di Massimo Lensi*
Corriere Fiorentino, 4 marzo 2020
Caro direttore, ai tempi del Coronavirus può sembrare un'emergenza secondaria, ma quella dei nostri istituti penitenziari è una condizione che va messa ai primi posti della nostra attenzione sociale. La città - la sua comunità - è composta di vari e complessi elementi di fragilità sui quali l'attenzione delle istituzioni deve mostrare una particolare sensibilità: luoghi dove i diritti sono minori, e gli obblighi gravati da finalità imposte dalle leggi. Il percorso rieducativo del detenuto è forse il principale obiettivo su cui una società che desidera uscire dalla paura dell'altro dovrebbe investire. Un percorso che va di pari passo con la tutela dei suoi diritti. Mercoledì 4 marzo la Commissione Affari Istituzionali della Regione si riunirà, ormai per la terza volta, per indicare al Consiglio uno o più nomi scelti tra le numerose autocandidature a ricoprire il ruolo di Garante regionale dei diritti dei detenuti. Una figura importante che, terminato ormai da tempo il mandato di Franco Corleone, è ancora vacante nonostante i ripetuti appelli di numerose associazioni, tra cui Progetto Firenze.
La Toscana è una regione particolarmente complessa, gli istituti penitenziari sono numerosi e seri problemi non mancano. L'aspetto che più di altri richiede urgente attenzione è la sanità penitenziaria. Materia di cui è certamente competente Francesco Ceraudo, specialista e direttore per tanti anni dell'ospedale penitenziario di Pisa.
Conoscendolo personalmente sono convinto che opererebbe con la sua ben nota professionalità, aggiungendovi quell'umanità saggia che è patrimonio esclusivo di coloro che hanno a cuore il percorso rieducativo dei detenuti e ben conoscono le difficoltà dell'operare negli istituti di pena.
Invito, quindi, i Consiglieri a valutare con attenzione i profili dei candidati, scegliendo di procedere a questa importante nomina esclusivamente sulla base del profilo di professionalità e competenza specifica. Anche perché, come disse Honoré de Balzac, è soprattutto in prigione che si crede a ciò che si spera.
*Associazione Progetto Firenze
cagliaripad.it, 4 marzo 2020
I detenuti delle carceri di Oristano-Massama (287 per 265 posti), Cagliari-Uta (598 per 561) e Sassari-Bancali (469 per 454), superano il limite massimo consentito. A Badu e Carros, nel nuorese, i numeri sono in crescita e si avvicinano, con 293 presenze attuali, ai 381 posti disponibili.
"I dati diffusi dalla sezione statistica del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria continuano a presentare una realtà detentiva in sofferenza, soprattutto nelle sedi più grandi. Emblematiche le situazioni nelle case circondariali di Sassari e Cagliari, dove si registra peraltro un'alta percentuale di stranieri (rispettivamente 36 e 26%).
Non molto dissimile la condizione dei ristretti nelle case di reclusione di Oristano e Tempio Pausania, anche se in queste realtà il numero degli stranieri è poco significativo", afferma Elisa Montanari, presidente di Socialismo Diritti Riforme. "Le presenze numericamente più importanti di stranieri sono come sempre nelle case di reclusione all'aperto. In particolare a Is Arenas (72 su 86), Mamone (137 su 170) e Isili (37 per 77).
Registriamo il positivo arrivo a Sassari del nuovo direttore Graziano Pujia a cui facciamo gli auguri di buon lavoro, ma non possiamo dimenticare che i responsabili degli istituti in Sardegna sono solo 5. Permane quindi un forte disagio per gli operatori penitenziari, oltre che per le persone private della libertà, non potendo contare sulla presenza esclusiva e costante del responsabile della struttura. Il problema però non sembra interessare il Ministero che continua a non tenere nella giusta considerazione la realtà dell'isola", denuncia Montanari.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 4 marzo 2020
Era il 1988 quando Armando Punzo entrò per la prima volta nella stanza del carcere di Volterra assegnatagli dalla direzione per poter iniziare a fare teatro con i detenuti. Da allora e per oltre trent'anni, quasi ogni giorno, è entrato in quella ex cella di tre metri per nove dove è nata la Compagnia della Fortezza e dove sono nati spettacoli che hanno fatto la storia del Teatro-carcere, raggiungendo una dimensione che è andata ben oltre lo spazio originario. Trentasette opere rappresentate nei più prestigiosi teatri italiani ed europei, premi, riconoscimenti e, soprattutto, migliaia di spettatori.
