La Repubblica, 31 marzo 2020
Battiture e paura nel carcere di Rebibbia. Nella sezione femminile due sanitari sono risultati positivi al coronavirus e, di conseguenza, sono stati fatti i tamponi a sette detenute che negli ultimi giorni erano entrate in contatto con i contagiati. Ma la paura che, dato il sovraffollamento, la situazione possa peggiorare è tanta.
Sia la femminile, dove 4 mamme con altrettanti bambini sono uscite ma ne rimangono ancora nove coi loro piccoli; sia al maschile, anche perché le richieste di misure alternative inoltrate sono state 600 ma di queste finora solo 53 sono state accettate. Per questo, l'attenzione è massima e i parenti dei detenuti hanno scritto una lettera.
A loro si rivolge il garante del Lazio, Stefano Anastasia che assicura che "non ci sono detenuti contagiati nel Lazio", ma che, contestualmente, ha rinnovato l'appello "al parlamento e al governo perché adottino misure realmente incisive che possano essere applicate subito a gran parte dei detenuti che scontano pene brevi o sono alla fine della loro pena".
di Ylenia Sina
romatoday.it, 31 marzo 2020
La Conferenza dei garanti territoriali ha lanciato un appello al presidente della Repubblica. Anastasìa: "Da Rebibbia uscite solo 12 persone". Non sono rientrati nelle celle dopo l'ora d'aria per rivendicare misure contro il sovraffollamento delle carceri e garantire così condizioni sanitarie adeguate di fronte all'emergenza Coronavirus.
Nuove proteste questa mattina nel carcere di Rebibbia. "Si è trattato di proteste pacifiche", ha spiegato a Romatoday il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, "che hanno interessato due sezioni, il G9 e il G12".
Da un lato la paura di diffusione del contagio. "Nelle carceri del Lazio non abbiamo casi accertati di Coronavirus", ha specificato Anastasìa che precisa: "A sei detenute è stato effettuato il tampone in quanto erano state visitate da un medico risultato positivo. Ma è una misura precauzionale: le sei donne non hanno sintomi e, in attesa dell'esito degli esami, sono già state isolate". Dall'altra, a mantenere alta la preoccupazione all'interno di Rebibbia, la lentezza nelle procedure per l'accesso ai domiciliari per i detenuti con meno di 18 mesi di pena residua da scontare.
A due settimane dall'approvazione del decreto 'Cura Italia', che conteneva misure per favorire i domiciliari per un certo numero di detenuti, i numeri sono bassi. "Nel carcere di Rebibbia sono usciti solo 12 detenuti", ha spiegato ancora Anastasìa "a fronte di 420 domande presentate. Questo non significa che sono state tutte rigettate, anche se i primi dinieghi sono già arrivati, ma le procedure sono troppo lente. La preoccupazione dei detenuti deriva dalla consapevolezza che un'eventuale diffusione del virus in carceri così affollate sarebbe di difficile gestione".
Proprio oggi, a poche ore di distanza dalla preghiera pubblica di Papa Francesco, dalla Conferenza dei garanti territoriali di tutta Italia è arrivato un appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alle Camere, ai sindaci e ai presidenti delle regioni per chiedere "ulteriori misure di riduzione della popolazione detenuta".
Si legge nell'appello: "Come più volte raccomandato dal Garante nazionale delle persone private della libertà, e indicato anche dall'Organizzazione mondiale della sanità e dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, sono necessari importanti interventi deflattivi della popolazione detenuta che consentano la domiciliazione dei condannati a fine pena e la prevenzione e l'assistenza necessaria a quanti debbano restare in carcere".
newsbiella.it, 31 marzo 2020
Boni e Betti Balducci: "Chiediamo un Consiglio regionale straordinario sul carcere. Inammissibile sostenere che non ci sia rischio sanitario". Gli ultimi dati messi a disposizione dall'Associazione Antigone ci dicono che 8 carceri piemontesi su 13 sono fuori legge dal punto di vista della capienza e sono, di conseguenza, vere e proprie bombe a orologeria per il contagio da Coronavirus.
