di Davide Varì
Il Dubbio, 6 marzo 2020
Sovraffollamento ed emergenza sanitaria: il carcere è una bomba pronta a esplodere. Dopo anni di narrazione manettara si può tornare a parlare di amnistia? Chiudono le scuole, limitano i movimenti dei cittadini e, ogni tanto, li "confinano" - ci confinano - nelle cosiddette zone rosse. Va bene, ci stiamo, c'è un'emergenza sanitaria serissima. C'è un virus sconosciuto e ancora imprevedibile che minaccia la nostra salute, il nostro sistema sanitario e la nostra tenuta sociale ed economica.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 marzo 2020
Secondo gli ultimi dati ci sono 61.230 reclusi su un totale di 47.231 posti effettivi. Forse avremo fortuna e il virus non entrerà nelle carceri, ma se ciò dovesse accadere, le misure di gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid19 presso gli Istituti penitenziari sono impraticabili per via del grave sovraffollamento.
ansa.it, 6 marzo 2020
Per ora nelle carceri non vengono segnalati casi di contagio da Coronavirus, ma l'allarme resta alto. "La salute è un diritto che deve essere garantito a tutti e quindi in questo momento di emergenza, è necessario attenzionare tutti, compreso il mondo delle carceri: detenuti, polizia penitenziaria, operatori sociali, personale sanitario e amministrativo che opera all'interno delle strutture" dice il vice ministro Pierpaolo Sileri, che avverte "in un momento delicato non va trascurata la salute di nessun cittadino".
di Fabrizio Ravelli
La Repubblica, 6 marzo 2020
Che poi, in questi momenti di limitazioni e divieti, di consigli su cosa non fare e distanze da prendere, bisognerebbe quanto meno rivolgere un pensiero a quelli che di limitazioni ne avevano parecchie e distanze da prendere pochissime. I detenuti, intendo. Il coronavirus ha aggiunto complicazioni alla vita di chi sta in carcere, ha aggravato condizioni quotidiane già difficili, ha messo un carico in più di isolamento e di dolore.
Le disposizioni ministeriali hanno ora sospeso del tutto i colloqui dei reclusi coni familiari. Chi conosce il carcere sa bene quanto indispensabili siano i contatti con mogli, figli, genitori per resistere alla detenzione, per tenere stretto un filo con le vite di fuori. L'amministrazione ha cercato di ovviare a questa limitazione pesante aumentando il numero delle telefonate concesse ai detenuti, ma si parla sempre di numeri limitati: una telefonata in più alla settimana, dieci minuti. Si fa, dove è possibile, qualche tentativo di chiamata via Skype.
C'è un disegno di legge - frutto del recente incontro fra quattro parlamentari e un gruppo di detenuti - per allargare le maglie di questi contatti telefonici. Un altro problema è il divieto di ingresso ai volontari: molte attività di istruzione e di socialità dipendono da loro. Anche certi consigli alla popolazione - per esempio quello di evitare luoghi affollati e tenere un metro di distanza dal vicino - in carcere suonano paradossali.
Il sovraffollamento è la condizione abituale, e come si fa a tenere le distanze quando si vive in troppi in una cella angusta. Per non dire dell'assistenza medica, che avrebbe bisogno di investimenti e personale. Detto questo, nelle carceri tutti fanno quel che possono con buona volontà e impegno: direttori, polizia penitenziaria, personale amministrativo, e anche i detenuti. Prima o poi la pena del virus finirà, si spera.
di Luigi Romano
napolimonitor.it, 6 marzo 2020
Il virus si diffonde in queste ore con maggiore velocità nel paese, e anche a Napoli attraversa città e provincia, anche se per ora la metropoli sembra resistere - non si sa per quanto ancora - più che al contagio, alla paura. Le mascherine si contano sulle dita di una mano, così come gli assalti ai supermercati, e non c'è ancora nessun lockdown dei quartieri, a parte l'autoisolamento della comunità cinese.
Le contraddittorietà emerse negli ultimi giorni dalle decine di provvedimenti dei vari organi istituzionali, prima del decreto ministeriale di ieri, lasciano intravedere tutti i timori dei vertici delle catene di comando, in particolare riguardo l'assorbimento da parte del sistema sanitario nazionale degli infetti più gravi, colpiti da complicazioni respiratorie.
