di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 8 marzo 2020
Adesso la trincea è il carcere. I 13 istituti lombardi sono la frontiera da difendere a tutti i costi, per scongiurare - o quantomeno ritardare e ammortizzare il più possibile - che il virus Covid 19 contagi qualcuno anche in carcere e rischi così di innescare una catena di infezioni che sarebbe difficilissima da gestire in ambienti e tra persone già di per sé stressati dall'"ordinario" e sempre ignorato sovraffollamento (61.230 reclusi su 47.230 posti disponibili in tutta Italia), dove due metri di distanza tra un detenuto e l'altro sono una amara barzelletta prima ancora che un agognato miraggio, e dove già in situazioni normali l'assistenza sanitaria ha il fiatone.
Gli avamposti sono talmente presidiati che un "triage" sanitario è stato allestito all'ingresso di ogni carcere e funziona da sorta di check-point per chiunque debba entrare o uscire dai penitenziari, qualunque sia la sua funzione o il suo motivo (detenuti, agenti di polizia penitenziaria, avvocati, magistrati, proprio tutti). A chiunque viene misurata la temperatura con due termometri elettronici, e l'asticella dell'attenzione è stata portata addirittura ad appena 37 gradi e mezzo: chi li ha, non entra in carcere.
Al punto che una giudice delle indagini preliminari del tribunale di Milano, che si era presentata a San Vittore per svolgere l'interrogatorio di garanzia di un arrestato, è stata bloccata e non fatta entrare perché, sebbene uno dei due termometri segnasse 36,2, l'altro indicava invece appunto 37,5: il magistrato ha dovuto rispondere al questionario, non tornare in ufficio, restare a casa per scrupolo e farsi sostituire da un collega per l'interrogatorio. In caso di positività di qualcuno al tampone, se non dovesse essere necessario il ricovero in ospedale, il Dap raccomanda di prevedere un isolamento sanitario all'interno dell'istituto con bagno ad uso esclusivo, isolamento però che in molte carceri le strutture materialmente non permetterebbero.
Aumenta la fatica di vivere in cella l'inevitabile blocco di ogni possibilità di uscita esterna, il che fa sì peraltro che il sovraffollamento cresca perché ogni giorno non c'è più neanche quella pattuglia di detenuti che escono temporaneamente in forza di qualche provvedimento (di lavoro esterno o semilibertà) firmato dai giudici di sorveglianza nell'ambito delle tappe di un percorso di avvicinamento a misure di esecuzione della pena alternative al carcere.
Stop anche alle visite dei familiari, con i quali si cerca di aumentare da 4 a 6 le telefonate possibili a settimana, anche se l'associazione Antigone chiede al ministro di aumentare a 20 minuti al giorno il tempo della telefonata con i familiari che per ordinamento penitenziario è invece di 10 minuti a settimana. E l'amministrazione penitenziaria cerca di occuparsi di consegnare i pacchi che le famiglie possono continuare a inviare ai detenuti, ritirando la biancheria pulita e consegnando quella usata.
Per legge una serie di udienze continuerebbero a richiedere comunque la presenza fisica del detenuto, e dunque o la sua uscita dal carcere o l'entrata di giudici e avvocati in carcere: per cercare di evitarlo nei limiti del possibile, il Tribunale di Sorveglianza, ad esempio, ha già sperimentato una decina di udienze utilizzando Skype con i detenuti in carcere grazie ai collegamenti in uso per i colloqui con i familiari e a un accordo con l'Ordine degli Avvocati, che per garantire la riservatezza dei colloqui tra detenuti e difensori mette a disposizione un telefono cellulare per ciascuna delle 13 carceri e uno per l'aula di udienza del Tribunale.
