parola di Dio, la comunione, la frazione del pane e la preghiera (cf. At 2,42). I muri fanno le chiese e noi italiani sappiamo quanto siano belle e preziose per la nostra vita spirituale. Ma siamo noi, persone vive, pietre viventi a fare la Chiesa. Anche senza muri, anche dentro ai muri. Io sento che la ferita inferta dalla pandemia non è soltanto il "digiuno eucaristico", ma il digiuno dall'incontro. La nostra vita di fede si fa ardua senza la vita fraterna, senza l'incontro. Lo dico da cappellano del carcere, che conosce quanto sia difficile mantenere la fede senza l'esperienza ripetuta della comunione.
Che non sia solo male - La caratteristica "diabolica" di questa pandemia è che ci isola e ci divide (diàbolon = colui che divide), che trasforma gli incontri in contagi, gli abbracci in epidemia. Non lasciamo che questa pandemia sia soltanto male (perché male è). Come il popolo di Israele, in quell'esodo che la quaresima evoca, non ha lasciato che il deserto fosse soltanto deserto. Con fatiche moltiplicate, si stanno ricostruendo infrastrutture e muri della casa circondariale. Noi Chiesa, casa di Dio, impegniamoci a costruire, nonostante il virus diabolico che ci divide, quel tessuto di rapporti umani che superano i muri. Per riscoprirci Chiesa senza muri. Non sarà stato invano.
di Carlo Lettieri
segnideitempi.it, 30 marzo 2020
"È una crisi sanitaria, ma anche sociale e psicologica". La crisi che stiamo affrontando non è esclusivamente sanitaria, ma anche sociale, economica, psicologica, soprattutto nel Sud Italia. Dalle realtà impegnate in prima linea a favore dei più bisognosi, che non hanno chiuso le porte per la paura del contagio, ma al contrario hanno potenziato le loro attività di accoglienza e sostegno, arriva un invito ad attivare soluzioni coraggiose ed importanti. Significativo l'appello del direttore della Fondazione Regina Pacis, don Gennaro Pagano, affinché vengano individuate soluzioni "capaci di tener conto del bene integrale della persona e delle fasce più marginali della popolazione".
"Più volte - sottolinea don Gennaro - ho sentito ripetere da qualcuno che l'epidemia da covid-19 è democratica in quanto potenzialmente coinvolge tutti: se lo è dal punto di vista biologico e medico non lo è dal punto di vista sociale. Siamo nel bel mezzo di una crisi che non è più esclusivamente sanitaria ma anche psicologica, sociale, economica. Pertanto credo, con i mezzi che solo chi governa e amministra può immaginare, anche questi altri tre criteri (psicologico, sociale, economico) debbano essere utilizzati con maggior centralità, nell'ambito della riflessione politica e sociale".
Il direttore evidenzia che alcune fasce di "marginalità sociale" soffrono più di altre in questo momento. Fa riferimento ai minori, "bombardati da continui bollettini di guerra, respirano un senso di insicurezza" che impongono la presenza, immediata ed urgente, di adulti che siano per loro punto di riferimento. I genitori devono essere rassicuranti e non trasmettere le loro ansie, seppure comprensibili. Va potenziata l'attività di maestri, insegnanti, educatori, operatori per offrire un sostegno ai genitori nel compito educativo e di cura.
Impegnato come cappellano nell'istituto penale minorile di Nisida, don Gennaro parla della situazione dei detenuti: "Privi dei colloqui, delle occasioni ricreative organizzate dal volontariato carcerario, delle attività formative e laboratoriali si troverebbero a fare i conti con un tempo vuoto, generatore di malessere interiore e di dinamiche pericolose".
Poi una riflessione a favore dei disabili. Sono stati chiusi i centri specializzati e sospese le attività socio-educative; in molte zone del paese è stata interrotta l'assistenza domiciliare, questo comporta "un'inevitabile ricaduta psicologica su molte persone con disabilità e lascia sprofondare in un senso di stanchezza e di indicibile solitudine molte delle loro famiglie": "Occorre fare qualcosa in tal senso - conclude il giovane sacerdote - per evitare delle vere e proprie tragedie familiari" (scarica il testo dell'appello di don Gennaro Pagano).