Un'angoscia che si manifesta anche in Campania - nonostante il "miracolo" annunciato a dicembre 2019 dal governatore De Luca con l'uscita dal commissariamento - che soffre la mancanza di quindicimila unità di personale medico, specializzato e non, e la carenza di presidi sanitari pubblici. Eppure, sebbene il servizio sanitario nazionale sia in serio pericolo di collasso, il governo ha emanato un decreto legge il 2 marzo al cui capo 2, Misure in materia di lavoro privato e pubblico, si predispone un finanziamento urgente di euro 4.111.000 solo per la copertura degli straordinari delle forze di polizia e delle forze armate causati dall'epidemia. Nessun finanziamento straordinario per aumentare il personale medico e infermieristico, in prima linea negli ultimi giorni, nessuna fonte straordinaria in bilancio per incrementare le postazioni rianimatorie. La contenzione e il mantenimento dell'ordine rimangono le uniche linee di investimento.
L'emergenza presenta il conto anche all'universo penitenziario. I focolai settentrionali hanno da subito stressato il sistema di esecuzione penale. I sindacati autonomi di polizia allertavano in maniera compulsiva, con diverse note, il ministero e i provveditorati per difendere la categoria da eventuali contagi, dimenticando che in un sistema chiuso ma allo stesso tempo estremamente permeabile loro stessi rappresentano un primo possibile fattore di diffusione.
Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Basentini si sta esprimendo da giorni con numerose circolari, che contengono altrettante "linee guida", quelle che spesso si annunciano quando le istituzioni faticano a gestire avvenimenti che si susseguono più velocemente rispetto alle capacità di risposta.
Le direttive del Dap risultano piuttosto pilatesche e cambiano a seconda del contesto: "Può risultare funzionale e idoneo assumere provvedimenti che tendano a sospendere le attività trattamentali per le quali sia previsto o necessario l'accesso della comunità esterna; contenere le attività lavorative esterne e quelle interne per le quali sia prevista la presenza di persone provenienti dall'esterno; sostituire i colloqui con familiari o terze persone, diverse dai difensori, con i colloqui a distanza mediante le apparecchiature in dotazione agli istituti penitenziari (Skype) e con la corrispondenza telefonica, che potrà essere autorizzata oltre i limiti", disponeva una circolare il 26 febbraio 2020.
Con la stessa nota si invitava a rivalutare la semilibertà dei detenuti e venivano sospese "le traduzioni dei detenuti verso e da gli istituti penitenziari rientranti nella competenza dei provveditorati di Torino, Milano, Padova, Bologna e Firenze". A Milano, in particolare, la situazione è gestita in modo drastico: sospensione dei permessi premio, dei lavori all'esterno e della semi-libertà fino al 9 marzo; sospensione dell'ingresso dei volontari; sospensione dei colloqui familiari (non con gli avvocati); estensione dei colloqui telefonici e via Skype; udienze in sorveglianza con videoconferenza senza traduzione dei detenuti. Al Mammagialla di Viterbo i divieti più evidenti riguardano l'ingresso dei volontari: uno per ogni associazione.
Demandare ai singoli istituti comporta la realizzazione di soluzioni diverse, spesso influenzate dalla sensibilità momentanea e dai timori collettivi. Nel carcere di Augusta (Siracusa), per esempio, hanno sospeso seguendo le direttive del ministero dell'istruzione le attività scolastiche in carcere, provvedimento che non è scattato automaticamente in altri istituti.
L'epidemia mostra senza alcun filtro tutti i cortocircuiti del potere, con organi istituzionali che invadono competenze di altri, come nel caso del conflitto sull'apertura delle sedi universitarie tra il governatore De Luca e il ministro Manfredi, o di tutti gli altri organi assembleari che in queste settimane hanno preso decisioni in tema di salute senza attendere il parere del ministero. È il tempo delle istituzioni totali perforate.
La nota del provveditore campano, dal canto suo, non produce limitazioni importanti, ritenendo "fondamentale la conservazione di un approccio razionale e scientifico al fenomeno, evitando interpretazioni individuali". L'invito ai direttori è quello di non dotare il personale di mascherine, utili soltanto per i soggetti considerati a rischio "e non certo al personale genericamente individuato".
