di Carmine Alboretti
ladiscussione.com, 6 marzo 2020
La vita in carcere è già di per sé difficile per detenuti e lavoratori che vi prestano servizio quotidianamente. Ma i disagi crescono a dismisura nel caso delle strutture che accolgono stabilmente soggetti criminali socialmente molto pericolosi. Il carcere di massima sicurezza delle Costarelle de L'Aquila vanta un primato ben noto agli addetti ai lavori, nel senso che conta, in assoluto, il maggior numero di detenuti sottoposti al cosiddetto 41bis.
La norma - la cui portata è stata estesa dopo le Stragi di Capaci e via D'Amelio - prevede l'isolamento, nel senso che ogni camera è singola e non si accede agli spazi comuni; l'ora d'aria limitata (solo due ore al giorno e sempre in isolamento) e la sorveglianza costante effettuata da un corpo speciale della polizia penitenziaria che non ha contatti con altre forze dell'ordine; inoltre, i colloqui con la famiglia sono estremamente ridotti e avvengono senza contatto fisico, attraverso un vetro, e con una durata ristretta.
È evidente che si tratta di disposizioni particolarmente afflittive che, non a caso, si applicano nei confronti di coloro che sono chiamati a rispondere di fatti molto gravi di mafia, terrorismo e eversione, riduzione in schiavitù e tratta di persone, prostituzione minorile, pedo-pornografia, violenza sessuale di gruppo, sequestro di persona per rapina o estorsione, e al traffico di sostanze stupefacenti. Non appare difficile comprendere quanto all'interno del penitenziario abruzzese si respiri un'atmosfera pesante.
Stando ai dati diffusi dal segretario generale territoriale Uil-Pa polizia penitenziaria, menzionati in una interrogazione al ministro della Giustizia, presentata da Stefania Pezzopane, rispetto solo a pochi anni fa, il numero dei detenuti nel carcere del capoluogo regionale risulta raddoppiato, con inevitabili conseguenze sul carico di lavoro e sulla sicurezza degli operatori carcerari. In luogo degli 80 detenuti del 2010 da qualche tempo a L'Aquila non si scende al di sotto dei 160.
Con il raddoppiarsi dei reclusi sono inevitabilmente aumentate una serie di attività correlate che richiedono la presenza degli operatori penitenziari e quindi la moltiplicazione del carico di lavoro. "Il tutto - si legge nel testo dell'atto di sindacato ispettivo - è aggravato dal non adeguato numero di operatori carcerari a fronte di un aumento importante della popolazione detenuta.
Di qui la richiesta di un aumento adeguato del personale di polizia penitenziaria o comunque, di riportare il numero di sottoposti al regime speciale ai valori antecedenti il 2010, anche per ragioni di sicurezza. Sulla scorta di questi rilievi la deputata del Pd ha chiesto di sapere dal Guardasigilli "quali urgenti iniziative di competenza intenda adottare, anche mediante l'incremento del personale di polizia penitenziaria presso il carcere di massima sicurezza delle Costarelle de L'Aquila, al fine di garantire adeguati standard lavorativi e di qualità della vita agli operatori penitenziari". Non ci resta che attendere la risposta in Commissione Giustizia dell'esponente del Governo Conte II o di un sottosegretario da lui delegato alla risposta...
tgpadova.it, 6 marzo 2020
"Avvicinare al tema quanti non sanno della presenza, nel territorio, del centro provinciale per l'istruzione degli adulti (Cpia) e dell'esecuzione penale esterna", ma anche e soprattutto dei risultati sul piano del reinserimento attraverso la scolarizzazione derivanti dalle iniziative messe in campo dalle due realtà. Silvestro Tucciarone, pedagogista ed insegnante di italiano negli istituti di prevenzione e pena di Padova, sintetizza così lo scopo del libro "Esecuzione penale esterna e rientro in formazione degli adulti" (Edizioni Progetto).