I dati: Torino: capienza 1061, presenti 1425 - 134,7% rapporto presenti/capienza; Biella: capienza 395, presenti 552 - 139,7% rapporto presenti/capienza; Asti: capienza 205, presenti 297 - 144,9% rapporto presenti/capienza; Ivrea: capienza 197, presenti 252 - 143,1% rapporto presenti/capienza; Verbania: capienza 53, presenti 70 - 133,1% rapporto presenti/capienza; Vercelli: capienza 231, presenti 288 - 124,7% rapporto presenti/capienza; Novara: capienza 158, presenti 182 - 115,2% rapporto presenti/capienza; Alessandria San Michele: capienza 267, presenti 394, 147,6% rapporto presenti/capienza.
Dichiarazione di Igor Boni (Presidente di Radicali Italiani) e Davide Betti Balducci (Presidente Diritti e Libertà per l'Italia). "Il carcere, in Piemonte come in Italia, continua a essere una discarica umana. Oggi, con le restrizioni sul Coronavirus, ancora di più. È evidente che le norme di distanziamento sociale sono impossibili per detenuti in sovraffollamento e che il virus gira e girerà nelle strutture, a danno dei detenuti e degli agenti.
Il Governo deve adoperarsi per tornare subito alla capienza regolamentare di tutte le strutture, utilizzando gli arresti domiciliari per chi è a fine pena o in attesa di giudizio. Inoltre, occorre utilizzare l'affidamento ai servizi sociali e la liberazione anticipata. Parlare oggi di pericolo di fuga è impossibile per 60 milioni di italiani, tanto meno per un detenuto. Infine, dalle informazioni che riceviamo dai famigliari di detenuti sappiamo che vengono negati gli arresti domiciliari con la motivazione che le strutture di reclusione sarebbero sicure e sanificate, in virtù delle misure precauzionali adottate contro la diffusione del coronavirus.
Ciò è palesemente falso e lo denunciamo senza mezzi termini, perché in Piemonte il sovraffollamento sarà giocoforza causa di focolai di contagio che potrebbero essere resi meno virulenti dal decongestionamento delle strutture. In aggiunta a tutto questo, non solo oggi è impossibile per i detenuti vedere i propri cari ma ricevere semplicemente biancheria pulita è diventato un'impresa. I familiari non possono lasciare pacchi all'ingresso del carcere ma devono spedirli pagando con un bonifico on-line. Il risultato è che un numero ingente di detenuti non riceve più nulla dalle famiglie. Facciamo appello affinché venga convocato un Consiglio regionale straordinario sul tema carcere e la Giunta faccia pressioni sul Governo per l'approvazione di un decreto legge che consenta di riportare i numeri entro i termini di legge".
Comunicato Associazione Aglietta
di Tommaso Fregatti
Il Secolo XIX, 31 marzo 2020
Il carcere di Marassi dall'interno di una cella. Nessun detenuto attualmente positivo, celle d'isolamento con quarantena di 15 giorni per tutti i nuovi arrestati. È in questo modo che il carcere di Marassi, insieme a tutte le altre case circondariali liguri, sta affrontando l'emergenza coronavirus e cercando di contenere i contagi.
Con la consapevolezza che anche un solo detenuto positivo potrebbe portare a scenari drammatici. Soprattutto alla luce di un sovraffollamento cronico che vede nel primo carcere ligure stipati ad oggi 736 detenuti, duecento in più rispetto a quelli della capienza. E così (in attesa dell'arrivo dei braccialetti elettronici per chi ha pene lievi) per evitare che nuove persone arrestate tradotte in carcere possano aver contratto il virus e diffonderlo agli altri detenuti si è deciso di sistemare ogni nuovo recluso in celle d'isolamento per 14 giorni.
