di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 3 marzo 2020
Che senso ha chiedere che una persona vecchia e malata vada per 8 anni in carcere? Accade spesso. Oggi ne parliamo perché il produttore è famoso, ma queste persone non devono stare in galera. Vittorio Cecchi Gori: che cosa è se non pena di morte, sbattere in galera una persona di 78 anni, già in pessime condizioni di salute?
Il produttore cinematografico era ricoverato per controlli al Policlinico di Roma, quando, giovedì scorso la Cassazione ha emesso nei suoi confronti la conferma di condanna per bancarotta fraudolenta, anche se i fatti risalgono a 19 anni fa. La procura generale ha immediatamente applicato il cumulo con una precedente condanna e il conto è presto fatto: 8 anni, 5 mesi e 26 giorni. Cecchi Gori potrà uscire dal carcere quando avrà 86 anni.
Lui è famoso e ne parliamo. Ma ogni carcerazione di una persona vecchia e malata è una pena di morte. Non basta il coronavirus, ci si mette anche la magistratura, a cercare di sterminare gli anziani. Prendiamo il caso di Vittorio Cecchi Gori: che cosa è se non pena di morte, sbattere (pardon, "tradurre", è più fine) in galera (pardon, istituto di pena) una persona di 78 anni già in pessime condizioni di salute? Il famoso produttore cinematografico ha avuto la "fortuna" di essere ricoverato per controlli in seguito a un malore al Policlinico di Roma, quando, alle 19,57 di giovedì scorso la corte di cassazione emetteva nei suoi confronti la conferma di condanna per bancarotta fraudolenta.
La procura generale aveva immediatamente applicato il cumulo con una precedente condanna e il conto era presto fatto: 8 anni, 5 mesi e 26 giorni. Cecchi Gori potrà uscire dal carcere quando avrà 86 anni abbondanti. È stato condannato per fatti di diciannove anni fa, ma di che stupirsi? Si sa che la giustizia è lenta, giusto? Invece no. Infatti, subito dopo la sentenza, con precisione svizzera, nella stessa serata, viene emesso nei suoi confronti l'ordine di carcerazione.
Le manette erano pronte, senza neanche dare il tempo al suo avvocato, vista l'età e viste le condizioni di salute del condannato, di avanzare richiesta di detenzione domiciliare. Ma lui ha la "fortuna" di essere in ospedale perché sta male, ha avuto un'ischemia e poi un attacco di peritonite, inoltre è cardiopatico e non cammina se non si appoggia ad altri e procede lentamente, proprio come un "vecchietto".
Quindi per ora non è in prigione, ma intanto è piantonato, perché potrebbe pur sempre darsi alla fuga, ovviamente. I giudici gli stanno con gli occhi addosso e, se appena appena lui ce la farà, anche in barella dovrà andare a Rebibbia. A farsi rieducare, come dice la Costituzione. Così poi, quando tornerà a casa e sarà quasi un novantenne, avrà imparato a comportarsi meglio. Viene alla memoria quanto accaduto non più tardi di due anni fa, nell'autunno del 2018, allo psicanalista Armando Verdiglione, che allora aveva 74 anni, condannato per una controversa evasione fiscale, cui non fu consentito di presentare richiesta di arresti domiciliaci perché, gli fu detto, "prima" doveva andare in galera, e "poi" presentare la domandina.
Che comunque gli fu poi respinta, insieme al trasferimento dal carcere di Bollate (regime di bassa sorveglianza) a quello di Opera, in genere riservato ai condannati per i reati più gravi e per detenuti in regime di 41 bis. In poche settimane Verdiglione perse 24 chili di peso, il suo corpo arrivò quasi al limite oltre al quale gli organi vitali cominciano a non funzionare più, ed era una larva umana quando finalmente tornò a casa, dove continua a essere in regime di detenzione domiciliare.
Non è chiaro, anche a voler entrare nella testa del più severo e rigoroso giustiziere, che cosa ci si aspetti possa fare di buono una prigione per una persona che è giunta agli ultimi anni della propria vita, come Vittorio Cecchi Gori. Si dice spesso che persino in certe case di riposo la persona molto anziana e malata, dopo esser stata lì parcheggiata, non può far altro che lasciarsi rapidamente morire. Di abbandono e di solitudine.
Il carcere è qualcosa di più, è trauma e violenza, come traumatica e violenta può essere solo la privazione della libertà. Ogni carcerazione di una persona vecchia e malata è una pena di morte, che non riguarda solo Cecchi Gori o Verdiglione.
Di loro si ha notizia soprattutto perché sono famosi. Per il produttore si è mossa una piccola porzione del mondo del cinema, dal regista Marco Risi a Christian De Sica fino a Lino Banfi. Proprio a quest'ultimo vogliamo rivolgerci, perché ci ha appassionato, nel corso di tanti anni, la saggezza di Nonno Libero, il generoso ferroviere comunista che conosceva la vita e si prodigava per gli altri. Ci piace pensare che lui sia così anche lontano dai teleschermi.
