di Argiris Panagopoulos
Il Manifesto, 29 febbraio 2020
L'esercito presidia la frontiera, Mitzotakis chiama Merkel. Syriza ed ex Pasok: "La Dichiarazione comune Ue-Ankara è finita". Tensione nella Nato. La Grecia ha chiuso in pratica i suoi confini con la Turchia alle prime luci dell'alba di ieri mattina, portando centinaia di poliziotti dalle regioni della Macedonia Centrale e Orientale e dalla Tracia, mentre nelle prossime ore e giorni si aspettando nuovi rinforzi di polizia ed esercito. E ora con difficoltà passano la frontiera anche le persone con documenti regolari.
"C'è una pressione sull'ingresso delle persone nei confini a causa degli immigrati. Non chiudiamo le frontiere per far passare in modo legale le persone. I confini si sigillano, ma non si chiudono. Tuttavia faremo tutto il necessario per non far passare i clandestini", hanno riferito ieri mattina fonti del governo greco. Il primo ministro greco Mitsotakis ha avuto un colloquio telefonico con Angela Merkel, dove ha esposto le iniziative che prenderà il suo governo sui profughi e sul Coronavirus. Il portavoce della cancelleria tedesca ha detto dopo il colloquio tra Mitsotakis e Merkel che la cancelliera avrà parlerà anche con Erdogan.
Mitsotakis ha parlato anche con altri leader europei per informarli del "sigillo" messo alle frontiere con la Turchia. Secondo le fonti greche Mitsotakis è in continuo collegamento con la Ue e la Nato. Perché la tensione tra Atene e Ankara si ripercuote nell'Alleanza atlantica. Dopo aver tentato invano di occupare nei giorni scorsi con forze speciali di polizia le isole di Lesbos, Chios e Samos per costruire hot spot, vale a dire carceri per i profughi e gli immigranti in mezzo al niente, Mitsotakis ha scritto su Twitter: "Un numero significativo di profughi e immigrati si è concentrato in grandi gruppi nei confini terrestri della Grecia con la Turchia e ha tentato di entrare illegalmente nel paese. Voglio essere chiaro: non tollereremo ingressi illegali. Stiamo aumentando la sicurezza nei confini. La Grecia non ha alcuna responsabilità per i fatti tragici in Siria e non subirà le conseguenze delle decisioni prese da altri. Ho informato l'Unione europea per questa situazione".
Le foto di soldati turchi che accompagnano profughi e immigrati per passare la frontiera e le notizie che la tv in turca inciterebbe i profughi e gli immigrati a passare le frontiere, anche di quelle con la Bulgaria, hanno aumentato il nervosismo sia ad Atene che a Sofia, che ha a sua volta mobilitato circa mille soldati al confine con la Turchia. Il capo dello stato maggiore greco Floros e il ministro della Protezione civile Chrisoxoidis sono arrivati ieri mattina nella regione di Evros al confine greco-turco, mentre il ministro della Marina mercantile Plakiotakis e il comandante della Guardia costiera Kliaris sono andati prima a Lesbos e dopo a Chios e Samos. Con l'obiettivo di mobilitate la polizia, l'esercito, la Guardia Costiera e la Marina militare per aumentare i controlli lungo il fiume Evros e il mar Egeo: i profughi non devono passare.
Solo nel posto di frontiera di Kastanies i poliziotti in poche ore erano centinaia e l'esercito aveva già iniziato a presidiare mettendo filo spinato lungo le frontiere. Pattuglie comuni di poliziotti e soldati controllano ora tutti i passi frontalieri. A Lesbos, dove sono arrivate piccole imbarcazioni di profughi, la Guardia costiera si è rafforzata con cinque navi e 70 uomini; nell'Egeo Orientale solo la Guardia costiera ha mobilitato finora 50 navi e 1.300 uomini. In zona ci sono anche 12 navi Frontex.
"La situazione è critica, una volta confermate queste informazioni, La Grecia deve chiedere la convocazione di un Consiglio europeo straordinario, per gestire la nuova situazione a livello europeo" ha detto il portavoce di Syriza ed ex ministro Charitsis. "In sostanza, se sono vere le cose venute alla luce, stiamo parlando della cancellazione della Dichiarazione comune tra Ue e la Turchia, che riguarda in primis i rifugiati dalla Siria. Politicamente è importante che la Grecia metta la questione a livello europeo", ha continuato Charitsis.
