di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 marzo 2020
La Campagna LasciateCIEntrare e l'associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione (Asgi) hanno espresso forte preoccupazione per le condizioni di vivibilità all'interno del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Macomer (Nuoro).
Già a poche settimane dall'apertura del Centro (un'ex carcere di massima sicurezza), avvenuta lo scorso 20 gennaio, le associazioni riportano come la situazione sia apparsa da subito grave e preoccupante, viste le segnalazioni ricevute e come testimoniano anche le importanti criticità evidenziate dall'avvocata e Presidente della Camera Penale di Oristano Rosaria Manconi: "La struttura, in sé, non garantisce il rispetto dei diritti dei "trattenuti".
L'assenza di aree di socialità, il divieto di comunicazione con l'esterno attuato mediante il sequestro dei telefoni personali e la mancanza di strutture destinate alla, seppure momentanea, integrazione (biblioteche e luoghi di lettura, impegno lavorativo, pratica di attività fisiche, per esemplificare) fanno ragionevolmente ritenere che l'ozio, la convivenza forzata e la promiscuità, la condizione di ghettizzazione unita alla mancanza di speranza ed alla prospettiva di una permanenza sine die, possano dare vita a situazioni di tensione difficilmente controllabili".
Eppure, secondo le associazioni, si tratta di criticità che accomunano le condizioni di tutti i Cpr, ripetutamente segnalate dallo stesso Garante nazionale dei diritti delle persone private delle libertà nel corso delle attività di monitoraggio svolte e già oggetto di raccomandazioni al Ministero dell'Interno, ma fino ad ora sarebbero rimaste inascoltate.
"Ci troviamo - denunciano LasciateCIEntrare ed Asgi - di fronte a prassi registrate e denunciate da circa un ventennio, da quando tali centri sono stati istituiti e la cui stessa esistenza rappresenta una vergogna, poiché luoghi di detenzione su base etnica, dove l'abuso è ordinario, così come la privazione dei diritti sanciti dalla stessa Costituzione che si reitera nel tempo nel silenzio delle istituzioni" I Cpr sono strutture in cui le persone straniere senza un permesso di soggiorno sono private della libertà personale pur non avendo commesso alcun reato. "Rappresentano - denunciano le associazioni - una zona grigia del diritto e risulta sempre più difficile monitorare quanto accade al loro interno. Per questo devono essere chiusi".
Le associazioni chiedono perciò un accertamento delle condizioni in cui vengono trattenuti i migranti nel Cpr di Macomer in seguito alle criticità raccolte e trasmesse anche al Garante Nazionale dei diritti delle persone private delle libertà, in quanto figura indipendente di garanzia dei diritti delle persone ristrette. Criticità segnalate anche dal coordinamento dei Garanti dell'isola che, anche per la mancanza di un Garante regionale, ha già espresso l'urgenza di accedere al Cpr per evitare che il persistere di situazioni di violazioni di diritti o di abuso possano cristallizzarsi e degenerare. "Al di là delle azioni da attuare nell'immediato per la salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone trattenute - proseguono le associazioni nella denuncia - deve essere ribadita con forza l'inopportunità di mantenere attivi i Centri per il rimpatrio, simbolo di una politica migratoria repressiva e lesiva dei diritti delle persone".
Nel frattempo ancora una volta l'agenzia dell'unione europea per i diritti umani bacchetta l'Italia per quanto riguarda i centri di accoglienza per i migranti. In particolare, l'agenzia sottolinea - citando il progetto Melting pot Europa - la grave situazione nell'hotspot di Lampedusa, dove i minori non accompagnati condividono gli spazi con gli adulti. La mancanza di protezione per i minori - scrive l'Agenzia - fa aumentare il rischio di esclusione sociale, di sfruttamento lavorativo e sessuale. Parliamo del rapporto quadrimestrale pubblicato il 18 febbraio 2020 dall'Agenzia europea, che copre il periodo dal 1° ottobre al 31 dicembre 2019 e mostra una situazione indegna per l'Europa, con hotspot del tutto pieni e condizioni di vita atroci.