Il volume, curato da Tucciarone con i contributi di Susanna Cristofanello e Francesco Lazzarini, analizza la complessa realtà, alla luce di protocolli e intese tra realtà diverse, che permette alle persone soggette a misure alternative al carcere di accedere a corsi scolastici per adulti. Questo, nel padovano, è stato possibile grazie a un accordo di collaborazione tra il Cpia di Padova e l'Ufficio per l'Esecuzione Penale Esterna (Uepe) di Padova e Rovigo e a distanza di un anno dall'inserimento si è concluso con successo il percorso scolastico, presso il Cpia di Padova, del primo utente Uepe. Un corsista in affidamento in prova ha conseguito il diploma di licenza media nella sessione di febbraio. "Si trattava - spiega Tucciarone - di rendere operative le indicazioni contenute in precedenti protocolli del ministero della Giustizia e del ministero dell'Istruzione che prevedevano eguali opportunità di accesso agli studi, in qualsiasi periodo dell'anno, sia ai detenuti in carcere che a detenuti domiciliari e a persone nelle misure alternative".
Il Cpia di Padova si è impegnato nel rendere concreti e operativi questi accordi partire da febbraio 2019. Persone segnalate dall'Ufficio Esecuzione Penale Esterna si trovano inseriti in corsi serali e corsi per adulti di tutta la provincia. A questo risultato, unico in Regione e probabilmente in tutto il Paese, si è giunti attraverso la stretta collaborazione delle due istituzioni.
Ex detenuti o persone con misure diverse dalla detenzione - sottolinea - hanno ora la possibilità "di iniziare, riprendere e completare gli studi, di migliorare o imparare la lingua italiana e così facendo spendere in modo proficuo e risocializzante il loro tempo che, se vuoto, renderebbe nulli i vantaggi della non carcerazione". "L'inserimento di questi utenti - conclude Tucciarone - inizialmente sembrava porre serie questioni di sicurezza come di privacy ma, dopo le prime legittime perplessità degli insegnanti, i risultati raccontano di persone eccezionali che sanno riprendersi, sperare e lottare per una vita migliore a partire dalla consapevolezza dei reati commessi".
di Grazia Longo
La Stampa, 6 marzo 2020
Reclusi in carcere come "in un collegio svizzero, dove studiare fino a conseguire la laurea". È la linea dettata da un avvocato a tre suoi famosi detenuti, tutti condannati in via definitiva per omicidio. Due di loro si stanno preparando alla laurea in legge. Qualcuno potrà pensare a un contrappasso, qualcun altro a un paradosso, ma Valter Biscotti, il loro difensore, preferisce parlare di "un gesto di riscatto".
Uno dei due studenti modello è Salvatore Parolisi, l'ex caporalmaggiore che deve scontare 20 anni nella prigione di Pavia per aver ucciso, il 18 aprile 2011 nel bosco di Ripe di Civitella, in provincia di Teramo, la moglie Melania Rea. L'altro è Winston Manuel Reyes, il cameriere filippino reo confesso (nel marzo 2011) del delitto, all'Olgiata a Roma il 10 luglio 1991, della contessa Alberica Filo della Torre. A Winston, detenuto a Rebibbia, è stata inflitta una pena di 16 anni.
E c'è poi un terzo assistito dell'avvocato Biscotti che di laurea ne ha già presa una e sta per conseguirne una seconda. Si tratta di Rudy Guede, l'ivoriano condannato in concorso con ignoti (Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti in Cassazione) per l'assassinio della studentessa Meredith Kercher il 1 novembre 2007 a Perugia. Nel carcere di Viterbo, Guede si è già laureato con 110 e lode in Scienze storiche del territorio e della cooperazione internazionale e a breve diventerà di nuovo dottore in Storia e società all'università di Roma Tre con una tesi in narrazione cinematografica. "Quando Rudy fu condannato - ricorda l'avvocato Biscotti - gli consigliai di diplomarsi e laurearsi in prigione. "Fai finta di essere chiuso in un collegio svizzero e prendi la laurea" gli dissi e lui mi ha dato ampiamente ascolto".
Il desiderio di affrancarsi studiando in prigione, del resto, è una tendenza che riguarda anche altri casi. Su poco più di 60 mila detenuti che si registrano nel nostro Paese, nel 2018 si sono laureati in 28, tutti uomini. Mentre gli iscritti all'università, nell'anno accademico 2018/2019, sono stati 796, distribuiti in 70 istituti di pena e iscritti a 30 atenei.