Viene costituita un'unità di crisi che monitora l'andamento del contagio ed è stata inoltrata richiesta alla Protezione civile per dieci tende da campo, una delle quali è già stata predisposta all'interno del carcere di Poggioreale. Limitazioni ai colloqui non ce ne sono, né all'ingresso di volontari (a cui viene somministrato un semplice questionario, "Scheda per l'accesso", in cui si autocertifica di non presentare sintomi influenzali; di non provenire o di aver soggiornato negli ultimi quattordici giorni in paesi ad alta endemia o in territori nazionali sottoposti a misure di quarantena; di non essere comunque a conoscenza di aver avuto contatti con persone affette da Covid 19). Il monitoraggio più invasivo viene fatto dall'area medica degli istituti sui cosiddetti "nuovi giunti", i soggetti al primo ingresso in carcere.
Tuttavia, al di là dei meccanismi di prevedibilità del fenomeno e del tentativo di non applicare misure draconiane non necessarie, risulta difficile immaginare in un carcere sovraffollato e in perenne emergenza come Poggioreale, per esempio, una eventuale sostituzione dei colloqui con quelli via Skype. Quante postazioni dovrebbero essere predisposte?
Tutte le famiglie hanno la possibilità (economica) di avere un punto telematico certificabile? Quali potrebbero essere le conseguenze di una interruzione improvvisa dei contatti con i familiari? Gli istituti, che nel tempo hanno generato territori immuno-depressi, luoghi poco salubri con celle con decine di detenuti, coperti con un sistema sanitario precario e lentissimo, come potrebbero assorbire la diffusione?
Il carcere è da sempre un organismo vivo, connesso con l'esterno, in cui, accanto alle misure ufficiali, i detenuti si regolano con pratiche di autotutela, come testimonia la diminuzione delle domandine per partecipare ai percorsi trattamentali. In sostanza, se c'è un soggetto che potrebbe soffrire fortemente le falle del sistema è il corpo detenuto, che se colpito dal virus si troverebbe chiuso tra quattro mura. Il carcere mostra la paura del collasso di un ordinamento incapace di reagire elasticamente alle sollecitazioni.
È necessario vigilare, quindi, perché ogni scelta autoritaria presa in questi contesti rimane in circolo a lungo nel sistema, così come è necessario denunciare provvedimenti che in modo automatico e insensato limitano diritti già di per sé compressi.
In questi momenti di scelte rapide, dove tutti sembrano rincorrere qualcosa o qualcuno, bisogna pretendere che le energie e le strategie non vengano impiegate soltanto per realizzare un contenimento "più sicuro" ma per concretizzare i diritti dei soggetti reclusi. La paura del Covid19 amplifica lo stridio di una macchina putrescente, tutti lo stanno ascoltando ma il rischio è che gli interventi vengano presi nella direzione sbagliata.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2020
Il Ministero intervenga per evitare contagi tutelando i diritti. Nell'emergenza che stiamo vivendo ogni giorno che passa segna un peggioramento della vita in carcere, dettato dalla progressiva crescente segregazione dal mondo esterno e dall'angoscia nella quale le persone che vivono il contesto detentivo vengono lasciate. Vanno prese misure urgenti, come quelle richieste dall'associazione Antigone al primo ministro Giuseppe Conte e al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in una lettera loro inviata mercoledì pomeriggio. Ma facciamo prima il punto della situazione.
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Riformista, 6 marzo 2020
A Lesbo finisce l'Europa, alle frontiere del Mediterraneo si arresta l'umanità. Migliaia e migliaia di profughi diventano merce di scambio nell'indifferenza generale e nella strumentalizzazione per fini geopolitici. Forse possiamo dire che il "Coronavirus" è stato capace di indebolire ancora di più le "difese immunitarie" della solidarietà, della giustizia, della libertà, della fraternità, dell'uguaglianza. L'Europa della modernità, l'Europa dei diritti dove è andata a finire?
E stentiamo a riconoscere l'Europa della civiltà latina e cristiana, di fronte alle terribili immagini di un bambino (l'ennesimo!) morto in spiaggia o nella disumana situazione dei campi profughi. Come al solito i profughi vengono trattati quale merce di scambio: i bombardamenti costringono a fuggire dalla propria terra, chi apre le frontiere li tratta - insisto - proprio come merce di scambio e la Grecia diventa una porta per un'Europa arroccata.
Certo, per i regimi è facile operare: non hanno Parlamenti cui rispondere. Per le democrazie è difficile agire, messe sottosopra dalla crisi economica, dalle opinioni pubbliche interne sollecitate da nazionalismi e rigurgiti xenofobi, dalla paura del Coronavirus che è la marcia in più a spingere per minacciare la chiusura delle frontiere.