Uno schema che da lunedì tenterà di adottare anche l'Ufficio Gip per le convalide degli arresti operati dalle forze dell'ordine nel turno del giorno prima, con l'accortezza di assicurare ai difensori sia la disponibilità fisica del fascicolo prima dell'udienza (e qui saranno le cancellerie a rendersi disponibili), sia la possibilità di poter prima confrontarsi con i propri assistititi, e in questo saranno le direzioni delle carceri ad allungare le fasce orarie dei colloqui se necessario.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 8 marzo 2020
Il tribunale di Sorveglianza di Roma ne ha disposto il trasferimento dal Gemelli "anche perché rientra nelle categorie a rischio Covid 19". Un fisico provato dalla malattia, l'età avanzata e, ora, l'emergenza coronavirus che incombe. Quando la sua condanna è diventata definitiva e, la scorsa settimana, i carabinieri si sono presentati in ospedale per notificargli l'ordine di esecuzione per la carcerazione, un coro di proteste si è levato dal mondo dello spettacolo e da quello della politica.
In tanti avevano chiesto che Vittorio Cecchi Gori, quasi 78 anni, ricoverato in ospedale, pagasse il suo debito con la giustizia - 8 anni di carcere per bancarotta - ai domiciliari. Ieri, il giudice del tribunale di Sorveglianza di Roma ha accolto l'istanza della difesa: il produttore cinematografico sconterà la pena a casa, nel suo appartamento ai Parioli. Il magistrato ha infatti disposto che, appena le condizioni di salute lo consentiranno, l'ex proprietario della Fiorentina venga trasferito dal Policlinico Gemelli, dove si trova piantonato da 9 giorni, all'abitazione romana. La decisione dovrà essere ratificata dal tribunale di Sorveglianza in seduta collegiale.
Il provvedimento del giudice relatore Angela Savio è stata imposto anche dall'emergenza Coronavirus: come ha sottolineato la difesa, Cecchi Gori rientra in una categoria a rischio in caso di contagio, considerando sia l'età che le condizioni di salute. Il produttore nel 2017 ha avuto un ictus e pochi mesi fa, in settembre, è stato operato d'urgenza per una peritonite.
Nel dispositivo il magistrato sottolinea che per "l'avanzata età e per le patologie importanti da cui è affetto", l'imprenditore toscano - che da decenni vive a Roma - "rientra nella categoria di persone più esposte, per le quali le recentissime disposizioni impartite degli organi governativi hanno esplicitamente consigliato la permanenza in ambito domiciliare o comunque l'adozione di comportamenti di distanziamento sociale, sulla base dell'indicazione scientifica, per dette persone, di uno specifico fattore di rischio di complicazioni anche fatali collegato al rischio di contagio derivante dall'epidemia di Coronavirus".
Per il giudice, l'ex patron della Fiorentina "si trova in una condizione fisica tale che necessita di molteplici e costanti interventi terapeutici e riabilitativi non eseguibili efficacemente e tempestivamente in ambito carcerario".
Una decisione che è stata accolta con soddisfazione dal difensore dell'imprenditore, l'avvocato Massimo Biffa: "Esprimo soddisfazione, oltre che per il risultato, anche per la celerità. È la dimostrazione che la giustizia, se vuole, può essere rapida".
L'ultima condanna definita per il produttore - 5 anni e mezzo - è arrivata il 27 febbraio scorso e riguarda il fallimento della Safin Cinematografica. Un crac da 24 milioni di euro che nel 2008 lo aveva già fatto finire in carcere per 4 mesi. Cecchi Gori in passato era stato condannato anche per il fallimento della Fiorentina. La Cassazione nel 2006 aveva infatti reso definitiva la sentenza di 3 anni e 4 mesi - coperta dall'indulto - e nel settembre scorso il tribunale civile di Firenze ha disposto il pagamento di oltre 19 milioni di euro di danni.
La settimana scorsa, quando la condanna è diventata esecutiva, in molti hanno protestato. Una delle prime è stata l'ex moglie di Cecchi Gori, Rita Rusic: "In carcere la sua salute verrà compromessa, per lui sarà la morte". Poi era stato il turno di molti esponenti del mondo dello spettacolo, da Vittorio De Sica a Lino Banfi, fino ai registi Marco Risi e Giovanni Veronesi.
Oltre a loro, in tanti hanno firmato una lettera promossa dal Sindacato nazionale giornalisti cinematografici, in cui si chiedeva la fine del carcere per il produttore: Paolo Virzì, Matteo Garrone, Stefania Sandrelli, Gigi Proietti, Diego Abatantuono, Roberto Benigni, Fiorella Infascelli, Fabrizio Bentivoglio, Antonio Albanese, Maurizio Totti e Pino Quartullo, Vito Zagarrio, Italo Moscati, Antonio Frazzi.