Ma non solo. L'agenzia europea è preoccupata visto che il nostro belpaese ha individuato 13 Paesi, rendendo così più difficile l'accoglimento delle istanze di protezione internazionale. Proprio l'Italia è al centro delle preoccupazioni dell'Agenzia europea per il rinnovo del Memorandum of Understanding con la Libia. Aumentano poi i casi di "hate speech" (incitamento all'odio) in particolare in Germania, Grecia, Malta, Spagna e, ancora una volta, l'Italia.
di Gianni Dominici*
Il Manifesto, 3 marzo 2020
Pubblica amministrazione. In pochi mesi siamo passati dal dibattito sui tornelli e le impronte digitali per controllare meglio la presenza fisica negli uffici pubblici allo smart working libero causa coronavirus. Dall'informatizzazione per legge a quella di emergenza. E così il nostro paese ha finalmente scoperto la modernità insieme alle fantastiche proprietà taumaturgiche della tecnologia. Serviva un'emergenza (in questo caso sanitaria) perché questo avvenisse?
Siamo ultimi in tutte le classifiche internazionali sulla diffusione della tecnologia e condannati a recitare i numeri del DESI (Digital Economy and Society Index, che misura il grado di digitalizzazione dei paesi) come in uno stanco e poco convinto eterno mea culpa. Releghiamo alla precarietà i nostri migliori ricercatori, quelli che nel frattempo non sono scappati all'estero. Abbiamo la più bassa percentuale europea di cittadini che utilizzano i servizi on line. Abbiamo la popolazione di dipendenti pubblici più anziana d'Europa a cui, oltretutto, e di fatto, non diamo alcuna possibilità di formazione e di aggiornamento.
Un paese dove ci si divide sulla nutella, dove si aprono e si chiudono i porti neanche fossero le porte di un ascensore. Un paese che però, quasi mai, parla di giovani e di futuro. Un paese dove per decenni si è pensato che l'innovazione potesse essere promossa dagli amministrativisti concentrati a rinovellare norme e codici. Un paese convinto, e che ha tentato di convincere, che si potesse innovare per decreto, per legge, per riforma, trasformando e banalizzando i processi più importanti di cambiamento in mero, ulteriore adempimento. In scadenze sistematicamente prorogate. In questo contesto, ad inizio anno abbiamo individuato (e descritto presentando il nostro rapporto annuale) tre importanti segnali che potrebbero finalmente dare il via ad un percorso di normalizzazione:
Il primo è di natura politica. Per la prima volta la nostra politica ha condiviso scenari di sviluppo: il tema dello sviluppo sostenibile, il tema della quarta rivoluzione industriale sintetizzato dal presidente del consiglio con lo slogan "Smart Nation", il piano "2025 - strategie per l'innovazione tecnologica e la digitalizzazione del paese", presentato a fine 2019 dalla ministra Pisano.
Il secondo segnale è che finalmente in Italia c'è una chiara governance dell'innovazione con una Ministra dedicata e un dipartimento, a cui risponde l'Agenzia per l'Italia Digitale.
Infine, il terzo segnale riguarda la diffusa consapevolezza, ai diversi livelli, della centralità delle persone, dell'importanza del fattore umano nel portare avanti processi di cambiamento che si sostanzia, ad esempio, nello sblocco del turnover, nell'attenzione per le competenze digitali, nel diffondersi della cultura dello Smart Working, nelle iniziative di facilitazione, formazione e mentoring per accompagnare i nuovi assunti nella PA.
Nel corso di quello che sembrava un processo di lenta normalizzazione è accaduto però l'imprevisto, la sociologica variabile interveniente, quella che sicuramente è una discontinuità nell'agenda del paese. E così in una nazione in cui una manciata di mesi fa si discuteva ancora di tornelli e di impronte digitali per meglio controllare la presenza fisica nei posti di lavoro ora, si inneggia improvvisamente alla flessibilità, alla formazione a distanza, allo smart working.
Ci mancherebbe altro, per fortuna, era ora, dovremmo dire. Se penso che esattamente 20 anni fa diventai amministratore delegato di Atenea, una società di formazione a distanza creata dalla Fondazione Censis e da Agorà telematica con "l'obiettivo di affiancare la pubblica amministrazione nel processo di modernizzazione e digitalizzazione in atto, per trasformare contenuti e conoscenze attraverso la rete internet ". Ne è passato di tempo e i temi in primo piano non sono poi così cambiati, nonostante le tecnologie abbiano fatto un salto epocale.
