di Federica Allasia
La Stampa, 31 marzo 2020
Nicoletta Dosio è stata scarcerata ieri dal carcere delle Vallette in cui era rinchiusa dallo scorso 30 dicembre. L'attivista No Tav ha potuto beneficiare delle misure messe in atto dal governo per ridurre il sovraffollamento degli istituti penitenziari e scongiurare così il rischio di contagi da coronavirus al loro interno. Sconterà il resto della pena agli arresti domiciliari, nella sua casa di Bussoleno, e le saranno applicate il massimo delle restrizioni, compreso il divieto di comunicare con l'esterno.
Era stata arrestata il 30 dicembre scorso a Bussoleno, in Valle di Susa. La pasionaria No Tav era stata condannata in via definitiva a un anno di reclusione per una protesta del 2012 alla barriera di Avigliana dell'autostrada del Frejus. La 73enne, in occasione dell'arresto, non aveva chiesto misure alternative e a darne notizia, in quella circostanza, sui social erano stati i No Tav, che scrissero: "Vergogna allo Stato italiano".
Sempre in quella circostanza gli attivisti scrissero così dell'arresto della "pasionaria": "Nicoletta Dosio è appena stata arrestata. I carabinieri sono venuti a prelevarla nella sua abitazione poco dopo le 18. Stamattina all'attivista 73enne era stata notificata la revoca delle sospensioni. In questo momento, cittadini di Bussoleno scesi in strada alla spicciolata stanno rallentando l'arresto bloccando la strada". Ora la Dosio potrà tornare a casa e scontare lì il residuo di pena.
di Pia D'Anzi*
giustizianews24.it, 31 marzo 2020
Lo abbiamo scritto sulle colonne di questo giornale ed in ogni sede in cui ci è stato possibile farlo: il governo ha deciso di sacrificare i detenuti. Tutti noi abbiamo accolto con sconcerto le teorie dei "nuovi Darwin" (il presidente Trump e Boris Johnson) che nella loro strategia di contrasto alla propagazione del virus, di fatto propugnavano di sacrificare ed abbandonare al loro destino le fasce più deboli della popolazione: anziani e malati. Strategia cinica e probabilmente immorale che, tuttavia, si basa quantomeno su alcune evidenze scientifiche (la cd. "immunità di gregge"). Il ministro Bonafede - e di conseguenza tutto il governo di cui egli fa parte - ha invece deciso di sacrificare una piccola parte della popolazione (detenuti e personale penitenziario) sull'altare di un'autistica propaganda politica.
Bisogna guardare Bonafede mentre risponde alle domande rivoltegli dai deputati durante il question time. E poi riguardarlo ancora ed ancora. L'effetto è straniante: senza mai alzare gli occhi (salvo alcune fugaci occhiate ai banchi dell'opposizione) il ministro ha dato vita ad una recita finalizzata a "rassicurare" che non vi sarà alcuna "Amnistia mascherata" e che i detenuti liberati saranno pochissimi.
Il ministro non ha capito qual era il motivo delle interrogazioni rivoltegli e, soprattutto, non ha capito la straordinarietà della situazione che impone, ed imporrà anche in futuro, l'abbandono delle propagandistiche formule che hanno caratterizzato il dibattito politico giudiziario degli ultimi anni e della logica puerile di rassicurare la collettività che i colpevoli non la faranno franca.
Sì, sig. ministro, questa volta siamo d'accordo: i colpevoli non la faranno franca. Bonafede ha affermato che la situazione nelle carceri è sotto controllo e non vi è il rischio di una tragica diffusione del contagio. Con queste parole il ministro ha assunto su di sé la responsabilità morale e giuridica della salute di decine di migliaia di persone che frequentano quotidianamente le carceri.
È una scommessa con un tasso di rischio altissimo. Se fossimo cinici staremmo in silenzio ad aspettare che succeda l'irreparabile e rimanderemmo ad un momento successivo le analisi dure e le conseguenti accuse senza scampo.
Ma cinici non lo siamo mai stati e difronte al rischio per la salute dei detenuti riteniamo che la propaganda debba cedere il passo ad un tentativo costante di mediazione. Dobbiamo sforzarci di parlare, di insistere anche se l'interlocutore fa finta di non capire e si mostra sordo ad ogni ragionevole richiesta.
