di Liana Milella
La Repubblica, 7 marzo 2020
Ma si faranno quelli urgenti. I tribunali non chiudono. Decidono i capi degli uffici. Sì alle udienze per divorzi, minori, espulsioni. Stop ai permessi per i detenuti. Fino al 31 maggio scatta il massimo stato di emergenza possibile in tutti i tribunali italiani. Con il rinvio dei processi, sia civili che penali, che non hanno carattere di urgenza. Stop anche ai colloqui in carcere e ai permessi per i detenuti. Ma attenzione: la giustizia non è la scuola, quindi gli uffici giudiziari non solo non chiudono i battenti, ma non ci sarà alcun tipo di automatismo. Si valuterà, caso per caso, quale processo effettivamente debba essere rinviato a dopo il 31 maggio e quale invece debba essere necessariamente fatto. Come per tutti i casi che riguardano le famiglie (ad esempio i divorzi), ma soprattutto i minori.
Il decreto legge di via Arenula - Tre articoli, e poco più di tre pagine. Chi ha potuto vedere il decreto legge del Guardasigilli Alfonso Bonafede, cui sta lavorando il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, lo descrive come un "cantiere tuttora aperto" perché fino all'ultimo momento potrebbe cambiare l'elenco delle emergenze non rinviabili.
Perché, per 24 ore, proprio questo è stato l'oggetto di discussione in via Arenula: intervenire sul Coronavirus, per evitare qualsiasi tipo di possibile diffusione, ma al contempo non bloccare la macchina della giustizia italiana. Perché questo sarebbe un danno troppo grande, rispetto al quale - è il messaggio del ministero - chi opera in quel mondo, magistrati, avvocati, agenti penitenziari, ma anche parenti dei detenuti - devono fare ognuno la propria parte di responsabilità.
Il rinvio a dopo il 31 maggio - Saranno i capi degli uffici giudiziari (il presidente della Corte di appello e il procuratore della Repubblica), dopo aver consultato sia i responsabili sanitari della Regione, sia il Consiglio dell'ordine degli avvocati, a decidere le misure sulla vita nei palazzi di giustizia e quindi sui processi da fare oppure da rinviare con l'obiettivo di evitare sia gli assembramenti che i contatti troppo ravvicinati tra le persone.
Le regole obbligatorie - I palazzi di giustizia, quindi, non chiudono. Ma vi potrà entrare solo chi potrà dimostrare di dover compiere atti effettivamente urgenti. Quindi anche gli orari di ingresso saranno ridotti. Mentre verrà potenziato un sistema di prenotazioni per fare in modo che chi deve compiere un atto urgente possa entrare in tribunale ad un orario prestabilito.
I processi civili e penali - Il decreto è molto dettagliato nel capitolo che riguarda i processi. A cominciare dal divieto della presenza del pubblico. Anche per quelli civili saranno possibili collegamenti "da remoto" che garantiscano il contraddittorio ma evitino contatti diretti tra le persone. Quanto al rinvio delle udienze dopo il 31 maggio sono previste delle deroghe. In ambito civile, per esempio, si svolgeranno comunque le udienze che riguardano i divorzi, quando vi sia da decidere il mantenimento. Si faranno i processi sugli abusi familiari, ma anche quelli sulle espulsioni, nonché tutte le udienze che riguardano i minorenni che quasi sempre hanno carattere di urgenza. Saranno comunque i giudici a decidere caso per caso. Ovviamente, tra le urgenze, ci saranno soprattutto i processi con persone detenute, anche in custodia cautelare.
La prescrizione bloccata - Per tutti i processi rinviati la prescrizione resterà bloccata. Quindi non si perderà un solo giorno. Ricomincerà a decorrere quando l'emergenza sanitaria sarà terminata.