"Un'idea più grande di me" autobiografia umana e artistica di Armando Punzo, nata proprio dal bisogno di indagare il perché di una scelta che lo ha portato a vivere tanto tempo "oltre il limite" e dall'esigenza di approfondire le sue implicazioni personali e politiche. Un'autobiografia insolita, composta da conversazioni serrate, durate otto anni, con Rossella Menna, scrittrice e studiosa di teatro, che alla fine assume il carattere di un romanzo di formazione sui generis, con due protagonisti che interpretano visioni della vita diverse e complementari.
Dopo una prima serie di incontri tenutisi nel 2019, gli autori hanno in programma un nuovo ciclo di venti presentazioni itineranti: prima tappa il 6 marzo a Firenze (ore 18:45), nella sala-cinema "La Compagnia" (via Cavour, 50).
"Un'idea più grande di me" sarà presentato con performance di Armando Punzo e Rossella Menna e un dialogo aperto con il pubblico. A seguire, la proiezione del corto "Liberi di creare- 30 anni di teatro della Compagnia della Fortezza" di Lavinia Baroni e Nico Rossi. Alla presentazione, promossa da Stefania Ippoliti, responsabile area cinema di Fondazione Sistema Toscana, parteciperanno, oltre agli autori, il Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, l'ex Garante dei diritti dei detenuti della Toscana, Franco Corleone, e la docente di Storia del teatro e dello spettacolo, delegata del Rettore dell'Università di Firenze, Teresa Megale.
dire.it, 4 marzo 2020
"Questo modulo ci lascia perplessi, e affronteremo il tema nel Consiglio dell'Ordine". Così l'avvocato Ercole Cavarretta, componente del Consiglio dell'Ordine bolognese, commenta la decisione di far sottoscrivere ai legali e al pubblico, per entrare nell'aula bunker del carcere della Dozza in cui si svolge l'appello del processo Aemilia, un'autocertificazione in cui si dichiara di non presentare i sintomi del contagio da coronavirus, di non "provenire o di non aver soggiornato, negli ultimi 14 giorni, in Paesi ad alta endemia o territori nazionali sottoposti a misure di quarantena" e di "non essere a conoscenza di aver avuto contatti" con persone contagiate.
Il documento, che come precisa la Corte costituisce "un provvedimento preso dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria", è stato contestato in aula da diversi legali, che lo hanno bollato come assurdo, evidenziando anche che "non garantisce che tra le persone che lo sottoscrivono non ci sia qualcuno contagiato".
Dunque, pur "apprezzando la decisione della Corte di rinviare l'udienza odierna al 18 marzo", che si pone anche in controtendenza "rispetto ad altre situazioni che viviamo a Bologna, evidenziate dall'Ordine degli avvocati (il riferimento è al fatto che in alcune aule del Tribunale si stanno tenendo le udienze nonostante, per i legali, non sia garantito il rispetto della distanza di sicurezza, ndr)", Cavarretta ribadisce che intende portare in Consiglio dell'Ordine la questione dell'autocertificazione. Anche perché, conclude, "mi sembra assurdo che solo avvocati e pubblico debbano sottoscriverla, mentre altri possono accedere liberamente".
Non solo aule di tribunale. il problema sulle misure contro il coronavirus si affaccia anche in carcere. A breve in Emilia-Romagna potrebbero arrivare strutture per controllare gli arrivi al di fuori dei penitenziari. "Siamo in contatto col ministero della Giustizia per valutare l'opportunità e la necessità di strutture di triage fuori degli istituti penitenziari", ha spiegato l'assessore regionale alla Protezione civile Irene Priolo. La Regione aggiorna anche il conteggio dei moduli al di fuori degli ospedali: sono 14 quelli installati finora.
di Massimiliano Panarari
La Stampa, 4 marzo 2020
Le misure draconiane del Comitato tecnico scientifico stravolgono le nostre vite trasformandole nella trama di un film. Tra le vittime del virus ci sono sicurezza collettiva e libertà dei singoli. Armiamoci di resistenza e resilienza. Allo sguardo di un osservatore esterno potrebbe persino sembrare un film. E, invece, è la realtà. La dura e complicata realtà, specialmente per noi che ci ritroviamo sul suolo della Penisola, improvvisamente trasformatasi, a causa del Covid-19, da Belpaese in Paese malato. E, quindi, messo in quarantena.