Il governo non ha fino ad ora voluto, neppure in questa fase drammatica ed emergenziale, superare la propria idea violenta del diritto penale e della pena. Un unico timore lo pervade: quello di apparire più blando ed umano dinanzi ad una opinione pubblica cui è stato inoculato negli ultimi anni il virus del giustizialismo e delle teorie securitarie.
Non si giustificherebbero altrimenti le dichiarazioni volte ad evidenziare come non sia ascrivibile al decreto legge appena emanato la fuoriuscita dagli istituti di pena di circa 2.000 detenuti. Soltanto 200, ha rivendicato con orgoglio il ministro (come se stessimo recitando al teatro dell'assurdo), ne hanno beneficiato. E poi via alla declamazione della lista della spesa: 200.000 mascherine! 770.000 guanti in lattice monouso.
Ecco, questo è il desolante spettacolo al quale abbiamo assistito pochi giorni fa. Non una risposta all'incalzante e pervicace accusa di aver adottato misure inidonee allo sfoltimento serio della popolazione carceraria, non una parola sulle gravi responsabilità del Dap e di chi lo dirige né sulle incredibili morti di 14 detenuti a seguito delle rivolte di qualche settimana fa (la cui analisi è stata affidata ad una relazione scritta che parrebbe depositata in parlamento).
Il governo ha ignorato l'appello dei giuristi, delle associazioni, dei detenuti, di alcuni partiti (anche appartenenti alla maggioranza di governo) ed il monito del Presidente della Repubblica sulla necessità di intervenire sul sovraffollamento degli istituti di pena e sul conseguente rischio di espansione esponenziale del contagio da coronavirus.
Sembrerebbe tutto perso, ma non ci si può arrendere ora. Ecco perché diciamo ancora: Cambiate idea.
*Avvocato del Foro di Napoli, componente dell'associazione "Il Carcere Possibile"
di Massimiliano Magrini
ravennawebtv.it, 31 marzo 2020
L'intervento di Paola Cigarini, presidente della Conferenza regionale Volontariato e giustizia. Sono una ventina le persone recluse ufficialmente risultate positive al Coronavirus in Italia, non tenendo quindi conto del personale sanitario, amministrativo e penitenziario. Ad oggi non risultano ancora casi acclarati di contrazione della Sars-Cov-2 nelle carceri dell'Emilia-Romagna, anche se la situazione potrebbe cambiare rapidamente e la preoccupazione per l'esplosività dell'arrivo della pandemia in situazioni ristrette è sempre elevata.
Su questo tema si è espressa anche la presidente della Conferenza regionale Volontariato e giustizia Paola Cigarini, che è anche volontaria del carcere di Modena dove si è consumata la rivolta più sanguinosa di inizio marzo, con 9 morti accertati. Di seguito le sue parole.
"Noi volontari siamo purtroppo esclusi dagli istituti penitenziari da un mese, quindi da prima che scoppiassero le rivolte, e questa condizione non ci permette di parlare con le persone recluse, di vedere a che punto è la situazione, sentire il loro stato d'animo. La nostra esperienza è lunga e ci fa pensare realisticamente che la situazione sia di molta paura e tensione e l'isolamento imposto per contrastare la pandemia non fa che alimentarlo. L'amministrazione penitenziaria sta cercando a modo suo di tamponare quella che è una situazione che si può facilmente immaginare.
La situazione è preoccupante non solo per chi è recluso ma per chi lavora nelle carceri, piccole città dove dovrebbero essere attuate le stesse precauzioni che siamo invitati a tenere fuori, ma che dentro non si riescono a garantire. Non parliamo solo di mascherine, pulizie o distanziamento sociale, ma anche banalmente di disinfettanti, che ad esempio andavano dati un po' prima. Per non parlare del sovraffollamento, questione a cui va chiesto di trovare una soluzione da anni.
Allora oggi più che mai dobbiamo capire che se in quella comunità passa un contagio, il sovraffollamento presenterà il conto. Siamo arrivati a livelli già puniti dalla Corte Europea: allora se il diritto alla libertà viene sottratto durante l'esecuzione della pena, il diritto alla salute come agli affetti sono di tutti. Non chiediamo alla persona che arriva in ospedale se ha pagato le tasse in tutti questi anni e il detenuto peraltro le paga se dentro è messo nelle condizioni di poter lavorare.