Facciamo qualcosa insieme perché Cecchi Gori possa scontare la sua pena in un carcere casalingo (perché è sempre privazione della libertà, ricordiamolo), per ora. Ma dopo, non dimentichiamo che, da San Vittore a Rebibbia e in tutte le carceri italiani, ci sono decine, forse centinaia di persone molto anziane e molto malate private della libertà, che non possono far altro che morire. Se siamo, come siamo, contro la pena di morte, facciamo sì che possano tornare a casa, tutti.
di Alessandra Mosca
stateofmind.it, 3 marzo 2020
La genitorialità in carcere è spesso privata del diritto all'affettività, ma alcuni cambiamenti hanno aperto a una visione diversa e di maggior tutela. La vita prima del carcere diviene un ricordo lontano e la vita dentro la prigione diviene la nuova realtà con cui fare i conti. Questo cambiamento non è lineare, soprattutto se si è genitori.
Il penitenziario deve rispettare i diritti inviolabili dell'uomo, nonostante rimanga una struttura detentiva. Il secondo articolo della nostra Costituzione, infatti, sancisce che "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Tra questi diritti inviolabili dell'uomo ritroviamo sicuramente il diritto all'affettività e alla sessualità (Della Bella, n.d).
Tra le varie modalità per attuare questi principi, i detenuti hanno a disposizione i colloqui e la possibilità di mantenere una corrispondenza telegrafica ed epistolare, come sancito dagli articoli, rispettivamente, 37 e 38 della legge 230/2000. Il diritto all'affettività inevitabilmente comporta anche il diritto alla genitorialità: poter mantenere legami con i propri figli rimane un diritto imprescindibile dell'essere umano.
In Italia ci sono 27.355 detenuti che hanno uno o più figli e che si vedono costretti a cercare di mantenere il ruolo paterno o materno dal luogo detentivo (Associazione Antigone, 2019). Quanto detto ci permette di comprendere quanto debba essere difficile essere un genitore in carcere, vedere i propri figli poche volte a mese, in spazi angusti e freddi, che limitano l'interazione e non aiutano la vicinanza emotiva.
Gli spazi del carcere risultano anaffettivi, impermeabili agli affetti e all'emotività, che sembra essere cancellata. La detenzione, però, si pone come obiettivo anche quello della ri-educazione, che non può svilupparsi senza esplorare anche queste parti del sé, legate ai sentimenti e agli affetti (Augelli, 2012).
La genitorialità in carcere si vede spesso privata del diritto all'affettività, in quanto l'istituto penitenziario attua un meccanismo di spoliazione che priva i detenuti, non solo dei loro effetti personali, ma anche dei loro affetti. La distanza dal mondo esterno, la chiusura in un sub-universo carcerario con regole proprie, orari definiti, tempi vuoti, condivisione totale con gli altri internati, portano a una lenta alienazione dell'individuo che lentamente perde anche la propria identità affettiva, necessaria e fondamentale per il reinserimento nella società (Iori, 2014).
Per il figlio, il genitore rappresenta una figura di riferimento e di attaccamento, una fonte di supporto non solo materiale ma anche affettiva. Risulta chiaro come sia estremamente complesso continuare a porsi come una figura di riferimento, anche a causa dello stigma che si va ad imporre sulla figura del detenuto.
Il genitore imprigionato va verso una doppia perdita, una legata alla propria libertà individuale e una legata alla quotidianità del rapporto con il figlio. L'incontro tra i due avviene, come già stato detto, in luoghi lontani dalla familiarità della propria casa, in ambienti che possono spaventare e distanziare piuttosto che riavvicinare (Margara, Pistacchi e Santoni, 2005).
I colloqui, unico momento di riunione familiare, diventano un momento focale per il detenuto, che può cercare di ricucire rapporti bruscamente interrotti e rompere silenzi imposti. Le stanze per i colloqui, in quest'ottica, non favoriscono la riparazione, essendo spazi chiusi, piccoli, sovraffollati, rumorosi e costantemente sorvegliati.
Oltre alla componente fisica delle stanze per i colloqui, bisogna sottolineare un'ulteriore difficoltà che si pone ai genitori: la frammentarietà e discontinuità dei contatti con i propri figli e familiari. Questo porta alla costante interruzione della narrazione che si sviluppa sia tra il genitore e il figlio, sia dentro il sé del detenuto. Le complesse pratiche burocratiche necessarie alle visite e la mancanza di tempi prolungati per gli incontri, fanno sì che si creino lunghi momenti di vuoto e di silenzio. La burocrazia per la richiesta del colloquio, perfettamente inserita nella macchinosità degli istituti penitenziari, spesso rischia di snaturare l'incontro, togliendo qualsiasi forma di naturalezza e spontaneità (Augelli, 2012).
La reclusione porta con sé una grande trasformazione nella percezione del sé che l'individuo ha precedentemente creato. La vita prima del carcere diviene un ricordo lontano e la vita dentro la prigione diviene la nuova realtà con cui fare i conti. Questo cambiamento non è lineare, soprattutto se si è genitore.