Come ForumPA siamo sempre stati convinti della necessità di affiancare soluzioni virtuali ad eventi in presenza, "click and brick" si diceva una volta. Nell'ultimo triennio abbiamo organizzato 64 webinar con 20.700 partecipanti totali; realizzato 560 tra interviste e reportage pubblicati sui nostri canali Youtube e Vimeo; registrato 362 podcast, pari a 51 ore di audio sul nostro canale Spreaker; prodotto 238 tra videolezioni, videopillole formative e video academy; trasmesso 115 ore di diretta streaming. A questo si aggiunge il patrimonio prodotto quotidianamente dal Gruppo Digital 360. Siamo quindi convinti che sia davvero importante cogliere questa occasione e siamo pronti a dare il nostro contributo.
Ma c'è un però. C'è il rischio che, dopo che per decenni ci si è illusi che si potesse informatizzare il paese per legge, ora ci si illuda, spinti dalla psicosi collettiva, che lo si possa fare per decreto d'emergenza. La Direttiva Dadone, che incoraggia le pubbliche amministrazioni a potenziare il ricorso al lavoro agile, è un provvedimento positivo non soltanto per arginare l'emergenza "coronavirus", ma anche perché potrebbe accelerare la diffusione dello smart working e dello smart learning nel settore pubblico. Per essere davvero una svolta, però, non deve restare una misura di emergenza, ma diventare un modello da sperimentare e applicare anche in tempi ordinari e inserirsi in un progetto più ampio di rinnovamento della PA, in cui l'utilizzo delle tecnologie smart è solo un elemento.
L'innovazione del paese, e della PA in particolare, può e deve essere prioritariamente un'innovazione istituzionale, culturale e organizzativa. Per potersi diffondere, lo smart working è necessario in primo luogo ripartire dalle persone, passare dalla cultura dell'adempimento alla collaborazione, puntare allo scambio di soluzioni e di esperienze all'interno degli enti e tra enti. Nel nostro lavoro di facilitatori e di accompagnatori della PA nei processi di innovazione, abbiamo notato che cresce il bisogno di "imparare come si pratica il cambiamento". Le persone chiedono strumenti, modelli operativi, cassette degli attrezzi.
È importante per questo puntare su due grandi leve:
l'empowerment, l'accrescimento delle competenze e la condivisione di strumenti utili per governare la trasformazione digitale dentro la PA. Le risorse per la formazione e l'aggiornamento sono state di fatto anullate, è difficile usare gli strumenti di lavoro a distanza se non si hanno le competenze adatte di base per cui è necessario al più presto favorire la formazione diffusa dei dipendenti pubblici sulle competenze digitali di base;
lo sblocco del turn over. Nell'arco dei prossimi 3-4 anni 500mila dipendenti pubblici avranno maturato i requisiti per ritirarsi dal lavoro e saranno sostituiti da nuovo personale grazie allo sblocco del turn over di compensazione al 100%. Non basta sostituire le persone che andranno in pensione, è necessario capire di quali competenze ha bisogno la nostra PA e formarle.
Da non sottovalutare, infine, il ripensamento dell'organizzazione, la creazione di un clima di fiducia, l'attenzione e il focus su obiettivi di sviluppo e non su adempimenti. È questo il contesto indispensabile da creare e da alimentare per far sì che le soluzioni tecnologiche diventino strumenti abilitanti di una pubblica amministrazione in grado non solo di reagire alle crisi del momento ma di essere protagonista nel costruire il futuro del paese.
*Sociologo, è direttore generale del Forum Pa, il più grande evento nazionale sulla modernizzazione della pubblica amministrazione
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 3 marzo 2020
C'è da domandarsi: chi ha messo nella testa di questi ragazzi che l'odio è un diritto? Non sarebbe male chiederselo con una certa preoccupazione. Uno studente di liceo si alza compunto e con aria molto seria ribatte alla mia dichiarazione di rifiuto dell'odio con una precisa rivendicazione: "Io voglio avere il diritto di odiare". Cerco di ragionare: "I diritti non possono essere assoluti, non ti pare? altrimenti uno potrebbe alzarsi e dichiarare, con la stessa tua determinazione: io voglio avere il diritto di uccidere!".
"Ma io non voglio uccidere, voglio solo odiare, se qualcuno mi fa un torto io voglio poterlo detestare". "Ma tu credi che l'odio rimedi al male fatto?". "Per me l'odio è un diritto primario", ribatte lui. E io cerco ancora di ragionare: "Guarda che l'odio avvelena chi lo prova e spesso porta ad azioni irrazionali e pericolose, per esempio alla vendetta, ti pare giusto vendicarsi?". "Beh, se posso farlo, mi vendico".