Le proteste che sono scaturite nelle carceri e nate da questa serie di concause sono state dolorose per molti aspetti, raggiungendo esiti che ci hanno fatto soffrire; vanno sicuramente condannate, anche se mi piace precisare che non sono state alimentate ma anzi combattute dai detenuti stessi, a Modena dove opero io ma anche in altri istituti. Conoscevo tutte le persone che sono morte nel mio carcere, detenuti che hanno sempre manifestato rabbia e disagio in condizioni difficili di chiusura, di temporanea rottura con la società e la famiglia. Spero soltanto che abbiano potuto trovare la libertà e la serenità che non hanno trovato altrove in quell'ultimo gesto smodato e incontrollato. Questo per dire che le rivolte andrebbero analizzate attentamente e prese con grande serietà, ma le reazioni raccolte dimostrano ancora una volta che la comunità esterna fatica a pensare al carcere senza pregiudizi o condizionamenti. Ma non dimentichiamo che dietro alle persone detenute ci sono famiglie, mogli, mamme tra le quali si moltiplicano le paure, legate non soltanto a questa emergenza sanitaria.
Tra le soluzioni che sono state condivise attraverso le ultime circolari c'è l'incremento delle telefonate e dei colloqui via Skype, ma pensiamo che se qui fuori funziona in un modo, là dentro è tutto più lento e fragile, così una telefonata in Brasile cade tre volte su quattro, aumentando la tensione. Centrale è anche il tema dell'affidamento di persone con pene in scadenza, o malate, o che hanno un'età che non le dovrebbe condannare al carcere.
Ma questo mondo esisteva già prima, anche se quelli che potrebbero uscire non sanno dove andare. Il terzo settore e il volontariato sono stati tirati in ballo ma la legge non prevede contributi, così l'amministrazione finisce per togliere i detenuti da un posto scaricandoli sulle spalle del mondo esterno. Noi ce ne faremmo carico volentieri, ma il territorio non è attrezzato per riceverli. Le strutture di accoglienza sul territorio sono quasi tutte piene di senza fissa dimora, malati, per l'emergenza freddo, tutte persone fragili, esposte in modo tragico alla contrazione del virus.
Nessuno ha l'interesse a far esplodere l'epidemia in questi luoghi, che non si possono espandere e non possono più contare sull'ausilio dei volontari. Allora quando si fanno le circolari o si emanano delle nuove norme, bisognerebbe pensare prima anche a questi aspetti. La responsabilità del buon esito di un trattamento è delle persone recluse innanzitutto, ma anche delle istituzioni e della società esterna.
In questo momento poi in cui siamo un po' tutti agli arresti domiciliari e che stiamo già provando cosa vuol dire non potersi muovere o abbracciare i propri cari, forse capiremo quanto è importante la libertà, la vicinanza, gli affetti, la solidarietà. Siamo molto preoccupati, ma speriamo che d'ora in avanti si cominci a guardare quel mondo non soltanto attraverso la lente del giudizio, ma soprattutto sotto la luce della riflessione e dell'ascolto".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 31 marzo 2020
"Non possiamo prevedere la portata di un'eventuale emergenza sanitaria nelle carceri campane, ma siamo pronti ad affrontarla isolando i detenuti che dovessero risultare positivi al Coronavirus negli spazi attualmente vuoti": ad annunciarlo è Antonio Fullone, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria. In Campania e nel resto d'Italia si attende il picco della pandemia che ha già fatto migliaia di vittime. E, in questo contesto, gli istituti penitenziari rischiano di trasformarsi in pericolosi focolai, anche alla luce del sovraffollamento che li affligge.
Qual è la situazione nelle carceri campane?
"Al momento nessun detenuto ha contratto il Covid-19 né presenta i sintomi della malattia. Dal 16 al 23 marzo soltanto 39 persone sono entrate negli istituti di pena della Campania, il che ci ha consentito di implementare i controlli".
Eppure si parla di due infermieri positivi al Coronavirus nel carcere di Santa Maria Capua Vetere... "Notizia falsa. Hanno contratto il Covid-19 solo due membri del personale sanitario che, a ogni modo, svolgono compiti amministrativi e non hanno avuto contatti con i detenuti. Abbiamo provveduto a sanificare i locali, a tracciare i contatti tra i malati e le altre persone, a effettuare tamponi per verificare la presenza di altri malati. Nessun caso sintomatico è stato rilevato, la situazione è sotto controllo".