A Quarto la Cittadella dell'Inclusione non ha sospeso l'accoglienza, offrendo ospitalità alle donne immigrate e bisognose d'aiuto; non ha sospeso l'attività di sostegno alle famiglie, organizzando la consegna a domicilio della spesa; ha potenziato l'azione di supporto psicologico; ha attivato diversi laboratori per bambini tramite i social, creando anche "Favole al telefono" (per info su facebook fondazione "centro educativo diocesano regina pacis").
L'apporto dei volontari non manca. Le restrizioni per gli spostamenti, anche tra comuni diversi, non bloccano chi vuole impegnarsi nella solidarietà. L'ordinanza (n. 23 del 25 marzo) del presidente della Regione Campania fa riferimento proprio "agli operatori impegnati nell'assistenza ai singoli cittadini indigenti e/o soli, nonché nelle attività di volontariato per l'aiuto alimentare o farmaceutico". I servizi sociali e il Terzo Settore non hanno alibi e non devono scoraggiarsi. Come ha sottolineato anche il Papa, "siamo sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari".
di Luigi Nicolosi
stylo24.it, 30 marzo 2020
Grazie alle ultime disposizioni del Governo circa seicento detenuti campani dovrebbero presto tornare a casa, ma l'intervento potrebbe non essere ancora sufficiente. Il rischio è che, qualora l'emergenza coronavirus si aggravi ulteriormente, le carceri della regione si trasformino in una bomba sanitaria dagli esiti imprevedibili.
A lanciare l'allarme è il garante Samuele Ciambriello, che con un accorato appello chiede: "La politica smetta di essere cinica e pavida, è arrivato il momento di mettere in campo provvedimenti coraggiosi e tempestivi. Non c'è più altro tempo da perdere". Chiara, dunque, l'impostazione di pensiero del garante dei detenuti della regione Campania, Samuele Ciambriello, che comunque rivolge un plauso a tutti gli addetti ai lavori in questo momento coinvolti nella gestione della pandemia: "Ci tengo a ringraziare pubblicamente medici, sanitari e uomini della penitenziaria.
Tutti stanno mostrando grande coraggio, professionalità e umanità, ma soprattutto responsabilità, in questa situazione complessa. Tutti dobbiamo capire, e mi rivolgo anche ai detenuti e ai loro parenti, che stiamo vivendo un'emergenza nazionale". Stabilito l'incipit, Ciambriello va quindi al nocciolo della questione, o quantomeno degli aspetti ancora irrisolti.
Secondo il garante regionale, infatti, nelle carceri di Napoli e del resto della Campania, il problema del sovraffollamento rischia infatti di avere esiti devastanti in caso sorgessero eventuali focolai all'interno degli istituti di pena.
Ed ecco dunque che arriva l'attacco nei confronti dell'Esecutivo: "In questo senso non basta il piccolo decreto approvato la scorsa settimana che porterà chi deve scontare pene di un anno e sei mesi a uscire dalle carceri. In Campania questa misura interesserà 600 detenuti, ma non basta. La politica eviti di essere cinica e pavida. Questo è il momento giusto per mettere in campo provvedimenti coraggiosi e tempestivi". Come a dire, non c'è altro tempo da perdere.
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2020
Difesa e difensori - Rifiuto, rinuncia o revoca - Revoca difensore di fiducia - Esplicazione effetti - Condizioni. La revoca dell'incarico al difensore, così come l'atto di rinuncia, non esplica effetti finché la parte non risulti assistita da un nuovo difensore, di fiducia o nominato d'ufficio, e non sia decorso il termine congruo di cui all'art. 108 c.p.p., non inferiore a sette giorni, previsto per consentire al nuovo difensore di prendere cognizione degli atti e conoscere dei fatti oggetto del procedimento. [Nel caso di specie, dopo la revoca del mandato all'avvocato, non risultava intervenuta alcuna nomina di nuovo difensore, onde nessun effetto è stato riconosciuto alla predetta revoca].