Da una serie di misure draconiane (e l'aggettivo mai è stato usato in maniera tanto appropriata dopo il suo impiego originario) che possono essere raccontate con l'andamento di un film dei fratelli Marx, in un mix di leggerezza e surrealtà. Ma che sono terribilmente serie - come, al fondo, lo erano parecchie delle loro pellicole. E che, in verità, assomigliano molto di più alla trama di una distopia, con la quale dovremo malauguratamente andare a convivere nelle prossime settimane.
La storia è questa: ieri sera il Comitato tecnico scientifico insediato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha inviato al ministero della Salute una lista delle raccomandazioni, che verrà diramata ufficialmente, con validità per l'intera nazione. Misure che modificano il nostro stile di vita e i comportamenti collettivi, e che incideranno massicciamente sul futuro delle relazioni umane e sociali se non si inverte la tendenza all'espansionismo di questo maledettissimo virus. In questo caso siamo assai distanti dal decalogo - colmo anche di azioni di assoluto buon senso - che abbiamo visto affisso nelle farmacie e nelle toilette dei treni, e che ha circolato largamente nei giorni scorsi. Gli scienziati voluti da Conte "raccomandano" ai cittadini italiani di mantenere (specie negli ambienti chiusi) una distanza reciproca di un paio di metri per evitare la diffusione delle goccioline con cui si propaga il Covid-19.
Di abrogare strette di mano (già archiviate nelle funzioni religiose), baci e abbracci: quel repertorio di saluti affettuosi che ci contraddistingue (ed è un marchio di fabbrica dell'italianità). Di restare dentro casa se si è persone anziane, e si ha qualche linea di febbre per quanto provocata da una "normale" influenza. E, ancora, di starnutire e tossire coprendosi con un fazzoletto di carta, da gettare immediatamente (e questa, a dire il vero, dovrebbe essere un'abitudine di uso comune, ma come sappiamo così non è stato). E, per finire, il comitato di esperti chiede al governo di sospendere ogni manifestazione pubblica nella quale non si diano le condizioni di distanza ritenute necessarie per evitare il contagio, e sconsiglia di evitare i luoghi di ricreazione affollati.
Per tanti (anzi, tantissimi) versi, la messa in isolamento della popolazione. La quarantena. Rispetto alla quale la mente di ciascuno corre a immaginare quali "margini di trattativa" esistano per non abbandonare completamente la propria normalità (e la socialità). Un segno inequivocabile del fatto che, giustappunto, ambedue si ritrovano gravemente sotto scacco, e archiviate. Gli scienziati presentano le loro indicazioni sotto forma di raccomandazioni e "buone pratiche", secondo le regole (e il galateo) di una democrazia liberalrappresentativa, in cui la tecnica fornisce pareri e suggerimenti alla politica. Perché questa - vivaddio - è la nostra formula di convivenza civile e il nostro regime di governo.
Eppure se, anziché a Roma, a Milano o a Torino, ci trovassimo a Pechino o Shangai (o a Wuhan), quelle indicazioni assumerebbero la forma di imposizioni e proibizioni istantanee. È la fondamentale differenza tra una democrazia (dove il consenso e i diritti individuali devono essere presi necessariamente in considerazione) e un'autocrazia (dove non solo non costituiscono una precondizione, ma neppure un tema dell'agenda di chi prende le decisioni).
Tuttavia, in un caso come nell'altro, questa epidemia dell'età globale sta sfidando come mai avvenuto in precedenza gli stili di vita e la serenità delle popolazioni. Ed è diventato un tema di biopolitica che, per noi cittadini-elettori e consumatori di una nazione democratica, produce con una intensità mai registrata in passato una restrizione delle prerogative individuali. Il coronavirus sta così continuando a mietere vittime: innanzitutto persone, purtroppo, ma anche l'equilibrio (sempre assai delicato) tra la sicurezza collettiva e le libertà dei singoli.
