bolognatoday.it, 30 marzo 2020
Il segretario di Giacomo: "Sono estremamente preoccupato per il possibile propagarsi del virus tra i poliziotti penitenziari e le loro famiglie ma molto di più mi allarma un contagio di massa tra i detenuti". Il dato sul personale sanitario con il Covid-19 certificato da tampone nel carcere di Bologna desta la preoccupazione per il propagarsi nell'istituto di pena del virus: a sostenerlo è il segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria Aldo di Giacomo che dice "risultano essere infetti 9 medici e 15 infermieri che prestano servizio presso il carcere di Bologna e 2 poliziotti penitenziari. Dati confermati dai sindacati dei medici penitenziari. Sono estremamente preoccupato per il possibile propagarsi del virus tra i poliziotti penitenziari e le loro famiglie ma molto di più mi allarma un contagio di massa tra i detenuti, il quale avrebbe effetti devastanti sul carcere che non è in grado di reggere decine di contagi".
Continua Di Giacomo: "il ricovero esterno di detenuti graverebbe sull'economia già precaria delle terapie intensive della regione. Serve con urgenza fare i tamponi a tutti i poliziotti penitenziari ed a tutti i detenuti. Il rischio pandemia nel carcere è più di una semplice supposizione. Occorre tutelare detenuti e poliziotti per questo ho chiamato il prefetto ed ho inviato una lettera urgente al ministro della salute. Questa grave situazione evidenzia ancora una volta l'incapacità di gestire l'emergenza da parte dell'amministrazione penitenziaria la quale sembra affidarsi alla buona sorte".
di Francesca Fagnani
fanpage.it, 30 marzo 2020
Giovanni si è ammalato nel carcere di Voghera. Era in custodia cautelare ed è stato contagiato dal Covid19. Ora è in terapia intensiva e lotta tra la vita e la morte. Chi l'ha contagiato? Perché la famiglia non ha avuto più notizie?
Lontano dallo sguardo pietoso di tutti, il carcere di Voghera rischia di trasformarsi nella prossima bomba sanitaria. Un detenuto risultato positivo al Covid19 è stato trasferito in condizioni gravissime al San Carlo di Milano. È in terapia intensiva e lotta per la vita. L'ipotesi più probabile è che si sia contagiato in carcere, anche perché l'ultimo colloquio con i familiari - che vivono lontano dalle regioni più colpite e che stanno bene - risale al 15 febbraio scorso. Chi lo ha contagiato? Le informazioni ufficiali sono pochissime, ma in carcere le notizie in qualche modo passano lo stesso e si è saputo che nei giorni precedenti al ricovero di Giuseppe (nome di fantasia), anche il cappellano del carcere - in contatto per il suo ruolo con molte persone - pare sia stato ricoverato a Milano, sebbene non se ne conosca la causa. Nella cella di 9 mq destinata a due persone, dove viveva Giuseppe erano invece in quattro, il distanziamento fisico, pertanto, impossibile. I suoi compagni sono stati messi in quarantena, ma non si altro. Su questo primo caso di Covid19 in carcere è sceso un'inquietante silenzio, tanto che perfino i familiari del detenuto malato non erano stati avvisati del suo trasferimento in ospedale a Milano: al San Paolo prima, al San Carlo dopo che le sue condizioni si sono aggravate. Nessuno dalla casa circondariale di Voghera, infatti, ha sentito l'obbligo morale né quello umano di avvisare la famiglia del suo ricovero.
Il detenuto ha cominciato a star male intorno al 9 marzo. Qualche giorno dopo, il 13, Giuseppe raccontava - a colloquio telefonico con i familiari - di sentirsi male: aveva febbre alta, brividi, tosse e problemi respiratori da almeno quattro giorni. Alla moglie e al figlio Giuseppe ha raccontato di aver chiamato il medico, il quale però si era rifiutato di visitarlo: "stanno giocando con la mia vita" dice al figlio in quell'ultima telefonata. Da quel giorno la famiglia non ha più notizie. Lui non chiama e l'istituto di Voghera non fornisce informazioni. Nel frattempo si viene a sapere che in carcere c'è un caso di Covid19. La famiglia impaurita continua a chiamare, ma nessuno è autorizzato a dare loro notizie, fino all'intervento degli avvocati del detenuto, Giuseppe Alfì e Gaetano Figoli, che si mettono in contatto con il Gip, anche lui incredibilmente ignaro della vicenda.