"Le minacce della Turchia per l'apertura dei confini e la moltiplicazione dei flussi migratori e dei profughi portano alla fine della Dichiarazione comune Ue-Turchia. Il governo deve proteggere con efficacia i confini e di sbloccare (da profughi e immigrati, ndr) le isole. L'Europa deve assume urgentemente le sue responsabilità", ha scritto nel suo comunicato il Movimento Kinal, l'ex Pasok.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 29 febbraio 2020
Erdogan ricatta gli europei minacciando ondate di profughi e non è detto che non lo possa fare anche in Libia dove tiene per il bavero il governo di Tripoli, sotto attacco del generale Khalifa Haftar, alleato dei russi. Dalla Siria quasi dimenticata arriva la stagione cinica e amara dei ricatti incrociati e delle contraddizioni laceranti di un conflitto iniziato nel 2011 come una guerra civile diventata sempre di più una guerra per procura tra potenze internazionali e attori regionali. In un'area, il Medio Oriente, dove le azioni di destabilizzazione - cominciate quest'anno con l'assassinio da parte degli Usa del generale iraniano Qassem Soleimani - si accavallano alle devastanti crisi economiche, politiche e sociali interne che non lasciano scampo ai cittadini siriani, curdi, iracheni, libanesi, iraniani, palestinesi.
A noi qui in Europa, per la nostra indifferenza, la mascherina del Coronavirus serve soprattutto a evitare il contagio della vergogna di non guardare quanto accade intorno a noi. Ma forse ancora per poco. A Idlib lo scenario è quello di un'immane tragedia umanitaria e di uno scontro aperto su larga scala tra Turchia e Siria nel quale Mosca, il principale sponsor di Assad con l'Iran, non può certo fare la parte dell'attore neutrale ma appare anche l'unica potenza in grado di intervenire per abbassare una tensione giunta al culmine con l'attacco aereo di Bara e Balyoun in cui sono stati uccisi 33 soldati turchi.
Erdogan ricatta gli europei minacciando ondate di profughi sulla rotta balcanica che comincia in Grecia e non è detto che non lo possa fare anche in Libia dove tiene per il bavero il governo di Tripoli sotto attacco del generale Khalifa Haftar, alleato dei russi. Nelle guerre comunicanti di Siria e Libia tutto è possibile. In Grecia intanto la guerriglia per i campi profughi in costruzione sulle isole sta già favorendo l'azione di propaganda dei neonazisti di Alba dorata.
La Nato - così come gli Stati Uniti - fa finta di sostenere la Turchia, membro dell'Alleanza atlantica che adesso chiede l'imposizione di una no fly zone su Idlib. Ma nessuno dei due dimentica che Erdogan ha acquistato dai russi il sistema missilistico S-400, è diventato il principale partner del gas di Mosca e che nell'ottobre scorso ha massacrato i curdi siriani, i maggiori alleati degli Usa e dell'Occidente nella lotta al Califfato. Americani ed europei non sono intervenuti allora, minacciando falsi embarghi sulle armi alla Turchia - che anche l'Italia vende a tutto spiano - difficilmente lo faranno oggi. Lo stesso capo del Pentagono Esper ha dichiarato che Washington non vuole essere coinvolta in un altro conflitto in Siria se non nella lotta al terrorismo.
Se si va a guardare bene chi combatte a Idlib e provincia - dove nel 2011 vivevano 1,2 milioni di persone e adesso almeno tre, con profughi e ribelli provenienti da ogni dove - un eventuale appoggio a Erdogan significa anche un aiuto alla coalizione jihadista di Hayat Tahir al Sham, l'ex fronte al Nusra affiliato ad al Qaeda. Gli stessi soldati turchi sono mescolati ai ribelli, e non è una novità perché Erdogan ha appoggiato in questi anni i jihadisti e fatto intese con l'Isis in funzione anti-curda e anti-Assad.