I genitori detenuti, improvvisamente allontanati dai propri figli, si vedono appesantiti da sentimenti di impotenza, inadeguatezza e senso di colpa (Musi, 2012), derivati anche dall'etichetta sociale loro attribuita, che mina profondamente il sentimento di efficacia e di legittimazione del soggetto. L'incarcerazione altera la natura bidirezionale del rapporto, in quanto viene meno la continuità e la costante e reciproca comunicazione (Cassibba, Lunchinovich, Montatore e Godelli, 2008).
Essendo la popolazione maschile detenuta estremamente superiore a quella femminile, ritroviamo molti più casi di paternità in carcere. I padri detenuti modificano il proprio ruolo, andando spesso ad assumere una tendenza al dispotismo. Questa funzione autoritaria nei confronti dei figli nasce come una strategia compensatoria rispetto ad una grande fragilità. I padri cercano di avere un maggiore controllo sulla vita dei propri figli per ottenere rispetto e considerazione, e quindi per auto-legittimarsi ad essere padri.
Anche la percezione dell'affetto cambia; infatti, l'accondiscendenza e l'obbedienza dei figli diviene sinonimo di affetto e vicinanza, come spiega Bouregba (citato in Cassibba et al, 2008). I padri inoltre tendono ad una forte idealizzazione del rapporto con i propri figli, che viene visto come estremamente positivo, quasi ad annullare il riconoscimento di una dimensione conflittuale e di difficoltà. La forte idealizzazione porta anche a una distorsione dell'immagine del figlio, che non si sente riconosciuto dal proprio padre.
Alla luce di quanto detto si nota come questi rapporti, che dovrebbero essere forti e stabili, siano in realtà fragili e deboli. Non sono soltanto i genitori a doversi confrontare con nuovi sentimenti ma anche i figli vengono appesantiti da sentimenti quali la rabbia, la delusione e la nostalgia (Musi, 2012). L'incarcerazione relega fisicamente l'individuo e lo sottopone ad un distacco emotivo forzato, a pesanti silenzi e a forti nostalgie.
Il carcere, però, non è più un luogo di mero contenimento ma è diventato uno spazio di ri-educazione del reo. In quest'ottica non si può prescindere dall'educazione all'affettività che permette di andare incontro ad un processo di umanizzazione, portando l'individuo a riappropriarsi della propria identità e della propria umanità. L'educazione all'emotività si inserisce nel più ampio progetto del carcere alla ri-educazione (Augelli, 2012).
Questa nuova visione della genitorialità in carcere e della finalità degli stessi istituti penitenziari, ha portato il 21 marzo 2014, alla stesura della Carta dei figli dei genitori detenuti, protocollo d'intesa siglato tra il Ministero della Giustizia, l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza e la Onlus Bambinisenzasbarre (Tomaselli, 2014). Questo documento ha ufficializzato i diritti dei figli dei detenuti, che fino a quel momento non erano tutelati formalmente.
Questo Protocollo rappresenta un importante cambiamento della percezione del rapporto con i figli; si inizia a dare sempre più importanza al diritto che hanno i figli nella relazione. Inizia ad esserci un tentativo sempre maggiore di umanizzazione delle carceri; infatti, nonostante il Protocollo sia in difesa dei diritti dei bambini, cercando di tutelare i loro diritti, si va anche a rispettare il diritto alla genitorialità in carcere e il diritto agli affetti e all'emotività dei detenuti.
osservatoremeneghino.info, 3 marzo 2020
"Protezione civile ha iniziato ad installare delle tende pneumatiche all'interno del perimetro dei 18 istituti penitenziari lombardi. L'obiettivo è quello di poter effettuare il triage sanitario dei nuovi detenuti prima del loro ingresso in carcere". Lo ha fatto sapere l'assessore regionale alla Protezione civile, Pietro Foroni, che sta coordinando i lavori.
"A seguito degli accordi intercorsi tra il nostro Dipartimento e quello nazionale - ha spiegato -, questa mattina (ieri ndr) abbiamo cominciato i lavori per giungere ad eseguire il triage sanitario ai detenuti a Opera, Bollate, Pavia, Vigevano e Voghera. Domani si proseguirà a Lodi, al carcere minorile Beccaria di Milano e a Monza. A partire dal 3 marzo e fino alla fine della settimana continueremo a Cremona, Bergamo, Brescia (Verziano e Canton Mombello), Busto Arsizio, Como e Varese".
Le tende per il triage sanitario dei detenuti vengono fornite dal Dipartimento di Protezione civile: 11 sono già state consegnate alla Regione, altre 7 arriveranno nei prossimi giorni. "L'attività - ha concluso Foroni - è stata affidata a una squadra logistica della Colonna mobile regionale, composta da 10 volontari e 3 mezzi dell'Associazione nazionale Alpini. Ancora una volta voglio ringraziare i nostri uomini per il lavoro preziosissimo che svolgono quotidianamente e in modo particolare nei momenti di particolare emergenza".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 3 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 2 marzo 2020 n. 8165. Lo stato di ebbrezza alcolica dell'automobilista può essere rilevato anche per mezzo soltanto del test del sangue e nonostante la conoscenza scientifica del fatto che da tale test potrebbero emergere quantitativi di alcol diversi da quello etilico, contenuto nelle bevande alcoliche, assunti per altre vie, come alcuni farmaci. Così la Corte di cassazione, con la sentenza n.8165depositata ieri, ha dato atto al ricorrente, condannato per un livello alcolico di 1,7 aver della possibile ambiguità delle risultanze dell'esame del sangue a confronto di quello effettuato sulle emissioni del respiro col alcoltest spirometrico. Si parla - in un precedente di Cassazione, citato dal ricorrente in proprio favore - di una sovrastima del 20% del tasso alcolemico rilevato solo con tale tecnologia.