Il carcere di Poggioreale è stato dotato di termo-scanner per misurare la temperatura corporea di chi vi entra, vi lavora o vi è già ospitato. Come ci si sta muovendo per le altre strutture?
"Quasi tutte le strutture sono dotate di sistemi di rilevamento della temperatura corporea e ovunque sono stati rafforzati i controlli medici su detenuti e personale. Sono state allestite tende dove si controllano le condizioni di salute di chi viene dall'esterno. E, soprattutto, stiamo predisponendo gli spazi dove isolare gli eventuali malati, coloro i quali dovessero presentare i sintomi del Coronavirus o essere entrati in contatto con soggetti positivi".
Difficile trovare questi spazi in strutture perennemente sovraffollate, non trova?
"Stiamo destinando a quello scopo le sezioni di semilibertà, attualmente semivuote, e gli spazi solitamente destinati alle attività rieducative da svolgere in comune, oggi ridotte per evitare assembramenti".
Resta il problema del sovraffollamento, rispetto al quale il governo ha fatto ben poco.
"Attualmente, nelle carceri campane, abbiamo 7.116 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.176. Fino a qualche settimana fa contavamo circa 7.500 detenuti, cifra nella quale erano compresi anche i semiliberi. I provvedimenti adottati dal governo dovrebbero consentire a 500 persone di uscire dal carcere".
Poche, non le sembra?
"Questo lo dice lei. La scarcerazione di 500 persone resta un segnale positivo, anche se si considerano i requisiti previsti per beneficiarne: bisogna che resti da scontare un periodo non superiore a 18 mesi di reclusione, che il detenuto abbia un domicilio, che non abbia riportato gravi sanzioni disciplinari e che non abbia preso parte ai disordini del 7 e 8 marzo scorsi. I candidati alla scarcerazione sarebbero un migliaio, ma i requisiti restringono la platea".
La Procura di Napoli ha presentato reclamo contro la detenzione domiciliare concessa a detenuta nel carcere di Pozzuoli, madre di due figli emofiliaci e bisognosi di assistenza. Che cosa ne pensa?
"Non entro nel merito di decisioni che competono alla magistratura. Riconosco, però, l'utilità della detenzione domiciliare e non posso non notare come sempre più magistrati tendano ad accordarla".
In sei istituti penitenziari campani si stanno producendo mascherine protettive: quando arriverà l'ok per la loro commercializzazione?
"Abbiamo inviato la documentazione con la quale autocertifichiamo che le mascherine prodotte da circa 40 detenuti tra Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Pozzuoli, Salerno, Benevento e Sant'Angelo dei Lombardi rispettano determinati standard. Ora attendiamo l'autorizzazione da parte dell'Istituto superiore di sanità. Prevediamo che, a regime, nelle carceri campane potranno essere prodotte 12mila mascherine chirurgiche a settimana, utili anche per il personale degli ospedali: un segnale importante".
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 marzo 2020
Parla la Presidente della Commissione d'inchiesta del Senato sul femminicidio. "Dico grazie a Gabrielli che, come avevamo chiesto, ha mobilitato tutte le forze dell'ordine contro le violenze familiari: ora la convivenza forzata le aggrava. Chiediamo il sostegno di Cnf, Csm e guardasigilli".
Non è semplice comprenderlo, nel pieno della tragedia coronavirus, ma l'emergenza sanitaria ne trascina altre spesso sottovalutate. "Anche riguardo alla violenza domestica non è agevole ottenere risposte tempestive, in termini di contrasto materiale ma anche di misure legislative adeguate", è la premessa da cui parte Valeria Valente, senatrice del Pd impegnata, come presidente della commissione d'inchiesta di Palazzo Madama, a "tenere alta la vigilanza sulle violenze familiari anche in una fase così drammatica per tutti gli ambiti della vita collettiva".
Ma un risultato notevolissimo è già arrivato venerdì scorso, per l'organismo presieduto dalla parlamentare dem: una circolare firmata dal capo della Polizia Franco Gabrielli che valorizza proprio le sollecitazioni di Valente, e gli scambi che la presidente della commissione aveva avuto, oltre che con Gabrielli, anche con la ministra dell'Interno Lamorgese e la ministra delle Pari opportunità Bonetti.