Le regole per i detenuti - Videoconferenze per tutti i detenuti che devono prendere parte a un processo, ad esempio per essere interrogati. Blocco degli incontri direttivo tra detenuti e familiari, che saranno comunque garantiti ma probabilmente via telefono. Permessi premio e semilibertà bloccate ma solo dopo il via libera del Garante dei detenuti d'intesa con il magistrato di sorveglianza.
di Francesco Lo Piccolo*
huffingtonpost.it, 7 marzo 2020
Pensando all'emergenza Coronavirus - a questa epidemia che può diventare un'occasione per riflettere su noi stessi e per non trattare gli altri come estranei e appestati, come dice il filosofo Galimberti - non posso non pensare alla situazione delle carceri. Un po' perché da oltre dieci anni ho imparato a conoscere cosa è e cosa fa il carcere, e un po' perché conosco le tante persone che vi sono rinchiuse e con le quali ho avviato e avviato progetti legati alla scrittura, all'editoria, al teatro.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 7 marzo 2020
Strano periodo quello che stiamo vivendo. E ancora più strano, ansioso, angoscioso per coloro che si trovano in carcere o dentro hanno un parente. L'amministrazione penitenziaria ha fortemente ridotto ogni contatto con l'esterno, per cercare di impedire la diffusione del virus in un contesto chiuso, e quindi estremamente rischioso, come è un istituto penale.
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 7 marzo 2020
Una giudice di Milano bloccata all'ingresso di San Vittore perché ha la febbre e potrebbe essere infetta. L'immagine svela l'isolamento in cui versano le carceri italiane e in particolare quelle lombarde, coi detenuti ai quali sono state tolte le possibilità di avere colloqui di persona coi familiari e di uscire, nemmeno per lavorare, se non con deroghe eccezionali. Per il momento non sono stati registrati casi di coronavirus. Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato di polizia penitenziaria, informa che "nelle carceri lombarde ci sono una ventina di persone in isolamento perché hanno la febbre, non il coronavirus, per una misura di cautela. A nessuna di loro è stato fatto il tampone, perché non ci sono i criteri che valgono per tutti. Ma quando avranno febbre alta e disturbi respiratori, non resterà che metterli in ospedale e avranno già probabilmente infettato i loro compagni".
Tra esigenze di salute pubblica e anche di sicurezza, perché non è difficile immaginare subbugli dei reclusi se qualcuno di loro dovesse ammalarsi, gli istituti penitenziari affrontano un momento molto delicato. "L'epidemia arriva in una situazione già grave - spiega Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà di Milano - determinata da due fattori: il sovraffollamento, con ottomila detenuti a fronte di una capienza di seimila in Lombardia, e i problemi particolari in tema sanitario che ci sono da sei-sette mesi.
È successo che, per inadempimento di una legge regionale che ha imposto degli accorpamenti, siamo arrivati al punto che erano scaduti i contratti dei medici e non erano state fatte delle proposte per nuovi contratti. Quindi dei medici lavoravano senza contratto e altri non hanno più lavorato".
Le regole per il coronavirus sono state dettate da un susseguirsi frenetico di decreti, raccomandazioni del capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e direttive di vario genere. Il problema è stato armonizzarle e metterle in ordine di gerarchia. "Non è che ogni direttore potesse scegliersi la normativa ritenuta più giusta, questo non è giustificato neanche dall'emergenza", osserva Maisto.
Per le carceri milanesi all'inizio la scelta era stata quella di lasciare la possibilità di colloqui visivi ai detenuti, mentre altrove, per esempio in Emilia Romagna, erano stati sospesi subito. Col decreto legge del 2 marzo, il governo ha stabilito che negli istituti delle regioni che hanno comuni in 'zona rossa' i parenti non possono accedere alle carceri e i colloqui si fanno via telefono, via skype o con videochiamata.
Un' interpretazione della disposizione ha fatto sì che questa possibilità non venisse concessa nelle carceri di massima sicurezza, come Opera. "Sono stata stamattina a Bollate - racconta l'avvocato Valentina Alberta - il cortile era pieno di gente che telefonava. Quello che non capisco è perché solo noi avvocati dobbiamo entrare con la mascherina, mentre gli operatori no. Allora che senso ha non fare entrare i parenti?".
