di Laura Cappon
Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2020
Lo studente egiziano dell'università di Bologna è stato portato nel penitenziario di Tora, dove è passato il foto giornalista Shawkan e dove è morto l'ex leader dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi. Tra due giorni il tribunale deciderà se allungare di altri 15 giorni la detenzione per Zaki, come già avvenuto una prima volta il 22 febbraio.
Marize è una ragazza minuta dai capelli corvini. È seduta in un caffè alla moda di New Cairo, quartiere trendy della capitale egiziana. Il suo sguardo parla da solo: dallo scorso 7 febbraio, quando suo fratello Patrick Zaki è stato arrestato all'aeroporto cairota, le sue giornate sono diventate un incubo. "Quel giorno lo stavamo aspettando agli arrivi, ci ha telefonato mentre era ancora sull'aereo dopo essere atterrato. Poi ha richiamato e ci ha detto che qualcosa non andava" racconta. "Dalle 4 del mattino all'una di notte del giorno dopo abbiamo aspettato all'aeroporto, cercando di capire. Alla fine abbiamo scoperto che era stato preso in custodia dalla sicurezza nazionale e che non si trovava più là ma a Mansoura". In quelle 21 ore, mentre scompariva dai radar senza poter contattare nessuno, Patrick è stato torturato dagli uomini dell'intelligence del Ministero dell'Interno.
Dopo aver cambiato due stazioni di polizia, quella di Mansoura e quella di Talkha, e essere passato dal carcere di Mansoura Patrick ora si trova nel penitenziario di Tora, sempre al Cairo, il più duro in Egitto, dove sono stati reclusi l'ex leader dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi, il foto giornalista Shawkan e dove stanno scontando la pena tantissimi attivisti politici. Un passaggio che fa diventare in maniera conclamata il suo caso politico. Il 7 marzo il tribunale deciderà se prolungare per il giovane studente egiziano la custodia cautelare di altri 15 giorni, come già avvenuto una prima volta il 22 febbraio. "Le accuse per noi sono spaventose, come è possibile, fino a ora non riusciamo a capire perché è successo questo, e perché proprio a lui" insiste la sorella.
Il caso di Zaki, che dallo scorso settembre studiava all'Università di Bologna, ha mobilitato l'opinione pubblica europea che ha collegato immediatamente la vicenda al caso di Giulio Regeni, lo studente di Fiumicello trovato morto il 3 febbraio del 2016 nella periferia del Cairo dopo essere scomparso nel nulla per 9 giorni. Le vicende sono diverse ma la cornice in cui si sono svolte è sempre la stessa: ossia la draconiana repressione del presidente egiziano Adel Fattah el-Sisi. Al Cairo, a poche centinaia di metri dalla storica piazza Tahrir, c'è la sede dell'EIPR, (Egyptian Initiative for Personal Rights), l'organizzazione dove Patrick lavorava. All'interno degli uffici ospitati in un grande appartamento stile liberty, gli attivisti studiano la strategia per liberarlo ma sono consci che non sarà facile.
Il team legale ha sporto querela per le torture subite da Zaki e soprattutto sta cercando di fare chiarezza sui verbali di arresto, secondo i quali il giovane sarebbe stato arrestato a Mansoura l'8 febbraio e non all'aeroporto del Cairo il giorno precedente.
"Abbiamo chiesto alle autorità dell'aeroporto di fornirci filmati delle telecamere del 7 febbraio, e non quelle relative all'8 come viene riportato dai verbali della polizia", spiega Hoda Nasrallah, l'avvocato a capo del team legale dell'EIPR. "Siamo andati a recuperare il fascicolo relativo al caso dai servizi di sicurezza nazionale, ma siamo riusciti ad avere solo il numero del caso, e non i contenuti dell'ordinanza. Speriamo di ottenerli non appena inizierà il processo davanti al tribunale". Senza i documenti del caso è impossibile anche capire quali siano i post di Facebook sui quali si basano le accuse.
Non è chiaro ancora se siano stati presi davvero dal profilo di Patrick o da un profilo fasullo. "In un paese che rispetta i diritti umani non importerebbe che cosa ha scritto sul suo profilo" spiega Gasser Abdel-Razek, presidente dell'EIPR. Ma in questo momento in Egitto basta la condivisione di un qualsiasi video di attualità per finire nel mirino e gli avvocati lo sanno. "Chiaramente Patrick è vittima dell'ennesimo giro di vite che è seguito alle proteste antigovernative di settembre" afferma un suo collega. "L'opinione pubblica europea ha reagito subito perché si sente colpevole di quello che è successo a Giulio Regeni e perché nessuno è mai stato punito".
Disporre delle carte con cui la magistratura egiziana ha costruito le accuse è l'unico modo per poterle decostruire. Le autorità egiziane lo sanno e per questo tardano nella consegna dei faldoni. A Mansoura, cittadina a 150 chilometri dal Cairo i genitori del giovane studente si erano trasferiti in pianta stabile nella casa di famiglia per poter visitare loro figlio ma ora torneranno nella capitale. Per ora hanno deciso di non rilasciare più dichiarazioni sino alla prossima udienza fissata per il 7 marzo. Wael Ghally ha lavorato al caso nelle prime settimane prima di passare il testimone a un suo collega che collabora con gli altri 3 avvocati dell'EIPR.