Giuseppe che si trovava nel carcere di Voghera in custodia cautelare, in attesa di giudizio, in queste ore si trova in serie condizioni all'ospedale San Carlo di Milano. Non sappiamo da chi sia stato contagiato e se a sua volta abbia contagiato qualcun altro, ma sarebbe doveroso e necessario conoscere la situazione sanitaria di un istituto che al pari di altri richiederebbe di essere monitorato con scrupolosa attenzione, perché il rischio è che le carceri diventino lazzaretti senza via di uscita per chi ci lavora e per un'umanità dolente, sbagliata, colpevole (anche innocente fino a sentenza definitiva), ma che ha lo stesso diritto alla salute di tutti.
"Il governo sorprendente sta tacendo una situazione esplosiva che non è una mera ipotesi ma una certezza razionale" - ci dice il Presidente dell'Unione delle Camere Penali Giandomenico Caiazza - "il governo formalmente ha preso un provvedimento per liberare circa 9000 posti, a condizione di utilizzare i braccialetti elettronici che sanno benissimo non esserci: sono pochissimi e tutti già impiegati nelle custodie cautelari. Esiste un progetto di approvvigionamento dei braccialetti? Se è così perché non lo dicono? Qualcosa davvero non torna".
di Roberto Longoni
Gazzetta di Parma, 30 marzo 2020
I sindacati: "Test a tutti gli uomini della Penitenziaria". Appello del Garante e della Camera penale. Loro, i detenuti, chiusi dentro, e lui, il coronavirus, fuori. Finora era andata così, quasi che le sbarre di via Burla proteggessero dal pericolo Covid-19 meglio di quelle di altre carceri vicine, dove l'inizio dell'emergenza ha scatenato rivolte.
Ma l'immunità potrebbe non durare. Una decina di giorni fa cinque uomini della Polizia penitenziaria sono risultati positivi dopo il tampone faringeo. Nessuno è stato ricoverato, e a oggi si guarda con ottimismo alle loro condizioni di salute. Compresi i cinque, ora in isolamento volontario c'è una sessantina di agenti.
Ma c'è un altro timore. Venerdì pomeriggio è emerso che un detenuto aveva la febbre. Potrebbe non significare nulla: nei giorni scorsi, aveva giocato a calcio e sudato. Ma per escludere sospetti, l'uomo è stato sottoposto al tampone faringeo, il cui esito è atteso domani al massimo. Nel frattempo, in via cautelativa, per una quarantina di detenuti (tutti della media sicurezza: quella che ha maggiori margini di movimento in carcere) è stata disposta la quarantena. Nonostante questo, si è riusciti a garantire loro di usufruire dell'ora d'aria.
Di questi sviluppi tre sindacati della Polizia penitenziaria hanno informato Prefettura e Regione. "Da giorni - scrivono Fabio Ruffolo del Sappe, Vincenzo Paparo dell'Osapp e Simona Parma del Sinappe - chiediamo, inascoltati, a ogni livello istituzionale e dell'amministrazione penitenziaria, di sottoporre nel più breve tempo possibile a tampone faringeo tutto il personale che acceda in istituto, per la tutela di lavoratori e detenuti". I sindacalisti ricordano invece l'esiguo numero dei test compiuti, solo a 10 colleghi (tra i quali i 5 positivi) ospitati in caserma.
Un'urgenza, quella dello screening ai 300 agenti in servizio in via Burla, sottolineata anche dal segretario regionale del Sappe, Enrico Maiorisi, che ricorda la necessità di prevenire "i pericoli che possono essere portati in carcere da chi viene da fuori". Dello stesso avviso Gianluca Giliberti che inoltre chiede "presidi all'altezza della situazione, per qualità e quantità". Inoltre, il segretario regionale del Sinappe si auspica "un maggior coinvolgimento decisionale dei sindacati".