Ieri, dopo la notizia dei domiciliari, è arrivata una nota di Pupi Avati e dell'Associazione Nazionale Autori Cinematografici, in cui si esprimeva soddisfazione per la fine di un "provvedimento che poteva rivelarsi eccessivamente gravoso" e in cui si ringraziavano i colleghi che hanno sostenuto la campagna di protesta.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 8 marzo 2020
I dettagli del decreto: udienze sospese, le eccezioni ridotte rispetto alla bozza. Adesso è ufficiale, manca solo la firma del presidente della Repubblica. Il coronavirus fa scattare una paralisi senza precedenti nella storia della giustizia italiana: tribunali blindati, udienze sospese, diritti dei detenuti sospesi per decreto.
Il testo portato venerdì sera dal ministro della Giustizia Bonafede al consiglio dei ministri viene ieri limato ma anche inasprito. Viene ridotta di un mese la durata della paralisi sanitaria della giustizia: fino al 31 maggio, anziché il 30 giugno come proponeva il ministro. Ma si tratta comunque dello stop più lungo deciso finora dal governo alla vita quotidiana del paese per fronteggiare l'avanzata del Covid-19.
Le udienze, come prevedeva la bozza originaria, vengono rinviate tutte, nel settore civile e penale, con poche eccezioni: nel civile quelle per espulsioni di profughi, trattamenti sanitari obbligatori, richieste di aborto di minorenni. Nel penale saltano tutte le udienze, e qui le poche eccezioni previste dalla bozza originaria si riducono ulteriormente. Si dovranno fare le udienze di convalida degli arresti, mentre quelle con imputati detenuti si faranno solo se a chiedere che si tengano ugualmente saranno gli avvocati difensori: che si vedono in questo modo rifilata la responsabilità di scegliere tra il diritto alla difesa e quello alla sicurezza propria e dei propri assistiti. In ogni caso, le poche udienze che si terranno dovranno tenersi per teleconferenza, con gli arrestati collegati via Internet con l'aula del giudice.
Al lungo rinvio delle udienze - che di fatto farà slittare quasi tutta la vita giudiziaria a dopo la pausa estiva - il governo accompagna la sospensione dei termini per istanze, ricorsi, deposito di atti, e anche della prescrizione. Mentre nel settore civile la sospensione dei termini non è destinata ad avere effetti traumatici, nei processi penali il congelamento della prescrizione previsto dalla bozza originaria di Bonafede è suonato a una parte del governo come una compressione inaccettabile dei diritti della difesa. Alla fine, il testo che verrà portato alla firma del capo dello Stato costituisce una sorta di mediazione. Il testo originario stabiliva che la prescrizione restasse congelata fino alla ripresa del processo dopo il rinvio per il coronavirus. In base alla versione definitiva, la sospensione della prescrizione non andrà oltre il 31 maggio. Stesso limite per il congelamento del calcolo della durata del "giusto processo".
Ai capi degli uffici giudiziari vengono dati, come previsto, pieni poteri nel limitare l'accesso dei cittadini ai tribunali di tutta la penisola. Orari ridotti, uffici sbarrati al pubblico, udienze a porte chiuse. Misure draconiane ma necessarie, che renderanno i palazzi di giustizia delle spettrali ghost town. Dove il provvedimento in fase di emanazione è di durezza ancora maggiore è sul fronte carcerario. Questo capitolo, che non compariva nella prima versione, dà la misura del timore estremo con cui il ministero della Giustizia guarda alla eventualità di contaminazione da parte del virus di comunità chiuse e affollate come quelle carcerarie. Per cui: basta colloqui faccia a faccia con i familiari, che verranno sostituiti da collegamenti via internet o da semplici telefonate; e, soprattutto, facoltà per i tribunali di sorveglianza di sospendere con effetto immediato i permessi premio e la semilibertà. Sono misure emergenziali che stanno creando già proteste e rivolte all'interno delle carceri (come ieri a Salerno) ma che per il governo costituiscono l'unico modo per far sì che le prigioni restino incontaminate dal virus.
di Maurizio Caprino e Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 8 marzo 2020
In campo un meccanismo che prevede, fino a tutto maggio, una valutazione preliminare dei vertici di Tribunali e Procure con le autorità sanitarie. La giustizia si fermerà. Incertezza però sulla durata del blocco e sulla sua estensione. Il Consiglio dei ministri di venerdì 6 ha affrontato uno dei (tanti) temi urgenti provocati dall'emergenza coronavirus: l'impatto per gli uffici giudiziari. Sul tavolo un decreto legge per disciplinare lo svolgimento dell'attività giudiziaria nelle prossime settimane.