I dati, elaborati dal Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria), sono inseriti nel XV rapporto dell'associazione Antigone, associazione che si occupa di detenzione e giustizia penale, pubblicato a maggio 2019. La percentuale degli iscritti sul totale della popolazione carceraria è la seguente: circa l'1% del totale (60.476 gli uomini reclusi al 31 maggio, 2.648 le donne). E infatti le studentesse in carcere sono 26, gli studenti detenuti 743. Ma cosa studiano gli studenti carcerati? Un quarto degli iscritti (il 25,6%) studia discipline politico-sociologiche. Al secondo posto, con il 18,6%, si piazzano le materie umanistiche (da Lettere a lingue fino al Dams). Seguono Giurisprudenza (15,8% degli iscritti), Scienze naturali, Agraria, Storia (9,2%), Psicologia ed Economia (attorno al 6%) e infine Ingegneria e Matematica.
A due lauree punta Rudy Guede, che oggi ha 34 anni, e ha già scontato 12 dei 16 anni di reclusione che gli sono stati inflitti con il rito abbreviato. Non ha mai negato di essere presente in casa al momento dell'omicidio ma si è sempre professato innocente. "Chi lo incontra oggi - sottolinea l'avvocato - racconta di un Rudy serio ed impegnato. Credo che anche gli studi in carcere abbiano contribuito molto alla sua riabilitazione".
Oltre a Guede, anche Parolisi, a differenza di Winston, si è sempre proclamato innocente ma la Cassazione ha stabilito il contrario. "Ribadisco l'importanza della pena certa - osserva il legale - ma un condannato ha diritto di riscattarsi, studiando, come una persona costituzionalmente rinata".
Ma perché proprio il corso di Giurisprudenza? "Chi, come Salvatore, si sente innocente forse ha voluto trovare una chiave per capire quello che gli è successo. Salvatore è stato vittima di un processo mediatico pazzesco. Per chi, invece, come Winston ha confessato l'omicidio, anche se con 20 anni di ritardo, studiare legge è una sorta di catarsi".
E se Rudy Guede durante il giorno usufruisce dei permessi per lavorare in una biblioteca del centro per gli studi criminologici di Viterbo (la sera rientra in carcere), Salvatore Parolisi potrebbe ottenere a breve il permesso di uscire dalla prigione. In carcere da 8 anni e mezzo, l'ex militare, ha sempre rifiutato l'accusa di assassino - la moglie Melania fu uccisa a 28 anni con 45 coltellate, mentre la figlia di soli 18 mesi dormiva nell'auto parcheggiata poco distante - ma ha ammesso di aver tradito la moglie con la soldatessa Ludovica.
"Sono un traditore, non un assassino", ha ripetuto all'infinito. Ma la legge non gli ha creduto e gli ha anche vietato di incontrare la figlia che oggi ha quasi 11 anni. Winston Manuel Reyes, invece, pur avendo già da tempo la facoltà di usufruire dei permessi premio, preferisce scontare tutta la pena dietro le sbarre.
malpensa24.it, 6 marzo 2020
La bicicletta ha tanti pregi ma di essere strumento di redenzione forse le mancava. E a colmare questa lacuna ci stanno pensando quelli del carcere di Bollate, alle porte di Milano. "Il progetto si chiama A.c.t.s. A Chance Through Sport - spiega il professore Andrea Di Franco del Politecnico di Milano a La Gazzetta dello Sport. Da diversi anni come Politecnico abbiamo avviato una serie di studi all'interno del carcere, legati agli spazi, ma anche alla qualità della vita dei detenuti e della polizia penitenziaria che condivide i medesimi luoghi. Questo è il primo studio che riguarda lo sport fatto dal Politecnico e abbiamo ottenuto questo riconoscimento. Ora lo vogliamo tradurre in qualcosa di concreto e reale".
E ancora: "Per la popolazione carceraria la cura del fisico è l'ultima barriera, l'ultima difesa. E quella del ciclismo può essere una pratica molto interessante da sviluppare all'interno di un carcere come Bollate che ha spazi adatti su cui lavorare. In questo nostro progetto abbiamo trovato già alcuni compagni di viaggio, ma altri ne vogliamo aggregare.