In queste giornate angosciose e problematiche, l'opinione pubblica italiana sta imparando ad apprezzare sempre di più i membri della comunità scientifica, alcuni dei quali compaiono con frequenza nei talk e in tv, e si sottopongono allo sforzo di adottare la logica mediale e comunicativa per mandare messaggi al pubblico preoccupato. Nello scenario distopico che si sta concretizzando - e che speriamo derivi da un forte principio di precauzione e da un'opzione molto cautelativa - noi cittadini siamo chiamati a mostrare un grande senso di responsabilità.
E un'abbondantissima dose di resistenza e resilienza. Senza parlare di quello che purtroppo avverrà al nostro sistema economico, con tutte le limitazioni previste. Alla classe dirigente politica spetta, come sempre - e come malauguratamente, in questo nostro Paese, in tanti casi non è avvenuto nel modo dovuto - di prendersi fino in fondo la responsabilità di una serie di decisioni che ricadono su tutti restringendo l'orizzonte della libertà di movimento e di circolazione e arrestando significativamente la vita sociale e culturale.
Con queste raccomandazioni anche gli scienziati si assumono, però, una enorme responsabilità: quella di disegnare una strategia di salute pubblica che è, ipso facto, il contesto (bio)politico in cui ci ritroviamo a vivere da domani. All'insegna della proclamazione di uno stato d'emergenza di fatto. Speriamo che passi la nottata, dunque, in tempi non troppo lunghi. Ma tutti coloro che si trovano a prendere decisioni molto difficili in queste ore devono tenere bene a mente che, non appena possibile, dovremo tornare a essere, ancora di più, una società aperta. E se tutto andrà nel migliore dei modi, questa crisi sanitaria avrà almeno spazzato via un bel po' di irrazionalismo antiscientifico e no vax.
di Valentino Di Giacomo
Il Mattino, 4 marzo 2020
La Polizia penitenziaria: "È allarme, colloqui tramite Skype". Stop ai colloqui con i familiari, tamponi, assicurarsi che gli agenti non abbiano contratto il virus. Sono le misure che richiede il segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo, per affrontare il coronavirus nelle carceri. Ieri il segretario si è recato all'esterno della casa circondariale di Poggioreale.
"Ho assistito all'ingresso dei parenti - ha spiegato - tutti ammassati all'esterno, prima di entrare a nessuno è stata misurata la temperatura. Eppure in carcere il virus circolerebbe senza problemi". Un micro-mondo dove, se il virus infettasse anche un solo detenuto, riuscirebbe in poco tempo a scatenare un'epidemia non solo tra i carcerati, ma anche tra le guardie penitenziarie. Un pericolo soprattutto per le carceri molto affollate - proprio come Poggioreale - dove singole celle sono divise da diverse persone.
"Parliamo di norme di buon senso - ha rilevato il segretario del Spp - bisognerebbe ridurre al minimo i colloqui esterni, anzi bloccarli e consentire ai detenuti incontri via Skype con i familiari". Il sindacato chiede che per i prossimi giorni la direzione di Poggioreale preveda uno stop ai colloqui per poterli garantire attraverso videochiamate via web fino a quando l'emergenza non sarà arginata.
"Cosa succede - si è chiesto Di Giacomo - se un solo detenuto risulta positivo? Si evacua il carcere? No, non è possibile. Ci sono detenuti che hanno chiesto ai loro familiari di non andarli a trovare in questo momento. Hanno mostrato di avere buon senso".
Lo scenario ipotizzato, non così lontano dal potersi verificare, è di un familiare affetto dal coronavirus che si reca a colloquio con il proprio parente. Se alcuni incontri sono consentiti solo se separati da un vetro, la maggior parte delle visite in carcere prevede il contatto diretto tra il detenuto e i propri cari. Ad esempio ci sono aree dedicate ai bambini che fanno visita al papà e possono giocare con lui. Quel detenuto - qualora venisse contagiato - entrerebbe facilmente a contatto con gli altri, sia nella propria celle che durante le attività comuni. L'altro modo per far arrivare il virus nelle case circondariali riguarda gli agenti della Polizia penitenziaria che, vivendo all'esterno della struttura, potrebbero contrarre il virus e portarlo in carcere.