A magistrati (con la decisa presa di posizione dell'Anm) e avvocati a favore di un intervento generale di sospensione delle udienze, almeno di quelle non urgenti, la bozza di decreto legge oppone una regolamentazione più articolata dove le decisioni sono prese dai capi degli uffici giudiziari. Non previsto (per ora?) alcun intervento sul fronte della giustizia tributaria.
Le misure di emergenza - In campo un meccanismo che prevede, sino a tutto maggio, a monte una valutazione dei vertici di Tribunali e Procure con le autorità sanitarie e il consiglio dell'ordine locale egli avvocati, per decidere poi a valle misure che possono andare dalla limitazione dell'accesso al pubblico all'adozione di linee guida vincolanti per la fissazione e trattazione delle udienze, alla celebrazione a porte chiuse di tutte le udienze penali pubbliche.
Cruciale però la possibilità del rinvio delle udienze a data successiva al 31 maggio prossimo. Per tutto il periodo di efficacia dei provvedimenti di rinvio delle udienze civili è sospesa "la decorrenza dei termini di prescrizione e decadenza dei diritti che possono essere esercitati esclusivamente mediante il compimento delle attività precluse dai provvedimenti medesimi".
Le udienze escluse - Al rinvio però è ammessa una serie di eccezioni. Innanzitutto non vi potranno rientrare le udienze nelle cause di competenza del tribunale per i minorenni, nelle cause relative ad alimenti o ad obbligazioni alimentari derivanti da rapporti di famiglia, di parentela, di matrimonio o di affinità, nei procedimenti cautelari aventi ad oggetto la tutela di diritti fondamentali della persona, nei procedimenti per l'adozione di provvedimenti in materia di tutela, di amministrazione di sostegno, di interdizione, di inabilitazione. Come pure, nel penale, le udienze di convalida dell'arresto o del fermo, nei procedimenti nei confronti di persone detenute, internate o in stato di custodia cautelare, nei procedimenti a carico di imputati minorenni e, in genere, nei procedimenti che presentano carattere di urgenza.
Le scelte locali - Il Dl arriva a dare regole in più in un quadro estremamente frastagliato sul territorio, a prescindere dalle condizioni ambientali delle singole sedi. Se n'è avuta una riprova nella giornata di venerdì 6, quando si trattava di decidere se ritenere l'astensione degli avvocati proclamata dall'Ocf come motivo legittimante per disertare le udienze. A livello nazionale, dopo una videoconferenza tra ministero e presidenti delle Corti di appello, era emerso un orientamento negativo. Ciò non ha impedito eccezioni locali: il presidente della Corte d'appello di Torino, dopo aver sentito i presidenti delle sezioni penali e civili, ha invece scritto che "reputa opportuno che le sezioni (...) prendano in considerazione l'eventuale dichiarazione di astensione dalle udienze" per disporre rinvii "indicativamente in epoca successiva al periodo pasquale". Intanto, a Sassari è stato l'Ordine degli avvocati a proclamare lo sciopero, fino al 20 marzo. Si moltiplicano le segnalazioni di misure prese anche da presidenti di sezione. A Matera, dopo la notizia che è stato contagiato anche il prefetto, le attività ordinarie a Palazzo di giustizia sono state sospese fino al 14 marzo per sanificare i locali.
di Felice Naddeo
Corriere del Mezzogiorno, 8 marzo 2020
La violenza nel carcere di Fuorni, a Salerno, esplode nel primo pomeriggio di un sabato di visite. All'esterno i familiari in attesa davanti ai cancelli. All'interno della casa circondariale, invece, la notizia della sospensione dei colloqui per l'emergenza Coronavirus si sparge tra i detenuti con una velocità superiore al contagio da Covid 19. Non c'è più nulla che possa contenere l'ira dei reclusi. La rivolta monta in pochi attimi, favorita anche dalla opportunità che hanno i detenuti di muoversi con parziale libertà durante le attività pomeridiane.