Anche Roberto Cavalieri, garante dei detenuti, e Valentina Tuccari e Monica Moschioni, rispettivamente presidente e responsabile della commissione carcere della Camera penale, chiedono misure straordinarie alle autorità sanitarie e dell'amministrazione penitenziaria.
"Tra queste l'esecuzione del tampone a tutto il personale sanitario e dell'amministrazione che svolge attività nelle sezioni detentive nonché ai detenuti, per circoscrivere il contagio e mettere in atto misure sanitarie adeguate; l'apertura del nuovo padiglione ove collocare esclusivamente i detenuti presenti a Parma e che devono essere messi in quarantena e i positivi per i quali è possibile gestire il decorso della malattia in ambito detentivo; dotare il personale sanitario e dell'amministrazione penitenziaria dei Dpi necessari e effettuare controlli sul loro corretto utilizzo; impedire la circolazione degli agenti da una sezione all'altra e da un reparto all'altro e, questo, in particolare nelle sezioni in cui sono reclusi detenuti anziani e con patologie che compromettono il sistema immunitario".
"Inoltre - proseguono - un appello al Tribunale di sorveglianza, Ufficio di sorveglianza, alle Procure e all'Amministrazione penitenziaria affinché: si accelerino le modalità di lavoro per il riconoscimento delle misure previste dal Decreto legge 18/2000 che prevede la scarcerazione di persone con 18 mesi di pena residua e che si trovano in determinate circostanze; sia concesso il differimento della pena ai detenuti portatori di gravi patologie e per i quali l'autorità sanitaria si è già espressa circa le criticità di una presa in carico sanitaria in carcere; siano posti agli arresti domiciliari i detenuti in carcerazione preventiva e/o che presentano un idoneo domicilio; siano bloccati i trasferimenti di detenuti da altre carceri al fine di preservare la loro salute e quella dei detenuti già reclusi a Parma. Nel corso dell'ultimo mese, e quindi in piena emergenza sanitaria, sono giunti a Parma detenuti trasferiti da Reggio Emilia e Bologna e persone arrestate a Piacenza; si attivino tutte le misure possibili per facilitare i colloqui a distanza dei detenuti con famigliari, avvocati e garanti".
gonews.it, 30 marzo 2020
"Sono settimane che incalziamo il Ministro Bonafede, invitandolo a non sottovalutare l'emergenza sanitaria nelle Carceri Italiane. Quanto sta succedendo a Pisa conferma la gravità della situazione e la mancanza di una strategia. Chiediamo di tutelare la salute dei detenuti e della Polizia Penitenziaria e di tutto il personale che lavora all'interno.
Non è possibile andare avanti così. Ho proposto al Ministro anche una task force straordinaria con le Regioni proprio per gestire la situazione sanitaria, garantendo agli operatori un piano sicurezza per la salute, che sia idoneo a tutelare la loro salute ma anche quella di coloro con cui vengono in contatto: i detenuti all'interno, le stesse famiglie dei poliziotti all'esterno.
Non basta collocare le tende fuori dalle carceri ma devono essere fatti i tamponi e i test a i poliziotti e devono essere dotati di mascherine e di dispositivi di sicurezza. L'unica vera soluzione per prevenire il contagio all'interno delle carceri è quella di far eseguire i tamponi a tutti gli operatori penitenziari nonché a tutta la popolazione detenuta.
Solo in questo modo si potrà evitare che persone positive ma asintomatiche, possano continuare a trasmettere il virus. Bonafede ha abbandonato la gestione sulle spalle dei Provveditori, dei direttori, della Polizia Penitenziaria che come sempre con grande professionalità stanno svolgendo il loro lavoro con serietà ma non possono essere lasciati soli.