Ma nel caso concreto il tasso rilevato oltre la soglia massima indicata dal Codice della strada e la dinamica dell'incidente, tipico di chi si pone alterato al volante, secondo la Cassazione avrebbero tolto qualsiasi rilevanza all'abbattimento invocato dal ricorrente. Conclude la Cassazione affermando che gli operatori di pubblica sicurezza come i medici sono liberi di scegliere il test con cui fare il rilievo i cui risultati vanno corroborati da altri indizi, quali il comportamento mostrato in prossimità dell'incidente.
La guida in stato di ebbrezza alcolica può quindi essere acclarata con una delle diverse metodologie a disposizione senza che la possibile interferenza di altri alcol presenti nel sangue mettano del tutto fuori gioco la validità dell'esame del sangue. Però lo stato di ebbrezza rilevato col solo esame ematico, consente alla persona sottoposta alla verifica, conclusasi con esito positivo, di fornire la prova che l'alcol rilevato nel proprio sangue non deriva del tutto o per niente dall'aver alzato il gomito.
di Barbara Alessandrini
L'Opinione, 3 marzo 2020
Discussioni e confronti ospitati dai media si piegano alla dittatura della cronaca e all'attualità delle notizie. Non ci si può far molto. Ne è prova il fatto che mentre a tener banco sui quotidiani e nei talk show continuano ad essere la paura, l'allarme e le misure per contenere la nuova emergenza sanitaria da Covid19, è già velocemente andato in archivio il confronto pubblico su un altrettanto, se non più insidioso e liberticida virus, il Trojan di Stato, protagonista di uno dei baratti più indecenti con cui si è conclusa la scorsa settimana politica.
Se, per dirla con Burke, "Ogni forma di governo di fonda sul compromesso e sullo scambio" ve ne sono alcuni come questo ingiustificabili, anche dall'emergenza sanitaria da Crorona virus che sta impegnando il governo a riacciuffare una gestione iniziale quanto mai cialtrona e segnata dall'incompetenza. Questa settimana, dunque, apre un periodo in cui al timore di difenderci dal Covid19 dovremo aggiungere anche la preoccupazione di guardarci in qualsiasi conviviale riunione anche casalinga dall'altrettanto, se non più insidioso e liberticida, virus informatico.
Del malware l'Opinione (insieme a pochissime altre testate) si fregia di essersi occupata, intravedendone il potenziale liberticida, quando ancora la nascitura misura, di cui di lì a breve, nel 2017, l'ex guardasigilli Andrea Orlando avrebbe consentito l'utilizzo nelle inchieste per i reati gravi per captare comunicazioni tra presenti, non richiamava l'attenzione e l'allarme che ora, sebbene per poco, giustamente e finalmente ha meritato e ricevuto dai media in occasione della recente fiducia votata al dl intercettazioni che ne prevede l'uso ed amplia il ventaglio delle ipotesi delittuose per cui i Pm potranno richiederne l'utilizzazione.
A rischio di incorrere in tardiva pedanteria è bene ripetere che con l'uso del Trojan nei cellulari e nei computer di casa, verranno registrate qualsiasi conversazione o scambio anche in video, aprendo la strada alle cosiddette intercettazioni a strascico. Quelle che serviranno, con aberrante effetto domino, a cercare altri reati, diversi da quelli per cui verranno autorizzate.
Per la gioia delle società private che gestiranno le intercettazioni e quindi controlleranno le nostre vite, avendo tutto l'interesse ad alimentare un lucroso Grande fratello che evoca la invasiva capacità di controllo dei ragnetti metallici di Minority Report. E dei Pubblici ministeri a cui la nuova legge conferisce in esclusiva, togliendolo alla polizia giudiziaria, la gestione e la disponibilità delle intercettazioni effettuate con il Trojan.
La tempistica della genesi di una misura tanto lesiva dei capisaldi costituzionali posti a presidio delle libertà e della tutela della riservatezza delle conversazioni di ogni individuo è già di per sé indice del grado di pressione che la magistratura ha instancabilmente operato sulla politica per arrivare a questo meccanismo di controllo di massa che infligge una ulteriore torsione antidemocratica di cui il nostro paese davvero non sentiva la mancanza e con cui ogni cittadino cederà quote fondamentali di garanzie e di libertà individuali alla pretesa inquisitoria selettiva, agli arbitri delle procure ed agli inevitabili cortocircuiti a cui l'interpretazione normativa ma anche l'impreparazione dei già intasati uffici giudiziari a sistemare la ciclopica mole di captazioni, lasceranno ampio spazio. Già, perché da questa settimana (in realtà dal prossimo maggio) il nome di chiunque di noi finisca come argomento di conversazione pronunciata e captata tra le quattro mura di un domicilio privato nell'ambito di una qualsiasi indagine, potrà ritrovarsi a sua volta indagato e poi imputato secondo l'uzzolo del pm che deciderà se rappresentiamo o meno un caso "interessante", politicamente e mediaticamente vantaggioso. Effetto appunto, delle intercettazioni a strascico.