Circa duecento reclusi - secondo quanto ricostruito dai dirigenti dell'Uspp, l'Unione dei sindacati di polizia penitenziaria - si armano con quanto a disposizione. Bastoni di legno, ottenuti dai piedi dei tavoli, e mazze di ferro recuperate distruggendo i letti nelle celle, diventano strumenti di distruzione. Gli agenti non possono che indietreggiare, cercare di fare azioni di contenimento per evitare lo scontro, mentre si cerca la strada del dialogo e non della repressione. Ma nel frattempo, il gruppo di rivoltosi passa all'azione e devasta un piano del carcere.
Annientando tutto ciò che compare lungo il tragitto. Poi la sommossa, che potrebbe aver avuto in alcuni boss la mente lucida nell'adottare una puntuale strategia, si sposta verso il tetto della casa circondariale dopo aver abbattuto le protezioni in ferro che impediscono l'accesso alla parte alta del carcere.
Ed è qui che prosegue la contestazione dei detenuti, mentre davanti al cancello dell'istituto di pena, tra i familiari dei reclusi che si sono radunati per protestare ma soprattutto per chiedere chiarimenti sulle condizioni dei propri cari, sfrecciano le auto di polizia e carabinieri arrivate per potenziare il numero di agenti presenti nella struttura. Dopo alcune ore di trattative e di avvertimenti per una possibile un'azione di repressione, i detenuti hanno deciso di rientrare nelle proprie celle. Lasciando alle loro spalle uno scenario di devastazione.
"Proteste simili a quella di Salerno, per fortuna subito rientrate, si sono registrate anche nell'istituto penitenziario di Carinola e nel carcere napoletano di Poggioreale - rivelano il segretario regionale e il presidente dell'Uspp, Ciro Auricchio e Giuseppe Moretti - questo ennesimo momento di criticità però connota la precaria realtà del carcere salernitano per il quale sono necessari interventi immediati e un potenziamento dell'organico di agenti".
Chiusa la contestazione, si apre però la polemica politica. Matteo Salvini esprime "massimo sostegno alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria - dice il leader della Lega - legge e pugno di ferro con chi sbaglia". Gli fa eco il parlamentare di Fratelli d'Italia, Edmondo Cirielli: "Quanto avvenuto a Salerno è l'ennesima dimostrazione che Bonafede non è adeguato per ricoprire la complicata funzione di ministro della Giustizia. Si dimetta subito".
E il sottosegretario alla Difesa, il pentastellato Angelo Tofalo, ribadendo che "malcontento e disagio non possono assolutamente giustificare azioni violente", plaude al lavoro degli agenti che hanno riportato l'ordine nel carcere di Salerno.
cagliaripad.it, 8 marzo 2020
Le organizzazioni sindacali degli agenti di Polizia penitenziaria della Sardegna esprimono "forte preoccupazione in quanto ancora oggi non sono state bloccate le traduzioni dei detenuti a livello nazionale e comunque tutte le movimentazioni da e per gli Istituti penitenziari".
Con una nota inviata al Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, al Provveditore regionale, ed ai responsabili della giustizia minorile, Sappe, Osapp, Uil Pa, Sinappe, Uspp, Fns Cisl, Cgil e Cnpp, hanno ricordato che la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha adottato provvedimenti "forti e chiaramente indirizzati al contenimento del contagio del Covid-19 a tutela della popolazione del quale non può e non deve essere esclusa quella parte che per qualsiasi motivo vive il sistema penitenziario, luogo questo facilmente contagiabile ed in cui si è intervenuti insufficientemente fino ad oggi, con poco coraggio".
I sindacati degli agenti di Polizia Penitenziaria sostengono la necessità di "misure urgenti e forti affinché venga immediatamente bloccata la movimentazione dei detenuti in tutta Italia e non solo nelle cosiddette zone rosse in quanto è scientificamente provato che nessuno è immune dal contagio se non si adottano correttamente misure adeguate e quindi atte alla salvaguardia della salute".