Il mondo penitenziario è complesso e la nostra democrazia e sicurezza passa anche da ciò che succede nelle nostre carceri. Il Ministro prenda in mano la situazione o si faccia aiutare, ma dia risposte concrete" Cosimo Maria Ferri Componente Commissione Giustizia Camera dei Deputati
di Antonio Ianniello*
Ristretti Orizzonti, 30 marzo 2020
Le misure di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid 19 presso gli Istituti Penitenziari diramate dalla Direzione Generale Cura della Persona, Salute e Welfare della Regione Emilia-Romagna, anche raccomandando di promuovere attività di informazione nei confronti delle persone detenute per favorire l'esatta conoscenza dell'emergenza sanitaria, prevedono che, in caso di positività al tampone, si dovrà prevedere un isolamento sanitario all'interno dell'istituto in locale adeguato, provvisto di servizio igienico ad uso esclusivo, salvo necessità di ricovero ospedaliero della persona. Sono stati in questo senso predisposti 14 spazi dedicati nel locale istituto penitenziario.
Le linee guide dell'OMS per la prevenzione del contagio nei luoghi di restrizione evidenziano come nei luoghi di detenzione possa essere accentuata la vulnerabilità al contagio proprio per l'assenza strutturale di quel distanziamento sociale necessario, ferma restando la necessità di garantire gli stessi standard di assistenza sanitaria
previsti per la società esterna. Delicato è il profilo legato alla reazione psicologica delle persone detenute in caso di positività, risultando anche necessari, sempre secondo l'OMS, un sostegno psicologico e un'azione di corretta informazione sulla malattia, garantendo la continuità dei contatti con la famiglia.
Per quanto riguarda la gestione dei casi, ancora l'OMS raccomanda che le persone detenute vengano messe in quarantena per 14 giorni dall'ultima volta in cui sono state esposte a un paziente positivo al Covid 19, fornendo uno spazio in cui vi sia un adeguato ricambio d'aria e una disinfezione ordinaria dell'ambiente preferibilmente almeno una volta al giorno.
Si pone l'accento sull'adeguatezza della ventilazione nello spazio in cui vengono collocate le persone positive, risultando poi imprescindibile, in termini di numero e qualità, un'adeguata disponibilità di dispositivi di protezione individuale, e anche di prodotti per l'igiene personale e ambientale. E ancora si raccomanda la designazione di una squadra di operatori sanitari e personale penitenziario con il compito di occuparsi esclusivamente di casi sospetti o confermati per ridurre il rischio di trasmissione.
Calando nel locale contesto penitenziario, già segnato drammaticamente dai disordini delle settimane scorse, le premesse indicazioni, in questo tempo di emergenza sanitaria che ha reso ancora più ampia la distanza fra l'universo carcerario e la società esterna, emergono limpide, da un lato, in ragione delle condizioni strutturali dell'istituto, le evidenti difficoltà oggettive nell'attivazione delle procedure previste per garantire l'efficacia degli interventi di contenimento della diffusione del contagio; e dall'altro, l'enormità dello sforzo organizzativo e operativo al quale sono chiamati gli operatori sanitari e penitenziari, il cui numero già sta riducendosi per i contagi. Nel mezzo di questa emergenza sanitaria, se si vuole decisamente garantire l'efficacia degli interventi di contenimento della diffusione del contagio all'interno, anche in un'ottica di tutela della salute pubblica, non si può prescindere da un opportuno alleggerimento degli attuali numeri delle presenze in carcere, anche partendo dalle persone con pregresse patologie e anziane.
*Garante per i diritti delle Persone private della Libertà personale
newsicilia.it, 30 marzo 2020
Un secondo agente di Polizia penitenziaria sarebbe risultato positivo al Coronavirus nel carcere "Pasquale Di Lorenzo" di Agrigento. La scorsa settimana era stata diffusa la notizia del contagio di un collega. I due poliziotti sarebbero concittadini, in quanto entrambi residenti a Raffadali (Agrigento). Pare che, fortunatamente, i due non siano stati a contatto con i detenuti.