"Ecco, vedi che l'odio non sta fermo ma tende all'aggressione verso l'odiato, che a sua volta vorrà vendicarsi e la catena non si fermerà più". "Perché non va bene la vendetta?" chiede con voce innocente e sicura. "Perché ti comporteresti come un animale, secondo istinto e non come dovrebbe comportarsi una persona che ragiona, che riflette e che vive in un sistema di istituzioni che agiscono secondo leggi precise e non secondo istinti primordiali. La più grande conquista, pensaci, del mondo moderno è stato proprio questo passaggio dalla vendetta privata alla giustizia, delegata a un sistema indipendente e sopra le parti che si chiama magistratura. Ricorda poi che la vendetta è proprio la pratica di tutte le mafie che rifiutano ogni legge civile e democratica che non sia la propria legge del potere". Il ragazzo non mi sembra convinto, ma mi dice che ci penserà. Intanto si alza una ragazza che incalza il suo compagno: "Metta che uno mi violenti, non ho il diritto di odiarlo?".
Cerco rifugio in un bellissimo esempio di non odio che ci ha dato in questi giorni la senatrice Liliana Segre, che continua a ripetere che lei non odia i suoi aguzzini, li giudica e li condanna, ma non vuole essere deturpata da un sentimento che avvilisce la persona che lo prova. A questo punto c'è da domandarsi: chi ha messo nella testa di questi ragazzi che l'odio è un diritto? Non sarebbe male chiederselo con una certa preoccupazione.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 3 marzo 2020
Torna "Adotta uno scrittore" in venti tra scuole e università più dodici carceri italiane. L'iniziativa del Salone di Torino compie 18 anni e ha superato gli 11mila studenti coinvolti. La parola adottare viene da "optare", scegliere. Preceduta da A "ad", la particella della vicinanza. Scegliere per sé. È una parola che accostiamo per abitudine all'idea di famiglia, genitori e figli, affetti.
Ma il concetto che ci sta dietro è sempre quello di preferenza, elezione di "uno tra gli altri", con tutta la concretezza di impegno che ne segue: come quando per tradurre in pratica un proposito scelto fra tanti si dice che si "adotta un provvedimento".
Così è sempre più significativo, perché si tratta ogni volta di una riaffermazione di volontà, il ritorno di "Adotta uno scrittore" giunto quest'anno alla diciottesima edizione. Proposta dal Salone internazionale del libro, in calendario a Torino dal 14 al 18 maggio 2020, l'iniziativa è di fatto già entrata nel vivo con i consueti tre mesi di anticipo, rivolta come sempre a scuole e detenuti ma non solo: nei suoi primi diciassette anni di vita ha coinvolto fra tutto 11.521 studenti di 369 classi, 12 case di reclusione, un ospedale, una università, oltre a 365 autori.
Quest'anno saranno 35, da Gherardo Colombo a Marco Malvaldi, da Paolo Nori a Mauro Covacich, da Luca Doninelli a Zita Dazzi, da Paola Caddi a Elisa Mazzoli... Sempre con lo stesso meccanismo: ogni classe sceglie uno scrittore o una scrittrice, li incontra più volte, ne legge libri, li commenta, in un percorso che conduce a un arricchimento per tutti, lettori ma anche autrici e autori. 11 tutto con il sostegno della Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte in collaborazione con la Fondazione Con il Sud.
A ulteriore supporto del libro e della lettura, negli anni Acri Piemonte ha permesso l'ingresso gratuito al Salone a oltre 11mila studenti e studentesse piemontesi. Quest'anno le scuole coinvolte sono dieci superiori, quattro medie, quattro elementari, due università, di nuovo dodici scuole carcerarie: il numero più alto per una singola edizione.