Nel frattempo, in Lombardia sono arrivate le tende per il triage a Opera, Bollate e San Vittore. Agli avvocati viene controllata la temperatura e sono sospesi gli ingressi dei volontari per evitare assembramenti. "Non vado in carcere da due settimane - afferma Juri Aparo, psicologo che dalla fine degli anni settanta ha seguito migliaia di carcerati col suo 'Gruppo della Trasgressionè - come volontario non posso, come operatore a Bollate potrei, ma non ci sono andato perché le attività di gruppo sono sospese. Quelli che mi chiamano, considerandomi alla stregua di un familiare, sono dispiaciuti, ma molto equilibrati, dimostrano di avere cognizione della realtà delle cose. Non posso assicurare che tutti abbiano queste stato d'animo. D'Altra parte se in carcere ci fossero dei casi di coronavirus le cose andrebbero ancora peggio".
"I detenuti considerano corrette le prescrizioni - conferma Di Giacomo - meglio così che prendersi il virus. Certo, nel momento in cui dovesse succedere ci sono anche persone irragionevoli che potrebbero dare vita a una rivolta. A questa eventualità non si è preparati. Al prefetto di Poggioreale ho chiesto di tenere pronto l'esercito. La polizia penitenziaria, in generale, non è abbastanza".
L'avvocato Maria Brucale, attivista radicale, ha altre sensazioni: "A Opera viene concessa una telefonata in più del normale. Così si ovvia all'interruzione degli affetti? I detenuti sono isolati e spaventati, bisogna aiutarli". Per rassicurarli, i detenuti sono accompagnati in gruppi di 150 al teatro del carcere dove un'équipe di infettivologi spiega le modalità di trasmissione del contagio e i sintomi. E se il virus dovesse davvero entrare negli istituti di pena cosa succederebbe? "Sarebbe una possibile tragedia", dice Maisto, che però rassicura: "Un piano c'è, le zone di isolamento ci sono in tutte le carceri, anche se poi bisogna fare i conti anche con eventuali falle dall'esterno".
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 7 marzo 2020
Mentre il mondo dei sani e dei giusti è impegnato a lapidare il coronavirus, a Idlib il popolo dei bimbi è in marcia per sfuggire alla morte, a Napoli l'esercito dei bambini si fa la guerra. Forse tutto il popolo del Sud, di quello nostro e del Sud degli altri, ha sbagliato a partire, continua a sbagliare: generazioni per cui il mondo era a una distanza notevole, lunga quanto le molte ore necessarie per raggiungere Milano e puzzolente come l'umanità in travaglio la polvere dei freni e la nafta di un treno colmo di vita in cerca di futuro.
Si partiva di sera e ci si svegliava intirizziti dal freddo d'inverno o soffocati dal caldo della bella stagione. Il mondo era distante per i ragazzi passati, spiato in qualche varietà o nelle sequenze di uno sceneggiato trasmessi da una televisione senza colori. Era un pianeta difficile da raggiungere, mitizzato dai racconti di chi c'era già stato e se ne tornava indietro su una macchina nuova. Sapeva di buono, di speranza e lo si sognava a occhi aperti. Raggiungerlo, per i più, significava agguantare una laurea o un lavoro sicuro, cose sulle quali si costruiva un progetto che prometteva di essere per sempre; per alcuni voleva dire soldi veloci, una scalata sociale a prescindere da regole morali e legali. Poi, pian piano il mondo si è mosso, a quelli che sono cresciuti dopo gli è arrivato a tiro di schioppo. Oggi il mondo i ragazzi ce l'hanno davanti agli occhi, lo vedono a colori in televisione, col mouse se lo girano in un attimo in lungo e in largo.