Lo studio di avvocati Bonelli Erede di Milano ci è stato subito vicino: questo studio ha al suo interno un gruppo di fan delle due ruote che ha costituito un gruppo sportivo che si chiama Amici di Davide Cassani. Così il c.t. è diventato nostro testimonial e ha dato la sua disponibilità ad accompagnarci in una pedalata da Milano a Parma, con detenuti e guardie (all'interno di Bollate è stata costituita una Asd da parte dell'ispettore Vincenzo Ormella, ndr). Abbiamo già ottenuto il supporto del Comune di Milano e anche l'appoggio dell'olimpionico Antonio Rossi.
Ma vogliamo andare oltre: perché il senso è lasciare qualcosa che possa essere più duraturo, come una "pista", non un vero e proprio velodromo, ma qualcosa che possa assomigliarci. Ma già prima a Bollate vorremmo recuperare anche uno spazio per gli allenamenti da "fermi" con cyclette o i rulli proprio perché si possano organizzare nei prossimi mesi allenamenti continuativi. Mapei e la casa di produzioni Dude sono già adesso al nostro fianco. Ma stiamo cercando anche altri partner perché questo sogno diventi realtà e si possa ingrandire ancora di più".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 6 marzo 2020
Quanto è spesso il soffitto di cristallo? Un rapporto Onu presentato in queste ore dal Development Programme (Undp) ci dice che quasi il 90% degli esseri umani del pianeta nutre un pregiudizio nei confronti delle donne. Il Gender Social Norms Index, pubblicato oggi, contiene dati da 75 Paesi e copre l'80% della popolazione.
Nonostante i progressi compiuti per ridurre il gap fra uomini e donne il 91% degli uomini e l'86% delle stesse donne coltiva tuttora almeno un elemento di "pregiudizio" verso l'universo femminile in relazione alla politica, all'economia, all'educazione, alla violenza sessuale. In totale risulta che un 80% del campione è convinto che gli uomini siano leader politici migliori delle donne, un 40% che siano meglio al vertice del business e un 28% addirittura che sia accettabile per i mariti picchiare le mogli. "Sono numeri che io considero scioccanti - ha commentato Pedro Conceicao, funzionario Onu e responsabile del rapporto - Vi sono progressi in molte realtà di base nella partecipazione e dell'empowerment delle donne, ma in altre continuiamo a sbattere contro un muro".
La politica - Gli uomini e le donne si recano alle urne nelle stesse percentuali ma poi gli eletti sono in maggioranza maschi. Solo il 24% dei parlamentari nel mondo è di sesso femminile, su 193 capi di governo le donne sono dieci. Le donne sono pagate meno nel mondo del lavoro. "Il più grande furto della storia" come lo ha definito Anuradha Seth, consigliera per il programma di sviluppo delle Nazioni Unite. Nelle 500 compagnia di S&P solo il 6% dei Ceo sono donne.
Il 2020 segna il 25simo anniversario della Piattaforma di azione approvata a Pechino, l'agenda più visionaria sull'empowerment delle donne che si ricordi. L'Undp si appella ai governi e alle istituzioni perché varino delle politiche per cambiare questi pregiudizi discriminatori e accrescere la consapevolezza delle persone.
Ristretti Orizzonti, 6 marzo 2020
A causa dell'emergenza coronavirus, seguendo le disposizioni del decreto firmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri il 4 marzo 2020, è annullata la mostra "Nel mezzo del cammin di nostra vita...", ultimo appuntamento della rassegna "TuttiDiritti - Carcere, Legalità, Persone" previsto dal 14 al 29 marzo nel Palazzo Banca d'Alba ad Alba.
di Antonella Rampino
Il Dubbio, 6 marzo 2020
I Decreti Salvini, eliminando l'accoglienza e opponendosi all'integrazione, hanno ampliato la zona d'ombra nella quale vivono 600mila migranti.
Viviamo in tempi in cui è la neopresidente della Commissione europea a correre sul luogo in cui l'Europa di Ventotene muore, come ha sintetizzato efficacemente in un titolo Il Dubbio commentando lo scempio che contro i migranti inermi avviene da parte del governo ultraconservatore greco con un "ringraziamo il governo di Atene che fa da scudo ai confini europei". Scudo, ha detto proprio così. Tutti sperano che le parole di Ursula Von der Leyen siano - oltre che la manifestazione di una leadership incongrua - solo sfuggite in una situazione di emergenza.