Sono tuttavia in corso ulteriori accertamenti per ricostruire la rete dei contatti dei due presunti contagiati. Negli scorsi giorni, il sindaco di Raffadali, Silvio Cuffaro, aveva donato oltre 400 mascherine alla Polizia penitenziaria e ai vigili del fuoco del comando provinciale di Agrigento.
di Fabrizio Brignone
laguida.it, 30 marzo 2020
Dai rappresentanti degli agenti di custodia, la richiesta di maggiori controlli sanitari, anche dopo l'arrivo di detenuti da Modena. Anche in Granda è alta l'attenzione sul sistema carcerario e sulle condizioni dei detenuti e del personale, nelle case di reclusione del territorio ad Alba, Cuneo, Fossano e Saluzzo. E proprio da Saluzzo giunge un allarme, raccolto dai rappresentanti sindacali degli agenti di custodia: nella struttura sono giunti nei giorni scorsi 48 detenuti dalla casa circondariale di Modena, tra quelle in cui le scorse settimane si sono registrate le rivolte più gravi.
I rappresentanti sindacali richiedono un intervento delle autorità locali per garantire controlli sanitari e per prevenire eventuali contagi: "Finora il personale in servizio con grande spirito di sacrificio e abnegazione è riuscito a evitare situazioni emergenziali e manifestazioni violente da parte della popolazione detenuta. Oggi, non ci sono più le condizioni per garantire tale clima di tranquillità".
Anche nelle carceri della Granda l'emergenza sanitaria ha comportato l'annullamento di attività didattiche e lavorative, oltre alla sospensione dei colloqui: si è cercato di compensare con videochiamate, ma non sempre le linee fisse consentono di soddisfare le esigenze dei detenuti (sono anche stati assegnati 22 telefoni cellulati tra i 1.600 messi a disposizione da Tim in tutta Italia, tra cui sette a Cuneo e dieci a Saluzzo.
di Alfredo Di Costanzo
iltabloid.it, 30 marzo 2020
La notizia non arriva certo inaspettata: il coronavirus è arrivato anche dentro al carcere delle Vallette a Torino. D'altronde le misure di prevenzione istituite nelle carceri del nostro paese sono state praticamente nulle, anche perché il cronico e noto sovraffollamento rende materialmente impossibile rispettare distanze di sicurezza e norme igienico-sanitarie.
Mentre ogni giorno a tutti i cittadini viene detto di #stareacasa e rispettare le distanze di sicurezza, ai detenuti viene negato anche il più basilare diritto alla salute: evidentemente, al di là delle parole, per il ministro Bonafede e per tutto questo governo, i carcerati sono cittadini di "serie B", a cui si può negare anche il diritto alla salute.
Detenuti preoccupati - Solo pochi giorni fa Nicoletta, rinchiusa proprio in quel carcere, raccontava circa la preoccupazione dei detenuti dopo che si era diffusa la notizia della positività di due secondini. Ora, con la positività accertata di due carcerati, la situazione rischia di esplodere. Noi crediamo che l'unica soluzione per evitare che le carceri si trasformino in grandi lazzaretti sia concedere l'amnistia per i reati sociali, l'indulto e le misure alternative come i domiciliari, oltre che dotare dei necessari DPI tutto coloro che rimarranno in carcere. Molti detenuti devono scontare meno di due anni residui, tantissimi sono in carcere per reati minori: a tutti loro bisogna concedere, subito, i domiciliari.
Così come bisogna concedere l'amnistia a tutti coloro i quali, come Nicoletta, si trovano in carcere per le loro battaglie in difesa dei diritti di tutti e tutte noi. Ma bisogna fare presto, prima che la situazione degeneri.
di Pietro Barghigiani
Il Tirreno, 30 marzo 2020
Dal 30 marzo e sino alla fine dell'emergenza sanitaria le udienze si terranno in ambienti separati attraverso videoconferenze. Conoscere leggi e procedure non basta più. Gli avvocati devono diventare smart. Non c'è tempo per imparare se qualcuno è a digiuno di nozioni web. Il nuovo corso, senza una scadenza temporale, inizia domani.