"È urgente prevedere - spiega il sindacato - la misurazione della febbre anche per gli agenti di polizia penitenziaria". In altre case circondariali questo genere di interventi è stato già previsto. "La direzione di San Vittore ha già chiuso l'istituto penitenziario alle visite esterne - ha spiegato Di Giacomo - ma sarebbe opportuno farlo dappertutto".
La richiesta è stata presentata al Dap, il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria. "Non abbiamo avuto risposte - ha concluso il segretario del sindacato - eppure, come è accaduto per le Regioni con il decreto del governo, sarebbe stato meglio avere una linea unica per tutti". Si attende ora una direttiva da parte del Dap e del Ministero della Salute.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 marzo 2020
Non si possono isolare eventuali contagiati. Mentre nelle carceri della Lombardia, in particolare quelle di Milano - grazie anche all'occhio vigile del garante locale dei dritti delle persone private della libertà Francesco Maisto - sono stati incrementati i controlli sanitari attraverso tendoni per il triage, c'è il carcere di Parma che al momento sembra non essere raggiunto da alcune misure precauzionali. Eppure, secondo i dati più recenti, sono 335 i casi positivi al Coronavirus accertati in Emilia Romagna e di questi, ben 61 provengono da Parma. Eppure il carcere di Via Burla è particolare. Non solo perché ha una sezione dedicata al 41 bis dove non mancano detenuti 80enni con numerose patologie fisiche, ma è un carcere che ha la peculiarità di ospitare un numero spropositato di detenuti malati, anche nelle sezioni ordinarie, tutti in attesa di essere assegnati all'ex centro diagnostico terapeutico, oggi denominato Sai.
Persone di difficile gestione dal punto di vista sanitario che un contagio da Coronavirus può essere devastante. Il garante locale Roberto Cavalieri è andato a far visita al carcere ieri pomeriggio e ha potuto constatare che non si sta facendo nulla, nonostante le circolari e le disposizioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. "Hanno ripristinato i colloqui ed è un bene, ma non c'è alcun tendone per i controlli sanitari - spiega il garante a Il Dubbio -, in compenso hanno solo incontrato i detenuti, anche stranieri, per spiegare le regole di comportamento del ministero della sanità".
Al carcere di Parma poi si aggiunge un altro grande problema. Le direttive per prevenire il contagio all'interno delle carceri, hanno disposto anche che i penitenziari coinvolti nelle regioni dove c'è un numero consistente di persone positive al nuovo virus siano predisposti per isolare al livello sanitario con scopo precauzionale i cosiddetti "nuovi giunti".
Quelli, in pratica, che varcano per la prima volta la soglia del carcere. Le sezioni di isolamento del carcere di Parma sono tutte occupate dai detenuti per il sovraffollamento cronico, ma anche per il fatto che il carcere è diventato meta di diversi ergastolani giunti da altri penitenziari.
Il risultato? Ha compromesso la vivibilità delle celle per i detenuti con lunghe condanne e, spesso, costretto i ristretti a vivere con un compagno malato, anch'esso bisognoso di maggior tutela. Accade quindi che i detenuti, pur di non vivere in cella con un compagno, preferiscono farsi rinchiudere nelle celle di isolamento e avviare forme di proteste.
primabiella.it, 4 marzo 2020
È stato stroncato da un malore nella sua cella in carcere ed è morto, la notte scorsa, l'avvocato Alessandro Pronzello, 53 anni, del foro di Novara, figlio di Luciano, uno dei decani dell'Ordine. Era detenuto nel carcere di Biella. Gli agenti lo hanno trovato morto prima dell'alba. Il magistrato ha disposto l'autopsia per chiarire la causa del decesso.
Stalking alla moglie - L'avvocato Pronzello era rimasto coinvolto in una vicenda familiare complessa, fatta di denunce e contro denunce, che, negli scorsi mesi, l'ha portato, per una storia di stalking e lesioni nei confronti della moglie, anche in carcere. Da quale era uscito, grazie alla concessione dei domiciliari. Il legale era già stato arrestato una volta per non aver rispettato l'ordine del giudice di non avvicinarsi alla moglie. E un'altra volta per essere evaso di nuovo da un'altra comunità la "Mondo X" di Cerano, nel Novarese, durante alcuni lavori all'aperto nella zona del Ticino, cui si dedicano gli ospiti della struttura. Pronzello, stanco, decise di prendersi una pausa e di andare a prendere un caffè in un bar con un altro ospite. Nel locale erano però arrivati i carabinieri che avevano fatto scattare le manette.