Ma purtroppo è probabile che non sia così. Il grave è che la delfina di Angela Merkel dà voce a un malinteso diffuso, e nel suo caso a quanto pare addirittura da chi, come presidente di Commissione Ue, proprio non può consentirsi di ignorare i diritti dell'uomo, ivi compreso il diritto di asilo, che sono scritti e ribaditi in tutti i Trattati: come principi inderogabili in quelli istitutivi dell'Unione, e anche operativamente nel Trattato che regola il funzionamento del l'Unione, il Tfue che affida la difesa dei confini extra- Schenghen a precisi organismi comunitari e non agli eventuali sceriffi dei singoli Stati. Semmai, dalla presidente Von der Leyen ci si aspetterebbe che promuovesse una riflessione sull'applicazione dell'articolo 6 del Trattato di Nizza: quello che mette in mora qualunque Stato violi i principi fondanti dell'Unione (e che è stato recentemente fatto valere contro l'Ungheria di Viktor Orban per violazioni della rule of law). Ma appunto, il tema della "difesa dei confini" viene brandito qua e là, e anche da personalità da cui, per ruolo, livello sociale e cultura, proprio non ce lo si aspetta, o è per funzione dovuto proprio l'esatto contrario.
A inizio settimana sul Dubbio, Ginevra Cerrina Feroni ha lamentato che "lo Stato italiano" nel dopo- Salvini sia tornato a salvare i migranti in mare, e debba "ancora farsi carico del mantenimento, della salute, dell'identificazione e collocazione logistica". E per giunta, aggiunge, si annuncia pure una retromarcia sui "decreti sicurezza" di chi si è tanto adoperato "per difendere i confini italiani". Non vorremmo essere noi a ricordare che il decreto legislativo 300/ 99 che assegna i compiti ai ministri non prevede la difesa dei confini per quello dell'Interno (e nemmeno per altri, in verità), e tantomeno l'inequivoco articolo 10 della Costituzione italiana in materia di diritto d'asilo, oltre a numerose leggi e trattati internazionali che l'Italia ha sottoscritto, e che sono essi stessi leggi dello Stato.
Non vorremmo essere noi a ricordare che si tratta di semplici norme di civiltà, operative durante tutta la storia repubblicana, dalle quali solo l'apparizione del sovranismo e del populismo sulla scena politica italiana ha cercato di deviare, nella presa di distanza professata in ogni dove e con ogni mezzo, missive comprese, dal Capo dello Stato. Peraltro, il primo dei ricorsi per incostituzionalità dei "decreti sicurezza" è all'esame della Consulta giusto in questi giorni.
Ci limitiamo soltanto a farci venire un dubbio. Se è umano - troppo umano - l'istinto a chiudere porte e alzare muri ("Cancellare Schengen!" era stata l'immediata richiesta di Salvini, alle prime notizie del diffondersi Covid- 19), basta il semplice esercizio della razionalità per comprendere che è solo aprendo le porte della collaborazione tra le Nazioni e le comunità scientifiche, lasciando altresì libera la circolazione delle merci e delle persone non ammalate, che si può evitare il diffondersi di isterie e psicosi, continuando intanto a frenare l'espandersi dell'epidemia di un nuovo virus. Ma con un dubbio, appunto: i decreti Salvini, eliminando le strutture d'accoglienza, opponendosi per legge all'integrazione, hanno ampliato la zona d'ombra nella quale in Italia si calcola vivano circa 600mila migranti. Siamo sicuri che la loro condizione di emarginati e di clandestini, ai sensi della Bossi- Fini che proprio per questo andrebbe abolita, sia nell'interesse nazionale, nell'interesse degli italiani e non semplicemente di chi lucra posizioni di potere sulla paura?