Mentre nel 2017 già la legge firmata dall'ex ministro Orlando, piegatosi alle richieste delle spinte più punitive della magistratura aveva previsto l'utilizzo del Trojan nelle inchieste per i reati gravi solo per captare comunicazioni tra presenti, con la successiva e recente legge Spazza corrotti del 2019, esso viene esteso ai reati contro la PA commessi da pubblici ufficiali e funzionari della Pa per reati per cui la pena massima non sia inferiore a cinque anni, a cui la legge appena liquidata in parlamento aggiunge le indagini su incaricati di pubblico servizio.
A gennaio, una sentenza delle Sezioni Unite si esprime in modo inequivocabile contro le intercettazioni a strascico ma un emendamento chirurgico dell'ex procuratore nazionale antimafia Aldo Grasso blocca gli effetti della sentenza. Stabilendo poi che ciò che non sarà direttamente utilizzabile per il reato per cui sono state autorizzate le captazioni, potrà costituire 'notitia criminis', per avviare altre intercettazioni. Una messa a sistema dell'ossessiva impostazione inquisitoria che cerca altri crimini partendo da un'indagine, secondo l'onnipresente principio davighiano "sono tutti colpevoli non ancora scoperti".
E arriviamo al compromesso, spinto da Roberto Fico, sulla tempistica del baratto parlamentare: il via libera senza inciampi alle misure per il corona virus in cambio della fiducia al dl Intercettazioni che modifica la riforma Orlando. Attività da mercanti in fiera, dunque, che ha dissolto anche ogni ombra di proudness per le garanzie dei renziani, tartufescamente allineati al Pd, a Grasso e ai 5Stelle, e paghi dell'incasso di un semplice aggettivo, quel 'rilevanti' riferito alle captazioni con Trojan ritenute autorizzabili. Epiteto tanto vago quanto ininfluente per la salvaguardia di garanzie e diritti di chi di quelle captazioni sarà bersaglio.
I tatticismi di una classe politica che, sotto i diktat dei settori più retrivi della magistratura, nemmeno per un istante è stata colta da esitazione nell'amputare fondanti principi costituzionali e dei cui madornali errori il tempo a restituire le prove, sono riusciti a calpestare un'altra fetta di principi cardine della democrazia e dello stato di diritto su cui si è edificata la nostra democrazia. Ma davvero la cecità della nostra politica è tale da non comprendere che la forza distruttrice di norme che infliggono un radicale vulnus alle tutele individuali come i diritti alla privacy (le captazioni sono consentite nelle case private) e consentono che l'autorità dello stato aggredisca e si impossessi dell'esistenza di tutti, non risparmierà chi le ha imposte al paese?
di Francesco Maisto*
Ristretti Orizzonti, 3 marzo 2020
Rendo noto che, in conformità alle Raccomandazioni del ministero della Giustizia e del ministero della Salute - armonizzate con le Indicazioni del Presidente del Tribunale di Sorveglianza, del Provveditore Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria e dei Direttori degli Istituti di pena ho provveduto a diramare nei giorni scorsi informative di coordinamento, note divulgative e suggerimenti per la prevenzione del contagio del virus Covid -19, cosiddetto "Coronavirus".
Al fine di prevenire eventuali casi di contagio nell'ambito territoriale di competenza, nello specifico le quattro carceri di competenza (C.C. Francesco di Cataldo - San Vittore, C.R di Milano Bollate, C.R di Milano-Opera, Istituto Penale Minorile Cesare Beccaria), è stata inoltrata apposita comunicazione alle direzioni degli Istituti penitenziari di preservare con particolare riguardo i diritti delle singole persone ristrette contemperati con l'interesse delle comunità, in conformità all'art. 32 della Costituzione italiana. Ho predisposto, inoltre, attraverso l'Ufficio, uno spazio di raccolta di segna lazioni da parte degli operatori e dei volontari.
*Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Milano
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 3 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione II penale - Sentenza 2 marzo 2020 n. 8481. Truffa per il commercialista che si fa consegnare dalla società una somma consistente di denaro per far ottenere la rateizzazione del debito tributario con il Fisco, anche se lo stesso poi non corrompe il personale di Equitalia.
La decisione - In un passaggio della sentenza della Cassazione n. 8481/20 si legge testualmente che il difensore del professionista avesse adombrato la possibilità che il suo assistito si fosse accordato con altri due soggetti per corrompere funzionari di Equitalia Serit di Campobasso e indurli a concedere una rateizzazione senza la necessaria fideiussione, ma tale circostanza non è venuta alla luce a dimostrazione dell'illecito tributario commesso.