E il progetto oltre al Piemonte si è esteso a Veneto, Campania, Sicilia, Basilicata, Puglia, Calabria e Sardegna, con istituti anche molto lontani come il "Rita Levi Montalcini" di Salerno e il "Galileo Galilei" di Acireale, mentre le scuole carcerarie interessate sono quelle di Torino, Saluzzo, Alessandria, Asti, Verona, Paola (Cosenza), Lecce, Palermo, Sassari, Potenza e Pozzuoli (Napoli). Sono situazioni queste ultime in cui proprio gli scrittori e la lettura riescono a creare momenti di condivisione costruttiva tra mondi - quelli di studenti e carcerati - che difficilmente si incontrerebbero con una mediazione altrettanto alta: eppure capace di abbattere, dal basso, steccati non semplici da superare per altre vie.
"Non esistono bellezza, democrazia, coscienza civile e sociale senza cultura. Per questo è importante e necessario - afferma il presidente di Acri Piemonte, Giovanni Quaglia - disseminare e sostenere sul territorio, in particolare nelle periferie più esposte alle fragilità, tutte quelle iniziative che portano conoscenza e dialogo, veri collanti delle comunità. Il progetto "Adotta uno scrittore", divenuto ormai maggiorenne grazie all'impegno e alla sinergia delle Fondazioni di origine bancaria, offre un prezioso contributo in questa direzione".
"Adotta uno Scrittore è uno dei progetti culturali di cui il Salone Internazionale del Libro di Torino - aggiunge il direttore Nicola Lagioia - va più orgoglioso: scuola e istruzione sono, o dovrebbero essere, prioritari per qualunque Paese che voglia darsi un futuro. Qui abbiamo scrittori e studenti impegnati in un percorso a più tappe, in diverse regioni d'Italia: un progetto di respiro nazionale che anno dopo anno cresce e si rafforza".
Quanto alla relazione fra i concetti di adozione e di famiglia, del resto, l'obiettivo dell'iniziativa è proprio quello di "rendere la lettura un gesto familiare e quotidiano, chiamando in causa chi ha fatto della scrittura il proprio mestiere". Incontrarne uno per leggerne cento, è la filosofia: il progetto "mette nelle mani di ciascun ragazzo il libro dell'autore, da cui si parte per parlare di altri libri: quelli amati dai ragazzi e quelli amati dagli scrittori adottati".
Ma se il denominatore comune è l'attività di leggere lo strumento per arrivarci è quello dell'incontro. E quindi, in ultima analisi, del conoscersi e affidarsi gli uni agli altri: gli autori non vengono adottati da una scuola ma da una classe, attraverso tre appuntamenti distanziati di poche settimane e con una possibilità di dialogo che ha le dimensioni di un'aula e non di un auditorium. E agli scrittori viene lasciata completa libertà d'azione e di decisione su come sfruttare il tempo a loro disposizione: ecco perché ogni adozione è diversa dall'altra. Anche l'esperienza di quest'anno confluirà in un video-racconto finale. Per conoscere tutte le adozioni bookblog.salonelibro.it.
di Ugo Intini
Il Dubbio, 3 marzo 2020
Ora sarà pace con i talebani ma vince il fondamentalismo. L'accordo di pace tra Stati Uniti e talebani (se reggerà) è certo una buona notizia. Meglio tardi che mai. Nel dicembre scorso, il Washington Post rivelò documenti riservati dai quali risultava che nessuno, né nelle forze armate, né del governo, capiva perché e con quali obiettivi gli americani continuassero a stare in Afghanistan. Seguirono smentite furiose. Ma alla fine si sono tratte le conseguenze: gli americani se ne vanno consentendo tra l'altro a Trump di presentare il ritiro come un suo successo in campagna elettorale.
Molti adesso paragonano l'Afghanistan al Vietnam. Ma regge meglio il parallelismo con l'Iraq. Dopo l'11 settembre, sulla spinta dell'emozione, gli americani occuparono facilmente e trionfalmente Baghdad e Kabul. Se ne sono andati dall'Iraq lasciandolo a nemici diversi e forse per loro peggiori di Saddam, ovvero ai filo iraniani. Se ne vanno dall'Afghanistan lasciandolo esattamente agli stessi nemici di vent'anni fa: ai talebani. Dopo aver sacrificato la vita di oltre 2.400 soldati e aver speso mille miliardi di dollari. Gli insegnamenti sono tanti. Il primo è che bisogna sempre ricordare la storia. Nell'Ottocento, il frenetico movimento degli eserciti coloniali in Afghanistan veniva chiamato la "danza degli spettri". Perché gli attori si agitavano senza futuro (anzi, essendo- senza saperlo già morti).