Chiudere il mondo a chiave, buttare a mare i migranti o sparar loro addosso non si può. In situazioni complesse, non si può essere emotivi né dar sfogo alla meschinità: si può solo essere razionali. Non solo l'Italia ma l'Europa tutta dovrebbe mettersi al lavoro per un serio piano di immigrazione, a flussi controllati. Non è compassione, è interesse degli europei. Lo dicono i dati demografici, di forza lavoro, e pure di bilancio. Quanta integrazione si sarebbe potuta fare, aiutando la convivenza civile, con quei miliardi dati ad Erdogan perché tenesse in Turchia i 3 milioni e mezzo di rifugiati che oggi usa come arma di ricatto?
di Andrea Nicastro
Corriere della Sera, 6 marzo 2020
La procuratrice capo della Corte Penale Internazionale dell'Aia ha avuto l'autorizzazione che chiedeva da tre anni per indagare su casi sospetti di omicidi di massa, stupri e torture. Ma non sarà facile. Si può indagare sui militari americani? E sulla Cia? Accusare Washington di crimini di guerra? Di violazione dei diritti umani? Si può questionare il comportamento del "gendarme del mondo"?
La Corte Penale Internazionale dell'Aia, ieri, ha deciso di provarci. La Procuratrice capo Fatou Bensouda ha avuto l'autorizzazione che chiedeva da tre anni. Rovesciando l'orientamento precedente della stessa Corte, ora potrà indagare su casi sospetti di omicidi di massa, stupri e torture che inducono a puntare il dito contro le forze talebane (e, fin qui, nessuno aveva fatto obiezione), contro il legittimo governo afghano (che è tra i firmatari della Convenzione che ha istituito la Corte nel 1998) e anche contro (ecco la novità) le forze armate degli Stati Uniti d'America. Se la ghanese Bensouda riuscisse a portare alla sbarra qualche accusato a stelle e strisce, sarebbe una prima volta assoluta.
Nel caso del caccia americano che tranciò i cavi della funivia del Cermis uccidendone i passeggeri, nei casi di violenza sessuale sull'isola giapponese di Okinawa, nelle guerre, nelle rivoluzioni, nei colpi di Stato che hanno visto gli Usa protagonisti, mai nessun americano è stato giudicato da tribunali stranieri. Washington ha sempre invocato la giurisdizione esclusiva sui propri cittadini.
E lo farà di sicuro anche in questo caso, opponendosi in ogni modo alle indagini. La reazione a caldo del segretario di Stato Mike Pompeo è stata esplicita: "Si tratta di un'azione sconsiderata da parte di un'istituzione politica mascherata da organo giudiziario". Il sogno di un mondo in pace regolato da un governo mondiale sembra scomparso, gli Stati più forti non si curano più dell'Onu e non riconoscono l'autorità della Corte. Il processo potrebbe trasformarsi in uno spettacolo di antiamericanismo o magari in uno show di giustizia internazionale che manca da troppi anni. Un nuovo inizio. O l'inizio della fine.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 6 marzo 2020
L'Aia, una data storica. Secondo il Tribunale di appello della Corte penale internazionale le vittime - afghane e non solo - potranno forse trovare giustizia. "La procuratrice è autorizzata a iniziare un'inchiesta sui presunti crimini compiuti sul territorio afghano a partire dall'1 maggio 2003, così come su altri presunti crimini legati al conflitto armato in Afghanistan". Le parole pronunciate ieri all'Aja dal giudice Piotr Hofmanski, presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, segnano una data storica: le vittime - afghane e non solo - di crimini di guerra e contro l'umanità potranno forse trovare giustizia.
Per il Dipartimento di stato Usa, però, si tratta di "un'azione scioccante presa da un'istituzione politica mascherata da organismo giuridico". Un attacco durissimo, quello del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, che l'anno scorso già aveva deciso di negare il visto degli Stati uniti alla procuratrice capo della Corte, Fetou Bensouda.