Eppure si potrebbe utilizzare uno spunto che è ci è stato offerto tre giorni fa da un'articolata analisi sul New York Times (International Edition) a proposito del Coronavirus. Ci sono due modalità per rispondere ad una "epidemia", notava l'articolo. La prima modalità è quella dettata dal seguire la scienza medica di oggi, utilizzando le risorse sanitarie al meglio e le medicine nella maniera migliore e più efficace, mettendo in campo tutto quello che sappiamo in tema di igiene e prevenzione. E soprattutto senza panico e senza allarmismi. La seconda maniera è di tipo medievale: chiudiamo le frontiere esterne, isoliamo le aree interne di ogni singolo paese, fermiamo i commerci e gli scambi culturali, sociali, e di ogni tipo. D'istinto, molti la riterrebbero ancora una strada praticabile.
E l'analogia vale nel caso della nuova crisi migratoria cui stiamo assistendo, nella risposta comunque tardiva dell'Europa. Chiudiamo le frontiere, respingiamo i profughi o - peggio - disinteressiamoci di loro, preoccupati come siamo della nostra salute, dei lazzaretti interni che abbiamo costruito per mettere un argine alle paure che spuntano dietro l'angolo delle case, dietro l'altro che avanza per strada e desidera soltanto stringerci la mano.
Per evitare il contagio evitiamo il più possibile il contatto fisico, ci dicono i medici citando i protocolli sanitari. Limitiamo i contatti, limitiamo il saluto. Non guardiamoci più negli occhi. Il virus si vincerebbe con l'isolamento. Dalla prassi sanitaria alla vita sociale il passaggio è breve: che ne va della nostra umanità? Gesù non avrebbe mai toccato un lebbroso? Il Buon Samaritano del racconto evangelico sarebbe passato oltre anche lui?
La donna "impura" non avrebbe mai potuto toccare Gesù? Sarebbe stata fermata da zelanti discepoli sotto forma di efficaci guardie del corpo? Eppure nei tempi difficili e oscuri l'umanità sa far emergere i talenti migliori e mostra tutte le sue capacità "umane", appunto. I pionieri della medicina scoprono la penicillina e l'esistenza dei batteri; infermieri, volontari e un popolo di santi e di samaritani rimane vicina ad un'umanità sofferente e crea la cultura della gratuità. Senza di loro il nostro mondo sarebbe stato diverso, chiuso, disumano. Non credo proprio che il dovere, sacrosanto, di curare gli italiani ammalati di Coronavirus sia incompatibile con uno sguardo attento e pieno di compassione per chi, invece, muore lontano dai nostri occhi.
Che futuro avranno quei bambini e quelle bambine, quei giovani che un giorno usciranno dai campi profughi? Quale insegnamento avranno tratto? Cosa insegneranno a loro volta ai figli che avranno? E i politici: sanno ancora, o potranno imparare che governare non significa sfruttare le paure? Come sarà - dopo - il bilancio umano e sociale dei paesi in cui non si è tesa la mano agli altri? In qualche modo nelle vicende di questi giorni, in Europa abbiamo la dimostrazione che il cosiddetto "capitalismo della sorveglianza" non può funzionare, se non al prezzo di togliere un bene prezioso: la libertà. La libertà di scegliere di tendere la mano. La libertà di scegliere di fare del bene. La libertà di chiedere conto quali valori abbia chi è al governo ed assiste senza guardare o voltandosi dall'altra parte. Certo - si risponde - parlare è facile. Ma è ancora possibile sdegnarsi? Non si può tacere!
Stiamo toccando con mano realtà drammatiche: persone che fuggono da guerre volute altrove per finalità di potere e di dominio, guidate da potenti interessi economici e finanziari. E i politici dovrebbero fermare l'esodo delle persone. Le realtà sovranazionali come l'Europa hanno il compito preciso di lavorare insieme - i diversi Stati - per trovare soluzioni durature. Senza dimenticare che è la Storia scritta dagli europei negli ultimi duecento anni ad avere innescato la polveriera che sta saltando. È una guerra mondiale "a pezzi", come ripete Papa Francesco. E noi stiamo facendo il mondo "a pezzi"! Chi avrà la possibilità di rimettere insieme un "nuovo" ordine mondiale?
voceapuana.com, 6 marzo 2020
Con 6 voti favorevoli Giuseppe Fanfani è stato indicato dalla commissione Affari istituzionali, presieduta da Giacomo Bugliani (Pd), come il nuovo Garante regionale dei diritti dei detenuti. La proposta di delibera, votata a scrutinio segreto con 6 sì, due schede bianche e un voto a Francesco Ceraudo, passa all'ordine del giorno della prossima seduta del Consiglio regionale.