Un insegnamento strategico è che per vincere una guerra non basta neppure mettere i "boots on the ground" (gli stivali dei soldati sul terreno). Bisogna tenerceli a lungo e soprattutto avere il coraggio di muoverli nelle aree più pericolose. Se lo si evita per non rischiare la vita e si ricorre ai soli bombardamenti (o ai droni) si uccidono anche i civili, provocando l'odio della popolazione e la premessa per la sconfitta definitiva.
Un pessimo insegnamento (verso l'intero mondo islamico) è che non conviene fidarsi degli occidentali. I ceti urbani dell'Afghanistan, le donne desiderose di emancipazione, i giovani istruiti e aperti al mondo speravano che gli americani portassero un futuro di democrazia e modernità. Non vorremmo essere nei loro panni dopo il ritorno dell'emirato (così si chiamerà) talebano.
A Teheran, da un lato ci si deve preoccupare. La minoranza scita dell'Afghanistan potrebbe nuovamente riversare un'ondata di profughi al di là del confine. Se i talebani riprenderanno a finanziarsi con la droga (come hanno sempre fatto) i carichi passeranno dalle montagne iraniane e una parte penetrerà, avvelenandolo, nel Paese. Dall'altro lato però a Teheran si sorride. Come diceva infatti Mao ai tempi del Vietnam, gli iraniani trovano conferma che l'America è una "tigre di carta".
Anche a Mosca ci si deve preoccupare. L'Armata Rossa era intervenuta in Afghanistan (tra l'altro) perché temeva che i talebani diffondessero la peste del fanatismo islamico nelle Repubbliche prevalentemente musulmane dell'Unione Sovietica. La minaccia oggi si ripresenta e Putin prende nota che l'America non è un alleato affidabile nella lotta al fondamentalismo.
Questo tema - il fondamentalismo - è in effetti il più allarmante. Quale messaggio arriva sul piano propagandistico e psicologico? Protagonista dell'accordo è stato il Qatar. Che ha ottenuto un sensazionale successo e moltiplicarlo suo prestigio. Ma il Qatar (ed è riuscito nella mediazione proprio per questo) ha relazioni con il fondamentalismo islamico.
È accusato (a torto o a ragione) di appoggiare milizie vicine a Al Qaida e all'ISIS in Siria, Libia, Iraq, Yemen. Soprattutto di finanziare i "Fratelli Musulmani" in Egitto e Hamas in Palestina. Per questo, il fronte degli alleati di Washington (innanzitutto Arabia Saudita, Egitto, Emirati) hanno da tempo persino rotto i rapporti diplomatici con Doha. I governi di questi Paesi non possono che essere furiosi. Al contrario, non possono che essere sollevati i fondamentalisti di tutto il mondo (dall'Indonesia alla Tunisia). I padri fondatori stessi del fondamentalismo infatti, ovvero i talebani, non sono più automaticamente indicati come terroristi, sono legittimati dai sorrisi e dalle strette di mano del segretario di Stato americano in persona. Legittimati e vincenti.
Un insegnamento, infine, riguarda la Nato, che Macron non per caso ha definito agonizzante. Creata per combattere l'Unione Sovietica che non esiste più, è stata impegnata per quasi vent'anni in Afghanistan. Gli italiani hanno fatto la loro parte e perso 54 soldati. Adesso gli americani hanno deciso che la Nato se ne va e dubito che ci abbiano anche solo informati. Meglio tardi che mai, si osservava all'inizio. Ma non si immagina quanto tardi viene fatto un accordo con i talebani. Probabilmente lo si poteva fare non dopo, ma prima dell'11 settembre (forse persino evitandolo). Il protagonista di oggi, quello che ha negoziato l'accordo, è stato Zalmay Khalilzad, il politologo e diplomatico nato e cresciuto in Afghanistan, ex ambasciatore a Kabul, a Baghdad ed ex rappresentante degli Stati Uniti all'ONU.