La decisione della camera di Appello della Corte ribalta il giudizio della camera di pre-dibattimento, che lo scorso aprile aveva respinto la richiesta, avanzata dalla procuratrice Bensouda nel novembre 2017, di aprire un'inchiesta sui crimini commessi in Afghanistan. Secondo le indagini preliminari condotte per quasi dieci anni, c'erano prove sufficienti per credere che tutti gli attori del conflitto - forze afghane, americane, anti-governative - avessero compiuto crimini di guerra o contro l'umanità, dalle torture agli abusi sessuali, dalle uccisioni indiscriminate di civili agli omicidi extra-giudiziari. Ma i giudici della camera di pre-dibattimento dell'Aja hanno sostenuto che aprire un'inchiesta non sarebbe stato "nell'interesse della giustizia": l'inchiesta avrebbe potuto naufragare, a causa della riluttanza a cooperare del governo afghano e dell'aperta ostilità del governo degli Stati uniti. La procuratrice Bensouda ha così fatto appello e, dopo le testimonianze dei primi di dicembre, incluse quelle dei rappresentanti delle vittime, ieri è arrivata la decisione: la giustizia vada avanti. Contano le prove accumulate, non i presunti esiti dell'inchiesta.
La sentenza è stata accolta con entusiasmo dagli attivisti e attiviste della società civile, in particolare da quelli che fanno parte del Transitional Justice Coordination Group, un movimento che raccoglie una ventina di associazioni locali che si battono per la giustizia in Afghanistan. Preoccupa invece il governo di Kabul, che ha sottoscritto lo statuto di Roma nel febbraio 2003, aderisce dunque alla Corte penale, pur avendo adottato nel 2008 una legge di amnistia e avendo scelto l'impunità come politica istituzionale.
Fa letteralmente infuriare, infine, il governo degli Stati uniti, che non aderisce alla Corte, e che anzi considera le sue attività una minaccia alla propria sovranità e sicurezza nazionale. Da qui, la reazione del segretario di Stato Pompeo, che ieri ha dettato un comunicato ufficiale: l'inchiesta va contro gli sforzi di pace e "gli Stati Uniti faranno di tutto per proteggere i propri cittadini da questa cosiddetta corte, fuorilegge".
di Massimiliano Nespola
Il Dubbio, 6 marzo 2020
Il caso Zaki desta notevole preoccupazione nell'opinione pubblica: l'Egitto, non da oggi, attua una feroce repressione dell'opposizione con ogni mezzo e il caso Regeni, ancora irrisolto, lo testimonia in pieno. In quale direzione può orientarsi l'impegno dell'Italia e dell'Europa, che ripudiano la guerra, che condannano la pena di morte, i trattamenti disumani e degradanti, che si pongono a difesa dello Stato di diritto? Ne parliamo con l'on. Giuliano Pisapia, europarlamentare membro della Commissione esteri e della sottocommissione per i diritti umani a Strasburgo.
On. Pisapia, qual è l'approccio - e, verrebbe da chiedersi, lo stato d'animo - della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento europeo al caso Zaky?
In un mondo in cui le violazioni dei diritti umani sono purtroppo in continuo aumento, il ruolo della commissione esteri e della sottocommissione per i diritti umani del Parlamento Europeo è sensibilizzare l'opinione pubblica e la comunità internazionale anche su gravi casi specifici. È importante monitorare la politica estera europea affinché siano rispettati i principi e i valori dei Trattati fondativi. Per chi crede nella democrazia e nello stato di diritto è fondamentale impegnarsi senza tregua per il rispetto dei diritti umani, ovunque. In questi primi mesi di impegno a Bruxelles, ho preso atto del fatto che le risoluzioni e le condanne del Parlamento Europeo contro soprusi dei diritti umani sortiscono qualche effetto solo se accompagnate da azioni concrete sul piano commerciale e da minacce di riduzione degli aiuti economici. Certo, non sempre si raggiungono gli obiettivi auspicati ma non dobbiamo mai scoraggiarci. Alle sconfitte seguono spesso vittorie del diritto e dei diritti sulla violenza e sull'autoritarismo. Condizionando l'apertura del mercato comune europeo al rispetto dei diritti umani, l'UE riesce a proiettare a livello globale i valori su cui si fonda.
Per esempio?
L'Uzbekistan è un paese poco conosciuto e affetto dalla piaga del lavoro minorile forzato. Fra i primi produttori di cotone al mondo, l'Uzbekistan nel 2011 ha firmato un'intesa commerciale con l'UE, mercato fondamentale per le sue esportazioni. Il Parlamento Europeo si è rifiutato di ratificare l'accordo in attesa che il governo uzbeko collaborasse con l'Organizzazione Internazionale del Lavoro e approvasse leggi contro il lavoro forzato e il lavoro minorile nelle piantagioni di cotone. Cinque anni dopo, l'agenzia ONU per il lavoro ha certificato la completa abolizione del lavoro minorile e un netto calo del lavoro forzato. In pochi mesi, è seguita la tanto agognata ratifica da parte del Parlamento Europeo che ha riconosciuto lo sforzo ratificando un accordo fondamentale per l'economia uzbeca.