"Avevamo già ampiamente analizzato in commissione le otto autocandidature pervenute- ha detto Bugliani, ricordandone i nomi: Roberto Bocchieri, Francesco Ceraudo, Sofia Ciuffoletti, Giuseppe Fanfani, Paola Foti, Bianca Maria Giocoli, Saverio Migliori, Emilio Santoro". "Quella fatta è una votazione importante - prosegue il presidente - che va ad individuare una delle principali figure di garanzia del nostro ordinamento regionale".
Bugliani ha ricordato che il dibattito si era già aperto "a fine gennaio, quando è venuto meno il mandato di Franco Corleone, dopo un mese circa di 'vacatio' del ruolo si è deciso di arrivare alla designazione" e che il mese trascorso "è servito per valutare l'opportunità di una convergenza quanto più larga possibile da parte delle forze politiche: questo tentativo di unanimità non è andato a buon fine e quindi si è optato per una scelta a larga maggioranza". Bugliani ha ribadito che "per la figura di garante dei detenuti è richiesta una competenza consolidata in ambito giuridico e, da questo punto di vista, la figura di Giuseppe Fanfani è di assoluto rilievo, anche perché ha ricoperto il ruolo chiave di vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura".
"I curricula pervenuti sono notevoli e solidi e rispecchiano figure professionali di spessore - ha detto il capogruppo Pd Leonardo Marras - abbiamo ragionato su cosa serva prima di tutto alla Toscana. Siamo in una fase avanzata e i temi sui quali dobbiamo spingere adesso sono prevalentemente sociali e di integrazione del fine pena, non si tratta più di esigenze di primaria importanza o di emergenza come qualche anno fa".
Marras ha ribadito che "il Garante deve assumere un ruolo di collegamento autorevole tra le istituzioni locali, regionali, nazionali e l'amministrazione penitenziaria mostrando capacità, prestigio e iniziativa. Non é un operatore di campo ma una figura istituzionale che osserva, agisce, interviene, facilita, coordina, prova a risolvere e, quando non può, ha lo strumento della denuncia".
"Per questo proponiamo Giuseppe Fanfani come garante dei diritti dei detenuti, non solo per le sue conoscenze del diritto e dell'ordinamento, ma anche per le sue esperienze istituzionali e politiche e i compiti svolti dal punto di vista della garanzia e dei diritti dei detenuti". "Siamo perplessi e contrari a questa nomina - ha detto il capogruppo della Lega Marco Casucci - la nostra posizione è nota, siamo per una figura unitaria di garanzia. Più che alle figure occorrerebbe pensare a rafforzare i servizi, si poteva proporre un organo collegiale".
Un invito al confronto e a un'ampia condivisione sulle candidature è arrivato dal capogruppo di Forza Italia Maurizio Marchetti, con l'obiettivo di "trovare un nominativo che allarghi il campo dalle indicazioni della maggioranza, perché la nomina esca dallo schema politico perché di curricula interessanti ce ne sono più di uno". "La situazione delle carceri è al limite, in overbooking - ha detto Gabriele Bianchi (gruppo Misto) - c'è l'urgenza di avere un garante, occorre una nomina veloce". "Voterò con convinzione Fanfani".
"La vacatio non può ulteriormente essere prolungata, vacatio del garante significa potenziale vacatio della garanzia - ha detto Massimo Baldi (IV) - Riguardo alle candidature, è una scelta difficile, è evidente che siamo di fronte a figure di altissimo profilo, qualcuno per vocazione e carriera giuridica, qualcuno per carriera e vocazione psicologistico-pedagogica o medico-sanitaria". "Come gruppo di Italia Viva ci sembra che la figura di Fanfani sia quella migliore per una serie di ragioni, innanzitutto perché ha un profilo alto e giuridico", poi ha mostrato "capacità sia in ruoli scientifici che professionali che amministrativi", "ha dimostrato di saper esercitare le sue capacità apicali con sensibilità sia nei confronti della partecipazione che dell'aspetto decisionale".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 6 marzo 2020
Intervista al direttore del carcere di Opera, Silvio Di Gregorio: per evitare il contagio, grande responsabilità dei detenuti e dei loro familiari. Se c'è un luogo dove dovrebbe suonare per primo l'allarme, dove a causa degli spazi ristretti e dell'inesistenza di vie di fuga parrebbe impossibile applicare qualunque forma di prevenzione dal contagio, questo è il carcere.