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 17 marzo 2020 n. 10341
Procedimenti speciali - Giudizio abbreviato - In genere - Procura speciale rilasciata al difensore per la richiesta di rito abbreviato - Revoca del mandato - Effetti - Revoca automatica della procura speciale - Esclusione - Ragioni. La procura speciale per la richiesta di rito abbreviato, ancorché conferita al difensore contestualmente nominato, è atto distinto dalla nomina del medesimo a patrocinatore; ne consegue che la revoca del mandato fiduciario non comporta l'automatica revoca della procura speciale, che può essere effettuata soltanto con un atto avente una delle forme prescritte per il conferimento dei poteri, da depositarsi presso la cancelleria del giudice o la segreteria del pubblico ministero procedente. (In motivazione la Corte ha aggiunto che, in caso di dubbio, il giudice potrà, comunque, verificare l'effettiva persistenza della volontà dell'imputato di farsi rappresentare da colui che non è più suo difensore).
• Corte di cassazione, sezione I, sentenza 6 agosto 2019 n. 35703.
Difesa e difensori - Rifiuto, rinuncia o revoca - Revoca difensore di fiducia - Nomina di nuovo difensore ex art 97 comma 1 cod. proc. pen. - Richiesta di rinvio dell'udienza ex art. 108 cod. proc. pen. - Rigetto - Possibilità - Condizioni - Fattispecie. In materia di diritto di difesa, il giudice legittimamente non accoglie l'istanza di rinvio avanzata ai sensi dell'art. 108 cod. proc. pen. dal nuovo difensore, nominato ex art. 97, comma 1, cod. proc. pen. in sostituzione di altro revocato, quando l'istanza sia un espediente per procrastinare la definizione del procedimento in violazione dei doveri di lealtà e correttezza che devono orientare l'esercizio del mandato difensivo e delle facoltà processuali. (Nella specie, l'imputato dopo avere saputo che l'udienza del processo, fissata da tempo per la rinnovazione dell'esame da lui stessa richiesta di numerosi testi presenti in aula, era stata rinviata al pomeriggio, in tarda mattinata aveva presentato in cancelleria la revoca del mandato al suo difensore di fiducia).
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 29 maggio 2019 n. 23884
Difensore penale - Revoca - Nomina di un nuovo difensore - Concessione del termine a difesa al difensore subentrante - Diritto del difensore - Attività che possono essere compiute durante la decorrenza del termine. L'articolo 108 del Cpp, in uno con il precedente articolo 107, prevede che, in caso di revoca del difensore, la concessione del termine per la difesa sia oggetto di un vero e proprio diritto del nuovo difensore, salva sempre l'operatività effettiva della revoca solo dopo il decorso del termine stesso. Durante la decorrenza di detto termine concesso al difensore subentrato a quello revocato, il giudice, come previsto dall'articolo 107, comma 3, del codice di procedura penale, può legittimamente compiere (continuando ad avvalersi del difensore originario, ovvero sostituendolo ai sensi dell'articolo 97, comma 4, del Cpp) solo le attività processuali il cui svolgimento risulti in concreto compatibile con il decorso del predetto termine, essendo, invece, tenuto al differimento delle altre, in particolare della discussione e della pronuncia della sentenza.
• Corte di cassazione, sezione VI, sentenza 7 novembre 2018 n. 50333.
Difesa e difensori - In genere - Rinuncia, revoca, incompatibilità e abbandono della difesa - Fatti accaduti nell'immediatezza della celebrazione del giudizio - Diritto alla concessione del termine per la difesa - Sussistenza. Il diritto alla concessione di un congruo termine per la difesa nei casi di rinuncia, revoca, incompatibilità e nel caso di abbandono da parte del precedente difensore può essere esercitato pur quando detti fatti, e la conseguente nomina del nuovo difensore, si siano verificati nell'immediatezza della celebrazione del giudizio.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 11 aprile 2008 n. 15413.