Dal suo ufficio al pianterreno di una strada soffocata da palazzi abusivi sostiene la campagna internazionale sperando che aiuti a fare pressioni sulla presidenza egiziana. Anche se tra alcuni attivisti si teme che il clamore suscitato dal caso possa invece portare il governo egiziano a essere ancora più duro. "Se si continua a tenere alta la pressione si potrebbe mirare alla grazia presidenziale" aggiunge. Il braccio di ferro tra gli avvocati e la magistratura egiziana continua, ma come spiega Hoda Nasrallah "a livello legale non ci sono motivi per cui Zaki debba essere tenuto in custodia cautelare. Purtroppo il suo rilascio non è ancora avvenuto".
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 6 marzo 2020
Jihad in Africa. Sequenza dei attacchi firmati Boko Haram con decine di morti. Il senatore e attivista Shehu Sani denuncia "il silenzio e l'inerzia delle autorità". Non accenna ad esaurirsi la spirale di violenze sta colpendo gli stati settentrionali della Nigeria. È di 14 morti (8 poliziotti e 6 militari) e circa 50 feriti il bilancio di un attacco avvenuto questo mercoledì nel nord-est della Nigeria, a Damboa, vicino al confine con la foresta di Sambisa, rifugio del gruppo jihadista Boko Haram. Secondo quanto riporta la stampa locale "l'esercito ha respinto l'attacco dopo due ore di combattimento durante le quali i miliziani hanno utilizzato armi pesanti e missili".
Morti che si aggiungono alle oltre 55 vittime di altri due attacchi, avvenuti tra domenica e martedì, in una serie di attentati simultanei contro i villaggi dello stato settentrionale di Kaduna. "Un gruppo di cento uomini armati, sospettati di appartenere a formazioni jihadiste e a bande specializzate nel furto di bestiame e nei rapimenti, ha attaccato i villaggi di Kerawa, Zareyawa e Marina nel distretto di Igabi, sparando sui residenti, saccheggiando e bruciando case" ha dichiarato il portavoce della polizia di stato Mohammed Jalige all'Afp.
"Finora sono stati trovati 50 corpi, ma la cifra non è definitiva e probabilmente aumenterà poiché le operazioni di recupero sono ancora in corso" ha affermato il governatore regionale, Nasiru El-rufai, durante una visita sui luoghi presi d'assalto. "I banditi hanno attaccato i villaggi mentre i fedeli lasciavano le moschee dopo la preghiera, sparando e colpendo a caso" ha aggiunto.
Violenze e attacchi che, secondo il quotidiano The Punch, sono una risposta alle operazioni militari in corso contro i nascondigli di banditi e gruppi jihadisti nella vicina foresta, una ritorsione contro gli abitanti dei villaggi colpiti "perché colpevoli di aver fornito informazioni sui loro nascondigli ai soldati".
Già lo scorso febbraio 21 persone, tra cui 16 membri della stessa famiglia, erano state uccise in un attacco simile contro il villaggio di Bakali nel vicino distretto di Giwa, dopo che le autorità nigeriane avevano affermato di aver ucciso "250 persone tra banditi e miliziani jihadisti del gruppo terroristico di Ansaru, affiliato a Boko Haram" in un'operazione di polizia nelle foreste dello stato di Kaduna. Non sono mancate le polemiche delle opposizioni nei confronti del presidente Muhammadu Buhari che ha rilasciato una dichiarazione sugli attacchi, esprimendo dolore per le uccisioni e preoccupazione sullo stato della sicurezza nel Paese.
Il senatore dello stato di Kaduna, Shehu Sani (attivista per i diritti umani e presidente del Congresso dei diritti civili della Nigeria) ha denunciato "il silenzio e l'inerzia delle autorità di fronte all'insicurezza che sta devastando il nord, la parte più povera del Paese", sottolineando il sentimento di abbandono delle popolazioni. "Omicidi e rapimenti sono diventati comuni negli stati di Kaduna, Katsina, Zamfara, e Borno - ha aggiunto Sani - i governatori del Nord continuano a nascondere la testa nella sabbia, temendo di opporsi al governo federale e di adottare misure indipendenti per proteggere il loro popolo".
"Il paese deve trovare al più presto una soluzione riguardo al problema della sicurezza - ha dichiarato Atiku Abubakar, principale oppositore e leader del Partito democratico del popolo (Pdp) -, è assolutamente necessario lottare per contenere le insurrezioni islamiste nel nord-est, i conflitti etnici tra pastori nomadi fulani (musulmani) e contadini (cristiani) e i gruppi militanti nel delta del Niger a sud-est". Una guerra "quotidiana" che, secondo un recente report di International Crisis Group, ha causato oltre 35mila vittime in dieci anni, spinto più di 2 milioni e mezzo di profughi ad abbandonare le proprie case con oltre 700 attacchi contro civili nel solo 2019.
di Rocco Cotroneo
Corriere della Sera, 6 marzo 2020
Intervistata dal medico tv in prima serata, la transessuale Suzy de Olivera è stata sommersa poi di lettere e richieste di visite da tutto il Paese. Una trans reclusa in un carcere maschile, in Brasile, il peggior posto al mondo dove finire in galera e soffrire umiliazioni e violenze legate alla propria diversità. Senza ricevere una sola visita di un amico, o un parente, da otto lunghi anni. Quando il medico tv Drauzio Varella, che è andato a trovare Susy per un reportage tv, l'ha infine abbracciata dopo una intervista emozionante, l'effetto è stato immediato.