E denunciano che "ancora oggi arrivano in Regione detenuti trasferiti dalla penisola, in controtendenza con le Disposizioni impartite a livello regionale dal Provveditorato della Sardegna indirizzata al blocco di tutte le movimentazioni tra i penitenziari sardi, e tale modus operandi non fa che aumentare i rischi del contagio. In Sardegna si sta cercando in tutti i modi, sicuramente come si sta facendo in altre regioni, di arginare un possibile contagio all'interno delle carceri isolane ma questa azione viene annullata dalle scelte imprudenti dell'Amministrazione centrale.
"Non vogliamo essere complici di un'Amministrazione poco coraggiosa nell'attuare scelte e provvedimenti forti indirizzati al contenimento del contagio. Per questo - concludono i sindacati chiediamo l'immediata interruzione di tutte le traduzioni e movimentazioni dei detenuti da e per la Regione Sardegna".
di Chiara Dino
Corriere Fiorentino, 8 marzo 2020
Personaggi Punzo nell'88 ha portato il teatro nel carcere di Volterra, ora racconta la storia in un libro "La Compagnia della Fortezza è un prodotto toscano doc. Adesso lo esporto in altre 12 città d'Italia". Guardandosi indietro Armando Punzo ha capito che qui e solo qui poteva nascere la sua Compagnia della Fortezza. Qui a Volterra, si intende, e dunque in Toscana.
"Quando ci sono arrivato, nell'83, io che ero nato a Napoli, non lo sapevo ancora - ci dice - che a Firenze sarebbe stata scritta la Legge Gozzini (quella firmata dal senatore fiorentino della Sinistra Indipendente Mario Gozzini, nell'86, e volta a individuare nella pena detentiva non solo una limitazione della libertà ma un'occasione di rieducazione ndr.) E non sapevo neanche che la Toscana era stato il primo stato al mondo ad abolire la pena di morte (il 30 novembre del 1786 con l'emanazione del nuovo Codice Penale del Granduca Pietro Leopoldo ndr.)".
Un tale concentrato di attenzione al tema delle carceri, una tale sensibilità legata alla storia politica e sociale di questa terra, sono il presupposto che ha consentito di rendere possibile l'utopia della sua Compagnia. Quella nata nel carcere di Volterra e che da 32 anni fa teatro ogni giorno, mattina e sera con i detenuti, anche la domenica. Quella che gli fa dire: "La mia compagnia è un prodotto doc della Toscana".
Armando Punzo questa storia l'ha scritta nel libro uscito recentemente che s'intitola Un'idea più grande di me, ed è la sua autobiografia, sotto forma di ricordi, trasferita su carta in un dialogo con Rosella Menna (Luca Sossella editore). È un appuntamento importante anche perché di poco l'avvio dei lavori per la realizzazione del teatro stabile dentro il carcere dove finora la Compagnia della Fortezza ha usato locali di fortuna, "in due aree - spiega lui - oggi adibite a zona di passeggio".
Per il progetto il provveditorato alle Opere Pubbliche ha stanziato 1 milione e 200 mila euro. La Regione Toscana ha fatto da capofila del dialogo tra lo stesso Provveditorato, il Comune di Volterra, i ministeri coinvolti e la Soprintendenza. Adesso il piano di interventi parte davvero. E Si inizia dagli scavi preliminari che dovranno dirci se lì non ci sono resti archeologici da tutelare o se mattone dopo mattone potrà, senza ostacoli, nascere il teatro.
Il radicamento con la costruzione della struttura stabile, per altro, arriva quando, con il sostegno di 12 fondazioni bancarie, l'esperienza di Punzo sta per trasferirsi in altrettante carceri di città italiane, da Palermo a Torino fino a La Spezia. Un momento di raccolta di tanti frutti, dunque, per il regista napoletano che ha sposato l'utopia con enorme successo - tanti i premi Ubu, le richieste di spettacoli in giro per Festival e teatri d'Italia - ma anche di memorie, perché: "Questo libro io avevo bisogno di scriverlo per me e per dare il giusto senso a un'esperienza che a tratti è stata raccontata in maniera esotica".