Periodo in cui non avrà contatti con nessuno. E però il carcere di Marassi, così come gli altri istituti liguri, dispone di un numero limitato di queste celle d'isolamento che sono quasi esaurite. Per questo i sindacati hanno chiesto di affrontare il problema nel caso in cui un nuovo detenuto faccia ingresso in carcere e non ci siano celle a disposizione: "Si tratta di un bel problema - spiega Michele Lorenzo, segretario del Sappe, sindacato autonomo della polizia penitenziaria - che rischia di vanificare un lavoro capillare fatto fino ad ora.
Per questo abbiamo chiesto all'amministrazione di organizzare la riapertura del carcere di Savona dove, a nostro avviso, dovrebbero essere allestite una ventina di celle per l'isolamento alla luce dell'esaurimento dei posti ad Imperia e la situazione analoga di Marassi. Questo per fare in modo che i nuovi arrestati abbiano un luogo dove affrontare la quarantena e sia scongiurato il rischio dei nuovi contagi".
A partire dalla scorsa settimane proteste e rivolte all'interno delle case circondariali liguri sono cessate. Ora la situazione è pressoché tranquilla anche alla luce della decisione dell'amministrazione di fornire a turno tablet e smartphone ai detenuti per fare in modo che possano fare telefonate e videochiamate alle famiglie. Questo per sopperire al blocco dei colloqui, misura necessaria per contenere il contagio. In pratica ogni detenuto fornisce un numero di telefono o indirizzo Internet dove poter chiamare. Numero che, per ragioni di sicurezza, viene vagliato dalla polizia penitenziaria.
A livello nazionale sono stati messi a disposizione più di duemila tra tablet e dispositivi mobili. All'interno del corpo sono due gli agenti, invece, che hanno contratto da familiari il Covid-19 in provincia di Genova. Ma viene evidenziato come gli stessi agenti non siano in condizioni critiche e che al tempo stesso nessuno di loro lavorava all'intero di case circondariali e dunque non è stato necessario procedere con l'isolamento dei detenuti eventualmente entrati in contatto con loro.
di Andrea Pistore
Corriere del Veneto, 31 marzo 2020
Anche al carcere Due Palazzi i detenuti impegnati nelle attività di lavoro cominceranno a produrre mascherine per proteggersi dall'emergenza Covid-19. A coordinare l'iniziativa è Legacoop veneto, alla quale aderisce anche la cooperativa Giotto che da sempre svolge attività di recupero di detenuti all'interno del carcere.
"Si tratta - spiega Adriano Rizzi, presidente di Legacoop veneto - di una vera e propria operazione di conversione della produzione nata in risposta all'appello unitario delle cooperative per quella che è diventata un'emergenza nell'emergenza nonché un fattore di criticità nel contrasto al propagarsi dell'epidemia". La mascherina prodotta dalla rete coop è in tessuto di cotone sottoposta a trattamenti anti-goccia e antimicrobici riutilizzabile fino a 100 volte dopo lavaggio e disinfezione.
Situazione di standby per le nuove Unità speciali di continuità assistenziale dell'Usl 6, che nei giorni scorsi ha arruolato 38 medici (tra cui l'ex ministro Cècile Kyenge) per controllare i pazienti positivi a domicilio: i camici bianchi hanno chiesto maggiori garanzie e un protocollo uniforme per le quattro sedi di Padova, Montegrotto, Este e Camposampiero, facendo slittare la firma del contratto.
Ieri, infine, uno studio del Bo e del Vimm ha chiarito che il diabete non aumenta il rischio di contrarre il coronavirus, ma che l'infezione aumenta il rischio di complicanze: per i medici quindi le persone con diabete "devono essere prudenti come e più del resto della popolazione".
di Andrea Sangermano
dire.it, 31 marzo 2020
Parla don Marcello Mattè, cappellano del carcere della Dozza di Bologna. Dall'inizio dell'emergenza coronavirus il carcere della Dozza di Bologna è diventato "una zona ancor più rossa", perché i detenuti non possono avere alcun colloquio con l'esterno. Nemmeno con volontari o figure religiose.