Un tam tam sui social e la transessuale simbolo della solitudine è stata sommersa dal calore dei brasiliani: decine di richieste al carcere di San Paolo per andarla a trovare, e centinaia per inviarle un messaggio, o una lettera. Il dottor Drauzio Varella - che pure qui era già assai famoso come divulgatore scientifico al pari di un Piero Angela - anch'egli coperto di messaggi e complimenti per il gesto. Una società insomma, quella brasiliana, che sta passando per un momento difficile sul piano dei diritti civili a causa delle politiche reazionarie del governo di Jair Bolsonaro; ma che in questa vicenda sembra riallinearsi su un aspetto importante della sua anima nazionale, quello della tolleranza generosa.
Il servizio, mandato in onda in uno dei programmi più visti della tv Globo, alla domenica sera, raccontava con gli occhi del dottor Varella, una vita da volontario nelle prigioni, come vivono i 700 detenuti transessuali nelle carceri maschili dello stato di San Paolo. Violenza, abbandono e umiliazioni sono il destino riservato in carcere a queste donne intrappolate in corpi maschili, soprattutto all'inizio della detenzione, o quando non è possibile riservare loro delle sezioni separate. Susy de Oliveira Santos, 30 anni, racconta che solo dopo quattro anni di reclusione, quando ha finalmente ottenuto un lavoro, è riuscita ad evitare di doversi prostituire per qualunque cosa, da un tubetto di dentifricio a qualcosa di decente da mangiare.
Ma i lunghi anni di isolamento dalla società avevano reso Susy un fantasma, là fuori non c'era più nessuno che si ricordasse di lei. "Quando mi ha detto che da sette o otto anni non riceveva una visita ho visto una tristezza nel suo sguardo tale che è stato impossibile non emozionarmi", racconta Varella. "È stato spontaneo alzarmi e abbracciarla. Solo dopo che il servizio è andato in onda mi sono reso conto di quello che avevo fatto, e mi ha stupito tanta ripercussione, come se fosse assurdo abbracciare un altro essere umano".
A quel punto la direzione dei penitenziari di San Paolo è intervenuta su Twitter, indicando l'indirizzo per mandare lettere a Susy. Varella ha ammesso che è stata accesa la discussione sull'opportunità o meno di mandare in onda in un programma per famiglie in prime time un tema così scottante. "Poteva scatenare una ondata di indignazione, perché in Brasile su questi temi esistono forti pregiudizi. Invece l'effetto è stato totalmente l'opposto". Sempre lo stesso reportage ha fatto scattare una colletta nazionale per aiutare finanziariamente un'altra detenuta, Lolla Ferreira Lima, che ha appena ottenuto la libertà condizionata e ha ricominciato una vita vendendo bottigliette d'acqua negli incroci di San Paolo vestita da pagliaccio.
di Rita Bernardini, Sergio d'Elia, Elisabetta Zamparutti*
Il Riformista, 5 marzo 2020
Di fronte all'emergenza legata al Coronavirus in carcere e alle misure restrittive con cui la si sta affrontando, come associazione "Nessuno tocchi Caino" chiediamo che il principio di prevenzione della "rarefazione sociale", come affermato dal vice ministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, volto a evitare ogni forma di aggregazione, trovi applicazione anche in carcere.
Attualmente la situazione delle carceri è in uno stato di gravissimo sovraffollamento con 61.230 detenuti per 47.231 posti effettivi disponibili. Questi dati lo connotano come un luogo di concentramento e segregazione sociale, di per sé fuori legge, dove ogni rischio, anche quello sanitario, è amplificato.
Se si chiudono scuole o stadi per evitare che troppe persone stiano insieme, allora la principale misura da adottare anche in carcere deve essere quella di una moratoria immediata dell'esecuzione penale volta a ridurre drasticamente i numeri della popolazione carceraria con provvedimenti che potrebbero riguardare, ad esempio, i casi di detenzione per brevi pene o residui di pena da espiare.
In questo momento, in Italia ci sono 8.682 detenuti che hanno un residuo pena da scontare inferiore ai 12 mesi e altri 8.146 che devono scontare pene tra 1 e due anni. Non è infatti chiudendo ai colloqui, alle attività esterne o alle misure alternative che si può fronteggiare il rischio di epidemia in carcere.
Anzi, la sospensione di norme fondamentali dell'ordinamento penitenziario aggrava ulteriormente la situazione strutturale di illegalità nell'esecuzione della pena nel nostro Paese. Moratoria dell'esecuzione penale e provvedimenti come amnistia e indulto si confermano quindi essere le uniche misure idonee a riportare le carceri e la giustizia nell'alveo dello Stato di diritto, l'unica alternativa a tutte le emergenze.