La terra la guardano da ogni angolazione e il pianeta non gli riserva più sorprese. Ce l'hanno in casa il mondo e non lo sognano più, non corrono dietro alle sue promesse. I ragazzi del sud hanno certezze che dicono che le speranze sono finite e anche se per arrivare a Roma o oltre ci metti meno tempo, le lauree servono a poco e i posti di lavoro lasciano niente in tasca e fanno svanire il domani. Sono finiti i sogni e i progetti non si possono più fare. Precario, provvisorio è il vocabolo che si sentono dire se avanzano pretese. Anche per gli uccelli da preda il mondo è diverso, lo sanno già che pallottole e manette arriveranno in fretta a spezzare vite giovanissime, e le remore anziché crescere svaniscono nella desolazione di una botta di vita, che è meglio il fuoco di un lampo che la tenue luce di una brace. I bambini del Sud sono già morti, prima dei loro coetanei di Napoli che muoiono ora, si sono massacrati sulla strada per Milano, per un Occidente qualunque: eppure erano passati per le piazze, per i circoli anarchici, per le camere del lavoro. Avevano dentro la forza enorme della ribellione, venivano da famiglie povere in cui non c'era né pane né mafia. Perché la loro rabbia non smuovesse lo stagno di una società immobile bisognava metterli sulla strada dell'autodistruzione.
Le mafie sono state l'insegnante migliore, mortale. Molti dei bambini di una Napoli passata, che mordevano la polvere delle strade di quartieri tristemente noti, erano passati dagli oratori, dai centri sociali, hanno assaggiato i rudimenti della rivoluzione, prima di mangiare pane e camorra. Adesso sono in troppi per mandarli a morire tutti quanti fuori. Una camorra stracciona gli insegna a macellarsi in casa. I resti se li prende lo Stato a tenere nutrita la schiera dei morti al 41bis. I bimbi del sud si scannano perché il popolo dei furbi gli costruisce autostrade che portano al mattatoio, e i giusti si sentano sempre più giusti. E uno Stato e dei buoni veri, sotto Roma non sono mai scesi a costruire strade diverse.
Mentre i puri di condotta scagliano sassi ai mostri caduti, a Napoli dei bambini cattivi si sfregiano a vicenda con un numero esorbitante di pallottole, a dimostrazione che sono piccoli anche riguardo alla perizia balistica. Lo fanno perché l'unica certezza che hanno è quella di essersi infilati in un mondo a parte, che con quello normale si incontrerà solo per un funerale, un dibattito televisivo, una pagina di giornale o un film di genere.
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 marzo 2020
Il testo portato da Bonafede a Palazzo Chigi attribuisce ai capi degli uffici la facoltà di inviare dopo giugno le udienze. Il no di Penalisti e Anm. Una grande responsabilità assegnata ai capi degli uffici giudiziari. Il governo, guardasigilli Bonafede in testa, prova a respingere l'assalto del coronavirus nei tribunali senza fermare di un colpo, e in tutto il Paese, la giustizia.
E lo fa appunto con un decreto che attribuisce la decisione, caso per caso, a presidenti dei Tribunali e procuratori "sentiti l'Asl e il Consiglio dell'Ordine degli avvocati". Una scelta difficile, impegnativa, discussa fino all'ultimo, ieri sera, da un Consiglio dei ministri ancora in corso al momento di mandare in stampa questa edizione del giornale.
E che trova, oltretutto, il no dell'Anm: una "disciplina dell'emergenza lasciata ai capi dei singoli uffici" è "inadeguata" a prevenire la "diffusione del contagio", avverte il "sindacato delle toghe" prima ancora che inizi a circolare una prima bozza del decreto.
No ad "applicazioni differenziate", visto che i tribunali sono "quotidianamente frequentati da una moltitudine di persone provenienti da diverse parti del territorio nazionale". C'è insomma un no, da parte della magistratura associata, sull'idea di attribuire proprio ai giudici una responsabilità eccessiva nella prevenzione del coronavirus.
E c'è forse anche il timore di un corto circuito con l'avvocatura, considerato che l'Ocf ha proclamato un'astensione, non riconosciuta dai vertici di alcune Corti d'appello ma potenzialmente insidiosa proprio per i magistrati. Perché qualora qualche giudice negasse il legittimo impedimento di un avvocato astenuto e poi magari in quell'ufficio si verificassero contagi proprio tra i difensori, è chiaro che le conseguenze per quel giudice diverrebbero pesanti.