Una vita da reclusi in isolamento, che ora anche gli "innocenti" stanno sperimentando a casa propria. Senza poter uscire, senza poter incontrare i propri cari, senza poter stare vicino ai familiari in punto di morte. "Esperienza comune (e disumana) del condannato, ora esperienza degli innocenti". A tracciare il parallelo è don Marcello Mattè, cappellano del carcere della Dozza di Bologna, in un intervento pubblicato sulle pagine di Bologna 7, il settimanale diocesano su Avvenire.
"Da giorni sentiamo il peso di dover stare in casa - sottolinea don Mattè - i detenuti sono costretti a stare in un edificio che si chiama Casa (circondariale) ma che casa non è. Voi da innocenti, 'loro' a convivenza stretta col proprio rimorso (a volte però anche con la certezza della propria innocenza)". Da giorni, continua il cappellano del carcere, proprio "come le persone detenute, dobbiamo stare al chiuso perché ciascuno può essere una minaccia all'incolumità dell'altro. Benché voi siate innocenti. Sperimentiamo quanto sia insopportabile sentirsi inclusi dentro una 'zona rossa' dove ciascuno è pericoloso per il semplice fatto di abitarci. E senza nemmeno conoscere la data del fine pena".
In questi giorni, sottolinea don Mattè, "come i reclusi e le recluse, troppi sperimentano la solitudine e l'isolamento. Questa pandemia separa dai propri cari proprio mentre si avrebbe più bisogno di una vicinanza affettuosa. Si è costretti a soffrire e perfino a morire senza potersi tenere per mano. Non poter essere presenti al momento della malattia, dell'agonia, dell'ultimo saluto: esperienza comune (e disumana) del condannato, ora esperienza degli innocenti", rimarca il cappellano della Dozza.
È proprio questa "impossibilità di incontrare i propri cari a colloquio", spiega don Mattè, ad aver nei giorni scorsi "innescato una miscela di rabbie che è esplosa in una violenza senza giustificazione alcuna e, peggio, senza alcuna finalità". E aggiunge: "Possiamo comprendere il dolore per tutti quegli innocenti che devono subire la pena indiscriminata di non poter vedere nemmeno per un'ora il marito, la moglie, i figli, il papà o la mamma che si trovano nella zona ancor più rossa del carcere".
In questi giorni, segnala infatti don Mattè, l'incontro con i carcerati "è precluso a me e a quanti, ministri, volontari, semplicemente amici, cercano ogni giorno di tessere la tela di rapporti umani". Anche per questo, il cappellano della Dozza dice di sentirsi molto vicino ai parroci che in queste settimane "esercitano un ministero pastorale in questa Chiesa bolognese costretta agli arresti domiciliari".
Secondo don Mattè, il coronavirus sta imponendo "non soltanto il digiuno eucaristico, ma il digiuno dall'incontro. La nostra vita di fede si fa ardua senza la vita fraterna, senza l'incontro. Lo dico da cappellano del carcere, che conosce quanto sia difficile mantenere la fede senza l'esperienza ripetuta della comunione.
La caratteristica 'diabolica' di questa pandemia è che ci isola e ci divide, che trasforma gli incontri in contagi, gli abbracci in epidemia". E conclude: "Con fatiche moltiplicate, si stanno ricostruendo infrastrutture e muri della casa circondariale. Noi Chiesa impegniamoci a costruire, nonostante il virus diabolico che ci divide, quel tessuto di rapporti umani che superano i muri. Per riscoprirci Chiesa senza muri. E non sarà stato invano".
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 31 marzo 2020
Coronavirus, donate 800 mascherine chirurgiche all'area sanitaria del carcere di Poggioreale. Con il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello c'era il responsabile sanitario delle carceri cittadine il dottore Lorenzo Acampora e Tueff, il rapper napoletano impegnato nel sociale e dalla parte degli ultimi, che si è mobilitato per la donazione. Materialmente a produrre le mascherine è stata l'azienda tessile "Corsair Srl" dei fratelli Giovanni e Rosario Coppola che - visto la drammaticità del momento - non ha fatto mancare il proprio contributo.