In poche parole, ucciso Al Baghadi, lui è diventato il vero "califfo" degli estremisti che ha spostato, insieme a truppe turche, anche a Tripoli per difendere il governo di Fayez al Sarraj in violazione dell'embargo. Secondo gli accordi di due anni fa tra Turchia, Russia e Iran nell'area di Idlib doveva essere attuato un cessate il fuoco e il disarmo dei gruppi jihadisti e ribelli con la supervisione dei militari turchi. Ma questo accordo non è stato mai attuato. Mentre Ankara occupava prima il cantone dei curdi siriani di Afrin e una parte consistente del Rojava, la Turchia - già entrata con le sue truppe in Siria nel 2016 in funzione anti-curda - ha insistito a mantenere il controllo di un territorio in base al principio di "profondità strategica": in poche parole i turchi volevano tenere in pugno gli assi autostradali Nord-Sud verso Aleppo e Damasco e quello Est-Ovest in direzione della costa di Latakia e poi ricollocare in queste aerea una parte dei loro 3,5 milioni di profughi siriani. L' obiettivo dell'avanzata delle truppe di Assad e dell'aviazione russa è strappare alla Turchia questi collegamenti essenziali anche con attacchi indiscriminati sui civili, come testimonia Medici senza Frontiere. Questa è la posta in gioco di una battaglia che ha già prodotto 900mila rifugiati in condizione disperate.
Erdogan adesso ha cinque fronti. Due di guerra, in Siria e Libia, uno interno, sempre più insofferente sia verso i profughi siriani che nei confronti delle sue avventure militari in combutta con i jihadisti. Il quarto fronte è quello del ricatto dei profughi nei confronti dell'Europa che lo paga per tenerseli. Il quinto, il più importante, è con Vladimir Putin. Deve decidere se tentare di vincere guerre che forse non può vincere o venire a patti con il suo alleato strategico russo che gli consente di essere il più grande hub del gas nel Mediterraneo e continuare a giocare con Usa ed Europa. Forse sarà Putin a decidere per lui.
ideawebtv.it, 29 febbraio 2020
"Ulisse. Una storia sbagliata" si svolgerà il 3, 4 e 5 aprile. Ingresso a pagamento, con nuova prenotazione obbligatoria, entro domenica 15 marzo. A causa dell'allarme sanitario provocato dal "Coronavirus" e in ottemperanza alle misure contenitive dell'emergenza ancora in atto, la Direzione della Casa di Reclusione di Saluzzo "Rodolfo Morandi" ha ritenuto necessario bloccare l'ingresso dei civili all'interno del carcere.
Pertanto, lo spettacolo "Ulisse". Una storia sbagliata" a cura dell'associazione di formazione e produzione teatrale Voci Erranti, inizialmente in programma nei giorni 6, 7 e 8 marzo è stato posticipato a venerdì 3, sabato 4 e domenica 5 aprile, sempre alle ore 15 e in replica alle ore 17. Tutte le prenotazioni effettuate sono state pertanto annullate: per chi desidera partecipare allo spettacolo deve necessariamente effettuare una nuova prenotazione, entro domenica 15 marzo, scrivendo una mail a
Il costo del biglietto intero è di 10 euro, studenti 8 euro, 5 euro per gli under 14.
Lo spettacolo rientra nel progetto "Per aspera ad astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza", promosso da Acri (l'associazione delle Fondazioni di origine bancaria) e sostenuto da 11 Fondazioni di origine bancaria, tra cui la Fondazione Crc.
Allo spettacolo teatrale hanno lavorato in questi mesi 30 detenuti: 20 saliranno sul palco come attori, 5 detenuti si occuperanno della parte audio/luci e altri 5 lavorano alla realizzazione della scenografia e dei costumi.
finestresullarte.info, 29 febbraio 2020
Il progetto di Loredana Longo a Palazzo Branciforte. Dal 28 febbraio al 29 marzo 2020, Palazzo Branciforte a Palermo ospita "Quello che rimane", mostra ideata dall'artista Loredana Longo (Catania, 1967) come risultato finale del progetto L'arte della Libertà, curato da Elisa Fulco e Antonio Leone, all'interno della Casa di Reclusione Calogero di Bona - Ucciardone di Palermo
Il progetto si configura come un diario di bordo che documenta con scritte, disegni e oggetti il processo artistico che ha trasformato l'esperienza del tempo condiviso di trenta persone, tra detenuti, operatori socio sanitari, operatori museali e polizia penitenziaria, in installazioni, video e performance. Le opere, disseminate negli spazi labirintici del Monte dei Pegni di Palazzo Branciforte e che funzionano come capitoli di una storia attraverso cui rileggere le tappe del progetto, intendono dar corpo a una riflessione corale sul tema della libertà e della reclusione, del tempo come personale unità di misura e della creatività, come forma residuale di libertà e via di fuga da spazi chiusi e da pensieri limitanti.