La crisi legata al Coronavirus conferma quanto la soluzione della costruzione di nuove carceri - anziché il sistematico ricorso alle misure alternative - sia assolutamente inadeguata ad affrontare i problemi legati alla recidiva.
*Associazione "Nessuno tocchi Caino"
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 marzo 2020
"Si comunica che come da disposizioni ricevute in data odierna, sono sospesi da oggi tutti i colloqui per tutto il mese di marzo per motivi sanitari del coronavirus. Non recatevi ai colloqui in quanto sono vietati gli ingessi".
È la comunicazione che è arrivata a tutti i familiari dei ristretti nei penitenziari nelle regioni Veneto e Lombardia. Questo è l'effetto del decreto legge 9 del 2020 che, però, nello stesso tempo consiglia di disporre l'aumento delle telefonate e l'utilizzo dei colloqui via Skype. L'articolo 10, comma 14, stabilisce infatti che "sino alla data del 31 marzo 2020 i colloqui con i congiunti o con altre persone cui hanno diritto i condannati, gli internati e gli imputati sono svolti a distanza, mediante, ove possibile, apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o mediante corrispondenza telefonica".
Il Garante dei detenuti di Milano Francesco Maisto è rimasto deluso di tale scelta, perché, finora, nelle carceri milanesi di Opera, Bollate, San Vittore e il minorile Beccaria, i colloqui si erano svolti adottando precauzioni per evitare contagi. Per i detenuti quindi era possibile ricevere la visita di una sola persona per volta. Per compensare tale chiusura, Maisto si auspica che siano ampliate le telefonate e rendere operativi i colloqui via Skype. Ma basteranno i servizi informatici messi a disposizione?
Teoricamente, secondo la circolare scorsa, il Dap invierà 400 PC portatili ai Provveditorati Regionali che - a loro volta - ne cureranno la distribuzione presso gli Istituti penitenziari dell'ambito territoriale di competenza, nel numero di due pc a istituto. Resta il fatto che per ora i detenuti si trovano in difficoltà, soprattutto per la preoccupazione che hanno nei confronti dei loro familiari.
Ma solo le carceri delle due regioni del nord hanno scelto questa chiusura? A quanto pare no. La moglie di un recluso al carcere di Favignana, una piccola isola della regione Sicilia, riferisce a Il Dubbio che dal 26 febbraio scorso la direzione ha vietato i colloqui con i familiari per via dell'emergenza coronavirus. In compenso hanno concesso le telefonate straordinarie e le videochiamate. Un fatto singolare visto che il decreto governativo, tra l'altro emesso pochi giorni fa, ha dato indicazioni specifiche per quanto riguarda le regioni dove si sono sviluppati i focolai.
Il decreto è chiaro: il tema dei colloqui con i congiunti e le altre persone si applica esclusivamente in Lombardia e Veneto. Una misura emergenziale, ma limitata appunto solo alle regioni del Nord. Il caso si fa ancora più particolare quando, sempre secondo la testimonianza della familiare, al carcere siciliano di Favignana è stato vietato l'accesso anche al suo avvocato.
Ma non solo. Il recluso, un giovane di 26 anni, è anche affetto da una particolare patologia alle mandibole e finora, sempre a causa dell'emergenza coronavirus, è stato vietato al medico odontoiatra di poter entrare in carcere per visitarlo. Nel penitenziario, d'altronde, non c'è presidio medico, l'assistenza sanitaria proviene esclusivamente dall'esterno.
Come se non bastasse, sempre quanto riferito dalla moglie, durante una perquisizione ordinaria hanno sottratto al detenuto una medaglietta di Lourdes che gli era stata consegnata dai familiari nel mese di dicembre.
Il motivo? Per le autorità del carcere di Favignana si tratta di un materiale che proviene dall'esterno e, quindi, potenzialmente potrebbe essere un veicolo del virus Covid- 19. Non è un caso che qualche giorno fa il Garante Nazionale delle persone private della libertà ha lanciato l'allarme sulle decisioni prese da alcuni istituti penitenziari di regioni non coinvolte e che finiscono "col configurare il mondo recluso come separato dal mondo esterno e portatore di un fattore intrinseco di morbilità".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 5 marzo 2020
Non denunciare l'ingiustizia se a esserne colpito è un personaggio noto: perché il legalismo dei piombi uguali per tutti dirà che tu scendi in campo solo per difendere il privilegio di quello lì, mentre dei poveracci ti disinteressi. L'argomento era di moda anche al tempo di Tortora, e giustamente Leonardo Sciascia lo rivoltava spiegando che la fama del personaggio aveva almeno permesso a tutti di vedere come in questo Paese "i giudici potevano fare quel che volevano, distruggere una persona innocente nella reputazione e negli averi e, principalmente, privarla della libertà".