Vent'anni fa, servivo al ministero degli Esteri quando lui era un professore (e anche un rappresentante dell'intelligence americana). Come ho già accennato su queste colonne il 22 gennaio, gli riferivo sui nostri tentativi di aprire la strada a un accordo con i talebani, che ponesse fine alla guerra civile tra loro e l'Alleanza del Nord guidata dal generale Massud. Come italiani, avevamo due assist: il vecchio re Zahir Shah in esilio, che abitava all'Olgiata e aveva ancora grande autorità a Kabul; due ospedali della nostra Emergency International (uno a Kabul e uno nell'area controllata da Massud). Incontravo Khalizdad, così come il ministro degli Esteri talebano Mutawakkil e Massud. Gli riferivo (come un alleato deve fare agli americani). Lui ascoltava e taceva. Ma probabilmente avrebbe dovuto fare vent'anni fa quello che ha fatto adesso.
di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 3 marzo 2020
L'accordo Usa-Taleban. La situazione delle afghane, che hanno sostituito il burqa con l'hijab, non fa più notizia e non rientra nell'agenda dei negoziati. L'Onu e diversi studi a livello internazionale sostengono che la presenza delle donne nei negoziati di pace per risolvere i conflitti fa la differenza, non solo per la riuscita e la qualità dell'accordo ma anche per la formazione dell'agenda delle trattative. Purtroppo il contrario di quel che accade in Afghanistan. Le donne sono scarsamente rappresentate nei negoziati dove a prevalere è la forza dei signori della guerra. E non ci si poteva certo aspettare che alle trattative tra Usa e Taleban, in Qatar, partecipassero delle donne!
Le posizioni dei Taleban sono note, purtroppo: ma gli Usa non erano andati in Afghanistan per liberarle dal burqa? Era il 2001 e le immagini delle afghane nascoste sotto il burqa, che permetteva loro di vedere il mondo solo a quadretti, facevano il giro del mondo. Ora, dopo quasi diciotto anni di guerra, si ricomincia da capo. Gli Usa non hanno una soluzione per uscire "vittoriosi" dall'Afghanistan e puntano sull'accordo di "pace" come scappatoia per liberarsi di un fardello diventato costoso finanziariamente e politicamente. I Taleban ufficialmente legittimati possono tornare al potere, del resto controllano già circa il 40 per cento del paese. Certo, il ritorno dei Taleban dovrà essere digerito dallo sgangherato governo finora ignorato nelle trattative, ma il potere contrattuale non è a favore di Kabul. Resta da vedere se i Taleban - come stabilito nell'accordo di Doha - saranno in grado di impedire azioni jihadiste sul territorio viste le loro divisioni interne e il supporto di una parte allo Stato islamico.
Parlare di pace quando i firmatari sono autori di crimini contro la popolazione civile e soprattutto contro le donne è arduo. Certo, la tregua si fa trattando con i nemici ma non la pace. Non c'è pace senza giustizia. Gli Usa nel 2001 hanno biecamente strumentalizzato i diritti delle donne per intervenire militarmente. Da allora la lotta e gli sforzi per la loro emancipazione hanno incontrato molti ostacoli e ancora oggi circa due terzi delle bambine non vanno a scuola, il 70/80 per cento delle ragazze viene data in matrimonio spesso prima dei 16 anni, per non parlare delle violenze subite quotidianamente, senza la possibilità di rivolgersi alla giustizia.
Anche gli aiuti internazionali sono stati spesso vanificati a causa di un sistema corrotto. Ma ci sono anche ong afghane che hanno fatto miracoli per educare gli orfani della guerra e salvare donne dalla violenza. Ma il governo le ostacola perché l'insegnamento è laico e le donne sono ospitate in luoghi segreti per sottrarle alle minacce dei mariti. Questo non basta, ancora oggi l'Afghanistan viene considerato il peggior posto per nascere donna. Ormai la situazione delle afghane, che hanno sostituito il burqa con l'hijab, non fa più notizia e non rientra nell'agenda dei negoziati. Non interessa agli Stati uniti governati dal presidente sessista Trump e tanto meno ai Taleban che risolveranno il problema con l'imposizione delle leggi islamiche - comprese nell'accordo - e purtroppo sappiamo di che si tratta.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 2 marzo 2020
Alla fine di luglio del 2006 nelle carceri italiane erano rinchiusi 60.710 detenuti, a fine settembre 2006 per effetto dell’indulto i detenuti erano 38.326, il picco più basso. Oggi i detenuti sono 60.791, abbiamo già superato il livello di guardia che aveva spinto la politica a decidere un rimedio così impopolare, ma anche così importante come l’indulto. E per giunta oggi, in condizioni di pesante sovraffollamento, ci troviamo a fare le prove di quello che potrebbe diventare il carcere, se passassero certe istanze di chiusura dell’attuale regime aperto, che negli ultimi tempi sempre più spesso trovano consenso in tanta parte della politica e dell’informazione.