E il verbo nelle virtuali aule giudiziarie sarà dettato dalla funzionalità di Skype. Abili nel diritto, agili nella tecnologia. Il 30 marzo è il giorno del battesimo dei processi a distanza in provincia di Pisa. Videoconferenze che il legale può affrontare usando tablet e telefonino standosene nel salotto di casa o nel proprio studio. È sempre consentito recarsi in Tribunale, ma rimanendo nella camera di consiglio, mai in aula dove ci sono giudice e cancelliere. L'obiettivo è evitare la condivisione degli stessi spazi. Il difensore può anche presentarsi nel luogo in cui il cliente viene trasferito da chi lo ha arrestato. Sono le opzioni inserite nelle linee guida per la celebrazione delle udienze da remoto per la convalida dell'arresto, del fermo e delle direttissime.
È un documento sottoscritto dalla presidente del Tribunale, Maria Giuliana Civinini e dalla Procura con il sostituto procuratore Giancarlo Dominijanni, estensore di gran parte dei contenuti. I programmi, pilastri del processo a distanza, sono due: Skype for Business e Microsoft Teams. Tutti gli operatori dovranno dotare i dispositivi informatici di queste applicazione. In pratica si potrà gestire un'udienza interloquendo con giudice e pm (loro nelle rispettive sedi di lavoro) utilizzando anche un telefonino rimanendo accanto in modo virtuale al cliente piantonato in un altro immobile della provincia.
Accorgimento estremo, ma che rende l'idea delle barriere ormai superabili di spazio e luogo. Un esempio pratico. Le forze dell'ordine arrestano nella notte una persona per furto a San Miniato. L'avvocato, d'ufficio o di fiducia, abita a San Giuliano Terme e viene avvertito dalla polizia giudiziaria con una mail. Anche senza installare il programma, cliccando sul link si entra nella cosiddetta "stanza virtuale" che, altro non è, che la partecipazione all'udienza.
Basta avere un Pc, uno smartphone o un iPad collegato a Internet. L'avvocato può decidere se andare in Tribunale a Pisa (nella stanza della camera di consiglio), o nel luogo dove si trova il suo assistito. Tre opzioni territoriali: giudici di pace di Pontedera, San Minato e Volterra, se l'arresto viene fatto in quelle zone di pertinenza. Se vuole andare in studio o restare a casa può farlo e così ha inizio la videoconferenza. Anche i pm possono restare nel loro ufficio o andare in Tribunale.
Tradotto: dialogando in remoto da quattro posti fisici diversi e lontani (arrestato a San Miniato, avvocato in casa a San Giuliano Terme, pm in Procura e giudice in Tribunale) viene celebrata l'udienza per la convalida dell'arresto. Stessa modalità, con videoconferenza dal carcere, se la convalida o l'udienza con detenuti avviene davanti al gip.
L'Ordine degli avvocati e la Camera penale non hanno firmato il documento. Scrive il presidente dell'Ordine, Stefano Pulidori: "Abbiamo fatto presente che il soggetto arrestato o fermato non è in alcun modo assimilabile al detenuto, all'internato e al soggetto sottoposto a custodia cautelare e che la fattispecie restava regolata dalle norme ordinarie, con udienza da svolgersi alla presenza fisica della parte interessata. Da questo conseguiva, pur sempre con non poche riserve, che la partecipazione da remoto dell'arrestato o fermato all'udienza di convalida avrebbe, al più, potuto ammettersi col di lui consenso e quello del suo difensore". Da domani i processi si fanno a distanza fino alla fine della pandemia.
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 30 marzo 2020
Le misure messe in campo dal ministero per l'emergenza virus. Emergenza coronavirus: nell'eccezionalità del momento e dopo le rivolte dell'8 marzo scorso scoppiate in 27 carceri del paese, al sistema penitenziario italiano arriva un'iniezione di oltre 1.100 nuovi agenti della polizia penitenziaria.
Messi in campo dal ministro Bonafede, senza aver avuto neppure il tempo di terminare il proprio periodo di formazione, sono lo specchio di una situazione senza precedenti a cominciare dalle cinque circolari emesse in un mese dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della giustizia in tema di procedure sanitarie per i detenuti negli istituti, disposizioni per le traduzioni da e verso gli istituti e misure anti contagio per il personale di polizia penitenziaria.