Ma c'è altro da opporre a questo modo di ragionare (se di ragionamento si può parlare). Ed è questo: va bene, diciamo pure che noi ci mobilitiamo solo quando c'è di mezzo uno che conta mentre dei poveracci non ci interessa nulla. Ma voi? Per i poveracci voi che cosa fate? L'ingiustizia che colpisce i potenti non vi smuove (se non per far festa), mentre di quella che si incattivisce sui disgraziati vi occupate soltanto per denunciare che noi non ce ne occupiamo (cosa peraltro falsa). E allora il ragionamento non fila più e spiega semmai una verità diversa, cioè che non vi importa né dei potenti né di quelli senza nessun potere, e piuttosto vi basta che in galera ci vadano tutti quanti. Questo basta alla vostra idea di giustizia.
Va avanti da decenni, questa solfa. Denunci un caso di ingiustizia e ti dicono che lo denunci solo perché si tratta di un privilegiato, e ti rinfacciano la condizione "di tutti gli altri". Ma loro per tutti questi altri che cosa fanno? Che cosa fanno per i malati e i morti di carcere? Che cosa fanno per le madri che crescono i bambini in prigione? Che cosa fanno per i tossicodipendenti, per i disturbati di mente, per i miserabili e diseredati, insomma per l'umanità derelitta che affolla le galere? Per tutti questi non fanno assolutamente nulla. Questi promotori della cattiveria giudiziaria equamente distribuita non si accorgono di quanto sia immondo lo scenario sociale che si realizzerebbe nel trionfo della loro idea. L'idea (e oscuramente il desiderio) che le ingiustizie sociali, che pure esistono, le divaricazioni di rango, le disuguaglianze di censo, finalmente trovino composizione nella pena e nelle restrizioni del carcere. L'ingiustizia della galera come soluzione delle ingiustizie nella società libera. Il paradiso sociale garantito dall'inferno della prigione. Col piccolo particolare che non ne viene più giustizia ma una ingiustizia moltiplicata, coi privilegiati a condividere con i poveracci il privilegio del disinteresse comune.
di Giorgio Spangher
Il Riformista, 5 marzo 2020
C'è un dato difficilmente confutabile: il ministro della Giustizia ha conseguito a pieno i suoi obiettivi: prescrizione (il lodo Conte è ibernato), intercettazioni (la disciplina è stata addirittura aggravata nel passaggio parlamentare), legge delega di riforma del processo penale sono stati approvati. I velleitarismi sono stati respinti con perdite.
La tecnica ministeriale: niente tavoli preventivi, prima si approva, poi si discute, è risultata vincente. Il dato consente una valutazione dei tre passaggi [ai quali può aggiungersi in senso più ampio la legge numero 3 del 2019 (anticorruzione)] attraverso i quali si è articolata - nel senso della involuzione e delle controriforme - l'azione di politica criminale.
Il primo punto è il rafforzamento dei mezzi di indagine a disposizione dell'accusa: trojan, azioni sotto copertura, whistleblowing. Il secondo punto è l'inasprimento sanzionatorio, sia penale, sia esecutivo-penitenziario, con le conseguenti ricadute processuali (sulle indagini preliminari e sulle misure cautelari).
Il terzo punto è teso a convogliare ulteriormente le opzioni processuali della difesa verso i riti a contenuto premiale (patteggiamenti extralarge; decreti penali di condanna con ulteriori sconti di pena; estinzione del reato a seguito di adempimenti di prescrizioni, di indennizzi, di lavori socialmente utili; di collaborazioni e restituzioni), peraltro con esclusione per i reati più gravi (abbreviati punti con l'ergastolo e patteggiamenti dove si incrementano le preclusioni).
Il quarto punto evidenzia un aggravamento degli adempimenti della difesa sia in relazione alle notificazioni (elezione di domicilio), sia con riferimento ai giudizi di impugnazione (nuovo mandato), sia per quanto attiene al dovere di farsi carico delle sollecitazioni agli adempimenti cui gli altri soggetti vi sarebbero tenuti (richiesta di definizione del procedimento e del processo; verifica della regolarità della tardività delle iscrizioni).
Il quinto punto è costituito da un malinteso senso efficientista che compromette precise garanzie fondamentali: la collegialità esclusa nel giudizio d'appello del rito monocratico; l'immediatezza nel caso della diversa composizione del collegio; la professionalità con il ricorso a giudici onorari per delicate funzioni decisorie.
Il sesto punto evidenzia un irrealistico affermato contingentamento dei tempi processuali evidenziato dall'allungamento di quelli del procedimento per decreto, dall'inserimento di una inedita udienza in limine al rito monocratico, dal permanere di tempi morti nella fase delle decisioni delle indagini preliminari. Non mancano, tuttavia, alcune previsioni che possono essere condivise e altre sulle quali sarà necessario verificare la pratica attuazione. Tra queste ultime si segnalano: la relazione illustrativa delle parti sulla richiesta di prove, se l'accusa eviterà, come in passato di anticipare i contenuti degli atti processuali di cui al fascicolo; la rinuncia alla propria prova ammessa senza consenso delle altre parti.