Difesa e difensori - Rifiuto, rinuncia o revoca - Mandato al primo difensore. Nel caso in cui, l'imputato, senza revocare espressamente il precedente difensore, nomini durante il giudizio d'appello altro difensore di fiducia, e solo di questi in concreto si avvalga, concentrando su di esso la propria scelta, a lui affidando la propria difesa in ogni atto, adempimento o parte del procedimento di secondo grado, di guisa che il difensore prescelto, e solo questi in modo personale, diretto e autonomo abbia espletato l'incarico affidatogli, deve ritenersi per "facta concludentia" ed inequivocabilmente, l'intento dell'imputato stesso di affidare le attività defensionali al solo difensore che lo ha effettivamente assistito, e quindi, in sostanza, di revocare il mandato all'altro difensore.
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 13 agosto 1998 n. 9478.
di Andrea Alberto Moramarco
Il Sole 24 Ore, 30 marzo 2020
Tribunale di Genova - Sezione II penale - Sentenza 4 luglio 2019 n. 2693. La circostanza attenuante del danno economico di speciale tenuità, di cui all'articolo 62 n. 4 cod. pen.,è compatibile con la fattispecie di cessione di stupefacenti di lieve entità, prevista dall'articolo 73 comma 5 del D.P.R. n. 309/1990, qualora la condotta del reo abbia procurato un lucro in presenza di un evento dannoso o pericoloso connotato da un ridotto grado di offensività o disvalore sociale, stante la differente natura giuridica e i diversi presupposti applicativi previsti dalle due norme. A sottolinearlo è il Tribunale di Genova con la sentenza n. 2693/2019.
La vicenda - La decisione del giudice ligure riguarda un uomo di nazionalità marocchina il quale veniva sorpreso da alcuni agenti di Polizia mentre cedeva una bustina contenente 0,5 grammi di cocaina verso il corrispettivo di 30 euro. Dopo l'arresto e la convalida, l'uomo veniva processato per rispondere del reato di cessione di stupefacenti, in relazione alla fattispecie attenuata di cui all'articolo 73 comma 5 del D.P.R. n. 309/1990. Alla luce dell'evidente prova dei fatti contestati all'imputato, il Tribunale emette un verdetto di condanna per il reato di lieve entità in materia di stupefacenti ritenendo altresì applicabile, anche in tale ipotesi, la circostanza attenuante del danno economico di speciale tenuità.
La configurabilità dell'attenuante - Quanto alla fattispecie ex comma 5 dell'articolo 73 del testo unico in materia di stupefacenti, il giudice ribadisce che la condotta di lieve entità è da considerarsi oggi come autonomo titolo di reato, "avuto riguardo alla concreta portata offensiva del fatto accertato, il quale per le sue caratteristiche relative ai "mezzi", alle "modalità", alle "circostanze dell'azione" ovvero alla "quantità" e alla "qualità" della sostanza", si rivela di trascurabile entità e minimamente pericoloso; proprio come avvenuto nel caso di specie ove è stato ceduto un modestissimo quantitativo di cocaina.
Quanto, invece, alla circostanza attenuante ex articolo 62 n. 4 cod. pen., il giudice afferma che ormai per consolidato orientamento giurisprudenziale la circostanza attenuante del danno economico di speciale tenuità "può trovare applicazione non solo ai reati che ledono il bene giuridico del patrimonio ma altresì ad ogni tipo di delitto purché commesso con scopo di lucro". La stessa attenuante, inoltre, trova applicazione anche al delitto di cessione di stupefacenti di cui al comma 5 dell'articolo 73 D.P.R. n. 309/1990 "se la stessa ha procurato un lucro in presenza di un evento dannoso o pericoloso connotato da un ridotto grado di offensività o disvalore sociale". Peraltro, sottolinea il giudice, tra la lieve entità in tema di stupefacenti e il generale danno di speciale tenuità vi è una differente natura giuridica, ovvero circostanza e titolo autonomo di reato, e la non piena coincidenza dei loro elementi costituivi, posto che l'attenuante prevista nella parte generale del codice penale "richiede, rispetto al "fatto lieve", un elemento specializzante costituito dall'avere l'agente perseguito o conseguito un lucro di speciale tenuità che esclude che dallo stesso dato materiale discenda una duplicazione di benefici sanzionatori".
di Gabriele Romagnoli
La Repubblica, 30 marzo 2020
I consigli per la quarantena di un ex detenuto, abituato, in molti anni di carcere, a lunghi periodi di isolamento. Me li ha mandati a puntate, per messaggio sul cellulare, ora che è libero e lontano, ma di nuovo chiuso in una stanza. Per lui è un'esperienza già provata e da cui ha tratto insegnamenti.