In primo piano un'emergenza nell'emergenza, il carcere con i suoi 61.230 detenuti: oltre dodicimila in più a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 detenuti registrata dalle statistiche del ministero al 29 febbraio 2020. Un sovraffollamento ora reso ancor più pericoloso dal pericolo di diffusione del contagio da Covid-19.
Nel decreto legge n. 18 del 17 marzo scorso battezzato Cura Italia, le norme chiave per il nostro sistema penitenziario sono quattro e contenute negli articoli 83, 86, 123 e124. Il primo, l'articolo 83, comma 16, ha sospeso dal 9 marzo al 22 marzo scorso i colloqui negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni tre detenuti e familiari, da svolgersi a distanza con telefonate e videochiamate autorizzabili anche oltre i limiti di legge.
Prorogata, invece, al 31 maggio 2020,1a sospensione dei permessi premio da parte della magistratura di sorveglianza. L'articolo 86 destinato a "misure urgenti per il ripristino della funzionalità degli Istituti penitenziari e per la prevenzione della diffusione del Covid-19" autorizza invece la spesa di 20 milioni di euro nell'anno 2020 per la realizzazione di interventi urgenti di ristrutturazione e di rifunzionalizzazione delle strutture e degli impianti danneggiati e per l'attuazione delle misure di prevenzione per il contrasto e il contenimento del virus anche in carcere. E a determinare in concreto i casi di detenzione domiciliare, ci pensa l'articolo 123 in base al quale, fino al 30 giugno 2020, su istanza e previa esclusione di casi particolari, la pena non superiore a diciotto mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena, si sconta presso l'abitazione del condannato o in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza.
Tuttavia, per chi abbia una pena o un residuo inferiore a 18 mesi ma superiore ai 6, è prevista l'applicazione del braccialetto elettronico secondo un programma di disponibilità da definirsi dall'Amministrazione penitenziaria di concerto con il capo della polizia entro dieci giorni dall'entrata in vigore del decreto legge.
L'articolo 124 riguarda invece le persone detenute che sono in regime di semilibertà e prevede che siano loro concesse delle licenze fino al 30 giugno 2020 così da liberare spazi per le esigenze interne degli istituti. Nella corsa delle aziende del paese incentivate all'autoproduzione di mascherine chirurgiche, il 23 marzo scorso è partita anche quella dei presidi sanitari autoprodotti dalle sartorie interne alle carceri da Biella a Taranto, laboratori sartoriali riconvertiti per la fabbricazione di questi dispositivi.
Una produzione che una volta a regime, stima il Dap, potrebbe sfornare circa 10 mila pezzi al giorno. Per quanto riguarda i tamponi, si prevede invece che i detenuti già presenti in istituto, in caso di sintomatologia compatibile con il Covid-19, siano temporaneamente sistemati in isolamento dove saranno visitati dal medico e, se necessario, sottoposti a tampone.
Una nuova circolare Dap del 20 marzo scorso ha poi previsto la temporanea dispensa dal servizio in caso di esposizione al rischio di contagio per la polizia penitenziaria. E in caso di prescrizione del tampone da parte del medico su un detenuto da trasferirsi in altro istituto, prima della traduzione, si dovrà aspettare necessariamente l'esito negativo del tampone.
Quanto al triage a cui sottoporre detenuti e personale, al 18 marzo scorso, gli istituti dotati di una tensostruttura per il triage, sono risultati 120, il 63% dei 190 istituti del paese. Nei restanti istituti dove non è presente la tensostruttura, sono stati intanto individuati e resi funzionanti locali idonei allo svolgimento del triage.
Ma non finisce qui perché, in aggiunta ai mezzi già previsti, è prevista da parte di Tim la distribuzione di 1600 telefonini con altrettante sim-card ai provveditorati regionali e di lì agli istituti penitenziari territoriali così da ampliare la possibilità di chiamate e videochiamate dei detenuti ai familiari.
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