L'alterazione delle quietanze di pagamento emesse dalla società incaricata della riscossione dimostrano anzi che la corruzione non è mai avvenuta. L'imputato, peraltro, avvalendosi della facoltà di non rispondere, oltre a non fornire giustificazione alcuna sulla sorte delle somme che gli erano state personalmente consegnate neppure ha affermato che sussisteva un simile accordo.
Non risulta però possibile la contestazione da parte dell'indagato della non punibilità ex articolo 115 del codice penale non rientrando il caso illecito nella fattispecie di quasi reato ai sensi della citata disposizione normativa. Infatti la sentenza chiarisce che da un punto di vista strettamente giuridico le truffe vengono realizzate anche solo inducendo in errore la persona offesa prospettando falsamente la possibilità di ottenere un ingiusto vantaggio attraverso la corresponsione di una somma di denaro. E l'imputato si è mosso all'interno di questa cornice: colpevole di truffa pur non avendo corrotto nessuno.
noinotizie.it, 3 marzo 2020
È stata annullata la riunione per la firma di un protocollo tra le parti (Asl bari, Policlinico e Casa circondariale di Bari) che era stata convocata per il 26 febbraio scorso e che da un anno non si riesce a tenere. La sua convocazione era necessaria e indispensabile per il promesso trasferimento del cosiddetto "Gabbione", il padiglione per il ricovero dei pazienti detenuti, dal Policlinico ad altra struttura in seno alla Asl.
L'associazione Marco Pannella ne aveva rendicontato in seguito alla visita effettuata presso il carcere di Bari con il Consigliere regionale Francesca Franzoso il 15 febbraio, promettendo di seguire la vicenda. E puntualmente la riunione è saltata. Come segnalato anche in precedenti visite, che l'Associazione regolarmente effettua presso gli istituti penitenziari, su Bari, nonostante l'eccellenza del Direttore, vi è un forte problema di incomunicabilità tra il carcere, la cui direzione costantemente segnala richieste e necessità, e la Asl e il Policlinico. Questi due essendo due enti differenti tra loro, si rimpallano la responsabilità sui detenuti che necessitano di cure sostanzialmente rimpallandosele.
Al momento il cosiddetto Gabbione, un reparto per detenuti ricoverati, è ubicato presso il Policlinico, che però dice non essere di sua competenza. Parliamo di dieci posti letto, su un fabbisogno notevolmente più ingente, con responsabile solo un infermiere e nessun medico, e la totale incapacità di gestire i detenuti ricoverati.
La sua esiguità poi fa sì che gli altri malati siano in corsia insieme degenti comuni. Ma piantonati, quindi con altri agenti tolti dall'organico del penitenziario. La situazione è stata denunciata anche dai sindacati di polizia penitenziaria, anche a seguito di tentativi di fuga dal gabbione con conseguenti danni fisici causati dai detenuti.
Da mesi dopo la richiesta dell'amministrazione penitenziaria, la Asl aveva promesso di prendersi in carico il servizio trasferendo il cosiddetto gabbione presso il San Paolo, scelta ufficializzata anche con una delibera di già dello scorso luglio. Ma difronte alle continue richieste da parte dell'amministrazione penitenziaria, visto lo stato di emergenza, di conoscere il cronoprogramma dello spostamento, la Asl ha prima provato a ritrattare, salvo poi, solo in seguito all'attenzione del Procuratore Generale, promettere, ancora una volta, che la presa in carico avverrà entro 14 mesi. A tale riguardo il 26 febbraio doveva essere firmato un protocollo tra le parti, ma la riunione è stata nuovamente rinviata. Eppure l'emergenza non è più rinviabile.
Inoltre da anni il carcere ha fatto richiesta di un nuovo macchinario di radiologia a distanza che dimezzerebbe le uscite dei detenuti, e quindi le spese e il personale fuori sede, ma non riesce ad averlo. Chissà se ce la faremo prima delle elezioni di maggio. Come non è ancora arrivata nessuna delle strumentazioni coperte dai 300 mila euro ad hoc che il consigliere Franzoso aveva fatto mettere a bilancio 2019.
Emendamento ricordiamo appunto di 300 mila euro per dotazione sanitaria nelle carceri di Bari e Taranto che nacque proprio da una richiesta che ci venne espressamente rivolta durante una precedente visita. A questo infatti servono le visite, costanti e frequenti, che l'Associazione Pannella fa in carcere, non passerelle. Per questo ci spiace che ad esempio per la visita presso il carcere di Taranto ancora una volta ci sia stato negato il permesso, questa volta con la motivazione del coronavirus. A tale riguardo chiediamo alle Asl competenti di relazionare in merito alla situazione nelle carceri, diversamente non si capirebbe il diniego alla richiesta.