Nel documento, inviato a tutte le forze dell'ordine (inclusa l'Arma dei Carabinieri che dipende dalla Difesa anziché dal Viminale), si sensibilizzano gli agenti delle "sale operative" a conservare la massima "sensibilità" nei confronti delle richieste d'aiuto rivolte da "persone che subiscono violenza domestica". A maggior ragione in una fase in cui le "restrizioni" anti contagio hanno "determinato una convivenza forzata dei nuclei familiari". Gabrielli invita i questori, in particolare, ad adottare "con particolare sollecitudine" gli eventuali "provvedimenti di ammonimento" nei confronti di chi mettesse a rischio "l'imprescindibile tutela delle donne vittime di violenza e di atti persecutori".
Di fronte a una simile iniziativa la senatrice Valente si dice "assolutamente soddisfatta: si tratta di un passo avanti importante, del segnale di un'attenzione autentica e della consapevolezza che un problema del genere non può essere derubricato fra i non urgenti. Non solo sono significativi i contenuti della nota di Gabrielli ma", spiega Valente al Dubbio, "lo è il fatto stesso che una circolare del capo della Polizia venga riservata a quella particolare materia". La commissione di Palazzo Madama non si ferma, aggiunge la sua presidente: "Nelle prossime ore inoltreremo lettere al Cnf, al Csm e allo stesso ministro della Giustizia, perché la violenza domestica è dramma da contrastare, ovviamente, anche con l'attività giurisdizionale strettamente intesa".
Non a caso proprio a chiedere di inserire, tra le attività penali urgenti, anche "le udienze per le misure cautelari di allontanamento del coniuge accusato di violenze" è rivolta una delle proposte di emendamento al Dl "Cura Italia" presentate dalla commissione d'inchiesta del Senato. Ce ne sono altre: innanzitutto, ricorda Valente, "la necessità di stanziare una somma di 4 milioni per le case rifugio che dovessero trovarsi a soccorrere in questo periodo donne costrette ad andarsene da casa: visto che il Covid impone accertamenti sanitari prima di accoglierle, andrebbero individuate strutture provvisorie, anche Bed & breakfast, in cui ospitarle".
Non si può escludere che il "Cura Italia" resti blindato: "Ma qui si tratta di modifiche concordate all'unanimità da tutte le forze politiche. E comunque, se non si facesse in tempo, confidiamo che trovino spazio nel decreto di aprile". Le vittime di violenza non possono essere escluse dall'agenda delle priorità.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 30 marzo 2020 n. 10787. Il giudice non può negare la messa alla prova solo perché l'imputato, che ha requisiti per l'ammissione, non può temporaneamente svolgere il lavoro di pubblica utilità per ragioni di salute. Verificata la possibilità di rimandare l'avvio del programma, il giudice deve intervenire per modificarlo, in modo da non pregiudicare il reinserimento sociale dell'imputato.
La Corte di cassazione, con la sentenza 10787, accoglie il ricorso contro il no all'ammissione del beneficio, nell'ambito di un procedimento per guida in stato di ebrezza con l'aggravante di aver provocato un incidente. L'imputato aveva presentato domanda di ammissione alla messa alla prova all'Ufficio esecuzione penale esterna, chiedendo la stesura di un programma da presentare in dibattimento per ottenere la sospensione del procedimento a suo carico.
L'Uepe lo aveva redatto, facendo però presente, che l'imputato, ricoverato in una struttura dopo una ricaduta nella dipendenza dall'alcol, chiedeva di svolgere il lavoro dopo le dimissioni dalla struttura. Il giudice aveva respinto la richiesta perché, neppure nell'udienza di decisione era stata chiarita la condizione di salute del ricorrente e se fosse in grado di eseguire il programma. La Cassazione accoglie il ricorso. I giudici ricordano che il legislatore non ha trascurato il fattore tempo, stabilendo che il procedimento può essere sospeso per due anni in vista del completamento del percorso: un termine che decorre dalla sottoscrizione del verbale di messa alla prova.
Tuttavia esiste la possibilità di dilatare questi termini, per una sola volta e su richiesta dell'imputato, che dichiari di avere gravi motivi per il differimento. Tra questi ci sono certamente i problemi di salute. A fronte dunque di un giudizio prognostico positivo e dell'idoneità del programma, il giudice non può tout court negare l'accesso alla messa alla prova.