Tra gli aspetti favorevoli vanno segnalati, oltre all'informatizzazione di alcune attività processuali, fra gli altri, il deposito di consulenze tecniche e perizie in tempi congrui rispetto all'udienza fissata per l'esame; la celebrazione a richiesta della difesa dell'appello nella forma del rito camerale non partecipato; l'inappellabilità della sentenza di proscioglimento a pena pecuniaria; la predisposizione del calendario delle udienze destinate all'assunzione delle prove. Un discorso a parte va sviluppato con riferimento alle nuove regole di giudizio introdotte dalla riforma.
Se possono essere condivise quelle poste a fondamento dell'archiviazione e della sentenza di non luogo, ispirate da una logica diagnostica e non più meramente prognostica, ancorché indirettamente tese a suggerire l'accesso ai riti premiali, perplessità solleva il mantenuto criterio di economia processuale che affianca quello della necessità delle prove per ammissione al rito abbreviato condizionato.
In termini generali, non può non segnalarsi l'accentuarsi della cosiddetta amministrativizzazione del processo penale, tra direttive, intese, protocolli, progetti organizzativi, criteri di priorità, con interferenze anche di organi estranei alla giurisdizione e comunque con possibili significative differenziazioni territoriali, oggettive e soggettive.
La scommessa della ipotizzata riforma è riposta, tuttavia, nel rispetto delle scansioni temporali da parte dei pubblici ministeri nella fase delle indagini e dei giudici nella fase processuale, che a differenza dall'essere sanzionata con sanzioni disciplinari, richiederebbe incisive sanzioni processuali.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 marzo 2020
Giustizia a macchia di leopardo? Forse è un brutta espressione. Certo la tutela dei diritti non può mai fermarsi del tutto. Lo dimostra il decreto legge di tre giorni fa, che ha previsto eccezioni alla sospensione dei termini e al rinvio delle udienze persino per i due Tribunali della "zona rossa", quelli di Lodi e di Rovigo: nello stesso originario epicentro dell'emergenza coronavirus si prevede comunque di celebrare, per esempio, i processi penali con detenuti e le udienze civili relative a minorenni.
La giustizia non è destinata al blocco totale scattato per l'istruzione. Ma nelle ultime ore si moltiplicano gli appelli al ministro della Giustizia Alfondo Bonafede affinché le misure introdotte nell'area più a rischio siano estese a tutti gli uffici dello Stivale. A chiederlo sono innanzitutto l'Organismo congressuale forense e l'Unione nazionale Camere civili, che sollecitano il guardasigilli, nel primo caso, a disporre "la sospensione dei termini e il differimento delle udienze su tutto il territorio nazionale, per la durata di due settimane" e, nel caso dei civilisti, a "una sospensione immediata di tutte le udienze" sempre in tutto il Paese con "proroga di tutti i termini che non possono essere rispettati per via telematica".
Richieste a cui si aggiungono vari casi di tensione in diversi uffici giudiziari. A Milano il ricovero scattato martedì per due magistrati, marito e moglie, risultati positivi al coronavirus ha prodotto il rinvio di tutte le udienze "non urgenti", che ieri si è esteso alla Corte d'appello, dove il presidente vicario Giuseppe Ondei ha prescritto di differire i giudizi "a data successiva al 31 marzo". Restano in una situazione paradossale molti avvocati, costretti comunque a entrare fisicamente a Palazzo di giustizia per verificare l'effettivo rinvio e la data indicata dal giudice. A Vibo Valentia è bastato scoprire, durante un udienza penale, che uno dei testi proveniva da Lodi perché non solo la giudice Rosa Maria Luppino ordinasse il tampone ma soprattutto per assistere a un frenetico fuggi fuggi in tutti i piani del Tribunale.
Un magistrato di Firenze si è messo in "autoisolamento" (e la sua stanza è stata fatta bonificare dalla presidente del Tribunale Marilena Rizzo) dopo che ha appreso del ricovero dei colleghi milanesi, con uno dei quali aveva seguito un convegno. Insomma, una situazione difficile, magmatica, in cui il presidente del Cnf Andrea Mascherin ha rinnovato anche ieri l'aggiornamento sull'emergenza coronavirus per i presidenti di Coa e Unioni forensi, in particolare con il richiamo dei chiarimenti diffusi martedì dal ministero della Giustizia.
Da via Arenula infatti sono arrivate non solo precisazioni sull'applicabilità delle misure previste per i Tribunali della "zona rossa", ma anche la conferma della richiesta del guardasigilli di valutare "provvedimenti ulteriori e eccezionali", per i singoli uffici giudiziari, inoltrata al ministro della Salute Roberto Speranza. "Su una eventuale chiusura di tribunali interessati da episodi di contagio, le autorità competenti sono", ricorda appunto Bonafede, "il ministero della Salute o, su delega di quest'ultimo, il presidente della Regione interessata". Ma certo la scelta di estendere la sospensione dei termini (processuali e sostanziali) e il rinvio delle udienze all'intero Paese, come richiesto da Ocf e Camere civili, spetta al Coniglio dei ministri.
"La situazione sta progressivamente degenerando ben oltre le aree già classificate come zone rosse", ricorda d'altra parte il coordinatore dell'Organismo congressuale forense Giovanni Malinconico nella sua lettera al ministro della Giustizia.