È insomma una pista che sarebbe eufemistico definire scivolosa, quella dove prova ad atterrare il "decreto Tribunali" del governo proposto da Bonafede. Eppure si tratta dello sforzo, appunto, dichiarato fin dalle premesse del testo, di "contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid- 19" ma di "garantire, per quanto possibile, continuità ed efficienza del servizio giustizia".
Perciò dovrebbero essere i capi degli uffici, secondo il guardasigilli, a ordinare la misura più estrema, ossia il rinvio di tutte le udienze non urgenti a dopo il 30 giugno (addirittura) solo quando risultino insufficienti le altre graduali restrizioni pure fissate dal provvedimento per limitare l'afflusso, e "consentire il rispetto delle indicazioni igienico-sanitarie", così come definiti dai provvedimenti degli ultimi giorni.
Ecco lo sforzo: una complicatissima e dettagliata modularità delle decisioni. Una responsabilità però che non dovrebbe vedere soli i magistrati. Perché l'articolo 1 del decreto prevede che i dirigenti degli uffici decidano "sentito il Consiglio degli Ordine degli avvocati", oltre che l'Autorità sanitaria regionale. Ovvero: deve esserci una assunzione di responsabilità almeno in parte condivisa, fra magistrati e avvocati. Ed è chiaro che se il presidente di un Coa manifestasse al presidente di un certo Tribunale o al capo di una certa Procura la sua assoluta e radicale contrarietà a proseguire le attività giurisdizionali - sempre eccezion fatta per quelle urgenti - sarebbe assai difficile, viste anche le tensioni sull'astensione e il "contagio ormai virale" evocato ieri anche dall'Anm, che quel presidente di Tribunale insista nell'andare avanti.
Ma appunto, si tratta di un quadro così delicato, di un castello così precariamente in equilibrio, che fino alla tarda serata di ieri il Consiglio dei ministri ha discusso sulla possibilità di una misura più drastica: vale a dire sospendere indiscriminatamente le attività non urgenti fino a tutto il mese di marzo, per poi valutare a fine mese se passare alla linea modulare definita dal decreto.
E la proposta iniziale di via Arenula ha anche l'ambizione di recepire i criteri delle linee guida approvate, esattamente una settimana prima, nel protocollo fra lo stesso ministro della Giustizia e il presidente del Cnf Andrea Mascherin. Vuol dire che, sempre per citare la prima bozza portata in Consiglio dei ministri ieri sera da Bonafede, le precauzioni devono consentire innanzitutto di evitare "assembramenti all'interno dell'ufficio giudiziario e contatti ravvicinati tra le persone". È l'obiettivo indicato più volte dall'avvocatura, e che giovedì ha ispirato anche l'istituzione del tavolo tecnico avvocati- magistrati a Napoli, proprio con l'obiettivo di calibrare insieme i necessari presupposti della eventuale necessaria "rarefazione" nei palazzi di giustizia. Un grande riconoscimento dunque proprio al ruolo della professione forense.
Ma anche una prova di tenuta che suscita più di una preoccupazione non solo nella citata Anm (che annulla persino la riunione del proprio direttivo fissata per oggi), ma anche in numerose rappresentanze forensi. Se infatti l'Ocf ha proclamato l'astensione iniziata ieri, e ritenuta illegittima dai capi di alcuni distretti (come riferito in altro servizio, ndr), vanno citate come minimo le perplessità avanzate ancora dall'Unione Camere penali e dagli avvocati tributaristi. Nel primo caso, la giunta presieduta da Gian Domenico Caiazza ricorre a due "alert".
Prima una lettera rivolta proprio al ministro Bonafede in cui gli viene chiesto, "se si è deciso di chiudere le scuole", perché non si chiudano allora "salvo i processi urgenti e indifferibili" anche "i tribunali". È ancora "meno comprensibile", per i penalisti, "l'idea di rimettere ogni decisione ai responsabili degli uffici giudiziari, senza vincolarli a parametri univoci e categorici, regolati dagli unici criteri rilevanti, cioè quelli della scienza medica". Certo, nella proposta di Bonafede, i capi degli uffici devono sentire, oltre ai Coa, le Asl.