Pochi sanno che nei penitenziari è presente l'area sanitaria, un'eccellenza con dirigenti, medici e infermieri che devono far fronte quotidianamente alle tante problematicità sanitarie e di assistenza per gli ospiti dei penitenziari. Lo sa bene Tueff, nome vero Federico Flugi che da anni presta servizio a contatto proprio con i detenuti. Lavoro impegnativo e di responsabilità che spesso è sinonimo di precarietà. Un esempio emblematico è la vicenda dei 50 tra infermieri professionisti, tecnici e operatori socio assistenziali suddivisi tra i penitenziari di Poggioreale e Secondigliano che aspettano da anni una stabilizzazione, come tra l'altro prevede la legge Madia al comma 2, e continuano ad operare con prestazioni da liberi professionisti a partita iva e senza alcuna tutela personale.
La donazione delle mascherine costituisce un segnale importante in un momento di forti tensioni nel mondo carcerario e in particolare a seguito dell'epidemia da Covid-19 che ripropone con tragicità la condizione dei detenuti reclusi. per il garante Ciambriello "piccole cose dal valore non quantificabile, perché la solidarietà non è solo donare, ma lottare contro le diseguaglianze".
di Marco Gregoretti
alessandriaoggi.info, 31 marzo 2020
"Qui siamo in dieci positivi al Covid, quattro nel quinto raggio. Ma se ci facessero il tampone almeno la metà di noi risulterebbe contagiata". È lo sfogo di un agente della Polizia penitenziaria del carcere milanese di San Vittore dove "alloggiano" 900-950 "ospiti", operano tra i duecento e i trecento agenti al giorno, dove lavorano medici e infermieri e dove, da poco tempo, ha anche riaperto lo spaccio. "Abbiamo chiesto più volte all'Amministrazione penitenziaria di farci il tampone - dice ancora l'agente. Niente. Solo ai detenuti. Qualcuno di noi se lo è fatto privatamente e ha scoperto di avere il Coronavirus".
Eppure la situazione di allarme è più che conclamata. Gli stessi uffici del Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia, che dista poche centinaia di metri da San Vittore, si sarebbero posti in quarantena dopo aver scoperto al proprio interno un'altra decina di casi di positività. Sabato 28 marzo si sono celebrati, nel carcere di Opera, i funerali di Nazario Giovanditto, 48 anni, una moglie e due figli, l'agente morto a causa del Covid. Giovanditto faceva parte del "Nucleo", quindi girava da un Istituto di pena all'altro.
"L'amministrazione penitenziaria non vuole farci fare i tamponi - si sfoga ancora l'agente di San Vittore - perché più della metà di noi risulterebbe positiva e dovrebbero chiudere il carcere. Non è finita qui. Con le mascherine siamo messi ancora peggio. Ai detenuti vengono distribuite quelle non omologate e noi dobbiamo comprarci da soli quelle chirurgiche da 50 centesimi o da un euro. Insomma, lavoriamo senza sapere se siamo positivi e in condizioni di totale mancanza di sicurezza. In più se un detenuto dovesse risultare positivo rischieremmo anche la denuncia.
È possibile secondo voi fare determinati interventi nelle celle, come le perquisizioni, mantenendo le distanze di un metro? E se uno di loro dà in escandescenze che cosa dobbiamo fare? Il carcere è molto più piccolo di quel che si immagina all'esterno".