Dall'insegna luminosa Volare per una farfalla non è una scelta all'omonima maglietta che ospita la frase-manifesto del progetto, elaborata dal gruppo il primo giorno di lavoro; dall'installazione Il buco nella rete, composta di strisce di tessuto su cui sono raccolte le frasi sulla libertà realizzate dal gruppo misto dei partecipanti, le cui parole fluorescenti, appositamente illuminate, aprono nuove prospettive, a Il Tempo che rimane, sorta di tenda che scandisce il tempo in parti uguali, ospitando modi diversi di rappresentarlo e di interpretarlo graficamente.
A questi lavori si aggiunge il ciclo di performance che, attraverso le video installazioni, mette in scena il cambiamento del rapporto tra tempo e spazio quando ci si muove in percorsi obbligati e costrittivi come in Avanti e indietro dove il corridoio diventa il luogo di passeggiate forzate; o in La mappa dell'abitudine, ricostruzione dello spazio di una cella a partire dai disegni preparatori; in Il Tempo del tempo libero, dove sono mimati i camminamenti dei detenuti nelle ore di libertà, le cui tracce diventano dei ghirigori grafici che segnano le traiettorie prodotte dai performer indossando stivali di gomma con tacchi di grafite; e in Il muro di carne dove un cerchio umano impedisce alle persone di uscire.
La mostra, dunque, vuole ribaltare e cancella le distinzioni tra libertà e detenzione, rivelando l'ambiguità implicita nel concetto stesso di libertà, mostrando come la creatività, sospendendo ruoli e funzioni sociali, riporta l'attenzione sui bisogni e i desideri comuni, creando una nuova immagine del carcere, che apre e collega simbolicamente il dentro al fuori.
Inoltre, in occasione dell'esposizione, sarà presentato il video documentario curato da Elisa Fulco e Antonio Leone, con la regia di Georgia Palazzolo. A fine mostra sarà pubblicato il libro del progetto (Acrobazie edizioni) con le testimonianze di tutti i partecipanti; il calendario delle attività svolte durante il workshop con Loredana Longo a cui si aggiungeranno quelle con gli artisti ospiti del laboratorio permanente (Stefania Galegati, Marco Mirabile, Ignazio Mortellaro, Sandrine Nicoletta); le lezioni di arte contemporanea in carcere, e le visite guidate nei principali musei cittadini.
"Se l'arte è in generale un'espressione di libertà", commenta Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione Con Il Sud, tra gli organizzatori della rassegna, "proporla all'interno di un carcere vuol dire farne anche un potente strumento di liberazione, attraverso il quale far emergere la conoscenza e la consapevolezza della propria persona. La sfida è di dimostrare che la pena non è l'inizio di un destino segnato, ma è piuttosto un bivio davanti al quale è possibile intraprendere una nuova strada. Avere accanto le giuste persone e le giuste opportunità in questo cammino è di fondamentale importanza per vincere. La Fondazione Con Il Sud ha sostenuto questo progetto, e altre circa 30 iniziative nello stesso ambito, perché crediamo nella possibilità di fare della pena un momento per ricostruire il rapporto con la società, non per romperlo".
"Siamo particolarmente felici di ospitare questa seconda fase del progetto per tanti motivi", sottolinea Raffaele Bonsignore, presidente di Fondazione Sicilia, che come Fondazione Con Il Sud sostiene il progetto. "Primo fra tutti è accogliere una mostra che racchiude la sensibilità e la creatività dei detenuti su temi che li riguardano personalmente e su cui tutti noi siamo chiamati a riflettere. Tra gli obiettivi della Fondazione figurano, da sempre, il dialogo e l'inclusione, e questa iniziativa li favorisce entrambi".
La mostra apre il 29 febbraio dalle 9:30 alle 14:30, dal 1° al 29 marzo dalle 9:30 alle 19:30 (la biglietteria chiude un'ora prima). Chiuso il lunedì. Biglietti: intero 7 euro, ridotto 5 euro per (gruppi di almeno 15 persone, over 65 e convenzionati), gratis per le scuole e gli under 18. Per info: 091 8887767, 091 7657621,
di Sergio Bocconi
Corriere della Sera, 29 febbraio 2020
C'è un settore i cui big mondiali in Borsa da un anno stanno perdendo parecchio valore: quello della cannabis. I titoli dei più grandi produttori-distributori di marijuana legale, terapeutica o ricreativa, stanno attraversando una crisi significativa determinata soprattutto dalle incertezze relative al quadro regolatorio. In media i titoli dei cinque più grandi gruppi globali del settore, tutti basati in Canada, hanno perso dal febbraio 2019 il 67%.