Questi:
1) Ricordati che mentre tu sei recluso, isolato, perfino fossi in infermeria, c'è chi altrove sta nel braccio della morte.
2) Non fare mai il conto alla rovescia, dimentica ogni possibile data di fine pena perché magistrati e destino possono giocare con te, trovare mille ragioni per spostare più avanti la tua liberazione.
3) Le giornate non devono sembrarti tutte uguali, devono essere tutte uguali. Ogni variazione può rendere difficile la seguente. Se leggi: lo stesso numero di pagine ogni giorno. Se fai ginnastica: gli stessi esercizi. Regola il sonno, regola tutto. Rendi la vita ipnotica come una lancetta che scorre.
4) Impara una qualunque cosa che non conoscevi.
5) Non ricordare e non fantasticare, vivi nel presente, anche se è fatto di poco o nulla.
6) Ricordati che non sei innocente, comunque.
7) La fede aiuta, ma o ce l'avevi prima o non vale.
8) Prova con la telepatia, ma con una sola persona.
9) Finirà e quando accadrà abbassa la testa, ringrazia e vai.
Il Secolo XIX, 30 marzo 2020
I progetti non sono mai decollati e le case circondariali della regione sono sempre in emergenza. I sei istituti di pena da Sanremo alla Spezia sono sovraffollati. Il segretario del Sappe: "La sicurezza è ad alto rischio".
Era il luglio 2013 e l'ex prefetto di Genova Anna Maria Cancellieri, divenuta nel frattempo ministro della Giustizia, parlò con l'allora presidente della Regione Claudio Burlando. La raccomandazione della Guardasigilli: riaprire il progetto di trasloco del carcere di Marassi fuori dal centro abitato di Genova e lontano dallo stadio Ferraris".
Lo rivelò lo stesso governatore: "Il ministro mi ha detto che è preoccupata per la situazione delle carceri italiane, in particolare per Marassi". Fu così, in quel momento, che riprese quota un vecchio progetto mai accantonato: una nuova struttura lontana dalla città, sulle alture tra i quartieri di Quezzi e di Bavari, al Forte dei Ratti.
Zona già ipotizzata anni prima e individuata via via come possibile soluzione di problemi differenti: si parlò anche di un impianto per bruciare i rifiuti ospedalieri. L'idea venne caldeggiata, con opportuni interventi sul territorio, anche dall'ex sindaco di Genova Marta Vincenzi. Si sa com'è finita.
La nuova casa di reclusione non è mai stata realizzata, il progetto è sprofondato nel libro dei sogni dove tante iniziative rimangono relegate e nel frattempo la Liguria ha perso un altro carcere. È il Sant'Agostino di Savona: il 28 dicembre 2015 un decreto firmato dal ministro della Giustizia Andrea Orlando ne dispose la chiusura, per le condizioni fatiscenti, il degrado dell'edificio, le celle sovraffollate che non consentivano ai detenuti di espiare la pena in modo dignitoso. Anche in questo caso si sono ipotizzate via via nell'ultimo quinquennio ipotesi alternative: la stessa Savona, l'entroterra della Valbormida, Albenga.
Anche in questo caso non se n'è fatto nulla e l'appesantimento ha finito per gravare sulle altre strutture della Liguria. Così si arriva all'oggi. La situazione nella regione è quella descritta dai dati riportati nel grafico di questa pagina, che evidenzia le risapute condizioni di sovraffollamento e fa il punto sulla complicata situazione di eventi critici pressoché quotidiani.
È evidente che l'emergenza di questo periodo ha riacceso i riflettori sulle emergenze penitenziarie per due motivi. Il primo è il più evidente: le ripetute rivolte esplose nelle settimane passate con violenze, sangue e un allucinante bollettino di 14 morti. La seconda è un'esigenza strettamente correlata al coronavirus. Sta per terminare la disponibilità di celle riservate per chi, arrestato, dev'essere messo in quarantena prima di poter essere immesso tra la popolazione carceraria.