Domiciliari anche a Bielmonte - Nell'ultima occasione l'avvocato aveva ottenuto i domiciliari dopo aver fatto lo sciopero della fame. Il giudice gli aveva trovato un posto in un maneggio a Bielmonte. Ma tra l'avvocato e il gestore del centro, i rapporti non sarebbero risultati per nulla semplici. Così, venerdì, l'uomo ha preso la decisione di farsi arrestare dal maresciallo Remy Di Ronco (comandante a Bioglio) al quale già in precedenza avrebbe confidato di non essere contento dell'ultima sistemazione al punto da preferire il ritorno in carcere.
di Guido Mocellin
Avvenire, 4 marzo 2020
Come è noto, ai detenuti non è concesso navigare su internet. Se interagiscono con la Rete lo fanno in forma indiretta, attraverso i volontari. Si deve dunque certamente a qualcuno dei volontari il fatto che una "Via Crucis composta dalle persone detenute, uomini e donne", nella Casa circondariale "Rocco D'Amato" di Bologna, già conosciuta come "carcere della Dozza", sia oggi disponibile online, sul sito "Settimananews".
La breve introduzione ci annuncia che vi troveremo "riferimenti diretti alla condizione di reclusi", giacché "sarebbe stato insipido proporre riflessioni sconnesse dalla propria condizione di vita". Mentre Gesù è condannato, gli autori testimoniano il sentimento di solitudine provato al momento della propria condanna, pur ricevuta "giustamente", e la vicinanza di Gesù nell'espiazione.
Le tre cadute di Gesù risuonano violentemente nello spirito dei detenuti: "Ci siamo creduti più forti, più astuti, più coraggiosi. E poi il tonfo che ti accascia"; "La seconda caduta fa più male della prima. Il carcere si fa più chiuso la seconda volta"; "Quando perdiamo la voglia di rialzarci per il timore di cadere nuovamente" Gesù accetta di cadere "dal suo cielo". Poiché hanno "lasciato figli lontani dal padre e dalla madre", i reclusi si riconoscono nel dolore di Maria "che si vede strappare il figlio"; quando Gesù è spogliato, ricordano "la prepotenza che strappa di dosso le vesti" e il "controllo che denuda e perquisisce".
Davanti alla crocifissione le persone detenute si identificano con il ladrone e la sua domanda di perdono; al momento della deposizione dalla croce, rivivono la disperazione di "non credere più in niente, non avere più nulla per cui lottare, per cui vivere, non stimarsi nemmeno più come persona". Se la Via Crucis si definisce un "esercizio di pietà", gioverà molto a noi, che ci presumiamo "liberi", provare pietà per la passione e morte di Gesù riconoscendo il suo volto in quello degli uomini e donne che hanno scritto questa Via Crucis.
radiobombo.com, 4 marzo 2020
C'è tempo fino a giovedì 5 marzo per manifestare la disponibilità a ricoprire l'incarico di garante dei diritti delle persone private della libertà personale. Si ricorda che per ricoprire tale funzione è necessario essere in possesso questo ruolo di competenze ed esperienze nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, dell'amministrazione penitenziaria ed avere una conoscenza, documentata, della realtà carceraria.
La scadenza dei termini per le candidature è fissata al 5 marzo. Al garante dei diritti dei detenuti sono attribuite funzioni di: osservazione e vigilanza diretta; di promozione di opportunità di partecipazione alla vita civile ed alla fruizione dei servizi comunali delle persone private della libertà personale (con particolare riferimento ai diritti fondamentali, al lavoro, alla formazione, alla cultura, all'assistenza, alla tutela della salute, allo sport); di promozione di iniziative e momenti di sensibilizzazione pubblica sul tema dei diritti umani dei detenuti e sul tema dell'umanizzazione della pena detentiva; di promozione di iniziative congiunte con altri soggetti pubblici e con l'associazionismo locale. La presentazione dell'avviso era avvenuta il 20 febbraio all'interno della casa circondariale femminile.
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