Però per l'Ucpi "regole di comportamento inspiegabilmente diverse adottate in relazione a situazioni equivalenti" finirebbero per creare "sconcerto, rabbia, smarrimento". Poi, quando la prima bozza del "Dl Tribunali" inizia a circolare, l'Unione Camere penali diffonde una seconda nota, con un monito ancora più deciso: "È inconcepibile che non sia la legge a definire i criteri di urgenza per la eccezionale celebrazione dei processi, ma che essi siano delegati, senza alcuna predeterminazione normativa, alla magistratura, e addirittura a quella inquirente", si scandisce.
Delicata pure la questione posta dall'Unione nazionale degli avvocati tributaristi, secondo i quali la "giustizia tributaria" è "l'unica tra le giurisdizioni non contemplata da alcun provvedimento d'urgenza". Secondo l'Uncat si dovrebbe, ad esempio, dare "attuazione al processo tributario a distanza". E ancora, il presidente dell'Anf Luigi Pansini, in una dichiarazione inviata a questo giornale, ritiene necessarie "chiare, precise e omogenee linee di condotta per tutti gli uffici".
Nel dettaglio, il decreto portato a Palazzo Chigi dal guardasigilli prevede misure anche estreme, come la generalizzazione, nelle udienze con detenuti, della loro partecipazione a distanza, al di là del diverso grado di restrizione dell'attività decisa dal presidente del Tribunale. I capi, a loro volta, si consultano sempre con procuratore generale e presidente della sua Corte d'appello.
E, sentiti Azienda sanitaria e Coa, "adottano" le "misure" per evitare innanzitutto gli "assembramenti". E qui si va dalla chiusura dell'accesso al pubblico all'adozione "di linee guida vincolanti per la fissazione e la trattazione delle udienze", quindi alla riduzione del ruolo, proprio come previsto dalle linee guida ministero- Cnf, di fatto tradotte in legge dello Stato.
Si può arrivare a "udienze civili" in "collegamento da remoto con ogni mezzo di comunicazione", dunque anche con videochiamate whatsapp. Fino alla drammatica lettera g), dell'articolo 1 secondo comma (sempre in base alla prima bozza) che prevede il rinvio di tutte le udienze a dopo il 30 giugno, con le eccezioni per le "urgenti" così come definite già nel decreto 9, quello sulla "zona rossa".
Si tratta non solo dei processi con detenuti ma anche delle cause per gli "alimenti", dei "cautelari" relativi ai "diritti della persona", dei procedimenti per interdizione, Tso, espulsione di migranti clandestini. Ovviamente, per tutte le cause rinviate, si sospendono anche i termini, prescrizioni comprese, sia nel civile che nel penale. Si vedrà. Certo è che mai la giustizia italiana ha tentato di restare in equilibrio su un filo così sottile.
di Gianni Parlatore
gnewsonline.it, 7 marzo 2020
Educare alla lettura e creare momenti di condivisione e crescita culturale attraverso il potente strumento del libro: con questa finalità "Adotta uno scrittore", iniziativa del Salone Internazionale del Libro di Torino, anche quest'anno ha scelto di coinvolgere nei propri progetti il mondo carcerario. Gli autori, oltre che nelle scuole, entreranno così anche nelle strutture penitenziarie per educare alla bellezza, alla democrazia e alla coscienza civile attraverso la cultura e la lettura.
Per la sua diciottesima edizione, l'iniziativa ha visto crescere il numero delle scuole carcerarie coinvolte: nel 2020, infatti, prendono parte al progetto le scuole carcerarie di Torino, Saluzzo, Alessandria, Asti, Verona, Paola (Cosenza), Lecce, Palermo, Sassari, Potenza e Pozzuoli (Napoli). L'iniziativa è sostenuta dall'Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte in collaborazione con la Fondazione Con il Sud. In questi 17 anni "Adotta uno scrittore" ha coinvolto 11.521 studenti di 369 classi e, inoltre, 12 case di reclusione, un ospedale e un'università.