E ora si registrano anche due casi da accertare tra i detenuti di San Vittore. Secondo quanto trapela avrebbero 38,5 e 38,6 di febbre. Il problema di San Vittore è molto serio e potrebbe riguardare altre Case circondariali. Ecco perché con insistenza chiedono all'Amministrazione penitenziaria che vengano fatti tamponi anche agli agenti e non soltanto ai detenuti.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 31 marzo 2020
La scrittrice: "Nei momenti di pericolo, dicono, il nostro Paese dà il meglio di sé. Un amico mi scrive dal Messico: per la prima volta mi sento orgoglioso di essere italiano". La pandemia è entrata nelle nostre giornate come un sasso che ti prende alla schiena e ti stordisce. Non sai chi l'ha tirato, non sai da dove viene ma pure ti prende in pieno e qualcuno, colpito alla nuca, ne muore. Le immagini scorrono crudeli sullo schermo: persone soprattutto anziane che ansimano, che tremano, che chiedono aria.
È crudele la sorte di chi muore solo, senza la consolazione di un volto familiare vicino. Uno strazio che comunica un grande dolore. La notizia inaspettata è il crescente numero di medici che vengono contagiati e muoiono. Ma come, non erano protetti, chiusi nelle loro tute antivirus, nei loro scafandri? Evidentemente no.
Molti danno la colpa alla mancanza di previdenza e quindi alla impreparazione delle difese, appunto maschere efficaci, tute a prova di virus, occhiali protettivi ecc. Come è possibile che chi sta a contatto coi malati non sia fornito di tutto ciò che è necessario alla sua incolumità? Hanno sbagliato coloro che non ci hanno pensato prima? Ma prima quando? Chi poteva immaginare che la sassaiola colpisse il nostro Paese con tanta violenza?
C'è chi invece fa risalire la responsabilità a quei governi che incoscientemente hanno tagliato sulla salute pubblica: chiusi gli ospedali minori, scoraggiato l'ingresso dei nuovi medici, tagliati i fondi per la ricerca. A me sembra che questa sia la giusta spiegazione di tante carenze di oggi di fronte alla catastrofe (qui lo speciale sul coronavirus).
Un'altra domanda che ci si fa è: perché il virus colpisce più gli uomini che le donne? Nessuno sa spiegarlo. Una questione di ormoni? una difesa legata alle abitudini quotidiane? lo stress? il fumo? ci sono molte cose che non si capiscono di questo misterioso e sornione microorganismo che è entrato in punta di piedi, comparendo come una cosa da nulla e ora spadroneggia prepotente in tutto il mondo.
Non si può negare che sia dotato di una sua bellezza: una piccola sfera delicata, vibrante, che pulsa allargando e stringendo i suoi fiori carnosi, di un rosso pompeiano. La sua bellezza, assomiglia molto a quella del fungo letale Amanita Verna, bello anche quello, tutto rosso, tempestato da una corona di pistilli bianchi. Se ne mangi anche un pezzetto vai all'altro mondo. A volte la bellezza si lega al proibito e suscita paure profonde.
Ma la paura ha bisogno per alleggerirsi di un capro espiatorio. E spesso il capro espiatorio viene trovato in una colpa collettiva, come succede nella Bibbia in cui un Dio irato per la empietà umana manda il diluvio universale. Riprendo in mano il libro di Susan Sontag, "Malattia come metafora". "Non c' è niente di più primitivo che attribuire a una malattia un significato personale, poiché tale significato è inevitabilmente moralistico", scrive Susan.
Nel suo libro ironizza ma anche condanna con molta fermezza l'uso che perfino la psicanalisi, con Freud in testa, fa della malattia in senso simbolico e narrativo, cadendo in una forma di terrorismo psicologico. Se la prende con la psicosomatica, in cui si afferma che le sofferenze dell'anima si trasformano in malattie punitive o autopunitive.
Si tratta, per lei, di manipolazioni dell'immaginario a scopi repressivi. Certamente nessuno più pensa che un Dio punitivo mandi i castighi sulla terra, ma qualcosa del principio di causa ed effetto rimane. Abbiamo bruciato le foreste, sparso di cemento ogni angolo della terra, abbiamo avvelenato gli ambienti con l'uso spropositato di pesticidi, abbiamo riempito il mare di plastica, abbiamo fatto estinguere tanti meravigliosi animali, abbiamo messo in pericolo l'equilibrio dell'ecosistema. La Natura, che non è divina, ma ha tutta la potenza di una divinità cosmica, reagisce con irruenza ai maltrattamenti, anche se non si tratta di una volontà moralistica ma di un processo di autodifesa.