Partito nell'88 il lavoro della Compagnia di Punzo ha dato vita a spettacoli memorabili come Marat-Sade di Peter Weiss che gli è valso un Premio Ubu così come I Negri di Jean Genet e La Prigione di Kennet Brown e poi il ciclo Shakespeare. Adesso sta lavorando alla seconda parte dello spettacolo Naturae che coinvolge una compagnia di 87 detenuti. Tappa su tappa un lavoro in crescita condiviso da chi è costretto fuori dal contesto sociale.
"Questo libro, per me, significa tante cose, lo considero come un romanzo di formazione, anche per la conversazione che, nelle pagine, prende vita tra me e Rossella Menna, molto più giovane di me. Ed è un romanzo di formazione volto a dimostrare una mia convinzione. Quella che mi fa dire: "non è vero che, crollate le utopie e le ideologie, non c'è spazio per sogni e progetti o per cambiare il mondo. E noi ne siamo la prova".
Punzo ricorda di essere arrivato a Volterra nell'83 per partecipare al Gruppo Internazionale L'avventura. "Finita questa esperienza scelsi di restare qui e di fare una Compagnia dentro il carcere. Ebbi parere favorevole in un mese. Dove sarebbe potuto accadere se non qui? Da allora abbiamo ribaltato la storia di questo luogo trasformandolo da Istituto di pena a Istituto di Cultura. Facendolo diventare parte integrante della città - qui arrivano spettatori, registi, scuole - invece che un corpo a sé come accade a tutti gli altri penitenziari".
Non che questi anni siano stati sempre facili: "di ostacoli - aggiunge - ne ho incontrati tanti, venivano a volte dall'alto, a volte da qualche agente che mal vedeva la nostra esperienza o anche da qualche detenuto. Ma ho sempre pensato che gli ostacoli dovevo trasformarli in opportunità e in progetti". Grazie a questo ottimismo della volontà oggi Armando Punzo - lo ha fatto anche nel libro - inanella ricordi positivi: "Come quella volta che un detenuto chiese di restare in carcere un giorno in più per prendere parte a uno spettacolo, o la prima tournée fuori nel 2004, o, ancora, la scoperta, meravigliosa, da parte di Matteo Garrone, di Aniello Arena.
Lui, Garrone, venne in carcere durante delle prove, che io sono solito filmare. Quando lo vidi interessato gli passai la telecamera e gli dissi "chi meglio di te può filmare?". In scena c'era Aniello, sudato e vestito da clown. Matteo lo filmò e poi lo portò sul set di Reality. Oggi che Arena è uscito dal carcere è ancora una volta protagonista di un film, Ultras di Francesco Lettieri. Se non è una vittoria questa?".
di Andrea Oleandri*
Comunicato stampa, 8 marzo 2020
"Sta crescendo la preoccupazione tra i detenuti e i famigliari degli stessi. Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto decine di chiamate e e-mail da parenti di reclusi. Ci si rende conto che se il coronavirus arrivasse a contagiare qualche detenuto potrebbe in breve tempo diventare un problema enorme e difficilmente gestibile.
Di fronte a restrizioni di ogni forma di comunicazione con i famigliari e con l'esterno, come avevano purtroppo previsto, stanno dunque aumentando le tensioni. Ai detenuti va spiegato quello che sta accadendo affinché possano anche loro esserne pienamente consapevoli". Queste le dichiarazioni di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
"Quando siamo arrivati a Salerno - commenta Luigi Romano, presidente di Antigone Campania - abbiamo trovato il carcere presidiato dalle forze dell'ordine con anche il Questore sul posto, mentre all'interno stavano operando i reparti antisommossa della celere e dei carabinieri. La rivolta si è scatenata nel padiglione dei comuni, dopo che i detenuti hanno appreso dal tg nazionale la notizia delle restrizioni prevista nei nuovi decreti per i colloqui.
Il reparto è stato messo a soqquadro e alcuni detenuti sono saliti sul tetto. Fuori dal carcere - conclude Romano - abbiamo parlato con i detenuti in semilibertà preoccupati per le restrizioni che i decreti farebbero ricadere anche su di loro e sugli articoli 21 (i detenuti che svolgono lavori all'esterno)".