Questo il programma: Bruno Gambarotta incontra i detenuti della Casa di Reclusione CPIA3 di Asti, la sua città d'origine. Lo scrittore Fabio Geda verrà adottato dalla Casa di Reclusione Rodolfo Morandi e dagli studenti dell'IIS Soleri Bertoni di Saluzzo e dell'Arimondi Eula di Savigliano. Chiara Valerio, scrittrice, saggista ed editor, è ospite della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. Mauro Berruto, CT della Nazionale italiana maschile di pallavolo dal 2010 al 2015, ha scritto diversi libri ed è adottato dall'Istituto Penale Minorile Ferrante Aporti di Torino.
Alla Casa Circondariale di Verona Montorio, CPIA di Verona, arriverà Fulvio Ervas. Il poeta Franco Arminio sarà alla Casa Circondariale di Paola- CPIA Cosenza sezione di Paola.
Paolo Di Paolo, autore di Mandami tanta vita (Feltrinelli), finalista 'Premio Strega' e vincitore del 'Premio Salerno Libro d'Europa' e del Premio Fiesole, e del suo ultimo Lontano dagli occhi (Feltrinelli), è adottato dalla Casa circondariale Femminile di Pozzuoli, CPIA di Napoli. Lelio Bonaccorso e Marco Rizzo, ospiti del Carcere Ucciardone di Palermo (Sicilia), incontreranno i detenuti a partire da Salvezza (Feltrinelli editore), reportage a fumetti di grande impatto visivo, drammatico e coinvolgente, che racconta un'operazione di salvataggio a opera di una ONG.
Lo scrittore Piergiorgio Pulixi, invece, è atteso alla Casa di Reclusione di Alghero, IPSAR di Sassari. Gianluca Caporaso, poi, sarà ospite della Casa Circondariale di Potenza - CPIA di Potenza. Alla Casa di Reclusione San Michele di Alessandria interverrà l'ex magistrato, giurista e saggista Gherardo Colombo. Infine, al CPIA presso la Casa Circondariale di Lecce N.C. sarà presente Massimiliano Virgilio l'autore occidentale più venduto in Cina, il quale ha da poco pubblicato il romanzo Le creature (Rizzoli).
a cura di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 marzo 2020
Ci scrive la compagna di un detenuto recluso in una delle carceri lombarde. Racconta le vicissitudini dei primi colloqui, quando ancora potevano essere svolti adottando precauzioni per evitare contagi. Scene surreali, la paura di avere qualche grado di febbre in più, la solitudine, la promessa di rivedersi alla prossima visita. Poi la brusca interruzione dei colloqui. Se ne riparlerà alla fine dell'epidemia.
di Carmelo Musumeci
agoravox.it, 7 marzo 2020
Un grazie alla giornalista Selvaggia Lucarelli per la sua iniziativa di chiedere ai parenti dei detenuti di spiegare "chi avete in carcere, in quale carcere, cosa vi spaventa, perché siete preoccupati e cosa chiedete". Le autorità iraniane hanno stabilito il trasferimento di 54mila detenuti agli arresti domiciliari per evitare i rischi di diffusione del contagio da coronavirus nelle carceri. E l'Italia che fa, a parte blindare le carceri come delle scatole di tonno?
di Mariolina Panasiti*
Il Riformista, 7 marzo 2020
Ridurre il sovraffollamento carcerario, contenere l'afflusso nei palazzi di giustizia permetterebbe di contrastare il contagio. Perfino l'Iran ha deciso di scarcerare 54mila detenuti. Gentile direttore, in queste giornate cosi convulse per l'emergenza epidemica, due notizie hanno attratto la mia attenzione.
- Milano. Due detenuti del carcere di Opera in ospedale per sospetto contagio
- "Liberate quell'uomo, lo dice anche la Consulta"
- Scontro sull'astensione fra Ocf e Corti d'appello
- L'Aquila. Ingiusta detenzione di 6 anni, Petrilli sollecita il premier
- L'Aquila. Raddoppiato in dieci anni il numero di detenuti alle Costarelle