I Top5 made in Canada - Aurora Cannabis, Cronos group, Aphria, Canopy growth corporation, Tilray: quotati in Nord America (anche sul Nasdaq come Tilray), in 12 mesi hanno accusato perdite sui listini comprese fra l'80 e il 60%. In linea con il North America marijuana index, che comprende i 20 titoli maggiori, e che fra aprile e maggio 2019 ha superato quota 300 punti e ora viaggia intorno a 80. Tra l'altro i prezzi delle azioni sono soggetti anche a un'ampia volatilità, con tassi mensili di variazione che raggiungono il 15-16%.
Lo rileva un'analisi di LearnBonds, sito web americano di informazione ed educazione economica relativa appunto ai Top5 mondiali del settore. Così, se nell'aprile 2019 Canopy growth (controllata dal gruppo Constellation brands, che ha marchi come la birra Corona e in Italia i vini Ruffino) quotava sopra i 48 dollari, in questi giorni scorsi è intorno a 20. Aurora Cannabis nello stesso periodo è scivolata da 9 dollari a 1,55, Cronos da 16,52 a 6,37, Aphria da 7,66 a 3,92 dollari, Tilray da 51,27 a 17,29. Se nel settembre del 2018 la capitalizzazione complessiva delle prime tre, Tilray, Canopy e Aurora, raggiungeva i 40 miliardi di dollari, oggi è intorno a 9.
Incertezza regolatoria - Alla base della crisi di Borsa ci sono le molte, differenti e variabili regolamentazioni esistenti relative all'uso e quindi alla produzione-distribuzione della cannabis. Considerando gli esempi più noti e sotto i riflettori dell'industria, in Canada a fine 2018 è stata decisa la legalizzazione piena e negli Usa sono diversi gli Stati che hanno approvato norme in questa direzione, mentre a livello federale no. Fattori di variabilità e incertezza che provocano bolle speculative sulla base dei rumors (è il caso del Canada, dove seguendo indiscrezioni e attese sulla legalizzazione della cannabis i prezzi dei titoli erano saliti per poi invertire la rotta dopo l'ok ufficiale), sovra-stoccaggi, alimentano la concorrenza del mercato nero, influiscono negativamente sulle attese dei risultati, fanno percepire più rischiosi questi titoli agli investitori.
Investimenti -
Eppure il settore è tutt'altro che fermo. "Nonostante la sostanziale stagnazione dei temi regolatori, le corporation della cannabis stanno investendo non poco nella produzione", dice Justinas Baltrusaitis, news editor di LearnBonds, la scommessa è rappresentata dalle promesse che sembrano pervenire da più parti relative alla legalizzazione della cannabis a uso medico. "La sfida riguarda i prodotti che vengono indicati, per esempio, per l'epilessia o i disturbi dell'Alzheimer. Il destino dell'industria della cannabis sarà dunque deciso da due fattori: la regolazione e i riconoscimenti scientifici".
di Vittorio Manes*
Il Sole 24 Ore, 28 febbraio 2020
Il legislatore continua ad attingere a piene mani alla "risorsa scarsa" del carcere, quasi inteso come strumento di "vendetta sociale", con scelte irrispettose di ogni ordine di ragione e, prima e più in alto, del principio secondo il quale la privazione della libertà è legittima solo se limitata al "minimo sacrifico necessario".
di Agnese Pellegrini
Famiglia Cristiana, 28 febbraio 2020
Parla il Garante dei detenuti di Milano Francesco Maisto. Introdotti controlli antivirus e colloqui con i parenti attraverso video-telefonate. Ma dietro le sbarre circolano troppe fake news angoscianti. Ha il piglio del magistrato, Francesco Maisto, ma anche l'attenzione alle persone propria di chi, per una vita, ha cercato di capire le motivazioni di quanti hanno commesso un reato.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 28 febbraio 2020
La decisione della Corte costituzionale che ha bocciato la retroattività della stretta sulle condizioni di esecuzione della pena voluta dalla legge "spazza-corrotti" non coinvolge la totalità dei benefici penitenziari. Non colpisce, infatti, la portata retroattiva su permessi premio e lavoro all'esterno.
di Liana Milella
La Repubblica, 28 febbraio 2020
Da maggio più poteri alla difesa, trojan con limiti e nuove regole per i media. "Innovativa, equilibrata, necessaria". Per Pd e M5S è questa la nuova legge sulle intercettazioni votata alla Camera con lo scrutinio segreto chiesto dalla Lega e finito 246 a 169.