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 5 marzo 2020 n. 8995. In presenza di reati tributari può essere sequestrata a fini della successiva confisca la prima casa dell'imprenditore. La previsione contenuta nella normativa sulla riscossione infatti non si applica ai provvedimenti di tipo penale. A fornire questa rigorosa interpretazione è la Corte di Cassazione, sezione III penale con la sentenza 8995 depositata ieriche si pone in contrasto con precedenti pronunce della medesima sezione.
Al legale rappresentante di una società indagato per dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di false fatture veniva sequestrato ai fini della futura confisca un immobile adibito a "prima casa"
La misura cautelare era confermata dal Tribunale del riesame la cui decisione era impugnata per cassazione. Nel ricorso l'imprenditore rilevava, tra l'altro, che l'abitazione in questione non poteva essere sottoposta a futura confisca in base alle previsioni dell'articolo 52 del Dl 69/2013. Tale norma infatti - modificando la lettera a) dell'articolo 76 del Dpr 602/73, in tema di espropriazione immobiliare ha previsto che l'agente della riscossione non possa procedere all'espropriazione dell'unico immobile di proprietà del debitore con esclusione delle abitazioni di lusso, se esso è adibito a uso abitativo e l'interessato vi risiede anagraficamente Veniva poi evidenziato che una precedente sentenza della Corte di Cassazione (22581/2019) riteneva che tale disposizione impedisse la confisca e quindi il prodromico sequestro della prima casa in relazione a reati fiscali.
I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso. Innanzitutto viene osservato che la disposizione tributaria richiamata ha introdotto un limite all'espropriazione immobiliare che, a ben vedere, non riguarda la "prima casa", bensì "l'unico immobile del debitore". Si tratta di un concetto differente in quanto attiene alla consistenza quantitativa del patrimonio del debitore e non semplicemente la qualificazione del singolo immobile oggetto di pignoramento.
Ne consegue, secondo la sentenza, che per invocare l'applicazione della disposizione in tema di espropriazione immobiliare, il debitore non può limitarsi a prospettare che l'immobile pignorato sia la sua prima casa perché questa prospettazione non esclude, di per sé, che il medesimo debitore possegga altri immobili.
Inoltre la disposizione non fissa un principio generale di impignorabilità perché si riferisce soltanto alle espropriazioni da parte del fisco per debiti tributari e non anche a quelle promosse da altre categorie di creditori per debiti di altro tipo. Non è neanche ipotizzabile che la disposizione possa trovare applicazione in relazione alla confisca penale in quanto, in questo caso, l'oggetto è il profitto del reato e non il debito fiscale. Nei reati dichiarativi infatti il profitto deve essere individuato nel risparmio economico derivante dagli importi evasi rispetto alla loro destinazione fiscale e non comprende né le sanzioni né gli interessi. Il debito verso il fisco, invece, è sempre comprensivo delle imposte e anche delle sanzioni ed interessi
La sentenza evidenzia che questo orientamento si pone in contrasto con quanto già affermato dalla medesima sezione III in precedenti pronunce (2258172019 e 3011/2017) le quali sono giunte a conclusioni opposte ovviamente non condivise. Esse infatti non avrebbero considerato che la normativa richiamata non fa riferimento alla "prima casa" del debitore tributario ma all'unico immobile di proprietà. In ogni caso, non può trovare applicazione nella confisca penale e al prodromico sequestro preventivo.
- Sequestro, inammissibile il riesame se i beni sono individuati dalla Pg e non c'è convalida
- I tribunali chiusi per virus vanno in tilt, giustizia congelata
- "Sì alla sospensione delle udienze nelle zone in emergenza"
- Virus, Bonafede ferma i processi meno urgenti e le visite in carcere
- Antigone: "Consentire 20 minuti di telefonate ogni giorno ai detenuti"