Mentre sempre proficuo e fruttuoso è stato il rapporto instaurato negli anni con la direzione del carcere di Bari e in particolare con la dottoressa Pirè e il dottor Bonvino. Tra l'altro le nostre visite si rendono ancora più necessarie dal momento che invece il Garante in carica da 7 anni nominato dalla Regione Puglia, presidente di Confcooperative, oltre a convegni, contratti e protocolli, è totalmente carente proprio nel ruolo che gli spetta, ovvero garantire i diritti dei detenuti che nelle carceri pugliesi non sono garantiti affatto.
Del resto pure la relazione annuale che dovrebbe consegnare è ferma al 2017. Per tale ragione a seguire pubblichiamo gli ultimi dati aggiornati a gennaio 2020 delle presenze negli istituti penitenziari pugliesi. Numeri che chi come l'Associazione Pannella visita regolarmente gli istituti sa bene, sono solo il più sterile del grande dramma umano che la comunità penitenziaria vive nella totale indifferenza, se non quando peggio propaganda, della comunità circostante".
di Marco Aldighieri
Il Gazzettino, 3 marzo 2020
È morto, tra domenica e lunedì notte, Ercole Salvan uno dei luogotenenti di Felice Maniero. Nato 57 anni fa a Sant'Urbano in provincia di Padova, veneziano di adozione risiedeva tra Santa Maria di Sala e Chirignago, è deceduto nel carcere di Parma. Era malato da tempo, ma il magistrato di sorveglianza gli aveva negato gli arresti domiciliari perché considerato persona socialmente pericolosa. Lui però aveva rifiutato di sottoporsi a interventi chirurgici, nonostante la sua vita fosse in pericolo.
Ercole Salvan avrebbe compiuto 58 anni il prossimo 30 di aprile. Tra i luogotenenti di Maniero, il boss della Mala del Brenta, il 15 luglio del 2005 era stato condannato a vent'anni di reclusione per l'assalto a un portavalori blindato avvenuto a Villanova Marchesana, in provincia di Rovigo. Specializzato proprio nell'assalto ai blindati, per anni si era portato a spasso conficcato in un gluteo l'ogiva di un proiettile. E secondo gli inquirenti, quella ferita, era la prova schiacciante che Salvan, il 21 ottobre del 1987, aveva partecipato all'assalto di un furgone blindato sull'autostrada A13 all'altezza di Boara Pisani. E nel conflitto a fuoco con la polizia stradale era rimasto ucciso un giovane camionista di Udine, Gianni Nardini, e ferito gravemente un agente. Ma i giudici della Corte d'Appello, per quel tragico assalto al blindato, hanno assolto Salvan. L'ex della Mala fu sottoposto a una Tac, e l'esame dimostrò che il proiettile non era calibro 9 come quelli in dotazione alla Polizia.
Giusto un anno fa è stato condannato in via definitiva dai giudici della Corte di Cassazione per la tentata rapina effettuata a Villatora di Saonara contro la filiale del Credito Cooperativo di Sant'Elena. Quel 5 ottobre di 5 anni fa sulle tracce banda c'era la Squadra mobile di Pordenone, che da tempo stava seguendo Salvan e i suoi due complici. Alle otto del mattino un bandito ha posteggiato la propria auto in piazza Tricolore ed è stato raggiunto da una motocicletta Honda Hornet bianca con a bordo Salvan e un complice.
Uno dei due ex della mala del Brenta è salito in macchina ed è stato in questo momento che i poliziotti sono entrati in azione. Salvan è caduto dalla moto e si è graffiato al naso e alla guancia. Dal borsone blu che portava in spalla è spuntata la targa che sarebbe servita dopo il colpo per coprire quella della moto. É spuntata fuori anche una pistola semiautomatica.
Svuotate tasche e lo zainetto nero del complice, sull'asfalto sono rimasti ammucchiati passamontagna, guanti, un coltello e un'altra pistola. Arrestato era finito ai domiciliari a Sant'Angelo di Piove di Sacco, da dove nel dicembre del 2015 è evaso. Nel marzo del 2016 è stato poi catturato a Chirignago ed è stato trasferito nel carcere di Parma.
di Errico Novi
Il Dubbio, 3 marzo 2020
Il Consiglio dell'Ordine delibera l'astensione fino a mercoledì 11 marzo. Allarme dopo il caso dei 7 contagiati in uno stesso studio legale, ma sono stati decisivi i ritardi nelle misure sanitarie e nelle direttive "anti-calca" in tribunale.
Pressione altissima. Ovunque. In tutta Italia. E con gli uffici giudiziari sottoposti a sollecitazioni enormi. Ma a Napoli, nelle ultime ore, si è raggiunto un picco forse ravvisato a Milano solo nei giorni più difficili. Anche perché in uno stesso studio legale ben sette persone, dopo una trasferta nel capoluogo lombardo, sono risultate positive al coronavirus, e la circostanza ha scatenato l'allarme fra avvocati, magistrati e non solo. E visti i "ritardi nella predisposizione delle misure preventive, abbiamo scelto, come Consiglio dell'Ordine, di proclamare otto giorni di astensione dalle udienze", spiega il presidente degli avvocati napoletani Antonio Tafuri.