"Anche se non si può giustificare il ricorso alla violenza, la paura dei detenuti va compresa. Per questo non devono esserci ritorsioni verso coloro che sono stati coinvolti nella protesta. Ci appelliamo ancora una volta al governo affinché vari misure d'urgenza per rispondere a questa situazione: portare le telefonate a 20 minuti al giorno, anziché gli attuali 10 minuti a settimana, e favorire la concessione di provvedimenti di detenzione domiciliare e affidamento per tutti coloro che sono a fine pena e hanno fatto un positivo percorso penitenziario", conclude Gonnella.
*Ufficio Stampa Associazione Antigone
Il Messaggero, 8 marzo 2020
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha ordinato alla Guardia Costiera di fermare i migranti che tentano di attraversare il mar Egeo per raggiungere le isole della Grecia. "Su ordine del presidente non verrà permesso ai migranti di attraversare l'Egeo, perché è pericoloso", ha fatto sapere la Guardia Costiera turca, citata dall'agenzia Anadolu.
Intanto incassata la tregua a Idlib con Vladimir Putin, il Erdogan si rituffa nel braccio di ferro diplomatico con Bruxelles, mentre il confine tra Turchia e Grecia continua a bruciare, con nuovi scontri e accuse di violenze tra le rispettive polizie di frontiera. Gli attuali accordi migratori "non funzionano più", ha detto Erdogan in una telefonata ad Angela Merkel, chiedendo in sostanza una revisione dell'accordo sui migranti con l'Europa del 2016. Lunedì il presidente turco si recherà in visita a Bruxelles ma non si conoscono ancora i suoi incontri in programma. In Commissione c'è comunque preoccupazione per la questione migranti dopo che Ankara ha deciso di lasciare aperti i confini con l'Europa per consentire il passaggio delle migliaia di profughi in fuga dalle aree in guerra tra Turchia e Grecia.
Il Centro, 8 marzo 2020
"Pochi agenti e troppi detenuti: sono 410 ma la capienza del carcere è di 250". Una delegazione della Fp Cgil, il sindacato della pubblica amministrazione, visita il carcere di Castrogno e lancia l'allarme - come hanno già fatto più volte altri sindacati - per la carenza di agenti della Polizia penitenziaria e per il sovraffollamento dei detenuti.
La visita al carcere teramano è stata effettuata, si legge in una nota della Fp Cgil, "al fine di verificare le condizioni lavorative in cui operano i poliziotti penitenziari". A darne notizia sono Pancrazio Cordone, segretario Generale Fp Cgil Teramo, Stefano Branchi, coordinatore nazionale Fp Cgil Polizia penitenziaria, Giuseppe Merola e Roberto Cerquitelli della Fp Cgil Abruzzo Molise Polizia penitenziaria.
"Abbiamo una carenza di circa 68 unità di polizia penitenziaria", si legge nella nota diffusa ieri dai sindacalisti, "e una presenza di 410 detenuti, per lo più con problematiche psichiatriche, a fronte di una capienza di 250. Su questo servono interventi urgenti in tal senso, affinché vi siano condizioni ottimali lavorative che possano assicurare un discreto assetto organizzativo generale.
Il carcere teramano, dicono ancora i sindacalisti, necessiterebbe anche "di attività migliorative e riparative sulla manutenzione ordinaria e straordinaria delle sezioni detentive, visto che vi sono delle discutibili precarietà strutturali e logistiche".
Inoltre, i rappresentanti della Fp Cgil auspicano un intervento per ripristinare le condizioni ottimali del manto della strada che collega l'istituto penitenziario di Castrogno alla città, attualmente piuttosto sconnesso, "anche in ragioni di sicurezza per lo spostamento dei mezzi impiegati in compiti di traduzioni e piantonamenti detenuti. Coinvolgeremo i vertici istituzionali e le varie articolazioni periferiche, essendo fiduciosi nella consueta collaborazione istituzionale", conclude la nota del sindacato, "affinché vengano sortite le dovute aspettative, nell'interesse collettivo della comunità penitenziaria".
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