Intanto la segregazione, a cui mi attengo per rispetto verso chi soffre e chi rischia la vita, mi costringe a una solitudine pensosa. Le giornate fatte di gesti ripetuti, scandite da passi uguali, diventano sempre più corte. Ormai la mia vita si svolge fra cucina e studio, studio e camera da letto, cucina e terrazzino, cucina e studio. Finché scrivo va tutto bene, ma quando smetto e devo cucinare per me stessa, mi viene la malinconia. E non potendo uscire per prendere un caffè al bar, tiro fuori la vecchia macchinetta arrugginita e la riempio di una polvere di caffè che sta nel frigorifero da mesi e ha perso tutto il suo sapore.
Comincia a serpeggiare l'idea che l'epidemia non finirà così presto come si immaginava, poiché il numero degli ospedalizzati, degli intubati e dei morti continua a moltiplicarsi. E che ne sarà del nostro futuro? Qualcuno ritiene che questo grande male migliorerà gli italiani viziati da tanti anni di pace, di benessere e di noia.
Nei momenti di pericolo, dicono, il nostro Paese dà il meglio di sé. Un amico mi scrive dal Messico: per la prima volta mi sento orgoglioso di essere italiano, dice. Molti giornali latino-americani hanno parole di simpatia e di ammirazione per il nostro Paese che si sta comportando con coraggio e lealtà. Possibile che siamo sempre noi ad auto-fustigarci, a criticarci, a inveire contro noi stessi? Le bandiere ai balconi mostrano questo orgoglio nazionale che timidamente si fa luce e per una volta non solo legato al mondo del calcio o delle destre estreme.
di Stefano Liburdi
Il Tempo, 31 marzo 2020
Nascerà a San Lorenzo un centro di produzione di sandali creati da persone in esecuzione penale. Un passo verso la libertà con magari un paio di sandali ai piedi. Nasce così, durante la pandemia causata dal coronavirus, il progetto "A piede libero".
Nonostante le evidenti difficoltà del momento, tra pericoli, polemiche e rivolte nelle carceri "abbiamo deciso di renderlo comunque operativo, perché pensiamo ci sia bisogno di un "contro-contagio" di buone idee e soprattutto azioni. Proprio ora che tutti ne stiamo sperimentando la privazione, la libertà è un sogno da inseguire insieme".
L'idea nasce dall'associazione Semi di Libertà Onlus che da anni si occupa del reinserimento nella società di persone in esecuzione penale. A presentarla è il presidente dell'associazione Paolo Strano: "Stiamo allestendo a San Lorenzo un laboratorio per la produzione di sandali artigianali, fatti a mano con materie prime italiane di ottima qualità. Ogni pezzo prodotto sarà unico".
Il fine di questo lavoro è quello di fornire ai detenuti impiegati, una nuova visione della vita che li porti ad abbandonare definitivamente quella cultura criminale con la quale erano entrati in carcere. Per fare questo è necessario fornire loro un'alternativa alla recidiva, ossia quell'attitudine a commettere nuovi reati una volta riacquistata la libertà. Ecco necessaria dunque una formazione professionale capace di insegnare un lavoro spendibile anche nel futuro.
L'attività scelta si va ad inserire in un settore di nicchia come quello dell'artigianato che, dopo una crisi all'apparenza irreversibile, sembra aver trovato un proprio collocamento ed ora è pronto per un rilancio grazie alla richiesta sempre più elevata di prodotti di qualità e non uniformi, come invece lo sono i beni industriali. I clienti potranno creare, insieme ai consigli e al lavoro degli artigiani, il sandalo che più corrisponde ai propri gusti. La misura sarà modellata sul piede del compratore che potrà scegliere il colore e l'altezza del tacco.