Il vertice di oggi pomeriggio alla Regione Campania - La decisione, difficile e clamorosa, arriva in capo a un fine settimana di serrati e affilatissimi scambi fra i capi degli uffici giudiziari e il Coa partenopeo. Un vertice tenuto oggi pomeriggio in Regione Campania, a cui ha preso parte, oltre al governatore Enzo De Luca, anche il prefetto Marco Valentini, non ha risolto le divergenze fra avvocati e magistrati. I primi hanno sollecitato misure immediate e, in vista della loro adozione, la sospensione temporanea delle udienze. Il presidente della Corte d'appello Giuseppe de Carolis e il pg Luigi Riello hanno ritenuto, visti i provvedimenti fin qui adottati a livello nazionale, di non essere nella facoltà di bloccare l'attività del distretto.
Astensione senza preavviso: lo consente la legge - Ma ad essere decisiva è stata, per gli avvocati, la tempistica poco rassicurante degli interventi sanitari: dispenser coi gel igienizzanti disponibili solo nelle prossime ore (e in virtù di un accordo straordinario fra Regione e Asl), in un Tribunale in cui manca in quasi tutti i bagni persino il sapone, sanificazione degli uffici programmata solo per il prossimo fine settimana. A quel punto l'Ordine forense ha deliberato lo stop da domani, 3 marzo, fino all'11 marzo compreso, in base alla norma che lo autorizza senza preavviso laddove esista un pregiudizio per l'incolumità delle persone.
Una situazione arroventata proprio in coincidenza con la tragedia di Ugo Russo, il 15enne ucciso con due colpi di pistola dal carabiniere che, secondo le ricostruzioni accreditate finora, avrebbe subito dal ragazzo un tentativo di rapina. Non è tragica come la morte del povero Ugo, eppure è comunque tesissima la situazione nei palazzi di giustizia napoletani, dove l'incubo del contagio è il carburante principale, ma a far divampare tutto è stata forse una scintilla.
Un riferimento, contenuto in una nota dei vertici giudiziari, all'articolo 650 del codice penale (che sanziona l'inosservanza dei provvedimenti assunti dalle autorità) e alla sua possibile contestazione a quei professionisti che, consapevoli di aver contratto il virus, non si fossero messi in autoquarantena.
La replica di Tafuri, presidente del Coa, ai capi degli uffici - Anche da lì è partita la risposta, durissima, del presidente dell'Ordine di Napoli, Tafuri che, in una pec inviata sabato scorso a presidente della Corte d'appello e procuratore generale, ha ribaltato la contestazione, e osservato come avvocati e dipendenti dello studio colpito si fossero "regolarmente autoposti in quarantena in osservanza delle direttive ministeriali". Secondo il vertice degli avvocati napoletani, dunque, non era "ravvisabile alcun comportamento riconducibile all'articolo 650".
Sempre in relazione al richiamo a quella fattispecie penale "per gli avvocati che frequentino i Palazzi di giustizia nonostante il sospetto di infezione da coronavirus", Tafuri aveva anche avvertito che, qualora "le Autorità Giudiziarie" non avessero dato disposizione di "rinviare i giudizi ai quali non partecipino tutti i difensori costituiti", il Coa di Napoli sarebbe stato "costretto a proclamare l'astensione".
L'allarme è stato creato anche dalla suggestiva quanto incredibile circostanza secondo cui, sempre per citare la lettera Tafuri "i casi accertati di coronavirus a Napoli riguardano solo avvocati": così è stato, almeno, fino a due giorni fa. Dopo l'invio di quella missiva il quadro è cambiato: ora in Campania i contagiati procedono purtroppo verso quota trenta, certo non solo avvocati. Ma il caso dello studio legale partenopeo resta all'origine dell'allarme.
Il primo legale contagiato parla a "Anteprima24" - Il primo professionista ad aver contratto il virus ha spiegato ieri al giornale online Anteprima24, in un'intervista a Marina Cappitti in cui ovviamente non viene mai citato col suo nome, di non aver dato pubblicità alla sua trasferta lombarda per evitare di diffondere un allarme incontrollabile, e di non sentirsi perciò un "irresponsabile", come lo aveva invece definito il governatore De Luca.
L'Ocf: sospendere udienze o misure straordinarie - A schierarsi sul particolarissimo caso partenopeo è anche l'Organismo congressuale forense: "La situazione coronavirus nel distretto di Napoli sta sfuggendo di mano nella totale assenza di provvedimenti da parte delle autorità", dice il coordinatore dell'Ocf Giovanni Malinconico, che chiede "l'immediata sospensione delle udienze per due settimane" o in subordine "il rinvio dell'escussione dei testi, l'autorizzazione al deposito di verbali telematici e l'igienizzazione di tutti i locali".
Parte delle tensioni potrebbe essere attenuata se i capi degli uffici traducessero le linee guida diffuse venerdì scorso da ministero della Giustizia e Cnf in una circolare capace di vincolare formalmente i giudici. In particolare per impedire assembramenti di avvocati e parti processuali non solo nelle aule di udienza. Finora si è provveduto sì a decongestionare le aule, ma le pericolosissime calche hanno continuato a formarsi appena fuori le porte.
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