È "molto arduo, se non impossibile", aggiunge, "effettuare i dovuti controlli circa gli ambiti di rispettiva provenienza". Anche considerato che le attività giudiziarie "contemplano un afflusso di persone non limitato alle sole parti e ai loro difensori (testimoni, consulenti, verificatori, coadiutori, etc.)". Le misure sinora adottate in numerosi uffici, scrive il coordinatore di Ocf, "sono idonee a limitare le possibilità di contagio nelle sole aule di udienza e all'interno delle cancellerie (peraltro con esiti evidentemente insufficienti, visto il caso di Milano)".
Perciò Malinconico reitera la richiesta di "intervenire con un provvedimento di immediata urgenza che fronteggi l'emergenza in modo omogeneo e con il quale si disponga la sospensione dei termini sostanziali e processuali e il differimento delle udienze e delle altre attività giudiziarie su tutto il territorio nazionale, per la durata di due settimane". Qualora la situazione "restasse immutata", conclude Malinconico, l'OCf "dovrà comunque assumere iniziative atte a garantire in modo più adeguato la salute degli avvocati italiani e le esigenze di tutela dei diritti dei cittadini".
Sull'ipotesi di una sospensione di due settimane Malinconico trova il sostegno, tra l'altro, di Fratelli d'Italia, che con la capogruppo in commissione Giustizia alla Camera Carolina Varchi "recepisce l'appello" venuto dall'Organismo forense. A sua volta il presidente dell'Unione nazionale Camere civili Antonio de Notaristefani chiede "la sospensione immediata su tutto il territorio nazionale".
È meglio "lavorare per prevenire il propagarsi dell'infezione", secondo il presidente dei civilisti, "piuttosto che tentare di tamponarne le conseguenze, spesso senza neppure riuscirvi". E ancora: "Invece che sospendere le udienze solo nei Tribunali dove già si sono verificati casi di contagio da coronavirus, occorre farlo in via preventiva a livello nazionale per evitare che questi si verifichino. Al contrario, le misure disposte quando il contagio si è ormai verificato risultano tardive e inefficaci", spiega de Notaristefani, "e hanno l'unico effetto di diffondere ulteriormente il panico, perché certificano l'inefficacia delle misure fino a quel momento adottate".
È una linea mediana quella scelta dall'Anm, che in un momento reso tesissimo dal caso milanese si limita a chiedere la "sospensione delle attività processuali", sul modello del periodo "feriale", per quei distretti con casi di contagio e "potenziale rischio di esposizione". E il sistema è troppo stressato per non lasciar presumere che davvero a breve possano intervenire altre misure straordinarie.
di Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 5 marzo 2020
I rinvii dei termini processuali previsti dall'ultimo decreto legge sull'emergenza coronavirus non bastano: il Dl 9/2009 ne prevede solo per la zona rossa, ma avvocati e commercialisti chiedono una sospensione per tutto il territorio nazionale. Sia nei procedimenti ordinari sia in quelli tributari.
La richiesta è stata avanzata ieri da Consiglio nazionale dei commercialisti (Cndcec), Organismo congressuale forense (Ocf) e Unione nazionale camere civili (Uncc), dopo che i casi di contagio che hanno riguardato due magistrati di Milano hanno fatto saltare il tappo delle tensioni covate nelle aule e nei corridoi negli ultimi dieci giorni.
Il Palazzo di giustizia di Milano è stato chiuso alle attività ordinarie non urgenti, ma poi vari presidenti di sezione hanno emanato provvedimenti con regole particolari. In almeno un caso, relativo a una sezione penale, agli avvocati è stato chiesto di essere comunque presenti di persona, per prendere nota delle date di rinvio delle udienze.
Gli organismi dell'avvocatura di varie parti d'Italia hanno chiesto l'intervento del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, cui i problemi della categoria erano stati già illustrati già il 24 febbraio dal presidente del Consiglio nazionale forense (Cnf), Andrea Mascherin. Il ministro non si è ancora espresso su un rinvio generalizzato. Di qui le richieste di ieri.
Richieste basate non solo sul proliferare di prassi locali che non di rado incidono su diritti garantiti dalla Costituzione, ma anche sul fatto che molti professionisti svolgono la loro attività in sedi giudiziarie sparse per tutta Italia, rischiando di prendere il virus e diffonderlo in altri uffici lontani. A questi problemi hanno fatto riferiment0 i presidenti dell'Ocf, Giovanni Malinconico, e dell'Uncc, Antonio de Notaristefani.
In sostanza, si chiedono per tutta Italia il rinvio di ufficio delle udienze già fissate, moratoria sulla fissazione di nuove udienze e la sospensione di tutti i termini processuali. Nel caso del processo tributario c'è un ulteriore problema, rilevato da Massimo Miani, presidente del Cndcec: "Quello tributario è l'unico processo non contemplato nel Dl 9/2020 che ha previsto il rinvio delle udienze e dei termini processuali per tutte le altre giurisdizioni.