Una legge, per il Guardasigilli grillino Bonafede, che "potenzia le intercettazioni come strumento di indagine, ma nel contempo garantisce una solida difesa della privacy". Con "un'innovazione fondamentale perché esisteranno le intercettazioni irrilevanti" aggiunge il sottosegretario Dem alla Giustizia Andrea Giorgis. "Illiberale, scellerata, uno scempio da Stato di polizia, da grande fratello alla Orwell" per Lega, Forza Italia e Fdl che hanno votato contro.
La legge dell'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando del dicembre 2017, bloccata per due volte dal suo successore Alfonso Bonafede, alla fine entra in vigore. Maggiori "poteri" ai difensori, il captatore Trojan potente sì ma con dei limiti, intercettazioni "irrilevanti" vietate ai giornalisti. Dal primo maggio cambiano le regole per registrare e usare le intercettazioni, ma - attenzione - solo per i procedimenti penali iscritti dopo quella data. Per tutti quelli in corso, come hanno chiesto a gran voce i magistrati, varranno le vecchie regole. Diventa legge la distinzione tra intercettazioni "rilevanti" e "irrilevanti".
Le prime avranno diritto di entrare a pieno titolo nel processo, le seconde finiranno nell'archivio riservato e saranno distrutte. Una fine che lascia molti dubbi. Non solo: le intercettazioni rilevanti potranno essere pubblicate, quelle irrilevanti no. Orlando ha sempre celiato sul "bavaglio" ai giornalisti. Ma è un fatto: non leggeremo più di Berlusconi e della "patonza che deve girare"; degli imprenditori che la notte del terremoto dell'Aquila dicono "occupati di 'sta roba perché qui bisogna partire in quarta subito...non è che c'è un terremoto al giorno"; dell'ex ministra Guidi che all'allora fidanzato dice "mi tratti come una sguattera del Guatemala"; gli sms della Falchi all'allora marito Ricucci.
Il pm vigilerà che nessun dato "sensibile" finisca nelle carte. "Una misura di civiltà" per Giorgis. Per un cronista la questione è tutta da discutere. A decidere se un ascolto è importante o no non sarà più la sola polizia giudiziaria, ma pm e gip. Brogliaccio sommario anche per le irrilevanti. Sarà consentito per i reati gravi, corruzione compresa. Per quelli commessi dai pubblici ufficiali e dagli incaricati di pubblico servizio puniti oltre i 5 anni sarà necessario "indicare le ragioni che ne giustificano l'utilizzo". Per gli altri bisognerà dimostrare l'attività criminosa.
Qualora il Trojan s'imbatta in un nuovo reato la registrazione potrà essere usata solo se è "rilevante e indispensabile" per delitti da arresto in flagranza e già intercettabili. Nello Rossi, autore in Cassazione della prima decisione sul Trojan, invita alla cautela: "Come si è visto nello scandalo sulle nomine al Csm, il Trojan può generare onde sismiche devastanti che possono propagarsi ben oltre i reati perseguiti e le persone indagate. Solo se verrà usato in modo rigoroso e sorvegliato si potrà evitare che produca disastrosi danni collaterali e che si determini un effetto di rigetto e di ripulsa capace di travolgerlo".
di Francesco Damato
Il Dubbio, 28 febbraio 2020
È apprezzabile quanto meno la schiettezza con la quale la presidente grillina della Commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, ha voluto difendere e spiegare il controverso provvedimento sulle intercettazioni. Il cui cammino parlamentare, sino a qualche settimana fa di incerto epilogo per le forti resistenze dell'opposizione e le divisioni createsi nella maggiorana giallorossa, è stato in qualche modo sbloccato anch'esso, come quello delle cosiddette mille proroghe, dal mezzo disarmo politico provocato dalla diffusione della forma di polmonite importata dalla Cina.
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