Il legislatore, infatti, prevedendo, le gravi ragioni ha voluto preservare il valore rieducativo dell'istituto. Per un giusto bilanciamento tra gli interessi in gioco, il giudice avrebbe dunque dovuto valutare gli impedimenti di salute, senza respingere a priori la domanda e approfondire la situazione, anche attraverso i servizi dedicati, correggendo poi il programma per renderlo compatibile con le necessità dell'imputato. Senza pregiudicare la sua possibilità di reinserirsi nella società.
gonews.it, 31 marzo 2020
Nei giorni scorsi il Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria - dott. Gianfranco De Gesù - ha chiesto al Presidente della Giunta Regionale Toscana Enrico Rossi di procedere ad uno screening di massa, prioritariamente rivolto al Personale penitenziario ed ai detenuti nelle carceri toscane, soprattutto per individuare i soggetti positivi asintomatici.
La situazione che potrebbe determinarsi da un espandersi della situazione epidemica all'interno dei penitenziari avrebbe effetti devastanti, data la ristrettezza degli spazi, l'impossibilità di organizzare ambienti per mettere in quarantena i contagiati. Gli effetti che questo produrrebbe dovendo trasportare detenuti negli ospedali già colmi di ammalati - e con l'ulteriore difficoltà di organizzare il piantonamento dei detenuti con poliziotti negli stessi nosocomi - determinerebbe il caos totale.
A questo si aggiungano le difficoltà del Personale che oggi ha difficoltà ad avere con costante regolarità la distribuzione di mascherine, guanti ed altri presidi sanitari di protezione, situazione che è motivo dei vari casi già registrati in regione e sui quali chiediamo tutele all'Amministrazione da tempo. Vogliamo segnalare come il Personale di Polizia Penitenziaria abbia gestito in toscana, con grande professionalità pur nelle difficoltà, gli episodi di rivolte dei giorni scorsi e come tutti - davvero tutti - sono impegnati a prestare servizio con turni continui senza fruire di ferie e/o risposi settimanali, dimostrando grande senso dello Stato ed esponendosi a loro rischio e pericolo il più delle volte.
Non meno importante è il disagio che, alla stregua di tanti uomini e donne che operano in molti settori in questi giorni difficili, questi Colleghi e Colleghe vivono nel tornare a casa tra un turno e l'altro dovendo evitare di esporre ai loro rischi anche i propri familiari. Per questo ci uniamo alle richieste del Provveditore De Gesu e del Coordinamento dei Garanti affinché il Presidente Rossi voglia davvero disporre i necessari interventi il prima possibile in questo particolare settore della sicurezza.
Il Resto del Carlino, 31 marzo 2020
Quello che alla Dozza si temeva, è accaduto. Anche tra i detenuti c'è un positivo al Covid. Si tratta di un uomo di 76 anni, che sta scontando una pena definitiva per reati di mafia e per questo si trovava recluso al terzo piano penale. L'uomo, quattro giorni fa, è stato trasportato d'urgenza in ambulanza al Sant'Orsola, perché presentava tutti i sintomi dell'infezione. Faceva fatica a respirare e non parlava: dopo essere stato sottoposto a tampone, è risultato positivo ed è stato ricoverato al Reparto Covid-19 del policlinico, dove si trova tuttora.
Adesso, la preoccupazione è che l'uomo possa avere a sua volta infettato altri detenuti e gli agenti della penitenziaria con cui è venuto a contatto prima di essere trasportato in ospedale. La paura tra i sindacati, che da settimane chiedono tamponi a tappeto, è che la notizia possa anche portare a nuove rivolte.
friulioggi.it, 31 marzo 2020
Il ragazzo è morto nella struttura di via Spalato a Udine. Mistero nella casa circondariale di Udine, un giovane 22enne muore e la procura cerca di chiarire le cause. Il giovane è morto il 15 marzo ma la notizia, come riporta il Messaggero Veneto è stata diffusa solo in questi giorni.
Il ragazzo aveva la febbre ma, il tampone subito eseguito ha dato esito negativo, cancellando quindi l'ipotesi di contagio da coronavirus. L'ipotesi che circola è che il 22enne avesse problemi di tossicodipendenza e non abbia ricevuto le cure necessarie. La procura comunque sta indagando per fare luce sulla vicenda.
di Lorenzo Rosoli
Avvenire, 31 marzo 2020
Saranno ospitati in strutture della diocesi di Milano. Si tratta di reclusi che possono scontare gli ultimi 24 mesi all'esterno ma non hanno un domicilio. Gualzetti: così accogliamo le parole del Papa. Carceri sovraffollate: un problema storico, in Italia.