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 2 marzo 2020
Arrestato il complice 17enne. Rivolta contro la caserma. Un tentativo di rapina in via Orsini a Santa Lucia con una pistola finta ai danni di un carabiniere fuori dal servizio che ha reagito sparando con la sua pistola d'ordinanza. Questa la dinamica della morte di un ragazzo di 15 anni, Ugo Russo, stanotte a Napoli.
Il carabiniere, un 23enne di stanza a Bologna, avrebbe sparato dopo aver udito lo scarrellamento della pistola mentre era in auto con la sua fidanzata. La pistola finta (che era uguale al modello Beretta 92) gli sarebbe stata puntata alla tempia dal giovane malvivente con il volto travisato con scalda-collo e casco, nel tentativo di impadronirsi di un prezioso Rolex. Nel corso della notte si è costituito un minorenne. Non è chiaro quale sia stato il ruolo del ragazzino ucciso. Si indaga su ambienti malavitosi legati agli ambienti del Pallonetto e dei Quartieri Spagnoli.
Ne è seguita una domenica mattina da far west. Ben quattro i colpi di pistola esplosi alle 4 del mattino all'esterno della caserma Pastrengo, sede del comando provinciale dei carabinieri a Napoli, subito dopo la morte del 16enne. Sono stati avvistati due ragazzi in sella a uno scooter che hanno esploso i colpi in aria all'esterno della Pastrengo, all'interno della caserma dei carabinieri dove erano state portate alcune donne parenti del presunto complice del minorenne. Gli spari potrebbero essere stati esplosi come manifestazione di violenza contro l'Arma, ma anche e soprattutto contro le donne dell'altro ragazzino invischiato nella rapina, ritenendolo responsabile di non aver protetto il 15enne.
Intanto risulta incensurato e non risulta legato agli ambienti della malavita il 17enne arrestato con l'accusa di rapina dai carabinieri che indagano sulla morte di Russo. Il ragazzo, complice della vittima, era in sella allo scooter che ha avvicinato l'auto guidata dal carabiniere che ha fatto fuoco per tre volte, terrorizzato dalla pistola puntata alla tempia.
La dinamica del ferimento di Ugo Russo, inoltre, è simile, secondo le fonti investigative, a quella dell'uccisione, il 13 aprile scorso, di Vincenzo Carlo Di Gennaro, il 46enne maresciallo maggiore dei Carabinieri ucciso a colpi di pistola da Giuseppe Papantuono durante un controllo a Cagnano Varano in provincia di Foggia. Il 67enne, già noto alle forze dell'ordine, fece fuoco contro il vicecomandante della stazione locale dei carabinieri dopo essersi avvicinato all'auto di servizio dove la vittima si trovava insieme al collega 23enne Pasquale Casertano per una segnalazione di lite in famiglia.
di Katya Maugeri
www.sicilianetwork.info, 2 marzo 2020
"Su il quotidiano "Il Dubbio" del 29 febbraio 2020, a cura di Damiano Aliprandi, leggo: "Violenze a San Gimignano, il video dell'aggressione al detenuto tunisino. Gli agenti avrebbero abusato dei poteri o comunque violato i doveri inerenti alla funzione o al servizio svolto". E mi sono venuti in mente brutti ricordi carcerari".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 2 marzo 2020
Al 31 gennaio 2020, sono solo 379 i minori e i giovani adulti presenti nei 17 Istituti penali minorili su 13.500 totali in carico al sistema penale. Il più sono misure alternative al carcere: un traguardo importante che la giustizia minorile rivendica rispetto al circuito penale degli adulti in occasione del V Rapporto di Antigone sugli Ipm-Istituti penali minorili a un anno di distanza dal nuovo ordinamento penitenziario minorile arrivato dopo 40 anni di attesa.
- Napoli. Così rivendicano la giustizia fai da te
- La procedura di audizione del minore vittima di abuso sessuale. Selezione di massime
- Diffamazione e carcere, ammissibile intervento Ordine Giornalisti in giudizio costituzionalità
- Manette uguali per tutti, lo strano garantismo di Caselli
- Intercettazioni, parte la riforma. Trojan estesi e risultati utilizzabili in procedimenti diversi