"I Sandali Capresi sono conosciuti in tutto il mondo per via della loro bellezza e semplicità, sono realizzati artigianalmente, con cuoio toscano certificato e sono personalizzabili". Descrive così i prodotti Paolo Strano che aggiunge: "Saranno realizzati in molte varianti riconducibili a due tipologie principali, classico (T-Kelly, Schiava Romana, Delizioso, Mezzoragno, etc.) e gioiello (fascia anello, cavigliera, "prezioso", con decorazioni di bigiotteria, pietre o Swarovski). Ogni sandalo sarà accompagnato da un certificato con numerazione progressiva ad attestarne la provenienza delle materie prime".
Ci sarà una linea di prodotti "pronti", solo da scegliere, ed una di sandali su misura, con misurazioni realizzabili presso i punti fisici di rivendita ma anche online, con la predisposizione di un PDF scaricabile di misurazione per le personalizzazioni.
La prima fase del progetto, della durata di due mesi, prevede la formazione di due detenuti scelti attraverso una selezione fatta durante incontri preliminari, volti a individuare gli utenti con maggiori motivazioni e attitudini. Ad insegnare il mestiere sarà Giammarco Marzi, artigiano con oltre trent'anni di attività nel settore, particolarmente sensibile al tema dell'inclusione di persone socialmente svantaggiate. Il corso si terrà dal lunedì al giovedì, dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18, su due postazioni di lavoro seguite dallo stesso Marzi.
Durante questa fase formativa verranno prodotti sei sandali al giorno, tre per detenuto, e saranno approfondite le varie tecniche produttive e le diverse tipologie di sandalo. Parallelo alla formazione professionale, ci sarà un percorso di riflessione personale atto ad acquisire il proprio progetto di sviluppo sia in ambito lavorativo che in quello di vita. Gli incontri individuali saranno tenuti dalla psicologa di "Semi di Liberta", dott.ssa Di Girolamo. Ai detenuti in formazione verrà aperta una posizione assicurativa Inail e riconosciuto un sussidio economico di formazione di 250 euro al mese.
Al termine del percorso formativo sarà sostenuta la nascita di una cooperativa di gestione dell'attività produttiva che coopti i lavoratori coinvolti, che altrimenti saranno assunti da Economia Carceraria S.r.l. per avviare la fase produttiva vera e propria.
Il progetto ha già avuto un inizio in rete il 15 marzo con campagna di crowdfunding che si prefigge di raccogliere 11.000 euro in due mesi, ovvero le risorse necessarie ad avviare l'iniziativa e renderla una produzione stabile che generi valore e posti di lavoro. Le risorse finanziarie necessarie all'avviamento dell'iniziativa (forniture, packaging, formatore, sussidi, comunicazione ed oneri) saranno reperite attraverso l'operazione di raccolta fondi dal basso, con una prevendita dei sandali su una piattaforma on line (produzionidalbasso.com/project/sandali-artigianali-a-piede-libero/).
Sono previsti diversi step di ricompensa, dal grembiule da lavoro o da cucina nero, con il logo "A Piede Libero", realizzato dalla serigrafia del Carcere di Torino "Extraliberi", passando per i vari modelli di sandali, fino ad una Work Experience: una giornata di lavoro nel laboratorio produttivo, per apprendere i segreti della lavorazione artigianale dei Sandali Capresi, conoscere le persone coinvolte nel progetto, e produrvi un paio di sandali a scelta tra quelli in catalogo. La giornata include una degustazione di prodotti enogastronomici dell'Economia Carceraria.
"La produzione dei sandali partirà il 4 aprile 2020, anche in caso di prolungamento dell'ordinanza, - precisa Strano - saranno realizzati in funzione dell'ordine cronologico d'acquisto e saranno consegnati in massimo due settimane dall'ordine". La sede scelta, in via dei Marsi, nella volontà dei promotori diventerà un Hub di progettualità sociale e di incubazione di progetti da sviluppare nel circuito dell'economia carceraria, nella speranza che i semi gettati, diventino un giorno germogli di libertà.
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