Che il coronavirus ha reso ancora più drammatico. Come hanno dimostrato le rivolte avvenute nelle scorse settimane in diversi istituti di pena. Un problema che rischia di "diventare una tragedia", ha denunciato papa Francesco domenica 29 marzo all'Angelus, chiedendo alle autorità di "prendere le misure necessarie per evitare tragedie future".
In questo scenario, ecco la nuova iniziativa organizzata da Caritas Ambrosiana e diocesi di Milano per dare una risposta - certo non risolutiva, ma concreta e, nel contempo, di grande valore simbolico - al problema del sovraffollamento in questa stagione di emergenza sanitaria. Ebbene: venti persone recluse in istituti di pena presenti nel territorio ambrosiano potranno scontare il resto della detenzione in strutture della diocesi. Il progetto, promosso dalla Caritas, è rivolto a quei carcerati "che possono scontare gli ultimi 24 mesi di detenzione all'esterno del carcere, ma sono sprovvisti di un domicilio - spiega un comunicato di Caritas Ambrosiana.
I beneficiari indicati dal magistrato di sorveglianza sconteranno il residuo di pena presso le strutture individuate dalla Caritas e saranno sottoposti alle misure di tutela previste dall'Uepe (l'Ufficio per l'esecuzione penale esterna). Continueranno, dunque, a essere a tutti gli effetti dei detenuti, soggetti a restrizioni della loro libertà personale e ai controlli di polizia". Venti, come detto, i posti individuati finora. Ma si lavora per farli diventare di più. I primi dieci reclusi coinvolti nel progetto, e che verranno accolti a partire dai prossimi giorni, vengono dalle case di reclusione di Opera e di Bollate e dalla casa circondariale di San Vittore.
"L'emergenza coronavirus sta facendo venire al pettine tanti nodi irrisolti. Tra questi, quello del sovraffollamento del carcere che, a causa dell'epidemia in corso, potrebbe assumere caratteristiche tragiche", insiste Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, rilanciando le recenti parole di papa Francesco.
"Con questa nostra iniziativa - della quale Caritas sostiene i costi mentre la diocesi di Milano mette a disposizione le strutture - accogliamo l'appello del Papa. Vogliamo dare il nostro contributo, rafforzando ulteriormente il nostro impegno per garantire ai detenuti la possibilità di scontare la pena al di fuori dei penitenziari.
Si tratta - ricorda Gualzetti - di una misura già prevista dal nostro ordinamento: tuttavia ancora troppo poco praticata nonostante la sua efficacia sulla riduzione della recidiva, vale a dire la probabilità che il detenuto commetta nuovamente il reato".
Quale sia la situazione delle carceri al tempo dell'emergenza coronavirus, quali le sofferenze, quali le cause di preoccupazione, lo aveva spiegato lo stesso Gualzetti in un'intervista pubblicata da Avvenire la scorsa domenica 8 marzo. Parole pronunciate appena prima che scoppiassero le rivolte. "Una questione molto seria sono le carceri", aveva detto il direttore di Caritas Ambrosiana riflettendo sulle implicazioni umane e sociali dell'epidemia.
"Hanno sospeso i colloqui con i familiari, le attività e la presenza dei volontari, le misure alternative come il lavoro esterno. Questa situazione aumenta il senso di isolamento e di solitudine. È come se il carcere tornasse indietro, quando era un "corpo" del tutto separato dalla società. Il cronico sovraffollamento degli istituti, l'emergenza sanitaria e l'isolamento dall'esterno imposto per prevenire i contagi, stanno creando grandi difficoltà e sofferenze ai detenuti come agli agenti - testimoniava inoltre Gualzetti.
Fra i detenuti cresce anche la preoccupazione per i familiari: da un lato, hanno difficoltà ad avere contatti con loro, dall'altro sono allarmati da quello che apprendono in tivù. Sarebbe opportuno avere provvedimenti per accelerare l'accesso alle misure alternative, anticipare le scarcerazioni quando ve ne sono le condizioni, limitare l'aumento della popolazione carceraria", aveva auspicato infine il direttore di Caritas Ambrosiana. Perché l'auspicio non restasse sulla carta, ecco, ora, questa iniziativa che permette di accogliere venti detenuti nelle strutture della diocesi di Milano. Con la speranza di poter offrire, ad altri reclusi ancora, la stessa chance.
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