Analogo provvedimento è necessario per il termine di 90 giorni entro cui svolgere i contraddittori presso gli uffici territoriali dell'agenzia delle Entrate nell'ambito dei procedimenti di accertamento con adesione. Tali termini andrebbero anch'essi sospesi e con essi quelli per proporre l'eventuale.
L'emergenza coronavirus, con le conseguenti difficoltà lavorative degli avvocati, è anche alla base della richiesta del Cnf, Ocf e Cassa forense al Governo per "estendere, fino al 30 giugno, la finestra temporale per la compensazione dei debiti fiscali con i crediti per spese, diritti e onorari spettanti agli avvocati ammessi al patrocinio a spese dello Stato, portandola in deroga per l'anno 2020 dal 1° marzo al 30 giugno o altra diversa scadenza".
di Pieremilio Sammarco*
Il Tempo, 5 marzo 2020
È eccessiva la discrezionalità del magistrato di decidere cosa è rilevante o meno. La nuova legge sulle intercettazioni che entrerà in vigore il 1° maggio sta suscitando numerosi commenti da più parti. E balzato agli occhi un recente contributo dell'ex Procuratore Capo di Roma apparso su La Stampa del 3 marzo. In particolare, egli sostiene che la nuova legge "fa registrare un miglioramento significativo" sul diritto di difesa, dato che consentirebbe ai difensori di conoscere gli atti dell'autorità inquirente durante la fase delle indagini.
In più, oltre a ritenere l'allargamento dell'uso del trojan estremamente utile alle indagini, egli si sofferma sul delicato compito del pubblico ministero di vigilare affinché non vengano trascritte espressioni lesive della reputazione o della riservatezza altrui, salvo che non risultino rilevanti per le indagini e ritiene che in futuro la scomparsa dai giornali delle notizie di gossip frutto delle intercettazioni sia un risultato concretamente raggiungibile.
Inoltre, secondo il dott. Pignatone, la cattiva prassi di pubblicare gli atti di indagine riservati si deve al fatto che nel momento in cui gli atti vengono consegnati al difensore, vi sarebbe una moltiplicazione delle persone a conoscenza delle informazioni, "il che rende di fatto impossibile identificare da chi attingano i giornalisti". Si tratta di considerazioni che possono essere confutate ed è utile, ai fini del dibattito in corso, replicare da una diversa prospettiva.
Quanto al (presunto) significativo miglioramento del diritto di difesa, vi sono delle riserve: la norma prevede che la decisione sulla rilevanza degli atti oggetto di intercettazione competa in via esclusiva al p.m. titolare delle indagini; ciò che viene da quest'ultimo ritenuto non rilevante si inserisce in un archivio segreto su cui la difesa ha un faticoso accesso nel mare magnum dei dati.
Ora, è noto che la nozione ed il concetto di rilevanza sono soggettivi e dunque discrezionali e perciò potrebbe ben configurarsi il caso in cui una intercettazione valutata non rilevante dall'autorità inquirente possa invece poi risultare determinante per sostenere una determinata tesi difensiva.
Quanto all'allargamento dell'uso dei trojan, l'autore non dice che tali software spia verranno estesi anche alla figura dell'incaricato di pubblico servizio per i reati contro la pubblica amministrazione. Così verranno intercettate vaste ed eterogenee categorie professionali i cui appartenenti sono considerati incaricati di pubblico servizio: guardie giurate, custodi dei cimiteri, bidelli, autisti dei mezzi pubblici, portieri di beni immobili statali, medici di famiglia, dipendenti delle ASL, infermieri degli ospedali, postini e impiegati degli uffici postali, farmacisti, conduttori dei programmi tv, preti, gestori degli stabilimenti balneari, impiegati delle delegazioni Aci, ausiliari del traffico, dipendenti dei consorzi agrari, guidatori di carri attrezzi, dipendenti di Trenitalia, tecnici delle compagnie telefoniche, operatori degli obitori, dipendenti delle ricevitorie del lotto e molti altri ancora.
Da ultimo, quanto alla (costante) pubblicazione sui media di atti e notizie riservati, Pignatone sostiene che nel momento in cui gli atti di indagine sono comunicati ai difensori cade il segreto istruttorio; in realtà, la prassi ha dimostrato che la pubblicazione avviene sin dalle prime fasi delle indagini e non è vero che tali atti siano a disposizione di un numero rilevante di soggetti, giacché essi sono circoscritti al solo pubblico ministero titolare delle indagini e agli ufficiali della polizia giudiziaria che hanno redatto l'informativa.
E non è logico ritenere che la diffusione degli atti possa provenire dalla difesa che certo non ha interesse alla loro divulgazione. Né si parla dello stretto e malsano collegamento tra giornalisti ed inquirenti in virtù del quale sono sempre le stesse testate a pubblicare le notizie riservate e dei simulati accertamenti sulle fughe di notizie svolti dalla medesima Procura della Repubblica presso cui si è verificata la fuoriuscita; così si assiste al paradosso in cui il p.m. indaga su se stesso o sugli ufficiali della polizia giudiziaria con i quali collabora quotidianamente e l'esito dell'indagine è ovviamente scontato.
*Professore di Diritto Comparato Università di Bergamo
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