Così parte l'appello dei lavoratori: riaprire il Sant'Agostino di Savona almeno per questi casi, almeno con una quindicina di celle, prima che il sistema vada definitivamente in tilt. Problema, anche questo, emerso nell'epoca del virus, che si aggiunge a tutti gli altri compiti che gravano sugli agenti.
Spiega Michele Lorenzo, segretario regionale del sindaco Sappe: "La situazione penitenziaria italiana, di conseguenza si riversa su quella ligure, è risultata carente principalmente dal punto di vista della sicurezza. Le rivolte dell'8 e del 9 marzo sono il biglietto da visita di un sistema che è vulnerabile perché la polizia penitenziaria, negli anni, è stata svuotata dei suoi compiti che sono la sicurezza degli istituti". È il punto di vista dei lavoratori, che evidenziano le distorsioni.
Non mancano le proposte. Una su tutte: riqualificare partendo da concetti basilari come le dotazioni di strumenti moderni, tecnologici per arginare i veri fenomeni delinquenziali che arricchiscono il carcere.
Anche, semplicemente, l'elettrificazione dei cancelli: "Nessuno dice no a un carcere più moderno, dove sia realizzato il "servizio dinamico", ossia la possibilità di passare gran parte della giornata detentiva con le celle aperte e liberi di girare per i reparti.
Ma se poi a vigilare tutto c'è un solo agente con il mazzo di chiavi, è ovvio che sarà in mano a chi volesse creare disordini, cosi come è successo a Foggia". Conclusione: impossibile realizzare un carcere moderno senza adeguare i vecchi sistemi. Anche la Liguria, come i dati ben evidenziano, patisce queste difficili contraddizioni.
di Franco Corleone
L'Espresso, 30 marzo 2020
Il 15 marzo un detenuto è morto nel carcere di Udine. La notizia è rimasta nascosta fino a ora, incredibilmente. Nessuna comunicazione dall'Amministrazione penitenziaria e dalla Procura della Repubblica. L'obbligo della trasparenza è disatteso in maniera assoluta. Un silenzio assordante circonda una tragedia che fa comprendere che cosa sia il carcere. Il giovane era uno dei tanti soggetti definiti "tossicodipendenti", in realtà persone con tante fragilità e che avrebbero bisogno di politiche sociali e non di repressione.
Non sappiamo ancora neppure il nome come per giorni è accaduto ai 13 morti del carcere di Modena. Corpi a perdere. La testimonianza che ha fatto conoscere la vicenda parla di una storia di detenzione difficile, di tanti episodi di autolesionismo, di somministrazione eccessiva di metadone, di subutex e di psicofarmaci. L'autopsia ci dirà qualcosa di più certo. Una storia identica a tante altre che accadono nelle patrie galere con una colpevole assuefazione. Maurizio Battistutta, garante dei detenuti aveva denunciato ossessivamente la ferita aperta del carcere di Udine e i suoi scritti sono eloquenti, di estrema attualità e raccolti nel volume Via Spalato.
In questi giorni, in piena crisi determinata dal Corona virus, la situazione delle carceri non spinge a un cambiamento profondo nelle scelte di politica criminale. La bomba è innescata ma nessuno che ha il potere e il dovere di agire, compie scelte coraggiose e responsabili. C'è chi, spudoratamente, paventa l'indulto e l'amnistia. Solo Papa Bergoglio mostra senso di umanità. La Costituzione ammonisce che la giustizia senza umanità è pura vendetta.
- Bologna. Coronavirus, il Sindacato: "9 medici, 15 infermieri e 2 agenti infetti"
- Voghera (Pv). Il carcere di rischia di trasformarsi nella prossima bomba sanitaria
- Parma. Coronavirus: positivi 5 agenti, 60 in quarantena. Isolati una quarantina di reclusi
- Pisa. Quattro agenti contagiati, Italia Viva chiede tutele per Polizia penitenziaria e detenuti
- Bologna. Nel carcere della Dozza predisposte 14 celle per l'isolamento degli infetti