Quali ritiene che possano essere gli effetti della vicenda di Zaki sulle relazioni tra Europa ed Egitto?
Purtroppo, temo che la vicenda non sortirà grandi effetti. La forza dell'Unione Europea è condizionata dalla sua unità e quando si tratta di paesi cruciali come l'Egitto, gli Stati membri commettono l'errore fatale di agire in solitaria. Tendiamo a dimenticare che la nostra rilevanza internazionale è molto limitata se raffrontata a quella dell'Ue che parla a nome delle 27 nazioni che la compongono. Tanto più che la politica commerciale, strumento sentito anche dai regimi più sordi, è materia di competenza esclusiva europea. I governi nazionali - si pensi alla grandeur francese- spesso credono che i singoli interessi strategici differiscano da quelli europei. Ma muovendoci in ordine sparso, siamo poco efficaci e screditiamo l'azione europea. L'UE è dotata di un'ottima rete diplomatica e della forza negoziale che discende dalla ricchezza del mercato unico. Sarebbe ora di metterle a frutto, abbandonando gli egoismi nazionalisti e cercando mediazioni alte con i nostri partner europei.
Questa vicenda contribuisce a tener alta l'attenzione sulla storia di Giulio Regeni. Il nostro Paese ha avuto pazienza, ma il caso non è stato risolto. Quali passi potrebbero contribuire a fare giustizia?
Serve un deciso cambio di rotta non solo diplomatico ma anche economico. I pozzi egiziani di gas naturale hanno importanza strategica? Sicuramente sì e sono oltre 130 le aziende italiane che hanno interessi in Egitto che si traducono in lavoro e fatturato in Italia. Ma i commerci e l'economia non possono prescindere dal rispetto dei diritti umani, dai valori della nostra Costituzione e dagli obiettivi di politica estera. Un peggioramento delle relazioni economiche con l'Egitto ha sicuramente un costo ma credo che sia arrivata l'ora di assumerselo. Nello scorso esercizio di bilancio, l'UE ha sostenuto lo sviluppo in Egitto con fondi per un totale di 1,3 miliardi di euro. Dovremmo rivedere queste cifre e lavorare di concerto con l'UE e i suoi Stati membri anche per fermare la vendita di armamenti.
Ritiene che la repressione attuata dall'Egitto rappresenti il sintomo di una regressione delle libertà democratiche al suo interno? Oppure che sia causata dall'estremo tentativo di un sistema politico di reggersi, a fronte di una accresciuta consapevolezza delle libertà democratiche da parte del popolo?
Sono convinto che l'attuale repressione in Egitto non abbia nulla a che fare con una regressione culturale interna. Non dimentichiamo che la cittadinanza egiziana si è resa protagonista di un grande sforzo democratico, animata dal desiderio di libertà durante la Primavera Araba. Credo invece che la causa della repressione sia imputabile all'ossessione di uomini violenti che esercitano il potere con la violenza e il disprezzo per lo stato di diritto.
Il caso Zaki è solo quello più conosciuto; in Egitto - e non solo - la repressione del dissenso avviene con il carcere e con mezzi anche crudeli. Preoccupa che anche gli avvocati e i magistrati siano a rischio, in contesti simili. In qualità di giurista, lei come commenterebbe questa situazione?
L'arresto di avvocati e magistrati è di estrema gravità e purtroppo comune a tanti paesi. Si pensi alla Turchia, all'Iran, alla Russia e alla Cina. Ma non è un problema che ci vede solo spettatori. Assistiamo all'estensione di questo fenomeno anche in Ungheria e Polonia, parte integrante dell'UE, ove è stata abolita l'indipendenza della magistratura, uno dei tre pilastri dei sistemi liberal democratici. Imbavagliare gli avvocati e asservire i magistrati cancella le basi della democrazia e apre le porte alle barbarie.
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